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Conoscere e Amare l’Architettura Contemporanea – L’Oculus di Santiago Calatrava 

24 febbraio 2018

image © hufton + crow

Si può amare un’architettura anche quando è controversa la sua storia?
In foto: World Trade Center Transportation Hub, conosciuto come Oculus (2004-2016) – Santiago Calatrava.
La struttura avrebbe dovuto aprire nel 2015. I lavori sono durati quasi 12 anni e sono costati – ironia del nome – un occhio della testa, 3,9 miliardi di dollari, il doppio rispetto alle stime iniziali.
Costruito dove si trovava il centro commerciale distrutto dagli attentati dell’11 settembre, sostituisce il sistema ferroviario originale, noto come “Port Authority Trans-Hudson” (PATH). Questi ha riaperto, seppure in maniera ancora parziale, il 4 marzo 2016, ponendosi quale piattaforma logistica dei trasporti rispetto al complesso cittadino del “World Trade Center”.
Il progetto è composto da una struttura con due grandi ali di acciaio alta circa 50 metri da terra e con una parte interrata. All’opera sono tributati gli onori previsti dalla sua missione simbolica, “una dimensione spirituale come una cattedrale”, officiante della riqualificazione dello spazio pubblico dilaniato dal terribile ricordo dei fatti di inizio millennio. Causa dei ritardi – riportano alcune note – infiltrazioni d’acqua nel cantiere vicino e una serie di problemi dovuti alla complessità del progetto: si è reso necessario incrementare il numero delle costolature metalliche, a scapito della leggerezza, guadagnando una maggiore presenza strutturale.

La foto è tratta da un progetto fotografico ottobre 2016 del premiato studio Hufton+Crow che si dedica all’architettura contemporanea

http://www.huftonandcrow.com/projects/gallery/oculus-world-trade-centre-transportation-hub/

 

Editing: Daniela Maruotti

Architettura bella e buona!

8 dicembre 2015

L’architettura riscatterà le debolezze degli uomini che l’hanno realizzata attraverso gli occhi degli uomini che la useranno.
“Gli ideali sono pacifici; la storia è violenta.”
Sono le parole del sergente Don “Wardaddy” Collier, in Fury, interpretato da Brad Pitt.
Trovo che sia un’ottima sintesi per definire la differenza che passa tra l’architettura immaginata, quella ideale, e l’architettura realizzata.
Parafrasando: L’architettura ideale è pacifica, quella realizzata è violenta.

Lebbeus Wood ci insegna come l'architettura non sia altro che un continuo rimarginarsi di ferite in un contesto urbano

Lebbeus Wood ci insegna come l'architettura non sia altro che un continuo rimarginarsi di ferite in un contesto urbano

Mi ricordo delle bellissime revisioni dell’allora assistente di Composizione I, Orazio Carpenzano, quando insegnava che “l’Architettura è una guerra” (in realtà io seguivo l’ottimo Efisio Pitzalis che non era da meno, ma questa suggestione mi è sempre rimasta in testa).
Non occorre scomodare Lebbeus Wood per riconoscere come la realizzazione di un’opera sia un continuo estenuante conflitto tra bande rivali, ognuna con i propri interessi, ognuna pronta a ricavare il suo massimo profitto (culturale ed economico) dalla realizzazione dell’opera.
Nel mezzo l’architetto che, più che un contendente assomiglia ad un Casco Blu in missione umanitaria, sempre sotto tiro, vincolato da regole di ingaggio inapplicabili, spesso costretto a defilarsi quando la situazione diventa insostenibile.
L’Architettura che viene realizzata subisce quindi un processo di deterioramento. Man mano che l’opera si costruisce, gli attori che ne consentono la realizzazione ne trasformano l’idea iniziale.

