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Architettura bella e buona!

8 dicembre 2015

L’architettura riscatterà le debolezze degli uomini che l’hanno realizzata attraverso gli occhi degli uomini che la useranno.
“Gli ideali sono pacifici; la storia è violenta.”
Sono le parole del sergente Don “Wardaddy” Collier, in Fury, interpretato da Brad Pitt.
Trovo che sia un’ottima sintesi per definire la differenza che passa tra l’architettura immaginata, quella ideale, e l’architettura realizzata.
Parafrasando: L’architettura ideale è pacifica, quella realizzata è violenta.

Lebbeus Wood ci insegna come l'architettura non sia altro che un continuo rimarginarsi di ferite in un contesto urbano

Lebbeus Wood ci insegna come l'architettura non sia altro che un continuo rimarginarsi di ferite in un contesto urbano

Mi ricordo delle bellissime revisioni dell’allora assistente di Composizione I, Orazio Carpenzano, quando insegnava che “l’Architettura è una guerra” (in realtà io seguivo l’ottimo Efisio Pitzalis che non era da meno, ma questa suggestione mi è sempre rimasta in testa).
Non occorre scomodare Lebbeus Wood per riconoscere come la realizzazione di un’opera sia un continuo estenuante conflitto tra bande rivali, ognuna con i propri interessi, ognuna pronta a ricavare il suo massimo profitto (culturale ed economico) dalla realizzazione dell’opera.
Nel mezzo l’architetto che, più che un contendente assomiglia ad un Casco Blu in missione umanitaria, sempre sotto tiro, vincolato da regole di ingaggio inapplicabili, spesso costretto a defilarsi quando la situazione diventa insostenibile.
L’Architettura che viene realizzata subisce quindi un processo di deterioramento. Man mano che l’opera si costruisce, gli attori che ne consentono la realizzazione ne trasformano l’idea iniziale.

Si comincia dai committenti (a buon diritto direi ma sempre elemento di distorsione dell’idea iniziale) che possono essere pubblici o privati, per passare dai consulenti impiantisti (che dovrebbero essere parte della soluzione ma più spesso non  lo sono) e strutturali, le indagini ambientali e le prove geognostiche, poi ci sono gli enti che autorizzano l’opera, il comune, la asl, la provincia, la regione, i vigili del fuoco, l’ente ferrovie, l’autorità di bacino, l’ENAV, l’UTIF, le soprintendenze, l’ARPA, il SUAP, a cui si presentano le autorizzazioni, il PdC, la DIA, la Scia, la VIA, l’AUA, l’AIA, lo screening, la caratterizzazione del sito, il NOPS e il CPI, eccetera, c’è la partecipazione, quindi le imprese che realizzano, i vicini che protestano (quando si tratta di interventi privati), i comitati di quartiere che si riuniscono (se si tratta di grossi interventi), i vigili urbani, i fornitori che non hanno quel prodotto, le varianti migliorative, il geologo che modifica le fondazioni, l’archeologo che ritrova i reperti, le commissioni di valutazione, gli ispettori del lavoro, le norme di sicurezza, quelle di tutela dell’ambiente, gli scavi e le discariche, il collaudo, la chiusura dei lavori, il catasto la richiesta e l’ottenimento dell’agibilità…. e mi sono sicuramente scordato qualcosa…… sempre che nel frattempo non sia stata modificata la norma…..

Alla fine è raro che il progettista si possa riconoscere appieno in quanto realizzato; quando succede, è perché sin dall’inizio il progettista è stato talmente bravo da tenere conto di tutti gli agenti esterni che avrebbero potuto modificarne la realizzazione, oppure se ne è infischiato allegramente (ha potuto farlo, qualcuno glielo ha concesso); nei casi più estremi ha avuto una grande botta di culo.

Lasciamo perdere la dea Fortuna, per avere il pieno controllo di un’opera dall’inizio alla fine del processo costruttivo i casi sono due; l’opera è molto limitata oppure si accetta di frammentare le competenze necessarie rinunciando al completo controllo del progetto.

Glenn Murkutt, ha fatto una scelta radicale verso la limitazione dell’impegno dedicandosi quasi esclusivamente alle ville monofamiliari (in Australia, nel deserto) e rifiutando incarichi a cui non poteva dedicare un tempo adeguato; ha vinto il Pritzker Prize, ma quanto è ripetibile il suo modello su vasta scala? per la seconda scelta occorrono gruppi di lavoro complessi o studi di progettazione molto grandi.

I progetti di Glenn Murkutt sono sempre interventi molto ben definiti e isolati nel contesto

I progetti di Glenn Murkutt sono sempre interventi molto ben definiti e isolati nel contesto

Riprendendo la citazione iniziale quindi è evidente che l’opera di architettura esprime una sua forza ideale (una forza ideale paragonabile al desiderio di pace) ma che nella sua messa in opera subisce un processo di distruzione, a tratti anche molto violento, come la guerra.

