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Critical mass, spunto per una riflessione ed un confronto…

29 Ottobre 2010

In Olanda non esiste la critical mass, intesa come punto di non ritorno, come momento di rottura che spezza un ritmo di vita insostenibile…in Olanda non esiste il traffico…cioè, il traffico esiste, ma è una fila, e le file le fanno i semafori, non altro! La bicicletta è la regina, e la macchina serve, ma non è indispensabile. Agli incroci ci sono spesso più di quattro semafori: c’è quello per le automobili, quello per i pedoni, quello per gli autobus, quello per le biciclette…spesso, quando il semaforo si trova in prossimità di un ponte, anche il semaforo per le barche: ognuno ha il suo tempo, ed ognuno ha il diritto di passare…

La luce si accende, la sbarra scende ed il ponte si alza: in Olanda non si può avere fretta: quando arrivi ad un semaforo non è che prendi e passi, no! E’ sempre meglio che guardi il colore: se è verde passi, se giallo stai attento, ma se è rosso è meglio che ti fermi, altrimenti rischi! Sembra banale a dirsi, ma invece no!

In Olanda non ci sono regole, o perlomeno ce ne sono, poche, ma tutti le rispettano!

Quando sono sbarcato ad Haarlem, due anni fa o poco più, mi meravigliavo che le strade avessero differenti limiti di velocità…poi ho capito! Perbacco, ma allora è vero…l’urbanistica esiste!!! Quello che ho studiato è realtà…funziona!!! Qui esistono, come da noi, le strade statali, però il limite è 50 o 60; esistono le strade provinciali, dove il limite è 80 o 100: è proprio così!! Poi, certo, ci sono le autostrade, dove puoi arrivare fino a 120…

Qui ci sono, come da noi, ragazzi che studiano le dinamiche di sviluppo del territorio, ma ci sono anche, e qui sta la differenza, uomini che da queste tendenze prendono spunto per creare degli spazi che funzionano, per stimolare dei fenomeni che, partendo dalla forza dell’ingegno umano, riprendono soluzioni che vanno incontro alle esigenze della collettività…

BENE

Lo spunto per questa riflessione mi è venuto durante l’ultimo soggiorno romano, quando, durante il viaggio per raggiungere l’aereoporto, ho incontrato una giovane psicologa che andava al lavoro con la sua bicicletta… Le ho chiesto come mai usasse il treno metropolitano per arrivare sul posto di lavoro, e lei mi ha risposto subito lamentandosi che su quei treni, utilizzati proprio per favorire il trasporto alternativo, non ci fossero carrozze per le biciclette. Andando avanti nella conversazione, Mery mi ha detto che per lei la bicicletta è un modo economico e salutare per muoversi, nonostante lo smog di Roma, mentre io le citavo le differenti distanze olandesi, fatte a modo ed a misura di bicicletta…in Olanda, le raccontavo, ci sono carrozze apposta per le biciclette, le strade hanno tutte la pista ciclabile, e persino i semafori sono fatti per le biciclette: basta premere il pulsante, che subito diventa verde…ma in Olanda ci sono anche tante “fietsenstalling”, case per le biciclette: veri e propri edifici dove la puoi lasciare anche a titolo gratuito…

Arrivato ad Haarlem ed aperta la posta elettronica, ho trovato un articolo sulla Critical Mass, del mio amico Architetto Alessandro De Sanctis, sul blog di Terpress. Letto l’articolo, il confronto mi è sembrato scontato!

Perché in Italia, a Roma, per far passare l’idea che gli abitanti possano utilizzare la bicicletta come alternativa all’automobile, bisogna per forza “fare casino”, bloccare la città, e rischiare la paralisi del centro, quando basterebbe adottare poche misure, che però presuppongono un forte senso civico, ma soprattutto RISPETTO! Ecco: per favorire l’uso della bicicletta non serve la pista ciclabile: ci vuole RISPETTO!!!

In Olanda le regole non ci sono, dicevamo. La settimana scorsa, visto un pedone attraversare con il rosso, pur non avendo alcuna fretta, sono passato anche io, se non altro per emularlo.

