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Storia dell’Architettura per Fotomontaggio – LA CITTA’ INDIFFERENZIATA

1 maggio 2018

Pubblichiamo i risultati del Corso di “Storia dell’Architettura Contemporanea 1” (Docente: Mattia Darò) per l’Anno accademico 2017-2018, presso l’Istituto Europeo del Design di Roma, corso triennale in Interior Design.

Il corso è stato affrontato in una prima parte attraverso sei lezioni frontali tematiche articolate su 6 diversi temi caratterizzanti la storia dell’architettura contemporanea, dal 1750 a oggi.

LA CITTA’ INDIFFERENZIATA (LA CULTURA DELLA METROPOLI)/EUR

La cultura urbana dello sviluppo delle città contemporanee secondo i modelli culturali della modernità affermatisi come idea di un paesaggio metropolitano: dall’autoritarismo del barone Haussman all’esplosione del manhattanismo via il Plan Voisin.

Ossessione dell’architettura è la reiterazione degli elementi della composizione che poi diventano un paesaggio ben preciso. Un chiaro episodio di città indifferenziata romana è l’EUR, quartiere nato per essere un’esposizione mai avvenuta e poi divenuto quartiere direzionale: Abbandonati fa dialogare alcuni edifici simbolo dell’EUR con alcuni progetti di Sant’Elia, così radicati nell’ìmmaginario degli architetti; Biagini immagina la brandizzazione contemporanea del Palazzo della Civiltà Italiana; Di Vito invece ne immagina una katastilosi e quindi una sua “ruderizzazione” per avvicinarlo sempre più al suo riferimento iconico, il Colosseo; Migliaccio e Mucci immaginano e progettano uno skyline del “colosseo quadrato” immerso nel paesaggio archelogico dei fori imperiali; Moroni e Siamanna ridisegnano Piazza Venezia, uno dei luoghi più simbolici di Roma, sostituendo al Vittoriano proprio il Palazzo della Civiltà Italiana.

Filippo Maria Abbandonati

 

Giulia Biagini

 

Messua Di Vito

 

Giorgio Migliaccio e Ludovica Mucci

 

Benedetta Maria Moroni e Serena Sciamanna

 

 

Nuvole, distanze di rispetto e DM 1444. Un approfondimento

Luisa Benato su Twitter ci ha posto una questione a partire da una osservazione sulla nuvola di Fuksas che, come tutti sanno, è da anni al centro di polemiche relative alla sua realizzaizone; non ultima la questione dello spostamento di 2 m.

La questione posta da Luisa è relativa al rispetto dei parametri del DM 1444/68.

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@amarchitettura.Mi chiedevo perchè il DM del ’68, i cui parametri sono obbligatori per le nuove costruzioni, non è stato nel caso applicato

Incuriositi, gli abbiamo chiesto di specificare meglio a cosa si riferisse.

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Ne è seguita una piccola discussione, interna ad Amate, sui limiti di imposizione degli standard stabiliti dal DM 1444/68.

Margherita Aledda ci ha fornito il suo parere illuminandoci sulla questione, che riguarda applicazioni più ampie.

“L’art. 9 del Decreto Ministeriale n. 1444 del 02.04.1968 individua le distanze minime tra fabbricati per le diverse zone territoriali omogenee, e stabilisce che per i nuovi edifici ricadenti in zone diverse dalla zona A, è prescritta “in tutti i casi la distanza minima assoluta di m 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti”.

Disposizione che, pur se contenuta in un Decreto Ministeriale, ha natura di norma primaria, atteso che trova la sua fonte nell’art. 41 quinquies della Legge n. 1150 del 1942 (Legge Urbanistica), il quale, dopo aver previsto che nei Comuni debbono essere osservati “limiti inderogabili” di distanza tra i fabbricati, dispone che tali limiti debbano essere stabiliti con decreto del Ministero per i lavori pubblici di concerto con quello per l’interno, sentito il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

Il principio espresso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14953 del 2011, ha affermato che il D.M. 1444/68, essendo stato emanato su delega dell’art. 41 quinquies della Legge Urbanistica, ha efficacia di legge dello Stato, ne deriva che le sue disposizioni in tema di limiti di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, ai quali si sostituiscono per inserzione automatica.

Dalla lettura dell’art. 41 quinquies della Legge Urbanistica, e dalla natura di norma primaria attribuita all’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, discende, dunque, che sono inderogabili i limiti minimi di distanza tra fabbricati in quest’ultimo stabiliti.

Come costantemente affermato dalla Giurisprudenza Amministrativa, la disposizione contenuta nell’art. 9 del D.M. 1444/68 prevale sia sulla podestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze, sia sulla podestà regolamentare e pianificatoria dei comuni, in quanto deriva da una fonte normativa statale sovraordinata, sia infine sull’autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che, per la loro natura igienico-sanitaria, non sono nella disponibilità delle parti.

La norma è preordinata, più che alla tutela di interessi privati, alla tutela dell’interesse pubblico all’igiene, alla sicurezza e al decoro della collettività, atteso che il rispetto della distanza minima imposta è necessario per impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario.

La Corte di Cassazione, a sezioni unite, si è posta il problema di verificare se possano considerarsi o meno legittime le previsioni regolamentari locali (ad esempio le N.T.A. dei P.R.G.) che, in contrasto con quanto stabilito dall’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, consentano la costruzione di edifici a distanze diverse rispetto a quella di 10 metri ivi prevista. Il consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa insegna che l’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968 integra con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni, quindi la distanza tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti – predeterminata con carattere cogente, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza – vincola anche i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici. Ne deriva che, ogni previsione regolamentare in contrasto con il limite minimo di 10 metri è illegittima, essendo consentita alla Pubblica Amministrazione solo la fissazione di distanze superiori.

