Articoli marcati con tag ‘architettura contemporanea’

50 ANNI DI CINEMA PER CASA PAPANICE

In occasione del 50°anniversario dell’uscita del film “Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)” di Ettore Scola, ambientato all’interno di Casa Papanice a Roma, attuale sede dell’Ambasciata del Regno Hascemita di Giordania, Amate l’Architettura vuole ricordare questo simbolo dell’architettura post-moderna e del cinema italiano anni ’70.

L’edificio- costruito tra il 1966 e il 1970- fu commissionato dall’imprenditore edile tarantino di origine putignanese Pasquale Papanice all’architetto Paolo Portoghesi, coadiuvato dall’ingegnere Vittorio Gigliotti. Dal punto di vista tipologico, la costruzione può essere assimilata al “villino signorile”, erede della “casa alto- borghese” della seconda metà dell’Ottocento. Si sviluppa su tre livelli, con un alloggio per piano, per terminare con un ampio attico. Il progetto richiama sia all’interno sia all’esterno, il gusto “baroccheggiante” tanto amato dall’architetto, il quale si avvale in quest’opera anche di suggestioni secessioniste e Art Decò. Lo studio di Portoghesi si concentra sulla definizione e la creazione di “poli” (poli di accesso, poli di luce, poli funzionali): il tema del cilindro viene utilizzato e ripetuto in tutte le scale sia all’interno sia all’esterno della villa (pareti, ringhiere, maniglie etc).

Lo spazio interno è articolato in modo “plastico” tramite l’uso di pareti concave e convesse dipinte con fasce colorate orizzontali verdi e azzurre definite dallo stesso Portoghesi come “le principali articolazioni del corpo umano, azzurro per l’uomo e verde per la donna”; i soffitti sono invece definiti da cilindri concentrici che paiono scendere come stalattiti. La tecnica utilizzata da Portoghesi, curvando le pareti, consente di ottenere un’estensione spaziale: il muro inflesso diventa- come lo stesso architetto afferma “l’elemento chiave della soluzione”. La sperimentazione architettonica investe anche il cromatismo organico in cui casa Papanice è avvolta e gli arredi, anch’essi progettati dall’architetto, seguono le curve spaziali e si sposano perfettamente con gli ambienti interni.

L’esterno è rivestito da bande verticali in maiolica, i cui colori pastello rimandano sia agli interni sia agli elementi naturali; i parapetti dei balconi e la recinzione originaria esterna sono oggi stati rimpiazzati da semplici elementi metallici in maglia quadrata, ma all’epoca erano realizzati con canne d’organo in metallo (di nuovo la ripetizione del cilindro).

Sulla scia della mostra itinerante “L’Italia del boom, fra mura d’artista e fotogrammi d’autore”, già inaugurata a ottobre dello scorso anno presso il Castello Aragonese di Taranto e curata dal nipote del committente di Casa Papanice, Edmondo Papanice, nella quale si rendeva omaggio sia alla pellicola di Ettore Scola sia al set del film, rappresentato dalla villa stessa, Amate l’Architettura vuole celebrare nuovamente il forte connubio tra Cinema ed Architettura nel giorno del 50° anniversario dell’uscita di “Dramma della Gelosia (tutti i particolari in cronaca)”.

La nota pellicola anni ’70 che ha come protagonisti Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini, rivali in amore per la bellissima Monica Vitti, è la classica “commedia all’italiana” dalle tinte, tuttavia, a tratti amare e nostalgiche e uno stile della narrazione leggero e brillante, con alcune sequenze che sconfinano nel grottesco. Il triangolo amoroso tra Oreste (M.Mastroianni), Adelaide (M.Vitti) e Nello (G.Giannini), viene raccontato dalla stessa protagonista femminile attraverso un anticonvenzionale flash-back che ripercorre a ritroso le burrascose vicende sentimentali dei tre e il “ripiego” della donna verso un terzo uomo: il ricchissimo ma grossolano macellaio Ambleto Di Meo (Hercules Cortes) proprietario di Casa Papanice.

