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La sorpresa di Pasqua: chi ha partecipato al concorso del Flaminio.

Sul sito del “Concorso Progetto Flaminio”, a cura di CDPI sgr, sono stati pubblicati senza nessuna nota informativa, per quanto ci risulta, i nomi dei 241 Gruppi di progettazione che hanno partecipato al Concorso e la loro composizione. Il tutto è stato fatto, come al solito, in “sordina”, che ci sembra sia il “marchio di fabbrica” di questo Concorso e di chi lo gestisce, almeno sotto l’aspetto della comunicazione, visto il profilo basso che si è scelto e, ancora una volta, non si capisce il perché, dato che il numero dei partecipanti è stato consistente, appunto 241, di cui 150 Gruppi Italiani, 83 Europei, 4 Americani, 2 Canadesi e 2 Cinesi.

Noi di Amate l’Architettura abbiamo fatto parte del Laboratorio di Progettazione Partecipata, contribuendo alla stesura del documento che fa parte del DPP (Documento di Progettazione Preliminare) consegnato ai 6 Gruppi finalisti della 2° Fase. Ma dall’inizio siamo stati e continuiamo ad essere assolutamente contrari al Bando, per come è stato articolato, ed a questa formula di Concorso che è stata scelta, anche per la “natura ambigua” del Soggetto banditore, e per questo motivo abbiamo lasciato il Laboratorio e rinunciato a partecipare all’incontro con i 6 finalisti e la Giuria del Concorso, che si è svolto il 23 Marzo scorso al Maxxi.

Ecco il nome dei 6 finalisti del concorso:

Juan Navarro Baldeweg (Madrid)

Studio 015 / Paola Viganò (Milano)

Caruso St John Architects (Londra)

KCAP Architects&Planners (Amsterdam)

Labics – Paredes Pedrosa Arquitectos (Roma-Madrid)

Ian+ (Roma)

Sinceramente, fino a questo momento non abbiamo colto nessun buon motivo per pentircene.

Tutto ciò non ci impedisce, naturalmente, di continuare a “monitorare” con attenzione quello che succede intorno al Concorso ed al Progetto Flaminio. Così, per caso, abbiamo scoperto che, senza nessun avviso, era stato pubblicato l’elenco-dei-partecipanti e la cosa più interessante, almeno per noi, è stata quella di verificare che, oltre alla quantità, anche la qualità dei Gruppi è di notevole “caratura” ed importanza, sia a livello nazionale che internazionale.

Infatti è presente un nutrito numero di Progettisti, molti “di chiara fama”, di cui sarebbe stato interessante valutare “a caldo” il loro approccio al tema del Concorso, senza per questo mettere in discussione la scelta dei 6 finalisti, ma solo per un democratico, civile e trasparente confronto dialettico e di opinioni. di natura urbanistico-architettonica. Sarà anche vero che il momento di crisi “terribile” che stiamo attraversando colpisce tutti, o quasi, indiscriminatamente, per cui anche i grandi studi di progettazione e/o le cosiddette archistar, “soffrono” come noi poveri mortali.

Ma non bisogna nemmeno dimenticare l’attrazione che hanno esercitato indubbiamente il valore e la qualità riconosciuta dell’intero quartiere Flaminio in cui si trova l’area oggetto del Concorso, a conferma dell’ottima scelta dell’Amministrazione di Roma e del II° Municipio di portare finalmente a compimento la riqualificazione degli stabilimenti militari di Via Guido Reni, da vent’anni circa in stato di completo abbandono.

Per capire di chi stiamo parlando indichiamo solo alcuni dei progettisti partecipanti, che non hanno, crediamo, bisogno di presentazioni nemmeno per i non addetti ai lavori: Gregotti Associati, Mario Cucinella, Cino Zucchi, Purini / Eisenman, Sartogo Architetti, Stefano Boeri (Italiani), Rafael Moneo, Zaha Hadid, Studio Libeskind, David Chipperfield, Christian De Portzamparc, Bernard Tschumi (Stranieri).

Per un attimo ci siamo illusi che forse avremmo finalmente trovato sul sito anche le immagini delle 241 proposte arrivate, e si sarebbero potuti in qualche modo capire anche i criteri adottati dalla Commissione giudicatrice nella scelta dei 6 finalisti, visto che, come è stato più volte ripetuto, la selezione non si è tenuta basandosi solo sui curriculum, ma anche su una proposta progettuale di massima.

Su questo punto concordiamo, anche perché solo sulla base dei curriculum sarebbe stato arduo se non impossibile scegliere tra Gruppi di progettisti come quelli nominati sopra.

Oltretutto nell’intero elenco, e solo secondo le nostre modeste conoscenze, ne abbiamo contati almeno 25/30 di Gruppi più o meno dello stesso spessore, senza nulla togliere, dal punto di vista qualitativo, ai 6 Gruppi finalisti. Ma viene da sé che anche affiancando ai curriculum 2 Tavole in formato A3 per dare un’idea progettuale di massima, il tasso di discrezionalità diventa enorme ed espone qualsiasi giuria anche la più integerrima e “disincantata” del mondo, a critiche e sospetti.

Ecco perché ci siamo battuti affinchè il Concorso fosse aperto a tutti senza vincoli di nessun tipo ma, soprattutto, che fosse ANONIMO, che è l’unica garanzia che abbiamo oggi che sia il progetto a vincere e non il progettista.

Tanto per fare un esempio.

Per mesi abbiamo sentito ripetere lo slogan “Basta con le archistar”, saranno scelti ed “invitati” quei 5/6 gruppi che dimostreranno con i loro progetti un approccio adeguato alla particolarità dell’area ed all’impotanza dell’intero quartiere e della città.

E su tutto ciò noi eravamo e siamo in linea di massima completamente d’accordo.

Ma non si poteva certo impedire a nessuno di partecipare e quindi quello slogan rischia oggi di apparire una specie di minaccia, che a leggere i nomi dei 6 Gruppi finalisti, potrebbe portare ad affermare “Missione compiuta”.

Un “sospetto” invece che poteva e doveva essere cancellato immediatamente pubblicando subito i 6 progetti finalisti insieme a tutti gli altri partecipanti, spiegando con quali criteri erano stati scelti e assumendosene la piena responsabilità.

Purtroppo però, a tutt’oggi, dopo quasi un mese dall’esito della 1° fase del Concorso, le immagini non le abbiamo trovate e dobbiamo prendere atto che anche l’aspetto più “brutalmente propagandistico” sulla quantità e la qualità dei partecipanti non è stato ritenuto “degno” di essere pubblicizzato con il dovuto orgoglio e compiacimento. Ed anche questo fatto merita un PERCHE’???

Per questo motivo Amate l’Architettura ha deciso di chiedere ai partecipanti al Concorso di mandarci una tavola della proposta presentata e la pubblicheremo noi sul nostro sito.

Concorso area ex Caserme Flaminio: si è mosso l’Ordine degli Architetti

13 Febbraio 2015

La vicenda del concorso dell’area cosiddetta “ex caserme” al quartiere Flaminio di Roma, un’area, lo ricordiamo ai nostri lettori, di 5,1 ettari in una zona centralissima e perciò strategica, è paradigmatica della prassi che si è instaurata nella Pubblica Amministrazione, progressivamente, da circa venti anni.

Ce ne siamo già occupati in una lettera aperta all’Assessore Caudo (Assessore alla Trasformazione Urbana del Comune di Roma) del 6 novembre 2014 e in un articolo del 19 gennaio 2015.

La logica è questa: Io (P.A.) devo agire e per questo motivo mi riservo, a mio insindacabile giudizio, di decidere chi dovrà progettare. Ovvero non privilegio il progetto migliore bensì il progettista che ritengo più idoneo secondo un mio imperscrutabile criterio di valutazione, ergo devo avere le mani libere da tutti i lacci della procedura pubblica. Questo è quello che è accaduto nel caso in questione: è stata acquisita un’area demaniale (soldi pubblici) da un organismo di natura giuridica privata (Cassa Depositi e Prestiti Investimenti sgr), di cui tuttavia l’azionista di maggioranza (CDP) è una s.p.a. ed è pubblico; è stata promossa dal comune un procedimento di progettazione partecipata con la popolazione residente (soldi pubblici), ma quest’Ente si rifiuta di mettere in atto una procedura concorsuale aderente a quella prevista per gli appalti pubblici.

