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concorsi subprime

27 dicembre 2015

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E’ uscito da alcuni giorni un concorso di idee denominato “Lighthouse sea hotel” gestito da YAC, che sta per Young Architect Competitions, un società che promuove concorsi di progettazione ed architettura, rivolti a giovani progettisti, neolaureati o ancora studenti.

Non è la prima volta che ci arrivano da YAC segnalazioni di concorsi e già in passato ne abbiamo dato notizia.

Stavolta abbiamo voluto approfondire il contenuto di questa competizione per verificare il valore della proposta. Siamo rimasti interdetti e vi proponiamo i risultati delle nostre analisi.

Il tema del concorso internazionale è la proposizione di una struttura turistico-alberghiera nell’area del faro del Capo Murro di Porco, a Siracusa.

La prima cosa (senz’altro la meno importante) che ci lascia perplessi è la presentazione del concorso: al breve testo delle “regole” sono accompagnati fotomontaggi di realizzazioni famose in contesti analoghi. E’ una operazione assimilabile ad una persuasione occulta della tipologia delle proposte desiderate. Forse é una svista ma suscita perplessità sotto l’aspetto della professionalità di YAC.

Leggendo le “regole”, dopo poche sommarie notizie storiche, il bando incentra l’attenzione sulla regione Sicilia, analizzando il contesto in sottocapitoli: sistema territoriale, sistema naturale, sistema di rete, sistema vincolistico.
La descrizione di quest’ultimo ci ha fato scattare un campanello d’allarme. Il sito riporta: “
pur nella tutela dei valori di ricerca propri del concorso, a motivo della rara qualità architettonica e paesistica espressa dal faro e dal proprio contesto, di seguito si riporta un elenco del genere di operazioni ammesse o vietate in seno alla competizione”. Segue poi un elenco di ciò che si può o non si può fare. Sinteticamente è ammessa l’edificazione ad un piano per 3000 mq massimo, all’interno del sito, che garantisca un disegno armonico con il paesaggio.

Il bando dà anche indicazioni su quattro possibili tipologie ricettive: il resort, il landscape hotel (per amanti della natura), il sea center, orientato a sport acquatici, ricerca e didattica sul mare e l’art hotel. Il tema del bando è sulla proposta del mix ricettivo unitamente a quella architettonica.

La domanda che ci siamo posti, leggendo il bando, è questa: se è un sistema di rara qualità architettonica e paesistica, possibile che non sia vincolato?

Facendo una semplice ricerca abbiamo scoperto che tutto il Plemmirio, la penisola in cui è compreso il faro è area marina protetta dal 2004.

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Nell’area proposta dallo YAC la riserva marina è di tipo “A”, cioè integrale. Per capirci, in una riserva integrale non è consentita neanche la balneazione o la navigazione a remi. Si possono solo fare escursioni subacquee, con personale autorizzato, in rapporto non superiore 1/5.

Non si può fare quindi (giustamente) nulla.

Tuttavia YAC scrive che: “è ammessa la realizzazione di strutture galleggianti sulla costa, ed un eventuale collegamento fra il livello del mare e quello del faro”, anzi si spinge oltre: “Eleganti suite mimetizzate nel territorio, un prestigioso ristorante ed un raffinato attracco con incantevoli passeggiate panoramiche, sono solo alcune delle possibili suggestioni allineate con detta vision.” (attenzione vision non è un errore di battitura, questa gente scrive così).

Insomma in un concorso di idee, a quanto pare, si può proporre di tutto, fregandosene del contesto.
Ma che senso ha?

Vediamo di cucire insieme una serie di informazioni rilevabili dal web.

Su Wikipedia, alla voce “area marina protetta Plemmirio”, al paragrafo criticità, troviamo scritto: “Negli ultimi anni è sorta una polemica a causa del progetto, di una società svizzera, di costruire un villaggio turistico all’interno della Area marina Protetta. Il luogo dove dovrebbe sorgere la struttura è la cosiddetta “Pillirina” o Punta della Mola, oggetto di manifestazioni e comitati in difesa del territorio. La vicenda potrà dirsi totalmente chiusa solo se verrà istituita anche la riserva terrestre che bloccherebbe di fatto qualsiasi nuovo insediamento.

Inoltre, ed è il fatto più eclatante, quasi contemporaneamente è stato indetto un bando di gara per la concessione di 11 fari, tra cui Murro di Porco, nell’ambito di Valore Paese – Fari, una iniziativa promossa dall’Agenzia del Demanio.

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Il bando (15_10_12_1_lotto-4_information-memorandum;15_10_12_2_lotto-4_allegati-information-memorandum), indetto il 5/10/2015 con scadenza il 12/01/2016, è volto alla valorizzazione delle strutture esistenti attraverso “offerte più vantaggiose” che si concretizzeranno in una concessione da 6 a 50 anni, accompagnate da elaborati attestanti la validità del programma di valorizzazione, da un piano di gestione, e da un cronoprogramma, uniti ad un progetto architettonico di recupero, restauro e ristrutturazione, con un dettaglio fino alla scala 1:200.

Attenzione però, nel bando del Demanio c’è un grimaldello che è il seguente: “Qualora la proposta di valorizzazione comporti una variante, si dovranno indicare le funzioni di progetto, esplicitando l’iter di adeguamento urbanistico previsto”.