BENE.

Lì vicino era seduto un poliziotto, che mi ha fermato, mi ha chiesto i documenti, ha fatto i dovuti controlli, e mi ha poi lasciato andare, dicendomi che la prossima volta 50 euro di multa non me li leva nessuno…forse perché gli stavo simpatico…chissà!

Questa è la grande differenza: basterebbe assai meno per essere felici: basterebbe un po’ di rispetto, basterebbe che ognuno mettesse del suo , per fare della “Critical Mass” un episodio a sé!

Basterebbe non dare la città in pasto ai costruttori, come ha fatto Veltroni con Caltagirone…basterebe non dare i permessi per realizzare l’Acqua Marcia, Malafede o Parco Leonardo, basterebbe lasciare aree verdi intorno alla città, non lasciando i permessi per costruire a “macchia d’olio”…come a Via Palmiro Togliatti all’incrocio con la Via Prenestina, o sulle vie consolari, dove i centri abitati si saldano alla città costruita, senza soluzione di continuità…basterebbe costruire rispettando le leggi, dotando le abitazioni dei necessari spazi a parcheggio (5%, l.Tognoli, 1989)…(durante la mia esperienza professionale romana, ho avuto a che fare con l’Assessore ai Lavori Pubblici del XX Municipio, che si lamentava del fatto che erano stati rilasciati i permessi a costruire a Mezzaroma per realizzare una palazzina su via Flaminia, all’altezza dell’incrocio con viale Tor di Quinto, senza parcheggi…L’Assessore ai lavori pubblici!!??? Ma che glielo ho dato io il permesso a costruire???) Allora forse basterebbe non costruire sulle falde acquifere, come alla Garbatella, dove i palazzi sono stati demoliti, perché il pavimento era storto…basterebbe non costruire nei centri limitrofi alla città costruita, tanto da portarne lo sviluppo al raccordo, (Settebagni sulla via Salaria, Prima Porta sulla via Flaminia, Tivoli sulla via Tiburtina, Ciampino sulla via Appia)…Oppure forse basterebbe non costruire gli ospedali in zona sismica senza le dovute precauzioni, o peggio senza i ferri, o peggio con materiale scadente…come è stato fatto all’Aquila dalla ditta IMPREGILO, oppure basterebbe non sotterrare i rifiuti tossici nelle cave abbandonate, basterebbe investire nel riciclo, nell’energia eolica, invece di privilegiare il nucleare…basterebbe forse garantire la pluralità nell’informazione…basterebbe non firmare le leggi “vergogna”, oppure basterebbe…

La commedia dell’arte rivive alla ex fiera di Milano

LA COMMEDIA DELL’ARTE RIVIVE ALLA EX FIERA DI MILANO.

Il 2 luglio 2004, a Milano la cordata CityLife (Generali Properties S.p.A., capocordata, RAS S.p.A., Immobiliare Lombarda S.p.A., Lamaro Appalti S.p.A., Grupo Lar Desarrollos Residentiales) si è aggiudicata la gara internazionale per la riqualificazione del quartiere storico Fiera di Milano, 255.000 metri quadrati. La gara fu gestita dalla Fondazione Fiera Milano, soggetto economico privato.

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Il criterio di aggiudicazione della gara è stato economico: CityLife offrì 523 milioni di euro, ben l’8% in più della seconda offerta. Gli altri competitori, per la cronaca erano Pirelli real estate s.p.a. e Risanamento s.p.a.

L’area, all’atto della compravendita, venne consegnata al vincitore corredata del Piano Integrato di Intervento approvato dal Comune di Milano. La Fondazione, in questo modo, poteva garantire all’acquirente l’effettiva possibilità di realizzare tutto quello che era previsto nel progetto vincitore.

