Articoli marcati con tag ‘Caudo’

Quartiere Flaminio, Roma, playground urbano

4 Settembre 2017
01_campo Basket

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Posso affermare con certezza, perché ci passo davanti a piedi spesso, che questo frammento urbano del noto quartiere (il Villaggio Olimpico) a ridosso del centro storico della capitale, nonostante l’incuria diffusa dell’intorno, l’evidente degrado in cui versa sia il palazzetto dello sport che ogni elemento appartenga all’arredo urbano (aiuole, piantumazioni di alberi, arbusti, prati, marciapiedi, passaggi pedonali, cordoli di bordura tra marciapiedi, spartitraffico e carreggiate stradali), sia intensamente usato e vissuto. Tutti i giorni decine di mamme portano a giocare i figli nell’area dedicata e gruppi di ragazzi si allenano con passione per ore, anche con il sole a picco, nel campo di basket en plein air, tra Nervi, la scultura monumentale di Ceroli, le bellissime palazzine di Viale Tiziano e lo stadio Flaminio (anch’esso di Nervi e abbandonato ormai da anni). Un tassello di città notevole. Siamo tra il MAXXI di Zaha Hadid e l’Auditorium Parco della musica di Renzo Piano. A 4 fermate di tram da Piazza del Popolo. Luoghi di pregio della città come questo non sono solo unici ma anche necessari e vitali. Il Villaggio Olimpico è un’anomalia urbana poiché in una zona piuttosto centrale della città consolidata, contiene un surplus di standard dedicato alle aree pubbliche (parcheggi e spazi verdi) che di solito si può trovare storicamente nelle aree più periferiche della città. Una risorsa urbana straordinaria che necessiterebbe ancor più di maggior attenzione e cura. Certo immagino sia estremamente difficile dirimere le questioni legate all’intreccio di responsabilità sul chi dovrebbe occuparsene (tra ATER, comune di Roma, associazioni di privati cittadini) e intanto il quartiere langue…come il resto della città, difronte ad una “civitas” attonita e imbambolata spaccata in due tra l’abbrutimento degli indifferenti e la rabbia repressa degli impotenti. Credo sia quantomeno doveroso, per l’amministrazione di una capitale e una metropoli come questa (non un capoluogo di provincia) cominciare a battere qualche colpo e dare un qualche segno di vita, non dico per cominciare a “fare” qualcosa di concreto, ma quantomeno per dimostrare l’intenzione di cominciare a farlo. Non è più accettabile lo scarica barile di responsabilità a tutti i livelli e il senso diffuso di impotenza che ne deriva.
Gli architetti sono attoniti, sfiduciati, abbrutiti, stufi. Per primi. Non solo gli altri cittadini. Non hanno più parole. non dicono più niente, non si esprimono. Preferiscono farsi gli affari loro, coltivarsi l’orticello, parlare della Roma e della Lazio. Io d’abitudine invece ne uso sempre molte di parole su argomenti come questo e credo non smetterò. Con tutti poi, belli e brutti. Architetti e non. E’ un mio terribile difetto.
Di idee e progetti sul quartiere ce ne sono sin troppi. Dal Progetto Urbano Flaminio che dovrebbe essere lo strumento primo per attuare tutto il resto, all’ipotesi di trasformazione delle ex fabbriche d’armi di via Guido Reni. Nel 2015 fu indetto un concorso a partecipazione aperta, io come tanti, presentai un’idea (come veniva richiesto da bando) per un nuovo quartiere di case e attività eterogenee e quello che sarebbe dovuto essere il nuovo museo della Scienza (errore congenito). Vinse un progetto dello studio Viganò. C’era di mezzo Cassa Depositi e Prestiti. Per non parlare di ipotesi di trasformazione di  spazi pubblici, aree pedonali, piste ciclabili, linee di tram che in decenni si sono sprecati.
Lo stesso Giovanni  Caudo, assessore alla trasformazione urbana durante la precedente giunta Marino, aveva cominciato a fare delle cose “buone e giuste”. A mettere in moto dei processi che poi, come sempre accade quando c’è un cambio di guardia e non ci sono i garanti della continuità, si è interrotto. Una di queste, i “tavoli partecipati” dei municipi, dove si era cominciato a discutere, parlare, rielaborare idee su progetti, proposte di vario genere e natura anche avanzate da associazioni attive di cittadini. Il concorso sulle ex caserme via Guido Reni in parte scaturì da lì. Qui al Villaggio Olimpico c’è stato per anni un agguerritissimo comitato di quartiere, che so poi essersi spaccato in due. Delle battaglie negli ultimi 10 anni le hanno fatte, qualcosa sono riusciti ad ottenere. Ma ora siamo in generale in una condizione di stallo e cosa ne è di tutta questa energia profusa non ci è dato saperlo. Io vedo un quartiere che langue. Come anche altri. Ma è paradigmatico di una condizione sotto gli occhi di tutti. Mentre scrivo mi sembra di dire un sacco di banalità, di cose già dette, trite e ritrite, che ormai sembrano scontante.  E lo saranno pure. Ma più sto qui, più vengo a conoscenza di certi meccanismi (non entro nel dettaglio di cosa sia la gestione folle delle proprietà ATER!), e più si risveglia in me il desiderio di capire e di ricominciare a fare qualcosa. Di ricominciare quantomeno a parlarne.
Continuo a credere profondamente che il  ruolo degli architetti dovrebbe essere quello non solo di progettare (e farlo bene) ma anche di sollevare le coscienze sui temi attualmente trascurati che devono ritornare ad essere cruciali per i destini di questa  città dell’architettura e dello spazio pubblico e suggerire soluzioni per cercare di intessere un dialogo proficuo tra cittadinanza (tradita e sfiduciata) e istituzioni.

