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Uno scampolo di Paradiso

9 febbraio 2010

Recentemente ho avuto la fortuna di vedere un documentario di Gabriele Vacis “Uno scampolo di paradiso” (2008) dedicato a Settimo Torinese, la città in cui vive alla periferia di Torino. Il documentario è decisamente bello! amaro, divertente, profondo, a tratti anche commovente, infine molto positivo nel giudizio finale che il regista ci restituisce della sua periferia. Il filo conduttore è, ovviamente, la periferia, tema scandito da una domanda che il regista si fa porre sistematicamente dai suoi amici: “Perché ti ostini a vivere in un posto come questo?”

Questa città, quasi 50.000 abitanti alla periferia di Torino, è stata edificata quasi interamente dai geometri. Il regista intervista uno dei suoi principali artefici, il geom. Vacca, capostipite di una dinastia di costruttori che hanno fatto materialmente Settimo.

Senza essere pretenziosa l’intervista coglie bene il clima degli anni del boom economico in cui la città è cresciuta assorbendo l’impatto dell’immigrazione che veniva dal sud, ma anche dal nord est. Erano sicuramente anni in cui bisognava badare al sodo; servivano case dove vivere e nessuno chiedeva che fossero anche belle.

Si tiravano su interi quartieri, fatti di case semplici, squadrate, economiche, dove la gente viveva poco perché impegnata nei doppi e tripli turni di lavoro.

È ancora dell’altro ieri l’immagine di Torino città industriale triste e dedita unicamente al lavoro, la fabbrica, poco tempo libero, poco tempo per viverla veramente, la città…..

Ogni giorno arrivavano nuovi inquilini, nuovi abitanti, la vita era difficile e pericolosa.

Dall’intervista traspare l’orgoglio del costruttore, di chi sa di avere dato un contributo alla città in cui vive e di averlo fatto con soddisfazione; ma quando il regista pone la domanda:

“sono belle queste case?”

Le certezze vacillano un po’; il geometra, un po’ a malincuore e senza dirlo apertamente, lascia trasparire che: decisamente no! le sue case non potevano dirsi belle….. Solide, funzionali si! e a lui tanto basta.

Giudizio esteso a tutta la città.

Ancora peggio quando l’intervista si sofferma sulle cause di tale bruttezza.

Domanda: “di chi è la colpa?”

Risposta: “ma degli architetti! Naturalmente.”

Ammetto di essere sobbalzato….. poi mi sono tranquillizzato perché lo stesso sobbalzo deve averlo avuto anche il regista, e in fondo era evidente la contraddizione che il documentario riesce correttamente a mettere in luce.

Il documentario poi allarga il campo e affronta vari temi, di carattere più sociale che fanno capire come negli anni la vita sia decisamente migliorata, sia dal punto di vista economico che sociale. Si pedonalizzano le vie centrali, si fanno nuovi parchi, si costruiscono depuratori, aumenta la vita culturale e la gente vive più volentieri la città, la percorre si incontra si mescola e si integra.

Alla fine il semplice confronto con le periferie europee: quella inglese anonima e decontestualizzata e quella francese delle violenze e delle rivolte urbane, lascia intendere che in fondo la periferia italiana non ha nulla da invidiare alle altre: forse la signora Tatcher avrebbe avuto molto da imparare visitando Settimo Torinese, “Uno scampolo di paradiso”.

Insomma una città decisamente brutta, eppure, per chi la abita, una città vivibile, aperta, integrata, ma soprattutto vissuta, con orgoglio, dai propri cittadini.

Credo che il documentario inviti a riflettere noi architetti sul significato di qualità urbana e sulla reale capacità dell’architettura di incidere sul benessere e sulla qualità della vita di chi la abita.

Settimo rimane una città con profondi problemi sociali, ma possiamo sostenere che la risoluzione di questi problemi o il loro permanere siano così fortemente determinati dalla bellezza o dalla bruttezza delle sue architetture?