Si comincia dai committenti (a buon diritto direi ma sempre elemento di distorsione dell’idea iniziale) che possono essere pubblici o privati, per passare dai consulenti impiantisti (che dovrebbero essere parte della soluzione ma più spesso non  lo sono) e strutturali, le indagini ambientali e le prove geognostiche, poi ci sono gli enti che autorizzano l’opera, il comune, la asl, la provincia, la regione, i vigili del fuoco, l’ente ferrovie, l’autorità di bacino, l’ENAV, l’UTIF, le soprintendenze, l’ARPA, il SUAP, a cui si presentano le autorizzazioni, il PdC, la DIA, la Scia, la VIA, l’AUA, l’AIA, lo screening, la caratterizzazione del sito, il NOPS e il CPI, eccetera, c’è la partecipazione, quindi le imprese che realizzano, i vicini che protestano (quando si tratta di interventi privati), i comitati di quartiere che si riuniscono (se si tratta di grossi interventi), i vigili urbani, i fornitori che non hanno quel prodotto, le varianti migliorative, il geologo che modifica le fondazioni, l’archeologo che ritrova i reperti, le commissioni di valutazione, gli ispettori del lavoro, le norme di sicurezza, quelle di tutela dell’ambiente, gli scavi e le discariche, il collaudo, la chiusura dei lavori, il catasto la richiesta e l’ottenimento dell’agibilità…. e mi sono sicuramente scordato qualcosa…… sempre che nel frattempo non sia stata modificata la norma…..

Alla fine è raro che il progettista si possa riconoscere appieno in quanto realizzato; quando succede, è perché sin dall’inizio il progettista è stato talmente bravo da tenere conto di tutti gli agenti esterni che avrebbero potuto modificarne la realizzazione, oppure se ne è infischiato allegramente (ha potuto farlo, qualcuno glielo ha concesso); nei casi più estremi ha avuto una grande botta di culo.

Lasciamo perdere la dea Fortuna, per avere il pieno controllo di un’opera dall’inizio alla fine del processo costruttivo i casi sono due; l’opera è molto limitata oppure si accetta di frammentare le competenze necessarie rinunciando al completo controllo del progetto.

Glenn Murkutt, ha fatto una scelta radicale verso la limitazione dell’impegno dedicandosi quasi esclusivamente alle ville monofamiliari (in Australia, nel deserto) e rifiutando incarichi a cui non poteva dedicare un tempo adeguato; ha vinto il Pritzker Prize, ma quanto è ripetibile il suo modello su vasta scala? per la seconda scelta occorrono gruppi di lavoro complessi o studi di progettazione molto grandi.

I progetti di Glenn Murkutt sono sempre interventi molto ben definiti e isolati nel contesto

I progetti di Glenn Murkutt sono sempre interventi molto ben definiti e isolati nel contesto

Riprendendo la citazione iniziale quindi è evidente che l’opera di architettura esprime una sua forza ideale (una forza ideale paragonabile al desiderio di pace) ma che nella sua messa in opera subisce un processo di distruzione, a tratti anche molto violento, come la guerra.

L’architettura realizzata è il risultato di infiniti compromessi; l’architettura realizzata è corrotta. Possiamo litigare a volontà per decidere se questo sia un fatto positivo oppure negativo, ma non possiamo non riconoscere che è così.
Questo deterioramento è fortemente traumatico; per l’architetto, ma anche per la città: una guerra, appunto e anche molto violenta!

Da una parte l’architettura è una rappresentazione imperfetta dell’idea che aveva in mente il progettista, una metafora incompleta dell’idea iniziale; dall’altra il suo inserimento nel contesto urbano non può che essere un momento di discontinuità, una rottura; e questo vale anche nei casi più spinti di mimetizzazione urbana, dove a mio parere la mimetizzazione di tecniche e forme costruttive non è che una pura illusione; una plastica facciale al botulino spesso più deformante delle rughe che si vogliono mascherare; questa però è un’altra storia.
Con il passare del tempo il processo di idealizzazione porta l’architettura realizzata a riconquistare una forma di purezza ideale. La patina del tempo agisce come un detergente sull’idea che abbiamo di quell’opera, ne lava la sporcizia iniziale idealizzandola; con il tempo l’opera del passato riconquista la sua purezza originale oppure gliene viene attribuita una nuova determinata dal filtro del tempo o dal legame affettivo che si sviluppa tra gli abitanti della città e l’opera stessa.
Il velo del tempo non è una patina, piuttosto una spazzola che rimuove le incrostazioni, corregge le storture che risiedono principalmente negli occhi dell’osservatore. Più l’osservazione si allontana nel tempo, più le opere appaiono nella loro essenza.
Man mano che il tempo passa molti degli aspetti pratici che hanno concorso alla realizzazione dell’opera passano in secondo piano fino a diventare ininfluenti a determinare il valore oggettivo dell’opera. Spesso sono proprio quelle storture a determinarne il valore.