L’orientamento consolidato della giurisprudenza amministrativa è condiviso dalla Corte di Cassazione che rileva la prevalenza dei precetti contenuti nel Decreto Ministeriale sulle norme regolamentari locali, ove queste prevedano distanza inferiori rispetto a quella di 10 metri prevista dal D.M. Ove, invece, le norme regolamentari prescrivano una distanza fra edifici maggiore di quella minima di 10 metri, questa può essere applicata. Infatti, se la finalità dell’art. 9 del D.M. è da ravvisarsi nell’intento di evitare la formazione tra edifici frontisti di intercapedini nocive, con la prescrizione di una distanza “minima” inderogabile, non è impedito ai Comuni di adottare, nella formazione dei piani regolatori generali e dei regolamenti edilizi locali regole più rigorose, sulla base di valutazioni discrezionali degli interessi pubblici da tutelare.

Sulla base di tale principio dunque, se da un lato ai Comuni è inibita la possibilità di prevedere nei propri strumenti urbanistici la possibilità di costruzione tra i fabbricati a distanze inferiori rispetto a quella minima di 10 metri prevista dall’art. 9. del D. M., dall’altro essi potranno legittimamente determinare la fissazione di distanze maggiori.”

Se poi la “Nubbe de Fuksas” rispetti questi vincoli e se e come eventualmente dovessero essere stati derogati non lo sappiamo. Grazie comunque a Luisa Benato per averci dato questo spunto.

 

 

 

THE SHARD: sei lezioni per uno sviluppo intelligente della città.

Tutti coloro che vanno a Londra regolarmente, hanno modo di constatare come la metropoli sia continuamente soggetta ad importanti cambiamenti.

Canary Wharf tra ’80 e ’90, il Millennium Dome (ora “The O2”) del 2000, i grattacieli della City già entrati nel lessico comune con nomignoli come the Gherkin (Foster), Walkie Talkie (Vinoly) e Cheesegrater (Rogers Stirk Harbour), realizzati a cavallo tra gli anni 2000 e 2010, hanno cambiato continuamente lo skyline della città.

Pur segnando le dovute differenze tra Londra e le città italiane, ci si chiede come mai la capitale del Regno Unito riesca ad essere così vitale anche nei periodi di crisi, come quello tutt’ora in corso.

The Shard di Renzo Piano, l’ultima e la più importante di queste realizzazioni ci offre diverse risposte significative a questa domanda, specie se si osserva tutto il processo di gestazione di questa importantissima opera.

E’ lo stesso Irvin Sellar, fondatore della Sellar Property Group, società immobiliare promotore del progetto The Shard, a svelarci in un’intervista, le dinamiche che hanno portato a questo risultato eccezionale: “Abbiamo investito nell’acquisto di Southwark Towers, un complesso di edifici risalente agli anni ’70, una location ottima ma utilizzata male. Il governo aveva pubblicato un libro bianco che promuoveva l’idea dello sviluppo nei nodi della mobilità cittadina. La stazione di London Bridge era a pochi passi, affiancata da stazione ferroviaria, linee della metropolitana e linee degli autobus. Abbiamo collaborato con Railtrack (poi Network Rail – nda) e anche loro hanno riconosciuto il potenziale di combinare un progetto di sviluppo con sostanziali lavori di ammodernamento della stazione.”

Dunque si parte dalle indicazioni di sviluppo elaborate dalla Pubblica Amministrazione e in particolar modo da quelle legate alla mobilità. Una prima lezione importante!

Per ottenere il permesso a costruire del 2003 hanno dovuto confrontarsi con la Commissione per l’Architettura e l’Ambiente Costruito (CABE, è un ente di consulenza governativo), l’English Heritage e l’Historic Royal Palaces, La comunità di Southwark e il Mayor of London. Tra questi interlocutori solo gli ultimi due hanno si sono espressi favorevolmente fin dall’inizio.
E’ la seconda lezione: ci si confronta con tutti i soggetti pubblici interessati senza che nessuno abbia potere di veto. Inoltre una lezione nella lezione (la terza): per una operazione di questa portata gli interlocutori sono anche di livello nazionale.

Qual è il punto di forza nell’idea di progetto di Renzo Piano? Rendere The Shard una “città verticale”, un edificio aperto al pubblico, una anomalia nel panorama londinese. Non un’operazione immobiliare classica ma la creazione di un nuovo spazio pubblico: quarta lezione.

Quest’ultimo, dicevamo, è il punto nevralgico della riqualificazione di tutta l’area del Southwark: i costruttori hannoristrutturato la stazione London Bridge e la vicina stazione degli autobus. The Shard è un tassello del del progetto di sviluppo generale del London Bridge Quarter che sta dando vita ad un nuovo distretto della South Bank. Assieme a The Place (il fratello, in un certo senso) formano un nuovo hub sociale e commerciale.

Si trasforma e si riqualifica il territorio negli anni 2000, non si divorano gli spazi liberi. Questa è la quinta lezione che traiamo da questa operazione.

Infine l’ultima lezione, la sesta, la più importante: il promotore è locale ma il capitale è straniero. Infatti l’opera è stata possibile grazie agli investimenti della Qatar National Bank e la Qatar Central Bank.

Dunque a Londra, in questo caso, il capitale straniero non viene a “depredare” i gioielli edilizi presenti, ma contribuisce a riqualificare un ampio settore della capitale pur creando redditività per gli investitori. E’ chiaro che l’altezza in questo edificio ha creato un notevole plus valore, ma sarebbe errato attribuire solo ad essa la capacità rigeneratrice di questo intervento edilizio. Qualsiasi valore aggiunto di un intervento edilizio può essere commisurato ai limiti imposti dall’autorità pubblica e alla previsione di un guadagno adeguato, ma non sproporzionato.

Pur segnando la notevolissima differenza tra il mercato londinese, capace di attrarre investimenti su scala mondiale e quello romano,  più localizzato (perciò scarsamente confrontabili), conviene soffermarsi sui presupposti, pochi e ragionevoli, che attraggono virtuosamente gli investitori esteri.

Innanzitutto ci deve essere certezza di Diritto e giudiziaria. L’offesa al capitale è un reato grave nel Regno Unito ed è punito severamente in tempi rapidi. Per questo Londra è la capitale della finanza occidentale. L’abolizione del reato di falso in bilancio, per esemplificare, sarebbe un’eresia in U.K. A questo aspetto va aggiunta la necessaria certezza normativa per intraprendere operazioni di così ampio respiro. Agli Inglesi modificare il Codice degli Appalti 150 volte in due anni farebbe ridere ben più di una barzelletta.

