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Niente è trasmissibile se non il pensiero

Svanita l’idea che le competenze grazie alle quali hai abbracciato una professione o hai intrapreso un’attività lavorativa siano quelle utili per l’intera vita professionale. Svanita la certezza di potersi ragionevolmente attendere una pensione soddisfacente in seguito a una carriera fortunata. Tutte queste inferenze dal presente al futuro, (…) sono state spazzate via.

Così, qualche giorno fa leggevo su un quotidiano l’incipit di Tony Judt, illustre storico del Novecento e pensavo “ sembra scritto proprio per noi architetti” ma in realtà è la cruda constatazione che i vari decreti e riforme di cui siamo oggetto, come inermi professionisti, (terribile casta da 15/20.000 € annui medi), si iscrivano in un disegno molto più ampio che segue il trend del liberismo oligopolistico, un laissez faire globale in salsa italiana che libera il mercato (per noi le imprese, le pubbliche amministrazioni, le S.p.A ecc..), dalla trasparenza, dai vincoli tariffari e relega noi professionisti ad un ruolo subalterno di “servizio” che forse sarebbe meglio definire come opera servilia in contrapposizione al servizio di alto livello intellettuale che ha origine con le arti liberali, caratteristici delle persone libere intellettualmente ma legate ad un codice deontologico oltreché legale, cioè dai liberi professionisti.

Sul piano del rapporto privato-professionisti, invece, le tariffe erano, già da tempo, di molto al di sotto dei minimi, essendo l’offerta ben più grande della relativa domanda, perchè il libero mercato dei privati è inesistente.

Il piano storico e il piano sociologico dimostrano che il fenomeno delle professioni liberali si pone in posizione centrale rispetto alle esigenze, ai bisogni, alle domande che sorgono dalla società e dall’economia. Esso è in grado di produrre beni, immateriali, di importanza primaria in rapporto alla protezione dei diritti e al soddisfacimento di rilevanti interessi collettivi.

Ciò che dobbiamo chiedere oggi ai politici, ai legislatori, ai nostri inutili e dannosi rappresentanti, è una nuova legge per l’architettura che designi, come quella francese, l’architetto come coordinatore, a capo di tutti i processi che concorrono alla definizione di un progetto e un’opera di architettura, che sebbene sembri un’ovvietà lapalissiana è attualmente contraddetta nei fatti sia dal Codice degli Appalti pubblici che dal Regolamento, oltrechè dalle varie proposte avanzate in ultimo da ilsole24ore e documentate da Amate l’Architettura.

Fortunatamente, per noi, queste timide proposte dormono nelle varie commissioni parlamentari, perché tutte quante, persino quella di iniziativa del Ilsole24ore, giornale di Confindustria, sebbene prenda il primo articolo quasi alla lettera, poi si dimentica di aggiungerci questo piccolo dettaglio, che cioè “chiunque desideri intraprendere dei lavori soggetti ad autorizzazione di costruire dovrà fare appello a un architetto per stabilire il progetto di architettura[…] senza pregiudizio al ricorso di altre persone partecipanti sia individualmente, sia in gruppo nella sua concezione”. (loi 77-2 du Janvier 1977 modifie sur l’architecture)

Questa stessa osservazione la inoltrai, in risposta, proprio a chi del ilsole24ore mi richiedeva la sottoscrizione e rimasi colpito del fatto che non avevano tenuto in minimo conto l’apertura di una discussione critica per la definizione e messa a punto, da parte degli addetti ai lavori, di una legge cosi importante ma fosse calata dall’alto come undici comandamenti! (febbraio 2011)

Ancor più fui colpito di come fu liquidata questa discussione dagli ordini in generale e in particolare dall’ordine di Roma che dedicò una serata e qualche timido e retorico commento, al tema avallando così, superficialmente (con dolo o con colpa?) ma corresponsabilmente lo stutu quo, in cui si trascina la nostra condizione di semiliberi professionisti.

Dopo di che, si può discutere,  e mi auguro che questa mia riapra una discussione su questo blog ma anche nei luoghi fisici dedicati) su tutti gli altri articoli di legge, sugli importi, sulle modalità associative, sull’equiparazione agli standards europei ecc.., ma niente sarà determinante per noi se non si porrà l’architetto a capo del processo che produce architettura, semplicemente perché l’architettura la fanno gli architetti!

E’ sotto gli occhi di tutti che, oramai, quasi la totalità delle gare pubbliche si vincano per i ribassi economici, con punte anche dell’85% ma anche e soprattutto del fatto che molte di queste si basano sul solo principio dei fatturati di categorie d’opera, che prescindono da una valutazione critica della qualità d’insieme dei candidati, determinando di contro improbabili cordate e matrioske societarie che relegano l’architetto ad uno dei prestatori di servizi in subordine.