Famosa la scena in cui i due sono affacciati al terrazzo e lei gli domanda: “Ma che so’ tutte ‘ste canne?”, e lui risponde: “E’ una precisa qualificazione geometrica…cosi’ ce stava scritto sul progetto della casa”.

Sebbene il film, non sia considerato tra le punte di diamante della filmografia di Scola, valse a Mastroianni la Palma d’Oro per la miglior interpretazione maschile al 23° Festival di Cannes e viene ancor oggi ricordato come “una pietra miliare” del cinema italiano, in grado di raccontare con passione e realismo un’epoca precisa. La scelta di Casa Papanice come set, inoltre, non poteva essere più azzeccata per fare da sfondo a un “dramma della gelosia”, appassionato e pungente. Scola, che nei suoi film era solito scegliere ambientazioni “reali”, stavolta sceglie una villa dalla conformazione e dall’estetica innovativa. Il nipote di Pasquale Papanice, Edmondo, così dichiarò in un’intervista “Tutto ebbe inizio quando mio nonno aprì le porte a Ettore Scola per le riprese del film. Il regista era un ottimo osservatore delle città e delle sue architetture e a differenza di Federico Fellini, che inventa la sua Roma, Scola preferiva delle scenografie reali dando all’architettura una connotazione ben precisa, storica e sociale. Casa Papanice nel suo film ne è l’esempio”.

Testo di: Amate l’Architettura

Foto 1,2,3 (pianta p.1), 4 tratte da: http://www.archidiap.com/opera/casa-papanice/

Foto 5: © Oscar Savio

Foto 6,7: © Amate l’Architettura

Foto 8,9,10 tratte dal web e riferite al film “Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)”

Fonti bibliografiche: Paolo Portoghesi, a cura di Giancarlo Priori, 1985, Zanichelli Editore s.p.a.

Fonti web: https://www.corriereditaranto.it/2019/10/27/casa-papanice-set-per-sogni-visionari-di-un-tarantino/?fbclid=IwAR2X130TBulPZkom8KyYE3LGV-CawNicyJq7vrV_2AGJCztTQkcpP6ubwNU

https://www.italpress.com/mostra-itinerante-rende-omaggio-a-dramma-della-gelosia-e-casa-papanice/?fbclid=IwAR3qVEcetH9Z9B02rpmU88_gBtLXMNSGpsQWkdBpwDCJ14Swb34QWWUp5Ho

Editing di: Giulia Gandin

 

 

 

 

 

LA RIAPERTURA DEI RISTORANTI [Post Covid-19]

19 Aprile 2020

Stiamo sempre di più prendendo consapevolezza che dovremo, per un periodo di tempo, convivere con la presenza di questo virus. Non sappiamo, perché nessuno ha in proposito dati certi, quanto questa situazione durerà. Possiamo però ragionevolmente prevedere che per alcuni mesi di sicuro il virus ci accompagnerà, ed è possibile che questo periodo possa arrivare ad un anno o superarlo.

In ogni caso, senza entrare eccessivamente nel merito delle previsioni, si tratta di un periodo di tempo consistente, tale da comportare la riorganizzazione di alcune attività produttive. Mi riferisco a tutte le attività che prevedono la presenza di un pubblico, la sua permanenza in uno spazio delimitato e la fruizione di un servizio. Analizziamo il caso dei servizi di ristorazione fra cui ristoranti, bar, pub, gelaterie e pasticcerie.

Nel momento in cui scrivo, sono entrambi chiusi per decreto. O meglio, è consentita la sola ristorazione con consegna a domicilio nel rispetto delle norme igienico-sanitarie sia per l’attività di confezionamento che di trasporto. La loro riapertura non è ancora stata calendarizzata con precisione, ma probabilmente potranno riaprire fra la fine di maggio e l’inizio di giugno.

