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Verso un corpo gassoso

L’idea della città e dell’architettura, come le abbiamo sempre pensate – nella loro concezione spaziale di luogo determinato, pianificato e programmato – sembrano non rispondere più alle strutture sociali verso cui la società si sta oggi evolvendo.

Le risposte della postmodernità ai problemi urbani formulati dalla modernità, non si sono esaurite né nei vari modelli teorici, né nelle realizzazioni concrete che queste hanno ispirato, sviluppando sempre nuove formule e proposte. La condizione urbana e sociale sia industriale che post-industriale è rimasta critica. Pur trovando nelle varie proposte delle alternative teoriche interessanti, difatti le produzioni che si sono sviluppate in architettura dal dopoguerra, ad oggi sono riconducibili ad una lenta e diffusa ristrutturazione della città moderna, che potremmo leggere come il progetto di una continua operazione di aggiornamento di una moderna “Renovatio Uribis”[1].  In tal senso, come ci fa notare Edward Docx, potremmo leggere il postmoderno come “il tardivo sbocciare del seme più vecchio della modernità[2], già presente negli anni Venti e Trenta, nei lavori dei dadaisti e di altre correnti.

Dalla fine degli anni ‘90 ad oggi vari studiosi, come Carlo Bordoni, Umberto Eco, Maurizio Ferraris, Yves Michaud[3], Manuel Gausa, Daniele Vazquez e tanti altri, hanno introdotto nuove prospettive filosofiche, sociali, antropologiche, estetiche ed urbane che ci mostrano le debolezze della postmodernità, proponendo nuove prospettive che abbandonano il postmoderno.

Si può essere concordi o no con queste posizioni, ma in ogni caso queste mettono in evidenza la presa d’atto del fallimento delle promesse postmoderne, decretando se non la fine quantomeno la crisi del postmoderno, mettendo in evidenza una sua evoluzione e trasformazione verso una nuova condizione ancora da definire. Quel che sembra certo è che alla fine della modernità, oggi si è affiancata anche la crisi del postmoderno.

Se scegliamo quindi di usare la felice metafora di Zygmunt Bauman che lega la modernità, e ciò che la precede, ad una condizione solida, e la postmodernità ad una condizione liquida di un mondo liquefatto[4], sempre alla ricerca di una nuova condizione di stasi, potremmo dire che la crisi-evoluzione del postmoderno segna un ulteriore passaggio di stato, da quello liquido a quello gassoso.

La tendenza che oggi prevale è quella della smaterializzare di ogni possibile legame, tra gli individui, tra i luoghi o il territorio, esaltandone la volatilità e la continua trasformazione delle relazioni. Oggi il luogo è ovunque, liberato dal limite definito del territorio geografico, è sempre mobile, aperto, pronto alla condivisione. Da una società del luogo siamo passati alla network society[5].

Nell’era contemporanea l’individuo, pur rimanendo parte di una comunità, è diventato perennemente erratico, un nomade tecnologico dissociato da un luogo fisico determinato. In questa realtà si rispecchia quel sentimento nel quale l’uomo contemporaneo si pone nell’inguaribile utopica volontà di essere dappertutto e perciò in nessun luogo, galleggiando tra il tempo e l’eternità.  Sotto questa ottica si sovrappone all’uomo del “luogo”, la figura del “vagabondo”, che fa del vagare una esperienza necessaria.

Da creatori di forme-oggetto stiamo quindi passando sempre più a produttori di esperienze[6], risultato di un continuo processo in atto che non si instaura nel territorio, ma che lo attraversa senza volerne lasciare traccia. Le nostre “solide” certezze che erano il fondamento della realtà come l’abbiamo sempre conosciuta, sono state sostitute in tal modo da dispositivi e procedure. La materia, resa ormai gassosa, non necessita più di stampi in cui versarla, come all’epoca dello stato liquido, ma essendo ormai gassosa, si insinua in qualsiasi struttura di pensiero, invadendo ogni possibile frattura ed interstizio. I limiti che la vorrebbero racchiudere, risultano essere sempre fragili e pronti ad rompersi, nulla può trattenerla. Ogni condizione riconducibile ad una forma stabile è finzione, è una triste costrizione pronta ad esplodere come un palloncino pieno di gas.