Qual è il problema? Alcuni colleghi faticano a capire il perché della nostra levata di scudi, altri, addirittura, ne sono infastiditi.

Il problema nasce dal fatto che è stata messa in atto una procedura concorsuale – palese e non anonima – nella quale i termini di valutazione non sono definiti (si sono chiesti, nella prima fase curricula e progettini senza spiegare quale sarà il criterio decisionale), i componenti della commissione giudicatrice slittano da una fase del processo all’altra (fatto assai irrituale!), il Documento di Progettazione Partecipata, che dovrebbe essere alla base del Concorso non è ancora pubblico ma intanto questo stato indetto.

Forti di queste argomentazioni e di altre, ci siamo rivolti all’istituzione territoriale preposta al controllo di queste procedure: l’Ordine degli Architetti di Roma.

L’Ordine, con apprezzabile solerzia, ha valutato anche la nostra segnalazione e ha immediatamente scritto a Cassa Depositi e Prestiti Investimenti sgr (e in copia al Comune di Roma ed al CNA) invitandola ad “attivare una procedura ad evidenza pubblica secondo quanto stabilito dall’attuale normativa”.

C.D.P.I sgr, il 28 gennaio 2015, ha risposto che la sua natura giuridica è privatistica “non rientrando, sotto alcun profilo, nella nozione di “amministrazione aggiudicatrice” (cioè non si sentono sottoposti all’obbligo del rispetto dei bandi pubblici), ma che, per graziosa concessione, “ha comunque deciso di procedere ai fini dell’affidamento della progettazione del masterplan dell’Area, a un concorso internazionale di progettazione, caratterizzato dalla massima trasparenza e apertura alla concorrenza” (sic!).

Perciò l’Ordine il 6 febbraio 2015, preso atto della volontà di CDPI sgr di procedere ad “un concorso internazionale di progettazione” chiede che questo venga organizzato come previsto dalla legge. Vero (aggiungiamo noi) e non finto.

Contestualmente (seconda nota di merito per il suo operato), l’Ordine segnala all’A.N.A.C., l’Autorità Anticorruzione di Raffaele Cantone, tutta la vicenda riassumendone il contesto e le motivazioni per le quali è stato indotto a prendere posizione.

Sono tre le considerazione che desideriamo evidenziare al termine di questa esposizione:
la prima: se l’Ordine di Roma ha valutato questo procedimento come noi vuol dire che proprio infondate le nostre osservazioni non erano. Questo aspetto lo abbiamo messo in evidenza già dallo scorso maggio 2014, nel corso del laboratorio di Partecipazione, chiedendo già allora che venisse approntato un concorso pubblico sul modello di quello del Guggenheim di Helsinki.
La seconda: attenzione, cari colleghi, a partecipare a questo bando, così strutturato, perché rischiate di perdere il vostro lavoro.
La terza: attendiamo la valutazione dell’A.N.A.C. Se questa Autorità decidesse che CDPI sgr non è tenuta al rispetto di una procedura pubblica per un’area demaniale che nelle previsioni sarà per 27.000 mq privata con residenze e attività turistico-ricettive-commerciali, ma sarà anche pubblica per 24.000 mq, con servizi, spazi pubblici ed un Museo della Scienza allora vuol dire che c’è un gigantesco vulnus legislativo che va colmato quanto prima possibile.

ALLEGATI:

qui la PEC da noi spedita all’Ordine: carteggio Amate l’Architettura – Ordine Architetti Roma

qui tutto il rimanente carteggio sintetizzato nel nostro articolo: carteggio Ordine Architetti – CDP – ANAC

Laboratorio del processo di partecipazione – Ex caserme di Via Guido Reni, una proposta di concorso internazionale

Dopo la pubblicazione dello schema di proposta per il recupero dell’area delle ex caserme di Via Guido Reni, pubblichiamo oggi la seconda parte del nostro contributo, già presentato al Comune il 15 maggio 2014, che prevede l’organizzazione di un concorso di idee internazionale per la selezione dei progettisti incaricati di progettare il recupero dell’area.

La proposta è stata elaborata da Giorgio Mirabelli, Lucilla Brignola e Santo Marra.

Come sempre siamo aperti ai vostri contributi e suggerimenti.

(qui trovate il pdf del documento)

Qui trovate il post relativo alla nostra proposta di masterplan per il recupero dell’area.

Qui trovate il link a tutti i contributi proposti dalle associazioni che stanno partecipando al laboratorio.

IL CONCORSO

Il Movimento “amate l’architettura”, da tempo impegnato sul tema dei Concorsi di architettura in Italia, si  è fatto promotore della “costruzione” di una rete di Associazioni e di Movimenti di architettura e di architetti con l’obiettivo di realizzare una giornata di studio/convegno a Roma, nel prossimo mese di Settembre, sulle tematiche dei Concorsi di architettura, per affrontare il “nodo” dello strumento concorsuale come unico metodo democratico fondato sulla qualità del progetto. Nella stessa sede, verrà presentato un “documento standard operativo” che verrà discusso e quindi in seguito proposto agli Enti pubblici per unificare i processi concorsuali. In linea con questa attività, “amate l’architettura” intende presentare all’Assemblea, come primo contributo all’interno del “Processo di partecipazione”, il proprio modello ideale del Concorso internazionale di architettura per il Progetto Urbanistico del Quartiere della Città della Scienza. Il modello sarà ispirato agli indicatori qualitativi elaborati da Nib-Rating (progetto nato per la valutazione dei Concorsi), frutto della collaborazione tra professionearchitetto.it (portale di informazione tecnica e culturale degli architetti) e newitalianblood.com (portale dell’omonima associazione nata per dare voce ai giovani architetti).

IL MASTERPLAN

“amate l’architettura” pone la sua azione primaria al servizio della promozione di una maggiore qualità dell’architettura per contrastare la mediocre e purtroppo diffusa pratica costruttiva odierna, operando verso una crescente sensibilizzazione della società su queste tematiche. Nella piena convinzione di dovere intervenire con urgenza per ricostruire rapporti fra istituzioni, professionisti e fruitori finali, improntati ad una maggiore correttezza e responsabilità, il movimento propone riflessioni e apre spazi di confronto su alcune sfide urgenti in ambito sociale, ecologico ed economico a cui l’Architettura può e deve dare risposte. In questo contesto è prioritaria la difesa del progetto e del diritto alle idee, nell’intento di diffondere la consapevolezza che la buona architettura conviene a tutti. In quest’ottica “amate l’architettura” è disponibile, all’interno del processo partecipativo ed in collaborazione con gli altri soggetti, a fornire indicazioni per una lettura più attenta del masterplan, quindi a proporre soluzioni, sul piano strategico-culturale, per l’assetto urbanistico e per la ri-qualificazione eco-sostenibile del patrimonio edilizio, dei parchi e della mobilità, che contribuiscano alla stesura di linee guida per la definizione di un cosiddetto “SMART/Plan”, obiettivo del “Concorso internazionale per il Progetto Urbano Flaminio”.

Format per il Concorso Internazionale di Architettura

Premessa

In Architettura i concorsi, di progettazione e di idee, sono l’unico strumento competitivo per la ricerca della qualità attraverso il valore dei progetti, essenziali per innescare, mediante la competizione, processi di innovazione all’interno della poetica architettonica. Per questo le consultazioni devono essere aperte e trasparenti, garantire giurie qualificate, pretendere bandi semplici ed allo stesso tempo inappuntabili, fondarsi su una seria programmazione dell’opera da realizzare e, soprattutto, devono avere sempre riguardo della dignità professionale dei partecipanti. Un concorso di architettura può risultare di ottimo o di pessimo livello applicando qualsiasi procedura o legge vigente. Il discrimine, data per scontata la buona fede degli organizzatori, risiede soltanto nella professionalità, nell’esperienza e nell’interpretazione delle “regole”. L’efficacia delle procedure concorsuali si può misurare sin dall’inizio attraverso:

un’accorta composizione della Giuria che deve condividere ab-origine il bando;

una corretta concezione del bando, avvalendosi di un esperto programmatore di concorsi;

una seria programmazione strategica e tecnica (mediante un adeguato DPP).

