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REGALO DI NATALE – come si vanifica il processo partecipativo

19 gennaio 2015

Noi di “amate l’architettura” ci avevamo creduto.
Nella 1a Giunta Marino (siamo già alla 2a dopo qualche sostituzione in “itinere”, dopo il “terremoto” del “Mondo di mezzo” e dopo soli 18 mesi di vita) avevamo salutato favorevolmente l’arrivo dell’Assessore Caudo che, da subito, aveva parlato di trasformazioni urbane all’insegna della “partecipazione” dei cittadini alle scelte dell’Amministrazione Comunale. Di “Laboratori di progettazione partecipata”. Di Concorsi internazionali trasparenti e aperti (“Basta con le Archistar”) per assegnare incarichi di progettazione per opere di riqualificazione di “brani” significativi della città. E noi ad applaudire.
Con riserva naturalmente, “scottati” oramai come siamo dal micidiale “Uno-Due” ricevuto dalle Giunte Veltroni, Alemanno, roba da non potersi più risollevare, di fronte allo “scempio” subito da Roma battezzata “La Capitale del non finito” (Zaira Magliozzi – Il Giornale dell’architettura n.117/2014).
Le “Vele” di Calatrava, la “Nuvola” di Fuksas, la Stazione Tiburtina dello Studio Abdr, gli Impianti per i Mondiali di nuoto, le Torri residenziali di Renzo Piano conosciute oramai come “Beirut”, la Metro C, i “Quartieri dormitorio” di Ponte di Nona e “Bufalotta-Porta di Roma” con gli Accordi di programma del tandem “Veltroni-Morassut”.
Storie che tutti conosciamo a memoria e che come un “mantra” liberatorio ogni tanto ne rinnoviamo il ricordo nell’illusione che non accadano più. Quindi con entusiasmo siamo entrati a far parte del “Laboratorio di progettazione partecipata” per la trasformazione dell’area degli ex Stabilimenti Militari di Via Guido Reni.
Insieme ad altre Associazioni di quartiere, Movimenti e cittadini, con il coordinamento dei Responsabili tecnici dell’Assessorato, per 5 mesi abbiamo lavorato alla stesura di un Documento che avrebbe dovuto far parte delle Linee guida di un “Concorso Internazionale di progettazione” per il Master Plan della Città della scienza.
Usiamo il condizionale perché nessuno ancora conosce il DPP (Documento Preliminare di Progettazione) che, come si legge nel Bando di Concorso pubblicato lo scorso 23 Dicembre 2014, sarà fornito solo ai 6 Progettisti che saranno “scelti” per partecipare alla 2a Fase del Concorso.
Ecco, partiamo proprio da questo punto per esprimere tutta la nostra delusione e contrarietà ad un Bando di Concorso che francamente abbiamo trovato, per alcuni aspetti, disarmante tanto da meritarsi in pieno la valutazione/Rating di 2/10 espressa dal sito “professione architetto”, e cerchiamo di spiegare anche il perché.
a). Il Concorso è a “Procedura ristretta ad inviti” come giustamente lo ha classificato anche il Sito di “Europa concorsi”, quindi è a tutti gli effetti una “Gara” non un Concorso, infatti solo la 1° Fase, che è una selezione basata su curriculum e quantità di progetti elaborati e/o realizzati, è aperta naturalmente a tutti. Ed anche la richiesta di “Una Proposta Planimetrica dell’area con immagine tridimensionale” diventa marginale e quasi irrilevante visto che in questa 1a Fase non viene messo a disposizione dei partecipanti il DPP (Documento Preliminare di Progettazione). “Per non condizionare i partecipanti e lasciargli più libertà” è stata la risposta dell’Assessore Caudo nella conferenza stampa di ieri e pensiamo che si commenti da sola, visto che se avessero voluto raccogliere proposte suggestive anche da chi non possiede curriculum “straordinari”, avrebbero potuto fare un Concorso di idee in 2 Fasi come suggerito da noi. Invece crediamo sia stata una mancanza di “correttezza e sensibilità” nei confronti del “Laboratorio di progettazione partecipata”, ritenere non opportuno palesare quanto del lavoro prodotto dal Laboratorio sia stato recepito e trasferito nel DPP.
Ma soprattutto è stata una scelta precisa per orientare il criterio di selezione solo sui curriculum. Meno informazioni si danno non consegnando il DPP e più semplice sarà la scelta dei 6 Progettisti che saranno “invitati” a partecipare alla 2a Fase. E’ stato così ignorato completamente il nostro suggerimento di “spostare l’attenzione dal progettista al progetto” privilegiando quindi l’idea, come fanno oramai molti paesi europei e come abbiamo documentato con un “Format” di Concorso Internazionale agli atti del “Laboratorio” insieme al Bando di Concorso Internazionale di Helsinki (Finlandia) per il Nuovo Museo Guggenheim.
(Dal Sito della Fondazione Guggenheim) – “Una giuria composta da architetti (tra cui Jeanne Gang di Studio Gang e Yoshiharu Tsukamoto di Atelier Bow-Wow) e rappresentanti della Fondazione, del locale Ordine degli architetti e della Città di Helsinki non sta valutando le proposte presentate da progettisti selezionati invitati a partecipare (come succede in genere), ma sta analizzando le idee presentate in forma anonima da architetti o studi di architettura mondiali esclusivamente sulla base di cinque criteri: approccio architettonico, sostenibilità, inserimento nel contesto urbano, fattibilità e funzionalità. Nessun limite “personale” quindi alla partecipazione, né di fatturato, né di età, né di progetti realizzati, né di fama. Significativi sono anche i riconoscimenti in denaro per i finalisti: 100mila euro per il vincitore e 55mila a testa per ognuno dei selezionati alla fase finale. Ad oggi, sul sito è possibile visionare la gallery dei 1.715 progetti presentati per la 1° Fase, provenienti da 77 nazioni del mondo, tra cui soprattutto gli Stati Uniti, Finlandia, Francia, Regno Unito, Italia, Cina, India, Germania e Svizzera”.
Prendiamo atto che in questo caso il mantra “ce lo chiede l’Europa” non ha fatto presa sul “Gruppo di esperti” che ha preparato il Bando. Del resto se nell’ultima classifica di Trasparency International, pubblicata proprio lo stesso giorno in cui scoppiava lo scandalo di “Mafia Capitale”, i Paesi Scandinavi sono ai primi posti e noi, insieme a Bulgaria e Grecia, siamo all’ultimo posto, ci sarà pure una ragione. Ed allora quale migliore occasione si poteva presentare come quella di un Concorso Internazionale di progettazione, per cercare di ridimensionare quell’immagine negativa di Roma andata in onda ultimamente?
Un Concorso senza vincoli, né curriculari o di fatturato, trasparente, ma soprattutto aperto a tutti. In particolare ai nostri giovani professionisti la cui maggioranza vive una situazione lavorativa disastrosa e che le statistiche ci dicono arrivano alla soglia dei 40 anni con poche o nessuna esperienza di progettazioni e di realizzazioni. Le cause vengono da lontano e soprattutto dalla cronica mancanza di politiche sulla Scuola e sull’ Università, che non possiamo trattare in questa sede. Oggi il lavoro non c’è più, e quindi a maggior ragione nessuno si dovrebbe permettere di cancellare anche la speranza ed il diritto di sognare.
b). (Dal Sito di CDP). – “Cassa depositi e prestiti (CDP) è una società per azioni a controllo pubblico: il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) detiene l’80,1% del capitale, il 18,4% è posseduto da Fondazioni di origine bancaria, il restante 1,5% in azioni proprie.CDP Investimenti Sgr (CDPI Sgr) è una società di gestione del risparmio. Il capitale di CDPI Sgr è detenuto per il 70% dalla CDP e per il 15% ciascuna dall’ACRI (Ass. di Fond. e di Casse di Risp. Spa) e dall’ABI (Ass. Bancaria Italiana).
Nella nostra “ignoranza” in materia, se dovessimo dare seguito a quanto letto sul sito, sarebbe lecito pensare che se il capitale di CDPI Sgr, proprietaria dell’area, è detenuto per il 70% da CDP il cui capitale e detenuto per l’80% dal Ministero Economia e Finanze, per la proprietà transitiva (70 x 80 / 100) = il 56% del capitale di CDPI Sgr, proprietaria dell’area, sarebbe detenuto dal MEF.
Quindi il Soggetto Banditore, dovrebbe essere un investitore a maggioranza di controllo pubblico. Ha acquisito dal Demanio, altro Ente pubblico, un’area militare dismessa ed ha sottoscritto un Protocollo d’intesa con il Comune di Roma, altro Ente pubblico. Ma aldilà di queste considerazioni, è indubbio che l’investimento debba far tornare agli investitori degli utili. Quello che non è assolutamente chiaro invece è il perché la CDPI Sgr è da considerare a tutti gli effetti un investitore privato, come ha sostenuto, nella conferenza stampa, il Direttore Generale di CDPI Sgr Marco Sangiorgio, che ci ha tenuto a sottolineare lo “status” di “ente di diritto privato” che, volendo, avrebbe consentito a CDPI Sgr anche di agire liberamente e senza vincoli.
Ma siccome loro sono “bravi e buoni” hanno voluto condividere il percorso proposto dall’Assessore Caudo e “concedere” al Comune di Roma sia il “Laboratorio di progettazione partecipata” che il “Concorso internazionale di progettazione”. Ma purtroppo, da quanto si è capito nella conferenza stampa, le conclusioni e le proposte del “Laboratorio” non devono essere piaciute all’Assessore Caudo, specialmente quella inerente il Concorso, fatta da “amate l’architettura”.
Ma se fosse veramente così, allora quale è stato il senso di tutto il “Laboratorio”?
E perché il Comune ha impegnato risorse pubbliche in un “Processo di progettazione partecipata” sapendo che poi l’investitore “privato” poteva decidere a suo piacimento?
Serviva forse la” foglia di fico” della “Partecipazione”?
E per quale motivo non si sarebbero potuti ottenere gli stessi risultati con un Concorso aperto a tutti e di vero respiro internazionale?
Quali sono stati gli aspetti che hanno “scoraggiato” l’Amministrazione della Capitale d’Italia e la “Cassa” più antica e solida del nostro paese? Quelli tecnico-economici, quelli organizzativi o cos’altro?
Ecco a queste domande ci piacerebbe avere delle risposte.
Con amarezza e delusione quindi dobbiamo ammettere che Il Concorso disattende le indicazioni del “Laboratorio di progettazione partecipata” puntando soprattutto all’individuazione dei progettisti (come per le Gare) e non del progetto (come avviene invece nei regolari Concorsi). Inoltre appare, a nostro avviso, concepito anche fuori dal Codice degli appalti (Forma palese e non anonima, Numero di 6 invitati anziché 10 alla 2° Fase – Art. 105, 106 e 107). Senza dimenticare l’aspetto “anomalo” del “ruolo” del Gruppo di “esperti” scelti per elaborare il Bando di concorso e nominati paritariamente dal Soggetto banditore e dall’Amministrazione comunale.
Per la cronaca, la richiesta del “Laboratorio” che in questo gruppo ci fosse anche la partecipazione di un rappresentante dei cittadini, non è stata nemmeno presa in considerazione e senza neanche spiegarne il motivo.
Lo stesso Gruppo di esperti formato da 8 membri ora si appresta a “trasformarsi” in Commissione giudicatrice dei partecipanti alla 1a Fase per scegliere i 6 progettisti invitati alla 2° Fase. Ma 2 membri dello stesso Gruppo/Commissione giudicatrice andranno poi a far parte della Giuria che sceglierà il Vincitore.
Questo “sfruttamento” esagerato del Gruppo di esperti, vista la situazione in cui versa il Paese, vogliamo pensare che sia stato motivato sicuramente per un contenimento dei costi del Concorso.
In conclusione è deprimente constatare come in Italia non si riesca mai a seguire uno standard unico e definito per i concorsi. Ogni ente banditore elabora una formula diversa e personalizzata, a discapito della trasparenza e delle pari opportunità per i partecipanti. Tutto questo, purtroppo, non fa altro che alimentare i pregiudizi sulla cattive amministrazioni in particolare e sui concorsi di architettura più in generale. Noi saremo felicissimi di essere smentiti dai fatti.
Il Consiglio Direttivo di “amate l’architettura”
Giulio Paolo Calcaprina (Presidente), Giorgio Mirabelli (Vicepresidente), Lucilla Brignola,