La stessa materia urbana e sociale che compone questa nostra realtà si è frammentata e scomposta in particelle ed atomi di densità programmatiche poste in rete tra loro. Essere in rete non significa però parlare o comunicare, ma piuttosto essere inseriti in una catena di stimoli e reazioni di attrazione e repulsione che strutturano un continuo processo dialettico. Il loro rapporto con lo spazio e col tempo non è più solido e stanziale, ma sempre volatile, temporaneo, “gassoso”.

Bisogna partire quindi da un preciso postulato: la misura concreta della città contemporanea non può più essere la sua forma. Questa infatti non solo, non è più in grado di decifrare i sistemi urbani contemporanei, ma è diventata uno strumento descrittivo delle reti infrastrutturali[7], divenendo questa l’unica forma riconoscibile per un possibile orientamento all’interno dello spazio urbano. La dialettica tra le sue singolarità e le molteplicità situazioniste, trasporta l’idea stessa della città verso la natura di una forma-intelligibile, non più riconoscibile in un’unica forma-oggetto, ma semplicemente attraverso un logos di connessione, che assume così carattere fondativo e propulsore dello stesso fenomeno urbano.

Oggi quindi, qualsiasi tentativo di rappresentare il territorio urbano come forma pensabile nella sua interezza e nei termini precisi di un progetto di città chiaramente fondato, è un processo superato. È indubbio, che per la complessità e le contraddizioni dell’attuale sviluppo urbano, non siamo più in grado di costruire un modello di città che abbia un carattere continuo e identitario. È proprio della città contemporanea la disintegrazione del principio stesso di identità, in un universo di singolarità molecolari che vogliono essere temporanee. È la relazione tra le sue molecole a costruire un corpo materico in continua mutazione, instabile, mobile, rarefatto. Queste, perfettamente visibili, sono come granuli che vibrano, frammenti di un corpo dissolto, gassoso, in cui  in ogni molecola ritroviamo la formula dialettica del frammento urbano[8].

Infondo è nella tautologia stessa del frammento, in quel suo essere “parte” che si necessita il bisogno di appartenenza, da un lato ad un corpo, e dall’altro a quel suo essere soggetto universale e anonimo indipendente.

È il corpo della città contemporanea: un corpo che rende effettivo questo concetto di pluralità. Uno spazio gassoso, del verosimile critico[9] e delle pratiche urbane, uno spazio dove vagare e ricordare, uno spazio libero, uno spazio della memoria affettiva, uno spazio non più simbolico, ma esistenziale.

 

Parte dell’articolo è già stato pubblicato anche nel n° 35 della rivista AND a pag. 63,65.

 

[1] Cfr. Bernardo Secchi, Prima lezione di urbanistica, ed. Laterza, Bari 2000, capitolo 2 e 5.

[2] Edward Docx, Addio postmoderno, benvenuti nell’era dell’autenticità, “la Repubblica”, 3 settembre 2011, temi.repubblica.it/micromega-online/addio-postmoderno-benvenuti-nellera-dellautenticita/

[3]La modernità è finita due o tre decenni fa. Postmodernismo era solo un nome conveniente per rendere accettabile il cambiamento e la fine della modernità, come se la morte non fosse la morte e la vita continuata nell’immediato futuro. E’ ora di riconoscere che viviamo in un mondo nuovo”. Yves Michaud, L’Art à l’état gazeux : essai sur le triomphe de l’esthétique, Èditions Stock, 2003, (trad. italiana, Yves Michaud, L’arte allo stato gassoso, ed. Ita. Idea, 2007), pag. 16.

