Articoli marcati con tag ‘architettura italiana’

In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

Biennale, no grazie

Il 6 Ottobre 2012 siamo partiti per Venezia per andare alla Biennale, invitati dal GiArch a partecipare all’incontro sull’architettura contemporanea dedicato ai giovani professionisti pubblicati nella Monografia della UTET “Progetti di giovani architetti italiani”, del quale sono fierissimo di far parte. Le curatrici Annabella Bucci e Valeria Marsaglia sono state eccezionali e hanno lottato davvero per mettere in contatto e promuovere tutti i progettisti presenti nel volume, e per questo meritano un sentito grazie.

Penso però che la giornata del 6 Ottobre mostri bene tutte le difficoltà che l’architettura italiana sta attraversando e dalle quali molto difficilmente uscirà.

Ma lasciatemi raccontare.

Arrivati all’ingresso dell’Arsenale è arrivata subito la prima delusione: tutti gli architetti hanno dovuto pagarsi il biglietto d’ingresso.

Ma come? Ci invitate a parlare al Padiglione Italia e dobbiamo pagare per farlo?

Si è vero, sul comunicato stampa c’era scritto: “L’ingresso alla Convention avviene acquistando il biglietto”; non voglio attaccarmi ai venti euro che tutti hanno dovuto pagare: dico solo che è stato veramente umiliante e triste vedere con i propri occhi come la parola dei giovani conti così poco che se vuoi esprimerla in un minuto e mezzo devi addirittura pagarti il biglietto. Di chi è la colpa? Il padiglione Italia dirà che è della Biennale, la Biennale dirà che era di qualcun altro, come sempre.

Andiamo avanti. Arriviamo al Padiglione Italia e ci rendiamo conto che il pubblico della convention siamo noi stessi. Architetti che parlano dei propri lavori di fronte ad un pubblico di soli architetti. Non era forse il caso di invitare questi famosi imprenditori ai quali si presume che il Padiglione Italia abbia aperto le porte? Dov’erano le figure istituzionali?

Visto l’andazzo mi sarei accontentato di vedere anche solo un po’ di fornitori e invece niente: eravamo soli.

D’altronde è il Padiglione Italia stesso a mostrare indifferenza e disinteresse nei confronti dei giovani progettisti.

Non ce l’ho con Luca Zevi, che in un tempo record, e con grande onestà intellettuale è riuscito ad allestire un padiglione molto coerente con il suo programma; mi permetto però di non condividerne le scelte. La mostra di Zevi vuole dirci che, proprio nel momento in cui il capitalismo mostra tutti i suoi limiti, esiste un filo conduttore, un territorio comune, che unisce il pensiero e l’opera di Adriano Olivetti, con il lavoro degli imprenditori che hanno commissionato i loro uffici o laboratori ad architetti affermati, ottenendone però una serie di edifici-immagine, sparsi sul territorio e tutti fra loro diversissimi. Queste opere dovrebbero a loro volta costituire il presunto common ground dell’architettura Italiana.

Questo è secondo me profondamente sbagliato. Le architetture del made in Italy non hanno nulla in comune con l’utopia di umanizzazione dell’industria alla quale Olivetti si ispirava, e tra loro hanno in comune solo “l’interesse per l’immagine e l’apparire”, per usare le significative parole che Germano Celant ha scritto nel 2004 nel catalogo della sua grande mostra “Arti&Architettura”.

L’i.lab di Italcementi non dice proprio nulla sull’architettura italiana, tanto più perché l’ha fatto Richard Meier, settantottenne pluripremiato architetto americano.

Il territorio comune dell’architettura italiana è uno solo e, piaccia o no, si chiama crisi, parola bandita dalla Biennale e dal Padiglione Italia.

Non bastano gli ottimi video di 2A+P / Tspoon e di Arcò, relegati infondo al padiglione: è proprio sul consumo del suolo, sugli interventi a zero volume, sulle nuove forme del fare architettura e sulla situazione dei giovani progettisti che avrei voluto che si focalizzasse il dibattito sullo stato dell’architettura italiana, che non è fatta di scintillanti edifici super-premiati, super-tecnologici, super-rivestiti, ma da un patrimonio edilizio realizzato in modo scellerato e da un numero eccessivo di professionisti disoccupati e molto spesso impreparati al mercato internazionale, io in primis probabilmente. Eppure il padiglione Italia, come uno struzzo si nasconde dalla crisi mostrando una carrellata di “immagini patinate, da pieghevole propagandistico”, come ha detto giustamente Valerio Paolo Mosco.

Non ce l’ho con Luca Zevi dicevo, ma ce l’ho invece con il MiBAC che, nonostante nelle sue linee guida avesse specificato che “la proposta curatoriale dovrà riservare particolare attenzione all’attività delle giovani generazioni”, è riuscito a scegliere proprio la proposta di Zevi, nella quale la parola “giovani” non compare affatto. Eppure, leggendo le sintesi delle proposte curatoriali degli altri nove esperti invitati dal Mibac e pubblicate dal Giornale dell’Architettura, ci accorgiamo che c’era stato chi, come Massimo Carmassi (il più anziano dei curatori invitati) aveva effettivamente messo l’accento sull’opera delle nuove generazioni. È andata così, peccato.

