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CALL 100 parole: “COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?” Riflessioni di Giorgios Papaevanghelius

29 Luglio 2020

Un estremo rifugio

Spazio fisico e spazio virtuale sono stati tra gli attori della pandemia Covid-19. In effetti è stata inscenata una lotta per il ruolo da protagonista assoluto al cospetto della nostra vita: da una parte la fisicità delle nostre residenze, estremo baluardo di protezione dal contagio, dall’altra lo spazio virtuale, che ininterrottamente tramite i media nel susseguirsi dei giorni è penetrato in quelli che una volta erano spazi privati, esclusivi, intimi. Privato e pubblico, ambiti storicamente separati, prima con i media e ora con l’era digitale, si sono totalmente sovrapposti e compenetrati.

In maniera analoga alla figura di Apollo che, nel frontone occidentale del Tempio di Zeus ad Olimpia, governa e placa la contesa tra Centauri e Lapiti, l’architetto, oggi, è chiamato con urgenza, a regolare e a ridefinire questo indistinto e caotico magma tra spazi fisici e spazi virtuali.

L’architettura, allo stato attuale, come sembra, sta perdendo la sua peculiarità di traduzione esclusiva dello spazio, tende, sempre più ad assumere un valore di fondale scenografico di ambientazione dello spazio virtuale.

Di conseguenza nasce l’opportunità di rifondare uno spazio intimo, esclusivamente fisico, lontano da tutto il clamore. Uno spazio potenzialmente inaccessibile, come al corpo così a ogni dispositivo tecnologico. Uno spazio con due varchi: uno per la contemplazione e uno per essere penetrato dalla luce del sole. Un estremo rifugio della nostra anima.

Testo: Giorgios Papaevanghelius

Immagine: Giorgios Papaevanghelius, Un estremo rifugio