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Direttamente dalla Biennale di Venezia, due nuovi appuntamenti a Roma sull’Architettura Gassosa di Emmanuele Lo Giudice

10 Gennaio 2019

“Architettura Gassosa, per un nuovo realismo critico” è un libro di Emmanuele Lo Giudice nel quale viene illustrata in forma grafica un’interessante teoria per l’architettura contemporanea, che vuole dare una risposta architettonica alle trasformazioni che la società contemporanea sta vivendo in questi ultimi decenni. Come ha affermato l’architetto Elena Padovani in un suo recente articolo, l’Architettura Gassosa è “perfettamente in linea con le trasformazioni della società contemporanea e delle sue nuove forme di vita, di lavoro, di relazione e delle dinamiche sociali in atto indotte dalla rivoluzione dei sistemi di comunicazione e connessione globale: si potrebbe dire “l’architettura ai tempi del digitale”.

Ma che cosa si intende per Architettura Gassosa? Come ha spiegato a Venezia nella sua conferenza del 9 Novembre la professoressa Tiziana Migliore, vicepresidente dell’Associazione Internazionale di Semiotica Visiva: “Quando parliamo di Architettura Gassosa, noi non stiamo più facendo riferimento ad una definizione di architettura legata ad uno stato formale come nel caso degli stili, o di un’architettura definita attraverso il periodo in cui si realizza, come per esempio l’architettura fascista. Nel caso dell’architettura gassosa, noi stiamo passando ad una definizione e ad una possibilità di pensiero di un’architettura legata esclusivamente ai suoi processi.

 

Quella che ci troviamo davanti è una proposta per un’architettura che, come suggerisce il titolo stesso del libro, ricorda le proprietà tipiche di un gas: un’architettura capace di invadere gli spazi, creando sempre nuove relazioni le quali si modificano e si adattano al luogo e ai visitatori stessi. L’architettura in questo lavoro viene destrutturata e ridotta concettualmente nelle sue parti essenziali che vanno a costituire un sistema di relazioni di carattere narrativo, indipendente ed atmosferico.

Come ci ha raccontato Lo Giudice: Punto focale del progetto è la “costruzione” di una vitale essenza processuale attraverso cui raccontare, fare e pensare l’architettura contemporanea. L’architettura gassosa è l’architettura del dialogo, dello sharing, dell’interdisciplinarietà, sempre aperta e condivisa, sempre in continua attualizzazione, “in continuo update”. Non si lavora più su “solidi” oggetti monumentali, ma su un’architettura del vuoto, dello spazio che attrae e respinge le varie “particelle” che caratterizzano la sua condizione di materia fisica e spaziale. 

Presentata per la prima volta ad Aprile 2018 in Messico, in un congresso internazionale presso l’Università di Architettura di Xalapa, e pochi mesi dopo alla 16° Biennale di Architettura di Venezia, con un seminario ed un workshop nel padiglione spagnolo di Axtu Amann, l’Architettura Gassosa di Emmanuele lo Giudice, sarà questo mese tema di dibattito a Roma in due diverse occasioni.

L’11 gennaio alle 19:00 presso la Galleria Sinestetica, in viale Tirreno 70 a/b, con Elena Padovani dell’associazione Amate l’Architettura e Vincenzo Di Siena docente dell’IED di Roma, e il 27 gennaio alle 17:00 al Macro Asilo di Giorgio De Finis di Roma in via Nizza 138, con Massimo Mazzone professore dell’Accademia di Brera e Tiziana Migliore, vicepresidente dell’Associazione Internazionale di Semiotica Visiva.

Becoming/Arquitectura gaseosa – un workshop alla Biennale

18 Ottobre 2018

Emmanuele Lo Giudice, per la Biennale di Architettura di Venezia del 2018, ha concepito un workshop come evento collaterale del progetto becoming del Padiglione Spagna nei Giardini della Biennale di Venezia. Amate l’Architettura sostiene questa iniziativa nella quale ci sarà una partecipazione attiva di alcuni membri del Movimento.