Se è così possiamo rendere la questione un poco meno aulica e scendere più terra terra.

Esistono una serie di aspetti pratici e concreti che concorrono alla determinazione della forma architettonica, che incidono profondamente nella loro accettazione o nel loro rifiuto da parte della società. Questi aspetti, visti in una dimensione temporale più ampia perdono di significato.
I valori di moralità, legalità o di economicità della costruzione dell’architettura si perdono per strada.
Qui veniamo al tema di fondo di questo articolo.
In che misura il giudizio morale di un’opera di architettura influenza il giudizio estetico?
O meglio:

è lecito attribuire all’architettura i difetti morali delle persone che hanno concorso alla sua realizzazione?

Non è difficile immaginare cosa ci sia alle spalle di questi turisti

Non è difficile immaginare cosa ci sia alle spalle di questi turisti

Facciamo alcuni esempi.

Può capitare che i difetti di realizzazione finiscano per dare significato e valore all’opera, in senso letterale. Chi si lamenta oggi del fatto che laTorre di Pisa ha degli evidenti problemi statici?Quanto influisce oggi sapere se un’opera antica è costata troppo, o se la sua realizzazione è stata fatta nel rispetto delle norme?

Quanto sono costate le piramidi? E la basilica di San Pietro?

Quanto hanno dovuto pagare i Trinitari per San Carlo alle Quattro fontane?

Il valore culturale e artistico del Mausoleo delle Fosse Ardeatine sarebbe diverso se venissimo a sapere quanto è costato?

Allo stesso modo in un’opera antica non ci scandalizzano i ritardi nella sua realizzazione.
Ci interessa forse sapere se la Torre Eiffel è stata consegnata in tempo per l’inaugurazione dell’EXPO?

D’altra parte il Duomo di Milano è stato completato nell’arco di più di mezzo millennio, eppure questo non ce lo rende meno significativo.
Risulta agli atti che opere che oggi sono ritenute capolavori non siano mai state completate: il Duomo di Siena ne è un eccellente esempio.

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Sappiamo che Borromini fosse molto attento ai costi delle sue opere, cambia qualcosa?

Un’altra categoria che scandalizza molto l’osservatore contemporaneo è quella delle varianti in corso d’opera; l’idea che un progetto possa avere subito varianti significative nel corso della realizzazione è considerato dai contemporanei come un reato grave. Eppure la pratica dell’architettura è in larga parte una fatto empirico, pragmatico, una continua ricerca di soluzioni pratiche a problemi concreti, per cui pensare di realizzare un’opera, in un arco di tempo che si estende attraverso svariati anni, senza ipotizzare nemmeno una modifica è semplicemente utopistico, forse persino stupido.

Eppure non siamo così sconvolti dall’apprendere che la Mole Antonelliana non ha minimamente rispettato il progetto originario. Antonelli era noto per fare saltare i nervi ai propri committenti per le continue varianti e per lo scarso controllo dei costi. Oggi la Mole è il monumento simbolo di Torino.

Quante varianti in corso d'opera ha presentato Antonelli per realizzare la sua Mole?

Quante varianti in corso d'opera ha presentato Antonelli per realizzare la sua Mole?

Non parliamo poi di Novocomum per il quale la leggenda narra che il progetto presentato alla Commissione edilizia fosse radicalmente diverso da quello che fu poi realizzato. Un autentico abuso edilizio.
Che dire di San Pietro il cui nome è indissolubilmente sinonimo di cantiere sempre aperto con connotazioni “fraudolente e truffaldine”? Un cantiere aperto alle continue varianti e alle aggiunte fatte dai Capi Mastri assunti di volta in volta dopo Bramante (Michelangelo, Maderno, Bernini, ecc.).

Allarghiamo il discorso. Vogliamo parlare di sicurezza?
È poi così importante sapere quanti morti o infortuni sul lavoro ci sono stati per costruire un monumento antico? Quanto sarebbe importante sapere se per la cupola di Santa Maria del Fiore hanno rispettato le norme di sicurezza?
Il fatto che gli edifici costruiti a cavallo del ventennio crollassero, oggi non ci procura alcun fastidio; anzi molto spesso si guarda a quell’epoca come un riferimento di qualità architettonica “diffusa”.

