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Becoming/Arquitectura gaseosa – un workshop alla Biennale

18 ottobre 2018

Emmanuele Lo Giudice, per la Biennale di Architettura di Venezia del 2018, ha concepito un workshop come evento collaterale del progetto becoming del Padiglione Spagna nei Giardini della Biennale di Venezia. Amate l’Architettura sostiene questa iniziativa nella quale ci sarà una partecipazione attiva di alcuni membri del Movimento.

Con il progetto becoming, presentato dalla curatrice Atxu Amann per la 16a Biennale di Architettura di Venezia, lo spazio del padiglione spagnolo non è più una semplice area espositiva, ma si trasforma in un luogo di sperimentazione, uno spazio vitale, sede di processi e di riflessioni sul modo di pensare e fare architettura.

Il workshop becoming – arquitectura gaseosa si presenta come un momento di analisi e approfondimento delle tematiche del padiglione spagnolo, rielaborate sotto forma di laboratorio didattico. Punto focale del laboratorio è la “costruzione” di una vitale essenza processuale attraverso cui raccontare, fare e pensare l’architettura.

Il workshop analizza l’idea di un’architettura gassosa, un progetto teorico di Emmanuele Lo Giudice, che si propone come strumento operativo per una possibile interpretazione architettonica delle varie trasformazioni che la società contemporanea sta vivendo in questi ultimi anni. Il programma dell’architettura gassosa non segue un progetto predefinito, ma prevede l’idea di un’architettura immanente, non più legata ad una ricerca puramente formale, ma alle proprietà che la caratterizzano.

Il tema che si analizzerà nel workshop è il museo, per mezzo del quale si affronteranno alcune tematiche ritenute peculiari per l’architettura contemporanea. Il museo gassoso è uno spazio architettonico interattivo, aperto, che si adatta a qualsiasi situazione, che costruisce un sistema di relazioni privo di gerarchia, cosmopolita, narrativo, indipendente, sociale, ludico, atmosferico, sostenibile, in rete, critico, politico, ecc.

Questo museo sarà il risultato del dialogo tra artisti, architetti, studenti e professionisti di varie nazionalità che lavoreranno insieme alla definizione di questo ipotetico museo, la cui proprietà principale è data dalla relazione che esiste tra l’opera d’arte che si espone e lo spazio che la accoglie.

I partecipanti saranno suddivisi in gruppi, ognuno dei quali avrà un artista di riferimento con cui progetteranno un dispositivo espositivo pensato appositamente per una o più opere dell’artista designato.

L’obiettivo del workshop è di creare l’hardware necessario a una nuova visione di sviluppo urbano dove le forze creative del territorio messe a sistema possano dare vita ad un innovativo progetto culturale.

L’Architettura e la presa di coscienza secondo Cristina Senatore

27 maggio 2017

“Non si può capire un processo arrestandolo. La comprensione deve fluire col processo, deve unirsi ad esso e fluire con esso. Il sapere è un’avventura senza fine ai confini dell’incertezza. Non c’è mistero nella vita umana. La nostra vita non è un problema da risolvere, ma una realtà da sperimentare.” (F. Herbert – Dune)

Ho conosciuto Cristina Senatore in occasione di Gran Touristas, una performance collettiva giocata attraverso i social network in occasione della 13.ma Biennale di Architettura di Venezia.

GT è stato un tentativo unico ed estremamente sperimentale di sfruttare la potenza connettiva dei social network per aggregare conoscenze e competenze cercando di metterle al servizio di qualcos’altro in maniera fluida e completamente auto-organizzata.

Cosa succede se riunisci in un gruppo un migliaio di personaggi creativi (architetti ma non solo) e gli chiedi di costruire un atlante delle singolarità e dei fenomeni culturali, analogici o digitali, più interessanti rintracciabili nel territorio italiano?

Cosa succede se lasci che attorno ad una idea di fondo si sviluppino decine di progetti narrativi collaterali che integrano e rilanciano su diversi canali comunicativi quel progetto, fino alla conclusione finale alla Biennale dove il progetto iniziale finisce quasi per scomparire, diluito nel moltiplicarsi narrativo?

Cosa succede se lasci che il gruppo sviluppi liberamente una discussione sempre più animata tra singolarità creative e comunità auto aggregate?

Oggi è abbastanza facile immaginare il tipo di reazione esplosiva che genera in rete una battuta infelice, o studiatamente polemica, di un qualsiasi politico o personaggio noto. Basta associare la parola migranti a Salvini che la rete si scatena. Se poi vogliamo circoscrivere il campo agli architetti le parole magiche sono Fuksas e Nuvola. Ecco, immaginate quel livello di reattività e interattività li, solo che condotto e prodotto da un gruppo di creativi animati dalle mille suggestioni e intrecci che emergevano dalla ricerca di senso e valore materiale e immateriale, in Italia. Un gruppo che liberamente costruiva un elenco di luoghi, personaggi, associazioni, oggetti, tradizioni orali, culinarie, cimeli, luoghi della memoria collettiva ma anche disastri urbani e cinepanettoni, qualunque cosa degna di nota, che fosse associabile a un link o che valesse la pena di essere raccontata, veniva raccolta e triturata nel calderone del gruppo; spesso non senza passare attraverso feroci discussioni e infiniti commenti.