Certo, la proprietà edilizia in Inghilterra ha caratteristiche diverse da quella italiana eppure il problema non è questo ma risiede nel fatto che le norme del costruire devono essere poche e chiare. Le amministrazioni devono essere al servizio di chi vuole legalmente creare ricchezza e non contro. La (buona) Architettura e la Pianificazione sono, devono, essere il blocco di partenza di qualsiasi sviluppo urbano e devono intercettare le esigenze della popolazione.

The Shard di Renzo Piano è la nuova icona di Londra. E’ un fatto incontrovertibile che ci rende allo stesso tempo orgogliosi di appartenere allo stesso paese del progettista ma ci impone anche alcune domande su come conduciamo queste operazioni immobiliari a casa nostra.

Noi crediamo che le foto che pubblichiamo a corredo di questo articolo possano parlare da sole e che il confronto tra due operazioni simili (The Shard a Londra e Euroma 2 a Roma,  con le sue due torri: Eurosky, progettata da Franco Purini e Europarco, progettata dallo studio Transit) sia impietoso. Ai lettori l’ultima parola.

The Shard, nuovo riferimento visivo londinese

The Shard, nuovo riferimento visivo londinese

Le torri dell'EUR (sull'orizzonte, a destra del timpano della chiesa al centro della foto), nuova presenza, visibile anche al centro di Roma.

Le torri dell'EUR (sull'orizzonte, a destra del timpano della chiesa al centro della foto), nuova presenza, visibile anche al centro di Roma (foto:http://www.tesoridiroma.net).

The Shard

The Shard

Il complesso Eurosky Tower e Torre all'EUR

Il complesso Eurosky Tower (a destra) e Torre Europarco (a sinistra) al Torrino, adiacente all'EUR

la forma "a scheggia", resa dalle vetrate ventilate di The Shard.

la forma "a scheggia", resa dalle vetrate ventilate di The Shard.

Eurosky Tower ricorda, secondo il progettista Franco Purini, le torri medioevali presenti a Roma

Eurosky Tower ricorda, secondo il progettista Franco Purini, le torri medioevali presenti a Roma

L'inserimento di The Shard all'interno del quartiere di Southwark

L'inserimento di The Shard all'interno del quartiere di Southwark

Il nuovo ambiente urbano generato dalle Torri Eurosky e

Il nuovo ambiente urbano generato dalle Torri Eurosky e Europarco

La nuova sistemazione della stazione London Bridge, ai piedi di The Shard

La nuova sistemazione della stazione London Bridge, ai piedi di The Shard

Il nuovo centro commerciale Euroma 2, ai piedi delle Torri Eurosky e

Il nuovo centro commerciale Euroma 2, ai piedi delle Torri Eurosky e Europarco

L’Albero della vita – il diritto d’autore in Architettura

4 dicembre 2014

Alle innumerevoli discussioni che stanno accompagnando la realizzazione dell’Expo 2015 se ne è aggiunta un’altra legata al progetto dell’opera simbolo del Padiglione Italia di Expo 2015: “l’Albero della vita“.

Infatti non appena è stato dato il via libera alla gara per la realizzazione dell’opera l’architetto Chris Wilkinson, progettista dei noti “Supertrees” di Singapore, ha subito gridato al plagio.
In effetti non è difficile riscontrare la similitudine tra i due progetti e sembra che l’architetto stia valutando se agire per le vie legali.

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La questione assume una certa rilevanza se si tiene conto del fatto che una delle tematiche cardine dell’EXPO è la lotta alle contraffazioni dei prodotti italiani all’estero.

Ma come? Noi ci lamentiamo tanto del fatto che qualcuno nel mondo ci ruba le idee e i prodotti, con grande responsabilità del lontano oriente, e poi quando dobbiamo scegliere il monumento simbolo della nostra italianità, finiamo per copiare a nostra volta, proprio da qualcosa che proviene dal mondo orientale.

Che c’è di sbagliato in tutto ciò?
C’è che traspare sullo sfondo una precisa visione in tema di copyright.

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Infatti questa storia assomiglia a quella di Walt Disney che dopo aver prodotto Cenerentola (e innumerevoli altre storie tratte da famose favole), ha intrapreso (e tuttora intraprende) una battaglia agguerritissima per preservare i suoi diritti d’autore; facendo di tutto per negare ad altri quella libertà di utilizzo delle idee che a lui ha portato tanta ricchezza.
L’idea, maturata nell’ottocento, e sviluppata nel novecento è che il diritto d’autore sia uno strumento a tutela di chi produce nuove idee; se mi invento una soluzione ad un problema, il diritto d’autore mi consente lo sfruttamento economico della mia innovazione; sulla carta quindi il diritto d’autore, tutelando gli investimenti sul mio progetto, è un elemento di stimolo alla ricerca da parte dei privati e quindi indirettamente, la tutela del diritto d’autore porta un beneficio anche alla comunità.
Oggi il sistema è seriamente messo in discussione per almeno due motivazioni.
La prima è che, con l’evoluzione delle tecnologie digitali, è diventato sempre più difficile esercitare e far valere un copyright. La moltiplicazione dei sistemi di riproduzione e la velocità di circolazione delle informazioni rende praticamente impossibile tenere sotto controllo tutte le innovazioni; soprattutto quelle che si esercitano in campo creativo.
Ne sanno qualcosa le grandi case discografiche e le major cinematografiche, per le quali l’avvento dei sistemi di distribuzione Peer to Peer (da Napster in poi) è stato un autentico disastro; dopo anni di battaglie tecnologiche e legali in difesa del copyright tradizionale, solo recentemente stanno emergendo nuovi modelli di business in grado di sfruttare al meglio le nuove tecnologie disponibili.
La seconda è che, proprio sulle trasformazioni culturali innescate dalla rivoluzione digitale, si sta prendendo coscienza in maniera più stringente, dei limiti che il sistema pone proprio allo sviluppo e all’innovazione. È abbastanza intuitivo il fatto che l’innovazione e l’evoluzione avvengano più facilmente dalla libera circolazione delle idee; le società si evolvono e si sviluppano dove le idee oltre che circolare liberamente, possono anche essere liberamente riutilizzate e manipolate. Ma se su quelle idee vi sono dei limiti giuridici di utilizzo è molto probabile che su di esse non si sviluppi niente di nuovo, generando quindi un danno al potenziale miglioramento dell’intera società. Il diritto d’autore genera una condizione di monopolio, che a sua volta blocca la possibilità di sperimentare sull’oggetto tutelato dal diritto stesso.
Un caso di scuola è costituito dalla storia dell’evoluzione della macchina a vapore; Watt spese molto tempo e denaro per tutelare la sua innovazione (il principio del condensatore separato) con la quale migliorò il primo prototipo di macchina; negli anni di validità del brevetto Watt operò in regime di monopolio impedendo con la legge qualsiasi possibilità di miglioramento che molti concorrenti erano riusciti ad apportare alla macchina di Watt. Il sistema dei brevetti britannico, di fatto, ritardò la possibilità di migliorare la macchina a vapore di almeno 30 anni; per tutto il tempo di validità del brevetto, gli altri inventori non poterono sviluppare nessuna delle loro idee. Il risultato è stato un indubbio danno per l’evoluzione tecnologica della società nel suo complesso. E non solo per la società.
“Per ironia della sorte, Watt non solo usò il sistema dei brevetti come randello legale con il quale demolire la competizione, ma i suoi sforzi per mettere a punto una macchina migliore vennero intralciati dal sistema stesso dei brevetti. Una limitazione importante del motore Newcomen originale consisteva nella sua incapacità di fornire un moto rotatorio costante. La soluzione più conveniente, che implicava l’uso combinato di un pedale e di un volano, si basava su un metodo brevettato da James Pickard, il che impedì a Watt di poterne fare uso.”