… e se il problema fosse di corruzione?

Quanto saremmo disturbati dal conoscere il livello di corruzione delle istituzioni che hanno realizzato un’opera di architettura?
Per realizzare l’EUR sono state pagate mazzette? I terreni individuati per lo sviluppo urbanistico sono stati scelti per favorire qualche speculatore terriero?

L'intero EUR è la rappresentazione di un regime corrotto e dittatoriale. Però quanto ci piace?

L'intero EUR è la rappresentazione di un regime corrotto e dittatoriale. Però quanto ci piace?

sarebbe curioso scoprire che i realizzatori dell’acropoli non disdegnavano di intascarsi il denaro destinato alla realizzazione del Partenone

… o di speculazione edilizia?

Che cosa toglie alla piacevolezza delle piazze reali parigine il fatto che fossero frutto di bieca speculazione edilizia?

Vogliamo parlare degli sventramenti napoletani avviati per risanare la città dopo l’epidemia di colera?

Infine quanto incide il giudizio morale o la semplice simpatia personale del professionista? quanto è influente è l’integrità morale di chi ne ha consentito la realizzazione.

Il fatto che Le Corbusier avesse simpatie fasciste rende meno importanti le sue opere o il suo pensiero architettonico? è abbastanza evidente che per realizzare opere di grandi dimensioni ci vuole un commitente con grandi risorse, qundi di norma, capi di stato, monarchi, papi, dittatori, grandi speculatori. A meno che non si voglia relegare la storia dell’architettura a villette monofamiliari, la storia dell’architettura si è sempre fatta attraverso il potere economico e sociale.

Parlando di simpatia sembrerebbe che Leon Battista Alberti stesse antipatico a Vasari? e Brunelleschi litigava in continuazione con il Ghiberti e con le maestranze di cantiere, non doveva avere proprio un bel carattere.

Per valutare un’opera di architettura quanto conta la simpatia dell’architetto?

Fuksas sembra incarnare un poco tutti i mali del costruire contemporaneo; antipatico a molti e autore di progetti costosissimi. Siamo sicuri che tra 100 anni questo creerà problemi ai visitatori della "Nubbe de fero"

Fuksas sembra incarnare un poco tutti i mali del costruire contemporaneo; antipatico a molti e autore di progetti costosissimi. Siamo sicuri che tra 100 anni questo creerà problemi ai visitatori della "Nubbe de fero"

Insomma, concludiamo.
La realizzazione delle opere di architettura non è mai un percorso lineare.
A ben guardare si potrebbe sostenere il contrario. Proprio le opere più controverse, quelle che in qualche modo risultano più contrastanti, sono le opere che oggi siamo portati ad ammirare quelle a cui attribuiamo maggiore valore.
La prospettiva storica delle opere ci induce a dimenticare (o soprassedere) sugli aspetti più spiacevoli che stanno dietro alle opere storiche; per le quali siamo portati ad avere un giudizio idealizzato.
Ma se è così come ci dobbiamo comportare nei confronti delle opere contemporanee?
Dobbiamo disporci ad accettare opere controverse come la nuvola di Fuksas? Dobbiamo forse sospendere il giudizio sulle opere di Casamonti? Dobbiamo evitare di pensare al sistema di corruzione che si è sviluppato dietro EXPO quando esprimiamo un giudizio sul Padiglione Italia?

Sono state dimostrate le responsabilità oggettive di Calatrava sui cedimenti. Tra 50 anni chi se ne importerà più?

Sono state dimostrate le responsabilità oggettive di Calatrava sui cedimenti. Tra 50 anni chi se ne importerà più?

Ovviamente non è così.

Non ci possiamo permettere di accettare che le opere possano essere realizzate male, senza controllo dei costi, dei tempi, delle varianti; non possiamo accettare che la scelta di progettisti e imprese appaltatrici avvenga secondo criteri clientelari e in assenza di criteri minimi di trasparenza.

Possiamo però sospendere il giudizio estetico sulle stesse opere; possimao distinguere l’oggetto della nostra valutazione e esprimere opinioni che prescindano dai meccanismi “tossici” che ne hanno consentito la realizzazione.