Con il progetto becoming, presentato dalla curatrice Atxu Amann per la 16a Biennale di Architettura di Venezia, lo spazio del padiglione spagnolo non è più una semplice area espositiva, ma si trasforma in un luogo di sperimentazione, uno spazio vitale, sede di processi e di riflessioni sul modo di pensare e fare architettura.

Il workshop becoming – arquitectura gaseosa si presenta come un momento di analisi e approfondimento delle tematiche del padiglione spagnolo, rielaborate sotto forma di laboratorio didattico. Punto focale del laboratorio è la “costruzione” di una vitale essenza processuale attraverso cui raccontare, fare e pensare l’architettura.

Il workshop analizza l’idea di un’architettura gassosa, un progetto teorico di Emmanuele Lo Giudice, che si propone come strumento operativo per una possibile interpretazione architettonica delle varie trasformazioni che la società contemporanea sta vivendo in questi ultimi anni. Il programma dell’architettura gassosa non segue un progetto predefinito, ma prevede l’idea di un’architettura immanente, non più legata ad una ricerca puramente formale, ma alle proprietà che la caratterizzano.

Il tema che si analizzerà nel workshop è il museo, per mezzo del quale si affronteranno alcune tematiche ritenute peculiari per l’architettura contemporanea. Il museo gassoso è uno spazio architettonico interattivo, aperto, che si adatta a qualsiasi situazione, che costruisce un sistema di relazioni privo di gerarchia, cosmopolita, narrativo, indipendente, sociale, ludico, atmosferico, sostenibile, in rete, critico, politico, ecc.

Questo museo sarà il risultato del dialogo tra artisti, architetti, studenti e professionisti di varie nazionalità che lavoreranno insieme alla definizione di questo ipotetico museo, la cui proprietà principale è data dalla relazione che esiste tra l’opera d’arte che si espone e lo spazio che la accoglie.

I partecipanti saranno suddivisi in gruppi, ognuno dei quali avrà un artista di riferimento con cui progetteranno un dispositivo espositivo pensato appositamente per una o più opere dell’artista designato.

L’obiettivo del workshop è di creare l’hardware necessario a una nuova visione di sviluppo urbano dove le forze creative del territorio messe a sistema possano dare vita ad un innovativo progetto culturale.

L’Architettura e la presa di coscienza secondo Cristina Senatore

27 Maggio 2017

“Non si può capire un processo arrestandolo. La comprensione deve fluire col processo, deve unirsi ad esso e fluire con esso. Il sapere è un’avventura senza fine ai confini dell’incertezza. Non c’è mistero nella vita umana. La nostra vita non è un problema da risolvere, ma una realtà da sperimentare.” (F. Herbert – Dune)

Ho conosciuto Cristina Senatore in occasione di Gran Touristas, una performance collettiva giocata attraverso i social network in occasione della 13.ma Biennale di Architettura di Venezia.

GT è stato un tentativo unico ed estremamente sperimentale di sfruttare la potenza connettiva dei social network per aggregare conoscenze e competenze cercando di metterle al servizio di qualcos’altro in maniera fluida e completamente auto-organizzata.

Cosa succede se riunisci in un gruppo un migliaio di personaggi creativi (architetti ma non solo) e gli chiedi di costruire un atlante delle singolarità e dei fenomeni culturali, analogici o digitali, più interessanti rintracciabili nel territorio italiano?

Cosa succede se lasci che attorno ad una idea di fondo si sviluppino decine di progetti narrativi collaterali che integrano e rilanciano su diversi canali comunicativi quel progetto, fino alla conclusione finale alla Biennale dove il progetto iniziale finisce quasi per scomparire, diluito nel moltiplicarsi narrativo?

Cosa succede se lasci che il gruppo sviluppi liberamente una discussione sempre più animata tra singolarità creative e comunità auto aggregate?

