Articoli marcati con tag ‘architettura contemporanea’

In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

FRAMMENTI DI ARCHITETTURA CONTEMPORANEA NELLA TUSCIA – Edificio Plurifamiliare a Viterbo

30 maggio 2018

Architettura Contemporanea nella Tuscia
91. EDIFICIO PLURIFAMILIARE, Via Vicenza, Viterbo.
La costruzione, con più di cinquanta anni di vita, ha delle soluzioni compositive estremamente efficaci. Una forte e positiva contraddizione è anche il forte contrasto tra il rigido prospetto scalettato su Via Vicenza e la sinuosa purezza del vano scala che ricorda molte formose architetture contemporanee.

 

 

Scoprire l’Architettura viaggiando

Amate l’Architettura, fin dalla propria nascita, si è sempre posta come priorità delle proprie linee d’azione la diffusione della cultura architettonica, specialmente dell’architettura contemporanea.

In linea con questo nostro desiderio/obbiettivo nasce la collaborazione con Stella Errante, una Associazione che organizza viaggi di conoscenza.

Cureremo la conoscenza architettonica (monumenti da visitare, cultura architettonica) nell’ambito dei viaggi organizzati da questa associazione.

Un membro del nostro Movimento accompagnerà i gruppi nei viaggi, fornendo le informazioni e le indicazioni sui luoghi da visitare, all’interno del programma prestabilito, che abbiano un particolare interesse o rilevanza architettonica.

Ma ancor più di questo cercheremo di sviluppare un dialogo ed un interesse attorno alla prima delle artes reales (come era definita nel quadrivio), durante gli itinerari.

Ci si interesserà di architettura di ogni epoca, perché i luoghi spesso sono segnati da interventi stratificati nei secoli, ma, quando sarà possibile, porremo l’accento sulla Architettura Contemporanea, che è “ragione sociale” per la quale siamo nati.

Ecco dunque il primo programma dei viaggi nato dalla nostra collaborazione. Ci auguriamo che ci seguiate numerosi in questa nostra iniziativa.  La prima occasione di incontro sarà un viaggio di visita alla Biennale di Architettura a Venezia (programma), dal 20 al 22 giugno 2014, con una escursione nelle ville venete della Riviera del Brenta, testimonianze dell’opera di Palladio, Tiepolo e di quella fioritura artistica che ha reso unica al mondo Venezia ed il suo entroterra.

Open House Roma: 5-6 maggio 2012

Finalmente a Roma, il 5 e il 6 maggio, un evento che promuove l’Architettura, in particolare quella contemporanea, che ha bisogno, soprattutto in questo momento, di essere valorizzata per non ripiombare nell’immobilismo a cui siamo purtroppo abituati.

Prenota la tua visita sul sito Open House Roma

Open House nasce in Inghilterra 20 anni fa, con l’obiettivo di far scoprire i luoghi segreti più belli nelle maggiori città, grazie al grande successo di pubblico che ha riscontrato, si è diffusa in varie parti del mondo.

Quest’anno arriva a Roma, grazie all’impegno volontario di un gruppo di giovani architetti, Roma è una piazza molto difficile per la promozione dell’Architettura, personalmente ci provo da più di 15 anni, con l’associazione ared, a valorizzare e a far conoscere l’architettura contemporanea di Roma ai gruppi di stranieri che giungono nella capitale, ma non è facile.

Chi viene per la prima volta a Roma vuole vedere San Pietro, il Colosseo, i Fori imperiali, ma non ha nessuna intenzione di visitare le Architetture contemporanee, del resto, fino a poco più di 10 anni fa, c’era ben poco da vedere, con la realizzazione dell’Auditorium, dell’AraPacis, della chiesa di Tor Tre Teste, del Macro e del MAXXI, le cose sono cambiate.

Ma oggi rischiamo di fermare tutto e di ricadere nell’errore di mummificare questa città.

