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Olimpiadi: ragioni di un si o un no. Un approfondimento.

7 ottobre 2016

secondo-incontro-caudoSecondo incontro con il prof. Giovanni Caudo ex assessore all’Urbanistica dell’Amministrazione Marino sfiduciata presso lo studio di un notaio nell’ottobre 2015.

Le Olimpiadi sono state il tema del colloquio di mercoledi 28 settembre, presso l’aula magna della facoltà di architettura di Roma Tre in via Madonna dei Monti.

Un metodo nuovo, aldilà delle semplificazioni e delle ideologie aprioristiche, ha caratterizzato l’incontro. In sintesi:

a) perché SI, perché NO; b) come si costruisce una candidatura alle Olimpiadi; c) valutazione costi-benefici non solo per la costruzione dell’evento sportivo ma anche e soprattutto per il dopo evento-sportivo; d) capacità di dare continuità urbanistica e sociale alle opere delle Olimpiadi per riconoscere la loro sostenibilità ambientale e la loro possibilità di restare in vita con politiche di gestione e manutenzione fattibili e sostenibili sul piano tecnico-finanziario e) riqualificare e rigenerare luoghi urbani per creare attività lavorative tecnologicamente avanzate capaci di offrire occupazione qualificata.

La Città deve saper progettare con le energie positive ed innovative che produce al suo interno e deve essere progettata con opere funzionali al suo sviluppo sostenibile capaci di produrre dopo le Olimpiadi attività ad alto valore aggiunto.

Per risollevare l’asfittica economia romana incentrata sulla rendita immobiliare e finanziaria e su un terziario di basso livello non basta lo shock delle Olimpiadi ma occorre una strategia di largo respiro e di alto orizzonte.

E’ stata questa la filosofia di approccio con la quale il Comitato per la candidatura di Roma 2024 ha inviato al CIO (Comitato Internazionale Olimpico) nel febbraio 2016 il suo dossier Olimpiadi?

Sembra proprio di no, e non era sembrato neanche all’ex Sindaco Marino quando già dall’aprile 2015, mentre il CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) sceglie capitani di lungo corso e di innegabile prestigio capaci di fare lobbing come Luca Cordero di Montezemolo, nomina come consulente straordinario per Roma 2024 l’ingegnere catalano Enric Truno y Lagares che si era già occupato dei Giochi di Barcellona nel 1992 che avevano rigenerato quella città proiettandola nel futuro.  L’intenzione condivisa dal sindaco Marino era quella di coinvolgere le associazioni civiche, i sindacati, i cittadini tutti per dare corpo ad un’idea di Olimpiade portatrice di una trasformazione urbana al servizio dei quartieri soprattutto periferici.

Con questo spirito il 25 giugno 2015  viene  approvata in Aula Giulio Cesare  la “Mozione  sulla candidatura dì Roma ai XXXIII Giochi Olimpici e ai XVII Giochi Paralimpici del 2024” e il 15 luglio 2015 Il sindaco Ignazio Marino e l’Assessore all’Urbanistica Giovanni Caudo vanno a sostenere presso il CIO a Losanna la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024.

L’11 settembre 2015 Roma presenta ufficialmente la candidatura.

Leggiamo sul sito www.carteinregola.it:

Dopo una lunga riunione – si apprenderà alquanto animata – vengono pubblicati due comunicati:  sul sito del     CONI si afferma che è stata “verificata la possibilità di collocare il Villaggio Olimpico nell’area di Tor Vergata dove saranno realizzati nuovi impianti sportivi e completate le strutture esistenti. Un intervento che richiederà un progetto di collegamento con metropolitana tra l’area e il resto della città”;

 sul sito del Comune invece si parla  dell’area di Tor Vergata solo per ” costruire i nuovi impianti sportivi  e completare le strutture già esistenti come le Vele incompiute di Calatrava dei Mondiali di nuoto: un intervento, questo, che richiede un progetto di collegamento con metropolitana tra l’area e il resto della città“, mentre per i ” progetti di trasformazione urbana da mettere in campo per l’appuntamento olimpico” si intende  “partire dalla nascita di un parco fluviale del Tevere a nord di Roma ”   senza specificare ulteriormente il luogo della realizzazione del Villaggio Olimpico.   Il quotidiano Il Messaggero dà invece per scontata la localizzazione del Villaggio Olimpicoa Tor Vergata,  pubblicando addirittura    un rendering e riferendo che nel corso della riunione è stata sconfitta l’ipotesi elaborata dal Comune e dall’Assessore Caudo, che prevedeva la realizzazione del villaggio con un’operazione di rigenerazione urbana nell’area tra la Salaria e la Flaminia, zona Roma Nord, dove sorge l’areoporto dell’Urbe. La localizzazione tra il VI e il VII Municipio in parte sull’area dell’Università , sponsorizzata da Montezemolo e Malagò, secondo il quotidiano risponde  maggiormente alle caratteristiche necessarie per ottenere la vittoria, anche se non sono ancora  stati resi pubblici nè  i criteri imposti dal CIO, nè i progetti presi in considerazione, con le relative ricadute  – positive e negative – sulla città.

L’ipotesi Villaggio Olimpico a Tor Vergata, tuttavia, non è una novità: infatti già nel 1997, quando si pensava alla candidatura di Roma alle Olimpiadi 2004, si dava per scontato che il Villaggio Olimpico sorgesse proprio lì.

La localizzazione prevista dal sindaco Marino e dall’assessore Caudo per il Villaggio Olimpico – sarà in seguito precisato – sorgerà nell’area tra Salaria e Flaminia, con un’operazione di rigenerazione urbana nell’ex areoporto dell’Urbe, che, dopo le Olimpiadi,  sarebbe diventata  la  nuova città giudiziaria, accanto a un grande parco fluviale da restituire alla cittadinanza.

Le differenti concezioni urbanistiche che sottendono le scelte della localizzazione del Villaggio Olimpico rispondono alla domanda che ci dobbiamo fare quando diamo il nostro giudizio sulle Olimpiadi a Roma. Sono concezioni opposte ed inconciliabili.

Da una parte una scelta, quella di Tor Vergata del CONI, carente sul piano urbanistico, trasportistico e sulla destinazione d’uso futura con i suoi 17.000 posti letto distribuiti in appartamenti di grande metratura in un quadrante già gravato dalle cubature previste dal PRG per la vicina Centralità della Romanina e già depauperato dai collegamenti del ferro di superficie capaci di unire Tor Vergata e la stessa Romanina con le linee A e C della metropolitana.

Inoltre per realizzare il Villaggio Olimpico a Tor Vergata ci sarebbe stato bisogno di una variante al PRG per trasformare quell’area da verde pubblico ad edificabile.

Ma il problema non sarebbe stato certamente questo visto che anche per altre localizzazioni ci sarebbe stato bisogno di una variante.