Ilaria Delfini, Margherita Aledda, Gianluca Adami, Claudia Fano, Santo Marra, Giulio Pascali

Lettera aperta all’Assessore alla Trasformazione Urbana di Roma, Giovanni Caudo

Alla C. A.

di

Giovanni Caudo

Assessore alla Trasformazione Urbana

e pc

Comitati del Flaminio – Villaggio Olimpico

Roma, 4 novembre 2014

Gentile Assessore Caudo,

abbiamo appreso, a margine dell’ultimo incontro nel Laboratorio di Via Guido Reni, che le procedure per l’avvio del Concorso Internazionale per il Progetto del Masterplan dell’area degli ex Stabilimenti Militari, sono già in fase avanzata e che, dopo aver firmato gli accordi con CDP, sono stati “individuati” dall’Assessorato, insieme ad altri soggetti come Ordini degli Architetti ed Università, dei gruppi di progettisti (15 ci sembra di aver capito) da ridurre poi a 6/7. Tutto come nella norma quando si sceglie la procedura ristretta ad inviti.

Alcune delle nostre Associazioni che aderiscono a Carteinregola hanno seguito i lavori del tavolo partecipativo, collaborando alla stesura del documento che farà parte delle linee guida  poste a base del Concorso, soprattutto per sostenere un’iniziativa che inaugurava una nuova stagione della partecipazione della cittadinanza e delle realtà territoriali alle trasformazioni urbane. Infatti abbiamo  considerato il progetto delle “ex caserme” un primo passo significativo e, se vogliamo, anche “simbolico” dello stile della nuova Amministrazione. Per questo, già negli elaborati che abbiamo allegato alle nostre proposte per  le linee guida, avevamo voluto sottolineare l’importanza della trasparenza e dell’impiego di  criteri innovativi e democratici anche nella messa  a punto dei meccanismi di selezione dei partecipanti che sarebbero stati ammessi al Concorso Internazionale di progettazione.

In questa direzione è andato in particolare l’impegno di “Amate l’Architettura” che è un movimento di architetti nato anche per sostenere quelle “buone pratiche”, adottate ormai normalmente in Europa, che offrono a tutti i professionisti della progettazione la possibilità di partecipare e poi di vincere sulla base della competenza e della forza delle idee. Basta andare sul sito di Europaconcorsi per rendersene conto, ma a volte basta anche guardare a realtà più piccole e vicine, come il Molise, che oggi mette a Concorso la progettazione della nuova Sede regionale a Campobasso utilizzando la procedura del Concorso aperto, cambiando metodo rispetto a 4 anni fa quando invece era stato indetto un Concorso ristretto ad inviti, a cui poi non è stato dato nessun seguito. Noi riteniamo importante e significativo, oltre che altamente democratico, che una selezione prima di tutto debba favorire la partecipazione di giovani talenti, visto la drammatica situazione lavorativa che viviamo, e non perpetuare quei meccanismi che troppo spesso più che il merito premiano le capacità di relazione e di visibilità dove spesso trasparenza e correttezza professionale sono purtroppo solo degli “accessori” ininfluenti. Per cui ci preoccupa  la  scelta, seppur corretta dal punto di vista normativo, della procedura ristretta ad inviti, non sappiamo con quali criteri (Curriculum? Fatturati?) e/o in base a quali altri titoli, fatta insieme agli Ordini degli Architetti ed alle Università, ai quali, tra l’altro, da tempo attribuiamo  gestioni poco trasparenti e poco adeguate qualitativamente alle Istituzioni rappresentate. Le chiediamo quindi urgentemente un incontro per presentarLe le nostre  proposte, sperando che ci siano ancora dei margini per far sì che anche questa parte del progetto rifletta lo stesso spirito che abbiamo seguito finora con entusiasmo.

