Articoli marcati con tag ‘architetto’

un ricordo di Manfredi Nicoletti

30 ottobre 2017

Santo Marra, membro di Amate l’Architettura, che ha conosciuto personalmente il prof. Manfredi Nicoletti, esprime, a nome di tutto il nostro Movimento, il cordoglio per la sua scomparsa attraverso un ricordo della sua figura di architetto, professore e uomo perbene.

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Ieri ci ha lasciati a 87 anni il Prof. Manfredi Nicoletti. La notizia mi ha rattristato molto ma allo stesso tempo mi sono tornati in mente momenti felici, quando, a fine anni ’90, ho avuto la fortuna e il piacere di frequentare per qualche tempo il suo studio.
Lo ricordo come una persona elegante, dall’energia esplosiva. Ricordo lo studio pieno di giovani architetti, tanti progetti contemporaneamente, ma soprattutto tanti concorsi. Era il periodo in cui lo vedevo discutere con forza per cercare di difendere le sorti del progetto per il Nuovo Museo dell’Acropoli di Atene di cui era risultato vincitore qualche anno prima, insieme a Lucio Passarelli (scomparso lo scorso anno), a seguito di Concorso internazionale fra oltre 400 partecipanti, poi purtroppo bloccato e annullato. Era soprattutto il periodo in cui aveva appena consegnato il Concorso internazionale per L’ampliamento del Museo del Prado di Madrid e stava per iniziare il Concorso ad inviti per La sistemazione architettonica di Piazzale della Farnesina al Foro Italico a Roma. Parliamo degli anni 1996-98. Quindi, contemporaneamente si partecipava al concorso per il Nuovo Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria, che mi ha visto impegnato direttamente, concorso vinto, cantiere avviato, infinito, ancora in corso.
Al Suo Studio di progetti se ne sono disegnati a decine, la presentazione dei concorsi si curava nei minimi dettagli. È stato un pioniere della progettazione bioclimatica, integrando buone pratiche dell’edilizia sostenibile con criteri innovativi di funzionalità e risultato estetico. E’ stato ancora attivo per molto tempo dopo, realizzando importanti opere in Italia e all’estero. È stato un maestro, un anticipatore, un visionario.
Questo mio piccolo personale saluto è in segno di affetto e riconoscenza. Mi unisco al cordoglio ed esprimo vicinanza ai familiari.
R.i.P. Prof.
Santo Marra

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(In foto, L’ARCA 125 del 1998, che custodisco gelosamente.)

PLAYCHEF® DESIGN#CONTEST – un concorso di food design

13 dicembre 2016

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A Napoli, presso la sede dell’Ordine degli Architetti, dal 15 dicembre 2016, si terrà la presentazione del concorso/contest playchef © design#contest, per la realizzazione di progetti riproducibili nell’ambito del Food Design.

Amate l’Architettura, Movimento per l’Architettura Contemporanea, ha seguito con interesse, fin dalla fase ideativa, la nascita di questo contest e ha scelto di esserne partner, con un membro in giuria.

Riteniamo, infatti, che questa iniziativa possa portare una grande innovazione e valore aggiunto al contesto culturale partenopeo e, più in generale, italiano, perché promuove conoscenza e approfondimento in un settore specifico del design – il Food Design – di grande potenzialità e prospettiva, e perché grazie a questa iniziativa affronta e crea una filiera nell’ambito del design autoprodotto: ideatore – artigiano/realizzatore – piattaforma “equa” di vendita.

Gli incontri formativi (per i partecipanti) introduttivi al concorso, la delimitazione all’uso di alcuni materiali legati alle capacità delle aziende di riferimento di produrre i prototipi ed i multipli, la scelta di promuovere una iniziativa in una città più legata alla tradizione culinaria ma assai meno all’innovazione, specialmente nel design, il coinvolgimento – per la prima volta – di attori nuovi e diversi della filiera della produzione e distribuzione di design, conferiscono una connotazione di carattere originale alla iniziativa, in questa sua prima edizione sperimentale.

