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Venezia 2010… appunti di viaggio 2° parte

14 Gennaio 2011

Camminando per Venezia si è immersi nell’arte, c’imbattiamo nei meravigliosi spazi “acquisiti” da Francois Pinault Foundation: Palazzo Grassi (con la parte epidermica interna, ristrutturata da Tadao Ando con estrema eleganza: pareti chiare con travetti grigio chiaro che portano l’illuminazione) e Punta della dogana “restaurata” meravigliosamente da Tadao Ando (un grande quadrato centrale dove si affacciano gli altri spazi) creando un luogo che sembra essere stato sempre presente a Venezia e di cui non si può far più a meno.

All’interno ci sono parte della collezione della Francois Pinault Foundation, con opere molto recenti che danno un’immagine del contemporaneo che molti musei non possono permettersi.

Camminando per Venezia si ha modo di parlare con che vive, lavora e/o passa per Venezia, conversando si può avere una percezione che la maggior parte delle persone (anche da chi abitando nelle vicinanze stava sotto inondazione), non pensa che Venezia debba morire sotto l’effetto di Ruskins, ma piuttosto si evolva insieme al nostro tempo.

Nelle opere presenti nella Francois Pinault Foundation s’intravede nell’arte una paura del presente, la paura della decadenza un ricercare un appiglio.  Si ha un po’ paura, una volta si sarebbe detto, di questi tempi calamitosi. S’intravede tra isole e icone, anche un fuggire da tutto ciò e un rifugiarsi in spazi estetici neo, a volte neo neo manieristi e la malinconica nostalgia del passato, di un passato ideale che spesso non è mai esistito e si trasforma a volte in un paesaggio decadente alla Ruskins.

Noi vediamo ciò che vogliamo vedere, spesso non guardiamo, vediamo una nostra verità o spesso la verità che viene raccontata dal nostro cervello che è frutto della nostra esperienza, non la realtà, come si evince nella stanza del Museo della Mente di Roma (Santa Maria della Pietà di Roma ex-manicomio) dove si vedono le stanze storte percependole in realtà squadrate (da una visita guidata organizzata da Urban Experience – happening, performing media, progettazioni urbanistiche partecipate, nuovi format di comunicazione pubblica interattiva).

Alla biennale nel padiglione Rumeno c’è invece un vuoto, un foglio bianco osservabile da un foro, la casa tipo di Bucarest completamente vuota, un foglio bianco: paura o libertà. Proviamo a riscrivere una storia.

Per scrivere una storia immaginiamo, spesso a torto di avere bisogno di qualcosa di rassicurante, piuttosto che di noi stessi, dei manga onnipresenti che combattino i draghi monocromatici della tradizione (Takashi Murakami Palazzo Grassi – alcune opere sono presenti alla Gagosian Gallery di Roma  termine mostra 15 gennaio 2011 ) fino alla ricerca del superoe nell’opera di Mike Kelley  (Kandors full set  2005-2009 Mostra Punta della Dogana). Nell’opera di M Kelley si entra in uno spazio fantastico tra vetro e colori delicati, dove si sente la presenza del buio, reale ma anche di pericolo e dove interviene l’eroe di turno, Superman esempio della lotta contro gli ostacoli della vita, una vita a volte repressa da troppi costringi-menti; se per un po’ la città deve essere nascosta nella Fortezza della Solitudine, in ampolle di vetro, il superoe “poi” riesce a salvarla definitivamente.

I manga entrano sempre di più nell’immaginario mondiale, una famosa casa di moda quest’anno in occasione del lancio dei suoi prodotti ha proposto il concorso per inventare tre nuovi personaggi manga possibilmente supereroi (già nel 2007 la casa di moda aveva disegnato i vestiti per un video d’animazione). I BIG, gruppo di progettazione danese (Bjarke Ingels Group) hanno raccontato i loro progetti anche attraverso i fumetti ( nella loro mostra e loro libro: Yes is More).