A solo titolo informativo ci teniamo a comunicarLe che per il Concorso Internazionale del Nuovo Museo “Guggenheim” di Helsinki, già da noi citato nei documenti presentati, benchè indetto da una fondazione privata che non era tenuta a fare un Concorso, è stata invece preferita la procedura aperta in due fasi per poter poi scegliere i 6 progetti finali che si contenderanno la vittoria. I progetti che hanno partecipato alla I° Fase appena conclusa sono stati più di 1.700 con un successo di rilievo mondiale non solo organizzativo ma anche di trasparenza e di democrazia. Noi possiamo in questo momento solo immaginare l’importanza, anche dal punto di vista politico, e l’impatto che avrebbe una partecipazione di 300/400 gruppi al Concorso per la Città della Scienza. Probabilmente, la sua più forte obiezione potrebbe essere: “Noi non siamo in grado di gestire organizzativamente, ma soprattutto economicamente, un Concorso di queste dimensioni”.

Noi siamo convinti del contrario e siamo disposti ad aiutarla ed a supportarla anche da un punto di vista organizzativo con lo stesso spirito e lo stesso impegno che abbiamo profuso nel Laboratorio di Via Guido Reni. Per quanto riguarda invece l’aspetto economico, riferito ai costi di un Concorso così impegnativo, Lei ha sempre sostenuto che tutti i costi per il Concorso Internazionale saranno a carico della Cassa Depositi e Prestiti. Quindi sarebbe anche importante che l’Amministrazione Comunale, con operazioni di questo genere, cominciasse ad avere qualche ritorno anche sotto l’aspetto dell’immagine, ultimamente un po’ sbiadita.

Cordialmente

Anna Maria Bianchi Carteinregola

Giorgio Mirabelli e Lucilla Brignola “Amate l’Architettura”

Ancora un geometra presidente di giuria in un concorso di progettazione

10 marzo 2014

Al Presidente del CNAPPC
Arch. Leopoldo Frery

Al Presidente dell’Ordine degli APPC di Modena
Arch. Anna Allesina

Al Sindaco del Comune di Cavezzo (MO)
Dott. Stefano Draghetti

Il Movimento “Amate l’architettura” che si occupa sin dalla sua nascita (Roma-2009) delle problematiche inerenti l’architettura e la professione dell’architetto, è anche molto attento a quelle che sono le “COMPETENZE PROFESSIONALI” di chi è abilitato con titolo Accademico (Architetti ed Ingegneri) ad elaborare progetti di varia natura e dimensione e di chi avendo  invece un Diploma (Geometri e Periti edili) non ha l’abilitazione per farlo. Il nostro Movimento non si occupa di tutto ciò per uno strumentale “spirito polemico”, ma perché questo è quello che da anni sanciscono ormai molte sentenze della Corte di Cassazione che purtroppo, per motivi di varia “natura”, vengono spesso disattese e di cui alleghiamo quella più recente, la N. 19292 del 2009, che il CNAPPC  diramò a tutti i Consigli dell’Ordine degli Architetti  d’Italia.

Nella sentenza allegata si potrà constatare che è fatto divieto assoluto ad un Professionista in possesso di solo Diploma:
– di progettare opere in cemento armato,
– di assumere posizioni di coordinamento rispetto ad un Professionista in possesso di Titolo Accademico,
– di assumere l’incarico di Responsabile Unico del Procedimento (ex art. 10 del D.lg. n. 163/2006 il cui comma 5 richiede “titolo di studio” adeguato alla natura dell’intervento da realizzare).

Per queste ragioni, con la presente,  si chiede al Presidente del CNAPPC ed al Presidente dell’Ordine degli APPC di Modena di prospettare, al Sindaco del Comune di Cavezzo, di modificare il documento del Bando del “CONCORSO DI PROGETTAZIONE DEL NUOVO MUNICIPIO DI CAVEZZO”, laddove è previsto che  un Professionista con il solo Diploma di Geometra, che oltretutto è già Responsabile del Servizio Lavori Pubblici e Patrimonio, assuma l’incarico di Responsabile Unico del Procedimento e addirittura di  Presidente della Giuria  di Esperti che dovrà valutare i progetti che parteciperanno al Concorso.

Arch. Giorgio Mirabelli
Vicepresidente di
“Amate l’architettura” – Movimento per l’architettura contemporanea

Qui potete scaricare la sentenza: 11923-878-09-sentenza-comp-profes

Museo della Shoah di Roma, un altro progetto senza concorso

4 gennaio 2013

Dopo il via libera dell’Assemblea capitolina e a conclusione dell’iter avviato sotto la giunta Veltroni nel 2005, la notizia è che nel 2013 partiranno i lavori per la realizzazione del Museo della Shoah a Villa Torlonia a Roma che  porta la firma degli architetti Luca Zevi e Giorgio Maria Tamburini.   (vedi link)

La  giunta capitolina ha  approvato la variazione di bilancio che finanzia la realizzazione del museo con un mutuo di 21 milioni e 720 mila euro, per fare fronte ai costi dell’opera, Roma Capitale ha ottenuto un finanziamento da parte della Cassa Depositi e Prestiti. Denaro pubblico  quindi,  ma non c’è traccia di alcun concorso di progettazione, né passato, né futuro, chi ha conferito agli architetti  Luca Zevi e Giorgio Tamburini l’incarico? Perchè il Comune di Roma  non si è avvalso della Legge  che prevede che gli incarichi di progettazione siano conferiti in via prioritaria a seguito di concorsi e  non possano essere affidati ad personam? E perchè  l’Ordine degli architetti di Roma a tutela dei propri iscritti, non è intervenuto a suo tempo, richiamando la giunta capitolina all’osservazione di tali  Norme?

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Come per il recente caso dell’architetto Portoghesi che “donava” gratuitamente (e impunemente a quanto pare), il progetto della P.zza S.Silvestro a Roma  al Sindaco Alemanno, anche quello del museo della Shoah sembrerebbe frutto di “generosità”. Infatti, la cronaca ci restituisce il giorno in cui il progetto veniva donato ufficialmente al Comune dal presidente della Lamaro Appalti, Claudio Toti. La firma del verbale della donazione veniva siglata il 30 giugno 2010  in occasione della cerimonia di consegna del progetto preliminare, alla presenza del sindaco Alemanno, dell’assessore ai Lavori pubblici Fabrizio Ghera, del presidente della Provincia Nicola Zingaretti e del progettista Luca Zevi.

(vedi link) Sempre la cronaca, ci riporta le parole di un  Veltroni ad maiora che annunciava “Verrà bandito un concorso per scegliere il migliore architetto del mondo“;  perchè poi, questi buoni propositi siano andati smarriti non è dato sapere e arriviamo direttamente al progetto che porta la firma di Zevi-Tamburini.  La vicenda solleva non pochi interrogativi: a quale titolo per esempio, l’ immobiliare Lamaro Appalti  “donava” un progetto alla città di Roma e a quale titolo il sindaco l’accettava?  Rientra nella normalità delle cose che una capitale europea investa denaro pubblico dando per buono e realizzando un progetto presentato da due liberi professionisti e una società privata,  senza passare per il concorso di progettazione?

