Articoli marcati con tag ‘elezioni’

Elezioni romane – promemoria per i candidati

9 Maggio 2013

Su Linkiesta è apparsa questa interessante analisi di Christian Raimo (*) che, in vista delle elezioni del sindaco di Roma, richiama l’attenzione sui nodi cruciali legati all’amministrazione della Capitale.

L’articolo di Raimo evidenzia bene alcune delle maggiori criticità di Roma, ne cito alcune:
– incapacità di pianificazione organica del territorio e gestione emergenziale della città;
– abusivismo urbano;
– carenza cronica della viabilità pubblica e preponderanza di viabilità privata;
– sudditanza nei confronti della grande impresa speculativa immobiliare nella determinazione delle scelte di pianificazione;

Aggiungo: utilizzo improprio degli oneri di concessione come leva di di finanziamento sia per esigenze di pareggio di bilancio, sia per l’attuazione di interventi urbani.

Quest’ultima prassi è, a mio parere, il risultato indiretto della norma che consente di utilizzare gli oneri di urbanizzazione per finanziare la spesa corrente (norma bypartisan introdotta da Prodi e reiterata da Berlusconi/Tremonti). Questa possibilità, associata all’abolizione dell’IMU (che ha sottratto 4 miliardi alle casse dei comuni) ha spinto sempre di più le amministrazioni (non solo quella romana) a ricercare le risorse economiche per finanziare le attività correnti (e straordinarie) utilizzando il terreno urbano come cassa; Permessi a Costruire rilasciati con il fine specifico di recuperare fondi sia per sostenere la spesa corrente che per le più svariate operazioni di sviluppo urbano (ricordiamo la proposta del Gran Premio di Formula 1).

Il tutto a discapito di una pianificazione generale del territorio che consenta di capire fino in fondo (e senza condizionamenti speculativi) quali siano le reali esigenze di sviluppo urbano della città e quali i modelli di funzionamento del sistema territoriale.

Un meccanismo perverso che spinge le amministrazioni a consumare suolo anche quando in realtà non ce ne sarebbe bisogno.
Per dirne una: c’è realmente bisogno di nuove abitazioni in una città che da anni ha una popolazione costante (e non si prevedono sviluppi futuri)?