Possiamo inoltre con certezza affermare che una realtà costruita oggettivamente più bella, un’architettura “di qualità” intesa nel senso comune dell’architetto (non del geometra), sia alla base del miglioramento della qualità della vita?

Possiamo in altre parole affermare con certezza che l’architettura abbia la forza di determinare il bene e il male della città, di incidere sul destino dei suoi abitanti?

Non è forse vero il contrario, che sono invece le società civili che esprimono nel tempo le loro manifestazioni culturali, comprese le loro architetture; società civili che, consapevoli o no, esprimono se stesse nel paesaggio urbano da loro costruito che le rappresenta, sia in forma pubblica che privata.

La città non esisterebbe senza le persone che la abitano e la usano, e l’architettura non esisterebbe se non vi fosse una cittadinanza a cui dare risposte in termini di funzioni e spazi per l’agire sociale.

Noi lottiamo e affermiamo la forza e la validità dell’Architettura Contemporanea, laddove per Architettura intendiamo un insieme di oggetti e di trasformazioni spaziali progettati, dimensionati e realizzati rispondendo a esigenze che trascendono la semplice funzionalità ingegneristica dell’opera; nell’aggettivo Contemporanea però esprimiamo un atteggiamento mentale di attenzione ai problemi dell’oggi, stilisticamente rappresentati e contestualizzati nel presente.

Ma la domanda provocatoria è a questo punto se non sia stato il nostro geom Vacca il più contemporaneo di tutti!

Se la sua opera non sia stata inconsapevolmente la più rappresentativa della gente che ha vissuto la città da lui costruita.

La sfida che noi architetti dovremmo realmente imparare a cogliere è proprio questa.

La sfida della partecipazione sociale, intesa come ascolto delle richieste che vengono dal mondo esterno; mettendo da parte le snobistiche assunzioni che ci portano spesso a dare per scontato cosa sia il meglio per la società in cui pretendiamo di operare; a cui pretendiamo di imporre il nostro stile, moderno antico o razionale che sia, ma pur sempre imposto dall’alto.

Noi ci muoviamo con la convinzione che i nostro ruolo sia prevalentemente didattico; noi vogliamo insegnare al mondo cosa è giusto e cosa è bene per lui; ci scordiamo sempre che prima di insegnare le cose vanno studiate; ci scordiamo l’analisi, troppo spesso condotta da noi sulle cose gli oggetti costruiti, dimenticandoci sempre le persone; dimenticandoci l’agire umano.

È qui cari colleghi che gli architetti si giocheranno la vera sfida, laddove esiste una consistente parte della società che continuerà a rivolgersi ai geometri, sarà perché loro appariranno sempre in grado di fornire risposte a quello che viene loro richiesto; e non basterà una denuncia sociale a cambiare dall’oggi al domani una prassi comune così radicata; non basterà da sola una legge imposta dall’alto se non sapremo fare quel cambio di mentalità necessario ad insegnarci a recepire la realtà che ci circonda, prima di rappresentarla.

www.scampolodiparadiso.com

Abbiamo turbato la concorrenza, poveri geometri !!

La recente sentenza della Cassazione n. 19292/2009 ha ribadito, come se non bastassero le precedenti sentenze, che : “ai geometri è solo consentito, ai sensi della norma contenuta nel R.D. n. 274 del 1929, art. 16 lett. m., la progettazione, direzione e vigilanza di modeste costruzioni civili, con esclusione in ogni caso di opere prevedenti l’impiego di strutture in cemento armato a meno che non si tratti di piccoli manufatti accessori, nell’ambito di fabbricati agricoli o destinati alle industri agricole, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per l’incolumità pubblica“.