[4] Cfr. Zygmunt Bauman, Liquid Modernity, Polity Press, 2000, (trad. italiana, Zygmunt Bauman, Modernità liquida, ed. Laterza, 2002),

[5] Cfr. Manuel Castells, The Rise of the Network Society, The Information Age: Economy, Society and Culture, Vol. I. Cambridge, MA; Oxford, UK. Blackwell, 1996, (trad. Ita. Manuel Castells, La nascita della società in rete, Università Bocconi Editore, 2014)

[6] Cfr. Yves Michaud, op. cit.

[7] Basti pensare alle mappe delle metropolitane e dei trasporti di superficie.

[8] Cfr. Emmanuele Lo Giudice, Architettura Gassosa, per un nuovo realismo critico, prima ed. 2018.

[9] “Il verosimile non corrisponde a fatalmente a quanto è stato […] né a quanto deve essere […], ma semplicemente a quanto il pubblico crede possibile e che può essere del tutto differente dalla realtà storica o dalla possibilità scientifica”. (Roland Barthes, Critica e Verità, [1966], Einaudi, 1969. Pag. 18-19).

 

Immagini dell’articolo

Tutti i disegni inseriti nell’articolo, fanno parte del libro: Emmanuele Lo Giudice, Architettura Gassosa, per un nuovo realismo critico, 2018.

 

 

Museo Gassoso – Opening

Si è concluso oggi il workshop di 6 giorni (4-9 giugno 2019) dedicato alla realizzazione di un Museo Gassoso, organizzato a seguire un convegno internazionale, tenutosi dal 28 al 31 maggio 2019. Entrambe le iniziative si sono state ospitate dal Macro Asilo di Roma.

L’Architettura Gassosa è una proposta concettuale, operativa, interpretativa e metodologica per l’architettura futura ideata da Emmanuele Lo Giudice., nella quale l’Architettura, in questo caso specifico un museo, si compone e scompone continuamente agglomerandosi attorno alle opere esposte.

Durante il workshop sono state realizzate le tipologie realizzative alla base del Museo Gassoso. Amate l’Architettura, Media Partner del workshop ha visitato l’opera finita o meglio l’attuale configurazione del Museo Gassoso e ne ha colto alcuni aspetti attraverso gli scatti fotografici che qui vi riportiamo.

 

LA STRUTTURA GENERALE – il contenitore del progetto del Museo Gassoso.

Questa struttura è un mero contenitore dentro al quale è esposto il plastico del  museo gassoso che è osservabile attraverso degli appositi fori.

 

LA STRUTTURA MODULARE

Attraverso l’ideazione di un modulo bidimensionale componibile è possibile creare strutture contenitive-espositve infinitamente variabili e traforabili. Nelle foto è rappresentata una struttura a semicerchio, montata quasi come fosse un totem.

 

I moduli, realizzati tutti interamente con tecniche di piegature e tagli, possono essere assemblati e disassemblati facilmente, con la possibilità di sottrarne anche nelle parti centrali per la creazione di passaggi.

 

 

 

 

 

 

LA STRUTTURA TRIDIMENSIONALE

È l’unica struttura con uno spazio interno (con eccezione del contenitore del progetto. In questa realizzazione le opere, degli schizzi, sono integrati con la struttura stessa.

Seguendo le caratteristica dei cartoni (la struttura è stata interamente concepita come un origami, senza collanti ma solo con incastri) la struttura ha seguito naturalmente le geometrie generate dai triangoli.

 

 

 

 

 

 

 

LA STRUTTURA CURVILINEA

È l’unica struttura che utilizza esclusivamente superfici curve intersecate tra loro. Nella configurazione rappresentata in fotografia si snoda su un solo livello. In realtà può snodarsi su più piani, come è stata realizzata nei giorno precedenti.

Data la complessità di realizzazione è l’unica struttura nella quale i tagli strutturali sono stati operati in loco, manualmente.

 

 

 

I CANNOCCHIALI

All’interno dell’area del Museo Gassoso sono stati disseminati alcun cannocchiali che focalizzavano alcun punti nodali della esposizione.

