Articoli marcati con tag ‘ecosostenibile’

Da Corviale alla progettazione 2.0

In questi giorni, anche grazie alle proposte del sindaco di Roma Alemanno in relazione alla demolizione e ricostruzione del quartiere popolare di Tor Bella Monaca, è tornata d’attualità il tema sul futuro di alcuni edifici-quartieri simbolici italiani, che nell’accezione comune sono definiti ecomostri.
Per aggiungere un piccolo contributo ad altri che abbiamo già pubblicato, riportiamo la trascrizione di una discussione nata (abbastanza casualmente) nell’ambito di NIBA (un acronimo che sta per network italiano dei blogger di architettura), nato per iniziativa di Rossella Ferorelli.

L’esito della discussione, a mio modesto parere, pur nei limiti della spontaneità e della limitazione del mezzo (una pagina pubblica di Facebook), ha prodotto alcuni contributi molto interessanti.

Giulio Paolo Calcaprina

TEMA: Conferenza al salone parrocchiale S. Filippo Neri, Palermo

Relatore: prof. Ettore Maria Mazzola (University of Notre dame – School of architecture)

Interventi: parroco p. Miguel Pertini, arch. Ciro Lomonte

Titolo: “Un modello estremo di recupero a misura d’uomo della periferia e il suo insegnamento per le altre realtà italiane”

Ettore Maria Mazzola

spero che almeno tutti i colleghi siciliani intervengano

Salvatore D’Agostino

Spero di no! 🙂

Ettore Maria Mazzola

e perchè?

Giulio Pascali

mi pare che sia stato già dibattuto molto il perchè di SdA su De Architettura

cmq spero che intervengano numerosi ma con l’obiettivo di generare un dibattito che non necessariamente si concludi con un generico “abbattiamo il mostro”

Giovanni Mendola

C’è tanta retorica intorco a molti di questi dibattti, la cosa che più ammiro, e che si parli, quanto meno, di recupero a misura d’uomo, che approfondiscano questo tema

Giulio Paolo Calcaprina

Io lo giudicherei un dibattito all’altezza se vedessi tra i relatori anche un sociologo e un antropologo. Spesso questi mostri sono resi mostruosi dall’essere ghetto, dall’essere abitati solo da classi sociali poco abbienti. A Berlino, l’Unità di Abitazione di Le Corbusier (che è parente prossima di Corviale) è abitata da professionisti ed è tutt’altra cosa.

Francesco Alois

Concordo con Giulo Paolo e aggiungo che il sociologo e l’antropologo potrebbero chiarire anche perché un’edilizia concepita per una certa classe sociale sia invece abitata da tutt’altra. Come per l’Hunité di Marsiglia: praticamente invivibile per le classi sociali per la quale è stata concepita, abitazioni di lusso per chi ha invece scelto liberamente (ed a prezzi non proprio “popolari”) di viverci, fenomeno che hai poi permesso la definitiva riattivazione di tutte le funzioni previste da LeCorbu (mi pare solo il tetto sia off-limits)

Giulio Paolo Calcaprina

Certo, se dobbiamo essere onesti, la qualità dello spazio e della luce degli appartamenti di LC non è neanche minimamente paragonabile a quelle topaie di Fiorentino e compagnia.