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Camminando per la Punta della Dogana (Fondazione) s’imbatte in un’opera di  Sonne Mond und Sterne (Sole, Luna e Stelle 2007-2008)  dove c’è il bisogno di fare il punto della situazione sulla storia di una persona. La storia di tutti. L’artista colleziona tutti i momenti della vita, attraverso delle icone pubblicitarie (676 pagg. – la pubblicità è presente anche nella Biennale dove diventa città è  presente nella città dove circonda l’arte, Ponte dei Sospiri), una catalogazione che trasforma, qualcosa di negativo in un racconto epico. In molte civiltà il passato è avanti a noi e non dietro, cioè è ben visibile e utile come insegnamento.

Nella Biennale in alcuni stand si cerca di fare un importante punto della situazione, l’analisi del recente passato  e del presente raccontando: Roma come sarebbe diventata se fosse stato costruito il progetto per lo SDO, il Sistema Direzionale Orientale di Roma, cinquant’anni di cultura architettonica in Italia, sessant’anni di costruzioni (Padiglione dell’In Arch); i meravigliosi anni di Brasilia e le architetture post Brasilia (padiglione del Brasile curatore Ricardo Ohtake); la storia dei Kibbutz nello stand d’Israele.

Alcuni espositori della Biennale riescono a fare un’analisi del presente con spunti per il prossimo futuro. Momenti di cambiamento lo troviamo negli Stati Uniti, l’esibizione Workshopping, An American Model of Architecture Practice, rappresenta la voglia di cambiare in meglio del paese americano e la certezza che l’architettura possa a  questa missione; la Francia racconta l’organizzazione che sta improntando nelle sue città di Bordeaux, Lione, Marsiglia, Nantes e l’Atelier International du Grand Paris, un padiglione per raccontare come non essere solo una nazione parigina ma nello stesso per fare una grande Parigi.

Alcune risposte arrivano dalle culture ex-positiviste, dalla Danimarca, che hanno abbandonato da decenni la cieca fiducia nelle macchine e hanno riscoperto l’idea delle persone che s’incontrano attraverso il progetto e l’architettura.

La Danimarca forte di meravigliose realizzazioni, spesso ispirate ai maestri olandesi, facenti parti di un sistema, un progetto per stili di vita ecocompatibili, propone sia i suoi masterplan (tra cui Orestad di ARKKI e Daniel Liebeskind), sia le nuove costruzioni. Un fare sistema esemplare, un modello già oggi all’avanguardia, che perfezionerà ancor di più nel prossimo futuro, rappresentato sia con plastici delle realizzazioni architettoniche, sia con video e disegni:VM Housing di Plot; Danish Jewish Museum di Studio Daniel Libeskind, Skuespilhus di Lungaard e Tranberg Arkitektfirma A/S; IT University HLT University di Larsens Tegnestue A/S; Orestad Gymnasium di 3X Nielsen; Ordrupgaard Museum di Zaha Hadid, the Playhouse e Tietgenkollegiet di Lundgaard e Tranberg Architects, Bjerget di Plot (JDS più BIG 90 persone che stanno progettando nel mondo con estrema eleganza di novità di una sapienza antica) etc…….. E’ facile trovare a Copenaghen nei musei, nei parchi, negli spazi pubblici l’incontrarsi tra generazioni, amici e fidanzati. Nelle stagione di luce il punto d’incontro è lo spazio esterno. Molto ben curato e rispettato. Funzionano i trasporti con un sistema misto, metro,  bici, treno, bus trasporto privato.

Camminando per Venezia s’incontrano molti giovani che fotografano: si vedono utilizzare zoom e lavorare sui particolari e sulla materia. Lavorare sulla materia è una necessità, lavorare su gli elementi: aria, terra, acqua, fuoco. Nella biennale è molto  presente il lavoro sulla materia e sui particolari, specialmente sulla riscoperta del legno. Il padiglione della repubblica Ceca e repubblica Slovacca mette in mostra il legno, meraviglioso e prezioso materiale, mentre il tema del Belgio Usus/Usures è l’usura dei materiali utilizzati nei luoghi con molto passaggio di persone e come il progetto non debba perdere il  fascino dalla costrizione dai materiali ma al contrario esserne esaltato.

