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In difesa di Fuksas – Gli architetti vanno pagati e bene!

27 Marzo 2014

Ho seguito con estremo stupore il tripudio diffuso di molti colleghi alla notizia del licenziamento di Fuksas dalla Direzione Artistica del cantiere della Nuvola.

Si tratta a mio parere di un esempio lampante di tafazzismo collettivo, applicato alla categoria degli architetti. Un fenomeno che la dice lunga infatti di quanto noi architetti siamo capaci di farci del male da soli, solamente attraverso l’esercizio del livore reciproco.

Premetto (occorre sempre premettere in questi casi perchè c’è sempre la storia dello stolto che guarda il dito, ecc.) che in questa storia il giudizio estetico ed architettonico sul progetto deve rimanere sospeso. Il fatto che la “Nubbe de fero” ci piaccia o meno non ha alcuna attinenza sul fatto che se sei un architetto e lavori per realizzare una qualsiasi opera di architettura, si presupone che tu debba essere pagato; da architetto direi che devi pure essere pagato bene.

Ha invece rilevanza la stupidaggine detta dal presidente di EUR Roma, che visto che Fuksas è ricco, allora può lavorare gratis.

Si tratta di un assioma inaccettabile che è direttamente connesso con la cultura diffusa che spinge molti committenti a ritenere che gli architetti meno famosi possano lavorare gratis: “perchè così fanno esperienza!”

Eh no! non è così, l’architetto va pagato SEMPRE.

Se il principio è valido per i giovani architetti precari che faticano ad arrivare a fine mese, non è che diventa meno valido se un architetto è ricco e famoso; soprattutto se la ricchezza dell’architetto è dovuta alla sua attività di architetto.

In effetti è ormai diffusa la convinzione che la professione dell’Architetto sia una attività, alla stregua di un hobby, un esercizio di speculazione intellettuale appannaggio di pochi ricchi e radical chic.

Si tratta di una distorsione culturale contro la quale tutti gli architetti si scontrano quotidianamente (non dite che non è vero, non siete credibili). Però quando questo problema capita a figure di successo come l’odiato, antipaticissimo Fuksas, siamo tutti pronti a godere (come ricci, si dice): evviva! finalmente anche lui come noi! un po di giustizia! ha avuto quello che si meritava!

(si sente sullo sfondo il rumore di bottiglia sui genitali)

Dimenticandoci che lo scopo non è livellarci tutti verso il peggio, ma adeguarci tutti al meglio. Se passa il principio che persino l’architetto famoso non deve essere pagato, con quali argomenti noi che non abbiamo fama e credito da spendere potremo convincere i nostri clienti che “Si! l’architetto è un lavoro! L’architetto va pagato!” indipendentemente dal fatto che sia ricco o che sia povero; indipendentemente dal fatto che il suo lavoro sia più o meno gratificante.

A maggior ragione non deve passare il principio che l’attività di un architetto sia qualcosa di cui tutto sommato si possa fare a meno. Alzi la mano chi è convinto che per realizzare (bene) un’opera sia sufficiente fare un buon progetto e che non sia necessario invece seguire i lavori passo passo, correggendo e guidando nelle scelte l’impresa esecutrice. Alzi la mano chi è convinto che le imprese, anche le migliori, siano in grado autonomamente di interpretare senza errori o distorsioni i progetti (anche i migliori) senza mai interpellare i progettisti.

(se avete alzato la mano, potete direttamente andare a riconsegnare il timbro, prego…. Raus!)

Specie nel caso in questione è bene tenere presente di che cosa stiamo parlando. Un appalto di un progetto che a base d’asta valeva 280 milioni e che è stato aggiudicato con un ribasso di 50 milioni.

Il centro congressi è un’opera complessa, lo dicono i numeri, i volumi e le superfici messi in campo, lo sarebbe indipendentemente dalle scelte progettuali di Fuksas, che certo non si è semplificato la vita.

A questo si aggiunge la prassi, scellerata, di affidare appalti integrati alle imprese, che consente loro di decidere sulle scelte progettuali di dettaglio e di incidere pesantemente sulla esecuzione delle opere senza che chi le ha pensate e progettate possa minimamente incidere; una prassi che mette di norma a serio rischio sia la qualità generale dell’opera sia la coerenza del realizzato rispetto al progetto.

Quindi, un opera con un ribasso consistente il cui sviluppo esecutivo è in mano all’impresa stessa.

Quante possibilità ci sono che l’impresa cominci a interpretare le scelte di progetto sia ricercando soluzioni più economiche (per se, non per il committente) e richiedendo varianti per integrare l’appalto?

La scelta del Committente, di individuare la formula della Direzione Artistica è quindi una scelta intelligente, quasi necessaria per compensare le inevitabili distorsioni realizzative e per arginare, senza snaturare il progetto, le spinte dell’impresa a modificare l’opera.

Questo è valido, lo ripeto, indipendentemente dal giudizio che ha sul progetto della Nuvola. Se il Centro Congressi deve essere realizzato, se il progetto è stato regolarmente selezionato, allora è giusto che debba essere completato, ed è ancora più giusto che debba essere completato in maniera coerente con il progetto iniziale.

O no?

Qualcuno oggettivamente ritiene che non fosse corretto coinvolgere il progettista nella fase di esecuzione dei lavori chiedendogli di fornire la consulenza diretta in ogni fase di esecuzione?

Qualcuno ritiene che questa consulenza postesse svolgersi senza allestire un gruppo di lavoro complesso formato da disegnatori, archietti, ingegneri ed esperti in grado di fare verifiche, produrre dettagli, rivedere calcoli, verificare i campioni, ecc.?

Qualcuno ritiene che questo lavoro, che poi non è che il normale lavoro quotidiano di ciascun architetto, non debba essere adeguatamente compensato?

Qualcuno infine ritiene che per un opera che vale 280 milioni di euro (provate a ripeterlo come facevano De Vito e Schwarzenegger ne “I Gemelli”: duecentoottantamilionidieuro) la parcella di un architetto non debba essere dell’ordine di qualche milione?

(20 milioni è troppo? il 7% è troppo? boh, cosa c’è dentro l’incarico? in ogni caso c’è una sostanziale differenza tra il ridurre un compenso e pretendere che sia svolto gratis)

Ora io capisco che possa dare fastidio che Fuksas abbia successo in Italia e nel mondo, capisco che per molti di noi le sue architetture facciano schifo, capisco anche che per molti di noi le sue opere non dovrebbero nemmeno annoverarsi nella categoria di Architetture; tutte queste però non sono che opinioni di nautura accademica, aspetti che rientrano nell’ambito della discusisone architettonica e non hanno alcuna attinenza con il principio che l’Architetto Massimiliano Fuksas, in quanto architetto e come tutti gli architetti, deve essere pagato per il suo lavoro.

Concluderei parafrasando Voltaire:

Disapprovo quello che progetti, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a realizzarlo (e a essere pagato per questo!)

Articolo in parte rivisto grazie alle osservazioni di Sergio Roma.