Torniamo all’architettura.
Le mie reminescenze universitarie mi insegnano che tutta la storia dell’architettura non è altro che un immenso ripetere di schemi formali e tipologie edilizie; forme e soluzioni formali che si ripetono indefinitamente e senza limitazioni contaminandosi a vicenda con minimi aggiustamenti progressivi.
Oserei dire che proprio la ripetizione tipologica è uno gli elementi che maggiormente determina il valore e l’importanza di una certa opera.
C’è bisogno di esempi?
Parliamo delle cattedrali gotiche e romaniche, degli ordini classici, dei palazzi signorili rinascimentali, delle chiese gesuitiche, delle piramidi, delle costruzioni industriali, delle torri, del modulor di Le Corbusier, ecc.

Tutte soluzioni formali che sono state ripetute e rielaborate nel tempo, per le quali sarebbe semplicemente ridicolo pernsare di attribuire un diritto d’autore al primo archietto che ne ha codificato l’utilizzo (sempre ammesso che si possa rintracciare tale primogenitura).
Persino la contemporaneissima produzione architettonica delle Archistar, apparentemente ispirata dalla sistematica ricerca di una futuristica novità, in realtà non è che un riproporsi di schemi formali, per cui alla fine molte opere finiscono per assomigliarsi tra loro, speso citandosi deliberatamente, spesso riproponendo identiche soluzioni formali senza specifico intento di citazione.

Insomma gli architetti, notoriamente, copiano!

Si tratta di una caratteristica peculiare del loro modo di lavorare.
E quando non copiano in maniera esplicita capita che il loro lavoro sia soggetto ad una forma di “Ripetitività Infettiva”; ovvero quella forma di contaminazione delle idee per cui anche involontariamente, anche frequentando ambienti apparentemente distanti, si finisce per giungere alle stesse conclusioni; si finisce per restituire risposte formali simili.
Si veda in proposito un bellissimo articolo di Luca Silenzi sul tema dei memi, dove tra le altre cose, potete trovare anche l’albero genealogico di Rem Koolhas e dei suoi collaboratori fuoriusciti dal suo studio.
“I memi sono idee o parti di idee – come una lingua, una consuetudine culturale, una religione, una melodia, un valore estetico, un approccio teorico, una particolare soluzione tecnica, o architettonica o formale – che, trasmesse da mente a mente e associate tra loro, acquisiscono una sorta di vita autonoma e manifestano una loro caratteristica capacità di diffusione e replicazione. Si arriva, in certi casi, ad una cosiddetta “ripetitivitè infettiva” del meme, che assume i tratti ben noti del tormentone.”

L’idea di fondo è che le opere di intelletto e quelle scientifiche sono il frutto di un processo cognitivo che va oltre il singolo autore. Le idee si sviluppano secondo modalità simbiotica ed empatica. Come se le idee avessero esse stesse una loro identità autonoma e sfruttassero l’uomo come un veicolo attraverso il quale prendere forma.

“le idee, e il pensiero umano in generale, si formano con la composizione/scomposizione di informazioni che esistevano prima di noi ed entrano presto o tardi nella nostra testa per poi trasmettersi di nuovo agli altri, magari con qualche variazione”.

Questa evoluzione concettuale è il frutto di una parallela evoluzione tecnologica; la rivoluzione digitale, che sta scardinando alla radice il modo con cui si sviluppano le relazioni umane e culturali, moltiplicando sia il numero che la qualità delle comunicazioni, anche in ambito architettonico.

“L’architettura, fino a qualche anno fa la più longa delle arti, in cui c’era ampio margine – in Italia forse anche troppo – per la maturazione di pensieri e riflessioni, è diventata anch’essa qualcosa di fruibile in tempo reale. I filtri si sono assottigliati, spesso annullati. Assistiamo giornalmente allo sviluppo delle varie fasi di progetto di un edificio che ci interessa, e possiamo ammirarne o discuterne l’evoluzione, perfino osservarne le fasi di cantiere. Possiamo anche dichiarare a chi vogliamo, o al mondo intero, se quel progetto ci piace, o commentarlo. E tutti possono farlo, non solo i critici propriamente detti. Si è parlato di vouyerismo pornografico nelle pubblicazioni di architettura on-line, e forse è così. E’ un segno dei tempi, non starei troppo a scandalizzarmi: semplicemente, prima non c’erano i mezzi tecnici per fare tutto questo.”

