Articoli marcati con tag ‘bambini’

Ciao Yona!

25 Febbraio 2020

Il 20 febbraio all’età di 96 Yona Friedman se n’è andato, lasciandoci un vuoto enorme. Friedman era l’ultimo dei grandi maestri, capace di influenzare con le sue idee il lavoro di intere generazioni di architetti ed artisti in tutto il mondo.

Nato a Budapest il 5 giugno del 1923 da una famiglia ebraica e scampato miracolosamente ai rastrellamenti nazisti, giunge in Israele come emigrato clandestino per trasferirsi a Parigi, a partire dal 1957, dove trascorrerà il resto della sua vita prendendone la cittadinanza. Divenuto famoso tra gli anni 60 e 70, fin dal suo manifesto dell’Architettura Mobile, presentato per la prima volta al X CIAM del 1956, Friedman ha sempre posto al centro l’uomo, con le sue fragilità e problematiche, propendo un’architettura, dinamica, flessibile e trasformabile.

Finita la breve epopea delle avanguardie, viene presto dimenticato etichettato come architetto utopico, per essere riscoperto solo a partire dalla fine degli anni 90. Questi lunghi anni di esilio, sono stati per Friedman di grande importanza, portando la sua ricerca verso ambiti di una sperimentazione personale di notevole interesse. La sua attenzione verso gli ultimi, lo ha portato a lavorare per l’ONU e per le popolazioni più povere in Asia e in Africa, promuovendo l’auto costruzione e un’architettura di qualità per tutti, aperta, sostenibile e con l’uso di materiali poveri e riciclati.

È interessante contestualizzare la differenza del lavoro di ricerca dell’architetto francese rispetto ai suoi colleghi. Basti pensare che quando Friedman nel 1987, realizzava il suo Museum of Simple Technology, costruito in bambo e con altri materiali poveri e riciclati, secondo le teorie dell’autocostruzione e dello sharing. Tre anni dopo, nel 1991, veniva indetto un bando per il Guggenheim Museum di Bilbao, vinto da Frank O. Gehry con un edificio realizzato con l’uso di 33.000 lamine in titanio, un materiale usato principalmente nell’industria aeronautica e aerospaziale: uno splendido gioiello o gingillo architettonico per la città basca.

Queste due operazioni sono il risultato di due diverse filosofie di concepire il mondo. L’operazione di Frank Gehry, è il risultato di un’idea di città e di progresso legato associato ad un’operazione di una crescita continua che ritrova nelle pareti in titanio del Guggenheim, la sua espressione politica più espressiva e rappresentativa. L’operazione di Friedman, si muove invece su tutt’altra direzione. Nessuna idea di progresso inteso come corsa sfrenata o di consumo indiscriminato, ma un uso consapevole dello spazio per costruire una migliore qualità della vita. Riguardando oggi l’opera di Friedman ci rendiamo conto che dovremmo imparare a leggere il suo lavoro in maniera completamente diversa da come è stato fatto in passato, rileggendo i suoi disegni come un invito ad un nuovo programma politico per una diversa maniera di percepire e interpretare il mondo, l’architettura e la città.

Per capire e studiare l’opera di Friedman noi di Amate l’Architettura nel 2017 abbiamo tenuto un laboratorio di studio, aperto anche ai bambini, insieme all’architetto Emmanuele Lo Giudice nostro socio, che ha frequentato Friedman per diversi anni, studiandone l’opera e organizzando mostre e convegni arrivando a realizzare anche i suoi unici oggetti di design. Questo ci ha dato l’opportunità di analizzare e di far comprendere a tutti, le complessità spaziali dell’architetto francese, realizzando dei modelli di studio di alcuni suoi Space Chain sia con l’uso di braccialetti colorati, che con degli anelli in metallo da 1,20 mt.

Gli Space Chain, non sono solo una struttura spaziale, ma una vera e propria tecnica costruttiva usata da Friedman per modellare lo spazio e dar vita alla sua idea di architettura.Una delle applicazioni più frequenti è legata al tema del museo, che come in un articolo di Lo Giudice del 2017 sono delle vere e proprie

 “macchine” espositive che, nella loro essenza strutturale, si comportano come il “software di un sistema” per nuovi musei effimeri densi di messaggi per una attiva politica urbana. Formule interattive di architetture “sovversive” con carattere performativo. https://www.archphoto.it/archives/4998

Noi tutti di Amate l’Architettura lo vogliamo ricordare proprio omaggiandolo con le foto di quelle giornate di studio.