Tiriamo allora una sintesi di tutto il ragionamento:

ad ottobre 2015 esce un bando di valorizzazione dei fari (dell’Agenzia del Demanio), con scadenza gennaio 2016, il bando prevede la valorizzazione di 11 fari lasciandosi uno spiraglio per varianti urbanistiche;
il 23 novembre 2015 YAC ci comunica il concorso di idee, con un’idea ben diversa riguardo alla valorizzazione, con scadenza 29/01/2016.
Tuttavia l’Agenzia del Demanio è presente in entrambi i bandi: nel primo come promotore, nel secondo come ente collaboratore e patrocinatore, avendo anche un suo membro in giuria.

Che senso ha promuovere due bandi quasi contemporanei, ma di impostazione così diversa, sullo stesso tema?

Per aiutare i giovani architetti? No.

Mentre le norme del concorso del demanio richiedono una comprovata esperienza (non è per giovani quindi), le regole del bando dello YAC prevedono che: “I partecipanti possono essere studenti, laureati, liberi professionisti; non è necessario essere esperti di discipline architettoniche o iscritti ad albi professionali.” L’importante è che ogni gruppo ospiti almeno un giovane tra i 18 e i 35 anni.
Se c’è già un bando finalizzato alla realizzazione di un’opera, a cosa serve il bando dello YAC, a giocare? A fornire un’alta occasione di riflessione sull’architettura?
Potrebbe essere così, se non fosse richiesta una tassa di iscrizione al concorso, fatto non scontato, che, messo insieme alla possibilità di partecipare tutti, anche agli studenti diciottenni di una scuola per estetisti di Hong Kong, fa assomigliare questa iniziativa ad una riffa.

Lo YAC è una società privata che ha tutto il diritto di promuovere queste iniziative, che sono, lo diciamo chiaramente, assolutamente legali. Quello che ci sconcerta è che a questi è stato dato il patrocinio del Demanio, del ConsiglioNazionale degli Architetti (che dovrebbe valorizzare la professione di architetto), dell’Ordine degli Architetti di Siracusa, delle Università La Sapienza di Roma, di Bologna e del Politecnico di Milano, tutti Enti volti allo sviluppo del patrimonio umano e dei giovani architetti italiani.

Può inoltre un concorso, patrocinato anche dall’area marina del Plemmirio non tenere conto dei vincoli di una riserva integrale, seppure per un concorso di idee?

Un ultimo dubbio infine. Non sarà che attraverso questo concorso, sostenuto, ricordiamolo da Riminifiera e patrocinato da Federalberghi, si vogliano cercare idee eclatanti da integrare al concorso per la valorizzazioni dei fari? E magari produrre una variante urbanistica?

Tante domande, nessuna risposta. Una sola cosa è certa: “cca dii picciotti ‘un ci nni futti nenti” (Qui non ci interessano i giovani).

Il ricorso al TAR pagato con i soldi dell’Ordine

13 febbraio 2013

Come noto, nel 2010, l’allora Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma Amedeo Schiattarella si è presentato come candidato alle elezioni per la presidenza del CNA senza riuscire ad essere eletto. A seguito della mancata elezione, il Consiglio dell’ordine degli architetti di Roma, il 28 marzo 2011, ha deliberato di intervenire per chiedere il ricalcolo dei voti delle elezioni del CNA.

L’Ordine di Roma si è quindi fatto promotore – appoggiato da altri Ordini territoriali italiani – del ricorso presso il Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio chiedendo : “ l’annullamento del verbale prot.18643 dell’11/02/2011 con cui il Direttore Generale del Dipartimento per gli affari di giustizia del Ministero della Giustizia, ha proceduto alla proclamazione degli architetti eletti quali componenti del Consiglio Nazionale degli Architetti (..)

Il 17 ottobre 2012 il ricorso veniva dichiarato dal TAR “inammissibile”.

(Di seguito uno stralcio delle motivazioni del TAR N. 08556/2012 REG. PROV. COLL, N. 03234/201 REG. RIC:)

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Lette le motivazioni di inammissibilità, alcuni colleghi architetti hanno ritenuto doveroso accedere agli atti presso l’Ordine degli architetti di Roma, per avere chiarezza sui costi sostenuti per il ricorso. Dal verbale di Consiglio è emerso che, il presidente Schiattarella il 10/10/2011, in relazione alle spese del ricorso ad adiuvandum sulle elezioni CNA, “chiedeva al Consiglio di deliberare l’impegno di spese legali di 9.000,00 euro oltre oneri, impegnandosi a versarne personalmente altri 9.000,00 per arrivare al saldo”. Il Consiglio ha deliberato di stanziare la somma imputata al capitolo di bilancio “azione esterne di tutela e promozione professionale“, con il voto contrario di 3 consiglieri.

Alla luce delle motivazioni del TAR che evidenziano il conflitto del ricorrente con l’azione del ricorso stesso, non ci è chiaro il motivo per cui tali spese siano state addebitate agli iscritti dell’Ordine degli Architetti di Roma. Infatti, se tali costi rientrano legittimamente tra le “azione esterne di tutela e promozione professionale” a quale titolo il presidente Schiattarella si è offerto di “versarne personalmente altri 9.000,00 euro per arrivare al saldo”?

Vista l’infondatezza della stessa azione legale e alla luce della sentenza di inammisibilità, chiediamo che tali spese non gravino sul bilancio dell’Ordine e che il Presidente e i Consiglieri che hanno votato a favore, ripartiscano tra loro le spese di euro 9.000,00 oltre oneri.