Alla fine di questo percorso è necessaria solo una giusta determinazione per la realizzazione dell’opera e per il

successivo affidamento in gestione. Operazione demandata ad una trasparente attività della politica.

Giuria

La Giuria misura la qualità/affidabilità di un concorso, in quanto garante del suo buon esito. Per questo la sua composizione deve essere esplicitata nel bando con nominativi di esperti e/o di chiara fama. Diversamente il concorso pone motivi di esitazione, allorchè la composizione della Giuria diviene sempre meno precisata e/o specificata, rendendo non consigliabile la partecipazione ad un bando. Qui di seguito proponiamo un’idea di Giuria composta da figure che, a nostro avviso, dovrebbero rappresentare quelle doti di competenza professionale, serietà, prestigio, qualità artistica e culturale, tali da offrire ampia garanzia sulle scelte che saranno effettuate. In questo esempio, per maggiore chiarezza e comprensione, alle figure individuate sono stati affiancati dei nomi che sono da ritenersi puramente indicativi.

1. Presidente della Giuria Sen. Arch. Renzo Piano

Autore dell’Auditorium Parco della Musica nonché del Masterplan “Parco della Musica e delle Arti” per la riqualificazione di via Guido Reni e di tutto l’asse Ponte della Musica-MAXXI-Auditorium, che prevedeva una nuova sede del Teatro dell’Opera proprio nell’ex Stabilimento militare. Recentemente nominato Senatore a vita, con il suo progetto sociale “Rammendare le periferie” prescrive la necessità di intervenire con priorità assoluta sui territori marginali e degradati, siti dismessi e/o da bonificare, con l’irrimandabile obiettivo di recuperare questi luoghi a nuovi spazi di socialità. La rivitalizzazione di queste aree urbane non può non toccare i temi dell’efficienza energetica e della rigenerazione ecosostenibile di edifici e/o di interi quartieri.

2. Rappresentante dell’Amministrazione Capitolina – Arch. Maurizio Geusa

Dirigente dell’ U.O (Unione Operativa) Riqualificazione di ambito urbano e riuso del patrimonio pubblico nonché R.U.P. (Responsabile Unico del Procedimento) per il Progetto Urbano Flaminio.

3. Rappresentante del MIBAC – Arch. Rita Paris (Soprintendenza Speciale Beni Archeologici di Roma)

Gli immobili militari risultano prevalentemente assoggettati alla disciplina prevista dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio di cui al D. Lgs. 22.1.2004, n. 42, pertanto, sarà necessario verificare con la Direzione Regionale del MIBAC. e le competenti Soprintendenze che gli scenari di trasformazione e valorizzazione risultino pienamente coerenti con le esigenze di salvaguardia dei beni oggetto di tutela.

4. Componente dell’ Assemblea di Partecipazione per il Progetto Urbano Flaminio

Riteniamo che la presenza nella Giuria di un componente dell’Assemblea del Processo partecipativo, scelto dalla stessa Assemblea, tra i rappresentanti dei vari Comitati e Associazioni dei cittadini, non potrà che rendere ancora più credibile sotto l’aspetto della democrazia della partecipazione il percorso che l’Amministrazione ha voluto e fortemente sostenuto.

5. Esperto di chiara fama sull’Energia rinnovabile – Prof. Jeremy Rifkin

Guru dello sviluppo sostenibile e di nuove generazioni di sistemi orizzontali diffusi di produzione di energia da fonti rinnovabili da adottare nella riqualificazione del patrimonio edilizio esistente. Convinto che bisogna avere abitazioni autosufficienti ed energeticamente attive, non come opzione ma come obbligo, per far sì che il settore delle costruzioni che oggi è il primo fattore di riscaldamento del pianeta diventi parte della soluzione.

6. Paesaggista – Prof. Arch. Franco Zagari

Figura centrale nella cultura del progetto del paesaggio contemporaneo in Italia e all’estero, affianca l’attività progettuale alla didattica e alla ricerca teorica. I suoi temi privilegiati sono lo spazio pubblico urbano e il giardino. Come consulente di Renzo Piano si è occupato della consulenza urbanistica e degli spazi esterni per l’Auditorium Parco della Musica di Roma.

7. Architetto di chiara fama e prestigio internazionale – Prof. Arch. Richard Burdett

Professore di architettura e urbanistica alla London School of Economics and Political Science, Direttore della Biennale Architettura 2006, succede a Renzo Piano nell’Urban Lab di Genova come nuovo consulente urbanistico della città. Cresciuto e formatosi a Roma ha, tra l’altro, relazionato al Convegno “Roma 2010-2020: Nuovi modelli di trasformazione urbana”.

Bando

La corretta concezione di un bando misura la capacità/consapevolezza dell’Ente promotore a gestire la procedura concorsuale. Gli indicatori di peculiarità del bando forniscono la misura del gradimento dello stesso ovvero dell’ accessibilità a parteciparvi.

a) Aperto a tutti senza vincoli curriculari/esperienziali/reddituali

b) Tempi congrui di consegna elaborati (min. 60 gg)

c) Numero di elaborati congrui

d) Incarico al vincitore

e) Chiarezza e semplicità burocratica di partecipazione

f) Valore dei premi congrui (min. 3 premi, rimborso per tutti gli invitati alla 2^ fase)

Programmazione

Il livello di programmazione strategica e tecnica misura la capacità/volontà dell’Ente promotore a gestire tutta l’operazione per la realizzazione dell’intervento. Gli indicatori sintetizzano i requisiti essenziali che una programmazione deve contenere per dimostrare la fattibilità delle opere e la reale intenzione a realizzarle, nonché la loro previsione di migliore funzionamento a beneficio della collettività, nei tempi e nei modi desiderati.

a) Opera programmata e senza vincoli inibitori (DPP con indirizzi documento di partecipazione)

b) Disponibilità dell’immobile su cui si interviene

c) Quadro delle esigenze ben specificato

d) Opera finanziata (o finanziabile)

e) Tempi di esecuzione dell’opera previsti

f) Individuazione dell’eventuale soggetto per la gestione

Fermi i requisiti dati dagli indicatori esposti, si propone un Concorso Internazionale aperto a tutti, in forma anonima, a due fasi. La Prima Fase, come se fosse un Concorso di Idee, accessibile con la presentazione di n.2 tavole in formato A1 ed una relazione di max 20 pagine formato A4. Questo per avere il massimo coinvolgimento e partecipazione, ricevere il maggior numero di idee progettuali e selezionare le 10 proposte da sviluppare nella Seconda Fase. Seconda Fase che, come un Concorso di Progettazione, servirà per ottenere il Progetto preliminare con un numero di elaborati prefissati, quindi confrontabili. I 10 progettisti scelti ed invitati alla Seconda Fase dovranno avere tutti un congruo rimborso spese se presenteranno un progetto valutabile. Tra questi progettisti saranno scelti i tre progetti primi classificati, i cui premi saranno calcolati in base al valore del corrispettivo del Progetto Preliminare. Se ipotizziamo un intervento complessivo di circa 250 mln di euro possiamo prevedere un corrispettivo di circa 2,5 mln di euro per la Progettazione Preliminare. Il montepremi del Concorso potrebbe quindi essere di circa 260 mila euro, cosi distribuito:

1^ Premio 90 mila euro (importo che verrà poi detratto dalla Parcella professionale)

2^ Premio 40 mila euro

3^ Premio 25 mila euro

Agli altri 7 invitati alla 2^ Fase spetteranno 15 mila euro cadauno.

Laboratorio del processo di partecipazione – Caserme Guido Reni, la nostra proposta

Come avevamo anticipato, Amate L’Architettura sta partecipando al Laboratorio del processo di partecipazione per il Recupero delle Caserme di Via Guido Reni al Flaminio. Dopo una prima fase di interlocuzione i nostri rappresentanti Giorgio Mirabelli, Lucilla Brignola e Santo Marra hanno elaborato una proposta e la hanno presentata nel corso del laboratorio.