I terreni di Tor Vergata sono stati espropriati e conferiti all’Università ai fini esclusivamente universitari. Trasformare il corposo volume edilizio in campus universitario dopo le Olimpiadi avrebbe prodotto un’offerta di residenze per studenti nettamente sproporzionata rispetto alla domanda.

Tor Vergata è molto lontana dal polo Stadio Olimpico-Foro Italico dove, secondo la classificazione del CIO, verranno assegnate più medaglie. Certamente non è da prendere in considerazione la proposta della realizzazione di una sorta di corsia preferenziale chiamata “corsia olimpica” che avrebbe dovuto tracciare tutte le strade (GRA compreso) che uniscono i due luoghi con le prevedibili ripercussioni quotidiane sul traffico di mezza Roma per gli spostamenti a rotazione di 17.000 atleti.

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Leggiamo ancora sul sito www.carteinregola.it:

Il 14 giugno 2016  sul Messaggero appare un comunicato  in cui il gruppo Caltagirone  annuncia una querela in seguito a   un servizio televisivo andato in onda  su La7 il 3 giugno, in cui l’ex assessore all’urbanistica Giovanni Caudo e l’assessore all’urbanistica in pectore Paolo Berdini commentavano la scelta del Comitato Promotore Roma 2024 di realizzare il Villaggio olimpico a Tor Vergata. Nel comunicato,  si specifica che “La società Vianini Lavori del Gruppo Caltagirone, insieme ad altre 9 imprese di costruzioni (e quindi senza alcuna esclusiva), è concessionaria dei lavori per l’Università. Ciò a seguito di gara europea vinta nel lontano 1987. La quota di Vianini Lavori nel Raggruppamento Temporaneo di Imprese è di circa il 33%.”. 

L’altra scelta, quella del Sindaco Marino e dell’assessore Caudo della localizzazione del Villaggio Olimpico nell’area Nord, si innesta all’interno di un recupero dell’Ambito Strategico Tevere previsto dal PRG vigente raccogliendo lungo il suo corso nord una serie di altre localizzazioni di impianti sportivi come continuazione delle Olimpiadi del 1960, di altri edifici ed aree di rilievo urbanistico, sociale e produttivo e di reti infrastrutturali esistenti.

Su questa inconciliabile diversità di vedute e di orizzonti si consumò la rottura tra Marino/Caudo ed il CONI di Malagò e Montezemolo.

Dunque basterebbe tutto questo per rispondere con cognizione di causa alla domanda iniziale. Oggi non si sarebbe dovuto dare un NO pregiudiziale o legato a paure di ruberie e di appalti truccati, ma un NO basato su questo genere di considerazioni.

Sulla questione dello Stadio del Nuoto e delle Vele di Calatrava riportiamo ancora un brano tratto dal sito www.carteinregola.it:

Nel 2005 viene  avviato il progetto della Città dello sport  dall’allora   sindaco  Walter Veltroni. Il costo previsto per la realizzazione  è di 60 milioni di euro, che diventano 120 milioni già all’atto dell’assegnazione dei lavori tramite gara d’appalto, vinta dalla Vianini Lavori del gruppo Caltagirone; la gestione dei fondi è  affidata alla Protezione Civile di Guido Bertolaso, che chiama Angelo Balducci per la gestione dei capitali. Tra il 2006 e il 2007, pur non avanzando i lavori, i costi di costruzione raddoppiano, 240 milioni di euro. Alla fine  i mondiali di nuoto non si disputeranno a Tor Vergata, in quanto la struttura non avrebbe potuto essere completata in tempo, e si opta per il Foro Italico, già utilizzato per i Campionati mondiali di nuoto 1994. Le Vele restano incomplete e inutilizzabili, la  cifra stimata per il completamente lavori è di 660 milioni di euro, 11 volte il prezzo iniziale (da wikipedia).

Anche per le vele di Calatrava il progetto del Comune era diverso da quello pensato dal CONI.

Nel novembre 2014 Calatrava consegnò al Comune un progetto di riuso delle Vele con una a destinazione Città della Scienza per l’Università di Tor Vergata.

Ritornando al dossier Olimpiadi presentato dal comitato per la candidatura di Roma 2024 al CIO nel febbraio 2016 (tutto in inglese senza copie tradotte in italiano) è stato ricordato che la metà del budget (1,7 miliardi di euro) previsto per tutti i Giochi va a Tor Vergata ma nella Città dello Sport non viene nominata la piscina dello Stadio del nuoto che rimane così indefinita.

La cifra è talmente spropositata rispetto alle effettive località di svolgimento delle gare (misurate dal CIO in medaglie assegnate) che il fatto si commenta da solo.

Sono stati inoltre fatti gli esempi di Parigi che si sta preparando al rush finale e di Londra e Barcellona che hanno trasformato in sviluppo urbano ed in opere utili alla città gli impianti sportivi, gli edifici e le infrastrutture costruite per i Giochi Olimpici.

Quindi, secondo Giovanni Caudo, il parametro di misura dell’efficacia di un’operazione Olimpiadi deve essere questo e non l’aumento rispetto al budget iniziale.

A patto che l’aumento del budget corrisponda ad un investimento capace di produrre benefici nel tempo.

A Londra nel 2012 il budget è aumentato del 101% e a Barcellona nel 1992 addirittura del 417% ma le città si sono trasformate e rigenerate. Ad Atene nel 2004 “solo” del 60% ma il bilancio della Grecia è andato a picco.

Siamo usciti alle 20 con la consapevolezza di aver le idee un po’ più chiare anche grazie agli altri interventi che si sono aggiunti a quello principale dell’ex assessore Caudo, come quelli del Censis, del giornalista della Gazzetta dello Sport, di docenti di Economia e di Architettura e dell’ex consigliere e presidente del Partito Radicale Riccardo Magi che ha ricordato le vicende e le ragioni del mancato Referendum sulle Olimpiadi.

Paolo Gelsomini è un architetto, membro di Carteinregola e portavoce del Coordinamento Residenti Città Storica.

Più che di un medico, Roma ha bisogno di un architetto.

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I due anni di “politica marziana” del dimissionario sindaco Marino ci hanno permesso di focalizzare meglio le dinamiche della Capitale, grazie proprio a quello che è stato e non è stato fatto.

Marino ha contribuito a portare in luce le dinamiche perverse della gestione degli appalti, delle partecipate comunali, dei potentati mafiosi.

Questo gli va riconosciuto.

Marino ha avuto anche il merito di spingere fortemente verso una partecipazione cittadina allo sviluppo della città. Noi di Amate l’Architettura abbiamo avuto esperienze dirette in due occasioni: nell’area delle ex caserme di via Guido Reni (Qui i nostri sette articoli sulla vicenda delle ex caserme: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7) e per i cosiddetti piazzali est e ovest della stazione Tiburtina.

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Purtroppo la sua azione non è andata molto oltre, sicuramente anche a causa della assoluta inadeguatezza delle persone che compongono il suo partito a Roma.

Colpisce tuttavia, sui mezzi di informazione, l’assenza da tutti i commenti su una questione che a noi risulta lampante: questa consiliatura, come tutte le precedenti degli ultimi 30 anni, non ha mai proposto un’idea di città.