Resta comunque da chiarire l’opportunità da parte del Consiglio di deliberare sull’uso di denaro pubblico per una azione legale che ha visto lo stesso ricorrente, Presidente rappresentante di Ordine provinciale, concorrere alla presidenza del CNA, per il quale la configurazione “della posizione d’interesse è intrinsecamente contraddittoria” (cit. TAR )

Sentenza TAR

(articolo modificato il 14/02/2013 h 22.40)

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(documento inserito il 16/02/2013 h 8.50)

Lettera aperta al Presidente ed ai Consiglieri dell’Ordine degli Architetti P. P. C. di Roma e provincia

Al Presidente dell’Ordine degli Architetti P.P.C.di Roma

Arch. Amedeo Schiattarella

Piazza Manfredo Fanti 47

00185 – Roma

e p.c. al Presidente dell’Ordine degli Ingegneri della provincia di Roma

Via Vittorio Emanuele Orlando 83

00185 – Roma

al Presidente del Collegio Provinciale dei Geometri e Geometri Laureati di Roma

Piazzale Val Fiorita 4f

00144 – Roma

al Presidente di INARCASSA

Via Salaria 229

00199 – Roma

alla Redazione della rivista AR

Piazza Manfredo Fanti 47

00185 – Roma

alla Redazione della Rivista INARCASSA

Via Salaria 229

00199 – Roma

Roma, 5 Gennaio 2013

Lettera aperta al Presidente ed ai Consiglieri dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e provincia

Egregio Presidente,

sono un architetto iscritto all’Ordine da circa trentatrè anni ed in quest’ultimo anno a causa della grave, drastica riduzione degli incarichi mi sono visto costretto ad ipotizzare possibilità di lavoro diverse da quelle abituali; quindi mi sono iscritto al corso per i Consulenti Tecnici di Tribunale.

Durante tale corso ho potuto riscontrare per l’ennesima volta quanto la nostra professione sia poco considerata ed addirittura vilipesa in totale dispregio perfino dell’art. 2233 del Codice Civile. Sono esterrefatto ed indignato nel constatare che chi mi dovrebbe rappresentare e tutelare consente ad un organismo dello Stato, nella fattispecie il Ministero della Giustizia con Decreto del 30/05/2002, di valutare le prestazioni professionali a vacazione di architetti, ingegneri e geometri pari ad  € 8,15 lordi!!!

Mi chiedo cosa stessero facendo i presidenti, i consiglieri degli ordini succitati quando è stata approvata una norma così iniqua ed anacronistica da divenire offensiva.

Ed il rimedio meschino e lassista, maleodorante di elemosina, dell’artificioso “gonfiamento” dei rimborsi delle spese posto abitualmente in atto con la pietosa ed ipocrita connivenza dei signori giudici risulta ancora più illecito e mortificante della norma succitata!

Occorre assolutamente impedire che si distrugga la dignità culturale del tecnico professionista! In altre parole La invito ad organizzare insieme ai nostri “cugini” ingegneri e geometri uno sciopero vero di tutte le attività peritali per i tribunali; e tale sciopero dovrà durare fino alla determinazione di un reale, proporzionato “equo compenso” per l’opera svolta.

Ed inoltre, cosa hanno fatto gli stessi presidenti e consiglieri quando è stato approvato il cosiddetto “Decreto Bersani” (D.L. n° 223 del 2006) che aboliva “i minimi tariffari inderogabili” per gli iscritti agli albi professionali?…. E’ cosa ben diversa “il prodotto” di un’impresa commerciale dal “prodotto” del professionista tecnico che in quanto “persona pensante unica” produce un risultato unico ed irripetibile, non standardizzabile.

Mi risulta che si siano opposti seriamente ed in modo concreto, ad esempio, gli ordini degli avvocati, dei geologi, arrivando ad investire del problema organismi quali il TAR, il Consiglio di Stato, la Corte di Giustizia Europea,… e che l’Ordine dei giornalisti abbia addirittura fatto promulgare nello scorso mese di Dicembre 2012 una legge detta dell’ “equo compenso”….. Non mi risulta che abbia fatto nulla di tutto questo l’Ordine degli Architetti di Roma.

Ma ancora mi chiedo cosa è stato fatto da questo Ordine nel 2010 per evitare che fosse buttata al macero la legge relativa al “fascicolo di fabbricato” che, se opportunamente modificata e ridimensionata, avrebbe dato un validissimo contributo ad esempio al riordino di tutta la documentazione catastale, (cosa utile ed indispensabile per evitare le iniquità determinatesi con le imposizioni ICI e IMU), ed alla conclusione delle decine di migliaia di istanze di “condono edilizio” ancora aperte per ignoranza e “svogliatezza” dei proprietari, e ancora al monitoraggio delle situazioni statiche di un patrimonio edilizio non sempre recente e spesso martoriato da interventi pericolosi, arbitrari ed illeciti.

E mi domando ancora cosa hanno fatto i miei (!?!) presidenti e consiglieri per impedire, o arginare, o almeno modificare sensibilmente il raffazzonato testo della legge regionale denominata “Piano Casa” (L. n° 10 del 13/08/11 Regione Lazio e Delibera n° 9 del 30/01/12 Comune di Roma), normative che si fondano sui beceri e corrotti principi di un branco di approfittatori ignoranti cresciuti sotto l’egida di leggi approssimative e decisamente inique che hanno consentito barbari condoni edilizi e fiscali.