Si tratta di uno schema che condividiamo volentieri con tutti quelli che ci seguono e che vorranno darci il loro contributo. Il processo è ancora aperto e la partita tutta da giocare.

Buona partecipazione!

(qui trovate il pdf)

Qui trovate il link a tutti i contributi proposti dalle associazioni che stanno partecipando al laboratorio.

Il MasterPlan o SmartPlan?

Esiste una proposta, elaborata qualche anno fa dall’Arch. Renzo Piano, che riguarda forse la parte più significativa del Quartiere Flaminio, uno dei più interessanti e forse più belli di Roma, in quanto caratterizzato da una serie di impianti e strutture di notevole valenza architettonica. La proposta fu presentata su richiesta dell’allora Sindaco Rutelli, sotto la cui Amministrazione iniziarono i lavori per l’Auditorium-Parco della musica, fu poi accettata dal sindaco Veltroni e perfino dal Sindaco Alemanno. In pieno stile mitteleuropeo, l’Arch. Piano aveva previsto:

“Un grande Parco, denominato “Parco delle Arti”, che, partendo da Villa Glori, attraverso la “Porta delle Arti al Flaminio”, con un Passerella pedonale arrivava all’Auditorium, inglobando poi nel verde il grande Viale De Coubertin fino a comprendere le “architetture sportive” di Nervi padre e figlio, Palazzetto dello Sport e Stadio Flaminio.

Tutti i parcheggi necessari sarebbero stati posizionati in una Piastra sotterranea con la scomparsa totale delle auto in superficie, e per completare i servizi alla musica, nell’area dismessa delle Caserme di Via Guido Reni, era stato previsto il nuovo Teatro dell’Opera.

Via Guido Reni diventava un Boulevard ciclopedonale con un tram che arrivava fino al quartiere Prati, passando sul Ponte della Musica, ed era stata anche prevista una connessione con il Foro Italico, pur se limitata solo all’Accademia della Scherma, già destinata a Museo dello Sport.

Le destinazioni d’uso previste, per valorizzare l’operazione immobiliare pubblico-privata, erano simili a quelle attuali, solo che al posto del Museo della Scienza c’èra il Teatro dell’Opera.

Non era chiaro il ruolo di Piazza Mancini che pur compresa nella proposta rimaneva un po’ isolata e senza una vera definizione e destinazione funzionale, mentre sia il Lungotevere che il Villaggio Olimpico restavano fuori da questa “rigenerazione” che aveva come protagonista assoluto la sistemazione a “verde” delle aree da riqualificare.

plan_renzo-piano

Masterplan della Proposta dell’Arch. Renzo Piano

Calcolo dotazione Standars urbanistici in base alle Superfici previste secondo lo schema fornito

roma_capitale_destinazioni_flaminio

Residenziale = 29.000 mq + 6.000 mq (Alloggi sociali) = 35.000 mq x 3,2 (h) = 112.000 mc

112.000 mc / 80 (mc/ab.) = 1.400 ab. X 22 mq/ab = 30.800 mq

Nella Città Consolidata gli Standards possono essere dimezzati e quindi abbiamo 11 mq/ab = 15.400 mq di cui:  7.700 mq di Verde Pubblico

5.250 mq di Servizi Pubblici

2.450 mq di Parcheggi pubblici

A questi bisognerebbe aggiungere gli Standards per il Museo, per il Commerciale ed il Ricettivo 4mq/ ogni 10 mq di cui il 50% possono essere parcheggi: Museo 27.000 mq + Commerciale 5.000 mq + Ricettivo 5.000 mq = 37.000 mq /10 x 4 = 14.800 mq di cui 7.400 mq possono essere parcheggi.

Quindi se questi calcoli non sono sbagliati dovremmo avere una quantità di standards pari a 7.700 mq (Verde) + 5.250 mq (Servizi) = 12.950 mq quota per il Residenziale + 7.400 mq (Verde + Servizi) quota per il Museo, il Ricettivo ed il Commerciale, per un totale di 20.350 mq che è di molto inferiore ai 14.000 mq di “Attrezzature pubbliche di quartiere” previsti nella Delibera di Variante.

Mancano naturalmente i 2.450 mq + 7.400 mq = 9.850 mq di parcheggi totali che crediamo siano stati previsti nella piastra interrata sotto l’Area di intervento.

C’è da aggiungere però che nella Variante approvata, dei 14.000 mq destinati alle “Attrezzature pubbliche di quartiere” non viene specificato quanto sia il Costruito o la Sul prevista per queste funzioni.

Ma nella riunione del 15 Maggio scorso abbiamo appreso dall’Arch. Geusa che all’interno dei 14.000 mq, per le Attrezzature pubbliche di quartiere sono stati previsti circa 2.000 mq.

Strutture militari

Gli immobili di questo tipo risultano prevalentemente assoggettati alla disciplina prevista dal Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio di cui al D. Lgs. 22.1.2004, n. 42, pertanto, sarà necessario verificare con la Direzione Regionale ai BB.AA.CC. e le competenti Soprintendenze che gli scenari di trasformazione e valorizzazione risultino pienamente coerenti con le esigenze di salvaguardia dei beni oggetto di tutela.

Secondo quanto riferito verbalmente dall’arch. Geusa, la Soprintendenza ha però certificato, dopo sopralluogo avvenuto qualche mese fa, una assoluta mancanza di interesse storico ed architettonico delle strutture e dell’impianto complessivo delle Caserme.

Sarebbe in ogni caso importante conoscere quanto dichiarato dalla Soprintendenza ed inotre avere:

– Un rilievo dell’Area e degli edifici;

– Sapere se esiste anche una valutazione tecnico-strutturale e dello stato di conservazione dei manufatti e delle strutture;

– Sapere se c’è una volontà di recuperare (se ci fossero le condizioni) almeno quelle strutture e quegli edifici più significativi dal punto di vista architettonico-storico e meglio conservati sotto il profilo strutturale e costruttivo, aldilà di un intrinseco ed effettivo valore storico-architettonico-ambientale.

Se tutto ciò fosse possibile e conveniente si potrebbe recuperare il carattere identitario del luogo attraverso la riqualificazione, almeno in parte, dell’impianto architettonico e tipologico-distributivo. Quantomeno si potrebbe lasciare la facoltà di decidere se recuperare o meno alcune strutture ai progettisti che parteciperanno al Concorso di architettura.

Queste, secondo noi, sono indicazioni importanti che deve fornire l’Assemblea in un senso o nell’altro.

Master Plan

A nostro avviso bene ha fatto l’Amministrazione Comunale a ripartire dal Master Plan che aveva elaborato Renzo Piano facendo proprie alcune di quelle scelte, come quella, certo la più importante, dell’ asse che da Villa Glori -“Porta delle Arti” arriva fino a Monte Mario, sull’altra sponda del Tevere, attraverso il Ponte della Musica. (Volendogli cambiare nome come suggerito dall’Assessore Caudo, lo si potrebbe chiamare Ponte delle Arti e/o della Cultura).

Su questa direttrice, inglobando le strutture sportive del Palazzetto dello sport e dello Stadio Flaminio e la Piazza Apollodoro, si arriva poi in Via Guido Reni ed al Maxxi, con di fronte l’area delle Caserme. Come già detto, al posto del Museo della Scienza, nella proposta di Renzo Piano era stato previsto un Teatro dell’Opera diviso dalle strutture residenziali-commerciali-ricettive da una grande piazza in continuità con quella opposta del Maxxi, ipotesi che trova conferma in quella proposta oggi dal Comune.

Il Quadrante troverebbe così una nuova connotazione dove verrebbero esaltate le varie “vocazioni” e potenzialità che ha questo “brano” di città che a nostro avviso oggi è sicuramente uno dei quartieri più importanti di Roma, non solo per il notevole patrimonio architettonico che già esiste, ma anche per quello che sarà realizzato su questa area. Residenze, Sport (Palazzetto dello sport, Stadio Flaminio, Stadio Olimpico, Foro italico), Arte (Maxxi, Auditorium), Cultura, Musica, Festa del Cinema (Auditorium), Città della Scienza, fino a spingerci verso Piazzale Flaminio/Piazza del Popolo, dove all’altezza del Borghetto Flaminio troviamo il Polo museale Explora ed una sezione della Facoltà di Architettura.

