Articoli marcati con tag ‘crollo’

Se crolla un tetto è perché fa acqua il sistema.

1 settembre 2018

Quando crolla un manufatto, in Italia, specie se importante, è prassi ricorrere ad una liturgia ormai ben canonizzata.

Il primo passo è mosso da chi ha eseguito i lavori, l’appaltatore e/o il committente, che dichiara che è stato eseguito regolarmente tutto quanto era previsto dall’appalto/contratto/convenzione.

Il secondo passo, che con un linguaggio contemporaneo potremmo nominarlo “disclaimer”, consiste nel dichiarare che il crollo è dovuto a parti che era difficile/impossibile diagnosticare.

In alcuni casi, quando non si ha timore di spararla grossa ci si appella a difetti di progettazione, come è accaduto per il crollo del ponte Morandi, che è durato – con i suoi difetti di progettazione – esattamente 50 anni, con un utilizzo indiscriminato.

Questa premessa, necessaria, ci apre ad alcune considerazioni a caldo che vorremmo fare con i nostri lettori circa il crollo del tetto della chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami, a Roma.

Ovviamente nulla è possibile sapere delle dinamiche del crollo, non abbiamo documentazione puntuale dei lavori svolti, perciò l’unica cosa che possiamo fare è mettere in ordine una serie di dati che abbiamo raccolto.

1) L’oggetto dell’appalto dichiarato sul sito della Progetto BEMA srls, la società incaricata della progettazione, era di restauro restauro conservativo della chiesa di S. Giuseppe dei falegnami, comprensivo di rilievo scientifico, progetto di restauro e coordinamento della sicurezza, per un importo di circa € 748.000. Si sta parlando, visti i termini dichiarati, di un restauro completo, non parziale. Gli stessi disegni presenti sul sito della società riproducono un rilievo completo della chiesa.

2) L’impresa esecutrice che ha eseguito il restauro è la Aspera s.p.a., una impresa già al centro di violentissime polemiche perché è la stessa impresa – guardacaso – che ha eseguito il restauro delle facciate del Colosseo, uno dei peggiori restauri possibili a detta di molti esperti (tranne la sovrintendente Maria Rosa Barbera) eseguito sul bene culturale più iconico italiano, per le tecniche invasive utilizzate e per il risultato estremamente disomogeneo della pulitura delle polveri e incrostazioni dalle facciate.

3) La stessa impresa appaltante è una una società che si avvale di una SOA (società organismo di attestazione –ASPERA_SOA ) OG2 (una SOA generale di lavori edili su edifici storici) ma non ha SOA specialistiche (OS2) sul restauro, requisiti che dovrebbero essere a base di gara per monumenti di tal fatta (il Colosseo!) ma che, a quanto pare, non sembravano necessari ha chi ha bandito le gare d’appalto: il Mibact per il Colosseo e il Vicariato di Roma, sotto la supervisione del Ministero, per S. Giuseppe dei falegnami. La Aspera s.p.a. ha condotto una politica aggressiva di acquisizioni di altre società per attestarsi in una posizione dominante nel settore ma al contempo sta schivando le responsabilità connesse alle acquisizioni e alle esecuzioni dei lavori.

4) “la trave che ha ceduto era inaccessibile” si è affrettato a dichiarare il MIBACT. “Il lavoro era ben fatto”. E’ la dichiarazione che lascia le maggiori perplessità, specie se fatta da chi rivestiva il ruolo di controllore.
In un restauro completo di un tetto, come ci mostra una foto presa dal sito della Progetto BEMA, il lavoro avviene dall’alto, ovvero rimuovendo le tegole e i correnti a sostegno del tetto. Le capriate rimangono libere (e perciò visibili) e anche le catene di queste, lignee o metalliche, sono accessibili rimuovendo il palancato ligneo visibile nella foto sottostante (presa dal sito della BEMA).


Nei casi di un restauro di un tetto, in genere si monta un tetto provvisorio, specie quando rimuovendo un tetto si lascia senza riparo un controsoffitto di pregio, proprio per avere tempo di effettuare una diagnostica più approfondita, soprattutto quando non è possibile eseguirla prima di smontare il tetto stesso. Nella foto riprodotta qui sotto (presa dal sito della BEMA) questo tetto provvisorio non c’è. Indice che nel restauro c’era la volontà di correre e non di approfondire. Forse non è un caso che la Direzione dei Lavori, che dovrebbe essere sempre terza in un opera, sia stata affidata all’Ufficio Tecnico del Vicariato. E’ il caso di committente che dirige i suoi lavori.