Dalla nostra Associazione particolare attenzione è stata posta al bando, in quanto promosso dall’Ordine degli Architetti di Napoli, in cui è chiaro l’invito esplicito ai propri iscritti, a cui vuole dare valore in un periodo di crisi senza precedenti della professione, a esplorare nuovi ambiti e salti di scala nel know-how, nella cornice di una struttura straordinaria ed eccellente come quella dell’agroalimentare campano e, più in generale, italiano. Inoltre, atteso il carattere sperimentale dell’iniziativa, tutti i punti del bando, finalità, criteri di valutazione, composizione della giuria, premi per i vincitori, sono stati verificati nella corrispondenza ai principi di etica, nell’ambito dell’architettura e del design, che Amate l’Architettura promuove con particolare determinazione da quasi un decennio.

IL TEMA DEL CONCORSO.

Tema del concorso è la realizzazione di un progetto di Food Design che sia riproducibile, sostenibile, che sappia innovare, che riesca a reinterpretare l’identità territoriale campana, esprimendo insieme tradizione e contemporaneità. L’oggetto deve divenire strumento per innescare una interazione “ludica” tra fruitore e cibo. Deve indurre gesti, azioni inedite, suggerire nuove modalità di fruizione e innovazione nella preparazione e trasformazione del prodotto edibile. Il prodotto/progetto dovrà rientrare nella categoria complementi per la tavola (es. piatti, piatti da portata, vassoi, alzate, accessori per la tavola, accessori per aperitivo etc.) e potrà essere realizzato in: pietra acrilica naturale (Solid Surfaces|Corian), metacrilato, legno massello, legno multistrato, pannelli Medium Density (MDF), metalli (acciaio, ferro, alluminio, composito) utilizzati da soli o combinati tra loro. I premi, grazie ad i partenariati attivati con le istituzioni, con l’università e con aziende di produzione e commercializzazione design oriented, consisteranno in somme in denaro, nella realizzazione di multipli di design dei progetti presentati e nella presenza gratuita dei prodotti su una piattaforma e-commerce dedicata alla promozione ed alla vendita di serie limitate di design. Tutte le informazioni potranno essere raccolte visitando i siti web:

www.na.archiworld.it

resarchitettura.wixsite.com/resarchitettura

www.oxalab.com

Di seguito il programma della presentazione del 15/12/2016 presso l’Ordine degli Architetti di Napoli:
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L’ascesa dell’intelligenza artificiale e l’utilità dell’architetto

18 giugno 2016

Nel romanzo “La città e le stelle” di A. Clarke, l’autore immagina l’umanità relegata all’interno della città di Diaspar; una bolla autosufficiente interamente controllata da un computer centrale dove gli uomini non hanno nulla da fare se non dedicarsi ad attività artistiche e ludiche senza più alcuno scopo od obbiettivo.

Il Computer centrale pensa a tutto; la città appare come cristallizzata ed eternamente uguale a se stessa.
In una società simile a Diaspar, dove le macchine si sostituiscono all’uomo in ogni funzione essenziale, a cosa serve un architetto?

Sembrerebbe un futuro lontano e impossibile eppure non abbiamo fatto a meno di ripensarci quando abbiamo letto questo articolo su Valigia Blu,  dove Fabio Chiusi fa notare come una delle ultime frontiere in campo informatico sia stata superata quando ‘AlphaGo’ l’intelligenza artificiale di Google, ha battuto il campione Lee Sedol a Go, uno dei giochi più complessi, astratti, e dunque tipicamente umani mai esistiti.
La cosa straordinaria è che per vincere, AlphaGo ha adottato strategie tipicamente creative, superando l’uomo proprio in un campo che si riteneva essere una nostra prerogativa.
Questa notizia determina quindi uno spartiacque su quello che siamo sempre stati abituati a immaginare come limite all’azione delle macchine e in generale di tutto il complesso mondo dell’automazione.
Fino ad oggi l’innovazione tecnologica, se da una parte ha portato alla sostituzione dell’uomo nello svolgimento di alcune attività, fin’ora ha sempre contestualmente creato anche nuove professionalità.
La creatività è sempre stata considerata come l’ultima frontiera insuperabile dalle macchine, grazie alla quale alla fine ci sarà sempre bisogno di un contributo umano per svolgere una funzione, un lavoro o una qualsiasi attività.