Sembra un discorso un po’ astratto, da architetti frustrati, ma a pensarci bene per una città, con problemi enormi e pochi soldi per risolverli, il modo migliore di razionalizzare le soluzioni è progettarle, possibilmente con soluzioni creative.

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Facciamo un esempio facile facile.

Il problema dei problemi dell’Urbe è il traffico. Il traffico si risolve con un trasporto pubblico efficiente (non con i parcheggi in centro!) con i disincentivi ad utilizzare mezzi privati ad elevato impatto ambientale (l’automobile) e con l’incentivo ad utilizzare quelli privati sostenibili.

Riguardo a questo punto è dimostrato dall’esperienza di altri contesti che la creazione di una rete efficiente di ciclabili, unita alla possibilità di utilizzo con bici dei mezzi pubblici, può scaricare un minimo di un 20% – 30% del traffico. L’unica proposta pervenuta in questi due anni, mentre andavano in malora le ciclabili esistenti, è stata quella di creare un circuito cittadino, il GRAB con l’unione di parchi, ciclabili esistenti e un paio di chilometri di ciclabile nuova.

Peccato che questo circuito sia un anello fine a se stesso, un percorso di svago per i fine settimana.

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Ben altra cosa era un progetto di ciclabili su sette strade consolari romane uniti a due percorsi anulari di congiunzione, presentato da #salvaiciclisti e rete mobilità nuova. Un vero progetto di mobilità alternativa, che dovrebbe essere integrato da un piano di riassetto urbano.

Durante questo periodo abbiamo assistito ad operazioni puntuali di immagine (la chiusura di via dei Fori Imperiali senza un piano di riassetto del centro storico), di speculazione (il nuovo stadio della Roma su aree a verde pubblico e privato e su terreno golenale, gravato con cubature incredibili non attinenti allo sport) e addirittura ad iniziative personali contrarie ai risultati di processi partecipativi già avviati, come nel caso del fermo di un anno a causa del sostegno del sindaco al progetto di un parco lineare sulla ex sopraelevata.

Roma ha grandi problemi ma altrettante potenzialità inespresse, come nel caso dei mercati rionali, (dove abbiamo partecipato al convegno “Un mercato non è solo un mercato” organizzato Carteinregola, presente l’Assessore Caudo) e ad un altro dal titolo: “Portare con se la biodiversità: piante e popoli che si muovono” del CNR, all’Expo di Milano 2015 (qui lo storify del nostro contributo) .

Torniamo a pensare ad una idea di città, coinvolgendo la gente, le associazioni e soprattutto quelli che le sanno progettare, gli architetti.

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Nutrire il quartiere

L’intervento di Amate l’Architettura al convegno organizzato da CarteinregolaUn mercato non è solo un mercato” è stato impostato per fornire al pubblico una rapida panoramica delle esperienze internazionali in materia di recupero e gestione dei mercati coperti. Partendo dal titolo (preso in prestito da quello dell’EXPO’) abbiamo cercato di fornire una serie di spunti estremamente concreti ma al tempo steso fortemente “visionari” di come i mercati agroalimentari contribuiscano a “nutrire” le città oltre che da un punto di vista fisico anche da quello prettamente culturale, in quanto luoghi di aggregazione sociale e di incontro. Dove naturalmente il verbo “NUTRIRE” in un’accezione più ampia include la “nutrizione” culturale e sociale, con le quali le attività commerciali devono assolutamente integrarsi e convivere, se vogliamo salvare la funzione importante del mercato rionale. E questo deve avvenire attraverso le trasformazioni sia fisiche (quindi architettoniche ed urbanistiche), che di ampliamento e di coinvolgimento di altre attività (ludiche, sociali, culturali, artigianali).
Da un punto di vista della rappresentazione abbiamo preferito dare rilevanza alle suggestioni comunicative delle immagini riservandoci di fornire dati di dettaglio in una sede successiva. Questa scelta è stata fatta anche in previsione che gli altri interventi avrebbero concentrato le loro esposizioni su aspetti fortemente documentari e nozionistici, come è in effetti avvenuto e quindi il nostro intervento voleva essere una sorta di esposizione complementare ai ragionamenti tecnici dei colleghi partecipanti al crdvonvegno.

La presentazione realizzata con Prezi è visibile a questo link.

