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Inaugurato il Ponte della Musica a Roma

4 giugno 2011

Il 31 maggio 2011 è stato inaugurato il ponte della Musica.

Finalmente sarà possibile percorrere fisicamente la linea, finora soltanto ideale, che collega il Foro Italico all’Auditorium, passando per il MAXXI, le opere olimpiche di Nervi e il Villaggio Olimpico.

Amate l’Architettura sostiene da sempre l’importanza culturale del quartiere Flaminio ed il suo porsi come laboratorio a cielo aperto dell’architettura contemporanea.

Chi ha partecipato al il Walkshow Architettura 2.0 organizzato insieme con l’associazione culturale Urban Experience, ha potuto godere di una piccola anteprima dell’apertura del Ponte.

Come ormai sembra essere uno sport nazionale anche in questo caso non sono mancate numerose polemiche sulla costruzione dell’opera.

Abbastanza monotonamente si individuano 3 principali filoni di protesta: quello NATURALISTICO AMBIENTALE, quello FUNZIONAL-ECONOMISTICA e quello TECNICO-PROFESSIONALE.

Secondo la più collaudata polemica NATURALISTICO AMBIENTALE, tutto ciò che è costruito è di per se negativo in quanto aprioristicamente contrapposto all’ambiente naturale; obiezione accentuata nel caso di opere smaccatamente contemporanee; come corollario non sono accettabili i disagi che in genere qualsiasi cantiere comporta.

È il caso, spiace dirlo, di Legambiente che si è battuta per preservare il tratto di verde che gestivano proprio nel luogo occupato dal cantiere. Sostanzialmente il problema sollevato sembra essersi ridotto ad una questione gestionale del cantiere. Qui un video che illustra lo stato dell’arte prima dei lavori e la posizione di Legambiente.

Altro caso è l’obiezione FUNZIONAL-ECONOMISTICA, altrimenti noto come fenomeno del “benaltrismo”. Sostanzialmente si riduce a tre sottocategorie di protesta:

  • Siamo pieni di monumenti! Roma (l’Italia) ha già le sue opere d’arte (e i suoi ponti pedonali) e non c’è bisogno di realizzarne di nuove; men che mai questa.
  • Quanto ci costa! Il costo, in questo caso 8 milioni, è sempre troppo; soprattutto quando si parla di opere il cui valore non è quantificabile in termini economici o finanziari
  • Ben’altre erano le opere da realizzare prima! Le altre urgenze; rispetto ad un opera c’è, ce stata e ci sarà sempre qualcosa di più importante, di più utile, di più urgente da realizzare prima.

Nel nostro caso un ponte, per giunta pedonale, non può che apparire inutile, troppo costoso e sicuramente non nella scala delle priorità della nostra città.

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Un poco triste l’articolo che ho trovato sul sito di Paesesera “Inaugurazione tra le polemiche”: delle polemiche non c’è traccia nel testo dell’articolo, però si pensa bene di postare una foto del cantiere ancora in costruzione, chissà che l’immagine del ponte finito dovesse sembrare troppo bella…..

Vi è poi il vasto filone della critica TECNICO-PROFESSIONALE, quella che “io l’avrei fatto meglio” o del “manco sono capaci di …..”, con la quale in genere si tende mettere in evidenza questo o quel dettaglio tecnico sui materiali o sulla gestione del cantiere. Si tratta di un filone amplissimo nell’Italia dei CT del giorno dopo, dove tutti sono esperti di tutto. Filone scivoloso, nel quale spesso si cade anche involontariamente. Nell’intento di evidenziare mancanze o difetti macroscopici (che ne so, un cedimento strutturale, una collocazione sbagliata dell’intervento) si finisce con il mettere a fuoco banali problemi di fornitura (alcune doghe di legno fallate….) o piccoli ritardi (2 mesi in due anni….) scambiandoli per gravi problemi costruttivi e gestionali.

Piccola nota descrittiva.

L’opera si distingue per semplicità, leggerezza e per lo slancio che la forma “a foglia piegata” le conferisce. L’utilizzo delle cromature bianche, oltre a risaltarne le forme dinamiche (chiaro su fondo scuro), crea una evidente assonanza cromatica con le architetture limitrofe, dallo stadio Olimpico alla casa della scherma, creando un gioco di inversione formale con il vicino Ponte Duca D’Aosta.