Ognuno era libero d partecipare come meglio credeva a questo gioco, chi portava conoscenza, chi competenza, capacità di disegno o di ricerca, chi semplicemente si limitava a raccontare quello che avveniva all’interno del gruppo.

Questo è il link al gruppo, ma oggi piange il cuore vedendo che è diventato un gruppo di sterili promozioni di eventi o iniziative personali senza più la forza di innescare quella vertigine dialettica. Questo è il Tmblr. Questo è un video tratto dal finissage che racconta un po’ il corso degli eventi e soprattutto racconta cosa e il GT Box.

In questo gruppo Cristina, da grafica, è emersa sviluppando un metodo di restituzione per immagini molto efficace e insieme molto suggestivo.

La stessa Cristina definisce bene il senso del processo produttivo che ha seguito.

“se li riguardo adesso vedo che sono disegni surreali, forse ingarbugliati, come sogni. fu un bel esperimento per me, da allora mai più ripetuto.. i disegni erano quasi una scrittura automatica. scaturivano da corto circuiti continui che si verificavano fra le persone che partecipavano alla discussione alla quale io assistevo. sono sempre stata convinta che il ritmo (velocissimo) con cui tutto avveniva (decine di persone si parlavano tra loro contemporaneamente) fosse stato importante nella produzione di questi disegni. io disegnavo spesso sulle conversazioni mentre avvenivano e quando loro finivano di parlare io postavo il disegno. non avevo il tempo di fermarmi sul disegno e l’errore, l’imprecisione, talvolta l’equivoco, diventavano maglie del disegno… i miei ricordi e le loro ossessioni, le mie immagini e loro dubbi e desideri, le paure.. tutto confluiva in un’immagine che prima di quel momento per me non era mai esistita… io scoprivo il disegno alla fine, come tutti gli altri. non disegnavo con l’intenzione di fare un determinato disegno… il disegno sgorgava.”

Insomma il processo creativo di Cristina, e lo potete riscontrare anche nella sue opere più “meditate” è a tutti gli effetti un processo di percezione e restituzione della realtà, dove la realtà scorre, fluisce e si trasforma dinamicamente, intrecciando senso e suggestioni, misura e frattura dei fenomeni.

Qui trovate le opere prodotte in quell’occasione.

Dichiaro quindi che sia venuto il turno di Cristina Senatore, nel provare a spiegarci: a cosa serve l’Architettura?

Questa è la risposta; ho cominciato a smettere di fare rispettare il limite delle trenta parole anche se tra le righe qualcosa ancora si intravede…..

“Un giorno mi sono ferita al terzo dito del piede sinistro. Un bel taglio profondo, un dolore acuto. Dopo lo shock iniziale ho incominciato ad “usare” quel dolore per conoscermi meglio, ci ho viaggiato dentro con il pensiero, ci ho spostato sopra la sensibilità del corpo, cosa che mi rendevo conto di non avere mai fatto fino ad allora. Eppure di quel dito disponevo da che ero nata. Disponiamo di un intero corpo però la nostra sensibilità epidermica è concentrata continuamente solo in alcuni punti… nel palmo delle mani, sui polpastrelli, lungo le piante dei piedi, sulla punta del naso… il resto del corpo lo usiamo senza essere particolarmente sensibili a quello che avviene. L’architettura è come una ferita, è quell’accadimento nel vuoto che ci fa prendere coscienza dello spazio e ce ne fa fare esperienza. Non accade da sola l’Architettura, non è naturale, non piove dal cielo, va costruita. È dove sono le persone, la costruiscono le persone per altre persone, da sola, l’Architettura, serve a niente, non ha ragione, né possibilità di esistere.

Dunque l’Architettura viene costruita, ed è una costruzione abitabile, ovvero le persone possono entrarvi e svolgervi le loro funzioni. Tuttavia non è solo un edificio che contiene e ripara le persone e consente loro di svolgere in maniera confortevole e protetta le attività che desiderano o che hanno bisogno di svolgere, è qualcosa di costruito che completa l’uomo. Una occasione per l’uomo di trasferire nella materia le forme che concepisce nel pensiero. Non una forma vuota! Una forma impregnata di intenzioni. Quando l’uomo costruisce l’architettura applica la sua esperienza, la sua intelligenza, la sua sapienza tecnologica e il suo pensiero politico, le sue aspettative sociali, applica al mondo la sua visione del mondo, lo plasma. L’Architettura completa l’uomo perché lo orienta, lo condiziona, lo asseconda, lo ostacola. Consente all’uomo di fare dello spazio una esperienza sensoriale di profonda bellezza (o di terribile disagio), provoca in lui domande, sprona la sua curiosità, ne indirizza le azioni e le visioni, sollecitando modus vivendi. Suggerisce e fornisce punti di vista. L’Architettura creata dall’uomo per l’uomo connette le persone fra loro oltre i limiti del tempo, consente l’intersezione dei pensieri e il contatto fra sensibilità diverse. L’architettura segue le evoluzioni (o le involuzioni) dell’uomo.

