Articoli marcati con tag ‘Burocrazia’

LA RIAPERTURA DEI RISTORANTI [Post Covid-19]

19 Aprile 2020

Stiamo sempre di più prendendo consapevolezza che dovremo, per un periodo di tempo, convivere con la presenza di questo virus. Non sappiamo, perché nessuno ha in proposito dati certi, quanto questa situazione durerà. Possiamo però ragionevolmente prevedere che per alcuni mesi di sicuro il virus ci accompagnerà, ed è possibile che questo periodo possa arrivare ad un anno o superarlo.

In ogni caso, senza entrare eccessivamente nel merito delle previsioni, si tratta di un periodo di tempo consistente, tale da comportare la riorganizzazione di alcune attività produttive. Mi riferisco a tutte le attività che prevedono la presenza di un pubblico, la sua permanenza in uno spazio delimitato e la fruizione di un servizio. Analizziamo il caso dei servizi di ristorazione fra cui ristoranti, bar, pub, gelaterie e pasticcerie.

Nel momento in cui scrivo, sono entrambi chiusi per decreto. O meglio, è consentita la sola ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto. La loro riapertura non è ancora stata calendarizzata con precisione, ma probabilmente potranno riaprire fra la fine di maggio e l’inizio di giugno.

Il dibattito sulle modalità con le quali potranno gestire la riapertura è già ampiamente in corso sui giornali, a partire dalle richieste degli operatori del settore e dalle prime confuse risposte dei politici. Si spera che sia proficuamente in corso anche all’interno delle varie commissioni preposte a fornire delle valide linee guida per la ripartenza.

 

Foto: Hong Kong, Cina, 29 Marzo 2020. Clienti mangiano in un ristorante a distanza di sicurezza ©Anthony Kwan/ Getty Images

I principi generali saranno gli stessi per tutti gli esercizi commerciali: distanziamento fra le persone, limitazione delle presenze, alternanza e distribuzione della fruizione su un arco di tempo maggiore; si dovrà offrire la possibilità di lavarsi e/o igienizzarsi le mani, garantire il ricambio dell’aria negli ambienti chiusi e favorire la possibilità di fare ordini e pagamenti limitando il contatto con il personale e il passaggio fisico di denaro (https://www.corriere.it/cronache/20_aprile_11/coronavirus-nuove-regole-negozi-aziende-che-riaprono-vademecum-f4fed61e-7b6e-11ea-afc6-fad772b88c99.shtml?refresh_ce-cp). A breve però dovranno essere fornite specifiche linee guida per ogni tipologia di esercizio.

Attualmente è già consentito effettuare interventi di manutenzione e di eventuali modifiche finalizzate alla gestione di questa emergenza. Gli esercenti però ancora non sanno in che direzione con precisione muoversi. Anche perché è facile immaginare che saranno necessari degli investimenti per mettere in pratica le misure precauzionali necessarie alla riapertura e l’accesso al credito, per quanto possa essere agevolato in termini di tassi e procedure, in questo momento spaventa per le prospettive di una riduzione degli incassi.

Le linee guida specifiche per i servizi di ristorazione è presumibile che prevedano quanto meno: una distanza tra i tavoli di almeno due metri (per permettere il passaggio in sicurezza del cameriere), una maggiore distanza al bancone fra operatore e cliente e una distanza fissa fra clienti al bancone. Oltre a questo all’interno delle cucine dovranno essere rispettate le distanze di sicurezza fra i dipendenti, fissate le postazioni di lavoro, dovranno essere ridotti i turni di lavoro e si dovrà cercare di organizzare su una fascia di tempo più ampia la fase di preparazione degli alimenti. Nei casi, che andranno ad incrementarsi, di consegna a domicilio, sarà necessaria una netta separazione fra i locali di preparazione e quelli destinati al ritiro da parte dei fattorini.

 

Foto: Trattoria da Nennella, Napoli, Italia. Fonte: web.