Diversamente dalla Giunta capitolina, restando in Italia, il Comune di Ferrara  con  la Fondazione Meis  non si è avvalso di alcuna “donazione”, ritenendo, evidentemente, la partecipazione democratica un valore e non un fastidioso e insidioso iter che rallenta la volontà politica . Nel 2011 infatti, si rivolgeva agli architetti (tutti) bandendo il concorso  per  il Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah di Ferrara al termine del quale, valutava 52 soluzioni progettuali; ente banditore, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

La stessa riserva espressa  a suo tempo per la “generosità” del professore emerito Portoghesi per la piazza San Silvestro, la manifestiamo per il progettista del museo della Shoah Luca Zevi, curatore, tra le altre cose, del Padiglione Italia della XIII Mostra Internazionale di Architettura – Biennale di Venezia, appena conclusasi. A maggior ragione, per questo suo incarico di responsabilità e per quegli stessi giovani architetti italiani che ha voluto protagonisti dell’evento che ha curato, non dovrebbe avvalersi e avvantaggiarsi di una colpevole quanto incomprensibile mancanza della Giunta capitolina. Piuttosto, se davvero intende adoperarsi per il bene della collettività,  usando la sua notorietà, dovrebbe  riconsiderare il  proprio incarico ,  favorendo e, nel caso, esigendo il confronto concorsuale. Del resto, per l’approvazione definitiva del progetto e l’indizione della gara d’appalto internazionale, manca un’ultima autorizzazione che dovrà arrivare dalla Provincia, poi si potrà procedere alla seconda votazione dell’Assemblea capitolina.

Un Concorso di Architettura visto dalla parte delle Istituzioni

Il Comune di Terni ha bandito un concorso in due gradi, di un certo rilievo, per la progettazione di un “percorso pedonale sopraelevato tra piazza Dante ed il futuro sistema di attestamento di via Proietti Divi integrato alla stazione ferroviaria di Terni.

Dall’analisi del bando di concorso emergono spunti di riflessione molto interessanti, su cui vorrei porre l’attenzione, da cogliere in prospettiva della prossima Assemblea Generale dell’ 8 febbraio 2012, organizzata dalla RETE 150K ( vedi link ).

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Di primo impatto, dal mio punto di vista, vedo che c’è un tema urbano importante, una nuova “porta” per Terni e che questo tema è affidato sì in due fasi, la prima della quale è più libera si basa su proposte di idee progettuali sulla base delle quali ci sarà l’ammissione al secondo grado, che prevede un progetto preliminare, per 10 concorrenti. Al vincitore tra questi, verrà affidato il progetto definitivo.
Il materiale da presentare al primo grado di concorso non è eccessivo: una relazione di 10 pagine e una tavola formato A0.
Tuttavia la sorpresa arriva al momento del vaglio dei requisiti professionali richiesti: i professionisti, le società di ingegneria e i raggruppamenti devono avere dei requisiti economico finanziari di tutto rispetto: un fatturato globale negli ultimi cinque anni di 415.000 euro e, soprattutto, l’avvenuto espletamento di servizi di progettazione nelle classi IXb (costruzioni in acciaio in particolare ponti) e la IIIa (impiantistica) negli ultimi dieci anni, con parametri minimi riferiti all’importo dei lavori (4.800.000 euro e 1.1200.000 circa).

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Questo si configura come un filtro di ingresso molto selettivo.
Perciò ho telefonato al Responsabile del Procedimento, l’Arch. Roberto Meloni della Direzione Urbanistica, nonché Responsabile del PIT (Progetto integrato Territoriale) al cui interno è ricompreso l’intervento.
l’Arch. Meloni ha fatto luce sulle mie perplessità rispondendomi con argomenti solidi:
avremmo voluto fare un concorso di idee per questa progettazione, difatti nel mio computer ho due cartelle distinte: il concorso di idee e il concorso di progettazione in due fasi. La fase attuativa del PIT, che gestisce fondi comunitari Por-Fesr 2007-13, è stata avviata all’inizio del mese di dicembre 2011, con la sigla da parte della Regione della prevista Convenzione con il Comune di Terni. I vincoli posti dalle regole comunitarie per le quali l’intervento deve essere realizzato entro giugno 2015, pena la revoca dei finanziamenti, ha obbligato l’Amministrazione a rivedere l’ipotesi iniziale del concorso di idee, pensato per essere attivato almeno 6 mesi prima rispetto al concorso di progetttazione, il cui bando è stato pubblicato il 15 dicembre 2011.

Per organizzare il concorso abbiamo dovuto fare una corsa e ugualmente si dovrà correre per realizzare l’opera, avendo un cronoprogramma che lascerà ai lavori solamente due anni, tempo strettissimo per la tipologia dell’intervento e per la complessità del cantiere, da realizzare nell’ambito di uno scalo ferroviario in esercizio. Stando così le cose, la scelta a monte di progettisti che avessero una comprovata esperienza in questo specifico settore e che ci potessero assicurare di avere il necessario know how per procedere nei tempi e non farci perdere il finanziamento, è stata obbligata.”
” Per noi sarebbe stato più semplice, dato che l’incarico è sotto i 100.000 euro, chiamare con procedura negoziata (senza ricorrere ad un bando) un grande nome con esperienza nello specifico, ma noi crediamo che sarebbe stata una soluzione qualitativamente inferiore a quello che produrrà un concorso.”
Perciò, ho chiesto io, alla fine l’avere messo in piedi un concorso (anche se con questi stretti paletti di ingresso) è in realtà una scelta motivata soprattutto dalla vostra buona volontà?
Meloni ha risposto: “C’è una legge della Regione Umbria che dice chiaramente che le opere pubbliche devono essere realizzate con criteri qualitativi, ma non è vincolante, lo abbiamo fatto soprattutto per una volontà della nostra amministrazione, con tutto il carico di lavoro che ne ha conseguito”.
Con queste affermazioni ho superato una iniziale perplessità sul bando e ho cominciato ad intraprendere una più ampia riflessione sul meccanismo dei concorsi, della quale riporto solo due spunti tematici per una riflessione successiva più approfondita:

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Attualmente non c’è nessuna legge che costringa un’amministrazione pubblica a perseguire la qualità nelle opere e nei servizi di progettazione.

La soglia dei 100.000 è così alta che perfino un progetto così significativo (mi verrebbe da dire anche simbolico) per la città di Terni potrebbe essere redatto senza un concorso, cioè senza privilegiare la qualità del progetto in luogo della chiara fama del progettista.

La considerazione finale, che racchiude le precedenti, è che diviene urgente l’approvazione di una legge sull’architettura (noi di Amate l’Architettura abbiamo lavorato sulla bozza del Sole 24 Ore ( vedi link ), che possa però incidere sui meccanismi che muovono le istituzioni, come per esempio il codice dei contratti pubblici.
Nel frattempo, ho invitato l’arch. Meloni a venire all’assemblea della RETE 150K per parlarci un poco della difficoltà del fare buona architettura, vista dall’interno delle istituzioni.

Mercoledì 8 febbraio 2012: si parte con 150K ARCHITETTI

Si parte con 150K ARCHITETTI !!!!!

Invitiamo tutti a partecipare, intervenendo all’Assemblea o inviando il proprio contributo via mail a info@amatelarchitettura.com

C O M U N I C A T O    S T A M P A


Il Movimento “Amate l’Architettura” promuove l’Assemblea aperta

150K ARCHITETTI

Mercoledì 8 febbraio 2012  alle ore 17.00

Sala Convegni della Città dell’Altra Economia

Largo Dino Frisullo, Campo Boario (ex Mattatoio) – Roma

Per il recupero della dignità della professione dell’architetto, per l’accesso e la tutela dei giovani nel mondo della professione, per incarichi pubblici all’insegna della trasparenza, per una Legge sull’Architettura, per una Cassa previdenziale equa.