5) Il restauro della chiesa è stato finito nel 2015. Un tetto rifatto da tre anni non può crollare per fatalità. Colpisce il fatto che sia crollato estesamente nella sua parte centrale, come se ci fosse stata una reazione a catena tra le capriate

6) Sia nel caso del ponte Morandi, come nel caso del Colosseo e della chiesa di S. Giuseppe, c’è un rapporto tra istituzione pubblica, che può essere solo supervisore o committente, a seconda dei casi, e privato (Autostrade s.p.a., Della Valle, Vicariato) che non funziona. In questi tre esempi la pubblica amministrazione non ha controllato/appaltato a dovere, con i risultati che si sono visti.

Dobbiamo chiederci perché.

Forse potremmo azzardare alcune ipotesi:
a) le strutture pubbliche e i loro uffici tecnici negli ultimi venti anni sono stati impoveriti di risorse, di competenze tecniche, di snellezza decisionale;
b) le strutture pubbliche, per esempio le sovrintendenze, sono state caricate inutilmente di gravami burocratici su questioni di infima importanza: avete mai provato voi a modificare il finestrino di una soffitta, non visibile dalla strada, in centro storico di Roma? Avete mai provato a rendere conforme la preesistenza (come chiede la legge) di un appartamento nel centro storico di Roma per poterlo vendere? Se vi fate una passeggiata a via di S. Michele 17 a Roma, sede della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Roma, nell’unica mattina di apertura della settimana (cogli l’attimo!), potrete vedere eroici funzionari questionare di pratiche di tutti i generi, anche di infimo ordine, dietro scrivanie sommerse di pratiche e altrettanto eroici architetti e tecnici vari aspettare, in piedi, per ore, da ben prima delle 8 di mattina, per potere essere ricevuti.

Dunque se le risorse sono poche e la cavillosità della legge è elevatissima, non potremmo stabilire una priorità dell’attenzione degli interventi, semplificando quelli di ordine minore?

Dunque ecco le tracce di riflessione per chi vuole comprendere come migliorare le cose:

  1. Nonostante i codici degli appalti continuamente rivisti in questi anni, la selezione di chi deve operare non funziona. Il sospetto è che non ci sia volontà di applicare correttamente i criteri selettivi.
  2. La pubblica amministrazione ha fallito nella sua funzione di controllo e committenza; mentre 30 anni fa era più efficiente. Segno che nel frattempo è avvenuto qualcosa a cui bisogna porre riparo.
  3. Gli adempimenti burocratici sono cresciuti a dismisura negli ultimi venti anni mentre l’efficienza dei controlli e la qualità delle opere è diminuita. E’ segno che la qualità non risiede nella ipertrofia burocratica, che tra l’altro è una delle maggiori cause dell’immobilismo del paese. Anche a questo andrebbe posto riparo.

Dato che è passato un po’ di tempo, vi riportiamo qui sotto i link di alcuni articoli di critica ai lavori del Colosseo, buona lettura.
Il Giornale dell’Arte
Arte Magazine
Il Fatto Quotidiano
Il Corriere della Sera – Roma
Il Manifesto

Infine, riportiamo la lettera aperta scritta dall’Associazione senza scopo di lucro “Restauratori senza frontiere”, in occasione dei restauri del Colosseo, che, magari di parte, dà tuttavia uno spaccato impietoso sulla qualità e le modalità di affidamento dei lavori di restauro del Colosseo.

 

VENGONO PRIMA I MONUMENTI O LE PERSONE?

Con Amate l’Architettura abbiamo seguito con apprensione, dolore e sgomento, fin dalle prime ore, la tragedia del crollo del ponte Morandi.

Abbiamo scelto di tenere un profilo basso, condividendo articoli di approfondimento di altri, che hanno svolto, secondo le loro rispettive competenze, approfondimenti sulle dinamiche del disastro, della gestione delle infrastrutture e sulle (mancate) politiche dei trasporti in Italia.

Nel frattempo molti uomini di cultura e tecnici, anche stranieri, hanno condiviso delle riflessioni e promosso delle iniziative, delle petizioni o si sono resi disponibili a progettare il ponte. Ultima in ordine cronologico l’offerta del progetto da parte di Renzo Piano.

Lasciata decantare la reazione emotiva, vogliamo anche noi dare un contributo, una riflessione, che nasca da questo evento ma che possa avere un respiro più generale.

La prima, fondamentale domanda a cui dobbiamo rispondere è: ripariamo il vecchio ponte o ne costruiamo uno nuovo?

Il ponte Morandi ha innumerevoli estimatori (anche noi ne riconosciamo il valore) che vorrebbero, prima di demolirlo, che venisse fatta una valutazione costi-benefici sulla possibilità di riparare/consolidare il manufatto esistente o di sostituirlo con una nuova opera.

