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Coronavirus. Flashmob come un graffito

Negli anni 70 nasceva nei sobborghi di New York la forma d’arte del Graffitismo, che tutt’oggi viene ancora messa in discussione. L’affluenza dell’emigrazione all’interno delle periferie newyorkesi era tale che il governo risultò incapace di gestirla. La mancanza di un’istituzione che tutelasse questa parte di popolazione non fece altro che alimentare uno stato di disorientamento che ben presto si trasformò in violenza e criminalità.

L’assenza di un modello che avrebbe dovuto garantire ordine e sicurezza fece sfociare in alcuni individui la necessità di doversi autoaffermare nella propria esistenza. Partendo da questo stato di disagio e degrado si svilupparono per contrasto diverse forme di creatività. Questa è la premessa da cui nascerà il graffitismo e il writing. La creatività fa parte dell’essere umano, ed esprime anche esigenze sociali. In questo caso si tratta di un fenomeno di massa giovanile. Sia nelle piccole società che in quelle “evolute” e grandi, i giovani hanno avuto, e tuttora, necessità di inserirsi, di avere un ruolo, di riconoscersi in un’identità.

Nelle società odierne il processo di inserimento è molto più difficile, e l’emarginazione (ovvero la conseguenza del fallimento di questo processo) è triste e dilagante, ed è quanto mai una piaga da combattere, responsabile dell’infelicità che segna l’esistenza dell’ultimo scorcio di secolo. La positività dell’essere umano comunque emerge attraverso la creatività. E dunque anche senza essere edotti nell’arte e nel disegno, molti giovani sono andati a caccia della propria identità, cercando di imporre la propria icona visiva nella città.

Il bisogno dell’individuo di autoaffermarsi all’interno della società e di  manifestare a tutti la propria esistenza nasce specialmente in situazioni storiche di disagio, in cui l’identità delle persone tende a perdersi e a disorientarsi.

Il virus Covid-19 ha messo a dura prova proprio questo senso di identità e appartenenza a dei luoghi a noi cari o spazi che siamo abituati a vivere quotidianamente. Ci ha disorientati. Ci ha costretto a crearci delle nuove abitudini. La socialità, anche il banale dover uscire fuori di casa per andare a lavoro o a scuola, ci è stata totalmente negata. Per cause di forze maggiori e per uno stato di emergenza nazionale il nostro dovere per il bene di tutti è quello semplicemente di dover rimanere chiusi nelle nostre abitazioni. Annullando ogni tipologia di relazione affettiva reale con l’esterno ci ha fatto crescere una forte necessità nel condividere una situazione di sconforto che è comune a tutti. Ogni persona in questo momento, nessuna esclusa, si sta ritrovando ad affrontare la medesima condizione. La solitudine e il dover rimanere a casa ha fatto crescere nelle persone il bisogno di dover autoaffermarsi nella propria individualità, il bisogno di uscire fuori dai balconi per gridare metaforicamente ad alta voce “Io esisto”.

Analogamente al fenomeno del Writing in cui in giro per la città si leggono delle “tag” incomprensibili di pseudonimi di persone che paradossalmente hanno scelto di agire nell’anonimato per affermare la propria esistenza, così anche è stato con i vari flashmob che si sono verificati alle ore 18 durante la prima settimana di quarantena.

La gente si affacciava dalle proprie finestre per cantare, suonare, sbattere pentole e attrezzi vari, per fare rumore e per dire che “loro c’erano” e che nel loro piccolo stavano partecipando a quel dolce trambusto. Per quattro giorni alle ore 18 iniziava questo emozionante concerto, in cui le voci e i suoni si confondevano per le vie desolate della città. Ognuno partecipava a suo modo e i vari rumori diventavano un tutt’uno con l’ambiente; difficile era distinguere chi cantava, chi fischiava e chi sbatteva le padelle. Chiunque poteva essere chiunque, ma chiunque era essenziale nella resa di questo grande concerto “street” fatto dalla propria casa. Il secondo giorno udii addirittura una signora con una voce da tenore che ha dilettato tutto il vicinato cantando il repertorio della musica italiana anni 80. Tale voce melodiosa è rimasta nell’anonimato, tale voce è rimasta tale, senza un volto, ma comunque è stata di un’immensa potenza che ha lasciato lo stesso un segno.

