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Entrare Fuori e CorvialeUrbanLab – due passeggiate nell’architettura

17 Gennaio 2012
Segnalo due iniziative di Urban Experience che utilizzeranno come sfondo delle azioni due ambienti architettonici romani.
A Santa Maria della Pietà e dentro il Museo della Mente (allestito da Studio Azurro) per Entrare Fuori e a Corviale per il per un Walk Show in occasione del  CorvialeUrbanLAB.
1. Entrare Fuori nasce dall’affermazione di un paziente psichiatrico, è diventato il motto del Museo della Mente ed oggi viene rilanciato in un progetto di cultura dell’innovazione, per riflettere sul paradosso di chi, internato in un manicomio, si misurava con il mondo esterno. Fuori c’era un mondo in cui integrarsi: si entrava in una società che si evolveva includendo.
Le azioni di Urban Experience nel parco del Santa Maria della Pietà, l’ex-manicomio di Roma, permetteranno di entrare nella memoria di quel mondo separato, emblema dell’alterità e dell’evoluzione di una società che può interpretare le differenze come risorsa.
Questi percorsi saranno caratterizzati dal performing media: walk show, passeggiate radioguidate per valorizzare il territorio attraverso i nuovi media, esplorando uno spazio pubblico utilizzando smartphone, un gioco radiofonico in cui si tratterà della memoria del Santa Maria della Pietà, del suo genius loci. Non si farà spettacolo ma emergerà lo spettacolo della città, creando le condizioni percettive per rilevare le qualità dei luoghi.
Per gli estimatori di Studio Azzurro sarà un’occasione per visitare il Museo della Mente.
Il 19 gennaio alle 17,30 è previsto un Talk-Lab su Performing Media per la cultura dell’innovazione, un seminario di studio con applicazioni di visual thinking per esplicitare le nuove potenzialità della creatività connettiva.
Per la partecipazione (gratuita) ai walk show (18, 19 e 20 gennaio ore 16:00) è vivamente consigliata laprenotazione sul social network a questo link .
2. A Roma, a Corviale, il 20 gennaio, a mezzanotte, torna il WALK SHOW   per il  CorvialeUrbanLAB. Dopo l‘intervento del dicembre scorso, svolto di mattina, per coinvolgere i bambini delle scuole elementari, si ripropone, questa volta a mezzanotte (!) il  “Walk show nel Serpentone” a cura di Urban Experience nell’ambito dei MArteAwards. Si tratta di una passeggiata radioguidata (si parte dal Mitreo, Via M.Mazzacurati 61 alle ore 24)  basata su soluzioni whisper radio all’interno di uno dei condomini più lunghi d’Europa: il cosiddetto “serpentone” di Corviale. Il percorso radioguidato avrà come voci guida alcuni conduttori di Urban Experience, esperti di storia dell’arte di Workinproject, architetti e rappresentanti delle associazioni e delle comunità del quartiere. Lungo l’itinerario saranno utilizzati dei mobtag, codici digitali che permetteranno agli smart phone di linkare a dei video che hanno documentato un particolare percorso emozionale. Tra i repertori video in streaming, da ascoltare in cuffia mentre si esplora il Serpentone, sono previsti anche le documentazioni dell’attività educativa svolta da Workinproject per CorvialeUrbanLab, con i bambini del quartiere, attraverso il restyling ludico-creativo delle architetture di Corviale.

Da Corviale alla progettazione 2.0

In questi giorni, anche grazie alle proposte del sindaco di Roma Alemanno in relazione alla demolizione e ricostruzione del quartiere popolare di Tor Bella Monaca, è tornata d’attualità il tema sul futuro di alcuni edifici-quartieri simbolici italiani, che nell’accezione comune sono definiti ecomostri.
Per aggiungere un piccolo contributo ad altri che abbiamo già pubblicato, riportiamo la trascrizione di una discussione nata (abbastanza casualmente) nell’ambito di NIBA (un acronimo che sta per network italiano dei blogger di architettura), nato per iniziativa di Rossella Ferorelli.

L’esito della discussione, a mio modesto parere, pur nei limiti della spontaneità e della limitazione del mezzo (una pagina pubblica di Facebook), ha prodotto alcuni contributi molto interessanti.