Ma che succede se anche quella barriera viene superata?
Che succede se ad un certo punto anche la creatività e l’inventiva cominciano ad essere capacità attribuibili alle macchine?

Senza immaginare scenari apocalittici possiamo comunque ipotizzare un futuro non improbabile nel quale le macchine sostituiranno l’uomo nei processi decisionali e saranno in grado di fornire risposte innovative e creative a problemi complessi.
Non è difficile immaginare che l’evoluzione dei software e dei sistemi di automazione renderà sempre meno necessarie le professioni di natura tecnica e tutte quelle che richiedono una certa standardizzazione delle soluzioni. Per fare un esempio banale, non è difficile immaginare che le attività di rilievo di un immobile (sia ai fini catastali che di restauro) possano essere fatte in maniera del tutto automatica tramite droni in grado di rilevare e restituire il disegno degli ambienti scansionati; se in un primo momento la presenza umana apparirà necessaria, man mano che migliorerà l’autonomia e l’affidabilità del sistema, il ruolo dell’apporto umano sarà sempre di più simile a quello di un supervisore fino a scomparire del tutto.
Ci sarà un momento in cui l’Archistar di turno potrà finalmente liberarsi di scomodi disegnatori perché le macchine sapranno leggere e tradurre in disegni esecutivi i loro schizzi; e presumibilmente anche le imprese esecutrici saranno costituite da robot in grado di realizzare qualsiasi opera; senza problemi sindacali tra l’altro. Il Faraone potrà finalmente costruire le sue piramidi in totale autonomia intellettuale, e potremo dire addio al concetto di città partecipata di stampo medioevale.
Fin qui la lezione è chiara, se si vuole sopravvivere in un mercato dominato dall’innovazione, o si diventa specialisti di quella specifica tecnologia oppure ci si caratterizza per l’estremizzazione creativa; ovvero si cerca di offrire qualcosa in più, quel plusvalore che ancora oggi una macchina non riesce a dare, o non riesce a darlo in maniera funzionale.
Nella professione una rivoluzione del genere si è già vista con l’avvento dei software di disegno automatico; i vecchi prospettivari sono andati in pensione, sostituiti dai supertecnici del disegno automatico.
L’omologazione dello strumento di disegno utilizzato da una parte ha appiattito la qualità media della progettazione grazie, dall’altra ha allargato la base dei professionisti in grado di raggiungere quel livello qualitativo.
Per disegnare a mano occorreva comunque essere minimamente portati a farlo, occorreva avere un talento naturale di base; lo strumento autocad, per quanto complesso è comunque uno strumento alla portata di chiunque abbia la voglia di impararlo.
Contestualmente proprio la disponibilità di strumenti in grado di moltiplicare la produttività di un singolo disegnatore, ha aperto la strada alla creatività del singolo progettista.
Mi ricordo perfettamente come una delle critiche più diffuse verso le prime “Invenzioni grafiche” decostruttiviste (quando le opere realizzate si contavano sulla punte delle dita) fosse proprio l’impossibilità di controllare il progetto. L’avvento di programmi e software in ausilio al disegno ha certamente reso più semplice controllare quelle forme complesse.
Prima o poi qualcuno dovrà approfondire la correlazione stretta che c’è stata tra l’avvento dei sistemi di disegno automatico e il successo diffuso e mondiale delle Archistar. Una relazione in tutto e per tutto simile al legame che unisce l’invenzione degli ascensori allo sviluppo dei grattacieli.
Insomma la lezione della storia insegna che per gli architetti di fascia media si prospettano tempi duri, costretti a inseguire una innovazione tecnologica sempre più impetuosa oppure a distinguersi a colpi di creatività.
Su questo argomento può essere d’aiuto questo piccolo vademecum pubblicato su Linkiesta.
Ma che succede se poi anche quegli ambiti peculiarmente umani cominciano ad essere sostituibili da macchine?
Che succede se poi ad essere sostituiti sono i creativi?
Siamo di fronte al concretizzarsi di uno scenario distopico come quello spesso immaginato nella fantascienza? Un mondo nel quale diventa inutile il lavoro dell’uomo. Anche senza ricorrere alle visioni apocalittiche di Matrix o Terminator, che immaginano un mondo in guerra tra macchine e umani, possiamo tranquillamente immaginare un mondo dove l’uomo non ha altra occupazione se non il proprio tempo libero. Una società completamente dedita al gioco; dove l’esercizio creativo è relegato ad una autocelebraizone sterile e dove l’uomo è assorbito e impegnato in attività legate esclusivamente al tempo libero.
Non possiamo prevedere con certezza cosa succederà e con quali impatti sugli assetti sociali, però possiamo provare a ragionare sugli scenari più prossimi e provare ad attrezzarci.
In questo senso una indicazione chiara è proprio sull’effettivo valore aggiunto che la professione dell’architetto fornisce al processo produttivo urbano.
Quando ci si interroga sul ruolo dell’architetto e dell’architettura occorre quindi ricordare che ancora per molto il vero valore aggiunto sulle trasformazioni urbane è dato dalla capacità inventiva e creativa.
Uno degli scenari più credibili del prossimo futuro ci fa pensare che buona parte delle funzioni di base della progettazione edilizia sarà assorbita dalle macchine. Agli umani saranno lasciate la responsabilità legale del lavoro ed il plus valore creativo.
A proposito di quest’ultimo, che è il tema centrale su cui stiamo ragionando, il vero obiettivo sarà cercare di distinguere l’atto “creativo” della macchina da quello umano.
Anche se è stato recentemente dismesso, perché superato dalla tecnologia, questo tema (la distinzione tra macchina e persona attraverso domande che determinassero se l’interlocutore era in grado di pensare) è stato affrontato da Alan Turing nel 1950 con il suo famoso e omonimo test.

