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Metodo e soggettività

11 Aprile 2011

Inizio con due citazioni che ormai da anni risuonano nel mio inconscio e appartengono alla mia logica di approccio al  tema della progettazione.

“Metodo! Oh metodo mi sono abbeverato alla fonte dell’inconscio”. 1

“Un oggetto, una persona sono sempre visti da qualcuno. Non esiste una realtà oggettiva. Non serve interpretare o aggiungere. Qualsiasi cosa io faccia è il mio sguardo a trovarsi su questo pezzo di carta. Quando lavoro, non penso mai ad «esprimermi», mi dico: «Copia la tazza. La tazza, tutto qui». Resta che alla fine sarà sempre la mia tazza. Non si sfugge alla soggettività”. 2

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Come progettista ho sempre cercato l’equilibrio fra un’analisi razionale dei temi di progetto e l’aspetto soggettivo che interviene nel momento in cui si posa la matita sul foglio bianco. Cercando di rimandare sempre all’ultimo istante l’abbandono del metodo e l’intervento dell’inconscio (soggettività), mi rendo sempre più conto che in realtà le due cose sono legate da un filo sottile che forma in noi l’aspetto critico nell’approccio al progetto e il giudizio sull’architettura.

Viviamo come progettisti l’avventura della progettazione, ma come giudicare l’Architettura prodotta da altri?

I valori ed il metodo che stiamo perfezionando per noi stessi sono validi per giudicare altre opere?

La risposta è su due livelli.

Il primo ci consente di esprimere un giudizio personale e intimo. Appartenete cioè al nostro essere progettisti.

Il secondo ci spinge invece a ricercare valori, per noi nuovi, esterni alla nostra metodologia di approccio.

Questioni di valore

Come concepire un metodo per dare un valore all’Architettura sia essa antica, moderna o contemporanea?

Le tecnologie (grandi strutture), i materiali (metallo,cemento, vetro), le destinazioni d’uso (dalle grandi strutture ottocentiste ai moderni centri commerciali), le economie (l’estrazione sociale e culturale delle grandi committenze), tutto ciò ha comportato certamente mutamenti tecnici, storici ed estetici nella progettazione, ma hanno a che fare con la bellezza?

Forse no. La stessa tecnica, gli stessi materiali, lo stesso committente, lo stesso architetto possono produrre architetture belle, meno belle o brutte.

E’ altrettanto vero che siamo prigionieri di una tradizione culturale che pone l’architettura antica nella campana di vetro della bellezza aulica inarrivabile. La critica sull’architettura storica si esaurisce ormai in un giudizio generale di validità assolta, dato dal tempo e dalla consuetudine di opere ormai appartenenti ad un retaggio che accomuna la nostra civiltà e il nostro modo di vivere e attraversare le città ed in particolare i centri storici.

L’architettura contemporanea invece è soggetta alla critica (spesso aspra soprattutto in Italia) e ad un bizzarro confronto con quella cosi detta antica.

Io credo invece che il giudizio sull’architettura prescinda dal tempo, dalle epoche, dagli stili, dai committenti e dagli autori.

Penso che l’architettura sia un’opera d’arte soggetta ad un giudizio perenne, immutabile: o ci affascina o no.

Credo si possa impostare un metodo con cui isolare alcune regole per impostare un giudizio, ma che esso sia sempre soggetto a deviazioni inconsce che rendono unica la valutazione critica ed irripetibile l’opera osservata.

Ciò significa che l’opera deve rispondere a dei requisiti che facciano scaturire in noi un giudizio, e che questo giudizio possa essere in ultimo condizionato da aspetti imprevedibili.

In linea generale ho individuato alcuni aspetti per me importanti, su suggerimento di Giò Ponti:

1. Invenzione del progettista

Il grado di integrazione fra la forma e la strutturazione della forma devono essere inseparabili e organicamente  collegati. La struttura e la forma sono un tutt’uno. La ricerca formale non è a priori, ne fine a se stessa e comunque va confrontata con la poetica e la ricerca personale dell’autore. Vi è un percorso e l’opera vi si deve collocare.

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2. Essenzialità

Nulla da rimuovere nulla da attaccare. Gli elementi di decoro sono ammessi solo se è chiaro il fine processuale, se sono uniti al plasticismo dei volumi.

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3. Capacità comunicativa

L’opera parla di se, è sincera nell’aspetto. Non servono scritte per capire dove si entra. Non serve entrare per capire cosa c’è dentro.

Un mercato non deve sembrare un museo, una chiesa non deve sembrare un magazzino. Un asilo “è un luogo per l’istruzione di esseri umani sotto i cinque anni”.

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4. Interattività – immersività – espressività

Sono legate al sogno e all’illusione, cioè alla capacità dell’opera di trasporre il proprio volume e il proprio peso su un paino percettivo inconscio. Unione fra l’immagine e la forma.

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5. La scala/il materiale

Non è riferita alle dimensioni generali, ma alla presenza di un rapporto di scala fra l’opera e le sue parti alla sfera percettiva dell’uomo. Un paesaggio collinare è uno spazio enorme tuttavia a “scala umana”. Questo anche per il fatto che gli elementi a noi più vicini sono gli stessi che simili, auto simili, o riconoscibili, si ripetono a perdita d’occhio. Pensiamo ad un vigneto. La vite qui davanti è come quella laggiù sulla collina. Il Paesaggio mi appartiene perché ne riconosco gli elementi.