In questa ottica, l’idea di realizzare un’opera come L’Albero della Vita per il Padiglione Ialia, sembrerebbe inserirsi appieno un un caso di “ripetitività infettiva”.

C’è infine un aspetto più filosofico che attiene all’utilizzo delle categorie mentali. È evidente infatti che se l’arch Wilkinson è stato il primo ad utilizzare una specifica forma, quella ad albero, per una costruzione di grandi dimensioni, questo non gli consente di assumere l’esclusiva su quella forma; a maggior ragione se la forma in questione è una forma di origini organiche percepibile e riproponibile in antura sotto moltissime variazioni. Non è che d’ora in poi chiunque voglia fare una qualsiasi costruzione a forma di albero dovrà necessariamente chiedere il permesso a Wilkinson. Sarebbe come ammettere la brevettabilità dell’idea della sedia.
A mio parere questa non è che una deriva degenerativa del modello architettonico basato sulle archistar; tanto più ci si illude che l’architettura sia un processo riconducibile ad un unico soggetto (l’archistar appunto) tanto più emerge la necessità di tutelarne l’opera secondo le forme classiche novecentesce.

Il novecento infatti era l’epoca delle comunicazioni di massa dove i media mainstream veicolavano le informaizoni in maniera piramidale. Il sistema autoriale era funzionale a questa comunicazione

“da uno a molti”

che utilizzava la televisione e i giornali. L’autorialità e lo Star sistem erano per certi versi anche una froma di garanzia dell’utente sulla qualità del prodotto (identificato dal marchio di fabbrica). Il passaggio alla rete, come veicolo di distribuzione delle informazioni ha trasformato il modello comunicativo in maniera orizzontale; il sistema è divenuto

“da molti a molti”

rendendo sempre meno necessaria l’autorialità verticistica e valorizzando l’apporto “dal basso” nelle produzioni culturali.

Il modello che identifica l’archistar come un unico soggetto detentore delle trasformaizni urbane è quindi una deformazione concettuale ereditata da un modello economico ormai palesemente in crisi; il modello economico coltiva l’illusione che i processi produttivi e le trasformazioni urbane possano essere sotto il controllo esclusivo di pochi soggetti, mentre invece la città si evolve e si trasforma secondo dinamiche che il più delle volte sfuggono al controllo dei singoli centri di potere. Ovviamente in molti ambiti fa comodo illudersi del contrario, esattamente come fa comodo sostenere che il diritto d’autore sia a tutela della crescita culturale.

Forse l’arch Wilkinson, prima di procedere con eventuali azioni legali dovrebbe riflettere meglio su questi aspetti. Prima di lui (che farà ciò che ritiene più giusto per se stesso) mi aspetterei ceh questi temi divenissero oggetto di riflessione anche per l’EXPO 2015, laddove il tema della tutela dei prodotti locali deve necessariamente confrontarsi con la necessità di garantire al prodotto DOP una adeguata diffusione all’interno di un modno oramai totalmente decontestualizzato.

Occorrerà inoltre riflettere come anche sulle caratteristiche di dinamicità della cultura (in questo caso culinaria) e sulla necessità di garantire vitalità ai prodotti nazionali, consentendone la contaminazione e la trasformazione: la pizza avrebbe avuto tanto successo se gli americani non la avessero reinventata alla oro maniera?

A scanso di equivoci, considerato che tuttora esiste un sistema internazionale di tutela del diritto d’autore provo comunque a riproporre alcune opere che a mio parere possono considerarsi dei validi antecedenti.

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Qui invece trovate alcuni esempi di riproposizione della forma ad albero, segno che l’idea è solo agli inizi.

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In difesa di Fuksas – Gli architetti vanno pagati e bene!

27 marzo 2014

Ho seguito con estremo stupore il tripudio diffuso di molti colleghi alla notizia del licenziamento di Fuksas dalla Direzione Artistica del cantiere della Nuvola.

Si tratta a mio parere di un esempio lampante di tafazzismo collettivo, applicato alla categoria degli architetti. Un fenomeno che la dice lunga infatti di quanto noi architetti siamo capaci di farci del male da soli, solamente attraverso l’esercizio del livore reciproco.

Premetto (occorre sempre premettere in questi casi perchè c’è sempre la storia dello stolto che guarda il dito, ecc.) che in questa storia il giudizio estetico ed architettonico sul progetto deve rimanere sospeso. Il fatto che la “Nubbe de fero” ci piaccia o meno non ha alcuna attinenza sul fatto che se sei un architetto e lavori per realizzare una qualsiasi opera di architettura, si presupone che tu debba essere pagato; da architetto direi che devi pure essere pagato bene.

Ha invece rilevanza la stupidaggine detta dal presidente di EUR Roma, che visto che Fuksas è ricco, allora può lavorare gratis.

Si tratta di un assioma inaccettabile che è direttamente connesso con la cultura diffusa che spinge molti committenti a ritenere che gli architetti meno famosi possano lavorare gratis: “perchè così fanno esperienza!”

Eh no! non è così, l’architetto va pagato SEMPRE.

Se il principio è valido per i giovani architetti precari che faticano ad arrivare a fine mese, non è che diventa meno valido se un architetto è ricco e famoso; soprattutto se la ricchezza dell’architetto è dovuta alla sua attività di architetto.

In effetti è ormai diffusa la convinzione che la professione dell’Architetto sia una attività, alla stregua di un hobby, un esercizio di speculazione intellettuale appannaggio di pochi ricchi e radical chic.

Si tratta di una distorsione culturale contro la quale tutti gli architetti si scontrano quotidianamente (non dite che non è vero, non siete credibili). Però quando questo problema capita a figure di successo come l’odiato, antipaticissimo Fuksas, siamo tutti pronti a godere (come ricci, si dice): evviva! finalmente anche lui come noi! un po di giustizia! ha avuto quello che si meritava!

(si sente sullo sfondo il rumore di bottiglia sui genitali)

Dimenticandoci che lo scopo non è livellarci tutti verso il peggio, ma adeguarci tutti al meglio. Se passa il principio che persino l’architetto famoso non deve essere pagato, con quali argomenti noi che non abbiamo fama e credito da spendere potremo convincere i nostri clienti che “Si! l’architetto è un lavoro! L’architetto va pagato!” indipendentemente dal fatto che sia ricco o che sia povero; indipendentemente dal fatto che il suo lavoro sia più o meno gratificante.