Il primo aspetto su cui ci siamo focalizzati è stato sul valore aggiunto che deriva dalla presenza dei mercati nelle città. L’idea di fondo è quella di provare ad invertire la scala di valori con la quale tipicamente ci si approccia al tema del recupero dei mercati. Infatti la domanda tipica con cui le amministrazioni affrontano il problema dei mercati è: Dove e come troviamo le risorse per valorizzare il mercato ?. Dalla osservazione dei mercati nel mondo è possibile, almeno concettualmente, invertire il tema: sono i mercati che danno alla città (e al quartiere) il valore aggiunto necessario per consentirne il recupero. Se si guarda alle realtà più famose si osserva come nella fascia mediterranea il mercato è un elemento caratterizzante del paesaggio urbano. Il luogo mercato è uno spazio talmente forte e attrattivo da essere l’elemento trainante non solo del paesaggio urbano ma anche dell’immaginario turistico culturale della città. Citiamo innanzitutto il Mercato Egizio a Istanbul (mercato delle Spezie), secondo mercato cittadino dopo il Gran Bazar; il Suk di Marrakech e la rete di mercati popolari che caratterizzano Palermo (Ballarò, Vucciria, Capo). In tutti questi casi la tradizione del mercato agroalimentare è connaturata con la cultura e con il territorio e l’elemento mercato costituisce l’ossatura portante della vita urbana. Rimanendo in area mediterranea ma in epoca più recente abbiamo individuato alcuni esempi ottocenteschi di mercati coperti, che indipendentemente dalle modalità di gestione costituiscono esempi di “architetture” fortemente caratterizzanti della struttura urbana. Dalla variegata esperienza iberica citiamo il Mercado Central di Valencia e il Mercado Bolhao di Oporto; entrambi mercati storici pienamente attivi e molto frequentati anche da turisti. Allo stesso modo il mercato Les Halles di Narbonne si caratterizza pere essere un centro nevralgico in una città altrimenti povera di altre emergenze architettoniche significative.
Abbandonando la fascia mediterranea, tipicamente legata a tradizioni agroalimentari molto forti, scopriamo come anche nelle regioni scandinave e anglosassoni, dalle quali ci si aspetterebbe meno attenzione a questa tipologia urbana, si registrano esperienze nelle quali la destinazione d’uso agroalimentare viene fortemente valorizzata e sostenuta. È il caso dei due mercati di Saluhall a Stoccolma e di Kauppahalli a Helsinki. Un discorso leggermente separato che vale la pena citare è il caso del Covent Garden a Londra dove le attività turistico culturali hanno progressivamente soppiantato il vecchio mercato (attivo fino al 1974); di cui oggi restano solo poche bancarelle.
Al di fuori delle esperienze europee abbiamo ritenuto opportuno inserire due esempi diametralmente opposti. Da una parte nel solco della tradizione occidentale vale la pena citare il Chelsea market a New York, dove non a caso Giovanni Rana ha previsto uno dei suoi cinque ristoranti aperti in tutto il mondo; segno evidente che l’ambiente del mercato è internazionalmente riconosciuto come un luogo di attrattiva. Dall’altra, spostandoci in oriente abbiamo voluto citare il mercato Ben Thanh di Ho Chi Minh City realizzato in epoca coeva alla realizzazione delle poste attribuite a G. Eiffel; il mercato mantiene quello spirito ingegneristico. è interessante notare come la struttura nasca dall’esigenza ottocentesca (e coloniale) di dare alle zone di mercato preesistenti una organizzazione che ne consenta la gestione urbanistica e ne favorisca il controllo sociale; i cittadini vietnamiti hanno tuttavia saputo appropriarsi nel tempo dello spazio e tuttora costituisce uno dei luoghi più interessanti e visitati della città.
Da questa prima carrellata appare evidente come il luogo mercato sia di per se un luogo universalmente riconosciuto come luogo di attrazione. In generale una tipologia di spazio che conferisce valore all’ambiente urbano. Non è quindi puramente retorico affermare che la rete dei mercati rionali romana contenga al suo interno già ampie potenzialità di valorizzazione in grado di fare leva principalmente sulla destinazione d’uso agroalimentare. Da questo punto di vista riteniamo estremamente interessanti sia gli interventi di natura storica (Do.co.mo.mo. e altri) che quello del dipartimento Risorse per Roma che hanno ben evidenziato quanto sia ricca estesa e radicata la rete mercatale. È tuttavia evidente che per estrarre questo potenziale è necessario prevedere una trasformazione delle modalità di fruizione dei mercati che ne stimolino da una parte la frequentazione anche in orari diversificati e dall’altra consentano l’ottimizzazione degli spazi consentendo utilizzi e destinazioni d’uso diversificate.
La panoramica prosegue quindi riportando esempi di strutture europee che hanno come elemento caratteristico la diversificazione e l’efficientamento dell’offerta (o al contrario per alcuni casi limite la loro estrema specializzazione), sia introducendo nuove funzioni e sia attuando nuove politiche di orario. Si parte di nuovo dall’esperienza iberica citando la Bouqueria di Barcellona che oltre ad essere il fulcro della Rambla è famosa per la possibilità di consumare pasti a pranzo; il mercato ospita inoltre una scuola di cucina molto attiva. A Lisbona merita di essere citato il Mercado da Ribeira completamente ristrutturato e destinato per metà ad ospitare banconi per la consumazione dei pasti e negozi. Tornando in Spagna a Madrid il Mercado de San Miguel, dichiarato Bien de Interés Cultural, è stato recuperato con un intervento finanziato da privati e riaperto al pubblico nel 2007; dove al suo interno sono ospitati, oltre al mercato, anche diversi negozi e ristoranti. Con lo stesso spirito risultano degni di attenzione il Mercato Centrale Nagycsarnok a Budapest, il Borough Market a Londra e il Central Market Hall di Sofia. Completano questa sequenza l’Arminius Marketkhalle di Berlino, recuperato grazie ad una azione popolare che si è opposta alla sua demolizione, e il Mercato centrale di San Lorenzo a Firenze, recuperato su progetto di Archea.

L’ultimo capitolo della nosstra carrellata si concentra sulle esperienze che si caratterizzano per una maggiore presenza architettonica contemporanea. un primo esempio tutto itlaiano è caratterizzato dall’intervento di risistemaizone di Porta Palazzo a Torino, uno dei più grandi mercati all’aperto d’europa, fulcro di un piano più ampio di recupero del Quadrilatero; oltre alla sistemaizone e alla riorganizzazione delle strutture esistenti l’intervento si caratterizza anche per l’edificio di supporto logistico progettato da Fuksas. Il progetto per il recupero del Mercato di Santa Caterina a Barcellona, dello studio Miralles Tagliabue, si caratterizza per la il grande impatto architettonico della copertura, al tempo stesso estremamente moderna ma, grazie all’uso delle piastrelle policrome di rivestimento, anche molto bene inserita nel contesto.
Per richiamare di nuovo una esperienza extraeuropea vale la pena citare, per l’equilibrio formale e materico, il mercato di Yusuhara progettato da Kengo Kuma.
Concludiamo questo “viaggio nei sogni” con il progetto  per il Markthall a Rotterdam di MVRDV. Un intervento di recupero urbano per il quale il Comune di Rotterdam ha lanciato un bando di concorso tra cinque diversi svuluppatori di Real Estate; l’idea finale prevede un edificio multifunzione (residenziale, commerciale, sociale) centrato appunto sulla presenza al suo interno di un mercato agroalimentare.

Un cenno a parte è stato fatto sulla possiblità dei mercati di fare rete. Soprattutto a Roma, che vanta una diffusione capillare degli spazi in tutto il territorio urbano, varrebbe la pena sfruttare questa capillarità, anche seguendo il modello delle mappe digitali parigine, per diventare fulcro di relazione delle amministrazioni con il territorio. una tecnologia facilemtne impiegabile è quella di iBeacons, già adesso utilizzata ad esempio per EXPO2015.

Concludendo l’intervento abbiamo focalizzato le principali caratteristiche dei mercati analizzati:
– Centralità del mercato,
– Multifunzionalità,
– Differenziazione dell’offerta,
– Politica degli orari,
– Partecipazione,
– Attività sociali ed artigianali

Qui di seguito riportiamo il video realizzato appositamente per l’evento da Tiziana Amicuzi con fotografie di Giulio Paolo Calcaprina e di di Giorgio Mirabelli, musiche di Francesco Ornielli.

Gruppo di lavoro di Amate l’Architettura: Tiziana Amicuzi, Lucilla Brignola, Giulio Paolo Calcaprina, Ilaria Delfini,  Giorgio Mirabelli, Giulio Pascali

La sorpresa di Pasqua: chi ha partecipato al concorso del Flaminio.

Sul sito del “Concorso Progetto Flaminio”, a cura di CDPI sgr, sono stati pubblicati senza nessuna nota informativa, per quanto ci risulta, i nomi dei 241 Gruppi di progettazione che hanno partecipato al Concorso e la loro composizione. Il tutto è stato fatto, come al solito, in “sordina”, che ci sembra sia il “marchio di fabbrica” di questo Concorso e di chi lo gestisce, almeno sotto l’aspetto della comunicazione, visto il profilo basso che si è scelto e, ancora una volta, non si capisce il perché, dato che il numero dei partecipanti è stato consistente, appunto 241, di cui 150 Gruppi Italiani, 83 Europei, 4 Americani, 2 Canadesi e 2 Cinesi.