Proviamo a capire come funziona questo meccanismo perverso:
– il sindaco Taldeitali deve realizzare l’opera X ma non ha i soldi per farlo (in parte anche perché gli manca l’introito dell’IMU);
– il sindaco si accorda con il privato Y che si impegna a realizzare l’opera e in cambio ottiene che il terreno Beta, a destinazione agricola, diventi edificabile (destinazione residenziale)
– il privato Y ha già realizzato un bel guadagno: secondo i valori agricoli medi della provincia di Roma un terreno a destinazione orto ha un valore di 42.000 €/Ha  (=4,2 €/mq) mentre il valore di mercato di un immobile residenziale in zona suburbana (zona Fiumicino/Portuense) è al minimo di 2.500 €/mq;
–  con un indice di fabbricabilità pari a 1 (1 mq costruito per ogni mq di terreno edificabile) detraendo il costo di costruzione (1.000 €/mq), le tasse, gli utili e le spese del costruttore possiamo ottenere un valore di mercato (del solo terreno) che può tranquillamente superare i 300€/mq di terreno (70 volte maggiore dei 4,2 €/mq iniziali);
– il privato Y, solo cambiando la destinazione d’uso di un terreno di 10.000 mq, ha già realizzato una plusvalenza di circa 3 milioni (l’equivalente di circa 4 asili nido);
– si firma l’accordo; il privato realizzerà anche le urbanizzazioni primarie, ottenendo quindi uno sconto sugli oneri di concessione; le strade, le fogne e i giardini una volta realizzati saranno ceduti al comune;
– il sindaco quindi non dovrà realizzare strade e parchi (relativi alla lottizzazione); ma alla fine del percorso si ritroverà l’onere della loro gestione;
– il privato Y quindi costruisce nuove residenze (che sono le più redditizie), ma lo fa indipendentemente dalla reale necessità di nuove abitazioni; il comune di Roma, per esempio ha una popolazione quasi invariata da molti anni; chi comprerà ed occuperà le nuove case?
– il privato non si preoccupa di questo; spende circa 1.000 €/mq per costruire (quando va bene) e rivende (mediamente) a 3.000 €/mq; quindi è sufficiente che venda un terzo del costruito per essere in sicurezza, mentre per l’invenduto può permettersi di aspettare; questo aspetto ha un risvolto interessante, sostiene il valore degli immobili; così, nonostante vi sia una offerta potenzialmente ampia di immobili a fronte di scarsa richiesta, il valore rimane relativamente costante;
– in aree come Roma vi è molta compravendita a fini speculativi, per cui sia i singoli che gli investitori più istituzionali tendono a sostenere la domanda, almeno finché le congiunture non fanno esplodere la bolla;
– tornando a Roma, il numero di abitanti non è cresciuto; questo significa che sostanzialmente chi ha comprato le nuove abitazioni (persone che possono permettersi 300.000 per 100 mq e che poi si lamentano se ne pagano 600 di IMU) ne sta lasciando vuote altre in altre parti della città; a Roma si stimano 250.000 appartamenti vuoti;
– gli accordi tra il sindaco e il privato favoriscono la tendenza alla dispersione urbana; lo stesso numero di abitanti che prima era distribuito su aree più concentrate, ora si distribuisce su una superficie più ampia; inoltre la localizzazione delle nuove residenze non dipende da scelte precise dell’amministrazione (che magari avrebbe potuto individuare della zone già parzialmente urbanizzate e ottimizzare gli investimenti), ma dalla posizione dei terreni di proprietà del privato Y che quindi finisce con il determinare pesantemente le scelte dell’amministrazione, di certo non curandosi dell’interesse collettivo;
– questo si traduce in maggiori costi ordinari per l’amministrazione (che deve gestire e manutenere più strade, più infrastrutture primarie del necessario) e nella necessità di realizzare nuove opere (ad esempio nuovi asili, nuove biblioteche, nuove chiese) che devono coprire maggiori porzioni di città;
– queste nuove opere non le può realizzare tutte il privato (che come ricorderete si è già impegnato a realizzare altre opere pubbliche); sicuramente avrà realizzato le infrastrutture primarie (strade e giardini), ma in genere si limita a questo; buona parte delle nuove opere saranno comunque, di nuovo a carico del sindaco, che dovrà trovare il modo di recuperare ulteriori risorse per le maggiori spese ordinarie.
– alla fine del processo l’amministrazione si ritrova con la stessa necessità di risorse iniziali, con una città che funziona peggio di prima (perché più dispersa) e più costosa; grazie all’esenzione dell’IMU non potrà contare su un costante flusso di cassa; i trasporti pubblici dovranno coprire maggiori aree, ci saranno più alberi da potare, erba da tagliare, vigilanza da garantire, ecc.;
– i cittadini, che nel frattempo hanno comprato casa nelle nuove residenze, cominceranno a reclamare i servizi (chiese, scuole, negozi, infrastrutture, trasporti, uffici pubblici, ecc.); si lamenteranno perché le strade sono piene di buche, vorranno parchi e giardini ben curati, fermate del tram sotto casa, minore traffico sulle strade, ecc.: “dov’è il sindaco! cosa combina!”;
– nel frattempo l’opera X è stata avviata, ma siccome il progetto iniziale era un semplice schema di massima, nello sviluppo esecutivo invece di costare TOT è finita per costare 3volteTOT (d’altronde per risparmiare sulla progettazione mica si poteva affidare un incarico intero al progettista); la differenza la deve mettere il comune (come da accordo iniziale), altrimenti si rischia di non avere nemmeno realizzata l’opera per cui si è messo in atto tutto il meccanismo;
– il povero sindaco, preoccupato per la sua rielezione, a questo punto non potrà fare altro che cercare nuove risorse per finanziare le nuove esigenze (sia quelle di completamento dell’opera X che quelle di gestione ordinaria e straordinaria); dove le troverà? ma certo! c’è l’altro privato W con il terreno Gamma che potrebbe fare tutto in cambio di un bel cambio di destinazione d’uso…..

Questo ciclo, in realtà non deve necessariamente essere visto in maniera così negativa. Non vi sarebbe nulla di male a ricorrere all’aiuto del privato per determinati interventi da realizzare in maniera integrata; a condizione che il Sindaco si trovi in una posizione di forza nei confronti del privato, che possa incidere sulle scelte di pianificazione senza subire il condizionamento dell’investitore e che vi sia una maggiore consapevolezza delle conseguenze degli interventi sui costi di gestione e sul funzionamento generale della macchina urbana. E’ anche utile che vi sia maggiore trasparenza nelle plusvalenze generate dagli accordi tra pubblico e privato (che vantaggi ottiene l’investitore? quanto restituisce alla collettività?).