L’architettura realizzata è il risultato di infiniti compromessi; l’architettura realizzata è corrotta. Possiamo litigare a volontà per decidere se questo sia un fatto positivo oppure negativo, ma non possiamo non riconoscere che è così.
Questo deterioramento è fortemente traumatico; per l’architetto, ma anche per la città: una guerra, appunto e anche molto violenta!

Da una parte l’architettura è una rappresentazione imperfetta dell’idea che aveva in mente il progettista, una metafora incompleta dell’idea iniziale; dall’altra il suo inserimento nel contesto urbano non può che essere un momento di discontinuità, una rottura; e questo vale anche nei casi più spinti di mimetizzazione urbana, dove a mio parere la mimetizzazione di tecniche e forme costruttive non è che una pura illusione; una plastica facciale al botulino spesso più deformante delle rughe che si vogliono mascherare; questa però è un’altra storia.
Con il passare del tempo il processo di idealizzazione porta l’architettura realizzata a riconquistare una forma di purezza ideale. La patina del tempo agisce come un detergente sull’idea che abbiamo di quell’opera, ne lava la sporcizia iniziale idealizzandola; con il tempo l’opera del passato riconquista la sua purezza originale oppure gliene viene attribuita una nuova determinata dal filtro del tempo o dal legame affettivo che si sviluppa tra gli abitanti della città e l’opera stessa.
Il velo del tempo non è una patina, piuttosto una spazzola che rimuove le incrostazioni, corregge le storture che risiedono principalmente negli occhi dell’osservatore. Più l’osservazione si allontana nel tempo, più le opere appaiono nella loro essenza.
Man mano che il tempo passa molti degli aspetti pratici che hanno concorso alla realizzazione dell’opera passano in secondo piano fino a diventare ininfluenti a determinare il valore oggettivo dell’opera. Spesso sono proprio quelle storture a determinarne il valore.

Se è così possiamo rendere la questione un poco meno aulica e scendere più terra terra.

Esistono una serie di aspetti pratici e concreti che concorrono alla determinazione della forma architettonica, che incidono profondamente nella loro accettazione o nel loro rifiuto da parte della società. Questi aspetti, visti in una dimensione temporale più ampia perdono di significato.
I valori di moralità, legalità o di economicità della costruzione dell’architettura si perdono per strada.
Qui veniamo al tema di fondo di questo articolo.
In che misura il giudizio morale di un’opera di architettura influenza il giudizio estetico?
O meglio:

è lecito attribuire all’architettura i difetti morali delle persone che hanno concorso alla sua realizzazione?

Non è difficile immaginare cosa ci sia alle spalle di questi turisti

Non è difficile immaginare cosa ci sia alle spalle di questi turisti

Facciamo alcuni esempi.

Può capitare che i difetti di realizzazione finiscano per dare significato e valore all’opera, in senso letterale. Chi si lamenta oggi del fatto che laTorre di Pisa ha degli evidenti problemi statici?Quanto influisce oggi sapere se un’opera antica è costata troppo, o se la sua realizzazione è stata fatta nel rispetto delle norme?

Quanto sono costate le piramidi? E la basilica di San Pietro?

Quanto hanno dovuto pagare i Trinitari per San Carlo alle Quattro fontane?

Il valore culturale e artistico del Mausoleo delle Fosse Ardeatine sarebbe diverso se venissimo a sapere quanto è costato?

Allo stesso modo in un’opera antica non ci scandalizzano i ritardi nella sua realizzazione.
Ci interessa forse sapere se la Torre Eiffel è stata consegnata in tempo per l’inaugurazione dell’EXPO?

D’altra parte il Duomo di Milano è stato completato nell’arco di più di mezzo millennio, eppure questo non ce lo rende meno significativo.
Risulta agli atti che opere che oggi sono ritenute capolavori non siano mai state completate: il Duomo di Siena ne è un eccellente esempio.

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Sappiamo che Borromini fosse molto attento ai costi delle sue opere, cambia qualcosa?

Un’altra categoria che scandalizza molto l’osservatore contemporaneo è quella delle varianti in corso d’opera; l’idea che un progetto possa avere subito varianti significative nel corso della realizzazione è considerato dai contemporanei come un reato grave. Eppure la pratica dell’architettura è in larga parte una fatto empirico, pragmatico, una continua ricerca di soluzioni pratiche a problemi concreti, per cui pensare di realizzare un’opera, in un arco di tempo che si estende attraverso svariati anni, senza ipotizzare nemmeno una modifica è semplicemente utopistico, forse persino stupido.

Eppure non siamo così sconvolti dall’apprendere che la Mole Antonelliana non ha minimamente rispettato il progetto originario. Antonelli era noto per fare saltare i nervi ai propri committenti per le continue varianti e per lo scarso controllo dei costi. Oggi la Mole è il monumento simbolo di Torino.

Quante varianti in corso d'opera ha presentato Antonelli per realizzare la sua Mole?

Quante varianti in corso d'opera ha presentato Antonelli per realizzare la sua Mole?