Se anche al Padiglione Italia ci fosse stato uno spazio più ampio dedicato ai giovani, non credo che sarei stato selezionato per essere ospite fisso alla Biennale; ma sfogliando il volume della Utet sono convinto che tanti miei colleghi lo avrebbero meritato e nell’osservarli mi sarei riconosciuto in loro, avrei visto com’è fatta effettivamente l’architettura italiana, con tutti i suoi limiti e i suoi problemi. Perché il punto è proprio questo, occorre rispondere all’inquietante domanda che ha fatto da titolo ad un dibattito organizzato due anni fa dall’Istituto Svizzero di Roma: “What ever happened to italian architecture”?

Perché non abbiamo detto niente? Secondo me abbiamo fatto tutti lo stesso ragionamento: “meglio star zitti, buoni e guadagnare in silenzio questa partecipazione alla Biennale, così domani lo scriviamo sul sito internet dello studio”.

Rimpiango il tempo dei CIAM, quando esisteva davvero un territorio comune nell’architettura internazionale, quando i colleghi non erano visti come competitors, ma come preziosi alleati per una battaglia comune. Se questo common ground oggi esistesse davvero, avremmo tutti insieme rifiutato questo pseudo invito a pagamento alla Biennale, avremmo detto: “No, grazie”

Architetto Francesco Napolitano

Promuoviamo l’Architettura italiana under 40

Visto il successo dell’iniziativa, per far fronte alle numerose richieste di inviare i progetti di giovani architetti, l’Editore e il GiArch hanno deciso di prorogare la data di chiusura della selezione. Di  conseguenza, il nuovo termine per l’invio della documentazione è il 20 giugno 2011.

Il GiArch è un Associazione Nazionale che raggruppa le Associazioni di Giovani Architetti Italiane, i Comitati o le Consulte o le Commissioni degli Ordini degli Architetti Provinciali Italiani presenti sul territorio italiano. Lo scopo è di promuovere e difendere l’immagine ed il valore della professione dell’Architetto attraverso azioni e attività comuni.

Ha l’obiettivo di consentire ai Giovani Architetti, attraverso il Coordinamento di Associazioni, Comitati, Consulte e Commissioni Giovani, di esprimersi sulle problematiche di categoria, su temi culturali e professionali, nonché di promuovere la valorizzazione dell’immagine e della professionalità del giovane architetto, nel rapporto con le Istituzioni, la committenza e la collettività.

Il GiArch intende inoltre sensibilizzare la collettività sul ruolo sociale dell’architettura e dell’urbanistica, per il quale è fondamentale favorire adeguato riconoscimento alla figura professionale dell’architetto, inteso non solamente come “tecnico” ma anche come attore indispensabile per governare i processi complessi della trasformazione del territorio e dello sviluppo sostenibile. Il GiArch ha anche lo scopo di coordinare, promuovere e potenziare sul piano nazionale le attività poste in essere dalle singole associate, con riguardo alla sua funzione di rappresentanza sociale e di categoria, nonché di tutelare gli interessi morali e professionali della stessa, anche promuovendo se necessario, azioni ed iniziative presso le amministrazioni e le autorità competenti.

Si propone inoltre di favorire l’avviamento dei Giovani Architetti alla vita professionale; di promuovere lo studio di temi e la risoluzione di problemi oggetto della professione o di interesse della categoria, di favorire tra i Giovani Architetti legami di amicizia, collaborazione e solidarietà.

Noi di Amate l’architettura condividiamo in pieno le finalità e gli obiettivi del GiArch, non possiamo, quindi, non segnalare un’importante iniziativa che il  Coordinamento Nazionale dei Giovani Architetti Italiani e l’UTET Scienze Tecniche® promuovono per l’architettura italiana under40.

Lo scopo è di raccogliere, selezionare e diffondere i migliori progetti di architettura realizzati da giovani architetti italiani.

Proseguono infatti anche nel 2011 la collana di volumi lineaGiArch, inaugurata con la pubblicazione di due volumi nel corso del 2010.

LineaGiArch presenta una selezione dei migliori progetti costruiti da giovani architetti italiani under40, illustrando ogni singolo lavoro dal concept iniziale fino ai particolari costruttivi in dettaglio.

I progetti selezionati saranno inoltre esposti in una mostra itinerante in Italia e all’estero e saranno pubblicati nelle banche dati e sui siti on line dell’Editore.

La selezione si svilupperà interamente in forma palese. Non ci sono vincoli di tipologia o destinazione d’uso o dimensione del progetto. Non c’è alcun costo di iscrizione o partecipazione.

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