Noi di Amate l’Architettura abbiamo fatto parte del Laboratorio di Progettazione Partecipata, contribuendo alla stesura del documento che fa parte del DPP (Documento di Progettazione Preliminare) consegnato ai 6 Gruppi finalisti della 2° Fase. Ma dall’inizio siamo stati e continuiamo ad essere assolutamente contrari al Bando, per come è stato articolato, ed a questa formula di Concorso che è stata scelta, anche per la “natura ambigua” del Soggetto banditore, e per questo motivo abbiamo lasciato il Laboratorio e rinunciato a partecipare all’incontro con i 6 finalisti e la Giuria del Concorso, che si è svolto il 23 Marzo scorso al Maxxi.

Ecco il nome dei 6 finalisti del concorso:

Juan Navarro Baldeweg (Madrid)

Studio 015 / Paola Viganò (Milano)

Caruso St John Architects (Londra)

KCAP Architects&Planners (Amsterdam)

Labics – Paredes Pedrosa Arquitectos (Roma-Madrid)

Ian+ (Roma)

Sinceramente, fino a questo momento non abbiamo colto nessun buon motivo per pentircene.

Tutto ciò non ci impedisce, naturalmente, di continuare a “monitorare” con attenzione quello che succede intorno al Concorso ed al Progetto Flaminio. Così, per caso, abbiamo scoperto che, senza nessun avviso, era stato pubblicato l’elenco-dei-partecipanti e la cosa più interessante, almeno per noi, è stata quella di verificare che, oltre alla quantità, anche la qualità dei Gruppi è di notevole “caratura” ed importanza, sia a livello nazionale che internazionale.

Infatti è presente un nutrito numero di Progettisti, molti “di chiara fama”, di cui sarebbe stato interessante valutare “a caldo” il loro approccio al tema del Concorso, senza per questo mettere in discussione la scelta dei 6 finalisti, ma solo per un democratico, civile e trasparente confronto dialettico e di opinioni. di natura urbanistico-architettonica. Sarà anche vero che il momento di crisi “terribile” che stiamo attraversando colpisce tutti, o quasi, indiscriminatamente, per cui anche i grandi studi di progettazione e/o le cosiddette archistar, “soffrono” come noi poveri mortali.

Ma non bisogna nemmeno dimenticare l’attrazione che hanno esercitato indubbiamente il valore e la qualità riconosciuta dell’intero quartiere Flaminio in cui si trova l’area oggetto del Concorso, a conferma dell’ottima scelta dell’Amministrazione di Roma e del II° Municipio di portare finalmente a compimento la riqualificazione degli stabilimenti militari di Via Guido Reni, da vent’anni circa in stato di completo abbandono.

Per capire di chi stiamo parlando indichiamo solo alcuni dei progettisti partecipanti, che non hanno, crediamo, bisogno di presentazioni nemmeno per i non addetti ai lavori: Gregotti Associati, Mario Cucinella, Cino Zucchi, Purini / Eisenman, Sartogo Architetti, Stefano Boeri (Italiani), Rafael Moneo, Zaha Hadid, Studio Libeskind, David Chipperfield, Christian De Portzamparc, Bernard Tschumi (Stranieri).

Per un attimo ci siamo illusi che forse avremmo finalmente trovato sul sito anche le immagini delle 241 proposte arrivate, e si sarebbero potuti in qualche modo capire anche i criteri adottati dalla Commissione giudicatrice nella scelta dei 6 finalisti, visto che, come è stato più volte ripetuto, la selezione non si è tenuta basandosi solo sui curriculum, ma anche su una proposta progettuale di massima.

Su questo punto concordiamo, anche perché solo sulla base dei curriculum sarebbe stato arduo se non impossibile scegliere tra Gruppi di progettisti come quelli nominati sopra.

Oltretutto nell’intero elenco, e solo secondo le nostre modeste conoscenze, ne abbiamo contati almeno 25/30 di Gruppi più o meno dello stesso spessore, senza nulla togliere, dal punto di vista qualitativo, ai 6 Gruppi finalisti. Ma viene da sé che anche affiancando ai curriculum 2 Tavole in formato A3 per dare un’idea progettuale di massima, il tasso di discrezionalità diventa enorme ed espone qualsiasi giuria anche la più integerrima e “disincantata” del mondo, a critiche e sospetti.

Ecco perché ci siamo battuti affinchè il Concorso fosse aperto a tutti senza vincoli di nessun tipo ma, soprattutto, che fosse ANONIMO, che è l’unica garanzia che abbiamo oggi che sia il progetto a vincere e non il progettista.

Tanto per fare un esempio.

Per mesi abbiamo sentito ripetere lo slogan “Basta con le archistar”, saranno scelti ed “invitati” quei 5/6 gruppi che dimostreranno con i loro progetti un approccio adeguato alla particolarità dell’area ed all’impotanza dell’intero quartiere e della città.

E su tutto ciò noi eravamo e siamo in linea di massima completamente d’accordo.

Ma non si poteva certo impedire a nessuno di partecipare e quindi quello slogan rischia oggi di apparire una specie di minaccia, che a leggere i nomi dei 6 Gruppi finalisti, potrebbe portare ad affermare “Missione compiuta”.

Un “sospetto” invece che poteva e doveva essere cancellato immediatamente pubblicando subito i 6 progetti finalisti insieme a tutti gli altri partecipanti, spiegando con quali criteri erano stati scelti e assumendosene la piena responsabilità.

Purtroppo però, a tutt’oggi, dopo quasi un mese dall’esito della 1° fase del Concorso, le immagini non le abbiamo trovate e dobbiamo prendere atto che anche l’aspetto più “brutalmente propagandistico” sulla quantità e la qualità dei partecipanti non è stato ritenuto “degno” di essere pubblicizzato con il dovuto orgoglio e compiacimento. Ed anche questo fatto merita un PERCHE’???

Per questo motivo Amate l’Architettura ha deciso di chiedere ai partecipanti al Concorso di mandarci una tavola della proposta presentata e la pubblicheremo noi sul nostro sito.

Area ex caserme Guido Reni. Noi lasciamo il laboratorio.

Cari lettori,

dopo l’esito della 1a Fase del Concorso “Progetto Flaminio”, con la scelta dei 6 finalisti che oramai tutti conoscerete, l’assessore Caudo, con alcuni membri della Commissione giudicatrice “guidata” dal Prof. Garofalo, hanno indetto una riunione per il 17 Marzo scorso, all’interno delle Caserme, per presentare al Laboratorio di partecipazione il famoso DPP (Documento di Progettazione Preliminare) che non era stato fornito ai partecipanti della 1° Fase ed era stato, per noi, uno degli elementi più importanti di contestazione insieme alla formula scelta per il Concorso.