 

Altro sull’argomento è stato pubblicato in questi stessi giorni anche su:

Artribune

Romafaschifo

(Nota degli amministratori – il testo pubblicato è apparso in una prima stesura sulla pagina personale Facebook di Cecilia Anselmi in data 31/08/2017)

02_palazzetto e ceroli

02_palazzetto e Ceroli

 

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04_ceroli

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05_ceroli

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06_Palazzetto dello Sport_Pierluigi Nervi

 

 

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07_Palazzetto dello Sport_Pierluigi Nervi

 

08_viadotto di Corso Francia_Pierluigi nervi

08_viadotto di Corso Francia_Pierluigi Nervi

 

09_viadotto di Corso Francia_Pierluigi nervi

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10_viadotto di Corso Francia_Pierluigi nervi

10_viadotto di Corso Francia_Pierluigi Nervi

 

11_viadotto di Corso Francia_Pierluigi nervi

11_viadotto di Corso Francia_Pierluigi Nervi

 

12_spazi pubblici_villaggio Olimpico

12_spazi pubblici_villaggio Olimpico

 

13_spazi pubblici_villaggio Olimpico

13_spazi pubblici_villaggio Olimpico

 

14_spazi pubblici_villaggio Olimpico

14_spazi pubblici_villaggio Olimpico

 

15_spazi pubblici_villaggio Olimpico

15_spazi pubblici_villaggio Olimpico

 

 

16_spazi pubblici_villaggio Olimpico

16_spazi pubblici_villaggio Olimpico

 

17_spazi pubblici_villaggio Olimpico

17_spazi pubblici_villaggio Olimpico

 

18_spazi pubblici_villaggio Olimpico

18_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

 

19_spazi pubblici_villaggio Olimpico

19_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

20_spazi pubblici_villaggio Olimpico

20_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

 

LA MONETA URBANISTICA DELLA COPPIA MARINO-CAUDO

23 Febbraio 2017

Il susseguirsi frenetico di eventi e prese di posizioni, alimentano un clima di confusione che a volte sembra addirittura stravolgere la realtà. Così che, in alcuni momenti, si ha la sensazione che il Progetto dello Stadio della Roma a Tor di Valle lo abbia voluto il M5S invece che l’ex Sindaco Marino e l’ex Assessore all’Urbanistica Caudo.