Il dibattito sulle modalità con le quali potranno gestire la riapertura è già ampiamente in corso sui giornali, a partire dalle richieste degli operatori del settore e dalle prime confuse risposte dei politici. Si spera che sia proficuamente in corso anche all’interno delle varie commissioni preposte a fornire delle valide linee guida per la ripartenza.

 

Foto: Hong Kong, Cina, 29 Marzo 2020. Clienti mangiano in un ristorante a distanza di sicurezza ©Anthony Kwan/ Getty Images

I principi generali saranno gli stessi per tutti gli esercizi commerciali: distanziamento fra le persone, limitazione delle presenze, alternanza e distribuzione della fruizione su un arco di tempo maggiore; si dovrà offrire la possibilità di lavarsi e/o igienizzarsi le mani, garantire il ricambio dell’aria negli ambienti chiusi e favorire la possibilità di fare ordini e pagamenti limitando il contatto con il personale e il passaggio fisico di denaro (https://www.corriere.it/cronache/20_aprile_11/coronavirus-nuove-regole-negozi-aziende-che-riaprono-vademecum-f4fed61e-7b6e-11ea-afc6-fad772b88c99.shtml?refresh_ce-cp). A breve però dovranno essere fornite specifiche linee guida per ogni tipologia di esercizio.

Attualmente è già consentito effettuare interventi di manutenzione e di eventuali modifiche finalizzate alla gestione di questa emergenza. Gli esercenti però ancora non sanno in che direzione con precisione muoversi. Anche perché è facile immaginare che saranno necessari degli investimenti per mettere in pratica le misure precauzionali necessarie alla riapertura e l’accesso al credito, per quanto possa essere agevolato in termini di tassi e procedure, in questo momento spaventa per le prospettive di una riduzione degli incassi.

Le linee guida specifiche per i servizi di ristorazione è presumibile che prevedano quanto meno: una distanza tra i tavoli di almeno due metri (per permettere il passaggio in sicurezza del cameriere), una maggiore distanza al bancone fra operatore e cliente e una distanza fissa fra clienti al bancone. Oltre a questo all’interno delle cucine dovranno essere rispettate le distanze di sicurezza fra i dipendenti, fissate le postazioni di lavoro, dovranno essere ridotti i turni di lavoro e si dovrà cercare di organizzare su una fascia di tempo più ampia la fase di preparazione degli alimenti. Nei casi, che andranno ad incrementarsi, di consegna a domicilio, sarà necessaria una netta separazione fra i locali di preparazione e quelli destinati al ritiro da parte dei fattorini.

 

Foto: Trattoria da Nennella, Napoli, Italia. Fonte: web.

Anche immaginando di riuscire a mettere in pratica tutte queste misure in spazi che non sono predisposti, il risultato credo che non sarebbe particolarmente attrattivo. Immaginiamo la piccola trattoria a conduzione familiare di un qualsiasi centro storico, oppure una delle tante pizzeria in cui si faceva lo slalom tra i tavoli per raggiungere il proprio posto, il bancone del bar celebre, di fronte al quale ci si accalcava per chiedere un caffè. E’ possibile che le trasformazioni interne rendano insostenibile il precedente modello di gestione, basato su un rapporto consolidato fra costi di gestione e numero di clienti.

Le prime soluzioni progettuali che cominciano ad essere proposte e a circolare, non sembrano convincenti. Nel caso dei ristoranti circolano immagini di tavoli con elementi divisori in vetro che comunicano un grande senso di tristezza. Non possiamo infatti sottovalutare il fatto che la fruizione di uno spazio collettivo è finalizzata al piacere della condivisione. La dinamica dell’ottenimento del piacere, e quindi della piacevolezza del luogo, è basilare. Non se ne può prescindere.