L’Architettura divide gli uomini in due tipi di uomini: gli architetti e i non-architetti.
Gli architetti sono coloro che studiano per acquisire le conoscenze e le competenze necessarie alla progettazione e alla costruzione dell’architettura e così facendo ottengono il privilegio di dare forma allo spazio abitabile del mondo. I non-architetti sono coloro che nella vita abitano le architetture che progettano e costruiscono gli altri.

Penso, sono convinta, che il mondo intero, sia modificabile a partire dal rapporto fra architetti e non-architetti: quando i primi la smetteranno di abusare del loro privilegio di potere progettare spazi per i secondi favorendo solamente il proprio pensiero e troppo spesso compiacendo il proprio ego, escludendo o riducendo al minimo il confronto con i secondi, e quando i secondi capiranno che per ottenere dallo spazio la migliore soluzione abitativa (in senso lato) devono affidarsi ai primi, rinunciando a fissazioni e preconcetti e disponendosi a fare una esperienza che possa modificargli (migliorandogliela) la vita, ci troveremo davanti ad un mondo con una qualità architettonica elevata e diffusa in ogni contesto e ad una umanità fatta di individui che avranno imparato a sfruttare la straordinaria possibilità di stringere alleanze fra loro, riducendo al minimo i conflitti per viaggiare velocemente e serenamente verso una civiltà più evoluta dal punto di vista sociale e culturale nella quale sia ristabilita la fiducia nell’uomo e fra uomo e uomo. Insomma una revisione del rapporto fra architetti e non-architetti potrebbe portare ad una Architettura diversa, in grado di migliorare la qualità della vita umana e la sua presenza nell’universo vivente.
Gli architetti non devono imporre la “loro” Architettura, i non-architetti non devono subire passivamente l’architettura progettata e messa al mondo da altri. All’Architettura dovrebbero potere partecipare tutti, apportare tutti la loro esperienza, perché riguarda tutti!”

Questo è il disegno creato apposta per questa occasione, credo….

disegno per giulio pascali

Intervento grafico su dipinto “madonna della misericordia” di Piero della Francesca

Scoprire l’Architettura viaggiando

Amate l’Architettura, fin dalla propria nascita, si è sempre posta come priorità delle proprie linee d’azione la diffusione della cultura architettonica, specialmente dell’architettura contemporanea.

In linea con questo nostro desiderio/obbiettivo nasce la collaborazione con Stella Errante, una Associazione che organizza viaggi di conoscenza.

Cureremo la conoscenza architettonica (monumenti da visitare, cultura architettonica) nell’ambito dei viaggi organizzati da questa associazione.

Un membro del nostro Movimento accompagnerà i gruppi nei viaggi, fornendo le informazioni e le indicazioni sui luoghi da visitare, all’interno del programma prestabilito, che abbiano un particolare interesse o rilevanza architettonica.

Ma ancor più di questo cercheremo di sviluppare un dialogo ed un interesse attorno alla prima delle artes reales (come era definita nel quadrivio), durante gli itinerari.

Ci si interesserà di architettura di ogni epoca, perché i luoghi spesso sono segnati da interventi stratificati nei secoli, ma, quando sarà possibile, porremo l’accento sulla Architettura Contemporanea, che è “ragione sociale” per la quale siamo nati.

Ecco dunque il primo programma dei viaggi nato dalla nostra collaborazione. Ci auguriamo che ci seguiate numerosi in questa nostra iniziativa.  La prima occasione di incontro sarà un viaggio di visita alla Biennale di Architettura a Venezia (programma), dal 20 al 22 giugno 2014, con una escursione nelle ville venete della Riviera del Brenta, testimonianze dell’opera di Palladio, Tiepolo e di quella fioritura artistica che ha reso unica al mondo Venezia ed il suo entroterra.

Appello per la prossima Biennale di Architettura di Venezia

Indubbiamente l’aver assegnato lo scorso maggio la cura del padiglione italiano per un evento previsto a fine agosto non ha agevolato la riuscita del padiglione.

L’insistenza su temi triti, trattati per di più con superficialità e senza guizzi, ha poi fatto il resto. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, almeno fino a fine novembre, quando l’inutile e costoso allestimento verrà finalmente smantellato. Tutto ciò va capitalizzato al meglio per le prossime edizioni.