Particolare attenzione è stata posta nel progetto alla fruibilità degli spazi in coincidenza delle zone di imposta delle strutture; sul lato Flaminio uno spazio aperto consentirà l’utilizzo a tutta la collettività dell’area verde sottostante; sul lato Foro Italico il ponte sarà collegato alla pista ciclabile tramite una serie di rampe ciclabili. In entrambi i lati l’accesso alle sponde del Tevere sarà enormemente facilitato dalle sistemazioni architettoniche.

Il ponte originariamente doveva essere esclusivamente ciclopedonale (ovvero utilizzabile a piedi o in bicicletta), alterne vicende hanno portato a modificarlo per renderlo utilizzabile anche per il trasporto pubblico. Il ponte sarà quindi attraversato dai mezzi pubblici, ovvero da una linea (tram o bus elettrici) definita sin da ora “Linea dei musei”, che collegherà Ottaviano al ponte e di li consentirà di raggiungere Valle Giulia, il MAXXI, e l’Auditorium.

Di sicuro ora è evidente necessità di completare la sistemazione urbana delle aree circostanti, cominciando dal parcheggio interrato di Piazza Gentile da Fabriano, che manifesta ora tutta la sua incoerenza architettonica rispetto al sistema urbano generale, per finire con il recupero della casa della scherma (e magari la realizzazione del nuovo stadio del tennis).

Presso il sito di Progetto Millennium è possibile trovare altre info sui progetti previsti nel quartiere; sorvolando per un attimo sulle famigerate prestazioni gratuite di Renzo Piano (per il quale evidentemente l’architettura è un hobby), c’è da ben sperare sul futuro del quartiere.

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CONCLUSIONI

Per buona pace degli ambientalisti un ponte che privilegia l’uso delle biciclette e dei mezzi pubblici, spalancando l’accesso al Tevere è un’opera che dovrebbe essere sostenuta e pubblicizzata proprio dai movimenti ambientalisti; ho la sensazione che alle volte nelle polemiche si tenda a vedere solo il piccolo personale orticello perdendo di vista le logiche di largo respiro; nelle logiche di largo respiro le analisi si fanno sui costi e sui benefici generali. In questo caso il costo (la perdita, temporanea, di un tratto di sponda gestito da Legambiente e onestamente sconosciuto ai più) è largamente compensato dai benefici (un cambio radicale nel modo di intendere le opere pubbliche e la mobilità urbana e l’apertura del Tevere alla città).

Invito gli ambientalisti a passare presso l’area e a confermare se continuano a ritenere l’opera così devastante ora che si comincia a percepirne l’assetto generale; mi chiedo se non sarebbe ora di abbandonare la logica del “Costruito è brutto” che permea vasti strati della cultura ambientalista, che a buon diritto diffidano della logica speculativa cementificatoria che caratterizza moltissimi interventi pubblici in Italia; occorre però cominciare a fare uno sforzo di critica costruttiva che consenta di distinguere i singoli casi: quando un opera è ben progettata e non risponde a logiche prettamente speculative si può e si deve realizzare anche sopportandone i relativi disagi.

Ai tecnici funzionalisti dico che c’è bisogno di altre opere a Roma come il Ponte della Musica!

E non solo perché in realtà l’opera è sotto ogni aspetto funzionale al miglioramento della qualità urbana ma anche e soprattutto in quanto opera d’arte frutto dell’intelletto e del lavoro di ingegno creativo dell’uomo.

Così come c’è bisogno di opere e monumenti moderni e contemporanei sia nelle funzioni che nello spirito. Ce n’è bisogno ovunque e il relativo costo, per quanto importante, non può essere valutato in termini puramente economici.

Abbiamo bisogno, per non soccombere allo svilimento materiale (ed economico) delle nostre città, di allargare il nostro modo di vedere le cose. Abbiamo una sola risorsa, il nostro intelletto; abbiamo un solo modo di valorizzare il nostro intelletto, moltiplicando le nostre opere, creando opere innovative, creando (non solo conservando) cultura (anche invitando architetti stranieri).

La riduzione di tutto a mero calcolo economico equivale alla morte civile e culturale di una società.

Ci sono opere che possono e devono essere valutate anche per i benefici immateriali e “indiretti” che portano alla collettività.