Il prossimo decennio, forse già i prossimi anni, sarà fondamentale per le scelte che saranno fatte, per rinnovare completamente un sistema di consumo odierno non più sostenibile. Si stanno modificando le dinamiche culturali e sociali, si sta avvertendo, anche se in anni di crisi, la necessità di nuovi stili di vita a cui occorre dare risposte anche con l’architettura.

E ‘ presente a Venezia il progetto di Aldo Cibic descritto nel libro RETHINKING HAPPINESS : Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te ( Corraini libri:“Questo volume raccoglie quattro esempi progettuali che affrontano il tema delle nuove comunità possibili.

L’esperienza di Rethinking Happiness si è infatti riproposta di “azzerare” l’osservazione di un modello di sviluppo urbano, ripartire da una situazione di “tabula rasa” e ridefinire bisogni, abitudini, attività e sogni rispetto alle nuove coordinate del presente.
In altre parole, ragionare su un’aggiornata idea di contemporaneità in un laboratorio aperto al contributo di economisti, sociologi, architetti, designer, urbanisti, paesaggisti e semplici cittadini chiamati a collaborare alla progettazione dell’identità di uno spazio.
Le singole discipline infatti, in mancanza di visioni generali a monte, non sembrano più in grado di fornire da sole delle risposte in grado di spiegare “come” e “a che condizioni” si possano operare delle trasformazioni sul tessuto del contemporaneo. “ – H20 Milano.org:” (…)Nuove comunità, nuove polarità (la situazione: una comunità di giovani lavoratori creativi – in ogni senso – piomba in un paese prealpino e, con l’obiettivo di integrarsi nel tessuto sociale esistente, crea un nuovo polo che arricchisce a sua volta il terreno d’origine. In sintesi: “Lo spazio per integrarsi e diventare una risorsa per il territorio”) (…)Un campus tra i campi (situazione: una comunità ideata da una start-up ad alto tasso tecnologico per sviluppare un terreno agricolo in laguna. (..)Urbanismo rurale (situazione: un centro rurale a bassa densità nei pressi di Shanghai, sistemato su palafitte e normato in maniera spiccatamente partecipata. (…)Superbazar (situazione: metropolitana e passante ferroviario s’incrociano e, anziché dar vita all’ennesimo non luogo milanese, si crea una zona densa di servizi e ricca di luoghi di lavoro e di vita low cost. In sintesi: “Un nuovo spazio pubblico che o spita attività funzionali”). Racconta gli edifici bioclimatici l’interessante padiglione Spagnolo. Nel design il presente è già nuovo, low cost ecologico, eco sensibile è si sta confrontando le vecchie e le nuove generazioni.

Sejima crede in una commistione tra natura e architettura tra reciproche trasparenze, il tutto nel punto di arrivo, dopo estremo e duro lavoro, di ricerca della semplicità.

Una serenità che si trova anche  in altri mondi fantastici: le magie delle foreste dei Paesi Nordici, dove le foto raccontano splendide realizzazioni di spazi  tra scenari naturali, dove le persone amano incontrarsi.

In altri padiglioni si legge l’esigenza di tornare nelle proprie case,  dei pescatori del regno del Bahrain (Leone d’oro per la migliore partecipazione nazionale), nelle residenze antiche della Corea e nei propri giardini e orti, ispirati da alcuni versi di un poeta (padiglione Serbo).

Nella biennale la poesia può essere di supporto  alla mancanza di luogo, ricreare o creare vuol dire porsi domande non solo di equilibrio, sonoro, estetico, etico, strutturale sociale, cercando una sintesi che ricomponga il tutto: Padiglione ungherese, Borderline Architecture di Zsolt Petrànyi,  il centro è il disegno, il visitatore è invitato a inventare il proprio disegno; Padiglione Canadese di  Hylozoic Ground dove tutto è vita; Padiglione Austriaco Under Costruction curato da Eric Own Moss: in corso d’opera (work in progress) lavorare confrontandosi con il processo produttivo, mentale – materiale che sia.