Per prima cosa è il momento di chiedere al Ministro di assegnare il prima possibile la prossima cura; ricordo che il prossimo anno ci sarà l’edizione dedicata all’arte e la cura è stata già affidata.

Per l’architettura si chiede di poter far ciò anche prima, così che quasi in contemporanea con la chiusura del padiglione di questa edizione possa essere annunciato il curatore della prossima. Penso che sia anche adeguato ripensare al sistema di assegnazione della cura che andrebbe organizzato attraverso un concorso a procedura aperta, o almeno facendo in modo che una parte degli invitati siano scelti attraverso concorso.

Se sposate questa iniziativa mandate una mail con il vostro nome e indirizzo ad “Amate l’architettura” (info@amatelarchitettura.com) entro il 6 dicembre 2012

Biennale, no grazie

Il 6 Ottobre 2012 siamo partiti per Venezia per andare alla Biennale, invitati dal GiArch a partecipare all’incontro sull’architettura contemporanea dedicato ai giovani professionisti pubblicati nella Monografia della UTET “Progetti di giovani architetti italiani”, del quale sono fierissimo di far parte. Le curatrici Annabella Bucci e Valeria Marsaglia sono state eccezionali e hanno lottato davvero per mettere in contatto e promuovere tutti i progettisti presenti nel volume, e per questo meritano un sentito grazie.

Penso però che la giornata del 6 Ottobre mostri bene tutte le difficoltà che l’architettura italiana sta attraversando e dalle quali molto difficilmente uscirà.

Ma lasciatemi raccontare.

Arrivati all’ingresso dell’Arsenale è arrivata subito la prima delusione: tutti gli architetti hanno dovuto pagarsi il biglietto d’ingresso.

Ma come? Ci invitate a parlare al Padiglione Italia e dobbiamo pagare per farlo?

Si è vero, sul comunicato stampa c’era scritto: “L’ingresso alla Convention avviene acquistando il biglietto”; non voglio attaccarmi ai venti euro che tutti hanno dovuto pagare: dico solo che è stato veramente umiliante e triste vedere con i propri occhi come la parola dei giovani conti così poco che se vuoi esprimerla in un minuto e mezzo devi addirittura pagarti il biglietto. Di chi è la colpa? Il padiglione Italia dirà che è della Biennale, la Biennale dirà che era di qualcun altro, come sempre.

Andiamo avanti. Arriviamo al Padiglione Italia e ci rendiamo conto che il pubblico della convention siamo noi stessi. Architetti che parlano dei propri lavori di fronte ad un pubblico di soli architetti. Non era forse il caso di invitare questi famosi imprenditori ai quali si presume che il Padiglione Italia abbia aperto le porte? Dov’erano le figure istituzionali?

Visto l’andazzo mi sarei accontentato di vedere anche solo un po’ di fornitori e invece niente: eravamo soli.

D’altronde è il Padiglione Italia stesso a mostrare indifferenza e disinteresse nei confronti dei giovani progettisti.

Non ce l’ho con Luca Zevi, che in un tempo record, e con grande onestà intellettuale è riuscito ad allestire un padiglione molto coerente con il suo programma; mi permetto però di non condividerne le scelte. La mostra di Zevi vuole dirci che, proprio nel momento in cui il capitalismo mostra tutti i suoi limiti, esiste un filo conduttore, un territorio comune, che unisce il pensiero e l’opera di Adriano Olivetti, con il lavoro degli imprenditori che hanno commissionato i loro uffici o laboratori ad architetti affermati, ottenendone però una serie di edifici-immagine, sparsi sul territorio e tutti fra loro diversissimi. Queste opere dovrebbero a loro volta costituire il presunto common ground dell’architettura Italiana.

Questo è secondo me profondamente sbagliato. Le architetture del made in Italy non hanno nulla in comune con l’utopia di umanizzazione dell’industria alla quale Olivetti si ispirava, e tra loro hanno in comune solo “l’interesse per l’immagine e l’apparire”, per usare le significative parole che Germano Celant ha scritto nel 2004 nel catalogo della sua grande mostra “Arti&Architettura”.

L’i.lab di Italcementi non dice proprio nulla sull’architettura italiana, tanto più perché l’ha fatto Richard Meier, settantottenne pluripremiato architetto americano.

Il territorio comune dell’architettura italiana è uno solo e, piaccia o no, si chiama crisi, parola bandita dalla Biennale e dal Padiglione Italia.

Non bastano gli ottimi video di 2A+P / Tspoon e di Arcò, relegati infondo al padiglione: è proprio sul consumo del suolo, sugli interventi a zero volume, sulle nuove forme del fare architettura e sulla situazione dei giovani progettisti che avrei voluto che si focalizzasse il dibattito sullo stato dell’architettura italiana, che non è fatta di scintillanti edifici super-premiati, super-tecnologici, super-rivestiti, ma da un patrimonio edilizio realizzato in modo scellerato e da un numero eccessivo di professionisti disoccupati e molto spesso impreparati al mercato internazionale, io in primis probabilmente. Eppure il padiglione Italia, come uno struzzo si nasconde dalla crisi mostrando una carrellata di “immagini patinate, da pieghevole propagandistico”, come ha detto giustamente Valerio Paolo Mosco.