E’ con questi colpevoli, ingiustificabili silenzi che l’Ordine tutela l’ambiente, il paesaggio il patrimonio edilizio (già profondamente deturpato da “verandine”, “gazebi”, superfetazioni, addizioni, escrescenze tumorali degne di un nomadismo profondamente corrotto), il decoro architettonico ed urbano,… è con questi comportamenti che l’Ordine tutela la mia/nostra “paternità” di progettista?

Ed ancora mi chiedo quali azioni abbia concertato (mi rendo conto di aver utilizzato una parola assolutamente esagerata!) l’Ordine per ridurre le umilianti code che hanno inizio anche alle sei del mattino presso uffici quali Agenzia del Territorio, Condono edilizio, IX Dipartimento, Archivi del Comune di Roma, ACEA?… azioni utili ad estirpare il conseguente fenomeno delle pesanti “mance”, obbligatorie di fatto, per ottenere in tempi non biblici qualsiasi documento… e le meste attese del venerdì mattina (unica mezza giornata concessa!) presso la Soprintendenza ai Beni Architettonici, ecc..

Occorre che l’Ordine interloquisca con gli Uffici della Pubblica Amministrazione e con quelli di una Roma “pseudo” Capitale portando avanti il semplice e sano concetto che l’impiegato che lavora poco e male, oltre a danneggiare i propri colleghi, ritarda lo sviluppo generale, causando enormi danni morali ed economici alla collettività.

Tutto ciò è avvenuto ed avviene contemporaneamente ad uno scorretto, ingiusto aggravio di compiti ed obblighi che hanno aumentato a dismisura le responsabilità civili, penali ed i costi di gestione del tecnico professionista, ad esclusivo vantaggio di una pletora di tecnici statali e comunali benevolmente definibili svogliati o latitanti.

Il perdurare di atteggiamenti e situazioni di così grave degrado della professione mi costringe, mio malgrado, a chiederLe ufficialmente di ridurre drasticamente il tempo e le energie profusi per organizzare convegni, simposi e commemorazioni che forse vedono la partecipazione di personaggi altisonanti, ma che non risolvono minimamente i problemi quotidiani e le necessità primarie degli iscritti.

Non ci può essere “cultura” degna di questo nome se, di fatto, non esiste il rispetto della semplice DIGNITA’ umana e professionale, ribadisco “dignità” e non “decoro”.

Egregio Presidente, da quanto letto fin qui Le sarà certamente chiaro che non mi sento né rappresentato, né ancor meno tutelato dal mio Ordine e per questo La invito formalmente e La esorto a promuovere ed a porre in atto (ove opportuno unitamente ai presidenti ed ai consiglieri degli Ordini professionali “parenti” al nostro), tutte quelle azioni serie ed incisive assolutamente necessarie a ristabilire il corretto ruolo e, soprattutto, la dignità dell’architetto nell’ambito sociale di una Roma solo ufficialmente capitale e di una Italia sempre più miseramente discutibile.

Ormai sono svariati mesi che il telefono di studio non squilla,… qualsiasi tipo di committenza è sparita,… dissolta dalla crisi economica e dal clima di dubbiosa e generale sfiducia.

E allora, egregio Presidente ed egregi Consiglieri, Vi rivolgo un’ultima domanda: quando, fra qualche mese, io come molti miei colleghi avremo esaurito i nostri risparmi, avventurosamente mantenuti in questi ultimi anni, quali azioni avete predisposto per mantenere in vita la mia e la nostra professione? Sono stati ipotizzati unitamente ad INARCASSA programmi di sostegno momentaneo, oppure improvviserete una colletta per un cappuccino e cornetto al bar dell’Acquario Romano?

Auspicando che questa lettera venga resa pubblica attraverso i canali abitualmente utilizzati dall’Ordine e, quindi, scuotere i miei colleghi da un fin troppo lungo ed inaccettabile torpore, resto in attesa di una puntuale risposta privata e pubblica ed invio distinti saluti.

Arch. Fabrizio Faggioni

Expo 2015, un concorso senza coraggio per il Padiglione Italia

8 gennaio 2013

La pubblicazione, tanto attesa, del bando per il concorso del Padiglione Italia all’Expo del 2015 sembra lasciare tutti insoddisfatti.

Le motivazioni di ordine squisitamente tecnico per cui il bando viene definito deludente sono argomentate chiaramente dal CNAPPC in una recente nota, con cui si può a grandi linee essere d’accordo. Ma il bando delude anche sul piano deontologico, poiché per almeno due ragioni non perviene all’obiettivo di preservare la dignità professionale:

primo, è stato enfaticamente annunciato come un concorso per giovani architetti e invece per la partecipazione il bando richiede da subito il possesso di imponenti requisiti tecnico-organizzativi oltre che economico-finanziari, benché si possa ricorre allo strumento dell’avvalimento;

secondo, s’è parlato tanto di padiglione emblema del “Made in Italy” e poi non c’è stato, probabilmente perché prigionieri di una mentalità provinciale, il coraggio di procedere con un concorso riservato a professionisti italiani.

Certo è, che un concorso così rilevante, in un momento storico di particolare crisi per il paese, poteva costituire il giusto mezzo di riscatto per l’Architettura Italiana.

Esaminando il bando si ravvisano sia responsabilità dirette di Expo spa che difficoltà suscitate dal Codice degli Appalti.