Inoltre è necessario tenere sempre a mente che il territorio è una risorsa limitata; quanto ancora può svilupparsi una città la cui economia si regge sulla costruzione di immobili al cui interno non si svolge nessuna attività che non sia produttiva? quanto può reggere una sistema speculativo che si basa solo sulla vendita e cessione di terreno?

Per questo mi permetto di proporre al futuro sindaco un piccolo promemoria di poche semplici buone pratiche che possano aiutarlo ad affrontare il difficile compito che lo aspetta:

– dare la massima importanza a tutte le attività di pianificazione e progettazione; chi ha in mano il progetto, ha in mano la possibilità di decidere sulle scelte concrete;
– affidare la progettazione (e la pianificazione) a figure estranee all’investitore (se il privato Y sviluppa il progetto, questo necessariamente risponderà prima alle sue esigenze e poi forse a quelle dell’amministrazione); se si lascia questo strumento di governo in mano all’impresa si rischia di perdere il controllo della gestione degli interventi; abbandonare la prassi degli appalti integrati;
– dare la priorità al recupero e riuso urbano del preesistente (riducendo al minimo i cambi di destinazione per aree agricole); è abbastanza ovvio, ma prima di ampliare una città, è buona norma cercare di sfruttare al meglio quello che si ha già.
– dare la priorità a programmi di sviluppo urbano che favoriscano la creazione di posti di lavoro permanenti e indipendenti dalla speculazione edilizia; prima di pensare alle residenze, occorre pensare alle attività produttive, magari produttive culturali (come l’industria cinematografica);
– rigoroso rispetto delle regole (cessando la prassi delle deroghe e lavorando per avere normative ordinarie funzionanti e funzionali); se una cosa non è percorribile per le vie ordinarie occorre lavorare per sciogliere i vincoli burocratici, non per aggirarli; in questa maniera si getteranno le basi per essere più efficienti negli interventi successivi; in questa maniera si aprirà la possibilità di aprire anche ad altri investitori (quelli che non hanno accesso privilegiato ai meandri della burocrazia);
– dialogo non subalterno con la grande speculazione; non si tratta di demonizzare la speculazione, ma di governarla pilotando interessi privati in maniera da trarne beneficio per tutti; un dialogo, manco a dirlo da condurre in totale trasparenza;
– dialogo reale e non populista, con la popolazione; si chiama partecipazione, sia ascoltano le esigenze dei cittadini, si valutano le alternative, poi si prendono le decisioni; in questa maniera si crea anche il consenso; evitare il processo inverso, prima si prendono le decisioni e poi si cerca di convincere il popolo…..;
– fare cultura a partire dalla costruzione urbana della città; la città è cultura; ogni volta che si trasforma una città, è un’occasione per renderla migliore e per dargli una forma significativa; in questo modo si fa anche cultura; la cultura significa sviluppo, turismo, ecc.; lasciare la città in mano all’edilizia, può sembrare più conveniente, ma alla lunga non crea sviluppo; una città che rinuncia a darsi una forma è una città morta in partenza;
– non avere paura di sostenere la tassazione delle rendite passive (tipo IMU); le tasse sono antipatiche ma se se le si finalizzano chiaramente, diventano un poco più sopportabili; se aiutano a creare sviluppo è anche meglio; se occorre ridurre le tasse meglio ridurle ai settori produttivi; in questo modo si creerà sviluppo, lo sviluppo farà aumentare gli stipendi, con gli stipendi si pagherà anche l’IMU.

Poche cose, semplici per impostare un lavoro difficile, ma necessario.

Buon lavoro, futuro sindaco.

(*) NOTA – Al punto 4 viene citata l’occupazione di Carte in Regola (senza tuttavia nominare la rete di cui anche Amate L’Architettura fa parte). Purtroppo, contrariamente a quanto detto nell’articolo, l’opposizione consiliare è risultata tutt’altro che strenua e anzi in molti casi quasi connivente; non poteva che essere così visto che molte delle 64 delibere avevano origine dalle precedenti amministrazioni.

L’inarcassa ha modificato il proprio statuto, gli architetti ne sono a conoscenza?