Non parliamo poi di Novocomum per il quale la leggenda narra che il progetto presentato alla Commissione edilizia fosse radicalmente diverso da quello che fu poi realizzato. Un autentico abuso edilizio.
Che dire di San Pietro il cui nome è indissolubilmente sinonimo di cantiere sempre aperto con connotazioni “fraudolente e truffaldine”? Un cantiere aperto alle continue varianti e alle aggiunte fatte dai Capi Mastri assunti di volta in volta dopo Bramante (Michelangelo, Maderno, Bernini, ecc.).

Allarghiamo il discorso. Vogliamo parlare di sicurezza?
È poi così importante sapere quanti morti o infortuni sul lavoro ci sono stati per costruire un monumento antico? Quanto sarebbe importante sapere se per la cupola di Santa Maria del Fiore hanno rispettato le norme di sicurezza?
Il fatto che gli edifici costruiti a cavallo del ventennio crollassero, oggi non ci procura alcun fastidio; anzi molto spesso si guarda a quell’epoca come un riferimento di qualità architettonica “diffusa”.

… e se il problema fosse di corruzione?

Quanto saremmo disturbati dal conoscere il livello di corruzione delle istituzioni che hanno realizzato un’opera di architettura?
Per realizzare l’EUR sono state pagate mazzette? I terreni individuati per lo sviluppo urbanistico sono stati scelti per favorire qualche speculatore terriero?

L'intero EUR è la rappresentazione di un regime corrotto e dittatoriale. Però quanto ci piace?

L'intero EUR è la rappresentazione di un regime corrotto e dittatoriale. Però quanto ci piace?

sarebbe curioso scoprire che i realizzatori dell’acropoli non disdegnavano di intascarsi il denaro destinato alla realizzazione del Partenone

… o di speculazione edilizia?

Che cosa toglie alla piacevolezza delle piazze reali parigine il fatto che fossero frutto di bieca speculazione edilizia?

Vogliamo parlare degli sventramenti napoletani avviati per risanare la città dopo l’epidemia di colera?

Infine quanto incide il giudizio morale o la semplice simpatia personale del professionista? quanto è influente è l’integrità morale di chi ne ha consentito la realizzazione.

Il fatto che Le Corbusier avesse simpatie fasciste rende meno importanti le sue opere o il suo pensiero architettonico? è abbastanza evidente che per realizzare opere di grandi dimensioni ci vuole un commitente con grandi risorse, qundi di norma, capi di stato, monarchi, papi, dittatori, grandi speculatori. A meno che non si voglia relegare la storia dell’architettura a villette monofamiliari, la storia dell’architettura si è sempre fatta attraverso il potere economico e sociale.

Parlando di simpatia sembrerebbe che Leon Battista Alberti stesse antipatico a Vasari? e Brunelleschi litigava in continuazione con il Ghiberti e con le maestranze di cantiere, non doveva avere proprio un bel carattere.

Per valutare un’opera di architettura quanto conta la simpatia dell’architetto?

Fuksas sembra incarnare un poco tutti i mali del costruire contemporaneo; antipatico a molti e autore di progetti costosissimi. Siamo sicuri che tra 100 anni questo creerà problemi ai visitatori della "Nubbe de fero"

Fuksas sembra incarnare un poco tutti i mali del costruire contemporaneo; antipatico a molti e autore di progetti costosissimi. Siamo sicuri che tra 100 anni questo creerà problemi ai visitatori della "Nubbe de fero"

Insomma, concludiamo.
La realizzazione delle opere di architettura non è mai un percorso lineare.
A ben guardare si potrebbe sostenere il contrario. Proprio le opere più controverse, quelle che in qualche modo risultano più contrastanti, sono le opere che oggi siamo portati ad ammirare quelle a cui attribuiamo maggiore valore.
La prospettiva storica delle opere ci induce a dimenticare (o soprassedere) sugli aspetti più spiacevoli che stanno dietro alle opere storiche; per le quali siamo portati ad avere un giudizio idealizzato.
Ma se è così come ci dobbiamo comportare nei confronti delle opere contemporanee?
Dobbiamo disporci ad accettare opere controverse come la nuvola di Fuksas? Dobbiamo forse sospendere il giudizio sulle opere di Casamonti? Dobbiamo evitare di pensare al sistema di corruzione che si è sviluppato dietro EXPO quando esprimiamo un giudizio sul Padiglione Italia?

Sono state dimostrate le responsabilità oggettive di Calatrava sui cedimenti. Tra 50 anni chi se ne importerà più?

Sono state dimostrate le responsabilità oggettive di Calatrava sui cedimenti. Tra 50 anni chi se ne importerà più?

Ovviamente non è così.

Non ci possiamo permettere di accettare che le opere possano essere realizzate male, senza controllo dei costi, dei tempi, delle varianti; non possiamo accettare che la scelta di progettisti e imprese appaltatrici avvenga secondo criteri clientelari e in assenza di criteri minimi di trasparenza.

Possiamo però sospendere il giudizio estetico sulle stesse opere; possimao distinguere l’oggetto della nostra valutazione e esprimere opinioni che prescindano dai meccanismi “tossici” che ne hanno consentito la realizzazione.