L’eredità ricevuta”, oltretutto, non è stata per niente gradita dal M5S che in campagna elettorale aveva espresso la sua contrarietà a questo progetto. Ma dopo l’uscita di scena dell’Assessore Berdini, il NO! secco al progetto, senza un sostanziale taglio alle cubature Direzionali e Commerciali ed un ritorno a quanto prevede il Piano Regolatore è diventato un SI! Ma a condizione di…… Una “sforbiciata” alle Torri ed alle Attività commerciali del 20/30%, come se il problema fosse solamente “la scandalosa moneta urbanistica” con la quale si è voluta legare un’ operazione che ha invece anche delle criticità sotto l’aspetto ambientale, archeologico, della mobilità e dei trasporti pubblici. Visto però che uno dei due “padri” dell’operazione Stadio, l’ex Sindaco Marino, ha scelto il silenzio, a cui non sappiamo che interpretazione dare, l’ex Assessore Caudo qualche settimana fa, per difendere la sua “creatura”, ha scritto anche a Carteinregola che ha subito aperto un dibattito sul tema. Con un po’ di ritardo rispondo volentieri, cercando di allargare il discorso, che mi sembra “mummificato” sempre su gli stessi argomenti di natura “tecnica” e sull’aridità dei numeri che vengono “sfornati”, forse per offuscare il problema centrale che è quello prettamente politico. Il Prof. Caudo ha parlato anche di opacità, ambiguità, mancanza di trasparenza, riferendosi all’attuale Amministrazione, cercando di sminuire il fatto che tutta l’operazione l’ha cominciata e condotta lui, insieme al Sindaco, ma come se fosse “un uomo solo al comando”. Un modo quantomeno discutibile di gestire “l’Urbanistica” di una città così complessa e difficile da governare, grazie anche alle “violenze” subite soprattutto dalle ultime Amministrazioni a partire da Rutelli, e di cui parleremo più avanti. Per cui senza dimenticare le improvvisazioni, le impreparazioni e gli errori di questa nuova amministrazione del M5S, non possiamo non ricordare, sotto l’aspetto politico e dopo solo 8 mesi, alcuni fatti importanti accaduti:

a)-La precedente Amministrazione, dopo circa 2 anni e mezzo, è stata mandata a casa non da una opposizione agguerrita, ma per la prima volta nella storia di Roma, dagli stessi componenti della maggioranza del PD che davanti ad un Notaio si sono dimessi tutti, pur di liberarsi del Sindaco e della sua giunta, che nel frattempo stava sperimentando “un metodo di turn over mensile” dei propri membri e del corpo politico-dirigente, che a quanto pare ha fatto scuola.

b)-Mentre il Prof. Caudo ci proponeva vari interventi sulla “Rigenerazione Urbana” (vero e proprio mantra del Programma di Marino, al Punto 5. Urbanistica) con l’imperativo di dire basta al consumo di suolo, nello stesso tempo “sposava” con entusiasmo il Progetto del nuovo Stadio che il Presidente Pallotta vuole realizzare, su di un’area, di proprietà del costruttore Parnasi, che presenta delle criticità e sulla quale si dovrebbe anche apporre il “bollino dell’interesse pubblico”; che necessita di una Variante di P R G.

c)-Nel Programma Elettorale di cui sopra, che il Prof. Caudo conosce molto bene, lo Stadio non era contemplato. Ma almeno per correttezza d’informazione bisognerebbe dirlo qualche volta e sarebbe giusto ricordare che anche grazie a quel programma si erano vinte le elezioni. Certo l’area è di un privato, una legge su gli impianti sportivi era stata approvata da poco, ma non si era detto che “la regia sulle trasformazioni del territorio doveva essere in ogni caso pubblica? E che ci sarebbe stato sempre un processo partecipativo per coinvolgere i cittadini nelle scelte?

Sulla regia forse è meglio sorvolare,visto il film che ci è stato proposto. Mentre la Partecipazione c’è stata. Un nuovo metodo di partecipazione ma c’è stata. Quello di presentare un  progetto già elaborato e definito alla Casa della Città (Plastico, Disegni Tecnici, Render a colori, ecc.) e chiedere ai cittadini di fare tutte le osservazioni del caso. Non mi sembra che la Casa della Città sia stata presa d’assalto da centinaia di cittadini con matite e squadrette che prendevano appunti.

Punto 5.1 del Programma di Urbanistica di Marino (A proposito del tradimento dei principi della campagna elettorale) “Le città europee sono da anni impegnate nel mettere in campo modelli di sviluppo urbano alternativi a quelli della continua espansione e del consumo di suolo. A Roma, invece, le espansioni rappresentano ancora all’incirca l’80% delle potenzialità. La giunta Alemanno ha utilizzato l’espansione urbanistica solo come “moneta”, continuando a consumare suolo. Un modello fallimentare tutto orientato all’offerta e distante dai bisogni reali della città che è stata trasformata in una sorta di “sottoprodotto” del mercato finanziario. In questi anni si è fatta urbanistica ma non per la città”.