Ben vengano queste iniziative per far capire ai cittadini l’importanza dell’Architettura e il valore sociale e culturale dell’architetto, speriamo che ci sarà una forte partecipazione della popolazione.

L’obiettivo è soprattutto quello di far visitare luoghi non accessibili, perché privati, e spesso sconosciuti, consultando il programma di Roma scoprirete sicuramente architetture di cui ignoravate l’esistenza.

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Open House è una iniziativa semplice ma rivoluzionaria: una volta all’anno, per il tempo di un fine settimana, si aprono al pubblico con visite guidate gratuite, luoghi di alto interesse architettonico della città, alcuni dei quali solitamente inaccessibili.

L’evento prevede la realizzazione contemporanea di visite guidate in cento siti di ogni epoca sul territorio capitolino, organizzati per aree omogenee percorribili a piedi o in bici.

I progettisti di molti edifici contemporanei inseriti nel programma guideranno personalmente le visite.

La programmazione delle attività durante l’evento si snoderà attraverso 4 aree omogenee. I siti aperti al pubblico si concentreranno soprattutto sull’asse che attraverso il Centro Storico collega i quartieri Olimpico – Flaminio a nord fino all’EUR a sud. L’area della Stazione Tiburtina completerà la definizione territoriale del programma.

Open House Worldwide è un’organizzazione internazionale con sede centrale a Londra. Dispone di sedi indipendenti in Europa, America, Medio Oriente e Australia. Ogni settembre Open House London apre le porte di 700 edifici e richiama oltre 300.000 visitatori. Attivo dal 2002, Open House New York oggi conta oltre 185.000 presenze ad ogni suo evento.

L’evento è organizzato dall’associazione culturale Open City Roma.

Partner istituzionali:

Ordine degli Architetti di Roma e Provincia

Patrocinio di:

Senato della Repubblica

Roma Capitale

Facoltà di Architettura della Sapienza Università di Roma

Facoltà di Architettura dell’Università Roma Tre

Media Partner: Domus

Promoter: FGTecnopolo

Partner: Open House Worldwide, ATAC, EUR SpA, HDI assicurazioni, Arti Grafiche Boccia, Green Building Council Italia, Piano B Architetti Associati, Qomu, Pallini.

Supporter: In/Arch LazioDo.Co.Mo.Mo. Italia, Fondazione Bruno Zevi, Accademia di S.Luca

INFO :

www.openhouseroma.org; www.openhouseworldwide.org;

Pagina FB di Open House Roma;

Guarda lo spot

Inaugurato il Ponte della Musica a Roma

4 giugno 2011

Il 31 maggio 2011 è stato inaugurato il ponte della Musica.

Finalmente sarà possibile percorrere fisicamente la linea, finora soltanto ideale, che collega il Foro Italico all’Auditorium, passando per il MAXXI, le opere olimpiche di Nervi e il Villaggio Olimpico.

Amate l’Architettura sostiene da sempre l’importanza culturale del quartiere Flaminio ed il suo porsi come laboratorio a cielo aperto dell’architettura contemporanea.

Chi ha partecipato al il Walkshow Architettura 2.0 organizzato insieme con l’associazione culturale Urban Experience, ha potuto godere di una piccola anteprima dell’apertura del Ponte.

Come ormai sembra essere uno sport nazionale anche in questo caso non sono mancate numerose polemiche sulla costruzione dell’opera.

Abbastanza monotonamente si individuano 3 principali filoni di protesta: quello NATURALISTICO AMBIENTALE, quello FUNZIONAL-ECONOMISTICA e quello TECNICO-PROFESSIONALE.

Secondo la più collaudata polemica NATURALISTICO AMBIENTALE, tutto ciò che è costruito è di per se negativo in quanto aprioristicamente contrapposto all’ambiente naturale; obiezione accentuata nel caso di opere smaccatamente contemporanee; come corollario non sono accettabili i disagi che in genere qualsiasi cantiere comporta.