In effetti, rispetto alle seconde responsabilità, quelle indotte, è proprio il Codice degli Appalti che non è mai riuscito a fornire una guida decisa, un format di bando chiaro e inequivocabile, vincolante per tutti, onde evitare libere interpretazioni degli enti banditori, specie se chi programma non ha l’esperienza adeguata o non ha a cuore l’architettura. È urgente la riscrittura del Codice.

Una soluzione ci sarebbe, incaricare Perelà di redigere un nuovo Codice (si cita il romanzo futurista di Aldo Palazzeschi), che finalmente risolva ed appiani tutti i problemi lasciati insoluti dalle leggi «decrepite e grinzose» oggi in vigore e dalla ininfluenza dei rappresentanti degli Ordini professionali sempre meno autorevoli nel tutelare la professione, incapaci di conquistarsi la giusta considerazione degli enti banditori.

Non c’è da fidarsi più di nessuno, ogni desiderata dei vertici di “Expo” è stato immediatamente contraddetto dai fatti: “faremo un concorso per giovani talenti”, “stiamo costruendo un bando aperto”, “i criteri premieranno la qualità”. Solo annunci sconfessati da una stesura di bando che ha interpretato nella maniera peggiore e inutilmente restrittiva il Codice, declinata dalla filosofia delle gare per engineering. Niente a che vedere con i concorsi di architettura: giuria a sorpresa, che non aiuta l’ampia partecipazione; criteri molto impegnativi, che possono essere adempiuti solo da società affermate; incertezza nel numero e nel tipo di elaborati, che, per incomparabilità delle proposte, non tutelano i concorrenti di equo giudizio, oltre che, avendo introdotto una approssimativa procedura online, non si chiariscono le modalità con cui la giuria valuterà i progetti (a monitor, proiettati, stampati… tutto insieme).

Di fronte a tanta incertezza milanese ma soprattutto registrando l’ennesima diversa interpretazione procedurale dimostrata con il terzo bando di concorso in breve tempo, dopo Architetture di Servizio e Velodromo Vigorelli, non ci resta che attendere che dal camino scenda il nostro Perelà – eroe di fumo – a riscrivere il Codice.

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Prima dell’uscita del bando di Concorso era stato scritto:

Milano 1906-2015: tutto è cambiato, niente è cambiato.

Milano, 17 novembre 2012, dopo più di un secolo la Città ospiterà nuovamente l’Expo, cosa è cambiato dalla prima volta?

La prima Esposizione Internazionale di Milano si svolse nel 1906 in padiglioni ed edifici appositamente costruiti alle spalle del Castello Sforzesco (l’attuale Parco Sempione) e nell’area dove dal 1923 sorgerà la Fiera di Milano. Per l’occasione le nuove costruzioni furono 225, tra gli interventi più rappresentativi si ricordano quelli dell’architetto Sebastiano Locati, tra cui l’Acquario Civico risultato di particolare pregio in stile liberty. Le nazioni partecipanti furono 40, gli espositori 35.000, i visitatori furono oltre 5 milioni, una cifra record per l’epoca. Il tema fu quello dei trasporti.

L’immagine simbolo dell’esposizione fu realizzata dall’artista triestino Leopoldo Metlicovitz che vinse il concorso per il manifesto, celebrava l’apertura del traforo transalpino del Sempione completato proprio nel 1906 (e da cui il parco prende il nome) rendendo possibile la prima linea ferroviaria diretta tra Milano e Parigi. Il 3 agosto, nella galleria d’Arte decorativa italiana e ungherese scoppiò un incendio che distrusse diversi edifici tra cui il Padiglione dell’Architettura. In quaranta giorni i locali andati distrutti furono ricostruiti e nuovamente inaugurati alla presenza del re Vittorio Emanuele III. Il 1 ottobre fu anche inaugurata la sezione d’arte decorativa ungherese alla presenza del presidente del Consiglio dei ministri Giovanni Giolitti.

La nuova Esposizione Internazionale di Milano si svolgerà tra pochi mesi, nel 2015, su un’area del sito espositivo di 1,1 milioni di mq, a nord-ovest della Città, adiacente al nuovo complesso Fieristico di Rho. Per l’occasione nuove costruzioni, padiglioni ed edifici, saranno appositamente costruiti, tra cui le architetture di servizio. Le nazioni partecipanti al momento sono 108 su 130 stimati, con 21 milioni di visitatori attesi. Il tema è quello dell’alimentazione.

L’immagine simbolo dell’esposizione sarà affidata al Padiglione Italiano, da realizzare sulla base di un primo concept che sarà sviluppato dal regista di spettacoli Marco Balich  su investitura diretta, creativo italiano di fama mondiale per aver curato le cerimonie olimpiche di Torino 2006 e Londra 2012, e già aggiudicatario di Rio 2016. Inoltre, secondo le prime notizie che si apprendono, il Padiglione Italiano, del valore di circa 35 milioni, sarà frutto di un concorso internazionale realizzato in collaborazione con il CNA, aperto anche ai giovani e sarà lanciato entro novembre, per ottenere il preliminare entro il 30 marzo.

Pertanto, esprimiamo piena soddisfazione per la strada finalmente intrapresa dal Commissario Diana Bracco verso l’espletamento dell’atteso concorso internazionale di architettura però allo stesso modo desideriamo che sia un concorso vero, con giuria qualificata, bando esemplare, incarico al Vincitore.