Ci sono opere che hanno il compito di non inseguire il problema ma di fornire una chiave di lettura diversa. Queste opere si definiscono opere d’arte,

l’architettura è un’arte!

Coesistenza tra nuovo ed antico nella città contemporanea

19 aprile 2010

L’approccio all’antico nella cultura olandese è completamente diverso che nella cultura italiana, senza essere per questo scontato e banale: l’inaugurazione di una mostra all’ABC Centrum di Haarlem, domenica 8 marzo, mi ha dato lo spunto per mettere a confronto due interventi sull’esistente che possono sicuramente competere con le migliori opere dell’Architettura italiana.

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Il primo intervento, a Roma, è l’Ambasciata olandese a via Michele Mercati, dello studio Jansen, realizzata tra il 2006 ed il 2007, il secondo, ad Haarlem, è il Toneelschuur Theater di Mecanoo, in Begijnestraat, realizzato tra il 2003 ed il 2006.

Si tratta di due progetti profondamente diversi, ma che entrambi interessano la città consolidata e la modificano portando nuove funzioni all’interno di edifici storici e nel tessuto urbano.

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Il primo progetto interviene sull’antica residenza dell’ambasciatore olandese a roma, un villino neo-rinascimentale, realizzato nel 1929, immerso nel verde di Via Michele Mercati, dotandolo di spazi funzionalmente adatti ad un ambasciata moderna: un ascensore completamente vetrato, controsoffitti radianti, sistemi di sicurezza attiva e passiva, ed una recinzione antiesplosione per la prima volta usata in Europa. L’architetto Pesman ha avuto una grande sensibilità nell’accostarsi al villino preesistente, creando un nuovo corpo di fabbrica, la cui pelle è realizzata in acciaio corten, che lascia intravedere la pavimentazione interna in resine speciali ed i rivestimenti in corian.

Con un sapiente gioco di materiali egli riesce ad evidenziare gli elementi tipici dell’architettura olandese, fatti di grandi aperture, mettendo in risalto la purezza delle geometrie interne, trattate di bianco, in modo da concentrare l’attenzione sulle opere d’arte qui esposte.

L’altro intervento, il Toneelschuur Theater di Mecanoo, è un progetto ancora oggi all’avanguardia nel suo genere e nell’accostamento alla città storica, che gioca con la sua carica di novità per creare, all’interno di Begijnestraat uno spazio diverso: provenendo dalla Grote Markt, la pazza principale della cittadina di Haarlem, si rimane meravigliati dall’emergere del volume della sala rispetto al fronte continuo della città costruita, che crea una sorta di spazio semi pubblico, aperto-coperto, antistante al foyer. Una volta entrati nel teatro si accede ad un ambiente a tutta altezza, ricavato tra l’ingresso e la sala, e quasi a separare le differenti funzioni un setto appeso al solaio di copertura costituisce un filtro tra lo spazio a tutt’altezza dell’atrio e l’ingresso alle sale, ad una quota diversa.

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E’ chiaro qui l’intento di giocare con i volumi, fin dove lo permettono i materiali, in modo da accostarsi all’antico senza stravolgerlo, mettendo in mostra le nuove possibilità del cemento armato.

Il progetto del teatro nasce dalla collaborazione con un noto grafico e pubblicista, proprietario della collezione custodita nell’edificio preesistente, che contribuisce a rendere complessa l’idea progettuale manifesta nella dialettica che si instaura fra i vari materiali, il cui scopo diventa quello di individuare le funzioni loro proprie. Il vetro del foyer lascia intravedere all’esterno gli elementi di risalita: scale ed ascensori, il volume della sala in cemento colorato è caratterizzato da un asola vetrata che la scandisce dall’alto verso il basso, e sembra retta da un pilastro in lamiera scura; il volume dei servizi, trattato in lamiera verde, risalta rispetto ai tetti circostanti e costituisce un chiaro segno del nuovo intervento.