Giulio Paolo Calcaprina

TEMA: Conferenza al salone parrocchiale S. Filippo Neri, Palermo

Relatore: prof. Ettore Maria Mazzola (University of Notre dame – School of architecture)

Interventi: parroco p. Miguel Pertini, arch. Ciro Lomonte

Titolo: “Un modello estremo di recupero a misura d’uomo della periferia e il suo insegnamento per le altre realtà italiane”

Ettore Maria Mazzola

spero che almeno tutti i colleghi siciliani intervengano

Salvatore D’Agostino

Spero di no! 🙂

Ettore Maria Mazzola

e perchè?

Giulio Pascali

mi pare che sia stato già dibattuto molto il perchè di SdA su De Architettura

cmq spero che intervengano numerosi ma con l’obiettivo di generare un dibattito che non necessariamente si concludi con un generico “abbattiamo il mostro”

Giovanni Mendola

C’è tanta retorica intorco a molti di questi dibattti, la cosa che più ammiro, e che si parli, quanto meno, di recupero a misura d’uomo, che approfondiscano questo tema

Giulio Paolo Calcaprina

Io lo giudicherei un dibattito all’altezza se vedessi tra i relatori anche un sociologo e un antropologo. Spesso questi mostri sono resi mostruosi dall’essere ghetto, dall’essere abitati solo da classi sociali poco abbienti. A Berlino, l’Unità di Abitazione di Le Corbusier (che è parente prossima di Corviale) è abitata da professionisti ed è tutt’altra cosa.

Francesco Alois

Concordo con Giulo Paolo e aggiungo che il sociologo e l’antropologo potrebbero chiarire anche perché un’edilizia concepita per una certa classe sociale sia invece abitata da tutt’altra. Come per l’Hunité di Marsiglia: praticamente invivibile per le classi sociali per la quale è stata concepita, abitazioni di lusso per chi ha invece scelto liberamente (ed a prezzi non proprio “popolari”) di viverci, fenomeno che hai poi permesso la definitiva riattivazione di tutte le funzioni previste da LeCorbu (mi pare solo il tetto sia off-limits)

Giulio Paolo Calcaprina

Certo, se dobbiamo essere onesti, la qualità dello spazio e della luce degli appartamenti di LC non è neanche minimamente paragonabile a quelle topaie di Fiorentino e compagnia.

Francesco Alois

Il mio, però, è un discorso più generale. Perché un tipo di edilizia concepito per una determinata classe sociale è poi abitata da tutt’altra? Anche le Hunité sono state quasi da subito abitate da classi sociali benestanti, così i progetti del Weissenhof. Casi contrari per i vari Corviale, ZEN e Vele. Nei casi italiani c’è da dire che è mancato l’apporto pubblico, necessario complemento alla realizzazione, senza contare un criterio di progettazione obsoleto e lontano dalla definizione più pura di “sociale”. Nei casi stranieri, invece, benché la qualità progettuale sia altissima, l’esperimento di costituzione di una certa vita sociale è sostanzialmente fallito, con “l’aggravante” che le abitazioni sono diventate quello che non dovevano essere: abitazioni di lusso. In entrambi i casi c’è un “troppo”… di troppo: troppo bassa la qualità architettonica negli esempi italiani; troppo alta in quelli stranieri. Se però nel secondo caso le abitazioni ed il contesto sociale sono messe nelle condizioni di svolgere appieno i loro compiti, nel primo caso il risultato finale è un lungo dibattito sul buttare giù o non buttare giù che alla fine non risolve il problema (checché ne pensi Aledanno), perché non basta cancellare e riscrivire se poi lo si fa copiando dal segno lasciato sul foglio sottostante.

Ettore Maria Mazzola

caro Alois, il problema di fondo è: perché si dovebbero progettare degli edifici per una specifica classe sociale? I sociologi avevano dimostrato 100 anni fa che questo era sbagliato, tant’è che le regole dettate a metà degli anni ’10 dall’Ufficio Municipale del Lavoro e dall’Istituto Case Popolari vietavano tassativamente questa possibilità!

Francesco Alois

Su questo sono d’accordo, perciò mi ponevo la domanda. C’è però anche un altro problema e cioè quello di coinvolgere poco o per nulla, la gente che vi abita (non so se è il caso del dibattito in questione, è un discorso generale). So che per il Corviale esiste un comitato di abitanti che ha tentato e tenta ancora di “completare” tutte quelle opere previste in progetto e mai neanche iniziate dal Comune, così per lo ZEN (per le Vele c’è ben altro comitato). Si corre il rischio, non coinvolgendo chi quei luoghi vive, di “abbattere il mostro” come scriveva prima Pascali, ma di non risolvere il problema del degrado e degli alloggi. Il discorso vale anche per gli “ecomostri”. Abbattuto il Fuenti sulla costiera amalfitana, è rimasto il buco, il vulnus nella roccia, e quello è: un vulnus.

