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Della casa-albero, dell’architettura disegnata e di altre speculazioni care agli architetti

Con la bella stagione mi sono recato a Fregene, località balneare vicino Roma, e un pomeriggio ho portato mia figlia e sua cugina a vedere la casa- albero di (dei) Perugini, per vedere la loro reazione (qui le foto).

Questo evento mi ha dato modo di riflettere un poco sull’eredità che ci ha lasciato l’architettura di quegli anni, di cui questo edificio è un esempio significativo.

Va premesso che l’ideazione della casa è comune all’interno della famiglia Perugini. La casa è stata ideata non solo da Giuseppe (1) ma anche dal figlio Raynaldo e dalla madre, Uga de Plaisant. Come ha dichiarato il figlio, la casa:”era un po’ il giocattolo di famiglia, nel momento della realizzazione ognuno di noi proponeva delle soluzioni e nascevano discussioni… era una sorta di grande laboratorio”.

Questa dichiarazione mi ha aiutato a mettere nella giusta ottica un edificio che vuole essere un manifesto dell’anticonvenzionalità nella progettazione della residenza.

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Più ancora, la villa sembra essere un esame di progettazione architettonica tenuto da un professore che chiede ai suoi studenti una ricerca spinta alle estreme conseguenze: la contrapposizione tra leggerezza, suggerita dai volumi appesi alla struttura posta interamente all’esterno, e massività espressa dal calcestruzzo a facciavista; l’immagine di rifugio richiamata dal distacco dalla terra (la casa albero appunto) sottolineata dal corpo (estraneo) della scala, sollevabile dal terreno, per isolare l’abitazione dal mondo; i giochi di pieni e vuoti , spesso basati su moduli cubici, sugli angoli dei volumi reso in parte con gli infissi in vetro e acciaio ed in parte con arretramenti ciechi (cioè di parti di vuoto “scavate” tra i tamponamenti in calcestruzzo); la ripetizione ossessiva del modulo quadrato, espressa anche nei pannelli prefabbricati dei tamponamenti nonché nei solai, sono le manifestazioni più visibili di una ricerca ossessiva sul linguaggio che scivola nell’esercizio di stile. Sono evidenti le suggestioni delle architetture futuribili degli anni ’60, qui espresse nei gusci funzionali sferoidali, attaccate al corpo principale come dei plug-in secondo la lezione degli Archigram.

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Perugini con la sua casa, diviene un emblema dell’ambiente culturale architettonico dell’epoca, in particolare quello romano: l’utopia, il rinnovo della società attraverso l’architettura, scivola nell’esercizio di stile, nella riflessione colta dell’abitare.

È forse il progressivo distacco dalla società degli architetti (più precisamente delle Università) di quegli anni,dovuta anche ad una trasfigurazione ideologica della cultura urbana. In questo senso è significativo l’articolo autocritico di Quaroni sulla “scomposta ribellione neorealista”(2).

Negli anni ’60, alla crisi dell’esperienza del moderno, si “inaugura, anche in Italia, un nuovo approccio alla progettazione architettonica che, a partire dall’esigenza di riflettere sui suoi contenuti espressivi e conoscitivi, tende a rivalutare, fuori da facili retoriche, il processo formalizzante e a ribadire il valore autonomo del progetto architettonico in analogia con le arti figurative”(3).

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Nasce, dunque, in quegli anni una sperimentazione formale ossessiva, talvolta legata alla monumentalità dei lasciti storici italiani o a tarde (rispetto al dibattito architettonico internazionale), rielaborazioni dei temi portanti del moderno.

La crisi edilizia successiva al ’68, la progressiva burocratizzazione del processo autorizzativo dell’edilizia, l’esplosione (successiva alla Legge-Ponte del 1967) dell’abusivismo, portano ad avvicinare l’immaginario architettonico comune alla costruzione spontanea in contrapposizione alle speculazioni narcisistiche (perché per lo più solo disegnate) delle facoltà di Architettura.