Oggi è abbastanza facile immaginare il tipo di reazione esplosiva che genera in rete una battuta infelice, o studiatamente polemica, di un qualsiasi politico o personaggio noto. Basta associare la parola migranti a Salvini che la rete si scatena. Se poi vogliamo circoscrivere il campo agli architetti le parole magiche sono Fuksas e Nuvola. Ecco, immaginate quel livello di reattività e interattività li, solo che condotto e prodotto da un gruppo di creativi animati dalle mille suggestioni e intrecci che emergevano dalla ricerca di senso e valore materiale e immateriale, in Italia. Un gruppo che liberamente costruiva un elenco di luoghi, personaggi, associazioni, oggetti, tradizioni orali, culinarie, cimeli, luoghi della memoria collettiva ma anche disastri urbani e cinepanettoni, qualunque cosa degna di nota, che fosse associabile a un link o che valesse la pena di essere raccontata, veniva raccolta e triturata nel calderone del gruppo; spesso non senza passare attraverso feroci discussioni e infiniti commenti.

Ognuno era libero d partecipare come meglio credeva a questo gioco, chi portava conoscenza, chi competenza, capacità di disegno o di ricerca, chi semplicemente si limitava a raccontare quello che avveniva all’interno del gruppo.

Questo è il link al gruppo, ma oggi piange il cuore vedendo che è diventato un gruppo di sterili promozioni di eventi o iniziative personali senza più la forza di innescare quella vertigine dialettica. Questo è il Tmblr. Questo è un video tratto dal finissage che racconta un po’ il corso degli eventi e soprattutto racconta cosa e il GT Box.

In questo gruppo Cristina, da grafica, è emersa sviluppando un metodo di restituzione per immagini molto efficace e insieme molto suggestivo.

La stessa Cristina definisce bene il senso del processo produttivo che ha seguito.

“se li riguardo adesso vedo che sono disegni surreali, forse ingarbugliati, come sogni. fu un bel esperimento per me, da allora mai più ripetuto.. i disegni erano quasi una scrittura automatica. scaturivano da corto circuiti continui che si verificavano fra le persone che partecipavano alla discussione alla quale io assistevo. sono sempre stata convinta che il ritmo (velocissimo) con cui tutto avveniva (decine di persone si parlavano tra loro contemporaneamente) fosse stato importante nella produzione di questi disegni. io disegnavo spesso sulle conversazioni mentre avvenivano e quando loro finivano di parlare io postavo il disegno. non avevo il tempo di fermarmi sul disegno e l’errore, l’imprecisione, talvolta l’equivoco, diventavano maglie del disegno… i miei ricordi e le loro ossessioni, le mie immagini e loro dubbi e desideri, le paure.. tutto confluiva in un’immagine che prima di quel momento per me non era mai esistita… io scoprivo il disegno alla fine, come tutti gli altri. non disegnavo con l’intenzione di fare un determinato disegno… il disegno sgorgava.”

Insomma il processo creativo di Cristina, e lo potete riscontrare anche nella sue opere più “meditate” è a tutti gli effetti un processo di percezione e restituzione della realtà, dove la realtà scorre, fluisce e si trasforma dinamicamente, intrecciando senso e suggestioni, misura e frattura dei fenomeni.

Qui trovate le opere prodotte in quell’occasione.

Dichiaro quindi che sia venuto il turno di Cristina Senatore, nel provare a spiegarci: a cosa serve l’Architettura?

Questa è la risposta; ho cominciato a smettere di fare rispettare il limite delle trenta parole anche se tra le righe qualcosa ancora si intravede…..

