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Una certa confusione, fra progetti di architettura non realizzati e disegni di architetture impossibili.

30 Aprile 2016

Ammetto di fare confusione. Eppure non dovrei. Il confine tutto sommato dovrebbe essere facilmente individuabile da un lato il lavoro degli architetti, che si occupano di immaginare le cose/le case, tradurle nei disegni, nei computi metrici e negli atti burocratici necessari alla loro realizzazione e poi seguirne la costruzione, dall’altro lato il lavoro degli artisti, la cui immaginazione, quando pure si applica a qualcosa che assomiglia ad un edificio, non è costretta dai confini della realizzabilità, dell’economicità del processo, dei vincoli legislativi etc., ma piuttosto è libera e può dare esiti del tutto innovativi e sorprendenti.

Non può certo trarmi in inganno il metodo con cui vengono realizzate le immagini. Il fatto che esista una generazione di fotografi che sanno usare gli stessi programmi di modellazione solida usati da noi architetti per la renderizzazione, con in più una attenzione infinitamente maggiore per cogliere, attraverso una raffinata preparazione delle texture da applicare ai materiali, il soffio della vita reale, quella “sporcatura del mondo” che differenzia (o almeno in passato differenziava) le foto dai rendering. No, non può essere questo.

E’ qualcos’altro che si annida fra le pieghe di una certa ripetitività dei comportamenti umani. E allora ripenso alla figura del disegnatore Hugh Ferris per come viene descritta nel libro Delirious New York, al suo ruolo di guida nel tracciare una strada per gli architetti e al paesaggio urbano che andava immaginando.

01-hugh-ferris

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E’ possibile, mi chiedo, che alcune delle visioni degli artisti che oggi immaginano i nuovi paesaggi urbani stia in qualche modo analogo tracciando una strada?

Ma forse devo fare un passo indietro. Ad una riflessione di oggi pomeriggio. Una giornata passata davanti al computer senza voglia di lavorare e dedicata quindi ad una vorticosa ricerca di immagini, con un unico filo conduttore: rendering di cose non realizzate o non realizzabili. Diciamo quindi che di per sé il tema della ricerca era confuso, e lo scopo poi del tutto assente. Una pura curiosità intellettuale.

Tutto inizia quando mi cade l’occhio su un immagine realizzata da Xavier Delory. Non lo conoscevo, si tratta di un “fotografo concettuale”, come si autodefinisce sul suo sito, che ha studiato, fra le altre cose, grafica 3D. Unendo le due sue capacità principali si dedica a creare nuovi paesaggi urbani.

02-barre-ilot-di-xavier-delory

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Sono paesaggi impossibili. Sorprendenti. Fanno quasi venire il dubbio che si tratti di immagini di un progetto. No però. Non possono essere progetti perché sarebbero assurdi, ovviamente (ma intanto un piccolo tarlo incomincia a scavare, senza ancora sapere dove andare).

Fra queste immagini c’è una fantasia particolarmente divertente. Violentare Ville Savoye! Che gusto poi per me, che con gli anni ho preso un infinita distanza da Le Corbusier. Immaginare di coprire quel caposaldo del movimento moderno con la barbarie di pessime scritte fatte con le bombolette spray. Una installazione solo immaginata, ma già così dissacrante.

03-villa-savoye-di-xavier-delory

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Che cos’è questo quindi? Il progetto di un installazione? E’ l’installazione stessa, o meglio l’opera d’arte stessa? Si certo. Non serve metterla in atto. Non è un progetto di qualcosa da realizzare. Già averla pensata è la sua realizzazione. Il titolo poi è perfetto: Sacrylège.

Ma ricercare immagini con internet è un po’ come salire su un albero di ciliegie e cominciare a piluccare, risulta difficile smettere. Per cui mi ritorna in mente il nome di Filip Dujardin, un altro fotografo capace di usare molto bene il 3D per dare vita ai suoi paesaggi interiori.

04-filip-dujardin-dalla-serie-fiction

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Alcune delle sue immagini rappresentano delle installazioni (che peraltro sarebbero dei fatti urbani assolutamente considerevoli anche nel mondo reale).

Altri lavori invece, e mi riferisco in particolare alla serie “Fiction”, hanno un rapporto più stretto con l’architettura. Potrebbero tranquillamente passare per dei progetti di architettura, magari discutibili per la difficoltà realizzativa e per la ricerca del paradosso statico, ma tutto sommato, con grande sforzo, costruibili.