Sarà possibile individuare una procedura analoga per identificare l’atto creativo dalla sua imitazione digitale?
Non possiamo saperlo con certezza ma di certo sarà sempre più difficile tracciare quel confine.
Noi vogliamo essere ottimisti e riteniamo che almeno per un po’ ci sarà ancora bisogno di architetti e creativi: l’importane sarà non lasciarsi cogliere impreparati dalle innovazioni tecnologiche che arriveranno sul mercato.
In fin dei conti siamo architetti non siamo robot.

Scritto con il contributo di Giulio Paolo Calcaprina

Amate l’Architettura! Alla ricerca della passione perduta

Una volta esisteva la matita: l’oggetto più amato per un architetto, lo strumento che, attraverso la mano, permette di tradurre le idee creative in linee e segni che possono poi prendere mille forme, generando lo spazio costruito. Non potevo, e non posso tuttora, andare in giro senza la mia matita: mi sentirei perso e nudo. Eppure, per le nuove generazioni di professionisti sembra essere diventata un oggetto misterioso, che ha speranza di tornare di moda solo per il revival del vintage. vista-generale_bis10Esagero?

Non dice questo la mia esperienza, fatta di scontri con l’abitudine della progettazione al computer che non permette e non permetterà mai di gestire un processo creativo: questo passa dall’unione di tanti segnacci che, pur apparentemente senza senso, si accendono dando vita ad oggetti coerenti, inizialmente presenti solo nella visione del progettista. Eppure trovo un problema più grande di questo nelle nuove generazioni di professionisti, qualcosa che non riesco a capire è che mi fa avvelenare oltremisura: dov’è l’amore per l’architettura?

Dov’è la voglia di raggiungere i propri obiettivi?spaslab_29 Dov’è la voglia di investire sulla propriavita professionale?Nella mia esperienza ho dovuto superare, come tutti, milioni di difficoltà, primo architetto della mia famiglia, malgrado un cognome prestigioso. Una cosa non è mai venuta meno, pur sbattendo contro mille porte chiuse: la passione! Perché? Perché fare architettura non è mai stato un lavoro, bensì un modo di essere al quale, pur volendo, non sarei riuscito a scappare. Questo è il mio pensiero riguardo all’architettura con la A maiuscola e prescinde dalle opportunità che un professionista riesce ad avere nel proprio percorso lavorativo. Non pretendo di trovare tanto in tutti i giovani professionisti, ognuno può interpretare la propria vita come vuole. Ma, a prescindere da questo, ritengo necessaria la professionalità, che sta nell’approccio al proprio lavoro e che, oggi, trovo drammaticamente apatico.