In tutti e due i progetti descritti appare evidente la volontà di mediare il rapporto con l’antico attraverso l’uso di materiali contemporanei: da una parte l’acciaio corten e dall’altra la lamiera colorata; in entrambi i casi l’utilizzo del vetro, con la sua leggerezza, riesce a mettere in luce le caratteristiche costruttive dei manufatti: a Roma serve a richiamare le aperture tipiche dell’architettura residenziale olandese, ad Haarlem serve ad accentuare il gioco di pieni e di vuoti che caratterizzano il nuovo intervento. In entrambi i casi dunque un sapiente uso dei materiali è sufficiente a mediare l’accostamento con la città consolidata; in entrambi i casi l’utilizzo di nuove tecniche riesce a rendere l’intervento raffinato nel suo complesso e perfettamente riuscito da un punto di vista architettonico; in entrambi i casi un esempio di come l’Architettura olandese possa dare lezioni di stile oltre che nei lavori di Architettura Contemporanea, anche nell’accostamento all’antico.

Finalmente MAXXI !!!!

19 novembre 2009

Io ci sono andata…

E penso sia un luogo interessantissimo.

Lo spazio coinvolgeva lo spettatore nella performance del corpo di ballo di Sasha Waltz.

Immaginate che i corpi si adagiavano sui piani inclinati delle pareti altissime, volavano con funi sospese ai setti verticali della copertura e  disegnavano il perimetro ondulato delle sale con i loro corpi.

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La performance non poteva essere “guardata” frontalmente, perchè i corpi creavano delle sculture e ogni persona avrà avuto una visione diversa, da 20 m. in alto affacciandosi e guardando giù o dal basso guardando i corpi improvvisamente fuggire in tutte le direzioni per poi legarsi strettamente e sollevarne uno solo il più in alto possibile….e lo spazio era lo strumento di questo movimento, con un’acustica perfetta.

Ma il movimento dei corpi in confronto al movimento dello spazio museale sembrava “artificiale”.

E’ stata una strana sensazione, forse solo mia, personale, ma provo a spiegarla: era come vedere il movimento di una parte all’interno di uno spazio in movimento. I ballerini si muovevano lentissimamente quasi come manichini in lontananza e la gente si muoveva da una parte all’altra richiamata dai suoni , e alla fine sembrava quasi che tutte le persone presenti facessero parte del corpo di ballo.

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Gli artisti ( perchè tali li considero, per la capacità tecnica ed espressiva) non si muovevano all’interno di una scenografia, ma interagivano con gli spazi… nella parte con un solaio inclinato facevano scivolare dei piatti di porcellana bianca, creando un suono e talvolta un rumore familiare di cocci. Non c’erano elementi aggiunti, ( anzi no, uno, alla fine della performance, un lunghissimo nastro di margherite gialle posate con estrema cura dalle ballerine, unico elemento naturale presente..e anche questo mi fa riflettere…) loro “usavano” l’architettura: intonaci, gradini, balaustre, vetrate, pavimenti, scale, vuoti, ascensori, montacarichi.

Il montacarichi. Ecco, questo è stato l’elemento che forse più mi ha colpito….perchè credetemi un montacarichi può avere un’anima e danzare con l’apertura e chiusura delle porta scorrevoli.

Ecco credo sia questa l’architettura, l’arte più completa anche se possiede solo un po’ di cemento e una matita…. la matita. Credo sia l’invenzione più importante per un architetto, lo strumento che ci permette di trasferire, di far capire quello che abbiamo avuto il dono di immaginare. Zaha Hadid evidentemente riesce a realizzare esattamente quello che con una semplice matita disegna.

Tutto il resto viene dopo, è fondamentale, lo sappiamo bene, perchè mi rendo conto che la capacità tecnica libera e rende realizzabile tutto esattamente come viene pensato, altrimenti verrebbe appesantito, svilito, corrotto. Ma mai nulla riesce a darmi la stessa sensazione, non saprei descriverla compiutamente…poesia, musica, pittura, cinema, scultura, nulla di ciò che l’essere umano può creare riesce ad emozionarmi come lo spazio architettonico… che sia un piccolo, piccolissimo dettaglio…o uno spazio immenso… credo  sia fondamentale, perchè ci viviamo dentro…e non parlo quindi del museo, ok, siamo stati bravi a realizzarlo finalmente a Roma ( e credo che la città da adesso non sarà più la stessa) ma parlo degli spazi in cui lavoriamo, dormiamo, studiamo, mangiamo, parlo dello spazio che racchiude la nostra vita.

Alla fine il museo si lascia indietro le pareti, che in un certo senso condizionano i nostri passi e ci lancia nel vuoto della vetrata sospesa sui tetti di Roma e del quartiere Flaminio, quasi a farci da rampa di lancio per volare via anche noi.