La riunione, alla quale eravamo presenti, è stata molto “vivace” specialmente per gli appunti fatti da Cittadinanza attiva (Riccardo D’Aquino) e da noi di A l’A, tanto che non avevamo mai visto l’assessore Caudo così nervoso e contrariato. Punto principale della contestazione il fatto che l’Amministrazione avrebbe consegnato ai finalisti del Concorso tutto il documento del Laboratorio per intero (fatto positivo), ma da parte loro non ci sarebbe stata alcuna indicazione di carattere urbanistico-architettonico, per lasciare alla sensibilità dei progettisti la più ampia gamma di possibilità espressive. Come dire “abbiamo fatto lavorare per 6 mesi circa 15 associazioni e movimenti di cittadini che hanno prodotto un documento corposo e di grande qualità che vi consegniamo, però voi potete fare quello che vi pare“. Come minimo ci si aspettava che almeno alcune parti importanti del documento sarebbero state fatte proprie dall’Amministrazione.

Dopo la riunione ci siamo fermati a parlare per un bel po’ con il Prof. Garofalo fuori dalle caserme e lì si è capito che per grandi linee la strada da percorrere era stata già tracciata e che non c’era spazio per eventuali “correzioni”. Oltretutto per il lunedì successivo 23 Marzo era stato già fissato un appuntamento dei 6 finalisti con la Giuria del Concorso, al quale, come promesso da Caudo, ma non compreso nel Bando del concorso, sarebbero potuti intervenire anche i rappresentanti del Laboratorio per un incontro con i 6 finalisti di circa 45 minuti con un massimo di 7/8 domande, in totale, da porre.

A questo punto, facendo seguito a tutto il nostro percorso all’interno del Laboratorio e la dura posizione contraria, presa sulla formula e sulla “natura” del Concorso messo in atto, interessando, è bene ricordare, anche l’Ordine degli Architetti, si è presa la decisione di abbandonare il Laboratorio comunicandola tempestivamente sia all’Assessore Caudo che al Presidente del II° Municipio Gerace, di cui vi alleghiamo in calce il testo inviato.

Abbiamo infine rese pubbliche le nostre perplessità in un’intervista su La7 resa a Vittoria Iacovella, andata in onda il 21/03/2015.

All’Assessore alla Trasformazione urbana di Roma

Giovanni Caudo

Al Presidente del II° Municipio

Giuseppe Gerace

Oggetto: Laboratorio di Partecipazione (Progetto Flaminio)

Egr. Assessore ed Egr. Presidente

Dopo l’incontro avvenuto lo scorso 17 Marzo, per un normale e corretto principio di coerenza e di onestà intellettuale, “amate l’architettura”, da noi rappresentata, ritiene di dover interrompere un percorso che non è più compatibile con quanto da noi espresso e documentato sia all’interno che all’esterno del Laboratorio.

Riteniamo doveroso, sia a livello personale che di movimento, ringraziaVi per averci dato la possibilità di partecipare ad una occasione fino ad oggi per noi unica e straordinaria sotto tutti gli aspetti. Cogliamo l’occasione per ringraziare anche tutto il Gruppo tecnico di Risorse per Roma guidato dall’Arch. Maurizio Geusa

Buon proseguimento e Buon lavoro

Cordialmente
Giorgio Mirabelli e Lucilla Brignola
“Amate l’Architettura”

Concorso area ex Caserme Flaminio: si è mosso l’Ordine degli Architetti

13 febbraio 2015

La vicenda del concorso dell’area cosiddetta “ex caserme” al quartiere Flaminio di Roma, un’area, lo ricordiamo ai nostri lettori, di 5,1 ettari in una zona centralissima e perciò strategica, è paradigmatica della prassi che si è instaurata nella Pubblica Amministrazione, progressivamente, da circa venti anni.

Ce ne siamo già occupati in una lettera aperta all’Assessore Caudo (Assessore alla Trasformazione Urbana del Comune di Roma) del 6 novembre 2014 e in un articolo del 19 gennaio 2015.

La logica è questa: Io (P.A.) devo agire e per questo motivo mi riservo, a mio insindacabile giudizio, di decidere chi dovrà progettare. Ovvero non privilegio il progetto migliore bensì il progettista che ritengo più idoneo secondo un mio imperscrutabile criterio di valutazione, ergo devo avere le mani libere da tutti i lacci della procedura pubblica. Questo è quello che è accaduto nel caso in questione: è stata acquisita un’area demaniale (soldi pubblici) da un organismo di natura giuridica privata (Cassa Depositi e Prestiti Investimenti sgr), di cui tuttavia l’azionista di maggioranza (CDP) è una s.p.a. ed è pubblico; è stata promossa dal comune un procedimento di progettazione partecipata con la popolazione residente (soldi pubblici), ma quest’Ente si rifiuta di mettere in atto una procedura concorsuale aderente a quella prevista per gli appalti pubblici.

Qual è il problema? Alcuni colleghi faticano a capire il perché della nostra levata di scudi, altri, addirittura, ne sono infastiditi.

Il problema nasce dal fatto che è stata messa in atto una procedura concorsuale – palese e non anonima – nella quale i termini di valutazione non sono definiti (si sono chiesti, nella prima fase curricula e progettini senza spiegare quale sarà il criterio decisionale), i componenti della commissione giudicatrice slittano da una fase del processo all’altra (fatto assai irrituale!), il Documento di Progettazione Partecipata, che dovrebbe essere alla base del Concorso non è ancora pubblico ma intanto questo stato indetto.

Forti di queste argomentazioni e di altre, ci siamo rivolti all’istituzione territoriale preposta al controllo di queste procedure: l’Ordine degli Architetti di Roma.

L’Ordine, con apprezzabile solerzia, ha valutato anche la nostra segnalazione e ha immediatamente scritto a Cassa Depositi e Prestiti Investimenti sgr (e in copia al Comune di Roma ed al CNA) invitandola ad “attivare una procedura ad evidenza pubblica secondo quanto stabilito dall’attuale normativa”.

C.D.P.I sgr, il 28 gennaio 2015, ha risposto che la sua natura giuridica è privatistica “non rientrando, sotto alcun profilo, nella nozione di “amministrazione aggiudicatrice” (cioè non si sentono sottoposti all’obbligo del rispetto dei bandi pubblici), ma che, per graziosa concessione, “ha comunque deciso di procedere ai fini dell’affidamento della progettazione del masterplan dell’Area, a un concorso internazionale di progettazione, caratterizzato dalla massima trasparenza e apertura alla concorrenza” (sic!).

Perciò l’Ordine il 6 febbraio 2015, preso atto della volontà di CDPI sgr di procedere ad “un concorso internazionale di progettazione” chiede che questo venga organizzato come previsto dalla legge. Vero (aggiungiamo noi) e non finto.

Contestualmente (seconda nota di merito per il suo operato), l’Ordine segnala all’A.N.A.C., l’Autorità Anticorruzione di Raffaele Cantone, tutta la vicenda riassumendone il contesto e le motivazioni per le quali è stato indotto a prendere posizione.