Francesco Alois

Il mio, però, è un discorso più generale. Perché un tipo di edilizia concepito per una determinata classe sociale è poi abitata da tutt’altra? Anche le Hunité sono state quasi da subito abitate da classi sociali benestanti, così i progetti del Weissenhof. Casi contrari per i vari Corviale, ZEN e Vele. Nei casi italiani c’è da dire che è mancato l’apporto pubblico, necessario complemento alla realizzazione, senza contare un criterio di progettazione obsoleto e lontano dalla definizione più pura di “sociale”. Nei casi stranieri, invece, benché la qualità progettuale sia altissima, l’esperimento di costituzione di una certa vita sociale è sostanzialmente fallito, con “l’aggravante” che le abitazioni sono diventate quello che non dovevano essere: abitazioni di lusso. In entrambi i casi c’è un “troppo”… di troppo: troppo bassa la qualità architettonica negli esempi italiani; troppo alta in quelli stranieri. Se però nel secondo caso le abitazioni ed il contesto sociale sono messe nelle condizioni di svolgere appieno i loro compiti, nel primo caso il risultato finale è un lungo dibattito sul buttare giù o non buttare giù che alla fine non risolve il problema (checché ne pensi Aledanno), perché non basta cancellare e riscrivire se poi lo si fa copiando dal segno lasciato sul foglio sottostante.

Ettore Maria Mazzola

caro Alois, il problema di fondo è: perché si dovebbero progettare degli edifici per una specifica classe sociale? I sociologi avevano dimostrato 100 anni fa che questo era sbagliato, tant’è che le regole dettate a metà degli anni ’10 dall’Ufficio Municipale del Lavoro e dall’Istituto Case Popolari vietavano tassativamente questa possibilità!

Francesco Alois

Su questo sono d’accordo, perciò mi ponevo la domanda. C’è però anche un altro problema e cioè quello di coinvolgere poco o per nulla, la gente che vi abita (non so se è il caso del dibattito in questione, è un discorso generale). So che per il Corviale esiste un comitato di abitanti che ha tentato e tenta ancora di “completare” tutte quelle opere previste in progetto e mai neanche iniziate dal Comune, così per lo ZEN (per le Vele c’è ben altro comitato). Si corre il rischio, non coinvolgendo chi quei luoghi vive, di “abbattere il mostro” come scriveva prima Pascali, ma di non risolvere il problema del degrado e degli alloggi. Il discorso vale anche per gli “ecomostri”. Abbattuto il Fuenti sulla costiera amalfitana, è rimasto il buco, il vulnus nella roccia, e quello è: un vulnus.

Claudio Bosio

Anche dove la classe sociale è mista, senza ricadere nei due troppo segnalati da Francesco Alois il risultato risulta deludente. Se si va a vedere il complesso “Monte Amiata” di Aymonino e Rossi, nel quartiere Gallaratese a Milano, ci si rende conto che gli spazi per la socialità sono completamente inutilizzati. La piazza e il teatro all’aperto sono perennemente deserti, nemmeno ai bambini è concesso giocare in cortile perchè disturbano chi vuol riposare perchè ha fatto il turno di notte. Gli edifici potrebbero tranquillamente essere sostituiti dai classici palazzoni dormitorio di periferia e nessuno dei residenti si accorgerebbe della differenza.

Giovanni Mendola

Sono d’accordo con la maggior parte degli interventi, aggiungo anche che il problema di fondo sia stato innanzi tutto la 167 del 1962 e ancora apriori le idee funzionaliste di L.Corbusier. Non voglio entrare in merito dell’operato di quegli anni, dove le esigenze erano altre (la crescita esponenziale della popolazione, l’idea di un standard..etc) ma voglio sottolineare, appunto come dite, che il coinvogimento della popolazione sia parte essenziale del progetto (dall’urbano all’architettonico) vedi G.De Carlo e altri, che hanno dato tanto per questo tema. Il primo fu proprio De Carlo a capire che c’era qualcosa di sbagliato nelle idee ormai obsolete del’architettura funzionalista. Quello che per me è importante è intervenire sul sociale e sulle opere di manutenzione ordinaria e straordinaria, necessarie per risollevare alcuni dei problemi che affligono oggi le nostre periferie.