PROPOSTA

Area totale =                            51.000 mq        Costruito 72.000 mq di Sul

Area privata =                          24.000 mq        Costruito 45.000 mq di Sul

(Residenze + Alloggi sociali 17.000 mq-2/3 Piani + Commerciale 5.000 mq + Ricettivo 2.000 mq-2/3 Piani)

Area pubblica edificata =        12.000 mq        Costruito 29.000 mq di Sul

(Museo della Scienza 10.000 mq-3 Piani + Servizi pubblici 2.000 mq)

Area pubblica  =                     15.000 mq

(Piazze, Percorsi pedonali e Sistemazioni a verde)

Rispetto alle destinazioni previste nella Variante di Roma Capitale le differenze della nostra proposta (Planimetria Generale dell’area dell’intervento allegata – Tav. 1) consistono:

1. Nella diminuzione dell’area privata che da 27.000 mq passerebbe a 24.000 mq, ma non cambierebbe la Sul di costruito che resterebbe di 45.000 mq. Le quantità previste di 29.000 mq di Residenziale, 6.000 mq di Alloggi sociali, 5.000 mq di Commerciale e 5.000 mq di Turistico/Ricettivo, resterebbero immutate trovando una diversa definizione architettonica anche in altezza ed arrivando ad un massimo di tre piani, permettendo il passaggio di circa 3.000 mq di area a destinazione privata in quella a destinazione pubblica.

2. Nella previsione di 2.000 mq di “Servizi pubblici di quartiere” che avrebbero dovuto trovare posto nei 14.000 mq di “Attrezzature pubbliche di quartiere” per le quali, però, come già detto, nel Documento di Variante non c’è alcuna quantità di Sul prevista.

3. In una Area pubblica che quindi passerebbe da 24.000 mq previsti nella Variante, con 27.000 mq di Sul, ad un totale di 27.000 mq con 29.000 mq di Sul.

In sintesi le Proposte finali contenute in questo Secondo documento, sono state solo rettificate, ma non si discostano, nella sostanza, da quelle presentate nel Primo documento che sono:

a. Il ricorso al “Concorso di Architettura in due fasi” che sia democraticamente e con trasparenza accessibile a tutti, garantendo che il vincitore sarà chi avrà elaborato il progetto migliore sia sotto il profilo urbanistico-architettonico che sotto quello importantissimo della fattibilità e della sostenibilità dell’opera. Non comprendiamo cosa voglia dire la frase: “Non chiameremo le Archistar, ma saranno 4/5 gruppi internazionali a competere” che l’assessore Caudo ed il suo staff ripetono spesso. Ma soprattutto non abbiamo compreso con quale criterio e da chi saranno scelti questi gruppi e dove sarebbe “la novità” rispetto ai soliti Concorsi ad inviti che si sono fatti fino ad oggi. Crediamo che gli esiti ed i successivi sviluppi che hanno avuto i Concorsi per il MAXXI e per la “Nuvola” di Fuksas (specialmente sotto l’aspetto del costo finale delle opere che sono state realizzate con finanziamenti pubblici) siano sufficienti per pensare di cambiare rotta e dare un preciso segnale di trasparenza e di corretta preparazione per poter gestire un Concorso di architettura a carattere internazionale.

b. Inoltre Riteniamo che la presenza nella Giuria di un componente dell’Assemblea del Processo partecipativo, scelto dalla stessa Assemblea, tra i rappresentanti dei vari Comitati e Associazioni dei cittadini, non potrà che rendere ancora più credibile sotto l’aspetto della democrazia della partecipazione il percorso che l’Amministrazione ha voluto e fortemente sostenuto.

c. Una modifica, crediamo, non molto significativa che faccia prevalere la Superficie Pubblica rispetto a quella Privata, senza peraltro modificare la Sul del costruito, che sicuramente andrà incontro ad un sentire molto “radicato” all’interno dei Movimenti e delle Associazioni dei cittadini del territorio.

d. La possibilità di recuperare il carattere identitario del luogo attraverso la riqualificazione, almeno in parte, di alcune strutture e dell’impianto architettonico e tipologico-distributivo. Quantomeno si potrebbe lasciare la facoltà di questa decisione ai progettisti che parteciperanno al Concorso di architettura.

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Piazza San Silvestro a Roma, manifesto di opportunismi

15 Ottobre 2012

Il trionfante annuncio che il sindaco Alemanno ha dato lo scorso marzo nel corso dell’inaugurazione della piazza San Silvestro a Roma, è stato fortemente indicativo dell’inadeguato iter (ma anche dell’inadeguatezza) incarnato dal primo cittadino di una capitale europea. Riferendosi all’architetto Portoghesi che, come è noto, si è offerto di ridisegnare senza alcun compenso  la piazza romana, Alemanno, con  enfasi, precisava : (..) ma -lo voglio sottolineare- è stato un regalo a Roma, è stata un’opera totalmente gratuita, che dimostra come un grande architetto, amando Roma, può fare dei grandi regali alla nostra città (..) (sic!)  (vedi link. ) Enfasi e vena encomiastica a parte, colpisce la disarmante inconsapevolezza del fatto che – sottrarre  una pregevole area di una delle città storiche più importanti al mondo – alla pluralità della consultazione democratica e meritocratica di un concorso,  (come peraltro  si usa nei paesi civili), costituisca  un’imperdonabile responsabilità.

Considerato che la P.zza San Silvestro  non era tra le priorità indifferibili della capitale, è inevitabile  ipotizzare che sia stata l’ansia e la fretta di voler  lasciare una traccia del proprio passaggio politico nel tessuto storico della capitale  che abbia portato il sindaco Alemanno a  non attendere i tempi più lunghi e adeguati del  confronto concorsuale. La chiamata in corsa dell’architetto Portoghesi (inizialmente precettato per intervenire sul precedente progetto elaborato dall’ufficio tecnico del Comune (sic!)  in qualità di consulente) nei fatti, come ammette lo stesso Alemanno, si è concretizzato  in una nuova “opera totalmente gratuita” .

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Una beffa, non solo per i 17.000 architetti romani, ma anche per tutti i professionisti italiani e non, che, “amando Roma”, avrebbero trovato di interesse misurare  la propria capacità professionale su un’area storica con caratteristiche di unicità, se solo gli fosse stata concessa l’opportunità del concorso: una possibilità tanto più auspicabile, quanto più molti di loro si trovano anche ad affrontare un mercato  stagnante senza precedenti.  La  mancata consultazione e l’incarico gratuito a Portoghesi hanno scatenato le polemiche sui siti specializzati in architettura, con accuse all’Ordine di Roma per l’ intempestivo intervento (vedi link), ai sindacati per lo stupefacente silenzio, nonché per gli esiti progettuali deludenti che hanno reso Piazza S. Silvestro uno spazio che non suscita alcuna emozione o positivo turbamento.

Archiviato il marginale problema degli alberi – (piazza del Popolo, Piazza Navona, Piazza di Spagna, hanno forse un solo albero? ) – e quello meno marginale di una fonte d’acqua, rimane il fatto che la piazza di Portoghesi è, senza mezzi termini, brutta. E’ brutta nonostante i caratteri tipici della romanità presi a riferimento (come tiene a precisare lo stesso Portoghesi); nonostante  il disegno dell’ellissi, crisma di romanità, sul  cui asse, in linea con  l’edificio delle Poste, si affrontano allo stesso tempo  il palazzo dell’ex Acqua Marcia e l’ottocentesco Palazzo Marignoli; nonostante la  citazione delle panchine in travertino, riprese nella loro sagoma da quelle autografe di Michelangelo nella scala in Campidoglio. Nonostante tutto ciò, Piazza san Silvestro è  brutta.