“Un giorno mi sono ferita al terzo dito del piede sinistro. Un bel taglio profondo, un dolore acuto. Dopo lo shock iniziale ho incominciato ad “usare” quel dolore per conoscermi meglio, ci ho viaggiato dentro con il pensiero, ci ho spostato sopra la sensibilità del corpo, cosa che mi rendevo conto di non avere mai fatto fino ad allora. Eppure di quel dito disponevo da che ero nata. Disponiamo di un intero corpo però la nostra sensibilità epidermica è concentrata continuamente solo in alcuni punti… nel palmo delle mani, sui polpastrelli, lungo le piante dei piedi, sulla punta del naso… il resto del corpo lo usiamo senza essere particolarmente sensibili a quello che avviene. L’architettura è come una ferita, è quell’accadimento nel vuoto che ci fa prendere coscienza dello spazio e ce ne fa fare esperienza. Non accade da sola l’Architettura, non è naturale, non piove dal cielo, va costruita. È dove sono le persone, la costruiscono le persone per altre persone, da sola, l’Architettura, serve a niente, non ha ragione, né possibilità di esistere.

Dunque l’Architettura viene costruita, ed è una costruzione abitabile, ovvero le persone possono entrarvi e svolgervi le loro funzioni. Tuttavia non è solo un edificio che contiene e ripara le persone e consente loro di svolgere in maniera confortevole e protetta le attività che desiderano o che hanno bisogno di svolgere, è qualcosa di costruito che completa l’uomo. Una occasione per l’uomo di trasferire nella materia le forme che concepisce nel pensiero. Non una forma vuota! Una forma impregnata di intenzioni. Quando l’uomo costruisce l’architettura applica la sua esperienza, la sua intelligenza, la sua sapienza tecnologica e il suo pensiero politico, le sue aspettative sociali, applica al mondo la sua visione del mondo, lo plasma. L’Architettura completa l’uomo perché lo orienta, lo condiziona, lo asseconda, lo ostacola. Consente all’uomo di fare dello spazio una esperienza sensoriale di profonda bellezza (o di terribile disagio), provoca in lui domande, sprona la sua curiosità, ne indirizza le azioni e le visioni, sollecitando modus vivendi. Suggerisce e fornisce punti di vista. L’Architettura creata dall’uomo per l’uomo connette le persone fra loro oltre i limiti del tempo, consente l’intersezione dei pensieri e il contatto fra sensibilità diverse. L’architettura segue le evoluzioni (o le involuzioni) dell’uomo.

L’Architettura divide gli uomini in due tipi di uomini: gli architetti e i non-architetti.
Gli architetti sono coloro che studiano per acquisire le conoscenze e le competenze necessarie alla progettazione e alla costruzione dell’architettura e così facendo ottengono il privilegio di dare forma allo spazio abitabile del mondo. I non-architetti sono coloro che nella vita abitano le architetture che progettano e costruiscono gli altri.

Penso, sono convinta, che il mondo intero, sia modificabile a partire dal rapporto fra architetti e non-architetti: quando i primi la smetteranno di abusare del loro privilegio di potere progettare spazi per i secondi favorendo solamente il proprio pensiero e troppo spesso compiacendo il proprio ego, escludendo o riducendo al minimo il confronto con i secondi, e quando i secondi capiranno che per ottenere dallo spazio la migliore soluzione abitativa (in senso lato) devono affidarsi ai primi, rinunciando a fissazioni e preconcetti e disponendosi a fare una esperienza che possa modificargli (migliorandogliela) la vita, ci troveremo davanti ad un mondo con una qualità architettonica elevata e diffusa in ogni contesto e ad una umanità fatta di individui che avranno imparato a sfruttare la straordinaria possibilità di stringere alleanze fra loro, riducendo al minimo i conflitti per viaggiare velocemente e serenamente verso una civiltà più evoluta dal punto di vista sociale e culturale nella quale sia ristabilita la fiducia nell’uomo e fra uomo e uomo. Insomma una revisione del rapporto fra architetti e non-architetti potrebbe portare ad una Architettura diversa, in grado di migliorare la qualità della vita umana e la sua presenza nell’universo vivente.
Gli architetti non devono imporre la “loro” Architettura, i non-architetti non devono subire passivamente l’architettura progettata e messa al mondo da altri. All’Architettura dovrebbero potere partecipare tutti, apportare tutti la loro esperienza, perché riguarda tutti!”