Possiamo quindi pensare ed accettare che un’architettura “cattiva” possa tuttavia essere anche bella?

Oppure no?

Il Cupolone, simbolo indiscusso della Roma Cristiana, realizzato con innumerevoli varianti in corso d'opera, nell'arco di centinaia di anni, al centro di un sistema di corruzione e di potere che non ha uguali: ciononostante è oggi il simbolo indiscusso della Cristianità

Il Cupolone, realizzato con innumerevoli varianti in corso d'opera, nell'arco di centinaia di anni, al centro di un sistema di corruzione e di potere che non ha uguali: ciononostante è oggi il simbolo indiscusso della Cristianità Romana

Credits

L’immagine del disegno di Lebbeus Wood è tratta da:

Lebbeus Woods – A Visionary Architect

La foto di Casa Marika-Alderton di Glenn Murkutt è tratta da

https://es.wikipedia.org/wiki/Glenn_Murcutt:

Tutte le altre foto sono di Giulio Paolo Calcaprina e Giulio Pascali

ETICA E PROFESSIONE – IL GIURAMENTO DI VITRUVIO

“Come i medici con Ippocrate gli architetti dovrebbero
legare etica e conoscenza impegnandosi a realizzare sempre edifici di qualità
evitando scempi ambientali”

Il Prof. S. Settis, con “Il Giuramento di Vitruvio” (Sole 24 Ore – 12.01.2014) ha proposto, provocatoriamente, che gli architetti siano vincolati sotto l’aspetto etico e della conoscenza così come lo sono i medici con “Il Giuramento di Ippocrate”. Come era prevedibile, questo articolo è passato quasi sotto silenzio soprattutto tra gli addetti ai lavori, e non è riuscito a provocare quel dibattito che avrebbe potuto e dovuto. Questo perché Settis ha posto l’accento su un argomento alquanto “spinoso”, ma di enorme rilievo, quale è la “Responsabilità” dei professionisti della progettazione, di cui quasi mai si ha il coraggio di parlare come si dovrebbe. E’ come se architetti, ingegneri ed urbanisti non fossero tra gli attori protagonisti del processo di trasformazione del territorio, ma, a seconda dei casi, fossero delle figure estranee o, ancora peggio, dei semplici “realizzatori” dei “desiderata” del potere di turno, sia politico che economico-finanziario. Tutto ciò deriva principalmente da un grosso equivoco di fondo generato da un convincimento molto diffuso ed alimentato dagli stessi progettisti (in particolare dagli architetti), che sono ritenuti e si ritengono sopratutto degli artisti. Da questa considerazione scaturisce “l’assioma” che essendo un artista, il progettista ha delle responsabilità limitate, o addirittura nessuna (escludendo quelle di natura penale chiaramente), rispetto a chi opera scelte politiche di sviluppo e pianificazione territoriale e a chi determina quelle di natura economico-costruttiva. Ma ratificare strumenti urbanistici di varia natura e quindi condividerne le scelte progettuali e/o firmare i progetti per le richieste dei permessi di costruire, sono o no, per un Progettista, atti di responsabilità anche sotto l’aspetto etico e morale?

Il problema è politico: i politici devono combattere l’ingiustizia distributiva che affligge le nostre città, sta ai politici affrontare l’emergenza generale in cui viviamo. Gli architetti si occupano di ben altre cose” (M. Fuksas).

“L’architetto cala sulla città il suo mantello per garantire che sia “alla moda”, contemporanea davvero… Salvo poi rinchiudersi, come fa Fuksas, nell’alibi di non avere alcuna responsabilità, di essere un umile artista, un artigiano che potrà al massimo dire “lasciamo i problemi a quelli che dovrebbero gestirli” (F. La Cecla)

La stessa cosa che, quasi un secolo fa, rispondeva Mies van der Rohe quando, in pieno regime nazista, veniva accusato di essere un collaborazionista:
“Gli artisti hanno sempre lavorato per i potenti, perché stupirsi?”;

abbandonando poi la Germania solo dopo aver perso il Concorso per la ricostruzione di Berlino che Hitler affidò ad Albert Speer. Ed anche lui parlava di sé definendosi appunto un “artista”. A conforto di questa tesi, purtroppo, e di quanto sia radicata nella nostra professione, esiste una vasta “collezione” di affermazioni, interventi e prese di posizioni di architetti vari e di varia caratura, da cui scegliere fior da fiore. A dimostrazione anche di una certa arroganza ipocrita e in alcuni casi addirittura di profondo disinteresse per il problema della responsabilità sociale e dei comportamenti etici e morali nell’esercitare la professione, senza per questo voler togliere nulla alla naturale dimensione artistica di questo bellissimo “mestiere”. Un esempio per tutti. Nel 2009 il matematico Piergiorgio Odifreddi intervista per «la Repubblica», l’architetto Peter Eisenman, figura di rilievo e “guru” del decostruttivismo. Alla domanda “di come e cosa rispondere alle critiche che gli erano state rivolte da chi abitava nell’ House VI da lui progettata e se lui vivrebbe mai in una casa simile”, risponde:

“Io no! Non vivrei in nessuna delle case che progetto… io posso parlare del progetto, ma non della reazione della gente: non realizzo le mie opere preoccupandomi di cosa ne dirà il pubblico, così come Joyce non scriveva Finnegans’ Wake preoccupandosi delle reazioni dei lettori”.
Solo uno sprovveduto potrebbe immaginare che Eisenman non sappia la differenza tra un’architettura ed un libro! Ma la sua risposta evidenzia l’autoreferenzialità e l’arroganza presenti nella nostra professione, ma in maniera preoccupante in molti di coloro che, a torto o a ragione, sono riconosciuti e/o si pongono come punto di riferimento nell’architettura contemporanea. Perché non è possibile pensare che un libro, un quadro, un film, un componimento musicale o poetico, insomma qualsiasi opera frutto dell’espressione artistica dell’uomo, possa essere paragonata ad un’opera di architettura se rapportata alla peculiare capacità di incidere in modo significativo sulla qualità della nostra vita. E’ addirittura banale esprimere con un paradosso il concetto che si può benissimo non leggere libri, non visitare mostre, non andare al cinema, non ascoltare musica e così via, impoverendo certo l’aspetto culturale ed intellettuale della nostra vita. Ma tutto ciò sarebbe dovuto solo ad una scelta individuale che non ha niente a che vedere con la qualità intrinseca dell’opera d’arte e quindi con un’eventuale responsabilità dell’artista, che opera in assoluta libertà, seguendo solamente la stella polare della sua creatività. Ma l’architettura è qualcosa di diverso e di più complesso. E’ nata insieme all’uomo. Fa parte indissolubilmente della nostra vita, perché anche senza accorgercene noi “respiriamo” architettura tutti i giorni. Luoghi e spazi che “abitiamo” nello svolgimento delle attività quotidiane e che per fortuna o purtroppo altri decidono come, perché, dove e quando realizzare e quindi opere che l’intera collettività, è costretta a subire.

“Il compito dell’architetto è quello di creare luoghi significativi per aiutare l’uomo ad abitare”.

Dove la parola “abitare” assume per Norberg-Schulz (Paesaggio, Ambiente, Architettura) un significato più generale, riferendosi a tutte quelle “realtà costruite” che l’uomo “abita” nell’arco della sua vita. Ed è proprio questa la differenza fondamentale che fa dire allo scrittore e storico Robert Byron:

“Le Gallerie devono essere visitate, i libri devono essere aperti. Gli edifici invece sono sempre con noi. La democrazia è un fatto urbano e l’architettura è la sua arte”.

Ma il problema etico e morale non riguarda solo questo aspetto. C’è anche quello della corruzione che, specialmente in Italia, è diventato “patologico” con il 70% dell’importo totale prodotto dal mondo delle Costruzioni, degli Appalti e di tutto quello che gira intorno. Già nel 2001 la Transparency International (associazione non governativa che si occupa della corruzione nel mondo) dichiarava che il settore immobiliare copriva ben il 78% della corruzione mondiale e naturalmente noi ci siamo immediatamente adeguati. Nel suo articolo Settis parla dell’intervento sul quartiere di Santa Giulia a Milano, in costruzione su un terreno con un enorme deposito di rifiuti cancerogeni. Progettato da Norman Foster e presentato nel 2006 addirittura alla Biennale di Architettura a Venezia. Diamo certo per scontata la buona fede dell’archistar Foster. Ma quando la magistratura ha sequestrato il terreno, non ricordo alcuna dichiarazione o netta presa di posizione da parte del Progettista. Come e quanto, invece, sarebbe stato opportuno, “educativo” e soprattutto “dirompente” un segnale di questa portata? Per non parlare di quello che è successo nella “terra dei fuochi” in Campania. Si è parlato delle enormi responsabilità della “Politica” e di quelle di Imprese ed Imprenditori. Anche in questo caso però non ho sentito denunciare, almeno con la stessa portata, le responsabilità di chi ha firmato progetti su quei terreni, a meno che non siano tutti di natura abusiva. Ma per dirla tutta il silenzio più “imbarazzante” è sempre e senza alcun dubbio quello degli Ordini Professionali. Alla luce di tutto ciò, parlare poi di “Qualità del progetto” in senso assoluto e completo non può riguardare solo gli aspetti architettonici, sia formali che funzionali, ed escludere quelli etici e morali che fanno parte di tutte le Professioni. Anche perché al tema dell’etica si legano altri concetti importanti come quelli di libertà e di dignità
“… oggi per una rinascita bisogna essere responsabili, ma per essere responsabili bisogna essere liberi, senza condizionamenti, altrimenti non ci può essere autonomia e libertà e senza di esse non c’è responsabilità” (
M. Pistoletto).