Non ce l’ho con Luca Zevi dicevo, ma ce l’ho invece con il MiBAC che, nonostante nelle sue linee guida avesse specificato che “la proposta curatoriale dovrà riservare particolare attenzione all’attività delle giovani generazioni”, è riuscito a scegliere proprio la proposta di Zevi, nella quale la parola “giovani” non compare affatto. Eppure, leggendo le sintesi delle proposte curatoriali degli altri nove esperti invitati dal Mibac e pubblicate dal Giornale dell’Architettura, ci accorgiamo che c’era stato chi, come Massimo Carmassi (il più anziano dei curatori invitati) aveva effettivamente messo l’accento sull’opera delle nuove generazioni. È andata così, peccato.

Se anche al Padiglione Italia ci fosse stato uno spazio più ampio dedicato ai giovani, non credo che sarei stato selezionato per essere ospite fisso alla Biennale; ma sfogliando il volume della Utet sono convinto che tanti miei colleghi lo avrebbero meritato e nell’osservarli mi sarei riconosciuto in loro, avrei visto com’è fatta effettivamente l’architettura italiana, con tutti i suoi limiti e i suoi problemi. Perché il punto è proprio questo, occorre rispondere all’inquietante domanda che ha fatto da titolo ad un dibattito organizzato due anni fa dall’Istituto Svizzero di Roma: “What ever happened to italian architecture”?

Perché non abbiamo detto niente? Secondo me abbiamo fatto tutti lo stesso ragionamento: “meglio star zitti, buoni e guadagnare in silenzio questa partecipazione alla Biennale, così domani lo scriviamo sul sito internet dello studio”.

Rimpiango il tempo dei CIAM, quando esisteva davvero un territorio comune nell’architettura internazionale, quando i colleghi non erano visti come competitors, ma come preziosi alleati per una battaglia comune. Se questo common ground oggi esistesse davvero, avremmo tutti insieme rifiutato questo pseudo invito a pagamento alla Biennale, avremmo detto: “No, grazie”

Architetto Francesco Napolitano

Biennale 2012 – Il Padiglione fatto di Materia grigia

18 aprile 2012

A quattro mesi dall’inaugurazione sembra che il Ministero non abbia ancora nominato il curatore del padiglione Italia.
Da una parte chissenefrega!
Dall’altra sembra che il vuoto stia lasciando spazio per occasioni ed opportunità.
Luca Diffuse ha lanciato un’idea, quella di creare un luogo in rete dove depositare in maniera libera e partecipata le proposte per un Padiglione Italia del tutto nuovo, quello che non c’è, o meglio quello che c’è più di qualsiasi altro padiglione immaginabile in un luogo reale.
D’altra parte se lo scopo di un padiglione è la rappresentazione di qualcosa, di farsi portatore di un sentimento culturale nazionale condiviso, probabilmente il vuoto lasciato dai nostri ministeriali non è che la massima rappresentazione di questa Italia allo sbando, ed è estremamente coerente con la filosofia depressiva che caratterizza questo governo, che sembra dipingerci come un popolo di incapaci e di inetti ai quali non affidare alcunché.
Ma Luca non è nuovo alle azioni di occupazione in rete che sollecitano la partecipazione contaminante di soggetti interattivi (come funghi), e con questa proposta ci offre una piccola occasione di rilanciare noi stessi, definirci in un gesto, una semplice presa di posizione, autodeterminata e collettiva, espressa tramite l’esercizio della nostra unica risorsa, il nostro intelletto.

Un occasione in più per ribadire che la rete non è mera virtualità, avulsa da quanto comunemente si definisce spazio reale; la rete è un luogo reale a tutti gli effetti, parte integrante dell’esistenza di ciascuno di noi, talmente preponderante nella nostra esperienza quotidiana dall’avere superato l’idea stessa di puro strumento; la rete ci circonda, caratterizza ogni cosa che facciamo e come tale può e deve essere abitata, utilizzata, vissuta, occupata esattemente come avviene con lo spazio pubblico urbano:

Occupy the net!

Per raccorgliere i contributi e le discussioni qui c’è il gruppo su FB e qui vengono rilanciati i contributi raccolti.

Venezia 2010… appunti di viaggio 2° parte

14 gennaio 2011

Camminando per Venezia si è immersi nell’arte, c’imbattiamo nei meravigliosi spazi “acquisiti” da Francois Pinault Foundation: Palazzo Grassi (con la parte epidermica interna, ristrutturata da Tadao Ando con estrema eleganza: pareti chiare con travetti grigio chiaro che portano l’illuminazione) e Punta della dogana “restaurata” meravigliosamente da Tadao Ando (un grande quadrato centrale dove si affacciano gli altri spazi) creando un luogo che sembra essere stato sempre presente a Venezia e di cui non si può far più a meno.