Questo è il disegno creato apposta per questa occasione, credo….

disegno per giulio pascali

Intervento grafico su dipinto “madonna della misericordia” di Piero della Francesca

Scoprire l’Architettura viaggiando

Amate l’Architettura, fin dalla propria nascita, si è sempre posta come priorità delle proprie linee d’azione la diffusione della cultura architettonica, specialmente dell’architettura contemporanea.

In linea con questo nostro desiderio/obbiettivo nasce la collaborazione con Stella Errante, una Associazione che organizza viaggi di conoscenza.

Cureremo la conoscenza architettonica (monumenti da visitare, cultura architettonica) nell’ambito dei viaggi organizzati da questa associazione.

Un membro del nostro Movimento accompagnerà i gruppi nei viaggi, fornendo le informazioni e le indicazioni sui luoghi da visitare, all’interno del programma prestabilito, che abbiano un particolare interesse o rilevanza architettonica.

Ma ancor più di questo cercheremo di sviluppare un dialogo ed un interesse attorno alla prima delle artes reales (come era definita nel quadrivio), durante gli itinerari.

Ci si interesserà di architettura di ogni epoca, perché i luoghi spesso sono segnati da interventi stratificati nei secoli, ma, quando sarà possibile, porremo l’accento sulla Architettura Contemporanea, che è “ragione sociale” per la quale siamo nati.

Ecco dunque il primo programma dei viaggi nato dalla nostra collaborazione. Ci auguriamo che ci seguiate numerosi in questa nostra iniziativa.  La prima occasione di incontro sarà un viaggio di visita alla Biennale di Architettura a Venezia (programma), dal 20 al 22 giugno 2014, con una escursione nelle ville venete della Riviera del Brenta, testimonianze dell’opera di Palladio, Tiepolo e di quella fioritura artistica che ha reso unica al mondo Venezia ed il suo entroterra.

Appello per la prossima Biennale di Architettura di Venezia

Indubbiamente l’aver assegnato lo scorso maggio la cura del padiglione italiano per un evento previsto a fine agosto non ha agevolato la riuscita del padiglione.

L’insistenza su temi triti, trattati per di più con superficialità e senza guizzi, ha poi fatto il resto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, almeno fino a fine novembre, quando l’inutile e costoso allestimento verrà finalmente smantellato. Tutto ciò va capitalizzato al meglio per le prossime edizioni.

Per prima cosa è il momento di chiedere al Ministro di assegnare il prima possibile la prossima cura; ricordo che il prossimo anno ci sarà l’edizione dedicata all’arte e la cura è stata già affidata.

Per l’architettura si chiede di poter far ciò anche prima, così che quasi in contemporanea con la chiusura del padiglione di questa edizione possa essere annunciato il curatore della prossima. Penso che sia anche adeguato ripensare al sistema di assegnazione della cura che andrebbe organizzato attraverso un concorso a procedura aperta, o almeno facendo in modo che una parte degli invitati siano scelti attraverso concorso.

Se sposate questa iniziativa mandate una mail con il vostro nome e indirizzo ad “Amate l’architettura” (info@amatelarchitettura.com) entro il 6 dicembre 2012

Biennale, no grazie

Il 6 Ottobre 2012 siamo partiti per Venezia per andare alla Biennale, invitati dal GiArch a partecipare all’incontro sull’architettura contemporanea dedicato ai giovani professionisti pubblicati nella Monografia della UTET “Progetti di giovani architetti italiani”, del quale sono fierissimo di far parte. Le curatrici Annabella Bucci e Valeria Marsaglia sono state eccezionali e hanno lottato davvero per mettere in contatto e promuovere tutti i progettisti presenti nel volume, e per questo meritano un sentito grazie.

Penso però che la giornata del 6 Ottobre mostri bene tutte le difficoltà che l’architettura italiana sta attraversando e dalle quali molto difficilmente uscirà.

Ma lasciatemi raccontare.