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E’ una piazza che è stata concepita per essere vista dall’alto, come peraltro è stata sempre  rappresentata e mostrata  pubblicamente. Ma, dal momento in cui nelle piazze ancora si cammina e non si transita  a volo d’uccello, l’immagine restituita ad altezza d’uomo è ben altra, e mostra le corde e i limiti dell’approccio teorico a discapito di quello spaziale.

Ecco allora che il crisma di romanità interrotto in più parti, frantuma il segno e il senso dell’ellissi; la citazione michelangiolesca, nelle nuove panchine di travertino, si stempera, non vi si ritrova  la capacità plastica della pietra: esse si ergono, piuttosto, con il loro volume taurino, a confine e massiccia difesa della piazza,  in un disegno duro, inelegante e senza respiro. Dissuasori e colonnotti sono presenti in numero allarmante, così come i lampioni in stile, brutti nel disegno e nella proporzione: attraversano l’ellissi e, invece di contribuire ad  ordinare lo spazio,  concorrono al disordine visivo.

Immancabili poi, le fioriere (non di progetto), ferite estetiche, simbolo contemporaneo di superflua sciatteria, prodotto della sub-cultura e della  libera iniziativa dei  comuni italiani che le usano come dissuasori, transenne, recinti per nascondere, perimetrare e dissimulare; per “abbellire”- in modo domestico -gli spazi pubblici, così come il centrino e il centrotavola “abbelliscono”  il tavolo da pranzo .

Quanto alla generosità del professore emerito Portoghesi, ci permettiamo di esprimere delle riserve; come maestro  ha forse degli obblighi verso i molti architetti che negli anni ha contribuito a formare e, se davvero intendeva adoperarsi per il bene di Roma e della collettività, usando la sua autorevolezza, avrebbe potuto considerare la propria consulenza o incarico diretto prescindibile, favorendo e, nel caso, esigendo il confronto concorsuale.

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I progetti “donati” dal filantropo Portoghesi cominciano ad essere troppi ed eludono la libera e necessaria concorrenza tra progettisti. Infatti, dopo Via Giulia e San Silvestro, si aggiunge – da ultimo – la sede della Fondazione Istituto di ricerca pediatrica a Padova, inaugurata lo scorso giugno. Portoghesi probabilmente non ricorda che le migliori architetture italiane del ‘900 sono il risultato di un concorso; e – assieme a questo – ha dimenticato democrazia, pluralismo, pari opportunità. Forse il sindaco Alemanno – dal canto suo – non sa che nell’adiacente piazza San Silvestro, già nel 1731-  un Papa (!) – Papa Clemente XII  bandiva un concorso per la sistemazione  della Piazza e della Fontana di Trevi.

Sui concorsi di architettura

20 Ottobre 2011

Come succede spesso nei blog, da un articolo incentrato su un tema, nei commenti si finisce per dibattere su altri temi ad esso correlati, che finiscono poi per prevalere.
L’articolo di Marco sulla vicenda di Piazza San Silvestro registra una deriva della discussione verso il tema più ampio dei concorsi e sulla loro utilità.
Pietro con l’occasione ha linkato un suo post, che ritengo degno di interesse, proprio a proposito di come dovrebbe funzionare un concorso di architettura: il titolo è già significativo: “Proposta di legge sui concorsi di architettura”.
Christian infine sollecita l’apertura di un dibattito su specifici temi. Ecco quindi il mio contributo sui concorsi che trae spunto proprio dal post di Pietro.

Le prime osservazioni che mi vengono da fare sono di natura puramente generale e prescindono dal quel post (che anzi implicitamente le conferma).

Le leggi servono a qualcosa!
è giusto, per cercare di trovare una soluzione a un problema, ipotizzare la redazione di una legge. Pensare che le leggi (o i concorsi) non servono a nulla perchè tanto poi i soliti noti sono i primi non rispettarle equivale a un colpo di spugna i cui effetti sono stati chiaramente visibili il 15 Otobre.

Le leggi come i regolamenti sono fatte per essere rispettate!
se una legge è ingiusta o sbagliata intanto la si applica (anche solo per verificarne fini in fondo i limiti) dopodichè è giusto lavorare per modificarla; se invece si lavora per aggirarla si finisce per avviare un meccanismo senza fine che non aiuta nessuno, se non proprio chi quella norma vorrebbe eluderla per evidente malafede.

I concorsi come le leggi, servono!
tutto dipende ovviamente da come li si fanno e con quali regole si svolgono; i concorsi garantiscono maggiore trasparenza (anche se non assoluta) e possono essere strutturati in maniera da consentire una ampia partecipazione nei processi di selezione. Diciamo che nello stato in cui ci ritroviamo, con queste amministrazioni qui, il ricorso ai concorsi è il minore dei mali possibili. Non si rinuncia a uno strumento solo perché chi lo utilizza lo utilizza male.

Leggi e concorsi sono due aspetti della vita sociale che fondano la loro ragione d’essere nel medesimo principio: cioè che l’uomo è un animale soggetto a errori ed estremamente fallace nelle sue scelte e determinazioni. E’ quindi necessario prevedere delle regole condivise che ne limitino il campo di azione ad un livello di garanzia minimo per l’intera collettività: per cui nessuno dovrebbe essere al di sopra della legge e nessun amministratore pubblico dovrebbe prescindere da forme di selezione di natura trasparente e concorsuale. Questo principio vale indipendentemente dalla forma economica che si predilige, che sia liberale o statalista; non è un caso anzi che proprio nelle nazioni anglosassoni di matrice più liberale il rispetto delle norme sia sacrosanto.

Se il sistema è troppo farragionoso, al punto da rendere impossibile o antieconomica l’amministrazione pubblica, la soluzione non è aggirarlo o eluderlo, ma agire per modificarlo; troppi amministratori invece sfruttano l’alibi delle difficoltà burocratiche per non rispettare le norme a loro piacimento e convenienza.

Sostenere che in concorsi siano inutili perchè tanto poi li vincono sempre i soliti noti (quindi tantovale risparmiare denaro), oltre che un affermazione che nella sua genericità non corrisponde al vero, equivale anche ad un colpo di spugna inaccettabile; un assist morale a chi ci amministra a perpetuare lo status quo senza prendersi alcuna responsabilità per tentare di migliorare le cose.

Il concorso non piace in genere a chi ci amministra perchè, per quanto sia sempre possibile pilotarne il risultato, la sua caratteristica di procedimento aperto, li espone a una notevole riduzione del potere di decidere a chi affidare un incarico, e questo nel sistema consociativo italiano equivale a perdere moneta di scambio; non è un caso se il ricorrso al concorso di idee (che invece porta un enorme ritorno mediatico) sia infinitesimale, e nei pochi casi in cui vi si ricorre si presta maggiore attenzione agli aspetti mediatici dell’evento, barricandosi dietro al nome delle archistar di turno in grado di sostenere con la loro forza mediatica tutte le eventuali polemiche (pensiamo a Renzo Piano e all’Auditorium e alla serie di errori perdonati solo in virtù della “autorevolezza” internazionale del progettista).

Su San Silvestro la mia sensazione è che il nostro Sindaco si sia illuso che realizzando un intervento sotto tono avrebbe evitato scomodi riflettori. Le amministrazioni precedenti hanno fatto scuola, basta pensare alle “sistemazioni” di Piazza del Popolo, di piazza dell’Orologio o di piazza Mattei: anonimi interventi con largo uso di palle “de fero” e lastre di basalto senza alcun approccio architettonico critico (nemmeno di stampo filologico). Per non dimenticarsi del nostro campione di anonimato: lo stadio del tennis alForo Italico. Se l’architettura è anonima e non denuncia una precisa scelta architettonica, nessuno ne parlerà e l’amministratore non corre alcun rischio.
Al contrario ogni concorso indetto finora ha sempre scatenato polemiche e discusisoni polarizzando l’opinione pubblica; chi ci amministra, in queste situazioni finisce con l’essere costretto a prendere posizione (salvo poi smentirsi) e questo è pericolosissimo per chi, da politico esperto, ha imparato a non prendere mai una posizione. Ricordiamo sempre Alemanno che ha fatto campagna elettorale contro l’Ara Pacis promettendo di demolirla, salvo poi ripiegare su una (contestatissima tanto per cambiere) risistemazione esterna.
L’anonimato degli interventi è garanzia di silenzio generale, e garantisce una gestione più controllata degli appalti, ma anche meno malignamente garantisce di limitare l’esposizione politica con scelte nette che rischierebbero di scontentare parte dell’opinione pubblica.
Un qualsiasi concorso invece impone una serie di scelte ampiamente esposte  all’opinione pubblica (per un tempo interminabile dal punto di vista del politico), con conseguente pioggia di critiche.