Sono tre le considerazione che desideriamo evidenziare al termine di questa esposizione:
la prima: se l’Ordine di Roma ha valutato questo procedimento come noi vuol dire che proprio infondate le nostre osservazioni non erano. Questo aspetto lo abbiamo messo in evidenza già dallo scorso maggio 2014, nel corso del laboratorio di Partecipazione, chiedendo già allora che venisse approntato un concorso pubblico sul modello di quello del Guggenheim di Helsinki.
La seconda: attenzione, cari colleghi, a partecipare a questo bando, così strutturato, perché rischiate di perdere il vostro lavoro.
La terza: attendiamo la valutazione dell’A.N.A.C. Se questa Autorità decidesse che CDPI sgr non è tenuta al rispetto di una procedura pubblica per un’area demaniale che nelle previsioni sarà per 27.000 mq privata con residenze e attività turistico-ricettive-commerciali, ma sarà anche pubblica per 24.000 mq, con servizi, spazi pubblici ed un Museo della Scienza allora vuol dire che c’è un gigantesco vulnus legislativo che va colmato quanto prima possibile.

ALLEGATI:

qui la PEC da noi spedita all’Ordine: carteggio Amate l’Architettura – Ordine Architetti Roma

qui tutto il rimanente carteggio sintetizzato nel nostro articolo: carteggio Ordine Architetti – CDP – ANAC