Oltretutto queste soluzioni non sembrano garantire la sicurezza personale, perché uno dei problemi che si sta finalmente focalizzando, è la diffusione del virus nell’aria negli ambienti chiusi. Il problema del tempo prolungato di permanenza e della diffusione nell’aria delle micro gocce di saliva, all’interno della sala di un ristorante è difficilmente risolvibile. Sarebbe necessario quindi un netto potenziamento degli impianti di areazione, che per essere efficace comporterebbe costi notevoli. Cenare in ambienti chiusi, di conseguenza, difficilmente potrà ispirare fiducia ai clienti, anche se il locale adottasse tutte le precauzioni a cui abbiamo fatto riferimento.

Come pure risulterà molto problematico gestire la convivialità, che pure è spesso alla base della scelta di consumare i pasti in un ristorante. Al di là della stretta osservanza delle linee guida sanitarie, che prima o poi saranno rese note, il tema centrale sarà comunque prettamente architettonico. Il successo dei servizi di ristorazione, come sempre, è strettamente connesso alla piacevolezza nella fruizione dell’ambiente. E’ inutile riorganizzare questo tipo di esercizi commerciali secondo parametri strettamente sanitari se non si riesce parallelamente ad assicurare il piacere della permanenza, perché da un punto di vista economico potrebbe risultare un investimento insostenibile. La conseguenza potrebbe essere una diminuzione della domanda maggiore di quella già prevedibile per ragioni congiunturali.

Sembra un problema insolubile, ma probabilmente in termini assoluti non lo è. Come spesso succede, di fronte a problemi che appaiono irrisolvibili, è opportuno innescare un cambio di paradigma. Un rovesciamento del punto di vista e delle condizioni “al contorno”. Per garantire la sopravvivenza di queste due tipologie di esercizio commerciale, sempre che questo sia un obiettivo condiviso dal governo in quanto finalizzato al preservare l’occupazione nel settore, servono nuovi concept e soprattutto una burocrazia agile che permetta di metterli in pratica in tempi rapidissimi.

Sono molte le riflessioni che gli esercenti sono chiamati a fare in vista della riapertura delle attività di ristorazione. Non è il caso di tentare inutili sovrapposizioni con i professionisti del settore, per cui rimando all’interessante articolo di Vincenzo Pagano su Scatti di Gusto del 12 aprile, di cui in particolare mi ha colpito una frase: “bisogna considerare anche la strada come una sala e la porta di casa del cliente come il bordo del tavolo” (https://www.scattidigusto.it/2020/04/12/coronavirus-riapertura-cosa-devono-fare-ristoranti-e-pizzerie-a-maggio/).

 

Foto: Ristorante nel parco sotto le tende. Fonte: web.

Le cucine in questo prossimo futuro dovranno probabilmente uscire dagli spazi ridotti dei ristoranti per ricollocarsi negli spazi aperti, privati o pubblici. In luoghi in cui il contagio non faccia paura, in cui i metri quadrati non abbia un costo alto e in cui la distanza e la circolazione dell’aria sostituiscano le tristi barriere di plexiglass.

Per fare questo però è necessario derogare in molti casi dalle normative esistenti, per permettere la collocazione in aree aperte di prefabbricati ad uso cucina con titoli edilizi semplificati, su terreni privati o pubblici dati in concessione, mettendo a punto forme prestabilite e rapidamente attuabili di convenzioni con limiti temporali e di utilizzo molto ben definiti.

Questo processo va messo in atto con una normativa snella, ma nello stesso tempo rigorosa. Il rischio infatti in un paese come il nostro è evidente. E’ necessario infatti evitare che misure temporanee, di sostegno ad un’emergenza, non si tramutino poi in occupazioni abusive e durature di beni collettivi. L’esperienza insegna che qualsiasi semplificazione burocratica, soprattutto nelle fasi di emergenza, ha potenzialmente come rovescio della medaglia la diminuzione dei filtri che proteggono la collettività da un uso insano delle risorse collettive.

 

Foto: Pic- nic in un parco. Fonte: web.