Un problema tutto italiano, questo, che la Triennale di Architettura del 1973, tenta di internazionalizzare, a proposito del quale Francesco Moschini scrive ancora: “I materiali esposti in quella Triennale, per la maggior parte costituiti da progetti e da pochissime cose realizzate, alludevano ad una dimensione teorica del progetto, anzi si rileggeva in loro una formazione che era il sintomo di una necessità di rispondere all’eclissi del progetto”.
Tutto ciò aveva “provincializzato”, per gli anni a venire, la cultura architettonica italiana.

Philip Johnson, a titolo di esempio, videointervistato da Ciro Giorgini nel 1993 (4), cita BBPR, Figini e Pollini, Michelucci e, unica eccezione tra i contemporanei, Renzo Piano.

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La casa-albero non ha le responsabilità di altri edifici ben più noti della stessa epoca, è un gioco fatto tra cultori dell’architettura per loro stessi ed è più che lecito che sia così. È comunque un esempio emblematico che ci riporta al problema della conservazione degli edifici di quegli anni, perché sono bastati appena tre decenni a ridurla ad un rudere e perché, nonostante alcune proposte nell’ambito comunale (la trasformazione in museo), nessuno ha la capacità di reperire i fondi necessari (che ad occhio non sono pochi), ma forse di reperire anche un’idea forte, per recuperare questa struttura.

Io sostengo l’idea nata dall’immaginazione delle due bambine, dopo un primo sbigottimento alla vista della casa-albero: una bella ludoteca.

Riferimenti iconografici:

gli stralci dei disegni della villa sono stati presi dal sito ArchiDiAP:
http://www.archidiap.com/works/casa-sperimentale/

le foto nell’articolo e su Flickr sono dell’autore dell’articolo.

Scheda biografica:

Giuseppe Perugini, 1914-1995, ordinario di Composizione Architettonica alla Facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza di Roma, ha svolto una intensa attività didattica e di ricerca caratterizzata da un rigore formale e dimensionale di natura classica unito ad una matrice razionalista.

Bibliografia minima:

Il paese dei Barocchi – Casabella-Continuità 215 (1945), rieditato in Casabella 539, 1987

Francesco Moschini – Anni Settanta, viaggio corpo conflitto, corteo, performance… – Skira 2007

Architetti del ‘900 – P.Johnson, “….l’Architettura dell’incertezza” – Regione Lazio, Assessorato alla Cultura; RAI Radiotelevisione Italiana, 1993