La vera architettura, quella che apporta innovazione e che si lega alla propria tradizione culturale, fatta dai maestri, (che tutti studiamo?), per la quasi totalità dei casi, però, nasce in piccoli studi, scaturendo da un approccio libero, retto, disinteressato al profitto e veramente appassionato.

In una delle rare interviste di Peter Zumthor, Pritzker dell’architettura, in reazione alla etichetta che vorrebbe liquidare superficialmente il suo modo di lavoro come maniacale, Zumthor si dichiara essere un architetto passionale che non può fare a meno di curare e verificare nei minimi dettagli ciò che fa.

Chi lo avrebbe mai detto che un calvinista delle montagne svizzere fosse un passionale!

E voglio ribadirlo, questo non significa assolutamente la rivendicazione di una condizione, che superficialmente viene considerata “artigianale”, che rifiuta la competizione e il mercato, perché proprio per la sua dimensione controlla e verifica costantemente la validità della concezione architettonica, sempre attraverso il lavoro di equipe specialistiche , in coscienza e responsabilmente.

La configurazione di società d’ingegneria, la grande dimensione, la spropositata mole di fatturati richiesti per l’espletamento delle opere, traslano, banalmente, i problemi, che l’architettura è chiamata a risolvere da un piano culturale ad uno meramente economico e tecnico, ma non si grida per ogni dove che in Italia il problema è culturale!

E allora scriviamolo completo questo primo articolo: L’architettura è una espressione della cultura e del patrimonio artistico del nostro Paese. La Repubblica promuove e tutela con ogni mezzo la qualità dell’ideazione e della realizzazione architettonica come bene di interesse pubblico primario per la salvaguardia e la trasformazione del paesaggio …. di conseguenza, chiunque desideri intraprendere dei lavori soggetti all’ autorizzazione di costruire dovrà fare appello a un architetto per stabilire il progetto di architettura […] senza pregiudizio al ricorso di altre persone partecipanti sia individualmente, sia in gruppo, nella sua concezione.

Quello che mi preme qui, ora, è primariamente, smontare quei ragionamenti capziosi che surrettiziamente difendono interessi economici e di potere, che falsi politicanti, e mediocri architetti, propalano come quintessenza della democrazia e del mercato, che, però, non vale mai per tutti, (medici, notai).

A quei politici che, impunemente sostengono, per quanto sia stato abrogato il referendum contro il finanziamento pubblico ai partiti, di essere contrari all’ abolizione dei rimborsi elettorali perché c’è il rischio per la democrazia che la politica sia fatta solo dai ricchi, dico: Ma in una società dove i liberi professionisti sono sempre più schiacciati dalle grandi società di capitali e ridotti a rango di impiegati, non vi è forse il rischio, vero, che quella società diventi meno democratica, più iniqua e più acriticamente uniforme ad un pensiero dominante legato a leggi di mercato?

Questo è ciò che va difeso la propria indipendenza intellettuale, la propria moralità!

Tralasciando il fatto, non secondario, della bruttezza, spesso costosa, di tutto ciò che viene costruito come opera pubblica, molto spesso senza lo strumento del concorso di architettura.

Nel suo ultimo discorso, un mese prima di morire Le Corbusier, scrive questo discorso << (..) Si, niente è trasmissibile se non il pensiero, la summa del nostro lavoro. Questo pensiero potrebbe o no avere un destino vincente, forse, in seguito, assumere una differente e imprevista dimensione (…) Dobbiamo riscoprire la linea diritta che unisce l’asse delle leggi fondamentali, biologia, natura, cosmo. Diritta e Inflessibile come l’orizzonte del mare. Cosi come dovrebbe essere il professionista, diritto e inflessibile come l’orizzonte lo è sul mare, egli dovrebbe servire come una livella, come una linea certa, nel mezzo dei flussi e della mutevolezza. Questo è il suo ruolo sociale. Questo significa che egli deve vedere con chiarezza e averla ben a perpendicolo nella sua mente.

Moralità: non significa preoccuparsi delle glorie terrene, contare su se stessi, agire secondo coscienza. Non è giocando all’eroe che uno può agire, acciuffare incarichi e realizzare progetti. Tutto ciò avviene nella mente, nasce e cresce pian piano nel corso di una vita fuoriuscendo come una vertigine, e la fine verrà prima che noi possiamo realizzarlo>>[1]

[1] Le Corbusier ,Oeuvre complete- vol. 8 . 1965-69 ed. Birkhauser