Un punto programmatico da sottoscrivere ad occhi chiusi, tanto è vero che Carteinregola, nei mesi finali della Giunta Alemanno, proprio per neutralizzare il “delirio urbanistico” delle ultime delibere che si volevano approvare a tutti i costi, partecipò, insieme ad altre associazioni e movimenti cittadini, al presidio ininterrotto per più di due mesi in Campidoglio, che fu determinante per evitare quello che era stato definito il “nuovo sacco di Roma”.

stadio01

Investimento totale: 1,7 miliardi di euro – il Piano Regolatore consente al massimo 118 mila metri quadrati, ovvero oltre 600 mila metri cubi in meno dei 977 mila richiesti – una sproporzione tra i cantieri previsti e lo stadio, che vale appena il 14% del totale.

Il viaggio americano” della coppia Marino-Caudo ci fece capire invece quali erano le vere priorità di questa amministrazione, nonostante il disastro che era stato trovato (un debito certificato che oggi supera i 13 Miliardi di euro) e che forse meritava tutt’altra attenzione. Naturalmente nessun sentore del “bubbone” di Mafia Capitale che intanto era scoppiato, tanta era la concentrazione nel portare avanti il Progetto dello Stadio che oltretutto, si presentava difficile da “digerire” da una parte non proprio trascurabile dei cittadini romani. Non solo, ma l’ex-Assessore, a sostegno della bontà di quanto fatto, ci spiega anche che prima i costruttori romani, quelli definiti “palazzinari”, quelli che, come dichiarava qualche anno fa nel libro di F. Erbani (Roma, il tramonto della città pubblica), usufruivano della “moneta urbanistica”…………… Il Comune come un Bancomat o La Zecca dove invece di soldi si stampano e si distribuiscono cubature……..Occorre chiedersi per chi si costruisce ed il come………Roma avrebbe bisogno di un piano per “riabitare la città abitata”, altro che cementificare l’agro romano .

stadio02Magari l’agro romano no, ma l’ansa del Tevere a Tor di Valle perché no?

Infatti per quei “palazzinari” la coppia Rutelli-Cecchini (con la variante di PRG di Settembre 1998) cambiarono la Destinazione d’uso dei terreni della Centralità Bufalotta-Porta di Roma, di proprietà Toti e Parnasi (Chi l’avrebbe mai detto?). Terreni sui quali doveva sorgere un grande “Autoporto”. Per cui una superficie di 65 Ettari su 330, diventa edificabile, per il 40% Edifici Residenziali, per il 20% Servizi Turistico-ricettivi e per il 25% Centri direzionali privati e pubblici.

Contestualmente si sarebbero dovuti cedere al Comune 150 Ettari di Verde Pubblico per realizzare il Parco delle Sabine. Ma arriva la coppia Veltroni-Morassut a cui piacevano di più gli Accordi di Programma rispetto alla Variante, che in effetti era un po’ passata di moda, che completano “il massacro” della Centralità. Fu così che più di un Milione di mc di Uffici, che avevano già una volta cambiato destinazione, diventano Residenze, e gli “applausi” fioccarono per gli 85 milioni di euro che il Comune aveva incassato e con i quali, dichiarava, avrebbe portato la linea della metropolitana fino a Porta di Roma. Va bè! Sù non disperiamo! In fondo sono solo passati 10 anni, un po’ di pazienza no!!!!

Ma, come ci spiega oggi il Prof. Caudo, quella moneta urbanistica era solo un misero 10% dell’investimento totale dei costruttori, e veniva usata solo per ridurre il debito dell’Amministrazione e per fare cassa. Invece trattando con uomini d’affari e della finanza come Pallotta, anche se poi i terreni sono di Parnasi, lui è riuscito a portare a casa il 30% dell’investimento in opere ed attrezzature per la città che, se poi servono o meno, se poi saranno realizzate o meno, come la storia ci ha detto finora, ha poca importanza. Quindi, come al solito, fino a questo momento, si tratta solo di una enorme operazione di mercato. Ma non si doveva cambiare tutto?

In effetti una grande novità il prof. Caudo l’ha poi introdotta nella sua, per fortuna, breve esperienza di governo dell’urbanistica di Roma, ed è stata quella di mettere in atto il metodo del cosiddetto “fior da fiore”, all’interno del “dogma” della Rigenerazione urbana. Che vuol dire occuparsi principalmente di quelle “operazioni” che sono più “appetibili” dal punto di vista politico e della visibilità grazie alla loro collocazione all’interno della città.