Dimenticavo di ricordare che i raggruppamenti selezionati per la gara finale erano stati scelti da una commissione di valutazione con il fior fiore degli esperti internazionali:

  • Kenneth Frampton titolare della cattedra di architettura alla Columbia University. Competenza: architettura
  • Cristophe Girot docente di architettura del paesaggio presso l’Università Tecnica Federale di Zurigo. Competenza: architettura del paesaggio
  • Guido Martinotti ordinario di sociologia urbana presso l’Università Milano – Bicocca. Competenza: sociologia
  • Gaetano Morazzoni consulente del Comitato promotore Corridoio 5. Competenza: infrastrutture ad ampia scala territoriale
  • Lorenzo Ornaghi Rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Competenza: governo delle reti di interessi
  • Bianca Alessandra Pinto Sovrintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. Competenza: estetica
  • Marco Angelo Romano ordinario di urbanistica ed esperto di Estetica della città presso la facoltà di architettura dell’Università di Genova. Competenza: urbanistica
  • Giorgio Rumi storico e componente del CdA della Fondazione Balzan e della Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano. Competenza: storia
  • Lanfranco Senn ordinario di Economia regionale e urbana presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano. Competenza: economia urbana
  • Deyan Sudijc critico, curatore di mostre e direttore di riviste, nel 2002 è stato direttore della Biennale di Venezia. Competenza: architettura
  • Bernhard Winkler è tra i fondatori della facoltà di architettura presso l’Università Tecnica di Monaco di Baviera, della quale è stato docente e preside. Competenza: mobilità.

Questa commissione, immaginiamo, avrà assegnato alle cordate selezionate un punteggio derivato dalla qualità progettuale specifica per ciascuno degli ambiti di competenza dei membri che la componevano.

CityLife, nel suo sito ufficiale riporta che:” Fin dai suoi presupposti CityLife ha preso in considerazione non solo la qualità di vita dei suoi futuri abitanti, ma anche il suo inserimento nel contesto, l’incremento di vivibilità complessiva e la spinta verso il futuro della città, come testimoniano:

  • la scelta di tre architetti di culture, nazionalità e esperienze diverse tra loro (Zaha Hadid, Arata Isozaki e Daniel Libeskind)
  • la volontà di porre alla base del loro lavoro una seria e approfondita ricerca sulle aspettative del quartiere e di tutta la città
  • il metodo di lavoro che ha privilegiato la riflessione e il confronto tra culture al puro gesto creativo del singolo.

Tutto bene, pare, la macchina va avanti. Tanto è vero che CityLife pubblica un bando di gara per le opere di fondazione speciale e consolidamento da eseguirsi tra il 01/02/2010 e il 15/04/2010.

Certo, nel frattempo c’è stata una crisi economica planetaria, una riduzione (anche se minima a Milano e Roma) dei valori immobiliari e la macchina da guerra Citylife scricchiola. Paura di fare la fine di Dubai?

A quanto pare no, tanto è vero che Salvatore Ligresti, numero uno del gruppo assicurativo Fonsai, che ha una quota in Citylife, l’11 dicembre 2009 dichiara che non ha intenzione di vendere la quota di Fonsai in Citylife. «Non credo che sia cosa fattibile, non ci pensiamo neanche», dichiara l’ingegnere di Paternò.

Ma. Attenzione c’è un “ma” importante nelle sue dichiarazioni.

Le torri disegnate dalle archistar Libeskind, Hadid e Isozaki verranno «raddrizzate», anche per risparmiare sui costi. «Cerchiamo di raddrizzarle un po’ – ha detto Ligresti a margine dell’inaugurazione del cantiere – si cerca di risparmiare e quindi di rendere possibile la realizzazione delle strutture in modo da economizzare. Una torre storta costa di più» (da Il Sole24Ore.com dell’11/12/09).

Ligresti sfonda una porta aperta: il progetto era stato criticato anche dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

A titolo di cronaca le stesse torri erano state oggetto di proteste anche da parte dei cittadini che abitano il quartiere di Fiera Milano.

Quale è il nodo del problema? Un’antipatia dell’ancien regìme contro tutto ciò che è storto perché è sovversivo?

Il problema, in realtà è di costi e conseguentemente di cubature utili: l’inclinazione prevista nella prima versione del progetto, si vocifera tra gli addetti ai lavori, penalizzava in modo eccessivo le superfici abitabili , con inevitabili ripercussioni sul valore commerciale degli spazi.