Allora forse tocca anche a noi “Progettisti, come ultimo “baluardo”, cercare di recuperare quel ruolo di protagonisti, all’interno di qualsiasi “percorso progettuale”, che la Committenza Pubblica e Privata hanno oramai da tempo ridimensionato e spesso annullato, con la nostra “colpevole” complicità e disponibilità. Oggi l’Italia, versa in una situazione che è quasi un eufemismo definire drammatica, con un territorio consumato e devastato da disastri idrogeologici, terremoti e dall’abusivismo “legalizzato”, dove la qualità diffusa dell’architettura è sparita non solo nella pratica quotidiana, ma soprattutto in quegli interventi a scala diversa che dovrebbero concorrere a definire l’identità, ma soprattutto la qualità delle trasformazioni del territorio. Oggi in Italia è ancora possibile chiedere al “Progettista” un’assunzione di responsabilità? Oppure vogliamo continuare a fare come gli struzzi o come le tre scimmiette? Nessuno è immune da colpe, ma arriva il momento in cui bisogna per forza invertire la rotta per poter andare avanti. Poco meno di due anni fa uscì su Panorama un articolo di una giovane “free lance”, Maddalena Bonaccorso, che all’interno di una visione critica su architetti ed un certo tipo di architettura, proponeva uno “squarcio” di speranza di cui abbiamo enormemente bisogno.

“Ai quattro angoli del globo giovani architetti costruiscono rispondendo alle esigenze della gente, da Johan Anrys a Tirana, ad Alejandro Aravena in Cile, a Hu Li in Cina… avanza una nuova generazione di giovani architetti che vivono nel mondo reale e non più in quello del “distacco” da terra,…e che utilizzano parole finora sconosciute ai grandi progettisti: responsabilità, ascolto, morale, riuso, autocostruzione, dignità e spazio pubblico. Ai quattro angoli del globo, l’architettura è diventata sociale; non è più un contenitore fine a sé stesso. E mentre gli studi di progettazione si confrontano con i temi che stanno modificando profondamente il nostro modo di vivere e di abitare – la crisi economica planetaria, gli sconvolgimenti delle guerre, gli insediamenti informali all’interno delle megalopoli, l’inquinamento, gli spazi vuoti da recuperare – l’architettura torna ad essere un fondamento della morale. Perché è nella gestione dello spazio che si decide se una società diventa violenta o sceglie di non esserlo, e ogni città è una sfida che solo il rapporto virtuoso tra pubblico e privato può vincere”.

La parola agli iscritti: Assemblea straordinaria dell’Ordine degli Architetti di Roma

Pubblichiamo l’intervento della collega Eleonora Carrano all’assemblea straordinaria dell’Ordine del 24 luglio 2013,  con il quale, rispondendo ai punti all’ordine del giorno, ha  sintetizzato il decennio del mandato del Consiglio. Nelle critiche puntuali abbiamo trovato un riscontro oggettivo all’operato dell’Ordine che è stato per molti versi fallimentare, a cominciare dal suo rapporto con gli iscritti.

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FORMAZIONE E ORDINI

Attualmente l’Ordine degli Architetti di Roma è dotato di tre  organismi che si occupano dei corsi per la formazione degli architetti : il Cesarch, che è una  istituzione privata, l’Acquario Romano s.r.l. società partecipata dell’Ordine, e la discussa  Fondazione privata, istituita lo scorso anno, stanziando, tra le molte proteste degli iscritti, 50.000 euro. Comparando i costi dei corsi dell’Ordine di Roma con quelli dell’Ordine degli Ingegneri di Roma, (che fattura direttamente i corsi), questi ultimi  costano mediamente meno, (in alcuni casi fino a 100 euro), alcuni sono completamente gratuiti per gli ingegneri, le docenze  sono di  prestigio e la quota annuale degli ingegneri è di 125 euro contro i 190 euro degli architetti; per l’Ordine degli avvocati invece,tutti i corsi di formazione sono gratuiti.(..) Qualcosa evidentemente non funziona, nel pachiderma Ordine di Roma  che gestisce  5 milioni di euro degli iscritti. Altra anomalia: il Consiglio ha dichiarato che la Fondazione nasce con la finalità di istituire corsi di formazione per gli architetti, ma gli stessi sono fatturati alla s.r.l. Acquario Romano, una gravissima mancanza di trasparenza per la quale chiediamo chiarimenti al Consiglio. La lettura dello statuto della Fondazione poi, ci restitutisce iniziative bizzarre e incompatibili con l’istituzione ordinistica, si va dalla compravendita di immobili  alla replica delle attuali attività  dell’Ordine e della Casa dell’Architettura: mostre, attività culturali, rivista e ovviamente corsi di formazione. Del resto, la replica onerosa è diventata la specialità di questo Consiglio: mostre e convegni sono organizzati dalla Casa dell’Architettura, dall’Acquario romano e dall’Ordine, spesso sono di discutibile interesse, valore e utilità. Se la Casa dell’Architettura è preposta alle iniziative culturali, perchè l’Ordine vuole fare altrettanto? Perchè non si attiene al DPR 137/2012 impiegando le proprie risorse per la gratuità della formazione obbligatoria ? Non si può fare a meno di osservare che questo Consiglio, appena si è profilata all’orizzonte l’opportunità di fare dei corsi di formazione a pagamento, con largo anticipo sui tempi, si è buttato anima e corpo nell’organizzazione degli stessi, senza neppure prendere in considerazione un’alternativa non onerosa per gli iscritti, come pure altri ordini professionali stanno valutando. Per questi motivi, chiedo lo scioglimento della Fondazione, perchè non legittimata dal CNA, né dal Ministero di Giustizia e perchè sfugge al diretto controllo degli iscritti.