All’interno ci sono parte della collezione della Francois Pinault Foundation, con opere molto recenti che danno un’immagine del contemporaneo che molti musei non possono permettersi.

Camminando per Venezia si ha modo di parlare con che vive, lavora e/o passa per Venezia, conversando si può avere una percezione che la maggior parte delle persone (anche da chi abitando nelle vicinanze stava sotto inondazione), non pensa che Venezia debba morire sotto l’effetto di Ruskins, ma piuttosto si evolva insieme al nostro tempo.

Nelle opere presenti nella Francois Pinault Foundation s’intravede nell’arte una paura del presente, la paura della decadenza un ricercare un appiglio.  Si ha un po’ paura, una volta si sarebbe detto, di questi tempi calamitosi. S’intravede tra isole e icone, anche un fuggire da tutto ciò e un rifugiarsi in spazi estetici neo, a volte neo neo manieristi e la malinconica nostalgia del passato, di un passato ideale che spesso non è mai esistito e si trasforma a volte in un paesaggio decadente alla Ruskins.

Noi vediamo ciò che vogliamo vedere, spesso non guardiamo, vediamo una nostra verità o spesso la verità che viene raccontata dal nostro cervello che è frutto della nostra esperienza, non la realtà, come si evince nella stanza del Museo della Mente di Roma (Santa Maria della Pietà di Roma ex-manicomio) dove si vedono le stanze storte percependole in realtà squadrate (da una visita guidata organizzata da Urban Experience – happening, performing media, progettazioni urbanistiche partecipate, nuovi format di comunicazione pubblica interattiva).

Alla biennale nel padiglione Rumeno c’è invece un vuoto, un foglio bianco osservabile da un foro, la casa tipo di Bucarest completamente vuota, un foglio bianco: paura o libertà. Proviamo a riscrivere una storia.

Per scrivere una storia immaginiamo, spesso a torto di avere bisogno di qualcosa di rassicurante, piuttosto che di noi stessi, dei manga onnipresenti che combattino i draghi monocromatici della tradizione (Takashi Murakami Palazzo Grassi – alcune opere sono presenti alla Gagosian Gallery di Roma  termine mostra 15 gennaio 2011 ) fino alla ricerca del superoe nell’opera di Mike Kelley  (Kandors full set  2005-2009 Mostra Punta della Dogana). Nell’opera di M Kelley si entra in uno spazio fantastico tra vetro e colori delicati, dove si sente la presenza del buio, reale ma anche di pericolo e dove interviene l’eroe di turno, Superman esempio della lotta contro gli ostacoli della vita, una vita a volte repressa da troppi costringi-menti; se per un po’ la città deve essere nascosta nella Fortezza della Solitudine, in ampolle di vetro, il superoe “poi” riesce a salvarla definitivamente.

I manga entrano sempre di più nell’immaginario mondiale, una famosa casa di moda quest’anno in occasione del lancio dei suoi prodotti ha proposto il concorso per inventare tre nuovi personaggi manga possibilmente supereroi (già nel 2007 la casa di moda aveva disegnato i vestiti per un video d’animazione). I BIG, gruppo di progettazione danese (Bjarke Ingels Group) hanno raccontato i loro progetti anche attraverso i fumetti ( nella loro mostra e loro libro: Yes is More).

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Camminando per la Punta della Dogana (Fondazione) s’imbatte in un’opera di  Sonne Mond und Sterne (Sole, Luna e Stelle 2007-2008)  dove c’è il bisogno di fare il punto della situazione sulla storia di una persona. La storia di tutti. L’artista colleziona tutti i momenti della vita, attraverso delle icone pubblicitarie (676 pagg. – la pubblicità è presente anche nella Biennale dove diventa città è  presente nella città dove circonda l’arte, Ponte dei Sospiri), una catalogazione che trasforma, qualcosa di negativo in un racconto epico. In molte civiltà il passato è avanti a noi e non dietro, cioè è ben visibile e utile come insegnamento.

Nella Biennale in alcuni stand si cerca di fare un importante punto della situazione, l’analisi del recente passato  e del presente raccontando: Roma come sarebbe diventata se fosse stato costruito il progetto per lo SDO, il Sistema Direzionale Orientale di Roma, cinquant’anni di cultura architettonica in Italia, sessant’anni di costruzioni (Padiglione dell’In Arch); i meravigliosi anni di Brasilia e le architetture post Brasilia (padiglione del Brasile curatore Ricardo Ohtake); la storia dei Kibbutz nello stand d’Israele.