Ebbene è bene sgombrare il campo da ogni illusione: una valutazione del genere sarebbe  correttissima sotto un profilo teorico ma deleteria alla visione realistica dei fatti.

Una valutazione costi-benefici dovrebbe valutare la convenienza del mantenimento dell’opera originale (con gli opportuni correttivi) sotto punto di vista estetico, simbolico, ecosistemico, viabilistico, strutturale ed economico oppure indicare le soluzioni alternative.

Tutto molto bello e, appunto, corretto, sotto un profilo procedurale. Ma valutiamo la proposta secondo la normativa vigente: chi valuta tutto ciò? E in quanto tempo?

A spanne servono 5 sottocommissioni (architettonica/ambientale/viabilistica/economica/strutturale) ciascuna con contenente specialisti in vari campi, e con un coordinamento a monte. Ciascuna commissione, secondo la logica che vige in questo paese, avrà potere di veto sulle decisioni da prendere o, nella migliore delle ipotesi richiederà un tempo congruo, ovvero lungo, per potere esprimere un parere sufficientemente ponderato.

Dobbiamo inoltre tenere conto che il Il 10 maggio 2018 è stato pubblicato il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che, ai sensi dell’articolo 22 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 (il codice degli appalti), stabilisce l’obbligo del dibattito pubblico (una traduzione letterale dal francese) per opere sopra la soglia dei 500 milioni, soglia che tra annessi e connessi (le demolizioni delle abitazioni tra le ipotesi possibili) potrebbe essere superata.

Abbiamo sotto gli occhi i drammatici esempi della ricostruzione post-terremoto di Amatrice, dove in quasi due anni abbiamo dato avvio a circa il 10% dei lavori o, localmente, l’esempio dei tempi infiniti per la gestazione della Gronda di Genova , la variante mai nata della A 10.

Aggiungiamo anche  che chi propone il retrofitting del ponte non tiene conto che la struttura si è dimostrata insufficiente e andrà ricalcolata con il risultato di un ponte comunque diverso da quello progettato da Morandi. Il ponte ricostruito sarà perciò un falso o un’opera diversa dall’originale.

Dunque, teniamo i piedi per terra, tenendo conto che c’è non solo una città in ginocchio, perché tagliata in due, ma tutto il collegamento nazionale con la Francia del traffico proveniente dal settore costiero occidentale e dal centro-sud Italia, abbiamo – purtroppo- una reale situazione d’emergenza, perché ogni giorno che passa c’è una città, una regione e una buona parte del paese che perde molto molto denaro.

Come è stato espresso da uno di noi, nel dibattito interno al nostro gruppo, preventivo a questo articolo, dobbiamo prendere atto che “il ponte è stato bombardato (da una guerra invisibile) e che dobbiamo agire come in guerra, ripristinando immediatamente una funzionalità vitale per il paese”.

Dunque stando così le cose, le soluzioni possibili si restringono drasticamente a due:
1) si opera la demolizione del ponte attuale e la ricostruzione di un nuovo ponte (previa una valutazione tecnica riguardante il mantenimento o l’abbattimento delle abitazioni sottostanti il ponte, su cui noi non ci soffermeremo perché non abbiamo elementi sufficienti per giudicare) con un affidamento a Società Autostrade – che ha dichiarato di avere già un progetto pronto – o ad altri (è un problema politico ed amministrativo in cui anche qui non ci addentreremo);
2) la rimessa in pristino temporanea del ponte attuale (se tecnicamente è possibile), con imposti limiti d’uso e con l’obbiettivo di farlo durare il tempo di realizzazione della Gronda di Genova, la variante della A10 già citata. Raggiunto questo obiettivo si potrà dare seguito ad un concorso internazionale per la proposta di un nuovo ponte, che possa rivaleggiare con il precedente.

Con queste sue soluzioni le tipologie delle valutazioni si limiterebbero a due: la fattibilità tecnica e l’impatto economico. In quest’ultimo andrà valutata da una parte il costo di una sola demolizione e nuova costruzione del ponte e, soprattutto il tempo di realizzazione (non i 5 mesi contrabbandati da Società Autostrade, ma più realisticamente tra i due e i tre anni – secondo eminenti progettisti (e con procedure d’urgenza, aggiungiamo noi), dall’altra il costo di una ricostruzione prima (questa si di pochi mesi) e di una successiva demolizione e ricostruzione dopo, a Gronda funzionante.