Arrivati all’ingresso dell’Arsenale è arrivata subito la prima delusione: tutti gli architetti hanno dovuto pagarsi il biglietto d’ingresso.

Ma come? Ci invitate a parlare al Padiglione Italia e dobbiamo pagare per farlo?

Si è vero, sul comunicato stampa c’era scritto: “L’ingresso alla Convention avviene acquistando il biglietto”; non voglio attaccarmi ai venti euro che tutti hanno dovuto pagare: dico solo che è stato veramente umiliante e triste vedere con i propri occhi come la parola dei giovani conti così poco che se vuoi esprimerla in un minuto e mezzo devi addirittura pagarti il biglietto. Di chi è la colpa? Il padiglione Italia dirà che è della Biennale, la Biennale dirà che era di qualcun altro, come sempre.

Andiamo avanti. Arriviamo al Padiglione Italia e ci rendiamo conto che il pubblico della convention siamo noi stessi. Architetti che parlano dei propri lavori di fronte ad un pubblico di soli architetti. Non era forse il caso di invitare questi famosi imprenditori ai quali si presume che il Padiglione Italia abbia aperto le porte? Dov’erano le figure istituzionali?

Visto l’andazzo mi sarei accontentato di vedere anche solo un po’ di fornitori e invece niente: eravamo soli.

D’altronde è il Padiglione Italia stesso a mostrare indifferenza e disinteresse nei confronti dei giovani progettisti.

Non ce l’ho con Luca Zevi, che in un tempo record, e con grande onestà intellettuale è riuscito ad allestire un padiglione molto coerente con il suo programma; mi permetto però di non condividerne le scelte. La mostra di Zevi vuole dirci che, proprio nel momento in cui il capitalismo mostra tutti i suoi limiti, esiste un filo conduttore, un territorio comune, che unisce il pensiero e l’opera di Adriano Olivetti, con il lavoro degli imprenditori che hanno commissionato i loro uffici o laboratori ad architetti affermati, ottenendone però una serie di edifici-immagine, sparsi sul territorio e tutti fra loro diversissimi. Queste opere dovrebbero a loro volta costituire il presunto common ground dell’architettura Italiana.

Questo è secondo me profondamente sbagliato. Le architetture del made in Italy non hanno nulla in comune con l’utopia di umanizzazione dell’industria alla quale Olivetti si ispirava, e tra loro hanno in comune solo “l’interesse per l’immagine e l’apparire”, per usare le significative parole che Germano Celant ha scritto nel 2004 nel catalogo della sua grande mostra “Arti&Architettura”.

L’i.lab di Italcementi non dice proprio nulla sull’architettura italiana, tanto più perché l’ha fatto Richard Meier, settantottenne pluripremiato architetto americano.

Il territorio comune dell’architettura italiana è uno solo e, piaccia o no, si chiama crisi, parola bandita dalla Biennale e dal Padiglione Italia.

Non bastano gli ottimi video di 2A+P / Tspoon e di Arcò, relegati infondo al padiglione: è proprio sul consumo del suolo, sugli interventi a zero volume, sulle nuove forme del fare architettura e sulla situazione dei giovani progettisti che avrei voluto che si focalizzasse il dibattito sullo stato dell’architettura italiana, che non è fatta di scintillanti edifici super-premiati, super-tecnologici, super-rivestiti, ma da un patrimonio edilizio realizzato in modo scellerato e da un numero eccessivo di professionisti disoccupati e molto spesso impreparati al mercato internazionale, io in primis probabilmente. Eppure il padiglione Italia, come uno struzzo si nasconde dalla crisi mostrando una carrellata di “immagini patinate, da pieghevole propagandistico”, come ha detto giustamente Valerio Paolo Mosco.