Nel mese di luglio del 2008 il Comitato Nazionale dei Delegati inarcassa ha definitivamente approvato le modifiche allo statuto, finalizzate a garantire la stabilità dell’ente nel futuro. Fino ad oggi non ci sono state comunicazioni ufficiali da parte di inarcassa in merito a queste modifiche, nel numero 4/2008 della rivista dell’ente viene pubblicato il nuovo statuto e si informano gli iscritti che le modifiche statutarie dovrebbero entrare in vigore nel 2009, ma soltanto dopo l’approvazione dei Ministeri Vigilanti, da quel momento fino ad oggi siamo nell’oblio.

Ho fatto un rapido sondaggio tra i colleghi e ho notato che una novità così importante è conosciuta da meno del 50% degli iscritti, questo la dice lunga sullo stato della comunicazione fra l’ente e i propri iscritti.

Andiamo a conoscere le novità del testo statutario modificato:

  • l’art. 22 stabilisce la percentuale del contributo soggettivo, tale contributo viene innalzato in 4 anni dal 10% al 14,5% con un aumento quindi di quasi il 50% . Il contributo minimo relativo al contributo soggettivo, ovvero quello che bisogna comunque pagare indipendentemente da quanto si abbia fatturato, sta aumentando in 5 anni da 1200,00 a 1800,00 euro;
  • l’art. 23 stabilisce la percentuale del contributo integrativo, tale contributo passa dal 2% al 4% con un aumento del contributo minimo portato a 360,00 euro;
  • l’art. 25 stabilisce i criteri di calcolo della pensione di vecchiaia, il numero di anni a reddito più elevato per il calcolo della quota di pensione è aumentato fino a raggiungere i migliori 25 anni degli ultimi 30 redditi dichiarati, in origine era 10 su 15, è evidente guardando il diagramma dei redditi rapportato all’età che ne deriva un pesante abbassamento dell’ importo della pensione;
  • l’art. 26 stabilisce i criteri della pensione di anzianità, viene innalzato il tetto di età + anni di iscrizione a inarcassa che viene portato, con possibilità di ulteriore aumento, fino a 98 anni.

In definitiva con un colpo solo si aumenta del 50% l’importo dei contributi, del 50% l’importo minimo degli stessi, si allunga l’età e il periodo di iscrizione per andare in pensione e si diminuisce l’importo delle pensioni. Tutto ciò in un periodo di grave crisi economica che ha già messo in una situazione di grande difficoltà gran parte degli architetti.

In realtà non sappiamo quando entrerà in vigore la riforma perché l’inarcassa non comunica con i propri iscritti e sappiamo che oggi è possibile a costi zero, l’ente possiede le caselle e-mail di tutti.

Nell’ultimo numero della rivista inarcassa il Presidente Muratorio dice: “si tratta di poche, semplici ma fondamentali misure, che a partire dal 2010 renderanno più equa la ripartizione dell’onere previdenziale tra iscritti più giovani e iscritti meno giovani, portando ad esempio, dal 2% al 4% il contributo integrativo e innalzando gradualmente di 4,5 punti percentuali i contributi soggettivo”.

Allora mi viene un dubbio, dal mese di gennaio dovrò mettere l’aliquota del 4% in fattura?

Per fugare ogni incertezza chiamo inarcassa e chiedo spiegazioni, mi si risponde che per il momento non c’è alcun aumento, provo a controbattere dicendo che è stato scritto dal Presidente di inarcassa sull’ultimo numero della rivista, ma mi si risponde in tono stizzoso, (perché chi risponde al telefono che è pagato con i nostri soldi deve essere così maleducato?), che non so leggere.

Ora mi chiedo, non sarà che a causa delle elezioni alle porte per il rinnovo dei Delegati inarcassa l’ente sta aspettando il dopo voto per fare una comunicazione ufficiale a riguardo?

Per caso il Presidente che si ripresenta con la sua squadra ha paura di non essere riconfermato?

Non sono soltanto questi i problemi dell’inarcassa, provo a farvene conoscere alcuni.