Alcuni espositori della Biennale riescono a fare un’analisi del presente con spunti per il prossimo futuro. Momenti di cambiamento lo troviamo negli Stati Uniti, l’esibizione Workshopping, An American Model of Architecture Practice, rappresenta la voglia di cambiare in meglio del paese americano e la certezza che l’architettura possa a  questa missione; la Francia racconta l’organizzazione che sta improntando nelle sue città di Bordeaux, Lione, Marsiglia, Nantes e l’Atelier International du Grand Paris, un padiglione per raccontare come non essere solo una nazione parigina ma nello stesso per fare una grande Parigi.

Alcune risposte arrivano dalle culture ex-positiviste, dalla Danimarca, che hanno abbandonato da decenni la cieca fiducia nelle macchine e hanno riscoperto l’idea delle persone che s’incontrano attraverso il progetto e l’architettura.

La Danimarca forte di meravigliose realizzazioni, spesso ispirate ai maestri olandesi, facenti parti di un sistema, un progetto per stili di vita ecocompatibili, propone sia i suoi masterplan (tra cui Orestad di ARKKI e Daniel Liebeskind), sia le nuove costruzioni. Un fare sistema esemplare, un modello già oggi all’avanguardia, che perfezionerà ancor di più nel prossimo futuro, rappresentato sia con plastici delle realizzazioni architettoniche, sia con video e disegni:VM Housing di Plot; Danish Jewish Museum di Studio Daniel Libeskind, Skuespilhus di Lungaard e Tranberg Arkitektfirma A/S; IT University HLT University di Larsens Tegnestue A/S; Orestad Gymnasium di 3X Nielsen; Ordrupgaard Museum di Zaha Hadid, the Playhouse e Tietgenkollegiet di Lundgaard e Tranberg Architects, Bjerget di Plot (JDS più BIG 90 persone che stanno progettando nel mondo con estrema eleganza di novità di una sapienza antica) etc…….. E’ facile trovare a Copenaghen nei musei, nei parchi, negli spazi pubblici l’incontrarsi tra generazioni, amici e fidanzati. Nelle stagione di luce il punto d’incontro è lo spazio esterno. Molto ben curato e rispettato. Funzionano i trasporti con un sistema misto, metro,  bici, treno, bus trasporto privato.

Camminando per Venezia s’incontrano molti giovani che fotografano: si vedono utilizzare zoom e lavorare sui particolari e sulla materia. Lavorare sulla materia è una necessità, lavorare su gli elementi: aria, terra, acqua, fuoco. Nella biennale è molto  presente il lavoro sulla materia e sui particolari, specialmente sulla riscoperta del legno. Il padiglione della repubblica Ceca e repubblica Slovacca mette in mostra il legno, meraviglioso e prezioso materiale, mentre il tema del Belgio Usus/Usures è l’usura dei materiali utilizzati nei luoghi con molto passaggio di persone e come il progetto non debba perdere il  fascino dalla costrizione dai materiali ma al contrario esserne esaltato.

Il prossimo decennio, forse già i prossimi anni, sarà fondamentale per le scelte che saranno fatte, per rinnovare completamente un sistema di consumo odierno non più sostenibile. Si stanno modificando le dinamiche culturali e sociali, si sta avvertendo, anche se in anni di crisi, la necessità di nuovi stili di vita a cui occorre dare risposte anche con l’architettura.

E ‘ presente a Venezia il progetto di Aldo Cibic descritto nel libro RETHINKING HAPPINESS : Fai agli altri quello che vorresti fosse fatto a te ( Corraini libri:“Questo volume raccoglie quattro esempi progettuali che affrontano il tema delle nuove comunità possibili.

L’esperienza di Rethinking Happiness si è infatti riproposta di “azzerare” l’osservazione di un modello di sviluppo urbano, ripartire da una situazione di “tabula rasa” e ridefinire bisogni, abitudini, attività e sogni rispetto alle nuove coordinate del presente.
In altre parole, ragionare su un’aggiornata idea di contemporaneità in un laboratorio aperto al contributo di economisti, sociologi, architetti, designer, urbanisti, paesaggisti e semplici cittadini chiamati a collaborare alla progettazione dell’identità di uno spazio.
Le singole discipline infatti, in mancanza di visioni generali a monte, non sembrano più in grado di fornire da sole delle risposte in grado di spiegare “come” e “a che condizioni” si possano operare delle trasformazioni sul tessuto del contemporaneo. “ – H20 Milano.org:” (…)Nuove comunità, nuove polarità (la situazione: una comunità di giovani lavoratori creativi – in ogni senso – piomba in un paese prealpino e, con l’obiettivo di integrarsi nel tessuto sociale esistente, crea un nuovo polo che arricchisce a sua volta il terreno d’origine. In sintesi: “Lo spazio per integrarsi e diventare una risorsa per il territorio”) (…)Un campus tra i campi (situazione: una comunità ideata da una start-up ad alto tasso tecnologico per sviluppare un terreno agricolo in laguna. (..)Urbanismo rurale (situazione: un centro rurale a bassa densità nei pressi di Shanghai, sistemato su palafitte e normato in maniera spiccatamente partecipata. (…)Superbazar (situazione: metropolitana e passante ferroviario s’incrociano e, anziché dar vita all’ennesimo non luogo milanese, si crea una zona densa di servizi e ricca di luoghi di lavoro e di vita low cost. In sintesi: “Un nuovo spazio pubblico che o spita attività funzionali”). Racconta gli edifici bioclimatici l’interessante padiglione Spagnolo. Nel design il presente è già nuovo, low cost ecologico, eco sensibile è si sta confrontando le vecchie e le nuove generazioni.