Per fare un concorso occorre prendere una serie continua di decisioni tutte delicate:
– decidere dove è necessario interventire dando priorità ad un intervento piuttosto che ad un altro (prima scelta di natura fortemente politica);
– decidere di spendere dei soldi per quello specifico intervento sottraendo risorse ad altre cose, scontentando necessariamente qualcuno (seconda scelta di natura economica);
– decidere il programma degli interventi, ovvero indicare cosa si vuole fare dentro al luogo prescelto (ancora scelta politica e culturale); per fare un esempio pratico decidere se realizzare un ponte carrabile o solamente pedonale oppure decidere che destinazione d’uso dare a un intervento di recupero (ad esempio se destinare un edificio ad un asilo nido o ad ospizio);
– stabilire delle regole di partecipazione (altra scelta di natura estremamente politica);
– selezionare un vincitore e sostenerne il risultato (anche e soprattutto da un punto di vista culturale), magari anche contro la propria sensibilità culturale;
– realizzare l’opera sotto la lente e i riflettori dei mille scontenti che si sono lasciati per strada (tutti pronti a stigmatizzare errori di costruzione, ritardi o aumenti di costo);
– farla funzionare (passaggio forse tra i più difficili) per dimostrarne l’utilità;

il tutto con tempi certi (possibilmente entro un paio di mandati) e normalmente senza grandi disponibilità finanziarie. Un inferno per il nostro povero amministratore locale; va da se che è molto meglio evitare grane: “APPALTO INTEGRATO DOVE SEIII?!”

Eppure tutte le volte che si è ricorso a concorsi veri, i risultati alla fine sono sempre stati mediamente positivi: cito ad esempio il Centopiazze che, come illustrato da Paesaggio Cricitco, tra chiari e scuri ha dato comunque buona prova di se. Da cittadino che non nutre alcuna fiducia nei nostri amministratori, ritengo quindi che sia doveroso e necessario sollecitare l’utilizzo sistematico dei concorsi aperti.

Avendo chiarito la mia posizione in merito all’utilità dello strumento concorsuale entro nel merito della proposta di Pietro (che invito a leggere), lanciando di seguito alcuni principi di fondo a cui si dovrebbe attenere una buona legge sui concorsi.

TUTTI GLI INTERVENTI DEVONO ESSERE SOGGETTI A CONCORSO
Premessa fondamentale. Tutti gli interventi pubblici devono essere soggetti a concorso (soluzione drastica non soggetta a interpretazioni); non stiamo quindi parlando di 2-3 concorsi l’anno ma di svariate centinaia da svolgere su tutti gli interventi di trasformazione architettonica e urbana (diventa dura poi fare vincere sempre i soliti noti). Stiamo parlando di tutti gli enti pubblici e di tutti gli enti ad essi collegati che utilizzano fondi pubblici per realizzare opere pubbliche. Società come Zétema o la STA, per intenderci, sono dentro il perimetro.

I REQUISITI DEL PROGETTO LI DEFINISCE L’AMMINISTRAZIONE (O LA CITTADINANZA)
Un altro principio di fondo è che non sono e non devono essere gli architetti a definire il programma dei requisiti di concorso. Troppo spesso si confonde il concorso di idee con la richiesta ai professionisti di auto definire il problema a cui si vuole dare la soluzione. Nello specifico, la futura destinazione d’uso dell’intervento non deve essere decisa durante la progettazione; così come non sono gli architetti a doversi fare interpreti delle esigenze della cittadinanza. Una amministrazione che fa (bene) il suo lavoro definisce prima le  sue esigenze (che poi dovrebbero essere quelle della cittadinanza stessa) e poi chiede agli architetti di fornire la loro soluzione in termini architetonici. Non sono gli architetti a dover decidere se in una piazza c’è bisogno di più verde, di una fermata del bus o di una fontana; e un’amministrazione che si rispetti non ha bisogno di chiederlo agli architetti. Ovviamente è lecito in questa fase prevedere il coinvolgimento dei professionisti (non solo architetti) così come promuovere forme di partecipazione civile. Quello che ritengo importante è che si tracci una linea netta di responsabilità tra chi definisce le esigenze (il committente) e chi traduce in un progetto queste esigenze (il progettista).

I CONCORSI DEVONO ESSERE APERTI A TUTTI GLI ARCHITETTI
Condivido lo spirito della proposta di Pietro di prevedere sempre concorsi aperti a tutti. Pietro inserisce questo principio nella prima fase della selezione; immaginando però di ricorrere allo strumento concorsuale in maniera ampia si presenterebbero evidenti difficoltà di carattere pratico ed organizzativo; forse si potrebbe pensare a soluzioni intermedie. Resta il fatto che stiamo parlando di principi e il principio è appunto che: “i concorsi devono essere sempre aperti a tutti”.

CONCORSI OBBLIGATORI ANCHE NEL CASO DI APPALTI INTEGRATI
Ritengo che l’istituto dell’appalto integrato tenderà ad essere uno dei preferiti delle nostre amministrazioni per molto tempo ancora. Se passa ilprincipio che tutti gli interventi sono soggetti a concorso, anche nel caso dell’appalto integrato deve essere garantito questo principio. Esattamente come avviene per l’esecuzione delle opere di urbanizzazione eseguite in convenzione a scomputo degli oneri, l’impresa appaltatrice è tenuta a realizzare il progetto rimanendo vincolata ai principi della norma; in questo caso l’appalto integrato potrebbe semplicemente prevedere la presentazione di un Metaprogetto o di un Progetto Preliminare con un impegno a affidare l’incarico del progetto Definitivo ed Esecutivo sulla base di un concorso di idee (in questo caso sarebbe accettabile la forma ristretta).

COMMISSIONI, ROTAZIONE DEI COMPONENTI
Non entro nel merito delle infinite possibilità di composizione delle commissioni di valutazione; oserei dire che un metodo vale l’altro (e quello proposto da Pietro potrebbe funzionare). Aggiungerei piuttosto un criterio di rotazione obbligatorio che non consenta ai soliti noti di presidiarne permanentemente (al limite una quota delle giurie potrebbe essere selezionato per estrazione). Oltre un certo livello inserirei l’obbligo di prevedere una componente internazionale.