Ahhh, finalmente ritrovo la mia adorata Italia. Avevo paura che stessero veramente realizzando una trasformazione urbana di livello europeo.

Invece no. Questa è pura commedia dell’arte: prendi un’area strategica, fai gestire privatamente la sua trasformazione, fai una gara basata su criteri (esclusivamente?) economici, ammantala di rigore con una commissione blasonata, scegli il progetto economicamente più remunerativo purché griffato non da una (non era sufficiente), ma da tre archistar, poi, finalmente quando si arriva al dunque, alla vigilia dell’inizio dei lavori, smonta la scenografia creata finora e realizza quello che veramente ti renderà di più. Tanto ormai nessuno sarà in grado di fermarti.

E’ bello soprattutto vedere come, quando non si è vincitore di un concorso ma si è scelti per chiamata diretta, un’archistar difende il proprio progetto (brano tratto dall’intervista a Daniel Libeskind di Alessia Gallione, dell’11/12/2009, pubblicata su Repubblica – Milano.it) :

“Il suo grattacielo si “raddrizzerà”?

«L’architettura non è solo una bella immagine, serve per risolvere i problemi, trovare soluzioni. La destinazione di quel grattacielo è al centro di un cambiamento: prima erano uffici, poi è diventato un mix di uffici e appartamenti, poi ancora hotel e residenze. Un edificio non è solo forma, deve rispondere a quesiti. Certamente non è ancora definitivo, ma sarà bellissimo».”

Che bisogna fare? Anche Libeskind tiene famiglia. Certo questa incertezza, perfino sul programma funzionale, alla vigilia dei lavori, lascia un po’ perplessi. C’è da chiedersi: e se le torri vanno raddrizzate, per non dire che il progetto va stravolto, inizieremo ora a fare le fondazioni? Oppure le facciamo ora per non fare saltare il programma dei lavori e poi ci rimettiamo le mani (e chi paga?)?

Io che di natura sono concreto e vorrei che le cose si realizzassero in tempi e modi certi avrei una soluzione, che regalo a CityLife:

Liquidiamo il supergruppo Libeskind, Hadid, Isozaki. Chiamiamo (per chiamata diretta, altrimenti si perde tempo) un nuovo supergruppo formato da Franz Di Salvo, Mario Fiorentino buonanima (o chi per lui) e Vittorio Gregotti che, con la loro esperienza delle Vele di Scampia, Corviale di Roma e lo Zen di Palermo, ci hanno dimostrato come si può ragionare più concretamente di economia e cubatura nelle costruzioni, e facciamo qualche cosa che sia più in linea con i desiderata del signor Ligresti e altri detrattori anche più titolati di lui.

P.S.

Anche se è di poco interesse per il lettore vorrei significare che questo articolo non è una difesa del progetto delle 3 archistar, assai conformista nel mio immodesto giudizio, ma un’espressione di forte disagio verso le procedure progettuali ed edilizie di questo paese.

Amate l’Architettura e il Giornale dell’architettura

E’ in quest’ottica che nasce la collaborazione tra il Giornale e il nostro Movimento, è in previsione nel prossimo autunno un evento che si terrà a Roma che coinvolgerà anche altre Associazioni, di cui il Giornale si fa promotore, nel mese di luglio-agosto hanno pubblicato un nostro articolo sul 6° Forum dell’edilizia organizzato dal Sole 24 ore, seguiranno altri articoli su vari temi nei prossimi numeri del Giornale.

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Pubblichiamo il testo integrale dell’articolo uscito sul Giornale dell’architettura di lug-ago 2009:

Martedì 23 giugno, a Roma, si è svolto il 6° Forum organizzato da Edilizia e Territorio gruppo 24 Ore. Nella mattinata il tema era: “Piano casa e infrastrutture: le costruzioni aiutano realmente la ripresa economica?”. Al dibattito erano presenti politici, amministratori di società pubbliche e private nonché il rappresentante delle imprese edili Paolo Buzzetti (ANCE).