12432875_10207641708874370_2141961632_o2Mi sento veramente un architetto Matusalemme quando penso che “ai miei tempi” vedevo voglia di fare, voglia di imparare per poter dire la propria, voglia di creatività pura, voglia di investire in sé stessi pur di superare tutti i gap che ci lascia, ahimé, la nostra scuola di architettura. La crisi degli ultimi anni ha lasciato profondi strascichi nella nostra professione: uno sfruttamento tale che, alla fine, ti toglie stimoli di fare qualsiasi cosa e ti porta semplicemente ad essere uno sterile disegnatore.

dscf0186Per questo motivo, posso capire quando i giovani non si sentono per nulla partecipi dei processi progettuali, ma resto basito quando, pur avendone l’opportunità, l’apatia regna sovrana: perché? Non perdevo occasione per cercare di entrare nei progetti in maniera sempre attiva, con l’occhio creativo che, spesso, si “scontrava” con quello più esperto dei colleghi più grandi, con i quali non mi sottraevo mai ad un confronto dal quale scaturivano le idee migliori per ogni situazione. Che belle discussioni, chini per ore sui mega fogli aperti sul tavolo, con le matite in mano alla ricerca della migliore soluzione distributiva o formale. Poi, ognuno disegnava quello che doveva al computer, al quale ho sempre lavorato malgrado il mio amore sviscerato per la matita. Mi sono fatto in otto per trovare il mio primo lavoro personale e quando sono riuscito ad ottenere qualcosa, non è stato importante che, a consuntivo, non ci abbia guadagnato nulla: era mio! Che soddisfazione quando le righe che sporcavano i miei fogli si trasformavano in oggetti veri, quando gli spazi immaginati diventavano reali, passo dopo passo, malgrado gli errori fatti sobbarcandomi i rischi dell’inesperienza, pur di raggiungere i miei amati obiettivi. E oggi? Come si può pretendere di costruire una fruttuosa professione quando non si è disposti a mettersi in gioco? Prendere la professione di architetto come un lavoro impiegatizio non vale assolutamente la pena: una vita di sofferenza (e di poche soddisfazioni, specie economiche) che non trova riscontro se non giustificata da un’inguaribile e inevitabile passione, senza la quale consiglio sempre di cambiare strada.

Immagini: disegni di Stefano Pediconi e fotografie di Giulio Paolo Calcaprina

Editing: Daniela Maruotti

Architetti nuovi poveri

2 febbraio 2016

La difficile condizione lavorativa degli Architetti è sempre più sulle pagine dei giornali italiani ed anche noi, sul nostro canale facebook, assistiamo a dei veri e propri fenomeni virali di rete ogni volta che rilanciamo l’argomento.
Come associazione stiamo cercando di muoverci nella realtà innanzi tutto promulgando il dibattito per trovare, però, soluzioni e proposte che possano avere un peso ed un ascolto politico vero.
A questo link vi proponiamo il primo stralcio di una video-intervista a due giovani architetti Paola Ricciardi e Marco Lombardini, rispettivamente consigliere dell’Ordine di Roma e delegato Inarcassa di Roma.

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Alla ricerca del lavoro perduto

21 novembre 2015

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L’inizio della ricerca del lavoro è sempre uno scontro con la dura realtà ma, per un Architetto, può davvero riservare sorprese al limite dell’immaginabile, per la mia esperienza, indicative della attuale e, purtroppo, penosa situazione in cui versa la nostra amata professione a tutti i livelli.
Appena laureata, armata di belle speranze ma anche di volontà, ho iniziato “la ricerca” del mio primo lavoro attraverso internet che, sappiamo, è uno strumento libero ed alla portata di tutti ed è, o sembra, il “luogo” dove possono incontrarsi domanda ed offerta in modo limpido e meritocratico.

Così come molti ho fatto la normale trafila: si manda il proprio curriculum a studi, più o meno noti, ed affascinati dai rendering accattivanti che mostrano i siti, si spera ardentemente di entrare a far parte del team. Se il neolaureato è fortunato gli viene proposto uno stage non retribuito della durata di svariati mesi, da 3 a 9 in genere, e questo è il caso “standard”.