RIFORMA INARCASSA

Purtroppo c’è poco da dire , l’Ordine degli Architetti più popoloso d’Italia e d’Europa ha un Consiglio che si è preoccupato, in vista delle imminenti elezioni dell’Ordine, di ricompattare fila e consensi della propria fazione, piuttosto che  promuovere un’assemblea straordinaria  con i propri iscritti e magari redigere una nota critica da presentare a Inarcassa. Del resto, la gestione delle molte attività “extra-Disposizioni” dell’Ordine, quali le società srl, la fondazione, i corsi a pagamento, la casa editrice, le mostre, i convegni, richiedono tempo e dedizione assoluta. Contrariamente a quanto hanno fatto  l’ordine degli architetti di Torino, di Messina, di Firenze, di Arezzo solo per citarne alcuni e dei tanti ordini provinciali degli ingegneri che hanno promosso raccolte firme, incontri con gli iscritti, petizioni e molto altro.

RIVISTA AR

E’ dal 2009 che la sottoscritta con altri colleghi, chiediamo al Consiglio di adottare delle regole trasparenti e di buon senso, come ad esempio un bando biennale, tra tutti gli iscritti, per la  direzione della casa editrice e della rivista sulla base di una proposta editoriale , come fanno gli Ordini degli architetti spagnoli, come si fa in ogni società democratica degna di questo nome. Proposta di buonsenso rimasta ovviamente inascoltata, perchè, come tutti sanno, questo Consiglio ha deciso che da 12 anni, al comando della Prospettive edizioni ci debba essere l’architetto Claudio Presta, sulle cui competenze e meriti abbiamo chiesto più volte delucidazioni senza mai ricevere risposte – né dall’interessato che pure, chiamato in causa, non ha mai ritenuto di dover dar conto a chi gli permette di svolgere il proprio ruolo retribuito – né dal Consiglio; divenendo uno dei molti dogmi di questa gestione dell’Ordine .Tornando alla rivista AR, Lucio Carbonara che proviene dal mondo dell’università, la dirige da 12 anni, è nell’interesse stesso di qualsiasi iniziativa culturale che vi sia un avvicendamento per poter dar modo a punti di vista diversi di emergere, ritengo, a maggior ragione, che lo stesso Carbonara avrebbe dovuto farsi da parte a suo tempo, senza che nessuno lo sollecitasse in tal senso. L’Ordine è espressione di una categoria professionale, eppure nella rivista, temi urgenti e stringenti quali  l’aumento dei minimi Inarcassa, la crisi economica e professionale, il confronto della professione con quella di altre realtà europee, non vengono neppure sfiorati; ritengo che sia compito del Direttore, intercettare temi di ampio interesse, per dare voce agli architetti, tutti. Quanto costa AR: tre anni fa denunciammo al Consiglio che dall’esame contabile dei bilanci di esercizio della Prospettive srl, i costi  sostenuti per la produzione della  rivista  erano superiori a quelli di mercato. Prospettive Edizioni fino al 2011, ha ricevuto finanziamenti fino a 200.000 euro, di cui 178.498,28 euro per la sola redazione e stampa di  6 (!) numeri, realizzando un costo della singola copia pari al doppio di quella di mercato; dopo la nostra denuncia, ora Prospettive s.r.l. riceve la metà del finanziamento. Inutile dire che tali verifiche non spettano agli iscritti ma ai consiglieri, che hanno, tra i loro oneri , la vigilanza della corretta spesa dell’Ordine nell’interesse degli iscritti. Facemmo anche presente che  la rivista presenta 16/17 pagine di inserzioni pubblicitarie, ancora oggi, nonostante i ripetuti solleciti, nessuno ci risponde a quanto ammonta l’indotto pubblicitario e se questo, da solo, poteva negli anni, coprirne le spese di stampa. Se dopo 11 anni, la casa editrice Prospettive oggi ha una comitato scientifico, l’iniziativa non si deve al Consiglio, ma alla sottoscritta e a un gruppo di colleghi che l’hanno richiesta e invocata per tre anni, e ora dobbiamo persino prendere atto che un membro del comitato (nominato dallo stesso Consiglio) ha pubblicato – incredibile! – quattro (!) suoi libri nella stessa casa editrice per la quale gli si chiede di essere super partes, senza che nessuno ne chieda le dimissioni! Per quanto sopra, chiediamo le dimissioni degli architetti Presta e Carbonara, rispettivamente alla direzione della Prospettive edizioni e della rivista AR perchè, indipendentemente dai loro meriti o capacità, dopo 12 anni, riteniamo esaurito il loro mandato e anche la nostra pazienza .