Come “Gli ex stabilimenti militari” di via Guido Reni, “La vecchia Fiera di Roma” sulla Cristoforo Colombo, “La Pedonalizzazione dei Fori”, insieme ai grandi cambi di Destinazione d’uso, come “le Torri della TIM” all’EUR, “l’Edificio dell’ex Zecca” in Piazza Verdi ai Parioli, “l’ex Istituto Geologico Nazionale” a Largo S. Susanna, peraltro alcuni oggetto di indagini da parte della magistratura, e così via. E’ chiaro che se la scelta politica, perché di questo si tratta, è solo quella di fare cassa, senza nessuna idea di città'”, si deve per forza di cose vendere o svendere, dipende dai punti di vista, i cosiddetti “gioielli di famiglia”. Certo ci sono poi state anche le Conferenze urbanistiche nei vari Municipi, i Workshop e le conferenze al MAXXI, sul Concorso di Via Guido Reni, quella su Roma 2025 con le Università e quello su Roma città ”resiliente”, altro mantra oramai insopportabile. Tutte nobili iniziative sponsorizzate alcune da Cassa Depositi e Prestiti come da Protocollo d’intesa sottoscritto il 3. Ottobre. 2014 per il Concorso di Via Guido Reni.

Sicuramente qualcosa sarà sfuggito e per questo chiedo venia a priori. A questo punto, però, qualche domanda sorge spontanea. Ma le famose Centralità quale attenzione hanno ricevuto? E lo “scandalo” dei Piani di zona?. Ed i Print in sospeso? Ma sopratutto “LE PERIFERIE” tanto decantate sempre nello stesso programma elettorale, quale posto hanno occupato nelle decisioni prese dall’Amministrazione Marino? E le 200 Concessioni rimaste ferme, creando grandi difficoltà a piccole e medie imprese, “perché bisognava lavorare solo per lo Stadio”, come ha detto l’Assessore Berdini,nella sede dell’ACER ad Ottobre scorso, mentre il 18 Novembre, di fronte alla Commissione Urbanistica Regionale aveva dichiarato, come riportato da tutti i media: «La scelta di Tor di Valle è stata una follia, messa in conto all’amministrazione pubblica. Ci sono 220 milioni di opere che non servono, che vorrebbero che pagassimo con i metri cubi. O la Roma rinuncia ai milioni di opere inutili oppure pensi ad un’area diversa. Il vizio di pagare il debito pubblico con volumetrie, potete stare certi che con la nostra amministrazione finirà per sempre».

A meno che non finisca prima l’Amministrazione. Infatti in questo momento l’Assessore Berdini non c’è più.

Ma sull’area dello Stadio c’era anche il parere critico della Soprintendente ai Beni culturali, Margherita Eichberg che sempre a Novembre 2016, e non oggi, aveva già dichiarato: «Si riconoscono presenze archeologiche diffuse, assi viari di primaria importanza e pertinenze funerarie e monumentali dall’età del bronzo alla tarda età imperiale. Si tratta di un sito meritevole di tutela su cui emerge la sagoma dell’ippodromo, un significativo esempio di architettura contemporanea». Ippodromo che, aggiungo, costruito tra il 1957/59, su progetto di La Fuente e Rebecchini per le Olimpiadi del 1960, pur essendo vincolato e facendo parte della “Carta della Qualità” di Roma, purtroppo dovrebbe essere abbattuto, dopodichè saremo poi pronti tutti a versare le consuete lacrime di coccodrillo, come è già successo con il Velodromo di Ligini all’EUR.

Infine come “amate l’architettura” tratteremo in altro momento, la solita mancanza di trasparenza palesata con la scelta di alcuni architetti italiani/romani (Desideri, Cordeschi,Tamburini ed altri) per progettare le cosiddette “opere minori”, di cui alcune sono/saranno pubbliche, avvenuta come al solito in sordina e non si sa con quali criteri. Mentre si “strombazzavano” con il solito “provincialismo” tutto italiano i nomi delle archistar Libeskind e Dan Meis, scelti dagli investitori per i progetti delle Torri e dello Stadio , su quelli italiani, scelti da chi ???, calava “un omertoso silenzio”.