I lavori sono stati introdotti da una relazione di Bellicini, (CRESME), puntuale e dettagliata come sempre, in cui ha evidenziato, con dati e grafici, il boom immobiliare sviluppatosi in Italia e nel mondo cominciato alla fine degli anni ’90 e che ha raggiunto il suo apice nel 2006-2007.

L’industria delle costruzioni ha rappresentato nell’ultimo decennio un importante volano per l’economia, gli investimenti in edilizia in Italia sono cresciuti in percentuale con valori molto più alti dell’incremento del pil. Il boom edilizio è stato accompagnato da un’impressionante crescita degli operatori del settore: costruttori, agenzie immobiliari, intermediari etc., basti pensare che le imprese edili sono passate da 330.000 nel 1995 a 770.000 nel 2007,(più di 10 imprese per ogni architetto libero professionista). E’ inutile dire che di questo boom edilizio, gli unici a non averne giovato sono gli architetti che sono stati gradualmente eliminati dalla normativa sui lavori pubblici (e non solo).

Bellicini conclude il suo intervento esponendo la situazione attuale di forte crisi che ha causato un improvviso blocco dell’attività nelle costruzioni, dimostrando che soltanto il piano casa può risollevare l’economia del settore; ha stimato che se soltanto il 10% dei cittadini che ne hanno diritto, utilizzassero il piano casa, si svilupperebbero investimenti per 60 miliardi di euro con grande felicità dei costruttori.

Gli interventi dei politici e amministratori che si sono susseguiti, sono stati, come al solito, noiosi e scontati, a ravvivare il dibattito è stato un fuori programma: l’invasione della sala da parte di un gruppo di cittadini romani sfrattati che protestavano contro le speculazioni edilizie e la mancanza di case per i non abbienti; dopo qualche attimo di tensione, è stata data la parola ad un rappresentante dei dimostranti che con chiarezza di linguaggio e conoscenza delle leggi ha esposto le loro rimostranze.

Colpisce il fatto che, gli sfrattati siano stati i primi a parlare di qualità urbana, imbruttimento delle città, vivibilità urbana (nessuno tra i relatori finora ne aveva fatto cenno). Gli stessi hanno poi evidenziato come il Piano Regolatore di Roma, emanato da una giunta di centro-sinistra, preveda 70 milioni di metri cubi edificabili ma nulla per l’edilizia popolare.

Certamente questi cittadini non hanno tutti i torti, in quanto vivono in un paese dove, da più di 30 anni, non esiste una politica per la casa.

Terminata l’invasione dei senza tetto, il dibattito è proseguito con gli interventi, tra gli altri, di Buzzetti (ANCE), il suo intervento, come la sua recente relazione agli Stati Generali dell’edilizia, verteva sulla grave crisi del settore delle costruzioni: la caduta della richiesta dei materiali, la mancanza di investimenti nelle infrastrutture, il problema del credito alle imprese. In merito al suddetto intervento tre sono i punti che vorrei sottolineare:

1) l’importanza della manutenzione nelle opere edilizie (troppo spesso gli amministratori , dopo la realizzazione di un opera, l’abbandonano a se stessa e dopo 10 anni, puntualmente, se la prendano con il progettista perchè l’edificio “casca a pezzi”);

2) la necessità improrogabile di azzerare l’attuale normativa sui lavori pubblici e ripartire ex novo;

3) l’importanza del segno architettonico e, quindi, della qualità dell’architettura in un eventuale piano di housing sociale (peccato che la maggior parte dei costruttori da lui rappresentati non la pensi così!).

Nel pomeriggio sono seguite le relazioni tecniche su: piano casa, sostituzione urbana e new town.

Un dato importante che emerge dal dibattito della mattina, cui avrei preferito che partecipasse un architetto, è che nessuno dei relatori (rappresentante imprese, politici, amministratori, giornalisti) identifica la qualità con la qualità architettonica ma unicamente come qualità dei materiali, delle tecnologie bioclimatiche e non etc etc. Ciò probabilmente perchè da tempo si è perso il valore aggiunto del progetto e, quindi, l’importanza del ruolo del progettista, che dovrebbe essere architetto e non geometra o ingegnere o peggio ancora l’impresa edile (ne è una dimostrazione l’ultima versione del codice degli appalti).