Claudio Bosio

Anche dove la classe sociale è mista, senza ricadere nei due troppo segnalati da Francesco Alois il risultato risulta deludente. Se si va a vedere il complesso “Monte Amiata” di Aymonino e Rossi, nel quartiere Gallaratese a Milano, ci si rende conto che gli spazi per la socialità sono completamente inutilizzati. La piazza e il teatro all’aperto sono perennemente deserti, nemmeno ai bambini è concesso giocare in cortile perchè disturbano chi vuol riposare perchè ha fatto il turno di notte. Gli edifici potrebbero tranquillamente essere sostituiti dai classici palazzoni dormitorio di periferia e nessuno dei residenti si accorgerebbe della differenza.

Giovanni Mendola

Sono d’accordo con la maggior parte degli interventi, aggiungo anche che il problema di fondo sia stato innanzi tutto la 167 del 1962 e ancora apriori le idee funzionaliste di L.Corbusier. Non voglio entrare in merito dell’operato di quegli anni, dove le esigenze erano altre (la crescita esponenziale della popolazione, l’idea di un standard..etc) ma voglio sottolineare, appunto come dite, che il coinvogimento della popolazione sia parte essenziale del progetto (dall’urbano all’architettonico) vedi G.De Carlo e altri, che hanno dato tanto per questo tema. Il primo fu proprio De Carlo a capire che c’era qualcosa di sbagliato nelle idee ormai obsolete del’architettura funzionalista. Quello che per me è importante è intervenire sul sociale e sulle opere di manutenzione ordinaria e straordinaria, necessarie per risollevare alcuni dei problemi che affligono oggi le nostre periferie.

Giovanni Mendola

http://laficudinia.blogspot.com/2007/09/corviale-zen-solo-andata.html

Guido Aragona

non è questa la sede per un approfondito dibattito sul tema, ma credo che il tema della “partecipazione” possa essere anche fuorviante. Un gruppo di esperti può facilmente convincere un gruppo di inesperti, innanzi tutto. In tal caso, la partecipazione potrebbe divenire una sorta di legittimazione di qualcosa già deciso a priori. In secondo luogo, nelle nostre città assistiamo a notevoli paradossi, in questo senso: ad esempio, le parti più amate dai cittadini sono spesso quelle disegnate in età di assoutismo politico (XVII secolo, ad es.). Non voglio dire che la partecipazione non sia importante. Voglio solo dire che è un tema che merita un analisi ed un approfondimento che spesso non viene messo a fuoco. La partecipazione diventa una sorta di “parola mana” ad uso di acquisizione di legittimità, analogamente a parole quali “ecocompatibile” ecc.

Guido Aragona

ultima parola doveva essere “ecosostenibile” (nei giornali non ha più alcuna importanza se un nuovo edificio è bello o brutto, se risponde ad un programma assurdo o no, se risponde bene a un programma ben fatto: basta che sia “ecosostenibile” e va bene tutto!)

Ettore Maria Mazzola

caro Guido, il problema è che, spesso e volentieri, c’è gente che ha il coraggio di parlare di “grattacieli ecosostenibili” o “ecocompatibili” Quanto alla Partecipazione, il mio riferimento va sempre al grande esempio del “Comitato per il Miglioramento Economico e Morale di Testaccio”, (1905-’10) dove Domenico Orano raccolse gente di ogni possibile estrazione culturale, sociale, religiosa, politica, ecc. e lavorò a lungo per capire cosa realmente servisse. Solo quando furono convinti di come realmente si poteva intervenire per migliorare convocarono l’arch. Giulio Magni e poi Quadrio Pirani per tradurre in architettura le loro esigenze. La storia ci racconta che i risultati portarono ad un abbattimento della mortalità, ad un aumento delle aspettative di vita e ad un miglioramento comportamentale dei residenti, talmente elevato da far arrivare gli esperti a parlare dell’importanza del ruolo dell’arte nella costruzione degli edifici e, infine, portare l’ICP a coniare lo slogan “la casa sana ed educatrice”. Il presidente dell’ICP Malgadi nel 1918 scrisse: «Parlare di arte in tema di case popolari può sembrare per lo meno esagerato; ma non si può certo negare l’utilità di cercare nella decorazione della casa popolare, sia pure con la semplicità imposta dalla ragione economica, il raggiungimento di un qualche effetto che la faccia apparire, anche agli occhi del modesto operaio, qualche cosa di diverso dalla vecchia ed opprimente casa che egli abitava […] Una casa popolare che, insieme ad una buona distribuzione degli appartamenti unisca un bello aspetto esteriore, è preferita ad un’altra […] e dove questo vi è si nota una maggior cura da parte degli inquilini nella buona tenuta del loro alloggio e in tutto ciò che è comune con gli alloggi del medesimo quartiere […] Una casa che piace si tiene con maggiore riguardo, ciò vuol dire che esercita anche una funzione educativa in chi la abita»