Anche immaginando di riuscire a mettere in pratica tutte queste misure in spazi che non sono predisposti, il risultato credo che non sarebbe particolarmente attrattivo. Immaginiamo la piccola trattoria a conduzione familiare di un qualsiasi centro storico, oppure una delle tante pizzeria in cui si faceva lo slalom tra i tavoli per raggiungere il proprio posto, il bancone del bar celebre, di fronte al quale ci si accalcava per chiedere un caffè. E’ possibile che le trasformazioni interne rendano insostenibile il precedente modello di gestione, basato su un rapporto consolidato fra costi di gestione e numero di clienti.

Le prime soluzioni progettuali che cominciano ad essere proposte e a circolare, non sembrano convincenti. Nel caso dei ristoranti circolano immagini di tavoli con elementi divisori in vetro che comunicano un grande senso di tristezza. Non possiamo infatti sottovalutare il fatto che la fruizione di uno spazio collettivo è finalizzata al piacere della condivisione. La dinamica dell’ottenimento del piacere, e quindi della piacevolezza del luogo, è basilare. Non se ne può prescindere.

Oltretutto queste soluzioni non sembrano garantire la sicurezza personale, perché uno dei problemi che si sta finalmente focalizzando, è la diffusione del virus nell’aria negli ambienti chiusi. Il problema del tempo prolungato di permanenza e della diffusione nell’aria delle micro gocce di saliva, all’interno della sala di un ristorante è difficilmente risolvibile. Sarebbe necessario quindi un netto potenziamento degli impianti di areazione, che per essere efficace comporterebbe costi notevoli. Cenare in ambienti chiusi, di conseguenza, difficilmente potrà ispirare fiducia ai clienti, anche se il locale adottasse tutte le precauzioni a cui abbiamo fatto riferimento.

Come pure risulterà molto problematico gestire la convivialità, che pure è spesso alla base della scelta di consumare i pasti in un ristorante. Al di là della stretta osservanza delle linee guida sanitarie, che prima o poi saranno rese note, il tema centrale sarà comunque prettamente architettonico. Il successo dei servizi di ristorazione, come sempre, è strettamente connesso alla piacevolezza nella fruizione dell’ambiente. E’ inutile riorganizzare questo tipo di esercizi commerciali secondo parametri strettamente sanitari se non si riesce parallelamente ad assicurare il piacere della permanenza, perché da un punto di vista economico potrebbe risultare un investimento insostenibile. La conseguenza potrebbe essere una diminuzione della domanda maggiore di quella già prevedibile per ragioni congiunturali.

Sembra un problema insolubile, ma probabilmente in termini assoluti non lo è. Come spesso succede, di fronte a problemi che appaiono irrisolvibili, è opportuno innescare un cambio di paradigma. Un rovesciamento del punto di vista e delle condizioni “al contorno”. Per garantire la sopravvivenza di queste due tipologie di esercizio commerciale, sempre che questo sia un obiettivo condiviso dal governo in quanto finalizzato al preservare l’occupazione nel settore, servono nuovi concept e soprattutto una burocrazia agile che permetta di metterli in pratica in tempi rapidissimi.

Sono molte le riflessioni che gli esercenti sono chiamati a fare in vista della riapertura delle attività di ristorazione. Non è il caso di tentare inutili sovrapposizioni con i professionisti del settore, per cui rimando all’interessante articolo di Vincenzo Pagano su Scatti di Gusto del 12 aprile, di cui in particolare mi ha colpito una frase: “bisogna considerare anche la strada come una sala e la porta di casa del cliente come il bordo del tavolo” (https://www.scattidigusto.it/2020/04/12/coronavirus-riapertura-cosa-devono-fare-ristoranti-e-pizzerie-a-maggio/).

 

Foto: Ristorante nel parco sotto le tende. Fonte: web.

Le cucine in questo prossimo futuro dovranno probabilmente uscire dagli spazi ridotti dei ristoranti per ricollocarsi negli spazi aperti, privati o pubblici. In luoghi in cui il contagio non faccia paura, in cui i metri quadrati non abbia un costo alto e in cui la distanza e la circolazione dell’aria sostituiscano le tristi barriere di plexiglass.