È il caso, spiace dirlo, di Legambiente che si è battuta per preservare il tratto di verde che gestivano proprio nel luogo occupato dal cantiere. Sostanzialmente il problema sollevato sembra essersi ridotto ad una questione gestionale del cantiere. Qui un video che illustra lo stato dell’arte prima dei lavori e la posizione di Legambiente.

Altro caso è l’obiezione FUNZIONAL-ECONOMISTICA, altrimenti noto come fenomeno del “benaltrismo”. Sostanzialmente si riduce a tre sottocategorie di protesta:

  • Siamo pieni di monumenti! Roma (l’Italia) ha già le sue opere d’arte (e i suoi ponti pedonali) e non c’è bisogno di realizzarne di nuove; men che mai questa.
  • Quanto ci costa! Il costo, in questo caso 8 milioni, è sempre troppo; soprattutto quando si parla di opere il cui valore non è quantificabile in termini economici o finanziari
  • Ben’altre erano le opere da realizzare prima! Le altre urgenze; rispetto ad un opera c’è, ce stata e ci sarà sempre qualcosa di più importante, di più utile, di più urgente da realizzare prima.

Nel nostro caso un ponte, per giunta pedonale, non può che apparire inutile, troppo costoso e sicuramente non nella scala delle priorità della nostra città.

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Un poco triste l’articolo che ho trovato sul sito di Paesesera “Inaugurazione tra le polemiche”: delle polemiche non c’è traccia nel testo dell’articolo, però si pensa bene di postare una foto del cantiere ancora in costruzione, chissà che l’immagine del ponte finito dovesse sembrare troppo bella…..

Vi è poi il vasto filone della critica TECNICO-PROFESSIONALE, quella che “io l’avrei fatto meglio” o del “manco sono capaci di …..”, con la quale in genere si tende mettere in evidenza questo o quel dettaglio tecnico sui materiali o sulla gestione del cantiere. Si tratta di un filone amplissimo nell’Italia dei CT del giorno dopo, dove tutti sono esperti di tutto. Filone scivoloso, nel quale spesso si cade anche involontariamente. Nell’intento di evidenziare mancanze o difetti macroscopici (che ne so, un cedimento strutturale, una collocazione sbagliata dell’intervento) si finisce con il mettere a fuoco banali problemi di fornitura (alcune doghe di legno fallate….) o piccoli ritardi (2 mesi in due anni….) scambiandoli per gravi problemi costruttivi e gestionali.

Piccola nota descrittiva.

L’opera si distingue per semplicità, leggerezza e per lo slancio che la forma “a foglia piegata” le conferisce. L’utilizzo delle cromature bianche, oltre a risaltarne le forme dinamiche (chiaro su fondo scuro), crea una evidente assonanza cromatica con le architetture limitrofe, dallo stadio Olimpico alla casa della scherma, creando un gioco di inversione formale con il vicino Ponte Duca D’Aosta.

Particolare attenzione è stata posta nel progetto alla fruibilità degli spazi in coincidenza delle zone di imposta delle strutture; sul lato Flaminio uno spazio aperto consentirà l’utilizzo a tutta la collettività dell’area verde sottostante; sul lato Foro Italico il ponte sarà collegato alla pista ciclabile tramite una serie di rampe ciclabili. In entrambi i lati l’accesso alle sponde del Tevere sarà enormemente facilitato dalle sistemazioni architettoniche.

Il ponte originariamente doveva essere esclusivamente ciclopedonale (ovvero utilizzabile a piedi o in bicicletta), alterne vicende hanno portato a modificarlo per renderlo utilizzabile anche per il trasporto pubblico. Il ponte sarà quindi attraversato dai mezzi pubblici, ovvero da una linea (tram o bus elettrici) definita sin da ora “Linea dei musei”, che collegherà Ottaviano al ponte e di li consentirà di raggiungere Valle Giulia, il MAXXI, e l’Auditorium.