L’essere umano ancora una volta ha dimostrato come in una situazione di tristezza e di allerta generale, si possa tirare fuori il meglio attraverso la creatività. Più che un flashmob si potrebbe definire una via di mezzo tra un happening e una performance sociale che ha catturato l’attenzione e la partecipazione a livello nazionale. Il pubblico era al contempo sia spettatore che protagonista di quest’opera. Anche chi solo è uscito fuori per mera curiosità a vedere cosa stesse succedendo si può ritenere un utente partecipante a questo fenomeno. Bene o male tutti eravamo lì alla medesima ora, vicini ma lontani. Ognuno nella sua piccola sfera casalinga è stato testimone di una condivisione gioiosa di un dolore diffuso.

Come quando prendo la metro e mi sorge sempre quella curiosità incontrollabile che mi fa chiedere “Chi c’è dietro questi graffiti e queste tag? Chi sono queste persone che sfidano la soglia della legalità per realizzare una semplice scritta solo per il piacere di autoaffermarsi pubblicamente agli occhi di tutti? Che storie hanno alle spalle questi writer? Ma soprattutto che volto hanno?”. Domande analoghe mi sono sorte durante i flashmob: “Chissà se è la signora del nono piano ad usare il fischietto? Dietro al tenore si nasconde una bella donna? Chi sta cantando l’Inno d’Italia è giovane o vecchio?”. Sotto questo velo di mistero mi sento di potermi ritenere fortunata perché sono riuscita a trovare, in modo del tutto casuale, la chiave per risolvere i miei dubbi.

Per cause di forza maggiore lo scendere in piazza per incontrarsi con gli amici ci è stato negato, motivo per cui le agorà virtuali in questo momento storico si sono rivelate un potente mezzo di comunicazione e relazione. È stato proprio al termine di questi quattro giorni di enfasi in cui la mia coinquilina tutta esaltata mi ha urlato che eravamo state fotografate.

Angela Visconti, studentessa del corso di Fotografia e video presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, un giorno ha deciso di sfidare le regole per dare sfogo alla sua arte. Attraverso i suoi scatti è riuscita a documentare un fatto storico unico ed irripetibile. Grazie al suo coraggio è riuscita ad entrare con il suo obbiettivo attraverso le nostre case, catturando quell’attimo di allegria che ci ha accomunato durante quei giorni. Angela è riuscita attraverso l’arte a testimoniare come in una situazione così difficile la gioia di vivere non è comunque mancata. Ha dimostrato come ognuno di noi ha cercato di creare una rete di felicità grazie alla liberazione della voce e dei suoni.

Le foto di Angela Visconti hanno dato un volto all’anonimato, hanno conferito a tutto il vicinato della zona Prati di Roma quella necessità di manifestarsi in quanto individuo vivente.

Rivedere me e la mia migliore amica sul nostro balcone intente ad appendere la bandiera dell’Italia è stata un’emozione fortissima. In quel momento ho realizzato di essere stata un tassello importante per realizzare questo flashmob. Ognuno di noi è stato essenziale per rendere vero questo fenomeno, ognuno di noi è stato necessario per creare questa voce comune che urla “Insieme ce la faremo e solo attraverso le risate riusciremo a superare tutto”.

Credits

La foto iniziale è fa parte del progetto fotografico Subway Art by Martha Cooper and Henry Chalfant ed è stata tratta da questo link.

Tutte le altre foto sono di Angela Visconti.

per riferimenti bibliografici sul graffitismo si rimanda al testo di Ada Lombardi “Arte Contemporanea, Oriente/Occidente – dal 1945 ad oggi”