Il Movimento invita alla  mobilitazione: Professionisti, Associazioni, Enti e Istituzioni, per invertire una tendenza in atto che vede il declino dell’architetto e di tanti altri liberi professionisti che, nel processo di trasformazione del territorio, sono indispensabili per una maggiore qualità dell’architettura nel nostro paese.

L’Assemblea sarà il punto di partenza per altre iniziative che dovranno rispondere con forza alla totale assenza della politica che ha portato alla deriva e ha emarginato la figura dell’architetto, relegandolo al ruolo di mero strumento operativo dei propri interessi e della speculazione.

L’Assemblea punterà ad obiettivi definiti, chiari, e raggiungibili quali:

  • presentare proposte concrete e di riforma su: Liberalizzazioni, Ordini professionali, Legge per l’Architettura, Codice dei contratti, Formazione universitaria, Competenze professionali, Procedure dei concorsi;
  • creare una rete di Professionisti e Associazioni che, nel manifestare il proprio   disagio, possa disporre di un ampio e determinato potere contrattuale in grado di incidere sulle scelte dei nostri  organi di rappresentanza e del mondo politico.

Questo incontro vuole essere un deciso tentativo di riportare all’ordine del giorno il dibattito sulla crisi della nostra Professione e sull’Architettura, per affrontare, in questo momento storico, il cambiamento in atto nel mondo del lavoro e per rispondere alla domanda di rinnovamento che investe l’intera società Italiana.

Parteciperanno i rappresentanti di: Ordini professionali, Consigli Nazionali, Università, Sindacati, Associazioni di categoria e singoli Professionisti.

scarica il comunicato stampa

MANIFESTO 150K ARCHITETTI

Per porre l’attenzione sull’insostenibile condizione professionale degli architetti in Italia, e promuovere una mobilitazione allargata a tutti i professionisti convinti del bisogno di una maggiore qualità architettonica nel processo di trasformazione del territorio

il Movimento “Amate l’Architettura” ha formulato

10 Domande per “CAMBIARE”

1) PERCHE’ solo in Italia è diventato impossibile esercitare dignitosamente la professione dell’architetto e dell’Ingegnere nel rispetto di quanto stabilito dagli artt. 4 e 36 della nostra Costituzione? (Art. 4 – La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Art. 36 -. Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.).

2) PERCHE’ solo in Italia si è raggiunto il numero incredibile di circa 150.000 architetti, pari a quasi un terzo di tutti gli architetti europei?

3) PERCHE’ solo in Italia ci sono figure professionali che, nonostante l’esistenza di leggi e sentenze che definiscono le loro competenze, continuano a svolgere impunemente attività riservate solo all’architetto e all’ingegnere?

4) PERCHE’ si permette ai Professori universitari a tempo pieno e addirittura ad interi Dipartimenti delle Università italiane di esercitare anche la libera professione, contravvenendo alle leggi vigenti?

5) PERCHE’ si è voluta creare ed immettere su un mercato del lavoro già saturo e caotico, la figura del Laureato Junior senza definirne precise competenze e professionalità?

6) PERCHE’ si accetta che neolaureati e giovani professionisti “a Partita IVA” lavorino negli studi professionali in condizione di dipendenza senza alcuna tutela?

7) PERCHE’ la nostra cassa previdenziale (Inarcassa) non trova un modo per sostenere quei tanti professionisti che, senza reddito per mancanza di lavoro, sono comunque obbligati a versare un pesante contributo pensionistico?

8) PERCHE’ solo in Italia il pagamento delle parcelle professionali non viene tutelato legandolo direttamente ai tempi reali del processo progettuale e della realizzazione delle opere?

9) PERCHE’ solo in Italia gli incarichi, soprattutto per le opere pubbliche, sono assegnati al massimo ribasso, ledendo la dignità professionale e contribuendo a ridurre la qualità del Progetto, dell’ Architettura e dei Servizi affidati?

10) PERCHE’ gli Ordini professionali, il CNA, il CNI e i Sindacati, oltre alle inutili esternazioni di facciata a mezzo stampa, nulla di concreto hanno mai conseguito in termini di tutela della dignità, della professionalità e del diritto al lavoro dei loro iscritti e quindi oggi qual è il loro ruolo e la loro funzione?

scarica il manifesto

S C H E D A   I N F O R M A T I V A

150K ARCHITETTI

Il Movimento invita alla mobilitazione Professionisti, Associazioni, Enti e Istituzioni, per invertire una tendenza in atto che vede il declino dell’architetto e di tanti altri liberi professionisti che, nel processo di trasformazione del territorio, sono indispensabili per una maggiore qualità dell’architettura nel nostro paese.

OBIETTIVI

– Presentare proposte concrete e di riforma su Liberalizzazioni, Ordini professionali, Legge per l’Architettura, Codice dei contratti, Formazione universitaria, Competenze professionali, Procedure dei concorsi;

– Creare una rete di Professionisti ed Associazioni che nel manifestare il proprio disagio possa disporre di un ampio e determinato potere contrattuale per incidere sulle scelte dei nostri organi di rappresentanza e del mondo politico;

DESCRIZIONE DELL’INIZIATIVA

L’iniziativa si incentra su tre distinte azioni organizzate in due fasi:

FASE RICOGNITIVA

1) Creazione di una piattaforma telematica nella quale si possano raccogliere idee, suggerimenti, domande, denunce sull’attuale situazione dell’architettura e degli architetti in Italia.

2) Organizzazione di una Assemblea aperta a tutti coloro che hanno a cuore il problema, per Mercoledì 8 febbraio 2012

FASE PROPOSITIVA

3) Dare vita, di seguito all’Assemblea, a gruppi di lavoro con riflessioni e proposte sui temi emersi nella fase ricognitiva.

La piattaforma telematica utilizzerà la tecnologia ThinkTag e sarà aperta a tutti. Per accedere sarà necessario creare un account. La piattaforma è concepita come un luogo di incontro e di discussione tra tutti coloro che vogliono sostenere la rete 150K architetti.

Su di essa saranno ospitati:

– tutti gli interventi di coloro che vorranno parlare all’Assemblea;

– tutte le domande e le questioni poste dai partecipanti all’iniziativa;

– i gruppi di lavoro che, per questioni organizzative, saranno divisi (per ora) tra le seguenti 5 aree tematiche:

A). Riforma degli Ordini professionali:

Ragionare, nell’ambito delle liberalizzazioni annunciate, su proposte relative al mantenimento o all’abolizione dell’Ordine degli architetti, focalizzando le attuali inefficienze.

B). Incarichi professionali nelle opere pubbliche:

Analisi del sistema concorsuale, del sistema degli appalti dei servizi e delle opere pubbliche, che oggi non privilegiano la qualità dell’architettura;

Proposta di legge sull’architettura partendo da quella presentata dal Sole 24Ore – Progetti e Concorsi.

C). Sistema di formazione degli architetti:

Analisi per l’adeguamento del sapere e per la formazione dei giovani alle richieste del mercato e della professione e definizione delle competenze tra i tecnici italiani.

D. Tutela dei neolaureati e dei giovani architetti:

Dall’ingresso al lavoro al praticantato per soffermarsi, soprattutto, sulla mancanza di tutele per i giovani dipendenti.