Non ce l’ho con Luca Zevi dicevo, ma ce l’ho invece con il MiBAC che, nonostante nelle sue linee guida avesse specificato che “la proposta curatoriale dovrà riservare particolare attenzione all’attività delle giovani generazioni”, è riuscito a scegliere proprio la proposta di Zevi, nella quale la parola “giovani” non compare affatto. Eppure, leggendo le sintesi delle proposte curatoriali degli altri nove esperti invitati dal Mibac e pubblicate dal Giornale dell’Architettura, ci accorgiamo che c’era stato chi, come Massimo Carmassi (il più anziano dei curatori invitati) aveva effettivamente messo l’accento sull’opera delle nuove generazioni. È andata così, peccato.

Se anche al Padiglione Italia ci fosse stato uno spazio più ampio dedicato ai giovani, non credo che sarei stato selezionato per essere ospite fisso alla Biennale; ma sfogliando il volume della Utet sono convinto che tanti miei colleghi lo avrebbero meritato e nell’osservarli mi sarei riconosciuto in loro, avrei visto com’è fatta effettivamente l’architettura italiana, con tutti i suoi limiti e i suoi problemi. Perché il punto è proprio questo, occorre rispondere all’inquietante domanda che ha fatto da titolo ad un dibattito organizzato due anni fa dall’Istituto Svizzero di Roma: “What ever happened to italian architecture”?

Perché non abbiamo detto niente? Secondo me abbiamo fatto tutti lo stesso ragionamento: “meglio star zitti, buoni e guadagnare in silenzio questa partecipazione alla Biennale, così domani lo scriviamo sul sito internet dello studio”.

Rimpiango il tempo dei CIAM, quando esisteva davvero un territorio comune nell’architettura internazionale, quando i colleghi non erano visti come competitors, ma come preziosi alleati per una battaglia comune. Se questo common ground oggi esistesse davvero, avremmo tutti insieme rifiutato questo pseudo invito a pagamento alla Biennale, avremmo detto: “No, grazie”

Architetto Francesco Napolitano

Biennale 2012 – Il Padiglione fatto di Materia grigia

18 Aprile 2012

A quattro mesi dall’inaugurazione sembra che il Ministero non abbia ancora nominato il curatore del padiglione Italia.
Da una parte chissenefrega!
Dall’altra sembra che il vuoto stia lasciando spazio per occasioni ed opportunità.
Luca Diffuse ha lanciato un’idea, quella di creare un luogo in rete dove depositare in maniera libera e partecipata le proposte per un Padiglione Italia del tutto nuovo, quello che non c’è, o meglio quello che c’è più di qualsiasi altro padiglione immaginabile in un luogo reale.
D’altra parte se lo scopo di un padiglione è la rappresentazione di qualcosa, di farsi portatore di un sentimento culturale nazionale condiviso, probabilmente il vuoto lasciato dai nostri ministeriali non è che la massima rappresentazione di questa Italia allo sbando, ed è estremamente coerente con la filosofia depressiva che caratterizza questo governo, che sembra dipingerci come un popolo di incapaci e di inetti ai quali non affidare alcunché.
Ma Luca non è nuovo alle azioni di occupazione in rete che sollecitano la partecipazione contaminante di soggetti interattivi (come funghi), e con questa proposta ci offre una piccola occasione di rilanciare noi stessi, definirci in un gesto, una semplice presa di posizione, autodeterminata e collettiva, espressa tramite l’esercizio della nostra unica risorsa, il nostro intelletto.

Un occasione in più per ribadire che la rete non è mera virtualità, avulsa da quanto comunemente si definisce spazio reale; la rete è un luogo reale a tutti gli effetti, parte integrante dell’esistenza di ciascuno di noi, talmente preponderante nella nostra esperienza quotidiana dall’avere superato l’idea stessa di puro strumento; la rete ci circonda, caratterizza ogni cosa che facciamo e come tale può e deve essere abitata, utilizzata, vissuta, occupata esattemente come avviene con lo spazio pubblico urbano:

Occupy the net!

Per raccorgliere i contributi e le discussioni qui c’è il gruppo su FB e qui vengono rilanciati i contributi raccolti.