Nel 2002 inarcassa bandiva un concorso nazionale ad inviti, (non si poteva fare un concorso aperto a tutti gli iscritti?), per la ristrutturazione di un edificio a Roma da adibire alla nuova sede degli uffici dell’ente. Passo ogni giorno davanti al cantiere assistendo ad uno spettacolo veramente triste, i lavori che dovevano concludersi il 5 giugno 2007 sono fermi da anni, c’è un contenzioso con l’impresa non si sa quanti soldi, (nostri), sono stati spesi, molto probabilmente non sarà più la nuova sede dell’inarcassa, non si sa quando si arriverà ad una soluzione. Si dice che il calzolaio ha sempre le scarpe rotte ma è paradossale che 145.000 tra architetti e ingegneri non riescono realizzarsi la propria sede.

Nel 2008 inarcassa ha perso in borsa 240 milioni di euro, (2.000,00 euro per ogni iscritto), ma era proprio inevitabile? Non sappiamo ancora i dati del 2009, ma nel frattempo il Comitato dei delegati ha deciso di mantenere la quota di investimento in fondi azionari pari al 21%, siamo sicuri che vogliamo affidare i nostri soldi alle borse mondiali?

Il Presidente Muratorio ha più volte sostenuto di voler aiutare i giovani, non molti mesi fa è intervenuta a Roma ad un congresso del Giarch, (Coordinamento nazionale dei giovani architetti italiani), dove ha ripetuto più volte che l’inarcassa vuole aiutare i giovani architetti, tutte belle parole ma non bastano ci vogliono i fatti. Per aiutare concretamente i giovani, perché non si comincia realizzando gare di progettazione riservate ai minori di 40 anni e magari a rotazione per l’affidamento degli incarichi nella gestione e manutenzione del patrimonio immobiliare dell’ente. Quasi nessuno conosce le modalità con cui oggi si affidano gli incarichi suddetti.

Perché non si affittano a canoni facilitati immobili di inarcassa per realizzare studi di giovani architetti, magari incentivando la formazione di team di almeno 10 professionisti ?

Sono tante le iniziative che si potrebbero intraprendere per dare un aiuto concreto ai giovani iscritti, non basta fare prestiti agevolati e dilazioni per i pagamenti dei contributi perché prima o poi i soldi bisogna restituirli.

Tutti noi conosciamo i tassi da strozzino e le penali assurde che l’inarcassa applica a chi non paga nei termini, sono proprio indispensabili?

Possibile che non si vuole instaurare un rapporto diverso con i propri iscritti?

Per tutte queste ragioni mi candido alle elezioni per il rinnovo dei delegati quinquennio 2010-2015.

A Roma si vota il 09-10-11 marzo 2010 presso il Notaio Fiumara – Piazza Orazio Marucchi, 5 – dalle 9.30 alle 12.30 e dalle 16.30 alle 19.30 oppure tramite raccomandata.

E’ fondamentale andare a votare, Roma per 5 anni non ha avuto i propri delegati, se credi che sia necessario un cambiamento vai a votare.

ANTONIO ALCARO

Ho inviato una lettera aperta al Presidente uscente di inarcassa Architetto Paola Muratorio che si ricandida per un altro mandato.

LETTERA APERTA AL PRESIDENTE DI INARCASSA

Gentile Architetto Paola Muratorio

Presidente INARCASSA

Via Salaria, 221

segreteria.presidenza@inarcassa.it

protocollo@pec.inarcassa.org

Oggetto: ELEZIONI PER IL RINNOVO DEI DELEGATI 2010-2015

Sono alle porte le elezioni per il rinnovo dei delegati inarcassa 2010-2015, noto con piacere che Lei si ripresenta, Le auguro di essere riconfermata.

Credo che ci sia qualche problema di comunicazione tra inarcassa e i propri iscritti, nell’ultimo numero della rivista dell’ente Lei scrive nell’editoriale:

si tratta di poche, semplici ma fondamentali misure, che a partire dal 2010 renderanno più equa la ripartizione dell’onere previdenziale tra iscritti più giovani e iscritti meno giovani, portando ad esempio, dal 2% al 4% il contributo integrativo e innalzando gradualmente di 4,5 punti percentuali i contributi soggettivo”.

La modifica dello statuto era stata comunicata, sempre nella rivista, nel numero 4/2008 doveva entrare in vigore nel 2009 ma si paventava uno slittamento al 2010, con l’anno nuovo mi è venuto un dubbio, dal mese di gennaio devo mettere l’aliquota del 4% in fattura?