L’Ordine che vorrei secondo Rocchi

15 dicembre 2012

L’Ordine che vorrei!

L’ordine che vorrei é strettamente legato alla societá che vorrei. Se dobbiamo parlare in funzione ipotetica allora la mia societá ha come obiettivo centrale il benessere dei suoi cittadini: benessere intellettivo e fisico.

Tutto dovrebbe girare intorno al concetto di uguaglianza, meritocrazia ed eguali possibilitá di accesso ai servizi a prescindere dalle possibilitá economiche.

Il liberismo sarebbe ben accetto solamente vincolandolo ai criteri sopradescritti. Non accettabile in questo tipo di societá alcuna furberia o raccomandazione o peggio malvessazione. In caso di malvessazione la mia societá sarebbe in grado di dare risposte veloci, attraverso una giustizia agile, snella, ed inflessibilmente giusta. Tolleranza zero per coloro che tenteno di aggirare le regole.

In una societá cosí fatta non avrebbe senso parlare di come dovrebbe essere un ordine, perché questo avrebbe un solo modo di essere. Sarebbe una garanzia sociale. La societá chiederebbe agli ordini di garantire la sicurezza degli immobili costruiti secondo i servizi resi dagli iscritti all’albo.
La competizione dunque si sposterebbe dal piano prettamente economico a quello tecnico/qualitativo. La serietá del professionista, il suo comportamento, il suo credo deontologico sarebbero un valori irrimediabilmente necessari per poter progettare e/o dirigere opere pubbliche e private.

Questo in un pensiero ipotetico.

Ora però facciamo i conti con la realtá.

La nostra societá ha dimenticato quale sia la funzione degli ordini professionali, e con loro ha dimenticato la valenza prima che i servizi tecnici dovrebbero garantire.

Il punto centrale é questo: la societá ci ha dimenticati. Ricordo come le parcelle minime inderogabili nel privato fossero solo un riferimento giá prima del decreto Bersani. La concorrenza sleale, della scontistica da mercato delle vacche, imperava. Nessun problema per il committente se poi i lavori costavano di piú: obiettivo principale risparmiare sui costi diretti dei servizi tecnici. Per prendere poi soldi da tutti i fornitori e dalle imprese ed avere alla fine dei manufatti solo sulla carta rispondenti alle normative.

I fabbricati poi crollavano, e crollano, e la colpa é dei terremoti o delle commissioni rischio sismico.

Ipocrisia!

La politica ha deciso di far sua questa visuale buttando nel mercato della vacche i servizi tecnici, ed il benessere dei suoi cittadini nel cesso!

Arrivano i terremoti e a crollare stavolta non sono solo case private, ma anche gli edifici pubblici. Sotto quegli edifici pubblici MUOIONO PERSONE: bambini, insegnanti, studenti, ospedalizzati!

Gli edifici pubblici che per loro natura dovrebbero essere i più sicuri, su questi si basano i piani di emergenza della protezione civile, diventano i più cedevoli, i più insicuri.
I livelli di sicurezza sia in fase di cantiere sia post cantiere si assottigliano notevolmente.

I politici vanno ai funerali!

Ipocrisia!

I politici rimediano al danno procurato ai loro cittadini? Certo chiedendo un’assicurazione obbligatoria a coloro che progettano e dirigono la costruzione di edifici. Così sono manlevati. Come se avere soldi potesse tacitare il dolore immenso di una perdita di un caro.

Ipocrisia massima!

In una società così fatta, a cosa serve un sistema ordinistico? A niente!

Devono esser chiusi?

Si, se ci rassegnamo a vivere nella società in cui viviamo.

NO, se si ha intenzione di rivendicare il nostro ruolo in una società che deve essere trasformata.

Non credo che i sindacati siano la soluzione giusta per gli architetti.
Avere bisogno di un sindacato è come dichiarare di aver fallito.

Questa società in cui viviamo fa schifo e deve essere detto a viva voce. Devono cambiare i pilastri su cui è fondata. Oppure è destinata a marcire per sempre nell’ipocrisia.

Architetto condannato, ma l’Ordine gli porge la foglia di fico per coprire le vergogne

Un anno fa, ci siamo occupati del caso Zampolini, sono usciti articoli sui quotidiani nazionali, l’Ordine di Roma è stato deriso da Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera, ma non è bastato, non è successo nulla, Zampolini continua ad essere iscritto all’Ordine di Roma e continua a lavorare liberamente portando a termine i suoi incarichi milionari.

Il Comitato ProfessionistiLiberi chiede spiegazioni all’Ordine di Roma e al CNA su come sia andata a finire la storia di Zampolini e l’Ordine di Roma cosa risponde? :

“Non si possono dare notizie per la privacy”.

E’ l’ennesimo scandalo che ci dimostra ancora una volta dell’inutilità degli attuali Ordini professionali.

La deontologia non esiste e non è mai esistita, ora ci prendono anche in giro con il nuovo Regolamento che la disciplinerà, è arrivato il momento di cambiare non possiamo continuare a mantenere in vita questo tipo di Ordine Professionale.

Il Comitato ProfessionistiLiberi non si è dato per vinto e ha scritto una lettera aperta al Garante per la Privacy, al Ministero della Giustizia, alla Commissione parlamentare antimafia, alla Procura nazionale antimafia e al Consiglio Nazionale degli Architetti a cui anche noi di amate l’architettura ci siamo rivolti per avere spiegazioni, (vedi lettera).