Mi sembrava di sognare ad occhi aperti.

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Alemanno giardiniere

Ringrazio il sindaco di Roma Alemanno, finalmente Roma ha quello che si merita: le strade cominciano ad essere meno bucate e gli alberi finalmente vengono potati. Meglio di Attila che dove passava non cresceva l’erba, dove passa Alemanno non crescono i Platani…

L’ordine ormai regna sovrano.

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Non mi fraintenda il sig. Sindaco, ironia a parte l’ordine è una buona cosa, come quando ci si ritrova dopo una festa: la prima cosa è sempre fare un po’ di pulizia.

Ecco, la mia sensazione su Roma è un po’ questa: abbiamo vissuto tutti una grande festa, ci siamo divertiti molto, adesso è arrivato papà, spegniamo lo stereo, togliamo le birre e nascondiamo il fumo: “allora ciao ragazzi! ci siamo divertiti molto ci rivediamo alla prossima!”

Certo a questa festa c’era veramente di tutto, c’erano quegli imbucati degli speculatori che come sempre hanno un po’ imbrattato casa fregandosene di tutto e di tutti, la musica era un po’ alta e i vicini di casa si sono lamentati, il dj era il solito amico di famiglia un po’ imbranato, però era una festa libera, nel caos; malgrado i denti stretti degli stessi padroni di casa a cui la cosa era palesemente sfuggita di mano, ci siamo divertiti tutti e ci siamo sentiti tutti un po’ più liberi; per un attimo abbiamo pensato che Roma potesse essere una vera capitale cosmopolita, meta non solo di pellegrini in cerca di assoluzione o di squadroni di turisti mordi e fuggi (dio benedica i turisti che portano economia e guadagno), ma anche di cultura attiva, di idee nuove, di innovazione e modernità. 

All’improvviso, con molta fatica, sembrava che anche noi avremmo avuto diritto al nostro spicchio di contemporaneità. 

Roma, dopo decenni, finalmente aveva i suoi monumenti contemporanei, l’Auditorium, l’Ara Pacis, le chiese nuove, le piazze, ed aspettava con trepidazione i prossimi: il Maxxi, la nuvola all’EUR; e poiché disponevamo di luoghi contemporanei, la gente, il popolo di Roma (non solo i turisti) decidevano di frequentarli, partecipando alle iniziative, visitando mostre, frequentando i festival, insomma vitalizzando parti di città che prima semplicemente non esistevano.

Quanti avevano visitato l’Ara Pacis prima della nuova sistemazione? 

Quanti erano mai andati ad un concerto all’Auditorium della Conciliazione?

La questione non è politica, ne stilistica, non è se le opere realizzate siano belle o brutte (addirittura da demolire!!!), ma se ci sia bisogno o meno di luoghi della contemporaneità, luoghi che possano dare risposte concrete ai bisogni della vita contemporanea, ai bisogni di una Roma moderna che abbia un respiro moderno ed internazionale (basterebbe europeo).

Va bene riordinare la città, l’ordine è controllo del territorio, il controllo è capacità di operare, la capacità di operare consente di realizzare e trasformare il territorio in funzione delle nostre esigenze secondo un progetto ed una pianificazione.

Per questo dico:

SIGNOR SINDACO! NON CI DIA BUCA!!!!

Dopo avere demolito – metaforicamente – quel molto poco che hanno fatto gli altri, dopo avere riassettato e spolverato i mobili di casa, che progetti ha per la nostra Roma? Quale è la sua visione di una Roma contemporanea? Quali monumenti intende lasciarci? Una casa della moda? Una nuova Opera? Un nuovo parco?, una nuova metropolitana? Faccia Lei ma faccia!

Noi architetti attendiamo fiduciosi e propositivi.

Un saluto da un architetto cittadino.

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http://www.libero-news.it/adnkronos/view/81122

http://www.vignaclarablog.it/200903175083/roma-rinasce-comitato-dal-pessimo-gusto/

http://www.comune.roma.it/was/wps/portal/pcr?menuPage=/&targetPage=/Area_di_navigazione/Sezioni_del_portale/Municipi/Municipio_XX_(20)/Il_Presidente_Informa/Homepage/Il_Presidente_informa/info-1373337081.jsp