Possiamo quindi pensare ed accettare che un’architettura “cattiva” possa tuttavia essere anche bella?

Oppure no?

Il Cupolone, simbolo indiscusso della Roma Cristiana, realizzato con innumerevoli varianti in corso d'opera, nell'arco di centinaia di anni, al centro di un sistema di corruzione e di potere che non ha uguali: ciononostante è oggi il simbolo indiscusso della Cristianità

Il Cupolone, realizzato con innumerevoli varianti in corso d'opera, nell'arco di centinaia di anni, al centro di un sistema di corruzione e di potere che non ha uguali: ciononostante è oggi il simbolo indiscusso della Cristianità Romana

Credits

L’immagine del disegno di Lebbeus Wood è tratta da:

Lebbeus Woods – A Visionary Architect

La foto di Casa Marika-Alderton di Glenn Murkutt è tratta da

https://es.wikipedia.org/wiki/Glenn_Murcutt:

Tutte le altre foto sono di Giulio Paolo Calcaprina e Giulio Pascali

Mondiali di nuoto, un’altra occasione persa per fare Architettura

12 maggio 2009

Proprio non riusciamo a stare lontani dai guai.

 

Proprio non riusciamo a cogliere le occasioni.

Ci si chiede poi perché in Italia le cose non funzionano?

Ci si chiede perché alla fine invece che guardare alle proposte, alle idee propositive, alla voglia di cambiare, alla fine finisci sempre per puntare il dito sulle cose che non vanno.

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 Vogliamo parlare dei mondiali di nuoto?

Così era all’inizio

www.losportitaliano.it

Grandi nomi, grandi aspettative.

 

C’era tutto per pensare ad un successo a tutto campo.

C’era il grande evento internazionale.

C’era la valorizzazione di un’area tra le più dismesse di Roma, tra le più bisognose di infrastrutture.

C’era l’architetto di grido, e diciamocelo, sicuramente uno dei più affascinanti ed espressivi…..

 

Parole di Calatrava:

“Si può costruire anche nella Roma millenaria” 

(…)

Domanda – Architetto, quando una città cerca un risanamento delle sue parti più degradate, deve puntare su grandi interventi di architettura o su un piano urbanistico? 

«Deve usare l’architettura per creare edifici generatori di città, per aggiungere nuovi nodi urbani. E così si passa all’urbanistica».

www.architettiroma.it

Non vi dico la goduria…… Masturbazioni cerebrali per l’architettoraneo che è in me!!!!

Ma a masturbarsi si diventa ciechi!

Dicevano le mamme una volta…..

Forse non a torto.

E qualcosa andava storto si da subito, visto che enti e assessori e autorità si affannavano a garantire: “Lo stadio si farà!!!!”

www.urbanistica.comune.roma.it

Visto che si doveva ricorrere ad un Commissario Straordinario.

Chissà perché per rispettare una scadenza abbiamo dovuto ricorrere ad un commissariamento, manco si trattasse del terremoto in Abruzzo. Solo che lì c’è stato un terremoto che ha devastato tutto e il Commissario serve per ricostruire (ci auguriamo, come prima meglio di prima, dovera non com’era….). Qui sembra che il Commissario sia giunto per dare il colpo di grazia.

 

Poi il disastro. 

Opere ferme. I mondiali cambiano casa. Non più costruzioni avveniristiche, non più modernità. Riuso del vecchio buon Foro Italico (che molti apprezziamo in verità, almeno finché le opere non saranno finite), e soldi a pioggia per centinaia di strutture private. 

Fine dell’Architettura. Fine del sogno.

www.architettiroma.it

La parola agli speculatori.

Ecco gli ultimi aggiornamenti:

www.repubblica.it

Fino all’epilogo finale del tintinnare di manette:

www.ilmessaggero.it

 

Poi qualcuno dirà che la colpa era degli architetti che volevano costruire cose troppo moderne, troppo ardite.

Per ora sembra ancora che il comune voglia completare le opere utilizzandole per altri eventi sportivi.

http://ricerca.repubblica.it

Staremo a vedere.

Se vi volete fare due risate, (anche se ci sarebbe poco da ridere), andatevi a vedere questo servizio delle IENE:   www.youtube.com

 

Un saluto sconsolato

G