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#citOFOno – IL SECONDO RACCONTO

15 novembre 2017

Riassunto delle puntate precedenti. A Miano c’è chi ruba le OFO. Non avendo un c***o da fare, ho iniziato a chiacchierare con i ladri. Ne sono nate dieci storie. Questa è la seconda. La storia di Luigi.
#OFO #citOFOno #citOFOno2

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Vagolo in zona Vincenzo Monti in auto.
È una zona che mi rende nervosissimo perché lì l’area C è in agguato in maniera PARTICOLARE.
“Particolare” vuol dire che basta svoltare distrattamente un attimo che ti becchi la multa. Più di tutte, odio piazza della Conciliazione, mi ha già fregato diverse volte. Rotondissima ma infingarda. Sbagli uscita ed entri in area C.
Sono fermamente convinto che gli hub cittadini abbiano un’anima. Piazza della Conciliazione e Porta Ludovica sembrano streghe di Halloween pronte a punirti alle spalle. Invece Corso Venezia non ti mente mai, lo vedi da chilometri che inizierà l’area C. Porta Venezia ti accoglie in un abbraccio. Io ho un quasi-furgoncino diesel, quindi sarebbe comunque un abbraccio mortale,  multa sicura, ma tant’è.
È in questo momento che mi sopravanza brillantissimo uno studente sulla sua OFO gialla.

Le bici in sharing hanno un nemico, dobbiamo ammetterlo: il pavè. Chi le ha costruite è convinto che in Italia abbiamo liscissime ciclovie in tartan tipo Amsterdam.
E invece Milano ha il pavè. Non parliamo poi dei sanpietrini a Roma.
L’hipster con la barba alla Vittorio Emanuele mi saetta a fianco, aitante.  Lo immagino andare  dritto sparato a una scuola di design e di moda in centro a Milano. Pedala fiero delle sue zero emissioni di CO2. Ma puntualmente, come svolta in Largo Cinque Alpini, il sorriso gli si spegne in volto e le sue funzioni genitrici sono duramente messe alla prova. Le bici hanno ammortizzatori ridicoli. Si pentirà?

La mia è tutta invidia. L’hipster mi ispira, maledico di essermi spostato in auto, parcheggio, apro la mia brava app OFO e zàcchete individuo la solita bici , disponibilissima…dentro un cortile.
Ormai avvezzo, entro sparato. La bici non c’è, eppure il segnaposto sulla app è di un giallo intensissimo: il velocipede dev’essere qui.
Un gruppo di cuochi bengalesi, impegnati nel ristorante italiano sciurètto che dà sulla strada, mi guarda sornione.
“Cerchi bici gialla?”
E puntano il dito verso l’alto, tipo Scuola di Atene. Esito per un attimo, forse vogliono dirmi che le bici OFO ormai sono assurte a una costellazione nel firmamento.
E invece. Sono sempre stato un tipo piatto.
“Tu devi andare al quarto piano”.
Si sono portati la OFO su in cima, al ballatoio! Il GPS dovrebbe avere anche un altimetro, mi dico io.
Mi precipito a falcate di 3 scalini per volta su al quarto. Ed ecco che un ragazzo scende come una folgore, più veloce di me, con la sua OFO sulle spalle. Non mi nota neanche, non può immaginare che sia un suo concorrente.
È giovanissimo, sembra uscito da “I Fiori delle mille e una notte” di Pasolini, ha a malapena la prima peluria sopra il labbro e arranca con la OFO.

Bene, vorrei bloccarlo ma è indaffarato – non perché voglia sfuggire al confronto, non gliene frega assolutamente niente – ma perché ha un enorme zainetto-cubo sulle spalle. Pure quello giallo, tutto in tinta. Deve consegnare un pranzo con uno dei tanti servizi food delivery che imperversano in città. Usa la OFO per avere il lavoro.

E lì vado in corto circuito. Da una parte, la “causa delle bici rapite”. Dall’altra mi viene in mente il compenso ridicolo che questi pony-express-senza-motore si beccano ad ogni consegna.

Il corto circuito è lungo abbastanza perché Luigi, lo chiameremo così, mi si sfili dalle mani.

Scendo sconsolato a cercarmi un’altra bici.

E fuori dal portone scopro una cosa buffissima. Luigi non sa andare in bici.
Lui è ancora lì. Tiene sempre la terza e quindi fa un metro in 20 pedalate.
Tutta quella energia giovane pasoliniana, e poi mi finisce con la ruota nei binari del 5, per poi scabussare alla fine sul pavè. È scivolato di faccia. Sta verificando terrorizzato se lo zainetto-cubo sia intatto.
Mi guarda. Lo dicevo io del pavè.
“La bici non s’è fatta nulla”, gli faccio. “Tu stai bene? Come ti chiami?”
“ ****. “ Sembra uno di quei dipinti da Al-Fayyum, gli occhi enormi, sgranati.
“Dove devi consegnare?”
“Porta Venezia”.
“Hai un culo mostruoso. Mi dicevi Porta Lodovica non ti portavo”.
Apriamo il baule dell’auto, carichiamo la OFO e lo zaino, e andiamo tra le braccia del dazio di Porta Venezia.
Viene da ****. Faceva consegne anche lì, in moto. Aspettava che costruissero la strada asfaltata per raddoppiare il numero delle consegne.
“E com’è finita?”
“Che il mio governo non l’ha più costruita, quella strada. Mio fratello è qui da cinque anni, ho pensato di raggiungerlo.”.
Evidentemente ha bisogno di quella manciata di euro della food delivery e una bici non ce l’ha. E fino al 31 ottobre, tutto sommato giustamente, la usa ininterrottamente per mettere da parte i soldi per farsene una e incominciare a lavorare con più continuità.
Arriviamo a destinazione, mi guarda: “Adesso tu vuoi la OFO indietro, vero?”
“Lascia perdere, cerco in un altro cortile”.