Ma si sa che la fantasia non manca nel nostro campo ed ognuno di noi “architetti con la crisi” ne ha viste delle belle!

Il caso più singolare che mi è capitato da neolaureata è stato sicuramente quello di uno studio di Roma. Il lavoro da svolgere era questo: ognuno dei (tanti) collaboratori doveva cercare, sempre su internet ed al suo pc, due concorsi e parteciparvi a nome dello studio. Il collaboratore che vinceva un concorso veniva pagato a un prezzo fisso molto basso (ben diverso dal premio!) perché il restante serviva per “finanziare altri concorsi”, mentre chi non vinceva nessun concorso non veniva semplicemente pagato lavorando, in pratica, solo per arricchire con i suoi render il portfolio dello studio. Quando ho ricevuto la mail che conteneva questa proposta sono rimasta a bocca aperta e non ho neanche risposto.

Un’altra illuminante esperienza l’ho avuta durante un colloquio presso uno studio di giovani architetti che mi hanno chiesto: “ma tu hai un pc portatile da portare qui in studio? Ma da quanto tempo ce l’hai? No perché se non è veloce non va bene, ci serve un collaboratore con pc portatile nuovo!!”, il tutto per la miserrima “paga” di 150 euro al mese full time anche di sabato! Purtroppo o per fortuna, col senno di poi, non avevo e non ho un pc portatile performante e quindi mi hanno scartata senza neanche avvertirmi, naturalmente.

Il divertimento maggiore tra neolaureati era raccontarsi le esperienze di colloqui e le risposte che ricevevamo alle mail che mandavamo, con tanto di curricula e portfolii pieni di rendering e speranze universitarie. Ricordo che ad una mia amica e collega hanno avuto il coraggio di proporre come rimborso spese “150 euro + panini” per un tirocinio full time, un’altra lavora a tutt’oggi (5 anni dopo) per un architetto che le dà un fisso di 800 euro al mese e fa lei tutto il lavoro: progettazione, direzione dei lavori, pratica amministrativa e firma. Uno dei più bravi tra i miei colleghi lavora all’Ikea, ed è felice.

Ma io ero determinata a fare esperienza e farmi pagare.
Finalmente, dopo 6 mesi, trovai uno studio che mi prese a 400 euro al mese full time per 9 ore di lavoro al giorno: ero felicissima.
Rientravo in uno dei migliori casi in cui può incorrere un neolaureato e mi diedi molto da fare, peccato che, se prima eravamo due collaboratrici di studio, dopo tre mesi ero rimasta l’unica superstite con il doppio del carico alla stessa paga ed ovviamente, non riuscendo mai a finire entro le 19.30, con conseguente orario di lavoro tragicamente dilatato a mie spese.
Continuavano però ad entrare nuovi lavori e così, con un po’ di coraggio, feci la ingenua richiesta di un aumento e la risposta non fu un “no”, che avrei comunque apprezzato visto che la chiarezza vince sempre, ma un “vediamo, dai, dal mese prossimo”; bene, manco a dirlo, la frase è stata ripetuta per i successivi tre mesi.
Fortunatamente era estate e la mia voglia di andare al mare mi ha fatto avere il buon senso di abbandonare la baracca.

Dopo quasi un anno e un bel po’ di esperienza in più, cercando di nuovo lavoro, mi sono imbattuta in un gruppo di architetti e grafici che mi hanno chiamata per un colloquio che vale la pena raccontare: alle 3 di pomeriggio, con un caldo da morire, l’architetto “capo”, un signore molto robusto e “paffutello” di età 75 anni circa, mi fa la fatidica domanda “architetto, ma lei è fidanzata?” io davvero quasi non potevo trattenermi dal ridere ma devo dire che a volte l’apparenza inganna e quindi non si pensi che questo distinto signore volesse provarci!! No! Era molto serio invece, infatti, da precedenti domande che mi aveva posto come “ma lei quindi non è di Roma? Va spesso a trovare la sua famiglia? I suoi amici si trovano a Roma?” ho capito, solo dopo, che non era l’istinto sessuale a spingerlo su un terreno imbarazzante, più per lui che per me, ma le stesse ragioni del lupo cattivo della favola Cappuccetto rosso: “… è per sfruttarti meglio!!”