Giovanni Mendola

http://laficudinia.blogspot.com/2007/09/corviale-zen-solo-andata.html

Guido Aragona

non è questa la sede per un approfondito dibattito sul tema, ma credo che il tema della “partecipazione” possa essere anche fuorviante. Un gruppo di esperti può facilmente convincere un gruppo di inesperti, innanzi tutto. In tal caso, la partecipazione potrebbe divenire una sorta di legittimazione di qualcosa già deciso a priori. In secondo luogo, nelle nostre città assistiamo a notevoli paradossi, in questo senso: ad esempio, le parti più amate dai cittadini sono spesso quelle disegnate in età di assoutismo politico (XVII secolo, ad es.). Non voglio dire che la partecipazione non sia importante. Voglio solo dire che è un tema che merita un analisi ed un approfondimento che spesso non viene messo a fuoco. La partecipazione diventa una sorta di “parola mana” ad uso di acquisizione di legittimità, analogamente a parole quali “ecocompatibile” ecc.

Guido Aragona

ultima parola doveva essere “ecosostenibile” (nei giornali non ha più alcuna importanza se un nuovo edificio è bello o brutto, se risponde ad un programma assurdo o no, se risponde bene a un programma ben fatto: basta che sia “ecosostenibile” e va bene tutto!)

Ettore Maria Mazzola

caro Guido, il problema è che, spesso e volentieri, c’è gente che ha il coraggio di parlare di “grattacieli ecosostenibili” o “ecocompatibili” Quanto alla Partecipazione, il mio riferimento va sempre al grande esempio del “Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio”, (1905-’10) dove Domenico Orano raccolse gente di ogni possibile estrazione culturale, sociale, religiosa, politica, ecc. e lavorò a lungo per capire cosa realmente servisse. Solo quando furono convinti di come realmente si poteva intervenire per migliorare convocarono l’arch. Giulio Magni e poi Quadrio Pirani per tradurre in architettura le loro esigenze. La storia ci racconta che i risultati portarono ad un abbattimento della mortalità, ad un aumento delle aspettative di vita e ad un miglioramento comportamentale dei residenti, talmente elevato da far arrivare gli esperti a parlare dell’importanza del ruolo dell’arte nella costruzione degli edifici e, infine, portare l’ICP a coniare lo slogan “la casa sana ed educatrice”. Il presidente dell’ICP Malgadi nel 1918 scrisse: «Parlare di arte in tema di case popolari può sembrare per lo meno esagerato; ma non si può certo negare l’utilità di cercare nella decorazione della casa popolare, sia pure con la semplicità imposta dalla ragione economica, il raggiungimento di un qualche effetto che la faccia apparire, anche agli occhi del modesto operaio, qualche cosa di diverso dalla vecchia ed opprimente casa che egli abitava […] Una casa popolare che, insieme ad una buona distribuzione degli appartamenti unisca un bello aspetto esteriore, è preferita ad un’altra […] e dove questo vi è si nota una maggior cura da parte degli inquilini nella buona tenuta del loro alloggio e in tutto ciò che è comune con gli alloggi del medesimo quartiere […] Una casa che piace si tiene con maggiore riguardo, ciò vuol dire che esercita anche una funzione educativa in chi la abita»

Giovanni Mendola

Al di la di tutto, guardando la REALTA’ delle cose in maniera più realista e attuale (bellezza o non; ecosostenibile o non), volevo solo sottolineare che alcune esperienze partecipative, sensibilizzano la gente verso atti di auto-organizzazione che portano, in alcuni casi, ad occuparsi della gestione dei propri luoghi, legati alla manutenzione, ai problemi di luce, di sporcizia di arredo urbano e del verde pubblico. Luoghi dove, la sicurezza sembra essere uno dei primi passi da raggiungere. Per non parlare del fatto che dove esistono spazi totalmente inutilizzati e degradati, esistono anche delle abitazioni piccole e fatiscenti, la dimensione interna appare deprivata e ristretta in ambiti minimi di vita, si avverte la necessità di compensare la mancanza di tali spazi con beni collettivi e con servizi pubblici che non siano lasciati a se stessi. In fin dei conti è sempre colpa degli architetti. 🙂

Facebook 4-7 febbraio 2011