Giovanni Mendola

Al di la di tutto, guardando la REALTA’ delle cose in maniera più realista e attuale (bellezza o non; ecosostenibile o non), volevo solo sottolineare che alcune esperienze partecipative, sensibilizzano la gente verso atti di auto-organizzazione che portano, in alcuni casi, ad occuparsi della gestione dei propri luoghi, legati alla manutenzione, ai problemi di luce, di sporcizia di arredo urbano e del verde pubblico. Luoghi dove, la sicurezza sembra essere uno dei primi passi da raggiungere. Per non parlare del fatto che dove esistono spazi totalmente inutilizzati e degradati, esistono anche delle abitazioni piccole e fatiscenti, la dimensione interna appare deprivata e ristretta in ambiti minimi di vita, si avverte la necessità di compensare la mancanza di tali spazi con beni collettivi e con servizi pubblici che non siano lasciati a se stessi. In fin dei conti è sempre colpa degli architetti. 🙂

Facebook 4-7 febbraio 2011

Carlo Aymonino ed il Gallaratese di Milano: una serie di equivoci

19 Luglio 2010

Lo spunto per parlare di architettura mi è venuto questa volta dalla risposta sul web ad un mio commento sulla pagina Facebook di Amate l’Architettura, in merito alla scomparsa del prof. Carlo Aymonino. Un primo commento alla notizia della sua morte lo celebrava come uno dei maestri dell’Architettura italiana dell’ultimo trentennio del secolo scorso, al che io rispondevo con una domanda, se effettivamente Carlo Aymonino, con la sua opera, abbia plasmato, soprattutto attraverso la costruzione del Gallaratese di Milano, l’architettura italiana. I commenti seguenti specificavano che l’influenza di Aymonino sarebbe arrivata in Spagna: Renato Nicolini, citato in uno dei post, faceva addirittura riferimento ad alcune opere di Oriol Bohigas, che prenderebbero spunto dalle opere del maestro italiano. Io, chiamato in causa dai sostenitori della tesi che l’Architetto abbia plasmato le generazioni successive, mi limitavo a rispondere che la forza espressiva del lavoro di Carlo Aymonino stava più che altro negli schizzi che elaborò durante la sua esperienza di assessore capitolino.

Ricordo quando, nel 2001, insieme ad alcuni amici, Barbara Bulli ed Alessandro De Santis, vinsi un concorso indetto dal Rotary club Roma Parioli, sulla sistemazione dell’Arsenale Papale a Porta Portese. Allora il Rotary mi fece omaggio di una pubblicazione che raccoglieva tutto il suo lavoro al Comune di Roma, dalla quale si colgono la potenza del segno, la perfezione dei rapporti nella rappresentazione della figura umana, l’esattezza delle proporzioni, e da cui emergono, attraverso gli appunti sempre presenti a lato degli schizzi, ragionamenti e processi mentali che solo un grande Architetto, o un grande artista può fare. Ecco, un grande artista, ed un bravo profesisonista: questo secondo me era il professor Aymonino, più che un Architetto che lasciò la sua influenza nel mondo…

Credo che il Gallaratese di Milano, come il Corviale di Fiorentino a Roma, o il quartiere Zen a Palermo, come veniva giustamente osservato nei commenti seguenti di Amate l’Architettura, parta dall’equivoco di fondo che il concetto dell’Unité d’Habitation di Marsiglia di Le Corbusier si possa applicare dovunque e comunque. Le megastrutture portano sempre con sé una serie di problematiche che non possono essere calate in qualsiasi ambiente: Lambertucci al prenestino ha creato una stecca di trecento metri che funziona, e Marrucci e Cao hanno realizzato le torri del Laurentino 38, che funzionano: perché? Ora, io sono d’accordo che l’Architettura è figlia del proprio tempo e che produce una sintesi della cultura dominante, da cui il palazzo lungo un chilometro, ma allora Mario Fiorentino si doveva fermare al palazzo di giustizia, dove il pavimento è fatto di sampietrini ed evoca la suggestione di un esterno, senza arrivare a promuovere un Architettura avulsa dal contesto.