Di sicuro ora è evidente necessità di completare la sistemazione urbana delle aree circostanti, cominciando dal parcheggio interrato di Piazza Gentile da Fabriano, che manifesta ora tutta la sua incoerenza architettonica rispetto al sistema urbano generale, per finire con il recupero della casa della scherma (e magari la realizzazione del nuovo stadio del tennis).

Presso il sito di Progetto Millennium è possibile trovare altre info sui progetti previsti nel quartiere; sorvolando per un attimo sulle famigerate prestazioni gratuite di Renzo Piano (per il quale evidentemente l’architettura è un hobby), c’è da ben sperare sul futuro del quartiere.

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CONCLUSIONI

Per buona pace degli ambientalisti un ponte che privilegia l’uso delle biciclette e dei mezzi pubblici, spalancando l’accesso al Tevere è un’opera che dovrebbe essere sostenuta e pubblicizzata proprio dai movimenti ambientalisti; ho la sensazione che alle volte nelle polemiche si tenda a vedere solo il piccolo personale orticello perdendo di vista le logiche di largo respiro; nelle logiche di largo respiro le analisi si fanno sui costi e sui benefici generali. In questo caso il costo (la perdita, temporanea, di un tratto di sponda gestito da Legambiente e onestamente sconosciuto ai più) è largamente compensato dai benefici (un cambio radicale nel modo di intendere le opere pubbliche e la mobilità urbana e l’apertura del Tevere alla città).

Invito gli ambientalisti a passare presso l’area e a confermare se continuano a ritenere l’opera così devastante ora che si comincia a percepirne l’assetto generale; mi chiedo se non sarebbe ora di abbandonare la logica del “Costruito è brutto” che permea vasti strati della cultura ambientalista, che a buon diritto diffidano della logica speculativa cementificatoria che caratterizza moltissimi interventi pubblici in Italia; occorre però cominciare a fare uno sforzo di critica costruttiva che consenta di distinguere i singoli casi: quando un opera è ben progettata e non risponde a logiche prettamente speculative si può e si deve realizzare anche sopportandone i relativi disagi.

Ai tecnici funzionalisti dico che c’è bisogno di altre opere a Roma come il Ponte della Musica!

E non solo perché in realtà l’opera è sotto ogni aspetto funzionale al miglioramento della qualità urbana ma anche e soprattutto in quanto opera d’arte frutto dell’intelletto e del lavoro di ingegno creativo dell’uomo.

Così come c’è bisogno di opere e monumenti moderni e contemporanei sia nelle funzioni che nello spirito. Ce n’è bisogno ovunque e il relativo costo, per quanto importante, non può essere valutato in termini puramente economici.

Abbiamo bisogno, per non soccombere allo svilimento materiale (ed economico) delle nostre città, di allargare il nostro modo di vedere le cose. Abbiamo una sola risorsa, il nostro intelletto; abbiamo un solo modo di valorizzare il nostro intelletto, moltiplicando le nostre opere, creando opere innovative, creando (non solo conservando) cultura (anche invitando architetti stranieri).

La riduzione di tutto a mero calcolo economico equivale alla morte civile e culturale di una società.

Ci sono opere che possono e devono essere valutate anche per i benefici immateriali e “indiretti” che portano alla collettività.

Ci sono opere che hanno il compito di non inseguire il problema ma di fornire una chiave di lettura diversa. Queste opere si definiscono opere d’arte,

l’architettura è un’arte!

Coesistenza tra nuovo ed antico nella città contemporanea

19 aprile 2010

L’approccio all’antico nella cultura olandese è completamente diverso che nella cultura italiana, senza essere per questo scontato e banale: l’inaugurazione di una mostra all’ABC Centrum di Haarlem, domenica 8 marzo, mi ha dato lo spunto per mettere a confronto due interventi sull’esistente che possono sicuramente competere con le migliori opere dell’Architettura italiana.

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Il primo intervento, a Roma, è l’Ambasciata olandese a via Michele Mercati, dello studio Jansen, realizzata tra il 2006 ed il 2007, il secondo, ad Haarlem, è il Toneelschuur Theater di Mecanoo, in Begijnestraat, realizzato tra il 2003 ed il 2006.