Ciao Yona un abbraccio da tutti noi

 

 

Una serie di fortunate coincidenze

14 Agosto 2017

[rumore delle onde in sottofondo]

Hypercantilever concept - Spacelab 2017-18

“Hypercantilever”, concept, Spacelab Architects 2017

– Papà tu sei architetto, giusto?
– Sì tesoro.
– E cosa fa l’architetto?
– L’architetto viene incaricato da altre persone (che si chiamano clienti dell’architetto) ad immaginare uno spazio per le loro esigenze e a farlo realizzare. Oppure a migliorare uno spazio esistente. O ragionare su come fare tutto questo in modo più sensato, accurato, sostenibile ed efficiente, utilizzando al meglio le risorse a disposizione.
– Uno spazio? Sarebbe a dire una casa?
– Non solo: può essere una casa o un altro tipo di edificio, sia pubblico che privato. Può essere un intero fabbricato, o uno spazio interno ad un edificio pensato da altri, o un luogo aperto, una piazza, un parco. Uno spazio fatto per durare anni, o secoli, o anche solo pochi giorni. O un’idea fantastica che resta solo sulla carta. Tutto questo, e altro ancora, lo chiamiamo architettura, ed è quello di cui io e tanti altri cerchiamo di occuparci.
– Quindi tutti gli spazi che vediamo intorno a noi sono architettura?
– Magari. Purtroppo non è così. Dicono che solo tre edifici su cento — cioè quasi nessuno — sono pensati e realizzati da noi architetti. E di questi, solo una minima parte può essere considerata “architettura”.
– Come mai così pochi?
– Perché ci sono anche altri mestieri, oltre a quello dell’architetto, che si occupano degli stessi spazi di cui ti parlavo, in modi in apparenza meno complicati e più sbrigativi. Siamo bravissimi a parlare tra noi architetti, ma spesso siamo un disastro a comunicare con tutti gli altri. Che si trovano costretti proprio da noi — spesso così inutilmente oscuri — a rivolgersi altrove, sebbene di architetti ce ne siano davvero tanti in circolazione, soprattutto in Italia.
– Tanti architetti ma pochissime realizzazioni? E come fate?
– Semplice: ci siamo organizzati.
Chi non è impegnato a realizzare opere ha molto tempo per studiare, parlare, scrivere, discutere delle opere degli altri. O per insegnare ad altri come fare — o probabilmente non fare — l’architetto. O per occuparsi di altre cose più o meno interessanti che nulla c’entrano con l’architettura. In ogni caso è una delle professioni più complesse di questo mondo.
– Ma allora perché hai scelto questo mestiere?
– Finché dura, avrei ancora intenzione di migliorare questo posto, un progetto alla volta.
– Esagerato. E poi pensi che meriti il tempo che gli dedichi ogni giorno, tutti i giorni?
– Hai una domanda di riserva?
– Certo: puoi spiegarmi meglio cos’è l’architettura?
– Oddio. Potrei dirti che è una convenzione, un termine su cui ci siamo messi d’accordo, ma non è così in realtà. Nessuno è stato mai capace di darne una definizione chiara e condivisa una volta per tutte. Ciascuno ha in testa una sua idea di architettura, e forse è anche giusto così.
Semplificando, l’architettura costruita potrei spiegartela come il risultato concreto, in forma di spazio e materiali, di una serie di condizioni (economiche, culturali, sociali) che coinvolgono tanto il progettista ed i suoi collaboratori quanto il cliente e il contesto in cui si trovano a lavorare. Un lavoro di squadra.
– E quindi?
– Quindi non pensare all’architetto come ad un artista solitario, che produce opere fantastiche frutto della sua pura creatività. E immaginati l’architettura come il risultato di una serie di positive coincidenze. Una botta di fortuna, o un incrocio di sentieri, per cui un cliente ispirato ha incaricato un bravo professionista a realizzare un’opera eccezionale. Non sempre queste tre condizioni riescono ad allinearsi in un unico progetto, ma quando accade è molto probabile che si tratti di architettura.
– Sì, ma se prima dicevi che gli architetti realizzano così poco rispetto a tutto quello che ci circonda, in fondo a cosa serve l’architettura per chi non è architetto?
– A cosa serve l’architettura. Bella domanda. È un po’ come per la musica, la poesia, le arti figurative: potrei dirti che serve a dare la misura della nostra civiltà come uomini, di quello che riusciamo ad immaginare e realizzare andando oltre il soddisfacimento delle banali esigenze funzionali o pratiche, pur essenziale in ogni architettura che si rispetti.
Serve a spostare più in alto l’asticella, a creare dei riferimenti, a dire al mondo e a chi verrà dopo: questo siamo, questo è lo spazio in cui intendiamo vivere e fare esperienze, questo è il nostro tempo e il nostro retaggio. Ti pare poco?
– Non mi hai convinto.
– Allora capisci perché realizziamo tre costruzioni su cento. Andiamo a farci un tuffo, dai…

(agosto 2017)

******************************************************

Nota del curatore della serie “a che serve l’Architettura”.

L’articolo é postato a nome di Luca. Per conoscere meglio chi è e cosa fa di seguito riporto i suoi link:

web www.spacelab.it
blog spacelab.it/theblog
fan page facebook.com/spacelab.it
twitter Spacelab_it