Per fare questo però è necessario derogare in molti casi dalle normative esistenti, per permettere la collocazione in aree aperte di prefabbricati ad uso cucina con titoli edilizi semplificati, su terreni privati o pubblici dati in concessione, mettendo a punto forme prestabilite e rapidamente attuabili di convenzioni con limiti temporali e di utilizzo molto ben definiti.

Questo processo va messo in atto con una normativa snella, ma nello stesso tempo rigorosa. Il rischio infatti in un paese come il nostro è evidente. E’ necessario infatti evitare che misure temporanee, di sostegno ad un’emergenza, non si tramutino poi in occupazioni abusive e durature di beni collettivi. L’esperienza insegna che qualsiasi semplificazione burocratica, soprattutto nelle fasi di emergenza, ha potenzialmente come rovescio della medaglia la diminuzione dei filtri che proteggono la collettività da un uso insano delle risorse collettive.

 

Foto: Pic- nic in un parco. Fonte: web.

La ricollocazione delle attività di ristorazione esistenti all’aria aperta, potrebbe essere la prima e più efficace risposta per una riapertura in tempi brevi e in sicurezza. Ovviamente non può essere l’unica risposta, ed è un concetto che va adattato e modulato in relazione ai singoli casi. Ad esempio, per evitare i costi di allestimento di cucine mobili, la strategia potrebbe essere quella di mantenere la cucina all’interno delle strutture esistenti e di permettere di derogare invece dalle normative relative all’occupazione di suolo pubblico.

In ogni caso però, per risolvere il problema, è necessario intervenire sul complesso di norme e vincoli che costituisce il contesto nel quale si colloca l’attività imprenditoriale della ristorazione. Bisogna farlo velocemente, ma “cum grano salis”, consapevoli tanto dei rischi di un liberismo sfrenato, quanto del rischio di perdita di occupazione nel comparto.

La riflessione è aperta e noi di Amate l’Architettura chiediamo a tutti di offrire il proprio contributo.

 

 

Tutela del paesaggio?

25 Ottobre 2013

Amministrazione comunale.

Ufficio tutela del paesaggio.

Un  professionista coscienzioso deve presentare una domanda di Permesso a Costruire per un immobile accessorio ad un altro che sta per essere ultimato.

Nella zona non sussistono vincoli paesaggistici. Il funzionario che seguirà la pratica del PdC suggerisce comunque di fare un passaggio “di cortesia”, a scanso di equivoci, per verificare che negli ultimi due anni (il tempo che è passato dal rilascio del precedente permesso) non vi siano state modifiche sostanziali al piano dei vincoli.

Il professionista un poco dubbioso ma animato dalla volontà di non dare nulla per scontato, va a trovare l’altro funzionario (che per comodità definiremo zelante funzionario); due stanze più in là.

Lo zelante funzionario tira fuori diligentemente la mappa dei vincoli paesaggistici dove in prossimità dell’area interessata è presente un vincolo di rispetto di 150 m da un corso d’acqua.

Lo zelante funzionario, quasi trionfante, sostiene quindi che si deve presentare la domanda di Autorizzazione Paesaggistica.

Il professionista coscienzioso conosce la zona e conosce il corso d’acqua, sa per certo che l’edificio è abbondantemente fuori da questa fascia di rispetto (ha già fatto costruire la strada di accesso che è lunga più di 500 m): si domanda come faccia lo zelante funzionario ad avere questa certezza senza nemmeno sapere dove si troverà l’immobile.

Comincia a preoccuparsi,
guarda meglio,
la scala è molto piccola,
cerca dei punti di riferimento,
trova una strada vicinale indicata sulla planimetria che coincide con l’area che gli interessa,
tira un sospiro di sollievo.

Fa quindi notare che il suo fabbricato si trova all’interno di un’area completamente bianca: “mi pare che non dobbiamo presentare alcunchè”, suggerisce.

“E no, dovete comunque chiedere un parere.” Controbatte lo zelante funzionario.

“Scusi ma non capisco, se non sussiste vincolo, posso tranquillamente dichiarare che non sussiste il vincolo nella relativa casella sul modulo SUAP; perchè devo richiedere un parere? la carta parla chiaro.”

“Eh, però vi trovate in prossimità della fascia.”