Ancora durante il nostro dibattito interno una collega si è chiesta perché non fare realizzare un ponte temporaneo dal genio militare. L’idea sarebbe magnifica ed emblematica per un paese “in guerra” (con le istituzioni, con la gestione della cosa pubblica, con le vessazioni quotidiane inflitte alla gente comune e a noi tecnici) ma, probabilmente irrealizzabile a causa dell’altezza e della campata.

Nel corso dei 10 anni di vita del nostro Movimento ci siamo battuti incessantemente per la valorizzazione della buona Architettura (soprattutto contemporanea), per i concorsi di progettazione, per la qualità dell’ambiente urbano. Abbiamo sempre combattuto l’emergenza, la precarietà la mediocrità a cui si è adagiato il nostro paese, perciò scriviamo queste righe con un profondo dolore, perché abbiamo preso atto che, in questo frangente, è difficile che si possa realizzare un’opera del livello del ponte Morandi, almeno in tempi brevi.

D’altra parte l’invito che rivolgiamo a tutti è quello di porsi la domanda che ci siamo posti noi: “vengono prima i monumenti o le persone?”.

(le due immagini che accompagnano l’articolo sono prese da Wikipedia e sono rispettivamente di:
Michele Ferraris – la prima
Phoenix7777 – la seconda)

 

Perché le case crollano? Usereste un’auto d’epoca per fare la spesa?

2 febbraio 2016

Al di la delle questioni giuridiche e delle responsabilità legali, su cui si esprimerà la magistratura, il crollo del Flaminio è significativo perché mette in evidenza un modo di affrontare le ristrutturazioni, che se non è indicativo di schizofrenia, denota certamente la presenza di un delirio di onnipotenza, a tutti i livelli.

È evidente che alla base della catastrofe ci sia stata l’incapacità di accettare il fatto che ci sono dei limiti all’utilizzo di un fabbricato che sono imposti dalle leggi della fisica, ma soprattutto dalla obsolescenza degli immobili.

Facciamo un esempio.

Tutti amiamo le auto d’epoca. Qui di seguito potete vedere un bellissimo esemplare di Isotta Fraschini Tipo 8A.

isotta-fraschini_8a-roadster_front-view

isotta-fraschini_8a-roadster_front-view, Di Luc106 - Opera propria, Pubblico dominio

Questa magnifica e lussuosa macchina è stata prodotta negli anni ’20.

Ora se ti sei comprato una Isotta Fraschini, dopo non puoi pretendere di utilizzarla come se fosse una Ferrari 488 GTB, ancora meno puoi pensare di usarla come un’utilitaria o un furgone da trasporto. Hai comprato un’auto d’epoca, devi accettare che circoli solo in determinate condizioni, che non possa raggiungere le velocità che desideri; magari puoi pensare di utilizzarla per un matrimonio ma non puoi pensare di andarci a fare la spesa tutti i giorni, di sicuro non la useresti per il trasporto dei mobili di casa.

Per intenderci questa è la foto di un furgone per il trasporto di frutta e verdura nel mercato di Jakarta.

Jacarta - foto di Giulio Pascali

Jakarta - foto di Giulio Pascali

Beh, capisco, non tutti aspirano ad avere un furgone. Molti ne possono fare a meno. E’ difficile però trovare uno che non desideri avere una ferrari. Questa è una 488 GTB. Tra una Ferrari e una Isotta Fraschini c’è una bella differenza; entrambe sono magnifiche automobili ma difficilmente ti compreresti una IS8a se la tua aspirazione è quella di andare da zero a cento in 5 secondi.

2015-03-03_geneva_motor_show_3911

Insomma se vuoi avere le prestazioni di una Ferrari ti compri una Ferrari, o no? E se non puoi permettertelo che fai? Modifichi il motore? Magari si, ma poi devi sapere che la carrozzeria resterà la stessa, l’aerodinamica, la meccanica non saranno idonee a sopportare un motore potenziato. Se superi i limiti, oltre a rischiare una denuncia per violazione del codice stradale è evidente che ti devi aspettare anche che la tua automobile non regga.

Così è avvenuto al Flaminio.

Evidentemente i due proprietari si sono comprati una casa d’epoca, ma avevano in testa i cinque punti di Le Corbusier; uno desiderava il tetto giardino, l’altro la pianta libera. Purtroppo si sono ritrovati un vecchio e pesante edificio residenziale degli anni ’30, fatto di muri portanti, ambienti piccoli e asfittici, finestre con aperture limitate, e tetti piastrellati: che noia!