Per fugare ogni incertezza chiamo inarcassa e chiedo spiegazioni, mi si risponde che per il momento non c’è alcun aumento, provo a controbattere dicendo che è stato scritto dal Presidente di inarcassa sull’ultimo numero della rivista, ma mi si risponde in tono stizzoso, (perché chi risponde al telefono, che è pagato con i nostri soldi, deve essere così maleducato?), che non so leggere.

Ora mi chiedo, non sarà che a causa delle elezioni alle porte l’ente sta aspettando il dopo voto per fare una comunicazione ufficiale a riguardo?

Il Comitato Direttivo ha paura di non essere riconfermato?

Probabilmente mi sbaglio è soltanto una coincidenza, ma sinceramente non capisco il perché non sia stata fatta una seria campagna d’informazione su una modifica così importante che ci riguarda, lo dico perché ho costatato che almeno la metà dei miei colleghi ne ignora i contenuti.

Le ricordo che oggi con la posta elettronica si può comunicare con gli iscritti senza spesa alcuna.

Credo che il problema della comunicazione riguardi anche altre problematiche di inarcassa.

Nel 2002 inarcassa bandiva un concorso nazionale ad inviti, (non si poteva fare un concorso aperto a tutti gli iscritti ?), per la ristrutturazione di un edificio a Roma da adibire alla nuova sede degli uffici dell’ente. Passo ogni giorno davanti al cantiere assistendo ad uno spettacolo veramente triste, i lavori che dovevano concludersi il 5 giugno 2007 sono fermi da anni, perché non s’informano gli iscritti su cosa sta accadendo?

L’inarcassa ha un notevole patrimonio immobiliare, quali sono le modalità con cui sono affidati gli incarichi ai professionisti per la manutenzione e la gestione degli edifici?

Un’informazione costante e puntuale su tutto ciò che avviene nell’ente e soprattutto su temi che toccano le nostre tasche, renderebbe più familiare e meno ostile il rapporto tra inarcassa e i propri iscritti.

Nel 2008 inarcassa ha perso in borsa 240 milioni di euro, (2.000,00 euro per ogni iscritto), ma era proprio inevitabile? Non sappiamo ancora i dati del 2009, ma nel frattempo il Comitato dei delegati ha deciso di mantenere la quota d’investimento in fondi azionari pari al 21%, siamo sicuri che vogliamo affidare i nostri soldi alle borse mondiali?

In un recente convegno a Roma del Giarch, (Coordinamento nazionale dei giovani architetti italiani), Lei ha più volte sostenuto di voler aiutare i giovani architetti, tutte belle parole ma non bastano ci vogliono i fatti. Per dare un contriibuto concreto ai giovani, perché non si comincia realizzando gare di progettazione riservate ai minori di 40 anni e magari a rotazione per l’affidamento degli incarichi nella gestione e manutenzione del patrimonio immobiliare dell’ente?

Perché non si affittano a canoni facilitati immobili di inarcassa per realizzare studi di giovani architetti, magari incentivando la formazione di team di almeno 10 professionisti?

Sono tante le iniziative che si potrebbero intraprendere per dare un aiuto concreto ai giovani iscritti, non basta fare prestiti agevolati e dilazioni per i pagamenti dei contributi perché prima o poi i soldi bisogna restituirli.

La riforma statutaria in arrivo entrerà in vigore in un momento storico di grave crisi, in definitiva con un colpo solo si aumenta del 50% l’importo dei contributi, del 50% l’importo minimo degli stessi, si allunga l’età e il periodo di iscrizione per andare in pensione e si diminuisce l’importo delle pensioni.

Si rischia di compromettere definitivamente una situazione, già difficilissima, in cui versano i nostri iscritti, siamo sicuri che non si può rimandare?

Le auguro un buon lavoro, se sarà riconfermata e spero di poter dare un mio contributo, sono candidato al collegio di Roma.

Antonio Marco Alcaro

Ordini degli Architetti, è il momento di una svolta

Venerdì 22 gennaio si è svolta a Roma la Conferenza nazionale degli Ordini degli Architetti, si percepiva già un clima elettorale, il mandato del Consiglio Nazionale termina a fine 2010. Il filo conduttore di molti interventi dei Presidenti provinciali, (tra cui Lucca, Roma e Firenze), è stato quello di constatare che negli ultimi 11 anni, (da Torino 1999), il Consiglio Nazionale continua a ripetere le stesse cose senza aver ottenuto alcun risultato.

I problemi degli architetti in questi ultimi anni, non solo non sono stati risolti, ma al contrario sono aumentati.