ALLEGHIAMO LA LETTERA

254f

Evviva le foglie di fico!

Al Garante per la protezione dei dati personali

e p.c.

al Ministero della giustizia

alla Commissione parlamentare antimafia

alla Procura nazionale antimafia

al Consiglio nazionale degli architetti

all’Ordine degli architetti di Roma

LETTERA APERTA

Il Comitato ProfessionistiLiberi, all’inizio di quest’anno, ha contestato all’Ordine degli architetti di Roma di usare la privacy come foglia di fico per non dare notizie sui provvedimenti disciplinari adottati nei confronti di un iscritto, condannato in via definitiva ad 11 mesi, nell’ambito del procedimento nei confronti della Cricca del G8.

Sull’argomento è intervenuto Gian Antonio Stella, con un formidabile articolo nell’edizione del Corriere della Sera del 17 febbraio, evidenziando che il Garante per la protezione dei dati personali aveva già chiarito che la legge sulla privacy “non ha modificato la disciplina legislativa relativa al regime di pubblicità degli albi professionali e alla conoscibilità degli atti connessi, e che tali albi sono destinati per loro stessa natura e funzione ad un regime di piena pubblicità, anche in funzione dei diritti di coloro che a vario titolo hanno rapporti con gli iscritti agli albi”.

Oggi, l’Ordine degli architetti di Roma insiste comunicando che “le disposizioni del Ministero della Giustizia, come comunicate dal Consiglio Nazionale, impediscono al nostro Ordine di dare notizie sull’esistenza di procedimenti disciplinari e sul loro eventuale esito”.

Pertanto, si chiede al Ministero della Giustizia ed al Consiglio nazionale degli Architetti di volere fare conoscere quali disposizioni sono state impartite in merito alla conoscibilità dei provvedimenti disciplinari adottati dagli Ordini professionali.

Inoltre, si chiede all’Autorità garante della protezione dei dati personali di volere chiarire se la normativa sulla privacy impedisca ad un Ordine professionale di dare notizia dell’esito dei procedimenti disciplinari.

Il Consiglio direttivo del Comitato ProfessionistiLiberi

Palermo, 28 novembre 2012

Per ulteriori approfondimenti si rimanda a:

Nostra prima lettera aperta del 19-01-2012

Gian Antonio Stella dal Corriere della sera del 17/02/2012

L’Ordine che vorrei secondo Tellarini

16 novembre 2012

Può sembrare paradossale, ma l’Ordine che vorrei … esiste già.

Mi correggo, non esiste realmente ma potrebbe esistere se solo le energie e le capacità delle migliaia di architetti che vi sono iscritti, confluissero in una sola direzione, filtrata e autogestita dagli iscritti stessi e “controllata” dall’Ordine articolato e organizzato per Commissioni, Comitati e Gruppi di lavoro.

Tutto questo sarebbe già possibile, anche se non regolamentato e imposto per legge. Me veniamo alle proposte dettagliate.

Occorre premettere che contrariamente a quanto si legge sulla stampa e a quanto divulgato erroneamente da taluni, dal 2005 in poi le cariche elettive di consiglieri e presidenti degli Ordini, hanno durata limitata nel tempo. Ogni mandato dura 4 anni e un consigliere può essere eletto solo per 3 mandati (max. 12 anni), e può essere nominato presidente solo 2 mandati (max. 8 anni). Quindi le “occupazioni” infinite degli anni trascorsi sono sul punto di cessare. Ultimo mandato possibile per gli “intoccabili” è il prossimo 2013-2017, dopo di ché necessariamente dovrà subentrare una nuova generazione, ed è proprio questo il punto su cui è incentrata la mia proposta: le nuove generazioni e il ricambio generazionale dei Consigli.

Altra premessa indispensabile è che la nuova riforma sulle libere professioni (DPR 137/2012), non è una legge specifica per gli architetti o per le professioni dell’area tecnica, ma riguarda tutte le libere professioni e ha necessariamente comportato misure di lunga gittata con norme che a volte, per noi architetti, sembrano incomprensibili ma che per altre professioni erano pertinenti.

Ultima novità introdotta dalla riforma, è rappresentata dalla creazione dei Consigli di Disciplina. Quindi la gestione dei nuovi Ordini si scompone in due “anime”: il Consiglio dell’Ordine che amministra tutte le attività ordinarie e ordinistiche, e il Consiglio di Disciplina che vigila, controlla e amministra la deontologia. Entrambe le anime convivono e appartengono allo stesso “corpo” costituito dall’Ordine. Tutto questo significa che fino ad oggi occorrevano 9, 11 o 15 consiglieri architetti, da domani invece, per la formazione dei due Consigli ne serviranno almeno il doppio.

La riforma quindi, già comporta e contempla l’apporto di molti più iscritti e tutti hanno durate di carica relativamente brevi. Per questa ragione è indispensabile che gli Ordini siano in grado di garantire e auto gestire un ricambio generazionale continuo, qualitativamente sempre più elevato e formato-informato.

Per attuare un vero rinnovo degli Ordini però, credo siano necessarie anche alcune norme e regolamenti che dovrebbero inevitabilmente riguardare tutta l’area tecnica (geometri, periti, ingegneri, ecc..), e che dovrebbero riguardare sia le definizione delle competenze, sia il livello di formazione professionale (leggi riforma dell’Università).