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6. Equilibrio e dissonanza fra Natura ed Artificio (trattamento del limite)

Come si accorda uno strumento musicale cosi si accorda l’architettura. Il suono dipende dall’ambiente, non solo dallo strumento.

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Note:

1. Jules Laforgue, L’Amleto,1974 (opera teatrale)

2. Maura Pozzati, Nel segno di Giacometti, Clueb,Bologna, 1995, p.56

Striscia la notizia, Figline Valdarno ecoschifi ed “ecostronzi”

6 Maggio 2010

Oggi, 5 maggio 2010, ho appena finito di ascoltare un servizio di Striscia la Notizia su un progetto di recupero urbano previsto a Figline Valdarno.

Si parla di un “Ecoschifo”, si fanno vedere cancelli chiusi, catenacci.

Si ripete più volte che lì, prima c’era una vecchia scuola elementare niente meno che della fine dell’800, inizi ‘900.

Si dice che l’opera doveva essere completata entro il 2008.

Si dice che “dopo grandi mangiate e bevute” l’opera sia stata appaltata con una “grandissima spesa, svariati milioni di euro!!!”.

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Solo che stavolta non si tratta di qualche abuso, di qualche cantiere interrotto, di cittadini inferociti per lo spreco di denaro pubblico, anni e anni di attesa per vedere le opere completate, ecc.

No!

Stavolta si tratta di Sgarbi, al quale, come è noto, non piacciono le architetture contemporanee, ed al quale evidentemente piace sfruttare la sua notorietà per pontificare e sparare a zero su qualunque cosa gli capiti sotto tiro e, anche quando mancano evidentemente le argomentazioni, fare la voce grossa pur di imporre verità inesistenti e lasciare intendere in maniera velata l’equazione modernità uguale abuso e mostruosità.

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Le argomentazioni in sintesi:

– Un edificio, in quanto intitolato ad un insigne educatore (Raffaello Lmbruschini) acquista di per se una intoccabilità, una “sacralità” che lo rendono appunto intoccabile e inviolabile; obbligatorio il recupero ad ogni costo.

– Il progetto non va perché utilizza, in parte, il cemento e perché la Toscana è la patria di Brunelleschi e dell’Alberti (vecchi modernizzatori dell’epoca), quindi è vietato realizzare qualsiasi cosa moderna, salvo che non si trovi in un deserto.

– La torre prevista dal progetto non và perché sorge in prossimità un’altra anonima torre (ottocentesca?) più bassa e più piccola della nuova; come sempre la contemporaneità non deve vedersi.

– Poiché il progetto è dell’architetto Casamonti, noto alle cronache per le tristi vicende giudiziarie della protezione Civile, si lascia intendere che quindi l’opera sia automaticamente priva di validità architettonica e il frutto deviato del capitalismo speculativo.

– Infine Sgarbi cita come modello di recupero urbano quello attuato nella piazza retrostante del quale ci è dato vedere solo una tristissima immagine di un interno chiesa e delle tristissime vetrine dove l’architetto (Giovanni Pratesi?) ha esposto alcuni non meglio precisati reperti (archeologici? affreschi? Boh?); Aah?! Questo si che significa recuperare la città……

L’articolo finisce con un generico “Vedremo l’evolversi tra un mese o quando sarà” lasciando intendere che la storia sarà lunga e che non ci sarà da aspettarsi granchè.

Peccato che:

– l’edificio demolito, essendo della fine dell’800 (primi del ‘900, boh?) sia un normalissimo edificio in stile, banale revival neoclassico come tanti sorti nello stesso periodo, probabilmente realizzato con struttura in cemento armato, e non abbia alcuna valenza e validità di tipo storico o culturale; se fosse stato così, dubitiamo che la sovrintendenza avrebbe permesso anche solo di annusare il fabbricato.

– Lo stesso dicasi per il contesto dove sorgerà il centro, onestamente non costellato di presenze storiche rilevanti.

– Il progetto del Centro Polifunzionale, dello Studio Archea, è del 2006, probabilmente sarà completato entro l’anno, un tempo record per la cantieristica e la burocrazia italiana!

– Il centro sarà di 3.000 mq e costerà circa 4 milioni, onestamente un costo più che dignitoso per un’opera di valenza pubblica che recupererà una vecchia area dismessa.

– Il cantiere è stato temporaneamente sequestrato dalla magistratura e dissequestrato il 7 aprile 2010 (un mese fa!!!) alla presenza di Striscia (che si guarda bene dal riferire la cosa).

– Teletruria ha mandato in onda il 29 aprile un servizio dal tono diverso nel quale si ribadisce che non vi è stata “nessuna violazione della normativa che regola i centri storici”;

Fenomenale la risposta del Sindaco: “CHI PARLA DI ECOMOSTRO È UN ECOSTRONZO!!!!

Sottoscrivo…

Casamonti non è noto per la sua simpatia, e ultimamente pare che la sua fama sia effettivamente più legata ai suoi casi giudiziari, che alle sue opere, le quali sono più che dignitose, sanno essere contemporanee e contemporaneamente sanno dialogare con i contesti storici e naturali in cui si inseriscono.

Non c’è che dire: STAVOLTA L’ABUSO L’HA FATO STRISCIA!!!!