Recentemente ho avuto la fortuna di vedere un documentario di Gabriele Vacis “Uno scampolo di paradiso” (2008) dedicato a Settimo Torinese, la città in cui vive alla periferia di Torino. Il documentario è decisamente bello! amaro, divertente, profondo, a tratti anche commovente, infine molto positivo nel giudizio finale che il regista ci restituisce della sua periferia. Il filo conduttore è, ovviamente, la periferia, tema scandito da una domanda che il regista si fa porre sistematicamente dai suoi amici: “Perché ti ostini a vivere in un posto come questo?”
Questa città, quasi 50.000 abitanti alla periferia di Torino, è stata edificata quasi interamente dai geometri. Il regista intervista uno dei suoi principali artefici, il geom. Vacca, capostipite di una dinastia di costruttori che hanno fatto materialmente Settimo.
Senza essere pretenziosa l’intervista coglie bene il clima degli anni del boom economico in cui la città è cresciuta assorbendo l’impatto dell’immigrazione che veniva dal sud, ma anche dal nord est. Erano sicuramente anni in cui bisognava badare al sodo; servivano case dove vivere e nessuno chiedeva che fossero anche belle.
Si tiravano su interi quartieri, fatti di case semplici, squadrate, economiche, dove la gente viveva poco perché impegnata nei doppi e tripli turni di lavoro.
È ancora dell’altro ieri l’immagine di Torino città industriale triste e dedita unicamente al lavoro, la fabbrica, poco tempo libero, poco tempo per viverla veramente, la città…..
Ogni giorno arrivavano nuovi inquilini, nuovi abitanti, la vita era difficile e pericolosa.
Dall’intervista traspare l’orgoglio del costruttore, di chi sa di avere dato un contributo alla città in cui vive e di averlo fatto con soddisfazione; ma quando il regista pone la domanda:
“sono belle queste case?”
Le certezze vacillano un po’; il geometra, un po’ a malincuore e senza dirlo apertamente, lascia trasparire che: decisamente no! le sue case non potevano dirsi belle….. Solide, funzionali si! e a lui tanto basta.
Giudizio esteso a tutta la città.
Ancora peggio quando l’intervista si sofferma sulle cause di tale bruttezza.
Domanda: “di chi è la colpa?”
Risposta: “ma degli architetti! Naturalmente.”
Ammetto di essere sobbalzato….. poi mi sono tranquillizzato perché lo stesso sobbalzo deve averlo avuto anche il regista, e in fondo era evidente la contraddizione che il documentario riesce correttamente a mettere in luce.
Il documentario poi allarga il campo e affronta vari temi, di carattere più sociale che fanno capire come negli anni la vita sia decisamente migliorata, sia dal punto di vista economico che sociale. Si pedonalizzano le vie centrali, si fanno nuovi parchi, si costruiscono depuratori, aumenta la vita culturale e la gente vive più volentieri la città, la percorre si incontra si mescola e si integra.
Alla fine il semplice confronto con le periferie europee: quella inglese anonima e decontestualizzata e quella francese delle violenze e delle rivolte urbane, lascia intendere che in fondo la periferia italiana non ha nulla da invidiare alle altre: forse la signora Tatcher avrebbe avuto molto da imparare visitando Settimo Torinese, “Uno scampolo di paradiso”.
Insomma una città decisamente brutta, eppure, per chi la abita, una città vivibile, aperta, integrata, ma soprattutto vissuta, con orgoglio, dai propri cittadini.
Credo che il documentario inviti a riflettere noi architetti sul significato di qualità urbana e sulla reale capacità dell’architettura di incidere sul benessere e sulla qualità della vita di chi la abita.
Settimo rimane una città con profondi problemi sociali, ma possiamo sostenere che la risoluzione di questi problemi o il loro permanere siano così fortemente determinati dalla bellezza o dalla bruttezza delle sue architetture?
Possiamo inoltre con certezza affermare che una realtà costruita oggettivamente più bella, un’architettura “di qualità” intesa nel senso comune dell’architetto (non del geometra), sia alla base del miglioramento della qualità della vita?
Possiamo in altre parole affermare con certezza che l’architettura abbia la forza di determinare il bene e il male della città, di incidere sul destino dei suoi abitanti?
Non è forse vero il contrario, che sono invece le società civili che esprimono nel tempo le loro manifestazioni culturali, comprese le loro architetture; società civili che, consapevoli o no, esprimono se stesse nel paesaggio urbano da loro costruito che le rappresenta, sia in forma pubblica che privata.
La città non esisterebbe senza le persone che la abitano e la usano, e l’architettura non esisterebbe se non vi fosse una cittadinanza a cui dare risposte in termini di funzioni e spazi per l’agire sociale.
Noi lottiamo e affermiamo la forza e la validità dell’Architettura Contemporanea, laddove per Architettura intendiamo un insieme di oggetti e di trasformazioni spaziali progettati, dimensionati e realizzati rispondendo a esigenze che trascendono la semplice funzionalità ingegneristica dell’opera; nell’aggettivo Contemporanea però esprimiamo un atteggiamento mentale di attenzione ai problemi dell’oggi, stilisticamente rappresentati e contestualizzati nel presente.
Ma la domanda provocatoria è a questo punto se non sia stato il nostro geom Vacca il più contemporaneo di tutti!
Se la sua opera non sia stata inconsapevolmente la più rappresentativa della gente che ha vissuto la città da lui costruita.
La sfida che noi architetti dovremmo realmente imparare a cogliere è proprio questa.
La sfida della partecipazione sociale, intesa come ascolto delle richieste che vengono dal mondo esterno; mettendo da parte le snobistiche assunzioni che ci portano spesso a dare per scontato cosa sia il meglio per la società in cui pretendiamo di operare; a cui pretendiamo di imporre il nostro stile, moderno antico o razionale che sia, ma pur sempre imposto dall’alto.
Noi ci muoviamo con la convinzione che i nostro ruolo sia prevalentemente didattico; noi vogliamo insegnare al mondo cosa è giusto e cosa è bene per lui; ci scordiamo sempre che prima di insegnare le cose vanno studiate; ci scordiamo l’analisi, troppo spesso condotta da noi sulle cose gli oggetti costruiti, dimenticandoci sempre le persone; dimenticandoci l’agire umano.
È qui cari colleghi che gli architetti si giocheranno la vera sfida, laddove esiste una consistente parte della società che continuerà a rivolgersi ai geometri, sarà perché loro appariranno sempre in grado di fornire risposte a quello che viene loro richiesto; e non basterà una denuncia sociale a cambiare dall’oggi al domani una prassi comune così radicata; non basterà da sola una legge imposta dall’alto se non sapremo fare quel cambio di mentalità necessario ad insegnarci a recepire la realtà che ci circonda, prima di rappresentarla.

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