“E che significa in prossimità? c’è una misura, un algoritmo, una regola benedettina su quale mi possa regolare?”

(il coscienzioso professionista comincia a scaldarsi ma lo zelante funzionario non si scompone)

“Nessuna regola, siete li vicini e il mio parere è che dove chiedere il parere”

“Ricapitoliamo, lei mi sta dicendo che secondo la carta non sarei soggetto a chiedere alcuna autorizzazione, ma devo comunque fare una domanda di parere perchè c’è una fascia di rispetto in prossimità dell’area e lei decide autonomamente se e quanto influisce questa prossimità?”

“Si, esatto, ha capito perfettamente!”

“Ma perché dovrei fare questo?”

“Perchè cosi possiamo dirvi se ci sono prescrizioni.”

“Ovvero nessuna.”

“Certo, siete fuori dalla fascia.”

“Cioè lei mi sta dicendo che devo fare una pratica presso di voi per farmi dire che non è necessario fare una pratica. Ma cosa dovrei presentare? allego la documetazione insieme alla domanda di Permesso a Costruire che presento al Suap?”

“No non può passare dal SUAP”

“Perchè no?”

“Perche lei deve recepire il mio parere prima di presentare la domanda al SUAP, in maniera da recepire le mie prescrizioni, se dovessero esserci, nel progetto da presentare al SUAP.”

“Ma se mi ha appena detto che non ci sono prescrizioni?”

“Detto è morto, lei deve farselo dire per iscritto. Lo faccio per lei, daltronde lo sa che verba volant

“Scusi ma io sto completando un fabbricato 10 volte più grande proprio accanto a questo. Nella precedente pratica sono state rilasciate tutte le autorizzazioni, nessuno ci ha chiesto quella Paesaggistica e non ho avuto alcun problema.”

“Ha fatto male, doveva chiederla.”

“Sempre per farsi dire che sull’immobile non ci sono vincoli né prescrizioni?”

“Si”

“Boh che le devo dire, non capisco ma mi adeguo, mi toccherà avvisare il cliente che ci vorrà più tempo per il rilascio del Permesso ma se serve per stare tranquilli tanto meglio. Senta però io voglio fare le cose corrette mi dica come posso fare per regolarizzare anche la pratica precedente, come dice lei verba volant, non vorrei che poi il mio cliente si trovasse scoperto per colpa di un documento mancante: come posso fare richiedere un parere adesso anche per l’altro fabbricato?”

“No! non lo faccia! per carita!”

“No?!?”

“No, non faccia nulla. Sarebbe come fare una autodenuncia! Se lo fa poi dobbiamo chiederle di demolire l’immobile.”

“Hee?!”

(…)

la conversazione è stata temporaneamente sospesa in quanto il professionista coscienzioso dopo avere rischiato un infarto, si è fortunatamente ripreso, ma la reazione successiva, della quale vi risparmiamo i dettagli, ha seriamente preoccupato lo zelante funzionario, il quale ha ritenuto più saggio allontanarsi zelantemente dalla scena dei fatti.

Dobbiamo infine doverosamente informare i lettori del blog che la vicenda ha avuto un lieto epilogo: il professionista coscienzioso ha verificato meglio le normative è ha saggiamente deciso di procedere senza richiedere alcun parere. Il Permesso è stato regolarmente rilasciato senza nessuna obbiezione (almeno su questo aspetto) mentre il fabbricato è stato felicemente completato per la gioia del cliente finale.

Codice appalti – quante modifiche?

26 Settembre 2011

Come molti sanno gli appalti pubblici in italia sono regolati dal c.d. Codice degli Appalti ovvero il D.Lgs. 163/2006.  Questo codice, insieme con il regolamento attuativo, il DPR 207/10, regolamenta i criteri e le procedure a cui gli enti pubblici dovrebbero attenersi nell’affidamento degli appalti, sia che si tratti di servizi di ingegneria, sia che si tratti di opere edili e impiantistiche e sia che si tratti di semplici forniture o servizi.
Quella che segue quindi è una lista non completa e sicuramente non definitiva dei principali provvedimenti che, dal 2006 ad oggi, hanno modificato il codice.