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Ma di nuovo ci ricasco, no, non possono essere progetti perché sono in realtà impossibili da realizzare. Eppure l’estetica di quegli edifici brutali, che si arrampicano l’uno sull’altro mi ricorda qualcosa… ma certo come no!

06-the_interlace-copia

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The Interlace, il nuovo edificio realizzato da OMA/Ole Scheeren a Singapore! Che nei rendering appare sempre ricco di verde in ogni dove, ma nella realtà è assai duro. Il tipo di edificio che mi fa pensare al passare del tempo. Mi viene da pensare che andrà visto alla prova nel corso degli anni, quando avrà perso, com’è inevitabile, quella patina di nuovo che adesso lo caratterizza (e il “condominio” si porrà per la prima volta il problema di rifare le facciate).

L’immaginario di una città che si arrampica su se stessa, che si decompone è un tema ricorrente nella ricerca di diversi artisti, fra questi anche un italiano, Giacomo Costa, che partito ormai tanti anni fa dai semplici collage di edifici che si accalcavano uno sull’altro, adesso è arrivato ad un certo pessimismo sul paesaggio del futuro (del presente?).

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Questo non mi turba. Non è certo questa atmosfera densa, questo gusto per la rovina dell’edificio che può destabilizzare. Questa è pura visione immaginaria, memorie da quando durante gli anni della cosiddetta “guerra fredda” immaginavamo un futuro postatomico.

Su questo poi si innesta un altro filone di ricerca per immagini. Quello del perverso gusto della rovina di architettura. Su internet lo chiamano anche “Ruin porn”, e in effetti qualcosa di perverso c’è nel guardare le foto degli edifici abbandonati in Unione Sovietica.

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Eppure in qualche modo fanno parte della stessa linea di ricerca estetica. Il reale insegue il virtuale e viceversa. Ed è qui che inizio a faticare a distinguere l’uno dall’altro.

Le fantasie neogotiche dell’artista Jim Kazanjian ad esempio sono del tutto virtuali, è chiaro.

09-jim-kazanjian

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E non costituiscono certo un modello di riferimento per nessuna costruzione nel mondo reale.

La “Casa Brutale” invece si presenta come un progetto di architettura.

10-casa-brutale

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Pubblicato in tutto il mondo nel luglio 2015 dallo studio OPA Open Platform for Architecture, potrà forse essere estremamente difficile da realizzare, ma come negare che almeno ha una tensione verso il costruito.

E infatti traccia una strada che altri seguono poco dopo, mi riferisco ad Alex Hogrefe con il progetto Cliff Retreat, altro best seller mondiale,

11-cliff-retrait

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Qualcuno giustamente potrebbe notare che è il lavoro di un grafico più che di un architetto. Si, è possibile, ma anche qui come non notare anche che potenzialmente questo edificio è costruibile. Ed è addirittura pensato nei suoi dettagli più intimi, è rappresentato nelle viste meno scenografiche.

12-cliff_interior

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Peccato che nella realtà non esista questa scogliera, che la normativa nella maggior parte dei paesi più civili impedisca di costruire in posti la cui bellezza paesaggistica è tutelata e che il costo di un edificio del genere sia tale da renderlo perlopiù antieconomico. Peccato veramente. Ma ha senso fare la distinzione fra costruito e non costruito? Se un progetto è stato pensato fino al dettaglio, c’è per forza bisogno di costruirlo per attribuirgli la dignità del progetto architettonico?

Di sicuro questa è una domanda che si è sentito fare fin troppe volte il nostro Antonino Cardillo. Uno dei migliori architetti italiani, forse fra i migliori del mondo, ma finora con poche occasioni di dimostrare in pieno il proprio valore in un processo costruttivo completo. Autore già alcuni anni fa di bellissime opere, purtroppo non costruite, come la Convex House.

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Ma da Eisenman a Terragni (che poi forse erano addirittura la stessa persona), si sa che i progetti a cui si tiene di più faticano ad essere costruiti, ma questo non vuol dire che non siano o non possano essere dei caposaldi dell’architettura, come nel caso dell’edificio progettato da Terragni su via dei Fori Imperiali.

14-gterragni-su-via-dei-fori-imperiali

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Chissà come sarebbe stata la nostra vita se…

Se avessero costruito quell’edificio.