A maggior ragione non deve passare il principio che l’attività di un architetto sia qualcosa di cui tutto sommato si possa fare a meno. Alzi la mano chi è convinto che per realizzare (bene) un’opera sia sufficiente fare un buon progetto e che non sia necessario invece seguire i lavori passo passo, correggendo e guidando nelle scelte l’impresa esecutrice. Alzi la mano chi è convinto che le imprese, anche le migliori, siano in grado autonomamente di interpretare senza errori o distorsioni i progetti (anche i migliori) senza mai interpellare i progettisti.

(se avete alzato la mano, potete direttamente andare a riconsegnare il timbro, prego…. Raus!)

Specie nel caso in questione è bene tenere presente di che cosa stiamo parlando. Un appalto di un progetto che a base d’asta valeva 280 milioni e che è stato aggiudicato con un ribasso di 50 milioni.

Il centro congressi è un’opera complessa, lo dicono i numeri, i volumi e le superfici messi in campo, lo sarebbe indipendentemente dalle scelte progettuali di Fuksas, che certo non si è semplificato la vita.

A questo si aggiunge la prassi, scellerata, di affidare appalti integrati alle imprese, che consente loro di decidere sulle scelte progettuali di dettaglio e di incidere pesantemente sulla esecuzione delle opere senza che chi le ha pensate e progettate possa minimamente incidere; una prassi che mette di norma a serio rischio sia la qualità generale dell’opera sia la coerenza del realizzato rispetto al progetto.

Quindi, un opera con un ribasso consistente il cui sviluppo esecutivo è in mano all’impresa stessa.

Quante possibilità ci sono che l’impresa cominci a interpretare le scelte di progetto sia ricercando soluzioni più economiche (per se, non per il committente) e richiedendo varianti per integrare l’appalto?

La scelta del Committente, di individuare la formula della Direzione Artistica è quindi una scelta intelligente, quasi necessaria per compensare le inevitabili distorsioni realizzative e per arginare, senza snaturare il progetto, le spinte dell’impresa a modificare l’opera.

Questo è valido, lo ripeto, indipendentemente dal giudizio che ha sul progetto della Nuvola. Se il Centro Congressi deve essere realizzato, se il progetto è stato regolarmente selezionato, allora è giusto che debba essere completato, ed è ancora più giusto che debba essere completato in maniera coerente con il progetto iniziale.

O no?

Qualcuno oggettivamente ritiene che non fosse corretto coinvolgere il progettista nella fase di esecuzione dei lavori chiedendogli di fornire la consulenza diretta in ogni fase di esecuzione?

Qualcuno ritiene che questa consulenza postesse svolgersi senza allestire un gruppo di lavoro complesso formato da disegnatori, archietti, ingegneri ed esperti in grado di fare verifiche, produrre dettagli, rivedere calcoli, verificare i campioni, ecc.?

Qualcuno ritiene che questo lavoro, che poi non è che il normale lavoro quotidiano di ciascun architetto, non debba essere adeguatamente compensato?

Qualcuno infine ritiene che per un opera che vale 280 milioni di euro (provate a ripeterlo come facevano De Vito e Schwarzenegger ne “I Gemelli”: duecentoottantamilionidieuro) la parcella di un architetto non debba essere dell’ordine di qualche milione?

(20 milioni è troppo? il 7% è troppo? boh, cosa c’è dentro l’incarico? in ogni caso c’è una sostanziale differenza tra il ridurre un compenso e pretendere che sia svolto gratis)

Ora io capisco che possa dare fastidio che Fuksas abbia successo in Italia e nel mondo, capisco che per molti di noi le sue architetture facciano schifo, capisco anche che per molti di noi le sue opere non dovrebbero nemmeno annoverarsi nella categoria di Architetture; tutte queste però non sono che opinioni di nautura accademica, aspetti che rientrano nell’ambito della discusisone architettonica e non hanno alcuna attinenza con il principio che l’Architetto Massimiliano Fuksas, in quanto architetto e come tutti gli architetti, deve essere pagato per il suo lavoro.

Concluderei parafrasando Voltaire:

Disapprovo quello che progetti, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a realizzarlo (e a essere pagato per questo!)

Articolo in parte rivisto grazie alle osservazioni di Sergio Roma.

Colosseo quadrato svendesi

21 luglio 2013

Lo stato si sa, piange miseria da tutte le parti.

Evidentemente presso l’Ente Eur non è proprio così. L’ente Eur, che tra una vicenda giudiziaria e la necessità di coprire buchi milionari per completare la Nuvola, sembra navigare in acque talmente tranquille da potersi permettere di cedere i propri gioielli per un tozzo di pane, senza preoccuparsi minimamente se il valore reale del bene ceduto corrisponda al miglior prezzo oppure no.

Una storia che lascia esterrefatti; come il caso del restauro del Colosseo affidato a Della Valle, quello che lascia perplessi non è tanto il valore assoluto degli importi in gioco (difficili da valutare oggettivamente quando si tratta di patrimonio culturale), quanto la sistematica assenza di procedure chiare e trasparenti mirate proprio ad assicurare al pubblico le condizioni più vantaggiose. In poche parole una semplice gara.

Provate a immaginarvi la scena:

– pronto EUR?

– si, mi dica,

– che per caso avete disponibile un appartamentino, o un immobile di pregio, per farci una casa di moda per una società multinazionale? qualcosa tipo un affitto 4+4 tacitamente rinnovabile,

– guardi ho qui disponibili alcune opzioni: una torre appena sventrata in prossimità del laghetto; c’è da metterci le mani sopra per risistemarla ma il vantaggio è che può personalizzarla come vuole,

– uhmm, quella vicina alla Nubbe de fero? no, troppo trafficata, eppoi in queste ristrutturazioni non sai mai cosa ti puoi aspettare, magari mi ritrovo pieno di amianto, oppure mi tocca rifare l’impianto elettrico perché manca il salvavita,

– altrimenti un’area nuova nuova in costruzione nell’area del vecchio velodromo, c’è da aspettare un poco prima che finiscano i lavori però sarebbe un immobile nuovo nuovo,

– no, non mi ispira, a me servirebbe in tempi brevi, qualcosa in pronta consegna non c’è?