Può ispirare più una poesia che una foto vista di sfuggita, mai come in questa Biennale, in questa Venezia, al loro ritorno  i visitatori ci hanno raccontato il senso di ciò che avevano visto: appunti, esigenze, ricordi, foto.

Da Sejima sono arrivati degli spunti,  alcune idee e alcune considerazioni, sta alle persone e alle genti applicare le proprie idee sulle proprie reali necessità.

In questo momento in alcuni parti del mondo in  crisi si cerca il ritorno nella campagna come nel padiglione della Grecia allestito da Phoebe Giannisi e Zissis Kotionis,The Ark. Old Seeds for New Cultures: si raccolgono tutte le sementi, ma anche tutti i disegni antichi del territorio, ispirazione per futuri progetti (come una realizzazione  architettonica nelle terre spagnole che ha usato per ispirazione le maglie della campagna circostante).

Racconta il dolore di  perso tutto sono le fotografie e video del padiglione del dove si è rappresentato l’effetto-terremoto.

Persone, genti, People meet in architecture: ad una domanda alla Sejima, quale tema proporrebbe per una prossima biennale, l’architetto ha risposto che l’importante è che vi sia la parola people, aggiungiamo l’architettura ha un senso se risponde ai bisogni delle persone.

Una chiara risposta al tema della biennale è stato dato da un concorso nazionale in Thailandia: ‘WHERE SHALL WE MEET?’ A Bangkok mancano spazi verdi pubblici, le otto risposte selezionate hanno preso in esame la riqualificazione di spazi abbandonati trasformandoli in punti d’incontro: schermi che possano riunire persone distanti, un nuovo campo magnetico che appanna tutti gli strumenti elettronici e aumenta la voglia d’incontrarsi, palloni che gonfiandosi creano nuovi spazi nelle piazze, una coperta come tetto che protegga chi vi è sotto, un pannello che unisca gli opposti, scalini per meditare, spazi di riposo per organizzare la politica costituiti da unità abitative intorno ad alberi di tamarindo noti come simboli di raduni cerimoniali.

«L’architettura oggi deve essere capace di comunicare nuovi valori, di anticipare sogni e direzioni di una società in movimento». Parola di Kazuyo Sejima.

Pensavamo che avremmo trovato una biennale da cartolina, un mondo di certezze, un catalogo del decennio, torniamo con molti appunti, ci aspettavamo un’idea globale dell’architettura, torniamo con un quaderno ricco di storie di tanti paesi, con un’idea di un’architettura che torna ad essere locale con un pensiero globale (l’architettura bioclimatica necessariamente nasce come architettura regionale), per dire che è possibile una buona architettura, dove si possano incontrare le persone, la natura e la materia, senza bisogno di supereroi che giochino a salvare il mondo bloccandolo spesso in campane di vetro …. se poi riuscissimo a metterci anche un po’ di poesia!! …

Venezia 2010… appunti di viaggio 1° parte

4 Gennaio 2011

Camminare è importante, permette di apprezzare meglio il tempo e lo spazio.

Camminare per Venezia, oggi può aiutare a capire il contemporaneo, in questi anni così veloci e così lenti:

veloci nelle modifiche degli elementi, lenti nel ricambio delle strutture organizzative, interessanti nella trasmissione della cultura, almeno quella orizzontale, attraverso nuovi canali comunicativi. Il decennio zero, pieno di aspettative, ci sta salutando lasciandoci tanti punti interrogativi. Nella Biennale del 2010, forse, non sono state presentate molte soluzioni, ma sicuramente ha innescato molte riflessioni.

Venezia potrebbe finire romanticamente tra rovine e decadenza (Ruskin è presente nel Padiglione della Gran Bretagna con un allestimento curato da muf Architecture/art llp, dove vi è rappresentata l’influenza di Venezia nell’architettura inglese e il senso eterno  inglese dello scoprire territori catalogando e controllando ogni ricerca, anche architettonica), ma Venezia è bella, non perché sia decadente, ma perché è viva – ancora- ed ultimamente un po’ più contemporanea.  Le città hanno bisogno di riutilizzare i loro spazi perduti, trasformandoli  e facendoli rivivere.