E l’Urbanistica? L’urbanistica è altro: sono convinto che se non si fanno studi a priori, se non si esamina il territorio con le sue specificità e la sua morfologia e non da ultimo il tessuto sociale con le sue esigenze, si rischia di commettere degli errori, o di generare “mostri”, come forse il Gallaratese di Milano, o il Corviale di Roma, o lo Zen a Palermo…ricordo il prof. Fausto Ermanno Leschiutta, che progettò trent’anni fa una scuola per circa duecento bambini, che fu costruita vent’anni dopo, quando la scuola non serviva più e fu modificata la sua destinazione d’uso.  Bene!

L’architettura, dicevamo, è figlia del proprio tempo, ma se poi le opere realizzate, come nel caso del palazzo di giustizia di Firenze, dello studio Ricci, vengono realizate 20 anni dopo la loro progettazione, si perde il contatto con il contesto, si rischia di creare un architettura autoreferenziata, che celebra un dato momento storico, passato, e non è più neanche figlia del proprio tempo. Bene. E l’urbanistica? Secondo me, in Italia non esiste: d’altronde, in mancanza di urbanistica, si rischia di affidarsi ad un grande del passato, come Kenzo Tange, per elaborare il planovolumetrico del Centro Direzionale a Napoli, che lo studio ti spedisce da Tokio, insieme ai plastici ed ai disegni, e si rischia che l’area venga competamente rasa al suolo e ridisegnata secondo assi e percorsi che mai possono avere forti relazioni con il contesto, altro che Piacentini a Roma con la spina dei Borghi: almeno lì c’è il collegamento visuale con S. Pietro che gli dà un senso!!!

A Napoli no! Bene.

Non volevo però dilungarmi sugli errori dell’urbanistica italiana, quanto piuttosto cercare un confronto con il modo di operare olandese, più rilassato, più cauto ma assai più acuto: ho partecipato al laboratorio Home Made, il n. 9 di una serie di ricerche nell’ambito dell’iniziativa “Nederland Wordt Anders”, che vuol dire l’Olanda diventa altro, promossa dal ministero della ricerca urbanistica e da altri enti olandesi, per trovare nuove soluzioni al problema abitativo, dato che il mercato è fermo.

Home Made ha studiato, in particolare, la pratica del Po e del Cpo, cioè l’iniziativa privata volta a favorire lo spazio collettivo, come soluzione per la crisi, ed è giunto alla conclusione che costruire insieme è il futuro.

Siamo infatti partiti, qui si, dalla considerazione propria del movimento moderno, che le condizioni per un’elevata qualità della vita siano lavorare, abitare ed impiegare il proprio tempo libero. Una volta individuate queste condizoni, abbiamo studiato tutte le implicazioni socio-culturali che intervengono a modificare il costo del suolo, e solo in un secondo momento siamo passati all’individuazione delle matrici concettuali, per adattarle al territorio di Oosterwold, un’area a Nord-Est della nuova città di Almere, nata negli anni ’70 come sbocco di Amsterdam, dove non c’era più terreno edificabile a disposizione. Le matrici concettuali sono state calate sul territorio combinando lo spazio collettivo con le varie tipologie, in maniera da avere un’infinità di combinazioni.

Il compito principale di questo laboratorio era infatti quello di studiare un sistema per abassare i costi delle abitazioni e far ripartire il mercato. Il risultato è chiaro: costrure insieme significa coinvolgere gli abitanti nel processo produttivo, creando cataloghi e sistemi per abbreviare i tempi ed ridurre i costi. Bene.

Ora, io non dico che bisogna prendere esempio dalla città di Almere, uno dei laboratori più all’avanguardia del mondo, e neanche dall’esperienza di Oosterwoold, perché sarebbe veramente troppo arguto, ma forse prendere esempio dall’Urbanistica della piatta Olanda per generare anche in Italia meno mostri e commettere meno errori, questo si…