L. 228/06 (Decreto Bersani)
L. 296/07 (Legge finanziaria)

D.Lgs 6/07 (decreto correttivo del codice)
D.Lgs 113/07 (decreto correttivo)
L. 123/07 (sicurezza sui luoghi di lavoro)
D. 248/07 (decreto milleproroghe)
L. 244//08 (legge finanziaria)
D.Lgs 152/08 (3° decreto correttivo)
L. 201/08 (decreto anticrisi)
L. 69/09 (collegato anticrisi)
L. 94/09 (disposizioni in materia di sicurezza pubblica)
L. 102/09 (conversione D.L. anticrisi)
L. 166/09 (conversione D.L. 135 – attuazione di obblighi comunitari)
D.Lgs 53/10 (Direttiva Cee 66/07 – procedure di ricorso)
D.Lgs 104/10 (Riordino Codice del Processo Amministrativo)
D.L 70/11 (Decreto Sviluppo)
L. 106/11 (conversione Decreto Sviluppo)

In ogni caso qui trovate un elenco, completo e costantemente aggiornato, delle modifiche al 163/06

Ho riportato l’elenco perchè, per una volta, vorrei spezzare una piccola lancia in favore degli enti pubblici, ma soprattutto a favore di tutti i lavoratori (consulenti e professionisti del settore compresi) che si ritrovano ad operare con questo tipo di situazione.
Provate a immaginare quanto tempo trascorre mediamente dal momento in cui viene deliberato un appalto (approvato in un consiglio comunale, ad esempio) fino al momento in cui avviene la sottoscrizione del contratto di appalto; si parla di 1-2 anni; immaginate poi quante volte in questo lasso di tempo le norme di riferimento possono venire modificate; negli ultimi 5 anni 17 volte (1 ogni 3,5 mesi!) e c’è ragione di attenderne ulteriori a breve.
Districarsi all’interno di questo intreccio normativo senza incappare in errori giuridici, e senza incappare nei mille ricorsi al TAR in cui siamo tutti maestri, è decisamente un’impresa titanica.
Siamo talmente abituati a mettere in discussione chi ci amministra per le scelte o per gli errori che questi commettono amministrandoci, che troppo spesso ci dimentichiamo delle difficoltà oggettive in cui i nostri amministratori (e prima di loro le persone che gli stanno dietro) sono chiamati a operare; non è un alibi ovviamente e fin troppe volte gli errori commessi sono il frutto di cialtroneria e superficialità, ma ritengo almeno doveroso concedere delle attenuanti.
Intanto aspettiamo il parere dell’Autorità di Vigilanza per i Contratti Pubblici, previsto il 29 settembre, a cui è demandata la redazione dei contratti tipo previsti dall’ultimo Decreto.
Insomma un’altra modifica!

Quali valori: regole in divenire?

25 Maggio 2011

Il 22 aprile scorso sono stato alla presentazione della Bouwfabriek ad Almere, il nuovo quartiere inaugurato dal Wethouder Adri van Duivenstein, alla presenza del sindaco e dello Stedenbouwkundige (un urbanista) Willem Jan Neutelings che si è occupato della realizzazione del Masterplan. Bene.

E’ stata un’occasione per capire un nuovo modo di fare architettura; è stata un’occasione per vedere realizzate opere dove è stato privilegiato l’uso degli spazi collettivi, che poi è il tema di cui mi sto occupando da più di un anno con il mio gruppo di lavoro, HOME MADE; è stata un’occasione per conoscere nuove tipologie dell’abitare, nuovi metodi di aggragazione, uovi sistemi costruttivi, nuovi regolamenti e nuove prospettive per gli spazi pubblici. Bene.