L’articolo 16 del Regio Decreto del 1929 è talmente chiaro che  non dovrebbe dare adito a dubbi in merito alle competenze dei Geometri, ma l’Italia è un paese “strano”, le leggi si interpretano a proprio comodo e il gran numero di norme esistenti contribuisce a confondere le idee. Per essere chiari il R.D. del 1929 è attualmente ancora in vigore ed è l’unica norma che regolamenta le competenze dei Geometri, nel 2003 hanno provato a presentare una legge, (vedi link), che avrebbe dovuto modificare l’art. 16 in diversi punti, tra cui: la soppressione della parola “modeste“; della frase “di piccoli manufatti accessori, nell’ambito di fabbricati agricoli o destinati alle industri agricole, che non richiedano particolari operazioni di calcolo e che per la loro destinazione non comportino pericolo per l’incolumità pubblicae di altri commi, ma la legge non è passata e il fatto stesso che l’abbiano presentata, dimostra che l’operato dei geometri non corrispondeva, (e non corrisponde tuttora),  a quanto stabilito dal R.D. Per approfondimenti vi consiglio l’articolo di Enrico Milone, (vedi link).

La confusione è stata alimentata da due norme:

la prima è la n.144 del 2 marzo 1949, che, nel recare le tariffe professionali dei geometri, descrive, all’art. 57 le diverse categorie di opere per le quali i detti tecnici hanno il diritto di percepire i relativi onorari: ebbene, con particolare riguardo alla realizzazione di costruzioni civili con struttura in cemento armato, la norma citata non sembrerebbe escludere tout court la competenza del geometra, ma solamente per quanto attiene alla progettazione e direzione di costruzioni antisismiche;

la seconda è la legge n.1086 del 5 novembre 1971, in materia di cemento armato, l’art. 2, nel ridisciplinare la progettazione e direzione lavori delle opere in cemento armato, richiama non solo i tecnici laureati, ma fa espresso riferimento anche alle figure professionali dei geometri e dei periti edili.

Le due norme sono chiaramente un esempio di come spesso in Italia “la si butti in caciara”, non si riesce a fare una legge che dica che i geometri possano progettare,  allora si inserisce qualche articolo in varie norme dove si attribuiscono al geometra competenze che non ha e il gioco è fatto. Dobbiamo aspettare una sentenza della Cassazione , (negli ultimi anni si sono espressi diverse volte: sentenza n .8545/2005, 6649/2005, 3021/2005, 19821/2004, 5961/2004, 15327/2000, 5873/2000, 2861/1997, 239/1997, 9044/1992, 1182/1986, 4562/1979, 3622/1979, 1570/1972, 2698/1969), per riaprire il dibattito ed è quello che è avvenuto con l’ultima sentenza del 07 settembre 2009.

Dopo tale sentenza si sono subito mossi gli ingegneri, il CNI in data 04 novembre 2009 ha emanato una circolare, (vedi link ), in cui si ribadisce la competenza in materia di progettazione di opere in cemento armato esclusivamente agli ingegneri e architetti allegando alla circolare un’ipotesi di lettera da inviare a tutte le amministrazioni, da parte di tutti gli Ordini provinciali, che si conclude così: “Si invita, pertanto, codesta Amministrazione ad operare nel rispetto dei principi sopra enucleati, notiziandovi fin d’ora che in difetto questo Ordine provinciale si vedrà costretto ad esperire, presso le sedi deputate, tutte le azioni necessarie a tutela dei valori della professione di ingegnere nonché dei diritti ed aspettative dei professionisti rappresentati“.

In data 17 dicembre 2009 si muove anche il nostro Consiglio Nazionale degli Architetti, ed è già una notizia, visto che non mi sembra di ricordare che abbia mai fatto qualcosa per contrastare l’abusivismo della professione da parte dei geometri. Viene emanata una circolare, (vedi link), ai Consigli degli Ordini provinciali, in realtà è una copia della circolare degli ingegneri con qualche frase cambiata, (non siamo capaci neanche di scriverci una circolare da soli), peccato che l’unica cosa che dovevano copiare, (e non l’hanno fatto), era la frase finale: “Alla luce di quanto sopra esposto, è dovere istituzionale dell’Ordine informare i propri iscritti ed attuare ogni forma di verifica e controllo, anche sotto il profilo disciplinare, per sanzionare le pratiche illegittimamente poste in essere in spregio ai principi di cui sopra nonché richiamare le pubbliche amministrazioni, (si veda ipotesi di lettera allegata), al rispetto della norma così come dettagliatamente esplicitata dalla sentenza della Suprema Corte“.