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A Venezia il quartiere di  Cino Zucchi, già mostra segni del tempo, in negativo sui rivestimenti e sui materiali usati nella costruzione (purtroppo l’eventuale mancanza di qualità costruttiva non si differenzia per gli stili, anzi è ancor più presente negli stili lontani dal contemporaneo perché utilizzano decori antichi in una situazione  lavorativa differente dall’originale), in positivo come inserimento nella città, con la diversificazione architettonica e la riuscita convivenza con l’intorno.

La stratificazione del tempo nei nuovi quartieri di Cino Zucchi è un’esigenza che viene anche da una esperienza comune (attraversando i paesini italiani per esempio, applicata in architettura da Tendenza, dall’utilizzo dei frattali, dall’uso del disegno delle maglie del territorio, con l’utilizzo di simmetrie asimmetrie) è una ricerca importante che si può applicare, assolutamente, in modo contemporaneo

Il riuso nella città, è un’esigenza raccontata anche nel padiglione dei Paesi Bassi, nello allestimento Vacant NL, where architecture meets ideas, dove vi  è un’intera città, sospesa nel vuoto, del cielo blu olandese (anche in Olanda a volte arriva  un bellissimo sole), formata da edifici inutilizzati da riqualificare e utilizzare.

Il riuso è un tema presente, anche se con un approccio diverso,  nel  Padiglione Russo, paese che in seguito alla deindustrializzazione si trova immensi patrimoni da rivitalizzare.

In questi anni velocissimi si sono susseguiti un’infinità di segni e disegni, specialmente nelle città. Le biennali intorno al 2000 hanno raccontato la realizzazione di opere nuove e il futuro prossimo: il grande impegno delle archistar (quasi del tutto assenti in questa Biennale) che spesso, specialmente nella fase fine millennio inizio nuovo millennio, hanno reinventato in positivo le città. Troppo spesso  a ciò non ha fatto riscontro la qualità media dell’architettura. Le ultime Biennali hanno incominciato a interpretare le nuove esigenze di un mondo in continuo cambiamento ( anche a causa della crisi), fino ad arrivare alla Biennale di Kazuyo Sejima.

Kazuyo Sejima racconta i sogni, le realizzazioni del presente, immagino, ascoltando, in altro linguaggio con il medesimo significato, il saggio medievale che era preoccupato di un ingombrante passato, non vedeva ancora un futuro felice, intanto si stava accorgendo che gli stavano rubando il presente. Il contemporaneo, in tutte le sue modalità è ben rappresentato dalla curatrice della Biennale, sia nella sua architettura sia in questa Biennale.

Il racconto dell’architettura dei cambiamenti e di “tutti i giorni” italiana (recentemente rappresentata nel convegno svizzero (2010-10-08) “What ever happened to italian architecture? critical positions on the past, the present, and the future” è il titolo del Simposio internazionale promosso a Roma dall’Istituto Svizzero di Roma e dalla Depart Foundation), è presente nel coraggioso padiglione di Molinari (Aliati-Italia), dove vi sono presenti, non archistar, ma opere di buona qualità sparse in tutto il territorio nazionale – vent’anni di storia architettonica italiana – (l’ampliamento di una scuola a Bari (ma0), la costruzione di una biblioteca in provincia di Bergamo (Archea Associati), di un centro sanitario a Lesmo (Guidarini & Salvadeo), la risistemazione di un parco pubblico a San Donà (Cino Zucchi) e opere solidali ed ecocompatibili per il terzo mondo (Burkina Faso, Sudan).

Sono presenti temi importanti: il riutilizzo dei beni sequestrati alla mafia;  progetti di edilizia popolare che non vogliono riutilizzare esteticamente il passato ma neanche un’architettura degli anni 70-80 passata troppo presto dai disegni alla grande scala; edifici di qualità a basso costo, restauri contemporanei che rispettino l’antico (Rota all’Arengario di Milano, Piano alla Fondazione Vedova di Venezia), l’architettura bioclimatica ed ecocompatibile.