La ricollocazione delle attività di ristorazione esistenti all’aria aperta, potrebbe essere la prima e più efficace risposta per una riapertura in tempi brevi e in sicurezza. Ovviamente non può essere l’unica risposta, ed è un concetto che va adattato e modulato in relazione ai singoli casi. Ad esempio, per evitare i costi di allestimento di cucine mobili, la strategia potrebbe essere quella di mantenere la cucina all’interno delle strutture esistenti e di permettere di derogare invece dalle normative relative all’occupazione di suolo pubblico.

In ogni caso però, per risolvere il problema, è necessario intervenire sul complesso di norme e vincoli che costituisce il contesto nel quale si colloca l’attività imprenditoriale della ristorazione. Bisogna farlo velocemente, ma “cum grano salis”, consapevoli tanto dei rischi di un liberismo sfrenato, quanto del rischio di perdita di occupazione nel comparto.

La riflessione è aperta e noi di Amate l’Architettura chiediamo a tutti di offrire il proprio contributo.

 

 

Biblioteca di emergenza – Phaidon – Atlante mondiale dell’architettura del XX secolo – segnalazione di Marco Ferrario

7 Aprile 2020

In questi tempi di crisi, che coinvolge pesantemente molti colleghi architetti, e che ci costringe a rimanere chiusi in casa, non ci rimane che riscoprire le nostre biblioteche. Mandateci una foto dei libri che vi fa piacere segnalare, con le foto della copertina, due pagine interne, e un breve estratto del testo. Noi le rilanceremo qui sul nostro blog.

Phaidon, Atlante mondiale dell’architettura del XX secolo, ed. Electa 2013

 

 

 

L’Atlante mondiale dell’architettura del XX secolo analizza lo scambio globale di idee e forme architettoniche esplorandolo da diversi punti di vista”.

 

 

In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 Giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

FRAMMENTI DI ARCHITETTURA CONTEMPORANEA NELLA TUSCIA – Edificio Plurifamiliare a Viterbo

30 Maggio 2018

Architettura Contemporanea nella Tuscia
91. EDIFICIO PLURIFAMILIARE, Via Vicenza, Viterbo.
La costruzione, con più di cinquanta anni di vita, ha delle soluzioni compositive estremamente efficaci. Una forte e positiva contraddizione è anche il forte contrasto tra il rigido prospetto scalettato su Via Vicenza e la sinuosa purezza del vano scala che ricorda molte formose architetture contemporanee.

 

 

Scoprire l’Architettura viaggiando

Amate l’Architettura, fin dalla propria nascita, si è sempre posta come priorità delle proprie linee d’azione la diffusione della cultura architettonica, specialmente dell’architettura contemporanea.

In linea con questo nostro desiderio/obbiettivo nasce la collaborazione con Stella Errante, una Associazione che organizza viaggi di conoscenza.

Cureremo la conoscenza architettonica (monumenti da visitare, cultura architettonica) nell’ambito dei viaggi organizzati da questa associazione.

Un membro del nostro Movimento accompagnerà i gruppi nei viaggi, fornendo le informazioni e le indicazioni sui luoghi da visitare, all’interno del programma prestabilito, che abbiano un particolare interesse o rilevanza architettonica.

Ma ancor più di questo cercheremo di sviluppare un dialogo ed un interesse attorno alla prima delle artes reales (come era definita nel quadrivio), durante gli itinerari.

Ci si interesserà di architettura di ogni epoca, perché i luoghi spesso sono segnati da interventi stratificati nei secoli, ma, quando sarà possibile, porremo l’accento sulla Architettura Contemporanea, che è “ragione sociale” per la quale siamo nati.

Ecco dunque il primo programma dei viaggi nato dalla nostra collaborazione. Ci auguriamo che ci seguiate numerosi in questa nostra iniziativa.  La prima occasione di incontro sarà un viaggio di visita alla Biennale di Architettura a Venezia (programma), dal 20 al 22 giugno 2014, con una escursione nelle ville venete della Riviera del Brenta, testimonianze dell’opera di Palladio, Tiepolo e di quella fioritura artistica che ha reso unica al mondo Venezia ed il suo entroterra.