Purtroppo anche in questo si misura la distanza che divide noi che pensiamo che 18.000 iscritti, per parlare solo di quelli di Roma, dell’Ordine degli architetti più grande d’Europa, meritano rispetto e chi invece continua ad applicare “metodi ottocenteschi” alla Marchese del Grillo “io so io e voi nun siete un c…….. Ma qualcuno aveva già previsto tutto con qualche anno di anticipo come solo pochi sanno fare. E purtroppo restano quasi sempre inascoltati. Ma tant’è!!!

L’urbanistica? E’ ormai figlia dell’architettura.

E l’architettura ridotta a pura forma assorbe tutto il dibattito culturale. Diventa il paradiso delle archistar.

Si bada più al singolo progetto che non al disegno complessivo. Più al singolo manufatto che non alla città.

Più all’individuo che non al collettivo. Occorre invece che l’urbanistica recuperi la sua linfa sociale.

Un uomo, un’idea, un progetto non cambiano niente. Può riuscirci solo un lavoro faticoso, paziente, di tante persone. Solo la società può cambiare la società.”

(Italo Insolera – Intervistato da Francesco Erbani per La Repubblica nel 2010)

Piano Casa Lazio – Il punto della situazione

22 Gennaio 2014

Rilanciamo questa riflessione sul Piano Casa apparsa sul sito della rete150k.

Roma 22/01/2014 – Si è svolto pochi giorni fa presso la Casa dell’Architettura di Roma un interessante convegno sul Piano Casa della regione Lazio. E’ stata un occasione per fare il punto, in maniera spesso critica, sulla situazione normativa attuale e sulle prossime evoluzioni e per avere dalla viva voce di alcuni dei principali “attori” un resoconto dettagliato sulla sua applicazione.

Mancavano a dire il vero alcune voci importanti, in primo luogo l’assessore regionale Civita, che avrebbe meglio di chiunque altro potuto esporre la direzione in cui la giunta Zingaretti ha intenzione di andare, e mancavano anche dei rappresentanti degli imprenditori, che avrebbero portato istanze più favorevoli alla deregulation che invece sono mancate. In un certo senso, benché la sede fosse la stessa del nostro Ordine, è mancata anche la voce degli architetti, o meglio dei professionisti (visto che di architetti ce n’erano) che rappresentassero anche l’interesse della categoria al “fare”. Tutti molto politicamente corretti, coloro che hanno parlato si sono troppo appiattiti sulle posizioni del “non fare”, spesso senza entrare del merito di cosa sia giusto fare o non fare. Il parterre di coloro che parlavano era quindi relativamente omogeneo e generalmente critico nei confronti della totalità della legge.

Chissà. Forse in troppi fra i colleghi che parlavano avevano preso sul serio l’articolo appena uscito sulle pagine del sole24ore a firma di Salvatore Settis su un ipotetico giuramento di Vitruvio, con cui ogni architetto, al pari di un medico, dovrebbe impegnarsi a salvaguardare il paesaggio al di là del proprio interesse professionale. O forse alcuni degli architetti che parlavano di fronte a certi problemi non si trovano, perché sono lontani dalla pratica di ogni giorno.

Il nostro punto di vista invece è inevitabilmente complesso e intimamente combattuto, sia perché nella nostra associazione convivono diverse anime, sia perché fare l’architetto oggi in Italia è così difficile che anche la boccata di ossigeno che deriva dal Piano Casa diventa irrinunciabile ai fini di una mera sopravvivenza. Per cui se il nostro intelletto si ribella all’idea di una città che cresce in assenza di pianificazione, le nostre tasche ci impediscono di mandare via un imprenditore, o semplicemente un proprietario di un immobile, che ci chiede di sfruttare al massimo le potenzialità della legge. E allora, come Socrate nel Critone, ci rimettiamo alla legge. La legge sia il confine e il limite del nostro operato.

Per cui, strano a dirsi, le parole più vicine alla nostra sensibilità professionale le ha pronunciate il consigliere dell’Ordine Alessandro Ridolfi, che ha richiamato l’attenzione sul quadro normativo, e sull’esigenza che abbiamo di muoverci in un contesto certo, che sia il più possibile stabile. Eh, sì. Non è possibile che in questo dannato paese le leggi cambino a ogni giro di giostra. Ma come si può operare in una simile condizione di incertezza? E’ chiaro che poi il professionista ne risulti penalizzato. Se anche una “legge finestra” , nata in teoria per durare solo tre anni, in questo breve periodo di tempo subisce tutte queste modifiche, come facciamo noi a lavorare? Ma questo, tranne le debole voce di Ridolfi, non lo ha detto nessuno, e forse avrebbe dovuto essere il grido da lanciare in questa occasione.