E. Nuove modalità nella gestione del territorio:

Tema apparentemente slegato rispetto a quello della professione, ma nella realtà la pianificazione urbanistica e l’architettura sono oggi categorie marginali, se non assenti, nelle dinamiche di trasformazione del territorio, con le conseguenze che tutti possiamo vedere, e di cui purtroppo pochi si rendono conto;

Potranno, naturalmente, essere aggiunte nuove aree tematiche di discussione, non comprese nelle 5 tematiche espresse.

RETE 150K ARCHITETTI

FINALITA’ DELL’INIZIATIVA E MODALITA’ OPERATIVE

L’Assemblea aperta, prevista nella Sala Convegni della Città dell’Altra Economia a Testaccio a Roma, Campo Boario, mercoledì 8 febbraio 2012 alle ore 17.00, avrà una durata di circa 3 ore e verrà organizzata con un criterio “orizzontale”.

Qualsiasi persona potrà iscriversi a parlare avendo a disposizione il medesimo tempo di intervento, che sarà calibrato in funzione del numero delle prenotazioni. In tutti i casi dovranno essere necessariamente interventi concisi e compresi nell’ambito dei 5/10 minuti. Gli interventi potranno essere su qualsiasi argomento e saranno inseriti nell’ambito dell’area tematica più attinente.

Sarà richiesto di inviare gli interventi ai moderatori del sito web in modo che possano essere inseriti in una sezione consultabile da tutti. Non sarà operata alcun tipo di censura sugli interventi e saranno molto graditi anche interventi di orientamento differente che possano dar modo di sviluppare un dibattito sull’argomento.

Qualora, per ragioni logistiche, qualcuno dovesse essere impossibilitato a presenziare fisicamente all’Assemblea aperta, potrà inviare un video di durata non superiore al consentito o, nel caso più restrittivo, un documento scritto che sarà letto durante i lavori dell’Assemblea o semplicemente sarà inserito nel sito web. I documenti pervenuti e gli interventi effettuati saranno riuniti in un primo dossier che sarà fornito sia a tutti i mezzi di comunicazione che alle Istituzioni.

L’Assemblea sancirà la nascita di gruppi di lavoro, di carattere volontario, che lavoreranno prioritariamente su pagine predisposte sul web, sulle aree tematiche individuate ed eventualmente su altre sollecitate dagli intervenuti che, in un tempo definito dovranno analizzare i temi individuati e, preferibilmente, produrre proposte condivise.

Al termine dei lavori saranno valutate tutte le opportunità di pubblicazione del materiale e di circolazione nelle sedi già citate.

Per qualsiasi informazione scrivere a: info@amatelarchitettura.com


Sui concorsi di architettura

20 ottobre 2011

Come succede spesso nei blog, da un articolo incentrato su un tema, nei commenti si finisce per dibattere su altri temi ad esso correlati, che finiscono poi per prevalere.
L’articolo di Marco sulla vicenda di Piazza San Silvestro registra una deriva della discussione verso il tema più ampio dei concorsi e sulla loro utilità.
Pietro con l’occasione ha linkato un suo post, che ritengo degno di interesse, proprio a proposito di come dovrebbe funzionare un concorso di architettura: il titolo è già significativo: “Proposta di legge sui concorsi di architettura”.
Christian infine sollecita l’apertura di un dibattito su specifici temi. Ecco quindi il mio contributo sui concorsi che trae spunto proprio dal post di Pietro.

Le prime osservazioni che mi vengono da fare sono di natura puramente generale e prescindono dal quel post (che anzi implicitamente le conferma).

Le leggi servono a qualcosa!
è giusto, per cercare di trovare una soluzione a un problema, ipotizzare la redazione di una legge. Pensare che le leggi (o i concorsi) non servono a nulla perchè tanto poi i soliti noti sono i primi non rispettarle equivale a un colpo di spugna i cui effetti sono stati chiaramente visibili il 15 Otobre.

Le leggi come i regolamenti sono fatte per essere rispettate!
se una legge è ingiusta o sbagliata intanto la si applica (anche solo per verificarne fini in fondo i limiti) dopodichè è giusto lavorare per modificarla; se invece si lavora per aggirarla si finisce per avviare un meccanismo senza fine che non aiuta nessuno, se non proprio chi quella norma vorrebbe eluderla per evidente malafede.

I concorsi come le leggi, servono!
tutto dipende ovviamente da come li si fanno e con quali regole si svolgono; i concorsi garantiscono maggiore trasparenza (anche se non assoluta) e possono essere strutturati in maniera da consentire una ampia partecipazione nei processi di selezione. Diciamo che nello stato in cui ci ritroviamo, con queste amministrazioni qui, il ricorso ai concorsi è il minore dei mali possibili. Non si rinuncia a uno strumento solo perché chi lo utilizza lo utilizza male.

Leggi e concorsi sono due aspetti della vita sociale che fondano la loro ragione d’essere nel medesimo principio: cioè che l’uomo è un animale soggetto a errori ed estremamente fallace nelle sue scelte e determinazioni. E’ quindi necessario prevedere delle regole condivise che ne limitino il campo di azione ad un livello di garanzia minimo per l’intera collettività: per cui nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge e nessun amministratore pubblico dovrebbe prescindere da forme di selezione di natura trasparente e concorsuale. Questo principio vale indipendentemente dalla forma economica che si predilige, che sia liberale o statalista; non è un caso anzi che proprio nelle nazioni anglosassoni di matrice più liberale il rispetto delle norme sia sacrosanto.

Se il sistema è troppo farragionoso, al punto da rendere impossibile o antieconomica l’amministrazione pubblica, la soluzione non è aggirarlo o eluderlo, ma agire per modificarlo; troppi amministratori invece sfruttano l’alibi delle difficoltà burocratiche per non rispettare le norme a loro piacimento e convenienza.

Sostenere che in concorsi siano inutili perchè tanto poi li vincono sempre i soliti noti (quindi tantovale risparmiare denaro), oltre che un affermazione che nella sua genericità non corrisponde al vero, equivale anche ad un colpo di spugna inaccettabile; un assist morale a chi ci amministra a perpetuare lo status quo senza prendersi alcuna responsabilità per tentare di migliorare le cose.

Il concorso non piace in genere a chi ci amministra perchè, per quanto sia sempre possibile pilotarne il risultato, la sua caratteristica di procedimento aperto, li espone a una notevole riduzione del potere di decidere a chi affidare un incarico, e questo nel sistema consociativo italiano equivale a perdere moneta di scambio; non è un caso se il ricorrso al concorso di idee (che invece porta un enorme ritorno mediatico) sia infinitesimale, e nei pochi casi in cui vi si ricorre si presta maggiore attenzione agli aspetti mediatici dell’evento, barricandosi dietro al nome delle archistar di turno in grado di sostenere con la loro forza mediatica tutte le eventuali polemiche (pensiamo a Renzo Piano e all’Auditorium e alla serie di errori perdonati solo in virtù della “autorevolezza” internazionale del progettista).

Su San Silvestro la mia sensazione è che il nostro Sindaco si sia illuso che realizzando un intervento sotto tono avrebbe evitato scomodi riflettori. Le amministrazioni precedenti hanno fatto scuola, basta pensare alle “sistemazioni” di Piazza del Popolo, di piazza dell’Orologio o di piazza Mattei: anonimi interventi con largo uso di palle “de fero” e lastre di basalto senza alcun approccio architettonico critico (nemmeno di stampo filologico). Per non dimenticarsi del nostro campione di anonimato: lo stadio del tennis alForo Italico. Se l’architettura è anonima e non denuncia una precisa scelta architettonica, nessuno ne parlerà e l’amministratore non corre alcun rischio.
Al contrario ogni concorso indetto finora ha sempre scatenato polemiche e discusisoni polarizzando l’opinione pubblica; chi ci amministra, in queste situazioni finisce con l’essere costretto a prendere posizione (salvo poi smentirsi) e questo è pericolosissimo per chi, da politico esperto, ha imparato a non prendere mai una posizione. Ricordiamo sempre Alemanno che ha fatto campagna elettorale contro l’Ara Pacis promettendo di demolirla, salvo poi ripiegare su una (contestatissima tanto per cambiere) risistemazione esterna.
L’anonimato degli interventi è garanzia di silenzio generale, e garantisce una gestione più controllata degli appalti, ma anche meno malignamente garantisce di limitare l’esposizione politica con scelte nette che rischierebbero di scontentare parte dell’opinione pubblica.
Un qualsiasi concorso invece impone una serie di scelte ampiamente esposte  all’opinione pubblica (per un tempo interminabile dal punto di vista del politico), con conseguente pioggia di critiche.