Occorre rammentare che non si può prescindere da un rapporto diretto e complementare tra impresa di costruzione e architetto, come, peraltro, aveva previsto Bruno Zevi, (disatteso dai suoi successori), fondando 50 anni fa L’INARCH.

Lettera aperta al Presidente Nazionale dei Costruttori Buzzetti

Spett.le Dott. Ing

Paolo Buzzetti

Presidente ANCE 

Ass. Naz. Costruttori Edili

 

Agli “Stati Generali” c’erano tutti: alcuni ministri del Governo e il Presidente, rappresentanti dell’opposizione, Federazioni artigianali, Cooperative, tutte le sigle sindacali del settore variamente rappresentate, Associazioni industriali, Associazioni di Agenti immobiliari, Associazioni di grandi, piccole e medie imprese, c’erano Federazioni a non finire e c’era anche l’OICE. Quasi casualmente però – per aver sentito la notizia della “Convention” il giorno precedente su “Radio 24”- c’eravamo anche noi del Movimento “AMATE L’ARCHITETTURA”. Tutto giusto, tutto corretto, tutto condivisibile.

Chi si sente di non aderire pienamente alle mille e mille istanze, idee, approfondimenti, benefici fiscali, “bonus” svariati, contrazioni dell’IVA, detassazioni ecc., analisi economiche per l’immediata ripresa e la veloce “cantierabilità”, analisi e proiezioni a medio e lungo termine, sviluppo infrastrutturale localizzato e generale, avvio di grandi opere, ripresa diffusa dei lavori pubblici e lotta alla perdurante contrazione del credito. Non ultimo però, c’erano anche tutte le dichiarazioni di sostegno e affermazione della bio-edilizia al risparmio energetico e alla ecostostenibilità variamente rappresentate e articolate, deriva positiva verso una maggior sensibilità e grado di civiltà del localismo Italico. C’era anche, da più parti, l’utilizzo del termine molto generale di “qualità”. C’era tutto, è mancata e manca ancora l’Architettura. Non è difesa corporativa. E’ certezza che “fare architettura” è anch’esso un metodo, un modo, un sistema per propugnare, incentivare e sostenere ampiamente anche il mercato e non solo qualità fine a se stessa. 

Ha fatto caso come da troppi anni l’Architettura è intesa solo ed esclusivamente nella sua accezione di edilizia (bio-Architettura, Architettura-sostenibile). 

Ha fatto caso come da troppi anni gli architetti abbiano assunto il solo ruolo di tecnici, di meri contabilizzatori di opere pubbliche e di appalti, i più disparati, senza alcuna rilevanza del valore di progetto. E qui il Codice degli Appalti e “mamma Merloni” sono quasi gli unici responsabili. Pazzesco: bandi di gara di architettura i cui parametri sono le “dotazioni informatiche” dello studio e il “fatturato”, spesso stratosferico rispetto all’opera da progettare. Lasciamo perdere i concorsi, poi, una presa per i fondelli istituzionalizzata, con improbabili giurie e Amministrazioni locali che hanno addirittura facoltà di non ammettere al Concorso professionisti non appartenenti al …..”territorio”!.

Noi crediamo e sosteniamo che l’Architettura diffusa, dal piccolo/piccolissimo intervento al grande segno è volano industriale, economico e di civiltà per il nostro arretrato paese. E ci è sembrato strano che in questa concertazione degli “Stati Generali” non abbia trovato adeguato spazio l’Architettura, non come tecnica ma come valore aggiunto di artisticità. Prendiamo la distanza dalla visione meramente utilitaristica sia pur vitale del mercato e dell’economia del settore: pensiamo più in grande e …… ci consenta un grido accorato: 

 

AMATE L’ARCHITETTURA…!!

 

“AMATE L’ARCHITETTURA”

Movimento per l’Architettura Contemporanea

 

  Tre di noi

  Antonio Marco Alcaro

  Alberto Giampaoli

  Mimmo Ferrari

 

Roma 22 maggio 2009