Si tratta di due progetti profondamente diversi, ma che entrambi interessano la città consolidata e la modificano portando nuove funzioni all’interno di edifici storici e nel tessuto urbano.

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Il primo progetto interviene sull’antica residenza dell’ambasciatore olandese a roma, un villino neo-rinascimentale, realizzato nel 1929, immerso nel verde di Via Michele Mercati, dotandolo di spazi funzionalmente adatti ad un ambasciata moderna: un ascensore completamente vetrato, controsoffitti radianti, sistemi di sicurezza attiva e passiva, ed una recinzione antiesplosione per la prima volta usata in Europa. L’architetto Pesman ha avuto una grande sensibilità nell’accostarsi al villino preesistente, creando un nuovo corpo di fabbrica, la cui pelle è realizzata in acciaio corten, che lascia intravedere la pavimentazione interna in resine speciali ed i rivestimenti in corian.

Con un sapiente gioco di materiali egli riesce ad evidenziare gli elementi tipici dell’architettura olandese, fatti di grandi aperture, mettendo in risalto la purezza delle geometrie interne, trattate di bianco, in modo da concentrare l’attenzione sulle opere d’arte qui esposte.

L’altro intervento, il Toneelschuur Theater di Mecanoo, è un progetto ancora oggi all’avanguardia nel suo genere e nell’accostamento alla città storica, che gioca con la sua carica di novità per creare, all’interno di Begijnestraat uno spazio diverso: provenendo dalla Grote Markt, la pazza principale della cittadina di Haarlem, si rimane meravigliati dall’emergere del volume della sala rispetto al fronte continuo della città costruita, che crea una sorta di spazio semi pubblico, aperto-coperto, antistante al foyer. Una volta entrati nel teatro si accede ad un ambiente a tutta altezza, ricavato tra l’ingresso e la sala, e quasi a separare le differenti funzioni un setto appeso al solaio di copertura costituisce un filtro tra lo spazio a tutt’altezza dell’atrio e l’ingresso alle sale, ad una quota diversa.

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E’ chiaro qui l’intento di giocare con i volumi, fin dove lo permettono i materiali, in modo da accostarsi all’antico senza stravolgerlo, mettendo in mostra le nuove possibilità del cemento armato.

Il progetto del teatro nasce dalla collaborazione con un noto grafico e pubblicista, proprietario della collezione custodita nell’edificio preesistente, che contribuisce a rendere complessa l’idea progettuale manifesta nella dialettica che si instaura fra i vari materiali, il cui scopo diventa quello di individuare le funzioni loro proprie. Il vetro del foyer lascia intravedere all’esterno gli elementi di risalita: scale ed ascensori, il volume della sala in cemento colorato è caratterizzato da un asola vetrata che la scandisce dall’alto verso il basso, e sembra retta da un pilastro in lamiera scura; il volume dei servizi, trattato in lamiera verde, risalta rispetto ai tetti circostanti e costituisce un chiaro segno del nuovo intervento.

In tutti e due i progetti descritti appare evidente la volontà di mediare il rapporto con l’antico attraverso l’uso di materiali contemporanei: da una parte l’acciaio corten e dall’altra la lamiera colorata; in entrambi i casi l’utilizzo del vetro, con la sua leggerezza, riesce a mettere in luce le caratteristiche costruttive dei manufatti: a Roma serve a richiamare le aperture tipiche dell’architettura residenziale olandese, ad Haarlem serve ad accentuare il gioco di pieni e di vuoti che caratterizzano il nuovo intervento. In entrambi i casi dunque un sapiente uso dei materiali è sufficiente a mediare l’accostamento con la città consolidata; in entrambi i casi l’utilizzo di nuove tecniche riesce a rendere l’intervento raffinato nel suo complesso e perfettamente riuscito da un punto di vista architettonico; in entrambi i casi un esempio di come l’Architettura olandese possa dare lezioni di stile oltre che nei lavori di Architettura Contemporanea, anche nell’accostamento all’antico.