 

 

I PROTAGONISTI. L’ideatore.

Emmanuele Lo Giudice, ideatore della Architettura Gassosa

 

GLI INTERVENUTI. Ecco alcune foto dei tutor, partecipanti e, tutti insieme, realizzatori, del Museo Gassoso.

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto ed editing dell’articolo: Giulio Paolo Calcaprina ©2019. Tutti i diritti riservati.

 

 

 

 

Direttamente dalla Biennale di Venezia, due nuovi appuntamenti a Roma sull’Architettura Gassosa di Emmanuele Lo Giudice

10 Gennaio 2019

“Architettura Gassosa, per un nuovo realismo critico” è un libro di Emmanuele Lo Giudice nel quale viene illustrata in forma grafica un’interessante teoria per l’architettura contemporanea, che vuole dare una risposta architettonica alle trasformazioni che la società contemporanea sta vivendo in questi ultimi decenni. Come ha affermato l’architetto Elena Padovani in un suo recente articolo, l’Architettura Gassosa è “perfettamente in linea con le trasformazioni della società contemporanea e delle sue nuove forme di vita, di lavoro, di relazione e delle dinamiche sociali in atto indotte dalla rivoluzione dei sistemi di comunicazione e connessione globale: si potrebbe dire “l’architettura ai tempi del digitale”.

Ma che cosa si intende per Architettura Gassosa? Come ha spiegato a Venezia nella sua conferenza del 9 Novembre la professoressa Tiziana Migliore, vicepresidente dell’Associazione Internazionale di Semiotica Visiva: “Quando parliamo di Architettura Gassosa, noi non stiamo più facendo riferimento ad una definizione di architettura legata ad uno stato formale come nel caso degli stili, o di un’architettura definita attraverso il periodo in cui si realizza, come per esempio l’architettura fascista. Nel caso dell’architettura gassosa, noi stiamo passando ad una definizione e ad una possibilità di pensiero di un’architettura legata esclusivamente ai suoi processi.

 

Quella che ci troviamo davanti è una proposta per un’architettura che, come suggerisce il titolo stesso del libro, ricorda le proprietà tipiche di un gas: un’architettura capace di invadere gli spazi, creando sempre nuove relazioni le quali si modificano e si adattano al luogo e ai visitatori stessi. L’architettura in questo lavoro viene destrutturata e ridotta concettualmente nelle sue parti essenziali che vanno a costituire un sistema di relazioni di carattere narrativo, indipendente ed atmosferico.

Come ci ha raccontato Lo Giudice: Punto focale del progetto è la “costruzione” di una vitale essenza processuale attraverso cui raccontare, fare e pensare l’architettura contemporanea. L’architettura gassosa è l’architettura del dialogo, dello sharing, dell’interdisciplinarietà, sempre aperta e condivisa, sempre in continua attualizzazione, “in continuo update”. Non si lavora più su “solidi” oggetti monumentali, ma su un’architettura del vuoto, dello spazio che attrae e respinge le varie “particelle” che caratterizzano la sua condizione di materia fisica e spaziale. 

Presentata per la prima volta ad Aprile 2018 in Messico, in un congresso internazionale presso l’Università di Architettura di Xalapa, e pochi mesi dopo alla 16° Biennale di Architettura di Venezia, con un seminario ed un workshop nel padiglione spagnolo di Axtu Amann, l’Architettura Gassosa di Emmanuele lo Giudice, sarà questo mese tema di dibattito a Roma in due diverse occasioni.

L’11 gennaio alle 19:00 presso la Galleria Sinestetica, in viale Tirreno 70 a/b, con Elena Padovani dell’associazione Amate l’Architettura e Vincenzo Di Siena docente dell’IED di Roma, e il 27 gennaio alle 17:00 al Macro Asilo di Giorgio De Finis di Roma in via Nizza 138, con Massimo Mazzone professore dell’Accademia di Brera e Tiziana Migliore, vicepresidente dell’Associazione Internazionale di Semiotica Visiva.