Per fare un concorso occorre prendere una serie continua di decisioni tutte delicate:
– decidere dove è necessario interventire dando priorità ad un intervento piuttosto che ad un altro (prima scelta di natura fortemente politica);
– decidere di spendere dei soldi per quello specifico intervento sottraendo risorse ad altre cose, scontentando necessariamente qualcuno (seconda scelta di natura economica);
– decidere il programma degli interventi, ovvero indicare cosa si vuole fare dentro al luogo prescelto (ancora scelta politica e culturale); per fare un esempio pratico decidere se realizzare un ponte carrabile o solamente pedonale oppure decidere che destinazione d’uso dare a un intervento di recupero (ad esempio se destinare un edificio ad un asilo nido o ad ospizio);
– stabilire delle regole di partecipazione (altra scelta di natura estremamente politica);
– selezionare un vincitore e sostenerne il risultato (anche e soprattutto da un punto di vista culturale), magari anche contro la propria sensibilità culturale;
– realizzare l’opera sotto la lente e i riflettori dei mille scontenti che si sono lasciati per strada (tutti pronti a stigmatizzare errori di costruzione, ritardi o aumenti di costo);
– farla funzionare (passaggio forse tra i più difficili) per dimostrarne l’utilità;

il tutto con tempi certi (possibilmente entro un paio di mandati) e normalmente senza grandi disponibilità finanziarie. Un inferno per il nostro povero amministratore locale; va da se che è molto meglio evitare grane: “APPALTO INTEGRATO DOVE SEIII?!”

Eppure tutte le volte che si è ricorso a concorsi veri, i risultati alla fine sono sempre stati mediamente positivi: cito ad esempio il Centopiazze che, come illustrato da Paesaggio Cricitco, tra chiari e scuri ha dato comunque buona prova di se. Da cittadino che non nutre alcuna fiducia nei nostri amministratori, ritengo quindi che sia doveroso e necessario sollecitare l’utilizzo sistematico dei concorsi aperti.

Avendo chiarito la mia posizione in merito all’utilità dello strumento concorsuale entro nel merito della proposta di Pietro (che invito a leggere), lanciando di seguito alcuni principi di fondo a cui si dovrebbe attenere una buona legge sui concorsi.

TUTTI GLI INTERVENTI DEVONO ESSERE SOGGETTI A CONCORSO
Premessa fondamentale. Tutti gli interventi pubblici devono essere soggetti a concorso (soluzione drastica non soggetta a interpretazioni); non stiamo quindi parlando di 2-3 concorsi l’anno ma di svariate centinaia da svolgere su tutti gli interventi di trasformazione architettonica e urbana (diventa dura poi fare vincere sempre i soliti noti). Stiamo parlando di tutti gli enti pubblici e di tutti gli enti ad essi collegati che utilizzano fondi pubblici per realizzare opere pubbliche. Società come Zétema o la STA, per intenderci, sono dentro il perimetro.

I REQUISITI DEL PROGETTO LI DEFINISCE L’AMMINISTRAZIONE (O LA CITTADINANZA)
Un altro principio di fondo è che non sono e non devono essere gli architetti a definire il programma dei requisiti di concorso. Troppo spesso si confonde il concorso di idee con la richiesta ai professionisti di auto definire il problema a cui si vuole dare la soluzione. Nello specifico, la futura destinazione d’uso dell’intervento non deve essere decisa durante la progettazione; così come non sono gli architetti a doversi fare interpreti delle esigenze della cittadinanza. Una amministrazione che fa (bene) il suo lavoro definisce prima le  sue esigenze (che poi dovrebbero essere quelle della cittadinanza stessa) e poi chiede agli architetti di fornire la loro soluzione in termini architetonici. Non sono gli architetti a dover decidere se in una piazza c’è bisogno di più verde, di una fermata del bus o di una fontana; e un’amministrazione che si rispetti non ha bisogno di chiederlo agli architetti. Ovviamente è lecito in questa fase prevedere il coinvolgimento dei professionisti (non solo architetti) così come promuovere forme di partecipazione civile. Quello che ritengo importante è che si tracci una linea netta di responsabilità tra chi definisce le esigenze (il committente) e chi traduce in un progetto queste esigenze (il progettista).

I CONCORSI DEVONO ESSERE APERTI A TUTTI GLI ARCHITETTI
Condivido lo spirito della proposta di Pietro di prevedere sempre concorsi aperti a tutti. Pietro inserisce questo principio nella prima fase della selezione; immaginando però di ricorrere allo strumento concorsuale in maniera ampia si presenterebbero evidenti difficoltà di carattere pratico ed organizzativo; forse si potrebbe pensare a soluzioni intermedie. Resta il fatto che stiamo parlando di principi e il principio è appunto che: “i concorsi devono essere sempre aperti a tutti”.

CONCORSI OBBLIGATORI ANCHE NEL CASO DI APPALTI INTEGRATI
Ritengo che l’istituto dell’appalto integrato tenderà ad essere uno dei preferiti delle nostre amministrazioni per molto tempo ancora. Se passa ilprincipio che tutti gli interventi sono soggetti a concorso, anche nel caso dell’appalto integrato deve essere garantito questo principio. Esattamente come avviene per l’esecuzione delle opere di urbanizzazione eseguite in convenzione a scomputo degli oneri, l’impresa appaltatrice è tenuta a realizzare il progetto rimanendo vincolata ai principi della norma; in questo caso l’appalto integrato potrebbe semplicemente prevedere la presentazione di un Metaprogetto o di un Progetto Preliminare con un impegno a affidare l’incarico del progetto Definitivo ed Esecutivo sulla base di un concorso di idee (in questo caso sarebbe accettabile la forma ristretta).

COMMISSIONI, ROTAZIONE DEI COMPONENTI
Non entro nel merito delle infinite possibilità di composizione delle commissioni di valutazione; oserei dire che un metodo vale l’altro (e quello proposto da Pietro potrebbe funzionare). Aggiungerei piuttosto un criterio di rotazione obbligatorio che non consenta ai soliti noti di presidiarne permanentemente (al limite una quota delle giurie potrebbe essere selezionato per estrazione). Oltre un certo livello inserirei l’obbligo di prevedere una componente internazionale.