Dopotutto li capisco, è opinione comune che le abitazioni di una volta siano quelle costruite meglio. Si dice in giro che le case di una volta siano migliori, più solide, più belle. D’altronde basta guardarle, tutto nella loro architettura esprime solidità: l’attacco a terra, il rapporto tra i pieni e i vuoti, la massa e il volume del fabbricato, il rigore tipologico, tutto contribuisce a dare un senso di sicurezza e durevolezza. Chi si sarebbe potuto immaginare che il palazzo non avrebbe retto a quattro vasi e un paio di pareti in meno.

Purtroppo la realtà non è sempre come ce la immaginiamo; si scopre che all’epoca eravamo in regime autarchico, quindi i materiali erano più scadenti, il cemento armato non era così diffuso, le strutture erano ancora in muratura portante, i solai tendevano ad imbarcarsi appoggiandosi anche sulle pareti non strutturali, dopo un po’ (come dovrebbe essere noto a chiunque abbia fatto l’esame di Statica 1 all’università) anche i tramezzi diventavano collaboranti. Si scopre anche che neppure ai bei tempi i costruttori brillavano per onestà; magari iniziavano i lavori per fare un edificio di sei piani, ma alla fine ti tiravano fuori un paio di piani in più.

Inoltre le case non sono come le auto, che le sposti come ti pare e le metti in garage quando non servono; le case sono immobili, appunto, dove le prendi, li rimangono. Se vuoi la casa in centro ti tocca prenderti quella che c’è; e ti tocca pure pagarla un sacco di soldi. È un problema di mercato, più ti avvicini al centro e più le case valgono; anche quando sono costruite male.

Se sei ricco è naturale che la casa te la compri dove costa di più: è una questione di status symbol. Ma se hai speso un sacco di soldi per comprarti casa, dopo come fai ad accettare che la casa non sia come più ti piace?

È per questo che in America in centro costruiscono i grattacieli. In America poi se una casa è vecchia, dopo un po’ la buttano giù e la ricostruiscono nuova, soprattutto se sei vicino al centro; così quando rivendi l’immobile, che costerà una fortuna, sei anche sicuro di vendere un prodotto che si avvicina alle esigenze di chi lo utilizzerà.

Per fortuna non siamo in America; a noi ci piacciono le cose antiche; anche quando non hanno alcun particolare valore estetico o storico; basta che abbiano passato la quarantina che già ci basta. D’altronde da noi esistono i centri storici, siamo circondati dalla storia, siamo abituati all’antichità; quindi un po’ la ricerchiamo, ci consola.

Non c’è nulla di male; siamo la vecchia Europa. I valori storici sono parte del nostro essere ed è giusto attribuire un valore anche agli aspetti culturali ed emotivi della città. Fino agli anni ’40 abbiamo allegramente sventrato e allargato i centri storici, ma oggi abbiamo capito che non era il caso, che bisognava smettere di demolire le cose antiche. Presi dallo slancio ci siamo abituati a conservare tutto, ma proprio tutto.

Solo che ogni tanto qualcuno si annoia e decide che si, le case antiche sono belle eh, ma vuoi mettere un’open space o un tetto giardino?

Purtroppo ogni tanto qualcuno si dimentica che bisogna anche avere la consapevolezza dei limiti, e dei costi, che comporta mantenere i valori affettivi.

Se le esigenze di utilizzo di un immobile sono tali da consigliarne la sostituzione, allora sarebbe bene prendere seriamente in considerazione la cosa, piuttosto che rischiare che un utilizzo improprio ne provochi la rottura o il crollo.

Nel suo saggio breve “Il Medium è il Massaggio” McLuhan sostiene che l’alienazione contemporanea sia in larga parte dovuta dall’ansia di voler utilizzare i nuovi strumenti con le stesse metodologie dei vecchi. Per capirci, ostinarsi a fare le orecchie sullo spigolo dell’iPad per segnarsi la pagina, insistere a ferrare le ruote della propria auto sono tutte azioni che ci possono creare un certo grado di alienazione.

In questo caso abbiamo invertito i termini; abbiamo pensato di poter chiedere ai vecchi strumenti delle prestazioni e delle funzionalità ottenibili solo con i nuovi mezzi. Gli effetti di questa incongruenza a volte emergono in maniera curiosa.

Prima che la curiosità dilaghi, e prima di puntare il dito sui singoli responsabili di questo crollo, sarebbe auspicabile che chi ha ruolo di governo di questa città cominci a prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di avviare una vasta e sistematica revisione del patrimonio edilizio esistente; soprattutto quello costruito nei due dopoguerra che come sappiamo non brilla né per qualità estetica né per quella costruttiva.

Qualche anno fa ci hanno già provato ed è finita malamente, vediamo di ritentare, magari con qualcosa di più semplice ed efficace.