Ma non finisce qui! La più allucinante però è capitata ad un mio amico che ha fatto un colloquio presso l’abitazione di un architetto molto facoltoso ed amante dell’arte nella sua casa di Prati. Il povero mal capitato s’è trovato sottobraccio a questo anziano signore con “atteggiamenti ambigui” e di fronte ad un garbato ma fermo rifiuto delle profferte del potenziale datore di lavoro “il lavoro” è diventato in un batter di ciglia un tirocinio non retribuito con una sola via e prospettiva dichiarata: “poi se ci sono i finanziamenti…”; ogni cosa ha il suo prezzo, evidentemente.

Nel frattempo e, fortunatamente, ho incontrato anche persone corrette a riprova che non bisogna mai perdere le speranze e, grazie a ciò che ho imparato proprio da queste ultime, sto cercando dei lavoretti per conto mio per farmi in qualche modo conoscere.

Come 5 anni fa, non avendo parenti o amici che necessitino di lavori a casa, mi sono rivolta di nuovo al famigerato amico internet.

Ed ecco che si è riaperto il vortice! Tra architetti che svendono certificazioni energetiche su Groupon a 35 euro (vorrei chiedere a questi colleghi se hanno trovato un avanzatissimo rilevatore satellitare a ultrasuoni nell’uovo di Pasqua… come fanno il rilievo obbligatorio?) e quelli che per 300 euro  offrono un progetto di ristrutturazione completo ovunque in Italia e nel mondo (genius loci… una cosa che si vende su ebay?), sono però incappata in una proposta davvero interessante, la più interessante di tutte:  dall’invitante  nome  “a cena con l’architetto”  (probabilmente si ispira al titolo del film “la cena dei cretini”) è una sorta di contest aperto a clienti e progettisti e riesce a essere peggio del noto portale Cocontest che già di per sé agisce con meccanismi dubbi.

Funziona così: il potenziale cliente/utente va su facebook alla fan page dell’iniziativa e posta le foto e le piantine degli ambienti che vuole ristrutturare. Gli architetti (o studenti di architettura, poverini perché no?!) si iscrivono alla fan page e cliccano “mi piace” sulle foto degli ambienti che vorrebbero ristrutturare. Dopo un mese le richieste più “mipiaciate” vengono messe a bando interno e i progettisti pubblicano le loro proposte, sempre sulla pagina facebook. Il progetto più “mipiaciato” vince! Che fortuna! Il progettista vince nientepopodimenoche… 100 euro! E in più gli viene offerta persino una cena con il cliente in cui gli tocca pure dargli consigli sul colore delle piastrelle del bagno! Lungi dal progettista pensare di svolgere veramente il lavoro e prendersi il dovuto compenso! Geniali, davvero.

La conseguenza va ben oltre l’inevitabile perdita di qualità del progetto: la standardizzazione delle soluzioni progettuali, dovuta alla sempre maggiore rapidità e del minimo costo richiesti, elimina, purtroppo, tutta una serie di fattori indispensabili al lavoro dell’architetto:  la visita del luogo da ristrutturare, il rilievo, la riflessione, l’ascolto delle reali esigenze del cliente, la ricerca, l’elaborazione di più soluzioni, il dialogo col cliente, l’approdo alla soluzione finale.

In pratica elimina la nostra professionalità e la scelta per il committente.

Solo noi architetti possiamo far rispettare e valorizzare la nostra professione ed abbiamo l’obbligo morale di farlo anche se siamo disperatamente alla ricerca di lavoro.
La politica al ribasso non funziona mai ed il lavoro va pagato sempre e se non viene pagato bisogna rifiutarlo e chiamarlo con il suo nome: sfruttamento.