Tornato a casa, ed acceso il mio computer, ho trovato su internet un post del mio amico Architetto Alessandro De Sanctis, su di un’area destinata dalla Provincia di Roma a spazi pubblici: il paragone mi è venuto spontaneo: Alessandro mi chiedeva se qui in Olanda ci fossero spazi pubblici inutilizzati, che cioè non hanno una destinazione definita. Perbacco! Ci siamo esercitati tre mesi su di un’area libera proprio per studiarne una destinazione pubblica connessa alle residenze: abbiamo sviluppato il CPO, uno studio cioè sugli spazi collettivi (in Olanda lo spazio è tutto pubblico, o per lo meno pianificato su scala urbanistica, e per collettivo si intende quello spazio legato all’attività umana del ricrearsi, teorizzata dal Movimento Moderno…) Di più: ci siamo soffermati sul concetto di CPO+, dove quel+ sta ad indicare gli spazi pubblici legati alle diverse età dell’uomo. Per esemplificare direi: uno “speltuin” per i bambini dai 3 ai 13 anni, con tutti i giochi all’aria aperta, oppure un “muistuin”, per gli adulti dai 40 in su, o ancora un laghetto artificiale, una serra, una terrazza dove prendere il sole od una veranda dove ritrovarsi a parlare o a prendere il caffè, ed appunto ricrearsi. Bene.

Tornando ad Almere, alla manifestazione del 22 aprile era pieno di gente: c’erano architetti (architets), che vendevano i loro progetti, makelars (agenti immobiliari), che cercavano di accaparrarsi i terreni più a buon mercato per investirci, inwoners (abitanti), che cercavano di orientarsi alla ricerca di un’abitazione adatta alle loro esigenze, anche economiche. Bene.

Di seguito il sito: www.ikbouwmijnhuisinalmere.nl

Io ho seguito un paio di interventi: uno nel quale un timmermann (falegname), specializzato nella realizzazione di residenze di lusso, ci ha raccontato la sua esperienza, frutto della collaborazione con un Architetto nella realizzazione di una casa completamente in legno, tutta in materiale bioecologico. La mia prima impressione è stata positiva: ad Almere si stanno sperimentando varie novità:  vedi link

Gli architetti, per esempio, comprano i terreni ed offrono la loro prestazione adeguando il progetto alle tue esigenze, eliminando anche in questo caso il plusvalore dato dall’agenzia immobiliare. Ho visto per esempio su un catalogo progetti di case che si potevano modificare in funzione del numero degli occupanti, a fronte di una spesa irrisoria. E del resto casa……….. era disposta su due livelli, con la zona notte al piano di sopra, ma aveva un ingresso secondario per accedere ad un open-space inizialmente adibito a studio professionale, ma che un domani poteva trasformarsi senza grossi cambiamenti in una nuova unità abitativa. Ero incuriosito dal prezzo di costo di un’abitazione siffatta, e per farmi un’idea dal rapporto con l’Italia in generale e con Roma in particolare ho formulato la mia domanda: il prezzo di costo di quella casa si aggira sui 1.000 euro/mq. Bene.

Il fatto però che più di ogni altro mi ha colpito è che il Wethouder Adri van Duivenstein ha parlato di nuove regole per le costruzioni, che andranno scritte dopo la realizzazione della Bouwfabriek, invertendo quindi il processo legislativo usuale, che va dalla teoria alla pratica. Questa allora è la forza delle idee! Ricordo Neutelings, che nel suo discorso introduttivo ci raccontava come inizialmente fosse anch’egli incredulo rispetto agli spazi collettivi ed alla possibilità di sviluppare insieme agli abitanti un nuovo quartiere, ma di essersi reso conto con il passare del tempo che l’idea aveva un suo valore, da non sottovalutare…Bene.

Ricordo un altro workshop, di una abitante di Villa Overgooi, progettata da Next Architecten. La villa è una palazzina dove sei famiglie condividono tutti gli spazi comuni: ognuno ha una terrazza sua propria, ma poi gli spazi a giardino e tutto il terreno circostante la palazzina è destinato ad attività comuni: muistuin, speltuin e quant’altro. Bene.