Se invece di fare il mestiere di architetti avessimo fatto il lavoro degli artisti, immaginandoci nuovi paesaggi urbani senza l’ansia di dover poi costruire le cose disegnate, lasciando correre la fantasia liberamente.

immagini: internet

editing: Giulio Pascali

Amate l’Architettura! Alla ricerca della passione perduta

Una volta esisteva la matita: l’oggetto più amato per un architetto, lo strumento che, attraverso la mano, permette di tradurre le idee creative in linee e segni che possono poi prendere mille forme, generando lo spazio costruito. Non potevo, e non posso tuttora, andare in giro senza la mia matita: mi sentirei perso e nudo. Eppure, per le nuove generazioni di professionisti sembra essere diventata un oggetto misterioso, che ha speranza di tornare di moda solo per il revival del vintage. vista-generale_bis10Esagero?

Non dice questo la mia esperienza, fatta di scontri con l’abitudine della progettazione al computer che non permette e non permetterà mai di gestire un processo creativo: questo passa dall’unione di tanti segnacci che, pur apparentemente senza senso, si accendono dando vita ad oggetti coerenti, inizialmente presenti solo nella visione del progettista. Eppure trovo un problema più grande di questo nelle nuove generazioni di professionisti, qualcosa che non riesco a capire è che mi fa avvelenare oltremisura: dov’è l’amore per l’architettura?

Dov’è la voglia di raggiungere i propri obiettivi?spaslab_29 Dov’è la voglia di investire sulla propriavita professionale?Nella mia esperienza ho dovuto superare, come tutti, milioni di difficoltà, primo architetto della mia famiglia, malgrado un cognome prestigioso. Una cosa non è mai venuta meno, pur sbattendo contro mille porte chiuse: la passione! Perché? Perché fare architettura non è mai stato un lavoro, bensì un modo di essere al quale, pur volendo, non sarei riuscito a scappare. Questo è il mio pensiero riguardo all’architettura con la A maiuscola e prescinde dalle opportunità che un professionista riesce ad avere nel proprio percorso lavorativo. Non pretendo di trovare tanto in tutti i giovani professionisti, ognuno può interpretare la propria vita come vuole. Ma, a prescindere da questo, ritengo necessaria la professionalità, che sta nell’approccio al proprio lavoro e che, oggi, trovo drammaticamente apatico.

12432875_10207641708874370_2141961632_o2Mi sento veramente un architetto Matusalemme quando penso che “ai miei tempi” vedevo voglia di fare, voglia di imparare per poter dire la propria, voglia di creatività pura, voglia di investire in sé stessi pur di superare tutti i gap che ci lascia, ahimé, la nostra scuola di architettura. La crisi degli ultimi anni ha lasciato profondi strascichi nella nostra professione: uno sfruttamento tale che, alla fine, ti toglie stimoli di fare qualsiasi cosa e ti porta semplicemente ad essere uno sterile disegnatore.

dscf0186Per questo motivo, posso capire quando i giovani non si sentono per nulla partecipi dei processi progettuali, ma resto basito quando, pur avendone l’opportunità, l’apatia regna sovrana: perché? Non perdevo occasione per cercare di entrare nei progetti in maniera sempre attiva, con l’occhio creativo che, spesso, si “scontrava” con quello più esperto dei colleghi più grandi, con i quali non mi sottraevo mai ad un confronto dal quale scaturivano le idee migliori per ogni situazione. Che belle discussioni, chini per ore sui mega fogli aperti sul tavolo, con le matite in mano alla ricerca della migliore soluzione distributiva o formale. Poi, ognuno disegnava quello che doveva al computer, al quale ho sempre lavorato malgrado il mio amore sviscerato per la matita. Mi sono fatto in otto per trovare il mio primo lavoro personale e quando sono riuscito ad ottenere qualcosa, non è stato importante che, a consuntivo, non ci abbia guadagnato nulla: era mio! Che soddisfazione quando le righe che sporcavano i miei fogli si trasformavano in oggetti veri, quando gli spazi immaginati diventavano reali, passo dopo passo, malgrado gli errori fatti sobbarcandomi i rischi dell’inesperienza, pur di raggiungere i miei amati obiettivi. E oggi? Come si può pretendere di costruire una fruttuosa professione quando non si è disposti a mettersi in gioco? Prendere la professione di architetto come un lavoro impiegatizio non vale assolutamente la pena: una vita di sofferenza (e di poche soddisfazioni, specie economiche) che non trova riscontro se non giustificata da un’inguaribile e inevitabile passione, senza la quale consiglio sempre di cambiare strada.

Immagini: disegni di Stefano Pediconi e fotografie di Giulio Paolo Calcaprina

Editing: Daniela Maruotti