PARTECIPAZIONE POPOLARE ALLE SCELTE
Qui il tema è più delicato. Il tema della partecipazione sta esplodendo in tutti gli ambiti della discussione culturale. Il nodo cruciale da risolvere è la distanza tra le scelte dei progettisti e le effettive esigenze della cittadinanza. Il ricorso a forme partecipative alla progettazione sembra essere oggettivamente una delle soluzioni più efficaci, la diffusione dei social network, oltre a rendere tecnicamente praticabile un forte coinvolgimento dal basso hanno anche contribuito a sviluppare una forte coscienza collettiva sulle potenzialità della partecipazione. L’assunto di fondo è che il popolo è autonomamente in grado di capire e decidere che cosa sia meglio per la città e quali siano le soluzioni tecniche ed estetiche più opportune per renderla più efficiente e vivibile. Questa assunzione è condivisibile; ha però alcune limitazioni di cui occorre tenere conto:
– non funziona se le soluzioni da prendere risultano impopolari;
– non garantisce il rischio che le scelte si orientino verso interventi più sensazionalistici e scenografici (proprio critica più forte che viene mossa alla cultura delle archistar);
– deresponsabilizza la politica che ci amministra dalle scelte di governo del territorio;
– nello specifico la proposta di Pietro di sbilanciare la partecipazione popolare tutta alla fine del processo renderebbe questo atto un mero passaggio di ratifica finale di scelte già effettuate a monte da parte del sindaco (che decide il programma) e da parte della commissione (che tenderà a sceglire una rosa di progetti tendenzialmente simili).
La partecipazione popolare dovrebbe essere prevista non alla fine del processo ma all’inizio. Ovvero nella fase in cui si decide quali sono i nodi urbani da risolvere e soprattutto quale tipo di intervento si richiede di realizzare. Per fare un esempio, volendo recuperare una ex caserma, la decisione su che cosa farla diventare (residenze, uffici, supermercati, musei, ecc.) dovrebbe essere sottoposta al giudizio dei cittadini prima di avviare il processo di gara. Una volta stabilito il programma, le sucessive fasi potrebbero prevedere dei meccanismi di verifica intermedia con progressiva presa di responsabilità del progettista sulle proposte di progetto. In ogni caso se da una parte occorre strutturare il processo di trasformazione del territorio in maniera da scongiurare atteggiamenti oppositivi e ostruzionistici di tipo NIMBY per le opere di importanza più rilevante, proprio il coinvolgimento partecipativo, anche solo limitato ad azioni di natura informativa e consultiva, contribuisce a ridurre e ridimensionare il livello di conflittualità.
Per fare una metafora il paziente è tenuto a dire quali sono i suoi sintomi e al limite si può spingere a fornire dei feedback sia sulle analisi da fare che sulle possibili cure; alla fine l’intervento e la cura sono sempre una precisa responsabilità del medico; il coinvolgimento informato del paziente aiuta però ad affrontare meglio le cure.

PERIMETRO DELLA PARTECIPAZIONE
Anche questo è un tema delicato. Pietro propone una forte limitazione alla partecipazione determinata dalla appartenenza geografica (vota e partecipa solo chi ha la residenza). Io sono convinto che il valore delle scelte di trasformazione urbana abbia diversi gradi di rilevanza dal locale al globale in funzione della rilevanza dell’intervento stesso; le città sono sistemi aperti osmoticamente al mondo esterno che a sua volta è composto da moltitudini di sistemi e sottosistemi; gli spazi urbani sono snodi di relazioni inseriti in diverse e svariate reti connettive; la lettura delle relazioni può essere fatta su molti livelli (funzionale, culturale, urbano, sociale, commerciale, migratorio) ognuna di queste letture ci porterebbe ad un diverso perimetro di interesse. Va da se che ogni trasformazione urbana ha influenza sull’agire e sulla vita di un nucleo di persone che va ben al di la dei semplici residenti. Persino le risore economiche che vengono investite non sono mai chiaramente riconducibili ad un singolo soggetto giuridico; specie per gli interventi di maggiore rilevanza i livelli di contribuzione finanziaria sono spesso più ampi di una singola realtà locale. Un parcheggio di scambio per la metropolitana posto al confine del comune di Roma interessa inevitabilmente anche la popolazione limitrofa; un intervento sul centro storico di Roma (patrimonio dell’Unesco) interessa l’intera popolazione mondiale, la sistemazione di una piazza interessa comunque anche il frequentatore occasionale. In ogni caso le città sono vissute ed utilizzate anche da soggetti che hanno interese diretto o  indiretto al loro sviluppo; su due piedi mi vengono in mente i pendolari, i migranti, i lavoratori che non hanno residenza, gli studenti fuori sede, i turisti ma anche solo i “cultori della materia” cioè le persone che nel mondo possono nutrire interesse culturale allo sviluppo di un particolare terrotorio o città.  In questa gradazione dei livelli di interesse occorre trovare il modo di consentire una partecipazione che, salvaguardando i cittadini più direttamente interessati, possa tenere conto anche di un perimetro più ampio.

COMPOSIZIONE DEI GRUPPI DI PROGETTO
Concludo con una nota sulle regole di partecipazione ai concorsi da parte dei professionisti. La progettazione architettonica è il frutto di una composizione di aspetti di natura culturale (sociologici, estetici, stilistici, umanistici) e tecnica (impiantistici, strutturali, economici) e, come tutti riconosciamo abbraccia vasti campi della conoscenza. Pensare che un singolo architetto (o un gruppo ma di soli architetti), per quanto geniale possa sostenere da solo tutta questa complessità è pura illusione. La partecipazione ad un qualsiasi concorso dovrebbe essere vincolata alla formazione di un gruppo di progetto che contenga in se tutti i professioninsti minimamente necessari per dare risposte adeguate ad ogni problema sollevato dal programma dei requisiti. Questo vincolo non può essere lasciato alla buona volontà del singolo professionista, deve essere un obbligo. Il tutto si traduce così: “possono partecipare ai concorsi solo ed esclusivamente i gruppi di progettaizone che contengano al loro interno almeno un architetto, un impiantista (almeno elettrico e meccanico), uno strutturista e a secondo della natura del progetto richiesto anche altri specialisti (paesaggisti, restauratori, urbanisti, musicologi, botanici, ecc.)”; questi specialisti devono essere evidenti nella composizione del gruppo di progettazione; sono quindi vietate le parecipazioni dei singoli (tipo Fuksas).

PRECISAZIONI DOVEROSE
Questi spunti sono delle semplici enunciazioni di principio su come ritengo che dovrebbero essere gestiti i concorsi qui in Italia in questo preciso momento storico; per me il concorso non è un feticcio, anzi, sono convinto che amministrazioni “illuminate”, se ne esistessero, sarebbero perfettamente in grado di farne a meno con risultati più che egregi e maggiore efficacia; il problema è che questa “illuminazione” non è verificabile né tantomeno autoattribuibile.
Non ritengo in assoluto che il concorso di idee equivalga automaticamente a una buona architettura, né viceversa che un’opera acquisti maggiore o minore valore in funzione delle modalità con cui è stata selezionata; il valore di un’opera realizzata si misura nella sua esistenza e nell’uso che di questa viene fatto. Per cui a quelli che hanno avuto la pazienza di leggere fino a qui prego di non obiettare alle mie tesi citandomi esempi e modelli solo in funzione del risultato architettonico finale perchè questo equivarrebbe a portare la discussione su un piano decisamente sterile.
FLW aborriva i concorsi perché riteneva che nessuna giuria potesse avere il suo livello di genialità, tanto per fare un esempio; lui poteva permettersi di dirlo e credo che pochi potrebbero obiettare sul livello delle sue opere. In un mondo perfetto un sindaco dovrebbe essere in grado di scegliersi autonomamente i propri collaboratori (architetti compresi) con i quali attuare il proprio programma in totale autonomia, prendendosi la piena responsabilità delle proprie scelte; i meccanismi di informazione e il comune senso civico degli elettori basterebbero da soli a scoraggiare ogni abuso. Oggi non è così come dicevo in premessa, e noi siamo ben lontani dai livelli di civismo nordeuropei per aspirare ad un minimo senso di responsabilizzazione civile.

La forma del concorso (nelle modalità che ho descritto) offre quindi, rispetto ad altre forme di selezione dei progetti, un livello minimo di garanzia democratica, la capacità di creare discussione sui temi dell’architettura e, nella discussione, la capacità di promuovere la maturazione culturale di un intero sistema sociale.