Alla luce di quanto detto, credo sia evidente la differenza fra le regole che nascono dal basso, che sono frutto di un processo condiviso, e si adeguano alle esigenze del cittadino, e le regole calate dall’alto, che rappresentano dei vincoli (ossia strumenti coercitivi che nessuno spazio lasciano alla fantasia dell’uomo). Allora torniamo al discorso iniziale, su cui abbiamo impostato tutto il nostro ragionamento sui vincoli: qual’è il punto di partenza? E la domanda nasce di nuovo spontanea: perchè imporre un vincolo invece di costruire regole condivise dalla collettività? I vincoli possono costituire uno stimolo all’individuazione di soluzioni brillanti per superare i limiti ad essi correlati, ma non possono costituire l’unico punto di partenza, per di più inseriti nelle leggi che sono in contrasto con il comulne sentire, perchè altrimenti è logico che si instaura un meccanismo volto a scavalcarli ed a non rispettarli: L’ABUSIVISMO! In Olanda l’abusivismo non esiste, ma semplicemente  perchè non ci sono i vincoli…esiste invece un “schoencommissie”, commissione di bellezza, al vaglio della quale sono sottoposti tutti i progetti di modifica del territorio, che stabilisce che cosa si puà fare e che cosa no, ed ogni comune ha i suoi regolamenti, proprio come da noi! Bene.

Ora, potremmo stare a parlare per ore sull’opportunità di prendere esempio dall’Olanda per trovare un modo per uscire dalla crisi, ma sono convinto della forza delle idee, e dell’opportunità di partire da esse per superare i problemi. Una soluzione può certo essere quella di esplorare una terza via all’abusivismo ed ai condoni, prospettata da Alfonso Gambardella in un articolo sull’abusivismo apparso sul CORRIERE DEL MEZZOGIORNO (inserto di Napoli e Puglia del Corriere della Sera) del 24/02/2011. Per il resto chissà: chi vivrà vedrà!

La burocrazia, mal sottile della buona architettura

Il 22 giugno 2009, AMATE L’ARCHITETTURA è stata invitata a presenziare alla trasmissione-contenitore, condotta da Michele Mirabella, “Cominciamo Bene Estate”. Essendo indisponibile il nostro presidente, Marco Alcaro, mi sono caricato dell’onere della partecipazione.

Devo premettere che di condoni un poco me ne sono occupato, una dozzina in tutto, principalmente per vecchi clienti ai quali ho voluto dare un sostegno in un’impresa assai ardua. Perciò mi consideravo informato del problema ma non un vero esperto. Così per colmare le lacune sia nell’ambito dei contatti di Amate l’Architettura sia in quelli personali abbiamo chiesto, a stretto giro di posta, di raccontarci esperienze e fatti significativi che potessero contribuire a definire i problemi logistici da un lato da un lato e umani dall’altro che tutti gli attori privati e professionisti si trovano ad affrontare in questo girone delle Malebolge.

E’ straordinario come in pochi giorni siano giunte parecchie esperienze incredibili. Ancora più straordinario è il riscontro di aneddoti ricevuti mentre mi trovavo in fila presso gli uffici tecnici nei giorni antecedenti alla partecipazione alla trasmissione.

Perciò, nei pochi giorni che avevo a disposizione prima di andare in onda, sono riuscito a elaborare un dossier sufficientemente ampio e circostanziato in cui si evince come il virus della burocrazia abbia infettato tutte la fasi del processo edilizio nelle quali è necessario avere un’interfaccia con l’amministrazione pubblica.

Va detto, per precisione, che l’ambito di questa esperienza è limitato solo ed esclusivamente a quello di Roma e Lazio. Sono convinto tuttavia che il problema sia massimamente diffuso in Italia, salvo, probabilmente, in quelle regioni che da sempre sono un esempio di buona amministrazione (Val d’Aosta? Trentino-Alto Adige?).

Le testimonianze raccolte sono così esemplari, così importanti per descrivere il grandissimo stato di malessere in cui si trovano non solo i committenti ma, soprattutto, i professionisti. Di conseguenza all’interno di Amate l’Architettura stiamo riflettendo sulla creazione di un canale permanente (tramite il blog, per esempio) per la raccolta di altre testimonianze in un documento unitario e articolato che riguardi tutti i settori della burocrazia nel processo edilizio e nel progetto architettonico.