Open House Roma: 5-6 maggio 2012

Finalmente a Roma, il 5 e il 6 maggio, un evento che promuove l’Architettura, in particolare quella contemporanea, che ha bisogno, soprattutto in questo momento, di essere valorizzata per non ripiombare nell’immobilismo a cui siamo purtroppo abituati.

Prenota la tua visita sul sito Open House Roma

Open House nasce in Inghilterra 20 anni fa, con l’obiettivo di far scoprire i luoghi segreti più belli nelle maggiori città, grazie al grande successo di pubblico che ha riscontrato, si è diffusa in varie parti del mondo.

Quest’anno arriva a Roma, grazie all’impegno volontario di un gruppo di giovani architetti, Roma è una piazza molto difficile per la promozione dell’Architettura, personalmente ci provo da più di 15 anni, con l’associazione ared, a valorizzare e a far conoscere l’architettura contemporanea di Roma ai gruppi di stranieri che giungono nella capitale, ma non è facile.

Chi viene per la prima volta a Roma vuole vedere San Pietro, il Colosseo, i Fori imperiali, ma non ha nessuna intenzione di visitare le Architetture contemporanee, del resto, fino a poco più di 10 anni fa, c’era ben poco da vedere, con la realizzazione dell’Auditorium, dell’AraPacis, della chiesa di Tor Tre Teste, del Macro e del MAXXI, le cose sono cambiate.

Ma oggi rischiamo di fermare tutto e di ricadere nell’errore di mummificare questa città.

Ben vengano queste iniziative per far capire ai cittadini l’importanza dell’Architettura e il valore sociale e culturale dell’architetto, speriamo che ci sarà una forte partecipazione della popolazione.

L’obiettivo è soprattutto quello di far visitare luoghi non accessibili, perché privati, e spesso sconosciuti, consultando il programma di Roma scoprirete sicuramente architetture di cui ignoravate l’esistenza.

mime-attachment

Open House è una iniziativa semplice ma rivoluzionaria: una volta all’anno, per il tempo di un fine settimana, si aprono al pubblico con visite guidate gratuite, luoghi di alto interesse architettonico della città, alcuni dei quali solitamente inaccessibili.

L’evento prevede la realizzazione contemporanea di visite guidate in cento siti di ogni epoca sul territorio capitolino, organizzati per aree omogenee percorribili a piedi o in bici.

I progettisti di molti edifici contemporanei inseriti nel programma guideranno personalmente le visite.

La programmazione delle attività durante l’evento si snoderà attraverso 4 aree omogenee. I siti aperti al pubblico si concentreranno soprattutto sull’asse che attraverso il Centro Storico collega i quartieri Olimpico – Flaminio a nord fino all’EUR a sud. L’area della Stazione Tiburtina completerà la definizione territoriale del programma.

Open House Worldwide è un’organizzazione internazionale con sede centrale a Londra. Dispone di sedi indipendenti in Europa, America, Medio Oriente e Australia. Ogni settembre Open House London apre le porte di 700 edifici e richiama oltre 300.000 visitatori. Attivo dal 2002, Open House New York oggi conta oltre 185.000 presenze ad ogni suo evento.

L’evento è organizzato dall’associazione culturale Open City Roma.

Partner istituzionali:

Ordine degli Architetti di Roma e Provincia

Patrocinio di:

Senato della Repubblica

Roma Capitale

Facoltà di Architettura della Sapienza Università di Roma

Facoltà di Architettura dell’Università Roma Tre

Media Partner: Domus

Promoter: FGTecnopolo

Partner: Open House Worldwide, ATAC, EUR SpA, HDI assicurazioni, Arti Grafiche Boccia, Green Building Council Italia, Piano B Architetti Associati, Qomu, Pallini.

Supporter: In/Arch LazioDo.Co.Mo.Mo. Italia, Fondazione Bruno Zevi, Accademia di S.Luca

INFO :

www.openhouseroma.org; www.openhouseworldwide.org;

Pagina FB di Open House Roma;

Guarda lo spot