S’intravede una buona Italia. Forse un po’ sparsa, a volte si ha paura che sia un po’ ma buona! Dovremo conoscerla meglio. Arriviamo così al futuro, di “Italia 2050” aiutati anche qui da artisti e musicisti: dovremmo pensare oggi ciò che lasceremo domani!

Racconta un futuro probabile dello spazio urbano nel 2050, insieme agli spazi immensi dell’entroterra, l’allestimento australiano in 3d Now + When Australian Urbanism curato da John Gollings e Ivan Rijavec. Forse racconta un futuro quantomeno sconosciuto, la scala fantasiosa con porta e salto nel vuoto della Polonia dell’artista Agnieszka Kurant e dell’architetto Aleksandra Wasilkowska, tra controllo del fare e ricerca della libertà, purtroppo senza rete di sicurezza metaforica.

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I padiglioni nazionali hanno lanciato tante bottiglie nel mare con dentro alcuni messaggi, da raccogliere e applicare reinterpretandoli nel proprio ambito. Kazuyo Sejima si è fatta aiutare anche dalla poesia, dalla musica, dall’arte, dalla fotografia. Per spiegare lo spazio contemporaneo nelle Biennali del fine primo decennio del XXI secolo, spesso si chiede aiuto all’arte, piuttosto che ripetere foto o disegni di edifici realizzati, che comunque adoriamo.

E’ importante l’architettura scritta e disegnata, ma se è importante, è lo è, a maggior ragione lo è l’architettura costruita.

Nelle opere di Kazuyo Sejima, premio Priztker,  c’è molta buona architettura:

Towada_Arts_Center (o); New Museum of Contemporary Art in New York by Kazuyo Sejima Ryue Nishizawa 2007 (o); Zollverein School of Management and Design in Essen, Germany. Kazuyo Sejima and Ryue Nishizawa, architects. Completed in 2006.(o); Tokyo-Omotesando – Dior Building (Kazuyo Sejima & Ryue Nishizawa) (o).

Nell’arsenale la sua opera è rappresentata da uno splendido video in 3d di Wim Wenders (il 3d è stato usato molto nei padiglioni) che racconta il Rolex Center di Losanna. Nella Biennale, Kazuyo Sejima, racconta luoghi, a volte magici, dove le persone e le genti possano incontrarsi, come da tema principale: nuvole da attraversare, passarelle  sospese di Transsolar + Testue Kondo; scariche elettriche d’acqua nel buio di Olafur Eliasson; spazio di legni che solo insieme danno solidità, ascolto di suoni meravigliosi (coro polifonico di Janet Cardiff), una sala d’informazioni, lavoro giornaliero realizzato sulla materia, travi (il peso della materia) in equilibrio di Anton Garcia Abril & Ensamble Studio, omaggio a Corbu di Tom Sachs, lavori di Toyo Ito.

Un’impronta semplice; semplice come  valore aggiunto, orientale. Dove porterà questo spostamento  Est del pensiero ? (conseguente allo spostamento dell’economia?) Speriamo verso un misto di delicatezza e forza capace, come l’architettura firmate SANAA, di prefigurare nuovi scenari possibili, con gli edifici che s’infiltrano naturalmente nelle città generando nuovi flussi, nuovi scambi e nuovi incontri rappresentando in meglio le esigenze contemporanee.

Originali e poetici il padiglione, giapponese, Tokyo Metabolizing, curato da Yoshiharu Tsukamoto e Ryue Nishizawa, dove si narra, attraverso la citazione del movimento Metabolista (la città come una macchina dove gli edifici vengono modificati nel tempo) e il padiglione Cinese Here for a Chinese Appointment curato da Tang Keyang dove la leggerezza di uccelli bianchi volano tra contenitori in metallo ossidato.

Una mostra di lavori di architettura cinese è presente anche al CA’SI – Palazzo Santa Maria Nova- dove sono stati selezionati giovani architetti e studenti cinesi. Molto interessanti i progetti presenti nei Padiglioni di Malesia e Singapore, che fanno riflettere sul dualismo a volte non risolto tra natura e costruzioni e con altre costruzioni con forme straordinarie ed eleganti.

Continua…