CONCLUSIONE

Molti colleghi, in ultima analisi, quando vogliono sostenere l’operato dell’Ordine, di solito ripetono due formule preconfezionate come testimonianza tangibile e inoppugnabile del merito: “L’Ordine di Roma è considerato un modello istituzionale d’avanguardia anche per i nostri omologhi italiani ed europei “ (quali? Per favore diteci quali ordini europei prendono a modello il sistema Ordine di Roma ) e “prima eravamo a Via Pilsudski, guardate ora che bella sede rappresentativa che abbiamo, tutti gli altri ordini ce la invidiano”. Sono affermazioni di uno schematismo disarmante e di grande indigenza critica e culturale, che non tengono conto di come l’Ordine in questi anni, altro non ha fatto  che riprodurre il modello della peggiore e asfittica politica italiana, quella che oggi tanto contestiamo, fatta di corporazioni, privilegi e privilegiati: non c’è nulla di innovativo nell’assegnazione per “chiamata” della direzione della casa editrice, della rivista e dell’Acquario Romano alle stesse persone (per dodici anni nei primi due casi, da 5 anni per dell’Acquario) tenendo fuori da una consultazione basata sul merito e sulle proposte, tutti gli altri 18.000 iscritti. Non c’è nulla di innovativo ed edificante, nel vedere i consiglieri in carica, durante il loro mandato, pubblicare i propri libri con la casa editrice dell’Ordine, dimentichi della terzietà, dell’imparzialità e dell’equidistanza imposti dal loro ruolo istituzionale. Non c’è nulla di innovativo nella notizia che i consiglieri dimissionari hanno opportunisticamente conservato le loro cariche all’interno della Fondazione e a capo della Casa dell’Architettura, adducendo a risibili distinguo burocratici e ad artifici retorici: quelle cariche le hanno avute perchè eletti dagli iscritti, dimettendosi da consiglieri e rinunciando quindi ad agire nell’interesse degli stessi iscritti, hanno il preciso dovere di rinunciare a tutto. Non c’è nulla di innovativo nel rifiuto arrogante, da parte della maggioranza del Consiglio, alla richiesta (marzo 2012) di un assemblea straordinaria, sottoscritta da 550 colleghi per discutere della neo-Fondazione privata e dei corsi di formazione. Non c’è nulla di nuovo nel furbo espediente di far votare  la Fondazione accorpandola alla voce dell’approvazione del bilancio: è così che l’Ordine ha di fatto costituito la Fondazione, in una assemblea in cui neppure veniva richiesto, a coloro che accedevano per  votare, di provare la loro appartenza all’Ordine. Non c’è nulla di nuovo infine, nell’esercizio di un potere che fa uso dell’opacità per mantenere privilegi e privilegiati . Ora basta, rispettate  gli iscritti, vogliamo una rendicontazione puntuale della reale attività svolta dalla Fondazione e il suo scioglimento immediato, vogliamo le dimissioni di chi, in carica da oltre dieci anni su chiamata diretta, gestisce i nostri soldi attraverso le società partecipate, presentando un generico bilancio senza rendere pubblici, in regime di trasparenza, i propri compensi e le singole fatturazioni. Esigiamo senso di responsabilità e serietà , vogliamo, senza infingimenti , le dimissioni da ogni carica, di chi ha rinunciato a far parte  del Consiglio,vogliamo conoscere infine, i nomi dei Consiglieri che rifiutarono a 550 colleghi il diritto di esprimere liberamente le loro posizioni, vogliamo sapere se saranno gli stessi che domani, in vista delle imminenti elezioni, in linea con la peggiore tradizione della politica italiana,ci tireranno per la giacchetta chiedendoci di votarli.

. Eleonora Carrano

Etica e stomaci di ferro

31 gennaio 2009

Bersani e’ solo l’ultimo sgarbo che il politico rifila al ruolo dell’architettura e della professione di architetto.

Di fatto è da 50 anni che subiamo inermi la cementificazione selvaggia delle città, oltraggiate dagli interessi di gruppi politico economici. Siamo passati attraverso i palazzinari degli anni ’70 a quelli di quest’ultimo decennio.

Cosa e’ cambiato? Le parcelle dei lavori pubblici? No: hanno preso solo forme differenti. In realtà vogliono che gli architetti si comportino come imprese. E l’impresa dopo aver preso il lavoro praticando un ribasso anche del 45%, incomincia a porre problemi di ogni sorta.

Risultato i tempi si allungano a dismisura e il ribasso viene ad essere enormemente più basso.

E’ la mentalità che ci vogliono far cambiare. Non più seri professionisti, ma astute macchine per far soldi a scapito chiaramente della salute pubblica. La storia passata ci dice che chi ci rimetterà sarà sempre il cittadino che abiterà, se possibile, città ancora più invivibili con costi sociali altissimi. Come faranno a sopravvivere gli architetti a questo ultimo colpo vibrato dalla cecità dei nostri legislatori? Rottamando la propria etica professionale per uno stomaco di ferro.