Uno degli interventi più interessanti della giornata è stato senza dubbio quello dell’assessore Giovanni Caudo. Se lo si dovesse giudicare in questi pochi mesi del suo mandato per ciò che dice in occasione degli incontri pubblici il primo giudizio che se ne dovrebbe dare sarebbe entusiasta. Quando viene invitato partecipa, non si sottrae, al punto tale che viene da domandarsi quando poi trovi il tempo di lavorare.

Comunque i suoi ragionamenti sono sempre incisivi e rispecchiano il ruolo che in questi anni sarà chiamato ad assumere, dare una direzione allo sviluppo di Roma. C’è bisogno di avere una “visione del futuro” e le capacità di metterla in atto, ogni tanto lo si sente dire . “Abbiamo ascoltato molto e adesso è venuto il momento di iniziare a fare” , è un’altra cosa che capita di ascoltare da parte sua. Anche in questo caso non si è presentato a mani vuote, a dire solo parole di circostanza, ma con qualcosa di più.

Eppure inizialmente sembra sottrarsi alla sfida del ragionamento sull’ambiente. Sembra cambiare strada, quasi sviare l’attenzione. E propone un altro tema. A ben vedere però il suo ragionamento sul futuro di una città in cui l’applicazione dell’articolo 3ter, sul cambio di destinazione d’uso, rappresenta la soluzione di tutti i problemi economici in questo tempo di crisi e di chiusura delle aziende, è per forza di cose centrale. L’azzeramento del patrimonio immobiliare destinato ad attività produttive e la sua sistematica sostituzione con civili abitazioni è una fotografia drammatica della situazione della capitale sulla quale non si può non riflettere. Cosa ne sarà di questa popolazione quando questa desertificazione sarà compiuta? Quando il tessuto produttivo scomparirà totalmente da certe zone sostituito da case e casette, loft ricavati in ex fabbriche e miniappartamenti ricavati da ex capannoni artigianali. Ma anche in questo caso, non è di ambiente che si parla? Non è un ecosistema produttivo che dovremmo salvare? O si pensa che noi architetti dovremmo limitarci al dato estetico del paesaggio?

Poi ci parla di numeri. E anche qua le parole non suonano vuote. I numeri relativi alla sua applicazione rappresentano la vera sostanza di una legge, le sue conseguenze pratiche. E’ un’altra fotografia sullo stato delle cose. Ci porta quindi argomenti di riflessione, non risposte, e in effetti non può essere lui il nostro interlocutore, visto che parliamo di una Legge Regionale che Roma non può che applicare, benché ci sarebbe da chiedersi se tutte le contorte circolari interne al Dipartimento di Programmazione e Attuazione Urbanistica rappresentino la mera attuazione di una legge o il tentativo da parte di un Comune di legiferare autonomamente.

Ci parla anche di principi. Il principio fondamentale che una città cresca nell’ambito di una pianificazione urbanistica, che questa legge calpesta impunemente, e sul quale lui invece sarebbe d’accordo, ma in realtà non può nulla. Ci cita piccoli e grandi esempi dei danni che questa legge sta facendo. Le anomalie che potrà generare una non corretta competizione fra chi ha pagato un area a prezzi di mercato e chi beneficia di un regalo insperato. Il principio di intervenire sul già costruito, che è il suo cavallo di battaglia, la sua visione del futuro, e che questa legge conterrebbe, nella misura in cui viene messa in pratica “a impatto urbanistico quasi nullo”.

E infine parla dei correttivi che avrebbe voluto apportare di comune accordo con il suo corrispondente in Regione, il grande assente di questo convegno, l’assessore regionale Civita. E’ forse questo è un po’ il dato più deludente. Questa continua pretesa di cambiare le carte in tavola a partita in corso. Ma come si fa solo a pensare di modificare questa legge poco prima che ne scadano i termini di applicazione, a gennaio 2015. E’ puro sadismo nei confronti degli operatori del settore. Quindi come al solito si conferma l’impressione generalizzata che ciò che lo Stato, nelle sue varie manifestazioni, dice ha una validità relativa. Oggi vale, domani no, dopodomani forse. Una situazione basso medioevale in definitiva, in cui l’ascesa al potere di un nobile poteva cambiare usi e costumi dei sui vassalli. Non c’è dubbio, le intenzioni sono migliorative, ma il principio è perlomeno dubbio.