– aspetti mi faccia vedere, ecco, ci sarebbe un’occasione: un monovolume ampio e spazioso con vista sulla valle del Tevere, già pronto per l’uso, appena ristrutturato; molto luminoso e finestrato su quattro lati, lo utilizziamo ogni tanto per eventi culturali ma di fatto è disponibile quando vuole,

– ah, questo ultimo mi pare buono, e quanto me lo fate?

– boh, non so, non siamo abituati a fare valutazioni oggettive: sa, qui in genere ci basiamo sulla stretta di mano, si presenta l’amico del capo, si mettono d’accordo sul prezzo e fila tutto liscio; lei quanto può spendere?

– guardi non ho proprio idea, sa, sono francese, non sono pratico del mercato romano;  per esempio so che il Ponte Vecchio a firenze lo mettono 100.000 € a notte,

– beh adesso, così su due piedi non è che possiamo fare questi paragoni. Lei pensi per esempio che sul sito dell’agenzia del territorio uno spazio commerciale in affitto in zona EUR è valutato tra i 27,5 e i 40 €/mq per ogni mese;

– così tanto? guardi io speravo in uno sconticino….

– ehee, sempre a chiede lo sconticino voi francesi; qui siamo un ente statale, praticamente siamo gli stessi che da una parte hanno aumentato le tasse chiedendo sacrifici a tutti quanti, mica possiamo rinunciare così facilmente ad una fonte di guadagno anche pochi spiccioli contano, pensi che abbiamo persino aumentato tutti i bolli arrotondandoli per eccesso,

– appunto, con questa crisi anche noi ricchi abbiamo i nostri problemi, sa, prima l’IMU da pagare, poi i bolli che si arrotondano; da qualche parte dobbiamo pur recuperare, la prego mi dia una mano,

– è difficile, eppoi lei non è quello che aveva un’opzione vicino al Maxxi?

– ehmm si in effetti sono lo stesso

– e allora perché non resta li, il Maxxi è una sede prestigiosa, un’occasione per dare ossigeno al museo e contemporaneamente creare ottime sinergie

– ma sa, anche li non è che ero convinto; intanto lei lo sa in Italia quanto è difficile realizzare una nuova opera: le amministrazioni non ti aiutano, e quando poi riesci ad avviare i lavori, ti si rivoltano contro interi comitati di quartiere: un inferno!

– ehee, la capisco anche su questo: non sa quante storie ci hanno fatto per il Gran Premio di Formla 1; per la nuvola di Fuksas e il Velodromo poi…

– quindi ora sto cercando qualcosa di già pronto, però vorrei anche qualcosa da non spendere una fortuna,

– guardi, proprio perché è lei potrei venirle incontro, chè tanto al ministero guardano solo le grandi cifre, non è che stanno a guardare tra 27 e 20, puntano dritti al fattore più alto. Facciamo cosi, metto sulla scheda che il manufatto è vecchio e le applico il valore minore, poi con tutte quelle finestre ad arco, segnalo che essendo pieno di spifferi si giustifica l’arrotondamento al ribasso, in un attimo è fatta. Le metto il Colosseo quadrato a 20 €/mq al mese e non se ne parla più

– fantastico! grazie, grazie; oh, mi raccomando, non è che poi ci ripensate? non è che poi arriva Pierre Cardin e mi soffia la cosa? quello già a Venezia, con le sue manie di grandezza ha combinato un casino, mica vorrete un’altro grattacielo?

– si figuri, noi i grattacieli all’EUR li abbiamo già affidati a Purini; può dormire sonni tranquilli, arrivederci

– è un piacere fare affari con voi, arrivederci

Quando si dice l’arroganza dei baroni

Antonio Marco Alcaro (09/03/2009 01:14:01):

Forse pochi sanno che secondo la normativa italiana vigente, recentemente ribadita dall’autorità per la vigilanza dei lavori pubblici Delibera n. 179 del 25/06/2002, Purini, in quanto professore a tempo pieno, non potrebbe svolgere la libera professione e di conseguenza espletare incarichi come quello della orrenda torre dell’EUR, ma si sa in Italia le leggi sono un’opinione!!

 

Franco Purini (09/03/2009 10:09:19):

Gentile Marco Alcaro,
le chiarisco che il mio rapporto con l’università è a tempo limitato.

Franco Purini

 

Antonio Marco Alcaro (09/03/2009 13:21:39):

Gentile architetto Purini

mi fa piacere sapere che lei non è un docente a tempo pieno, ma io le informazioni le avevo prese dall’albo degli Architetti di Roma, dove come da scheda allegata lei risulta iscritto nell’elenco speciale ex art.11 del D.P.R. 382/1980, se non corrisponde a verità è bene che faccia aggiornare l’albo, del resto con tutti i soldi che paghiamo di quota l’albo dovrebbe corrispondere alla realtà.

architetto
Francesco PURINI

n° di iscrizione: 2805
sezione: A
settore:
Architettura

Nato nel 1941
a ISOLA DEL LIRI (FR)

Prima iscrizione all’Albo:
12/04/1972
Laurea:
22/07/1971 (RM)

indirizzo:
Via della Farnesina 352/54, 00194 – ROMA (RM)

studio:
Via dell’Oca 45, 00187 – ROMA (RM)

Docente universitario a tempo pieno inserito nell’elenco speciale ex art.11 del D.P.R. 382/1980

 

Franco Purini (11/03/2009 11:39:21):

Signor Marco Alcaro,
leggo su questo blog che lei insiste con la questione del mio tempo pieno. Le ripeto che il mio rapporto con l’Università è a tempo limitato. Non vorrei essere costretto a rivolgermi a chi di dovere per fare in modo che lei non diffonda più informazioni false.