PARTECIPAZIONE POPOLARE ALLE SCELTE
Qui il tema è più delicato. Il tema della partecipazione sta esplodendo in tutti gli ambiti della discussione culturale. Il nodo cruciale da risolvere è la distanza tra le scelte dei progettisti e le effettive esigenze della cittadinanza. Il ricorso a forme partecipative alla progettazione sembra essere oggettivamente una delle soluzioni più efficaci, la diffusione dei social network, oltre a rendere tecnicamente praticabile un forte coinvolgimento dal basso hanno anche contribuito a sviluppare una forte coscienza collettiva sulle potenzialità della partecipazione. L’assunto di fondo è che il popolo è autonomamente in grado di capire e decidere che cosa sia meglio per la città e quali siano le soluzioni tecniche ed estetiche più opportune per renderla più efficiente e vivibile. Questa assunzione è condivisibile; ha però alcune limitazioni di cui occorre tenere conto:
– non funziona se le soluzioni da prendere risultano impopolari;
– non garantisce il rischio che le scelte si orientino verso interventi più sensazionalistici e scenografici (proprio critica più forte che viene mossa alla cultura delle archistar);
– deresponsabilizza la politica che ci amministra dalle scelte di governo del territorio;
– nello specifico la proposta di Pietro di sbilanciare la partecipazione popolare tutta alla fine del processo renderebbe questo atto un mero passaggio di ratifica finale di scelte già effettuate a monte da parte del sindaco (che decide il programma) e da parte della commissione (che tenderà a sceglire una rosa di progetti tendenzialmente simili).
La partecipazione popolare dovrebbe essere prevista non alla fine del processo ma all’inizio. Ovvero nella fase in cui si decide quali sono i nodi urbani da risolvere e soprattutto quale tipo di intervento si richiede di realizzare. Per fare un esempio, volendo recuperare una ex caserma, la decisione su che cosa farla diventare (residenze, uffici, supermercati, musei, ecc.) dovrebbe essere sottoposta al giudizio dei cittadini prima di avviare il processo di gara. Una volta stabilito il programma, le sucessive fasi potrebbero prevedere dei meccanismi di verifica intermedia con progressiva presa di responsabilità del progettista sulle proposte di progetto. In ogni caso se da una parte occorre strutturare il processo di trasformazione del territorio in maniera da scongiurare atteggiamenti oppositivi e ostruzionistici di tipo NIMBY per le opere di importanza più rilevante, proprio il coinvolgimento partecipativo, anche solo limitato ad azioni di natura informativa e consultiva, contribuisce a ridurre e ridimensionare il livello di conflittualità.
Per fare una metafora il paziente è tenuto a dire quali sono i suoi sintomi e al limite si può spingere a fornire dei feedback sia sulle analisi da fare che sulle possibili cure; alla fine l’intervento e la cura sono sempre una precisa responsabilità del medico; il coinvolgimento informato del paziente aiuta però ad affrontare meglio le cure.

PERIMETRO DELLA PARTECIPAZIONE
Anche questo è un tema delicato. Pietro propone una forte limitazione alla partecipazione determinata dalla appartenenza geografica (vota e partecipa solo chi ha la residenza). Io sono convinto che il valore delle scelte di trasformazione urbana abbia diversi gradi di rilevanza dal locale al globale in funzione della rilevanza dell’intervento stesso; le città sono sistemi aperti osmoticamente al mondo esterno che a sua volta è composto da moltitudini di sistemi e sottosistemi; gli spazi urbani sono snodi di relazioni inseriti in diverse e svariate reti connettive; la lettura delle relazioni può essere fatta su molti livelli (funzionale, culturale, urbano, sociale, commerciale, migratorio) ognuna di queste letture ci porterebbe ad un diverso perimetro di interesse. Va da se che ogni trasformazione urbana ha influenza sull’agire e sulla vita di un nucleo di persone che va ben al di la dei semplici residenti. Persino le risore economiche che vengono investite non sono mai chiaramente riconducibili ad un singolo soggetto giuridico; specie per gli interventi di maggiore rilevanza i livelli di contribuzione finanziaria sono spesso più ampi di una singola realtà locale. Un parcheggio di scambio per la metropolitana posto al confine del comune di Roma interessa inevitabilmente anche la popolazione limitrofa; un intervento sul centro storico di Roma (patrimonio dell’Unesco) interessa l’intera popolazione mondiale, la sistemazione di una piazza interessa comunque anche il frequentatore occasionale. In ogni caso le città sono vissute ed utilizzate anche da soggetti che hanno interese diretto o  indiretto al loro sviluppo; su due piedi mi vengono in mente i pendolari, i migranti, i lavoratori che non hanno residenza, gli studenti fuori sede, i turisti ma anche solo i “cultori della materia” cioè le persone che nel mondo possono nutrire interesse culturale allo sviluppo di un particolare terrotorio o città.  In questa gradazione dei livelli di interesse occorre trovare il modo di consentire una partecipazione che, salvaguardando i cittadini più direttamente interessati, possa tenere conto anche di un perimetro più ampio.

COMPOSIZIONE DEI GRUPPI DI PROGETTO
Concludo con una nota sulle regole di partecipazione ai concorsi da parte dei professionisti. La progettazione architettonica è il frutto di una composizione di aspetti di natura culturale (sociologici, estetici, stilistici, umanistici) e tecnica (impiantistici, strutturali, economici) e, come tutti riconosciamo abbraccia vasti campi della conoscenza. Pensare che un singolo architetto (o un gruppo ma di soli architetti), per quanto geniale possa sostenere da solo tutta questa complessità è pura illusione. La partecipazione ad un qualsiasi concorso dovrebbe essere vincolata alla formazione di un gruppo di progetto che contenga in se tutti i professioninsti minimamente necessari per dare risposte adeguate ad ogni problema sollevato dal programma dei requisiti. Questo vincolo non può essere lasciato alla buona volontà del singolo professionista, deve essere un obbligo. Il tutto si traduce così: “possono partecipare ai concorsi solo ed esclusivamente i gruppi di progettaizone che contengano al loro interno almeno un architetto, un impiantista (almeno elettrico e meccanico), uno strutturista e a secondo della natura del progetto richiesto anche altri specialisti (paesaggisti, restauratori, urbanisti, musicologi, botanici, ecc.)”; questi specialisti devono essere evidenti nella composizione del gruppo di progettazione; sono quindi vietate le parecipazioni dei singoli (tipo Fuksas).

PRECISAZIONI DOVEROSE
Questi spunti sono delle semplici enunciazioni di principio su come ritengo che dovrebbero essere gestiti i concorsi qui in Italia in questo preciso momento storico; per me il concorso non è un feticcio, anzi, sono convinto che amministrazioni “illuminate”, se ne esistessero, sarebbero perfettamente in grado di farne a meno con risultati più che egregi e maggiore efficacia; il problema è che questa “illuminazione” non è verificabile né tantomeno autoattribuibile.
Non ritengo in assoluto che il concorso di idee equivalga automaticamente a una buona architettura, né viceversa che un’opera acquisti maggiore o minore valore in funzione delle modalità con cui è stata selezionata; il valore di un’opera realizzata si misura nella sua esistenza e nell’uso che di questa viene fatto. Per cui a quelli che hanno avuto la pazienza di leggere fino a qui prego di non obiettare alle mie tesi citandomi esempi e modelli solo in funzione del risultato architettonico finale perchè questo equivarrebbe a portare la discussione su un piano decisamente sterile.
FLW aborriva i concorsi perché riteneva che nessuna giuria potesse avere il suo livello di genialità, tanto per fare un esempio; lui poteva permettersi di dirlo e credo che pochi potrebbero obiettare sul livello delle sue opere. In un mondo perfetto un sindaco dovrebbe essere in grado di scegliersi autonomamente i propri collaboratori (architetti compresi) con i quali attuare il proprio programma in totale autonomia, prendendosi la piena responsabilità delle proprie scelte; i meccanismi di informazione e il comune senso civico degli elettori basterebbero da soli a scoraggiare ogni abuso. Oggi non è così come dicevo in premessa, e noi siamo ben lontani dai livelli di civismo nordeuropei per aspirare ad un minimo senso di responsabilizzazione civile.

La forma del concorso (nelle modalità che ho descritto) offre quindi, rispetto ad altre forme di selezione dei progetti, un livello minimo di garanzia democratica, la capacità di creare discussione sui temi dell’architettura e, nella discussione, la capacità di promuovere la maturazione culturale di un intero sistema sociale.

Paesaggio e Architettura

20 Aprile 2009

In questi ultimi giorni il Comune di Roma per mano di motoseghe ruggenti sta mutilando le piante dei viali della città.

Cadono inermi a terra rami carichi di fiori in vie come quella di Cola di Rienzo.

Appassiscono aggrappate ai loro fronde le foglie di Via Nomentana, Guido Reni ecc..

Inutile elencare il dilagare delle amputazioni nel periodo vegetativo più entusiasmante della Natura.

Simbolico che venga troncata la vita proprio quando rinasce e che venga negato ai cittadini il godimento di una cosa BELLA.

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Le piante si potano nel periodo di riposo vegetativo. In inverno!

E poi si spreca cellulosa per vantarsi di tali nefandezze, tappezzando la città di manifesti funebri.

Vi prego di sottoscrivere queste mie parole per impedire che si continuino e si ripetano tali azioni brutali

Grazie.

1. Alessio Bonetti Architetto