Vi anticipo qualche piccola considerazione che mi è venuta in mente sulla base di questa esperienza:

  1. Il peso, anche economico, della burocrazia nel progetto, è tale che livella verso il basso la qualità del lavoro del professionista per potere fare quadrare i conti della propria parcella.
  2. Queste inefficienze sono un onere aggiuntivo rilevante per il committente che sottrae risorse alla qualità del progetto e della realizzazione di esso.
  3. Il potere che hanno assunto gli uffici tecnici è tale che la libertà di espressione nel progetto ne esce estremamente limitata. Il progetto cioè viene redatto in funzione dei parametri rigidi imposti dai regolamenti edilizi o, peggio ancora dall’interpretazione inappellabile degli uffici tecnici.
  4. Spesso il tecnico che si ha di fronte in questi uffici è, valutandolo sulla base del titolo, ad un livello culturale e professionale inferiore al proprio. Parlo, per essere chiari, soprattutto dei geometri che mi ritrovo negli uffici urbanistici, tra i vigili del fuoco, nelle soprintendenze, con mansioni equiparate agli architetti e agli ingegneri.
  5. L’incertezza sui tempi e sull’interpretazione delle norme da parte degli uffici tecnici, ha comportato il fiorire di una classe di professionisti-parassiti (definiti così perché non producono un valore aggiunto per la società) che hanno come core-business la capacità di portare avanti una pratica senza troppi intoppi ed in tempi più celeri. Esiste oramai una mentalità così diffusa di questo meccanismo che (è capitato anche a me) si chiama il professionista locale o specializzato anche nei casi in cui l’amministrazione è sufficientemente trasparente.
  6. Il problema di mantenimento di una burocrazia ipertrofica è di tipo politico:
    1. una grande massa di burocrati infatti è un bacino elettorale importante e fidelizzabile;
    2. la mancanza di chiarezza nell’interpretazione delle norme aumenta la possibilità di corruzione, concussione e, in ultimo, di detenzione di un potere reale sul territorio.
  7. La reazione ad uno stato a questo stato di cose può essere solo politica. Le categorie e le forze sociale che non si riconoscono nell’inefficienza e nella corruzione devono convergere su un manifesto programmatico volto a smantellare l’attuale sistema. A titolo di esempio, assolutamente non esaustivo, si potrebbe richiedere:
    1. Un uso diffuso del concorso di progettazione, con incentivi per i committenti anche privati, previa la fissazione di criteri nuovi sulla scelta delle giurie (rotazioni dei giurati, albi, ecc.);
    2. Una riduzione delle norme e dei regolamenti a meno norme, più flessibili e meno descrittive, basate cioè su parametri di progetto calcolabili (aria, luce, introspezione, ecc.) (è possibile per campi anche tecnici, si guardi al fire-engineering).
    3. Il ripensamento della funzione dei piani regolatori e degli strumenti attuativi, ridotti ora a strumenti puramente indicativi dall’uso diffusissimo degli accordi di programma in deroga ai P.R.G.
    4. Il ripensamento del concetto di P.R.G. stesso. E se cominciassimo a pensare a dei piani autoregolatori basati sul diritto a fare (nelle zone già urbanizzate e non sottoposte a salvaguardia) salvo diritti fondamentali di terzi quali la luce, l’aria, la vista, la mobilità, ecc?)
    5. La possibilità di mettere facilmente mano al patrimonio edilizio esistente con l’ottica di migliorarlo in efficienza ed estetica, utilizzando anche benefici in termini di superfici e cubatura se rientranti in un progetto coordinato. A Berlino, per esempio, per aumentare il guadagno passivo degli edifici si è data la possibilità di creare verande e bow-windows sulle facciate con progetti globali di trasformazione dei fronti degli edifici.
    6. La responsabilizzazione dei dirigenti degli uffici pubblici rispetto all’efficienza dell’amministrazione da loro diretta. Se fai bene ti premio, se fai male paghi e te ne vai.
    7. Un uso esteso dell’informatica e di internet per l’accesso alle informazioni, la presentazione, lo svolgimento e il controllo delle pratiche relative ai permessi.

Non mi soffermo sull’esito della nostra partecipazione televisiva. I tempi televisivi sono sempre brevissimi e gli autori televisivi banalizzano tutto.

Per chi, comunque, avesse curiosità allego tre clip tratte dalla trasmissione TV.