Sejima crede in una commistione tra natura e architettura tra reciproche trasparenze, il tutto nel punto di arrivo, dopo estremo e duro lavoro, di ricerca della semplicità.

Una serenità che si trova anche  in altri mondi fantastici: le magie delle foreste dei Paesi Nordici, dove le foto raccontano splendide realizzazioni di spazi  tra scenari naturali, dove le persone amano incontrarsi.

In altri padiglioni si legge l’esigenza di tornare nelle proprie case,  dei pescatori del regno del Bahrain (Leone d’oro per la migliore partecipazione nazionale), nelle residenze antiche della Corea e nei propri giardini e orti, ispirati da alcuni versi di un poeta (padiglione Serbo).

Nella biennale la poesia può essere di supporto  alla mancanza di luogo, ricreare o creare vuol dire porsi domande non solo di equilibrio, sonoro, estetico, etico, strutturale sociale, cercando una sintesi che ricomponga il tutto: Padiglione ungherese, Borderline Architecture di Zsolt Petrànyi,  il centro è il disegno, il visitatore è invitato a inventare il proprio disegno; Padiglione Canadese di  Hylozoic Ground dove tutto è vita; Padiglione Austriaco Under Costruction curato da Eric Own Moss: in corso d’opera (work in progress) lavorare confrontandosi con il processo produttivo, mentale – materiale che sia.

Può ispirare più una poesia che una foto vista di sfuggita, mai come in questa Biennale, in questa Venezia, al loro ritorno  i visitatori ci hanno raccontato il senso di ciò che avevano visto: appunti, esigenze, ricordi, foto.

Da Sejima sono arrivati degli spunti,  alcune idee e alcune considerazioni, sta alle persone e alle genti applicare le proprie idee sulle proprie reali necessità.

In questo momento in alcuni parti del mondo in  crisi si cerca il ritorno nella campagna come nel padiglione della Grecia allestito da Phoebe Giannisi e Zissis Kotionis,The Ark. Old Seeds for New Cultures: si raccolgono tutte le sementi, ma anche tutti i disegni antichi del territorio, ispirazione per futuri progetti (come una realizzazione  architettonica nelle terre spagnole che ha usato per ispirazione le maglie della campagna circostante).

Racconta il dolore di  perso tutto sono le fotografie e video del padiglione del dove si è rappresentato l’effetto-terremoto.

Persone, genti, People meet in architecture: ad una domanda alla Sejima, quale tema proporrebbe per una prossima biennale, l’architetto ha risposto che l’importante è che vi sia la parola people, aggiungiamo l’architettura ha un senso se risponde ai bisogni delle persone.

Una chiara risposta al tema della biennale è stato dato da un concorso nazionale in Thailandia: ‘WHERE SHALL WE MEET?’ A Bangkok mancano spazi verdi pubblici, le otto risposte selezionate hanno preso in esame la riqualificazione di spazi abbandonati trasformandoli in punti d’incontro: schermi che possano riunire persone distanti, un nuovo campo magnetico che appanna tutti gli strumenti elettronici e aumenta la voglia d’incontrarsi, palloni che gonfiandosi creano nuovi spazi nelle piazze, una coperta come tetto che protegga chi vi è sotto, un pannello che unisca gli opposti, scalini per meditare, spazi di riposo per organizzare la politica costituiti da unità abitative intorno ad alberi di tamarindo noti come simboli di raduni cerimoniali.

«L’architettura oggi deve essere capace di comunicare nuovi valori, di anticipare sogni e direzioni di una società in movimento». Parola di Kazuyo Sejima.

Pensavamo che avremmo trovato una biennale da cartolina, un mondo di certezze, un catalogo del decennio, torniamo con molti appunti, ci aspettavamo un’idea globale dell’architettura, torniamo con un quaderno ricco di storie di tanti paesi, con un’idea di un’architettura che torna ad essere locale con un pensiero globale (l’architettura bioclimatica necessariamente nasce come architettura regionale), per dire che è possibile una buona architettura, dove si possano incontrare le persone, la natura e la materia, senza bisogno di supereroi che giochino a salvare il mondo bloccandolo spesso in campane di vetro …. se poi riuscissimo a metterci anche un po’ di poesia!! …