REGALO DI NATALE – come si vanifica il processo partecipativo

19 gennaio 2015

Noi di “amate l’architettura” ci avevamo creduto.
Nella 1a Giunta Marino (siamo già alla 2a dopo qualche sostituzione in “itinere”, dopo il “terremoto” del “Mondo di mezzo” e dopo soli 18 mesi di vita) avevamo salutato favorevolmente l’arrivo dell’Assessore Caudo che, da subito, aveva parlato di trasformazioni urbane all’insegna della “partecipazione” dei cittadini alle scelte dell’Amministrazione Comunale. Di “Laboratori di progettazione partecipata”. Di Concorsi internazionali trasparenti e aperti (“Basta con le Archistar”) per assegnare incarichi di progettazione per opere di riqualificazione di “brani” significativi della città. E noi ad applaudire.
Con riserva naturalmente, “scottati” oramai come siamo dal micidiale “Uno-Due” ricevuto dalle Giunte Veltroni, Alemanno, roba da non potersi più risollevare, di fronte allo “scempio” subito da Roma battezzata “La Capitale del non finito” (Zaira Magliozzi – Il Giornale dell’architettura n.117/2014).
Le “Vele” di Calatrava, la “Nuvola” di Fuksas, la Stazione Tiburtina dello Studio Abdr, gli Impianti per i Mondiali di nuoto, le Torri residenziali di Renzo Piano conosciute oramai come “Beirut”, la Metro C, i “Quartieri dormitorio” di Ponte di Nona e “Bufalotta-Porta di Roma” con gli Accordi di programma del tandem “Veltroni-Morassut”.
Storie che tutti conosciamo a memoria e che come un “mantra” liberatorio ogni tanto ne rinnoviamo il ricordo nell’illusione che non accadano più. Quindi con entusiasmo siamo entrati a far parte del “Laboratorio di progettazione partecipata” per la trasformazione dell’area degli ex Stabilimenti Militari di Via Guido Reni.
Insieme ad altre Associazioni di quartiere, Movimenti e cittadini, con il coordinamento dei Responsabili tecnici dell’Assessorato, per 5 mesi abbiamo lavorato alla stesura di un Documento che avrebbe dovuto far parte delle Linee guida di un “Concorso Internazionale di progettazione” per il Master Plan della Città della scienza.
Usiamo il condizionale perché nessuno ancora conosce il DPP (Documento Preliminare di Progettazione) che, come si legge nel Bando di Concorso pubblicato lo scorso 23 Dicembre 2014, sarà fornito solo ai 6 Progettisti che saranno “scelti” per partecipare alla 2a Fase del Concorso.
Ecco, partiamo proprio da questo punto per esprimere tutta la nostra delusione e contrarietà ad un Bando di Concorso che francamente abbiamo trovato, per alcuni aspetti, disarmante tanto da meritarsi in pieno la valutazione/Rating di 2/10 espressa dal sito “professione architetto”, e cerchiamo di spiegare anche il perché.
a). Il Concorso è a “Procedura ristretta ad inviti” come giustamente lo ha classificato anche il Sito di “Europa concorsi”, quindi è a tutti gli effetti una “Gara” non un Concorso, infatti solo la 1° Fase, che è una selezione basata su curriculum e quantità di progetti elaborati e/o realizzati, è aperta naturalmente a tutti. Ed anche la richiesta di “Una Proposta Planimetrica dell’area con immagine tridimensionale” diventa marginale e quasi irrilevante visto che in questa 1a Fase non viene messo a disposizione dei partecipanti il DPP (Documento Preliminare di Progettazione). “Per non condizionare i partecipanti e lasciargli più libertà” è stata la risposta dell’Assessore Caudo nella conferenza stampa di ieri e pensiamo che si commenti da sola, visto che se avessero voluto raccogliere proposte suggestive anche da chi non possiede curriculum “straordinari”, avrebbero potuto fare un Concorso di idee in 2 Fasi come suggerito da noi. Invece crediamo sia stata una mancanza di “correttezza e sensibilità” nei confronti del “Laboratorio di progettazione partecipata”, ritenere non opportuno palesare quanto del lavoro prodotto dal Laboratorio sia stato recepito e trasferito nel DPP.
Ma soprattutto è stata una scelta precisa per orientare il criterio di selezione solo sui curriculum. Meno informazioni si danno non consegnando il DPP e più semplice sarà la scelta dei 6 Progettisti che saranno “invitati” a partecipare alla 2a Fase. E’ stato così ignorato completamente il nostro suggerimento di “spostare l’attenzione dal progettista al progetto” privilegiando quindi l’idea, come fanno oramai molti paesi europei e come abbiamo documentato con un “Format” di Concorso Internazionale agli atti del “Laboratorio” insieme al Bando di Concorso Internazionale di Helsinki (Finlandia) per il Nuovo Museo Guggenheim.
(Dal Sito della Fondazione Guggenheim) – “Una giuria composta da architetti (tra cui Jeanne Gang di Studio Gang e Yoshiharu Tsukamoto di Atelier Bow-Wow) e rappresentanti della Fondazione, del locale Ordine degli architetti e della Città di Helsinki non sta valutando le proposte presentate da progettisti selezionati invitati a partecipare (come succede in genere), ma sta analizzando le idee presentate in forma anonima da architetti o studi di architettura mondiali esclusivamente sulla base di cinque criteri: approccio architettonico, sostenibilità, inserimento nel contesto urbano, fattibilità e funzionalità. Nessun limite “personale” quindi alla partecipazione, né di fatturato, né di età, né di progetti realizzati, né di fama. Significativi sono anche i riconoscimenti in denaro per i finalisti: 100mila euro per il vincitore e 55mila a testa per ognuno dei selezionati alla fase finale. Ad oggi, sul sito è possibile visionare la gallery dei 1.715 progetti presentati per la 1° Fase, provenienti da 77 nazioni del mondo, tra cui soprattutto gli Stati Uniti, Finlandia, Francia, Regno Unito, Italia, Cina, India, Germania e Svizzera”.
Prendiamo atto che in questo caso il mantra “ce lo chiede l’Europa” non ha fatto presa sul “Gruppo di esperti” che ha preparato il Bando. Del resto se nell’ultima classifica di Trasparency International, pubblicata proprio lo stesso giorno in cui scoppiava lo scandalo di “Mafia Capitale”, i Paesi Scandinavi sono ai primi posti e noi, insieme a Bulgaria e Grecia, siamo all’ultimo posto, ci sarà pure una ragione. Ed allora quale migliore occasione si poteva presentare come quella di un Concorso Internazionale di progettazione, per cercare di ridimensionare quell’immagine negativa di Roma andata in onda ultimamente?
Un Concorso senza vincoli, né curriculari o di fatturato, trasparente, ma soprattutto aperto a tutti. In particolare ai nostri giovani professionisti la cui maggioranza vive una situazione lavorativa disastrosa e che le statistiche ci dicono arrivano alla soglia dei 40 anni con poche o nessuna esperienza di progettazioni e di realizzazioni. Le cause vengono da lontano e soprattutto dalla cronica mancanza di politiche sulla Scuola e sull’ Università, che non possiamo trattare in questa sede. Oggi il lavoro non c’è più, e quindi a maggior ragione nessuno si dovrebbe permettere di cancellare anche la speranza ed il diritto di sognare.
b). (Dal Sito di CDP). – “Cassa depositi e prestiti (CDP) è una società per azioni a controllo pubblico: il Ministero dell’Economia e delle Finanze (MEF) detiene l’80,1% del capitale, il 18,4% è posseduto da Fondazioni di origine bancaria, il restante 1,5% in azioni proprie.CDP Investimenti Sgr (CDPI Sgr) è una società di gestione del risparmio. Il capitale di CDPI Sgr è detenuto per il 70% dalla CDP e per il 15% ciascuna dall’ACRI (Ass. di Fond. e di Casse di Risp. Spa) e dall’ABI (Ass. Bancaria Italiana).
Nella nostra “ignoranza” in materia, se dovessimo dare seguito a quanto letto sul sito, sarebbe lecito pensare che se il capitale di CDPI Sgr, proprietaria dell’area, è detenuto per il 70% da CDP il cui capitale e detenuto per l’80% dal Ministero Economia e Finanze, per la proprietà transitiva (70 x 80 / 100) = il 56% del capitale di CDPI Sgr, proprietaria dell’area, sarebbe detenuto dal MEF.
Quindi il Soggetto Banditore, dovrebbe essere un investitore a maggioranza di controllo pubblico. Ha acquisito dal Demanio, altro Ente pubblico, un’area militare dismessa ed ha sottoscritto un Protocollo d’intesa con il Comune di Roma, altro Ente pubblico. Ma aldilà di queste considerazioni, è indubbio che l’investimento debba far tornare agli investitori degli utili. Quello che non è assolutamente chiaro invece è il perché la CDPI Sgr è da considerare a tutti gli effetti un investitore privato, come ha sostenuto, nella conferenza stampa, il Direttore Generale di CDPI Sgr Marco Sangiorgio, che ci ha tenuto a sottolineare lo “status” di “ente di diritto privato” che, volendo, avrebbe consentito a CDPI Sgr anche di agire liberamente e senza vincoli.
Ma siccome loro sono “bravi e buoni” hanno voluto condividere il percorso proposto dall’Assessore Caudo e “concedere” al Comune di Roma sia il “Laboratorio di progettazione partecipata” che il “Concorso internazionale di progettazione”. Ma purtroppo, da quanto si è capito nella conferenza stampa, le conclusioni e le proposte del “Laboratorio” non devono essere piaciute all’Assessore Caudo, specialmente quella inerente il Concorso, fatta da “amate l’architettura”.
Ma se fosse veramente così, allora quale è stato il senso di tutto il “Laboratorio”?
E perché il Comune ha impegnato risorse pubbliche in un “Processo di progettazione partecipata” sapendo che poi l’investitore “privato” poteva decidere a suo piacimento?
Serviva forse la” foglia di fico” della “Partecipazione”?
E per quale motivo non si sarebbero potuti ottenere gli stessi risultati con un Concorso aperto a tutti e di vero respiro internazionale?
Quali sono stati gli aspetti che hanno “scoraggiato” l’Amministrazione della Capitale d’Italia e la “Cassa” più antica e solida del nostro paese? Quelli tecnico-economici, quelli organizzativi o cos’altro?
Ecco a queste domande ci piacerebbe avere delle risposte.
Con amarezza e delusione quindi dobbiamo ammettere che Il Concorso disattende le indicazioni del “Laboratorio di progettazione partecipata” puntando soprattutto all’individuazione dei progettisti (come per le Gare) e non del progetto (come avviene invece nei regolari Concorsi). Inoltre appare, a nostro avviso, concepito anche fuori dal Codice degli appalti (Forma palese e non anonima, Numero di 6 invitati anziché 10 alla 2° Fase – Art. 105, 106 e 107). Senza dimenticare l’aspetto “anomalo” del “ruolo” del Gruppo di “esperti” scelti per elaborare il Bando di concorso e nominati paritariamente dal Soggetto banditore e dall’Amministrazione comunale.
Per la cronaca, la richiesta del “Laboratorio” che in questo gruppo ci fosse anche la partecipazione di un rappresentante dei cittadini, non è stata nemmeno presa in considerazione e senza neanche spiegarne il motivo.
Lo stesso Gruppo di esperti formato da 8 membri ora si appresta a “trasformarsi” in Commissione giudicatrice dei partecipanti alla 1a Fase per scegliere i 6 progettisti invitati alla 2° Fase. Ma 2 membri dello stesso Gruppo/Commissione giudicatrice andranno poi a far parte della Giuria che sceglierà il Vincitore.
Questo “sfruttamento” esagerato del Gruppo di esperti, vista la situazione in cui versa il Paese, vogliamo pensare che sia stato motivato sicuramente per un contenimento dei costi del Concorso.
In conclusione è deprimente constatare come in Italia non si riesca mai a seguire uno standard unico e definito per i concorsi. Ogni ente banditore elabora una formula diversa e personalizzata, a discapito della trasparenza e delle pari opportunità per i partecipanti. Tutto questo, purtroppo, non fa altro che alimentare i pregiudizi sulla cattive amministrazioni in particolare e sui concorsi di architettura più in generale. Noi saremo felicissimi di essere smentiti dai fatti.
Il Consiglio Direttivo di “amate l’architettura”
Giulio Paolo Calcaprina (Presidente), Giorgio Mirabelli (Vicepresidente), Lucilla Brignola,

Ilaria Delfini, Margherita Aledda, Gianluca Adami, Claudia Fano, Santo Marra, Giulio Pascali