 

Marco Alcaro (12/03/2009 16:41:00):

Gentile architetto Purini,
sono contento che lei abbia risposto, ma c’è un equivoco di fondo in cui lei continua a cadere, non sono io che diffondo informazioni false ma è l’Ordine degli Archietti di Roma e Provincia dove, come da scheda allegata in precedenza, lei risulta docente a tempo pieno. Ho parlato con la direttrice dell’Ordine di Roma, la Dott.ssa Berno, che mi ha confermato che, attualmente, lei per l’Ordine degli Architetti è un docente a tempo pieno, mi ha inoltre comunicato che l’Ordine non può controllare se ci sono modifiche ma, secondo quanto prevede l’art. 11 comma 6 del DPR 382/80: “I nominativi dei professori ordinari che hanno optato per il tempo pieno vengono comunicati, a cura del rettore, all’ordine professionale al cui albo i professori risultino iscritti al fine della loro inclusione in un elenco speciale”. Pertanto la invito a contattare la sua Università affinché possa comunicare al più presto all’ordine il suo passaggio al regime a tempo parziale, fino a quando tutto ciò non sarà fatto lei rimane ufficialmente docente a tempo pieno. La persona che si occupa della tenuta dell’albo dell’ordine, mi ha comunicato che l’Università di Roma è una delle poche Università che non aggiorna mai le posizioni dei docenti, sia che siano a tempo pieno sia che siano a tempo parziale, pertanto sarà mia cura far pervenire una lettera ai Presidi delle nostre ormai 3 facoltà, dove li inviterò a procedere ad un loro dovere previsto dal DPR 382/80, visto che l’ordine non se ne interessa. In relazione a quanto diceva Matteo, condivido e sono consapevole del fatto che per insegnare a progettare bisogna esercitare la professione, credo però che le regole vadano riscritte per permettere a tutti pari condizioni di trattamento, per non usare l’Università per operare una concorrenza sleale nei confronti di altri professionisti che non hanno le spalle coperte da un Istituzione e soprattutto da un cospicuo stipendio fisso garantito a fine mese.

 

Franco Purini (27/03/2009 14:30:53):

Architetto Marco Alcaro,

l’Ordine degli Architetti di Roma dovrebbe aver rettificato l’informazione sul mio rapporto con l’Università. La prego quindi di acquisire questa informazione e conseguentemente di chiarire ai lettori del blog Peja che nei miei confronti lei si è sbagliato. Non richiedo scuse, ma se questo chiarimento non sarà effettuato al più presto mi vedrò costretto, mio malgrado, come le ho già detto a risolvere la questione per altre vie.

 

Marco Alcaro  (28/03/2009 23:09:43):

Architetto Franco Purini,

non capisco perché lei continui ad usare questo tono polemico e minaccioso, dovrebbe ringraziarmi poiché, grazie al mio intervento, è stata finalmente chiarita la sua posizione sull’albo degli Architetti e adesso nessuno potrà più dire che lei non può fare la libera professione; infatti soltanto dopo un mio interessamento presso gli uffici dell’Ordine degli Architetti di Roma e Provincia, lei è stato contattato ed esortato ad inviare un fax per dichiarare la sua nuova posizione di docente a tempo parziale per gli anni 2007 e 2008, (visto che l’Università, contravvenendo alla legge, non comunica le posizioni dei docenti agli Ordini). 

Tutto è bene quel che finisce bene, ma adesso verificheremo che tutte le posizioni dei docenti nell’albo corrispondano a verità, auspicando da parte loro un comportamento più rilassato, (senza invocare altre vie) e meno cattedratico visto che non siamo all’Università ma siamo in fondo colleghi.

A proposito vi invito a vedere il seguente link: 

http://architetturacatania.blogspot.com/2009/03/concorso-di-nicotera-finalmente-i.html

Infine vorrei rispondere a Matteo Agnoletto che mi ha citato sulla PRESS LETTER n.11 di Prestinenza Puglisi dicendo : “uno dei mali che l’affligge oggi molti architetti è l’ansia della visibilità: in tanti perdono il proprio tempo a scrivere, disinformando o producendo testi vuoti di contenuti, per vedere il loro nome pubblicato gratuitamente sulle webzines e le newsletter di vario genere. mi chiedo: ma questi nuovi teorizzatori dalla parola facile sono altrettanto abili nel progettare, disegnare o scrivere di architettura? “.

Innanzitutto io non ho disinformato, al contrario ho dato un contributo decisivo alla verità, se non ci fosse stato il mio intervento, oggi l’albo degli Architetti di Roma riporterebbe un dato superato e non veritiero, in secondo luogo vorrei chiarire che io non ho niente di personale contro Purini, (del resto ho anche pubblicato alcuni suoi disegni sull’agendina del Centro Studi degli Architetti dell’Ordine di Roma, che realizzo ogni anno), e non ho mai attaccato la figura di Purini ne come architetto, ne come professore, ma ho soltanto voluto fare chiarezza su una questione importante, ovvero la libera professione dei docenti universitari,  sancita dal DPR 382/80, perché ritengo che il grado di civiltà di un paese si misura anche dal modo in cui si rispettano le leggi. 

Credo inoltre che uno degli errori principali di noi  architetti, sia quello di continuare ad attaccarci tra di noi senza accorgerci che nel frattempo l’Architettura è quindi noi Architetti siamo stati tagliati fuori dalla società, è per questa ragione che ho recentemente fondato con altri colleghi un Movimento :”amate l’architettura”, con lo scopo di far tornare le persone ad amare l’architettura, figuriamoci quindi se mi interessa attaccare un altro architetto.

 

Franco Purini (28/03/2009 09:00:45):

Marco Alcaro,

mettendo la parola fine a questo episodio penso che lei avrebbe dovuto scusarsi con me e con i lettori del blog per l’informazione sbagliata che ha diffuso e sulla quale ha insistito nonostante le avessi chiarito come stavano le cose. Tutto il resto conta poco. Aggiungerò che non l’ ho in alcun modo minacciata. Mi sono soltanto limitato ad avvertirla che, se avesse continuato, sarei stato costretto a chiarire le cose in modo ancora più efficace. Mi auguro infine che voglia adottare in futuro atteggiamenti più amichevoli, rinunciando a vestire la divisa dell’inquisitore.