Tralasciando queste problematiche che comunque hanno e avranno grande rilevanza per il futuro della nostra professione, proverò ora a formulare qualche proposta concreta.

L’Ordine che vorrei …

  • Deve ricoprire una nuova funzione istituzionale, più estesa e ricettiva verso le esigenze della libera professione, con una visione ampia e aperta a tutti gli iscritti. La sede dell’Ordine deve essere un luogo cui tutti gli iscritti possono accedere e usufruire degli spazi e delle attrezzature, compresi i servizi di segreteria, compatibilmente con la gestione ordinaria. All’interno dell’Ordine deve essere possibile costituire gruppi di iscritti che intendono promuovere e divulgare la figura dell’architetto e l’architettura, attraverso l’organizzazione di attività di qualsiasi genere, purché compatibili con l’istituzione ordinistica e con l’immagine della professione.
  • All’interno dell’Ordine deve essere possibile organizzare e gestire gruppi autonomi, favorire incontri tra vari liberi professionisti e consentire esperienze lavorative di gruppo, con laboratori “aperti” a tutti gli iscritti che intendono sperimentare forme di aggregazione e di collaborazione professionale con altri colleghi.
  • La gestione culturale e organizzativa dell’Ordine deve essere demandata ad una serie di Commissioni composte dagli iscritti – che vi hanno libero accesso – e che vigilano, controllano e stimolano l’attività del Consiglio dell’Ordine e verificano l’attività del Consiglio di Disciplina.
  • Le Commissioni devono essere coordinate da un referente del Consiglio (consigliere di riferimento) che deve fungere da collegamento con l’organo centrale, e devono avere mandato anche per curare eventuali rapporti con istituzioni ed enti esterni.
  • L’Ordine deve nominare e organizzare Commissioni di controllo inerenti materie normative, regolamenti edilizi e urbanistica, con mandato a trattare con Comuni, Provincie e Regioni che ne facciano richiesta. Le Commissioni devono anche svolgere attività di ricerca, di analisi e critica sulle materie di competenza.
  • L’Ordine deve essere in grado di fornire consulenze sui parametri di valutazione dei compensi, sui criteri di stima dei costi della progettazione e sulla costituzione delle STP (Società Tra Professionisti), favorendo la formazione e l’aggregazione di studi multidisciplinari.
  • L’Ordine deve f0rmare e organizzare appositi Comitati di consulenza e di ricerca sui “mercati” esteri in grado di fornire informazioni agli iscritti interessati a rivolgersi oltre i confini nazionali, per favorire e sostenere lo svolgimento della libera professione all’estero.
  • Il Consiglio dell’Ordine deve intrattenere rapporti con il CNA e la Conferenza degli Ordini, promuovere le Federazioni regionali degli Ordini e attraverso un’apposita Commissione, deve elaborare e trasmettere proposte di riforma e modifiche alle leggi che complicano con processi burocratici avulsi, lo svolgimento della libera professione e la progettazione.
  • L’Ordine deve tutelare la “professione” nel suo significato più esteso, garantendo il rispetto delle norme vigenti e intraprendendo tutte le azioni possibili per la tutela e la dignità professionale, compresa una stretta sorveglianza verso le violazioni di competenza.
  • L’Ordine – purtroppo – deve gestire con cura e con efficienza, la formazione continua degli iscritti, intraprendendo tutte le iniziative volte a facilitare l’accesso ai corsi, ridurre o ad azzerare i costi per la formazione.

La domanda che nasce da questa sorta di decalogo sull’Ordine che vorrei .., dovrebbe essere la seguente: ma quante persone servono per assolvere a tutti questi compiti?

È una domanda che ci riporta immediatamente all’argomento iniziale: la riforma prevede l’apporto di molti più iscritti rispetto ad oggi, e quindi l’ordinamento dovrebbe adeguarsi, adattarsi e cogliere l’occasione. Per questa ragione ritengo che l’Ordine debba prevedere e consentire l’accesso a tutti gli iscritti, e quanti più iscritti aderiranno alla gestione dell’Ordine, quanto meglio l’Ordine stesso assolverà alle sue funzioni. Con una differenza sostanziale rispetto allo stato attuale: se l’Ordine non dovesse funzionare, la colpa non potrà più essere imputata al Consiglio o al Presidente di turno, ma ricadrà sugli iscritti, tutti. Noi tutti, tutti gli iscritti sono l’Ordine ed è compito e obbligo morale di tutti gli iscritti, occuparci dell’Ordine.

Questa si, sarebbe una vera grande riforma auto determinata, e qui torno alla prima affermazione introduttiva: può sembrare paradossale, ma questo genere di Ordine sarebbe già possibile, se solo i Consigli degli Ordini lo volessero, se solo gli iscritti lo chiedessero, ove fossero ascoltati e accolti. L’attuale legislazione non impedirebbe alcuna delle attività e funzioni sopra elencate e dunque, cari colleghi, non dimenticatevi mai che l’Ordine siamo noi tutti insieme.

Ultima nota: se questo fosse un modello proponibile, perseguibile e attuabile da tutti gli Ordini, anche senza riforme e stravolgimenti, oggi sarebbe possibile dimostrare che gli architetti italiani sanno rinnovarsi, sanno auto rigenerarsi e sanno “leggere” e risolvere gli attuali problemi, anche tra mille incognite e difficoltà economiche.

Nota dell’amministrazione – qui trovate i precedenti contributi di

Marco Alcaro

Gianluca Adami