Finalmente MAXXI !!!!

19 novembre 2009

Io ci sono andata…

E penso sia un luogo interessantissimo.

Lo spazio coinvolgeva lo spettatore nella performance del corpo di ballo di Sasha Waltz.

Immaginate che i corpi si adagiavano sui piani inclinati delle pareti altissime, volavano con funi sospese ai setti verticali della copertura e  disegnavano il perimetro ondulato delle sale con i loro corpi.

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La performance non poteva essere “guardata” frontalmente, perchè i corpi creavano delle sculture e ogni persona avrà avuto una visione diversa, da 20 m. in alto affacciandosi e guardando giù o dal basso guardando i corpi improvvisamente fuggire in tutte le direzioni per poi legarsi strettamente e sollevarne uno solo il più in alto possibile….e lo spazio era lo strumento di questo movimento, con un’acustica perfetta.

Ma il movimento dei corpi in confronto al movimento dello spazio museale sembrava “artificiale”.

E’ stata una strana sensazione, forse solo mia, personale, ma provo a spiegarla: era come vedere il movimento di una parte all’interno di uno spazio in movimento. I ballerini si muovevano lentissimamente quasi come manichini in lontananza e la gente si muoveva da una parte all’altra richiamata dai suoni , e alla fine sembrava quasi che tutte le persone presenti facessero parte del corpo di ballo.

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Gli artisti ( perchè tali li considero, per la capacità tecnica ed espressiva) non si muovevano all’interno di una scenografia, ma interagivano con gli spazi… nella parte con un solaio inclinato facevano scivolare dei piatti di porcellana bianca, creando un suono e talvolta un rumore familiare di cocci. Non c’erano elementi aggiunti, ( anzi no, uno, alla fine della performance, un lunghissimo nastro di margherite gialle posate con estrema cura dalle ballerine, unico elemento naturale presente..e anche questo mi fa riflettere…) loro “usavano” l’architettura: intonaci, gradini, balaustre, vetrate, pavimenti, scale, vuoti, ascensori, montacarichi.

Il montacarichi. Ecco, questo è stato l’elemento che forse più mi ha colpito….perchè credetemi un montacarichi può avere un’anima e danzare con l’apertura e chiusura delle porta scorrevoli.

Ecco credo sia questa l’architettura, l’arte più completa anche se possiede solo un po’ di cemento e una matita…. la matita. Credo sia l’invenzione più importante per un architetto, lo strumento che ci permette di trasferire, di far capire quello che abbiamo avuto il dono di immaginare. Zaha Hadid evidentemente riesce a realizzare esattamente quello che con una semplice matita disegna.

Tutto il resto viene dopo, è fondamentale, lo sappiamo bene, perchè mi rendo conto che la capacità tecnica libera e rende realizzabile tutto esattamente come viene pensato, altrimenti verrebbe appesantito, svilito, corrotto. Ma mai nulla riesce a darmi la stessa sensazione, non saprei descriverla compiutamente…poesia, musica, pittura, cinema, scultura, nulla di ciò che l’essere umano può creare riesce ad emozionarmi come lo spazio architettonico… che sia un piccolo, piccolissimo dettaglio…o uno spazio immenso… credo  sia fondamentale, perchè ci viviamo dentro…e non parlo quindi del museo, ok, siamo stati bravi a realizzarlo finalmente a Roma ( e credo che la città da adesso non sarà più la stessa) ma parlo degli spazi in cui lavoriamo, dormiamo, studiamo, mangiamo, parlo dello spazio che racchiude la nostra vita.

Alla fine il museo si lascia indietro le pareti, che in un certo senso condizionano i nostri passi e ci lancia nel vuoto della vetrata sospesa sui tetti di Roma e del quartiere Flaminio, quasi a farci da rampa di lancio per volare via anche noi.

Mi sembrava di sognare ad occhi aperti.

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