E’ arrivato il tempo di passare dalle parole ai fatti e non possono essere trascurate le responsabilità precise che il nostro Consiglio Nazionale ha avuto in questi anni, per esempio nella disastrosa riforma universitaria, (3+2 per intenderci).

L’Assemblea dei Presidenti, che si è riunita venerdì 22 a Roma, era composta anche da nuovi esponenti che hanno partecipato per la prima volta, dopo i recenti rinnovi dei consigli provinciali. Si respirava un’aria nuova, il clima – alla “Ceauşescu” – dei precedenti congressi in cui tutto veniva definito prima senza possibilità di un vero dibattito sta cambiando, siamo ad una svolta e speriamo che la maggioranza dei Presidenti si renderà conto che non si può più aspettare, bisogna cambiare rotta subito, per citare un italiano importante: “Qui si fa l’Italia o si muore“.

E’ in quest’ottica che segnaliamo volentieri l’ultimo editoriale di Amedeo Schiattarella, (Presidente dell’Ordine di Roma), pubblicato sul numero 85 di AR, il bimestrale dell’Ordine degli Architetti di Roma.

Crediamo che sia necessario evidenziare alcune importanti e precise affermazioni fatte dal Presidente del maggior Ordine degli Architetti di Italia per dimostrare che il cambiamento di rotta non si può più rimandare.

tratto da AR n. 85/2009

di Amedeo Schiattarella

Come avevo già anticipato nel mio precedente editoriale ritengo che sia oramai giunto il momento, non più rinviabile, di una più evidente accelerazione delle politiche del nostro Ordine.

Se fino a qualche tempo fa il nostro problema principale era quello di riaccreditare e ridefinire il ruolo di una istituzione che con il trascorrere degli anni mostra sempre più in modo evidente i segni di una incapacità di essere al passo con la società contemporanea , oggi, anche sulla base di un confortante segnale di sostegno da parte dei nostri iscritti durante l’ultima tornata elettorale, dobbiamo passare ad una fase più incisiva e più concreta della nostra strategia.

Credo che tutti noi architetti italiani abbiamo la consapevolezza, maturata nella esperienza quotidiana, che la nostra professione non abbia mai versato in uno stato di crisi così’ profonda come quello in cui ci troviamo oggi e che questa situazione non è il frutto esclusivo di una contingenza economica sfavorevole, ma che abbia piuttosto a che fare con una mutazione strutturale del nostro mercato professionale e che quindi siamo di fronte ad una crisi che sembra destinata a durare nel tempo. Le criticità sono così numerose ed i livelli di complessità così alti che il solo tentare di rimettere ordine nella materia e di costruire un quadro organico della situazione rappresenta di per sé una impresa ardua; ciononostante, ritengo, che sia giunto il momento in cui il sistema ordinistico italiano debba farsi carico di questa responsabilità e dichiaro sin d’ora che l’Ordine di Roma svolgerà una intensa attività di promotore di azioni politiche coinvolgendo in una azione corale il più vasto numero possibile di ordini provinciali degli architetti.

Sul piano del metodo politico però non è più possibile inseguire i problemi cercando di tamponare in modo contingente le tante criticità che si aprono in continuazione all’interno di un quadro normativo che ha, di fatto, marginalizzato il nostro ruolo economico e sociale. E’ ora di definire una strategia ed un progetto par dare un futuro alla nostra professione e certamente non è sufficiente l’annunciato ennesimo tentativo di rilanciare una riforma delle professioni (leggi sistema ordinistico) perché, per quanto ci riguarda, se non si mette mano in modo radicale alle attuali istituzioni ordinistiche esaltandone il ruolo di tutela dell’interesse generale, modificandone i modi di operare, e consentendo una reale possibilità di esercizio della democrazia all’interno dei sistemi di rappresentanza, se cioè non diamo un ruolo utile ed un senso reale all’esistenza degli Ordini, siamo per la loro abrogazione.

Noi (in questo caso mi riferisco ai tanti ordini provinciali italiani degli architetti che sono riusciti a ritagliarsi nel loro territorio ampi spazi di credibilità sociale) abbiamo operato in questi ultimi anni per dimostrare che l’Ordine non solo è una istituzione utile, ma che, forse, è addirittura necessaria, ma la risoluzione dei problemi non può passare per effetto di iniziative di carattere localistico. E’ oramai il momento in cui, a partire dalla nostra situazione, deve nascere la consapevolezza che l’interesse generale del paese passa per una profonda e organica revisione del quadro normativo italiano nel settore professionale, ma che poi, all’interno del quadro generale delle professioni, esiste una vera e propria emergenza nel nostro specifico settore di attività che richiede una strategia mirata.