God bless the child

Per esercitare in Italia il mestiere di architetto senza avere alle spalle uno o più politici “di riferimento” (con possibilità di ricambio) e senza appartenere ad un ambiente di livello economico tale da garantirti almeno una clientela privata è necessaria incoscienza totale e, se non sei ricco di famiglia, una tenace vocazione all’ascetismo per accettare il fallimento professionale, l’umiliazione quotidiana, la disoccupazione e la povertà senza colpi di testa. Mi sorprende sempre, però, devo ammetterlo, la capacità degli architetti italiani nel far finta di illudersi circa le possibilità effettive che avrebbe l’architettura nella penisola. Verrebbe da pensare che o noi architetti siamo vittime di cretinismo pantagruelico, oppure, senza meno, siamo eroi superumani e Pietro Micca ci fa un baffo. Probabilmente siamo ambedue le cose, perché non è detto che il cretinismo e l’eroismo si escludano a vicenda (diciamo che stanno su piani differenti e possono sovrapporsi…). Ma c’è dell’altro: c’è una buona dose d’egocentrismo che fa persuasi molti di essere talmente bravi da potercela fare.
E’ risaputo che la parola “Architetto” (e per la parola “Artista” è lo stesso…) designa, a partire dal Rinascimento, l’elemento affetto da un’escrescenza tumorale dell’ego che oggi, allo stato terminale, ha assunto proporzioni ripugnanti. Il che, se non è proprio cretinismo, non esula però dalla dabbenaggine, giacché deriva dall’illusione perniciosa che, per l’architettura, valga ciò che spesso (se non proprio sempre) vale per le altre professioni. In effetti, se sei un bravo medico e lo dimostri, la gente prima o poi verrà a farsi curare da te e tu avrai ottime probabilità di diventare ricco e famoso. Lo stesso se sei un avvocato in gamba. E se sei un bravo falegname, un idraulico coi fiocchi, un cuoco o un massaggiatore sopraffino. La tragedia dell’architettura consiste invece in questo: che non solo il fatto che sei bravo non ti porterà né soldi né incarichi, ma che è vero esattamente il contrario. La bravura di un architetto, in brevi parole, è inversamente proporzionale alle sua effettive, concrete e reali possibilità di successo.
Non è pessimismo, è matematica.
Il bello è che tutti si danza la giga della raffinatezza intellettuale, si parla delle nubi e dei colori del tramonto e si fa finta di non vedere questa iridescente, fosforescente, elefantiaca, inespugnabile e rozza verità: che i migliori sono, da anni, professionalmente falliti e, stando così le cose, continueranno immancabilmente a fallire. Pratichiamo invece il sorriso, la pacca sulla spalla e l’augurio eterno del cialtrone: vinca il migliore!
I risultati? Ve li espongo in breve.
L’anno scorso sono stato in una facoltà di architettura proprio nel giorno degli esami di ammissione al primo anno. Sembrava di stare in un documentario sull’U.R.S.S. dei vecchi tempi, quando tutti s’accalcavano per assaggiare la coca cola e comprarsi le scarpe da ginnastica provenienti dal mondo dei sogni. Ho dovuto farmi largo, praticamente a nuoto, tra ondate di giovani d’ambo i sessi che premevano da ogni parte, come in cerca d’approdo e di salvezza, contro quella scogliera abbandonata. Giunto ai piedi del portale (accuratamente chiuso per impedire ai flutti di penetrare) bussai. Mi aprì un signore con un foulard di seta al collo. Una visione di benessere, freschezza e serenità (scoprii in seguito che si trattava di un professore ordinario di Storia dell’Architettura facente parte della commissione esaminatrice). Spiegai perché ero lì e quell’angelo del signore mi pregò d’attendere in ormeggio. Dopo un po’ (i marosi intanto crescevano e tenersi aggrappato allo stipite era oramai questione di vita o di morte) il portale si riaprì come per magia ed apparve un occhiale assai spesso, mi parlò come il genio della lampada: “Che desidera?”. Io rispiegai il perché della mia dolente e intempestiva apparizione ed espressi non tre ma un solo desiderio, quello di attraccare in quel porto fiabesco. La porta allora si richiuse per riaprirsi subito dopo, come se il custode avesse levato la catena. Fui lasciato entrare mentre due forzuti bagnini, sulla soglia, si opponevano eroicamente, petto in fuori, alla marea montante e fortemente desiderosa di approfittare di quella falla provvidenziale. Riuscii solo a fatica a penetrare quella fortezza, assediata da un esercito di speranzosi futuri architetti, che, più tardi, rividi all’interno, seduti a centinaia a compitare misteriosi test d’ingresso. Abbastanza felici e con l’occhio, si vedeva, rivolto al futuro.
Dio li benedica, poveri figli.
La cosa che più fa arrabbiare, tuttavia, è che assieme a questa benedizione arrivano i sensi di colpa. Perché so che se andrà ad effetto e se alcuni di loro diventeranno ricchi e costruiranno sul serio, allora, proprio quelli, non l’avranno meritata. Loro, lo so già sin da ora, saranno invece da stramaledire. Sempre per via della dannata matematica. Pensate allora in quale trappola grottesca siamo imprigionati.
Ugo Rosa.