Il nostro Consiglio Nazionale, contrariamente, termina la circolare nel modo seguente: “Nell’invitare gli Ordini in indirizzo a voler dare ampia pubblicizzazione presso gli iscritti del contenuto della presente circolare, si coglie l’occasione per porgere i migliori saluti“.

Mi rivolgo al Presidente del CNA Architetto Massimo Gallione, secondo lei è compito degli iscritti dover perseguire l’esercizio abusivo della professione di architetto o dei Consigli degli Ordini provinciali ?   ha mai letto l’art. 37  comma 3 del RD 2537/1925 ? : Il Consiglio dell’Ordine, oltre alle funzioni attribuitegli dal presente regolamento o da altre disposizioni legislative o regolamentari: 3) Cura che siano repressi l’uso abusivo del titolo di ingegnere e di architetto e l’esercizio abusivo della professione, presentando, ove occorra, denuncia all’autorità giudiziaria

Invitiamo pertanto tutti gli Ordini provinciali ad attivarsi a far rispettare presso tutte le Amministrazioni competenti il rispetto delle normative vigenti.

Non è finita qui, il 19 Novembre 2009 il Consiglio Nazionale dei Geometri, dopo la circolare del CNI e dopo che si erano mossi alcuni ordini provinciali , tra cui Teramo e Matera, (inutile ripeter che il nostro CNA si è mosso come al solito in ritardo, ma è già tanto che si è mosso), ha diramato una circolare, (vedi link), in cui dicono sostanzialmente che la sentenza della Suprema Corte prende fischi per fiaschi e che è ormai prassi consolidata che loro possono fare  quello che vogliono, anzi addirittura minacciano dicendo:” Nelle aree nelle quali l’ingerenza di altre categorie dovesse rivelarsi particolarmente pressante, potrà intervenire direttamente il Consiglio Nazionale, come già avvenuto per gli ingegneri, architetti, Comuni ed altre pubbliche amministrazioni della provincia di Teramo“.

E’ il colmo che i geometri, che per decenni hanno operato nel più totale spregio delle leggi,  si ribellino perché una sentenza gli ricorda che invece le leggi vanno rispettate, e noi architetti, che per decenni non abbiamo fatto niente per condannare l’esercizio abusivo della professione di architetto, ci facciamo dare addosso come se nulla fosse e, come se non bastasse, il Consiglio Nazionale dei Geometri si è rivolto all’Antitrust, (vedi link), accusandoci di turbativa alla concorrenza finalizzata alla difesa di interessi sfacciatamente corporativi, è come se gli infermieri accusassero i medici di impedirgli di fare il loro lavoro di medico ! Siamo al paradosso.

Noi di amate l’architettura non vogliamo arrivare allo scontro tra categorie professionali, ma crediamo sia arrivato il momento giusto per sedersi attorno a un tavolo e ridefinire le competenze di professionisti che hanno una formazione completamente diversa gli uni dagli altri e il buon senso porterebbe a pensare che possano svolgere incarichi differenti ma complementari tra loro, non dimenticando che le norme che attualmente regolano le competenze professionali hanno più di 80 anni e non hanno più senso di esistere in una società completamente diversa da quella del 1925.

E’ in questa direzione che ci muoveremo inviando una lettera aperta ai Presidenti del Consiglio Nazionale degli Architetti, Consiglio Nazionale degli Ingegneri, Collegio Nazionale dei Geometri e per conoscenza a tutti gli Ordini provinciali.

p.s.  perché i nostri rappresentanti degli Ordini degli architetti ci ripetono continuamente che l’ordine non è un sindacato e non può fare la difesa della categoria, quando in tutti i siti dei Collegi dei geometri e degli Ordini degli ingegneri non si parla altro, in questa occasione,  che di tutela degli interessi della categoria da parte dei rispettivi organismi di rappresentanza nazionale ?   siamo forse diversi ?