Ritengo necessario, infatti, che questo nostro Paese (o piuttosto il mondo della politica) si interroghi se l’architettura rappresenti ancora un valore della nostra comunità e se il progetto (la pianificazione,…) sia ancora un fattore di regolazione nel governo delle trasformazioni territoriali che può aiutare ad apportare miglioramenti nelle condizioni di vita degli uomini e nella difesa dei valori della storia e dell’ambiente naturale o se, invece, sono solo gli interessi economici e le logiche di mercato a determinare (rendendo sovrastrutturale il ruolo del progetto) il futuro assetto dell’Italia.

In caso di risposta affermativa (che ritengo inevitabile) non chiediamo un discorso come quello pronunciato dal Presidente Sarkozy all’atto del suo insediamento, ma un più concreto e profondo riordino delle leggi che governano il settore degli appalti pubblici facendo in modo che il concorso di progettazione diventi (come in tutti gli altri paesi europei) l’unica procedura per affidare incarichi, che nasca un progetto organico per il riordino ed il sostegno alla attività formativa, che si attivino politiche di incentivazione e di sostegno alla riorganizzazione del sistema professionale, che si favorisca la creazione di canali che consentano l’accesso degli architetti italiani ai mercati internazionali (dando anche una speranza di un futuro credibile alle nuove generazioni), che si sostenga il valore della nostra professionalità dovunque sia esercitata perché è posta al servizio degli interessi generali del Paese.

Credo, infine, che sia giunto il momento di affrontare e risolvere una volta per tutte una questione irrisolta (che volutamente si è evitato di affrontare, che ci trasciniamo da oltre ottanta anni e che rappresenta un fattore di rallentamento di tutto il nostro settore di attività) costituita dalla pletora di figure professionali che si sovrappongono in un groviglio indistinguibile di competenze che non ha precedenti in nessun altro paese del mondo.

Se vogliamo veramente affrontare il mercato globale (di cui fa parte anche quello interno italiano) con qualche speranza di avere spazio per i nostri professionisti è necessario che arrivino a definizione, una volta per tutte, gli ambiti di competenza di ogni professione tecnica in modo da consentire la complementarietà delle conoscenze e favorire la nascita di organizzazioni interprofessionali in grado di competere in modo paritetico con la concorrenza internazionale che fa della multidisciplinarietà un fattore di rafforzamento della offerta professionale.

Siamo consapevoli, tuttavia, che per intraprendere un’azione incisiva su tutte queste questioni è necessaria una vera mobilitazione nazionale. Un’azione che sappia far pesare la forza di 140.000 professionisti che chiedono strumenti per garantire maggiore qualità al nostro territorio.

Ma per far questo occorre rifondare organismi di rappresentanza nazionale che siano in grado prima di tutto di suscitare negli architetti italiani la consapevolezza di tale forza e diventino capaci di dotarsi di strumenti efficaci per incidere realmente nel quadro politico, economico e culturale di questo paese.

Sappiano che lungo tutto il percorso da noi indicato incontreremo mille resistenze, ma il ritardo accumulato è tale che o si affronta in modo coraggioso una stagione di riforme vere o, altrimenti, il nostro paese è destinato nell’ambito del settore della architettura ad una marginalizzazione culturale che, in controtendenza con la nostra grande tradizione, cancellerà il residuo credito di cui godiamo all’estero.

Architetto Amedeo Schiattarella

100 domande …. ai futuri consiglieri dell’Ordine di Roma

1. a cosa serve l’Ordine ?

2. a cosa servirebbe la tua presenza nel consiglio ?

3. cosa pensi dell’attuale regime tariffario ?

4. primi 100 giorni da eletto ?

5. come ti rapporterai con gli altri ordini “cugini” (ingegneri e geometri”) ?

6. e con gli altri ordini (Psicologi, medici, avvocati, ecc.) ?

7. un’idea per l’Università

8. manda un messaggio al Sindaco

9. un consiglio agli architetti romani (leggi: della provincia romana……)

Attendiamo fiduciosi…..