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Italiani “scontentoranei” ?

7 maggio 2009

Forse la definizione migliore del nostro sentire culturale, l’ha data Francesco Bonami coniando per noi italiani, incazzati, provinciali e brontoloni (architetti compresi) il termine: “Scontentoranei”

copertina

“Dopotutto non è brutto” (Mondadori) è un libro che ci invita a riflettere sugli atteggiamenti e i riflessi incondizionati che portano, sistematicamente, la cultura italiana a rifiutare e rigettare qualsiasi forma di innovazione ed internazionalizzazione che si presenta sul campo artistico ed art-chitettonico (che a noi sta oggettivamente più a cuore).

Finalmente qualcuno, senza troppi giri di parole, confortato dalla conoscenza puntuale degli avvenimenti culturalmente significativi, ci svela e ci ricorda impietosamente che: Aimè! L’Italia è una provincia del mondo! Come tale è provinciale e chiusa dentro le mura rassicuranti della propria casa, convinta che il mondo sia tutto li, mentre il mondo, quello contemporaneo, è altrove. La modernità l’innovazione, l’intelligenza sono altrove.

“L’Italia è un paese fondato sul bello si potrebbe (anzi si deve) dire. L’Italia è bella, lo dicono tutti, e gli italiani sono belli, lo sanno tutti. Ma la difesa ad oltranza del bello non sarà causa di tanto brutto che ci circonda?”

Questo purtroppo noi architetti lo sappiamo bene. Noi che siamo abituati a sopportare schiere di villette a schiera abusivamente e anonimamente schierate a deturpare il paesaggio italiano. Schiere di case anonime e geometricamente (nel senso del geometra) edificate; passivamente accettate dal luogo comune popolare ed intellettuale, in quanto non disturbanti e paesaggisticamente invisibili. Brutta o bella che sia l’importante è che la nuova costruzione non denunci in maniera troppo visibile la sua modernità, il suo essere semplicemente un prodotto dei nostri giorni; mentre l’antico è sentito come automaticamente bello e perciò acriticamente accettato.

Peggio ancora vediamo passare nella completa indifferenza tutto ciò che evita semplicemente di avere la benché minima valenza estetica o culturale.

L’architettura contemporanea è un paio di pantaloni da vestire; chi si sognerebbe oggi di andare vestito in calzamaglia, se non fosse per un ballo in maschera? Non preferiremmo tutti un buon paio di comodi jeans per il quale il vero problema deve essere individuare il modello e la taglia giuste?

Personalmente preferisco un’architettura che mi calzi a pennello.

Francesco Bonami @ Wikipedia - Rai.it - lafeltrinelli.it