Editing: Daniela Maruotti
Immagini: da archivio pubblico

Non è un paese per architetti (giovani)

19 settembre 2015

Mentre cammino sotto i portici di via Altinate, rimbalzano tra le pareti della mia calotta cranica le notizie lette in questi giorni nel corso delle mie ricerche sulla disoccupazione giovanile a Padova. Lo scenario appare inquietante: la percentuale di giovani disoccupati è oltre il 32%, triste primato regionale. Cammino e incrocio ragazzi con borse a tracolla, piene di libri, che a passo spedito si avviano verso la zona universitaria del Portello; spediti e sereni, lo si vede.

Ci troviamo in via Altinate, al Centro San Gaetano, vado lì di solito”

Facciamo pure alle dieci, con calma, tanto non ho nulla da fare”

Però metti un nome inventato, capito?”

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Arrivo al Centro San Gaetano e in attesa di Andrea (eccolo il nome inventato, la scelta non è stata per nulla facile: Google – nome più diffuso in Italia – Andrea) ordino un caffè al bar di fronte. Mentre sorseggio sfoglio il giornale con in prima pagina la notizia del suicidio di un ragazzo di 23 anni nel Trevigiano. Proprio oggi. Il quotidiano dà per scontata la causa scatenante il drammatico gesto: l’assenza di lavoro. Resta sempre difficile da credere e talvolta si ha, anzi, l’impressione che si speculi un pochino sulla crisi, che questa “venda” perché capro espiatorio, perché attenuante per gli insuccessi della vita di chi legge o ascolta la notizia. Ma è solo un’impressione, appunto, per questo ho deciso di intervistare un mio amico che al momento è disoccupato, per provare a capire. Andrea ha 29 anni, è di Padova, è alto, capelli e occhi neri, si è laureato da più di due anni in architettura e ha passato il primo anno post laurea tra esame di stato e uno stage in Spagna, in uno studio professionale. È tornato in Italia e da un anno è alla ricerca di lavoro nel suo campo.

Eccolo che arriva.

“Dove me la vuoi fare questa intervista, giornalista?” sorride ironicamente, venendomi incontro. Come posso biasimarlo, dalla mia pelle trasuda dilettantismo.

“Dove vuoi, fa lo stesso”

“Allora vieni con me, volevi vedere come passo la giornata, giusto? La biblioteca è al secondo piano”

Entriamo nell’edificio e do un’occhiata in giro: al piano terra ci sono un ristorante, un’aula studio e una corte interna splendidamente illuminata, tramite la copertura in vetro, da luce naturale. Prendiamo gli ascensori nuovi di zecca e saliamo al secondo piano.

“Vengo qui perché c’è internet libero, così posso collegarmi e inviare curriculum stando fuori casa. A star chiuso in appartamento tutto il giorno impazzirei altrimenti”, mi dice Andrea con la voce un po’ più bassa. “Mi piace, è un ambiente accogliente”.

Accediamo allo spazio a ferro di cavallo della biblioteca. Ci sediamo a uno dei tavolini in prossimità della vetrata che dà sulla luminosa corte dove stanno sistemando le sedie per una conferenza. È un posto confortevole, c’è quell’atmosfera di calma e pace che le biblioteche sanno trasmettere. Andrea cerca la presa, sotto il tavolino.

“Dammi un attimo, ci sono. Ti faccio leggere la mail che mi è arrivata oggi, così cominci a farti un’idea.”

Caro Andrea, grazie per averci scritto e per averci inviato i tuoi dati, che conserveremo.
Purtroppo siamo uno studio molto giovane e non potremmo offrirti quello che meriti, cioè una retribuzione appropriata. In bocca al lupo per tutto,
Antonella

“Eccola qui la mail tipo: non possiamo pagare. Tanti propongono collaborazioni gratuite, altri ancora tirocini post laurea, ma io son laureato da 2 anni. Però ricevo sempre complimenti nelle mail di risposta. Ho fatto un bel percorso, mi dicono, un percorso della Madonna”. Sorride ironicamente, Andrea.

Cominciamo. Come va la ricerca di lavoro?

Difficile, tremendamente difficile. Sembra che nessuno abbia più i soldi per pagare uno stipendio, non dico da 1000, ma nemmeno da 500 euro al mese. Da quando ho cominciato la ricerca di lavoro in Italia, dopo l’esperienza spagnola, è stato un vero calvario. Ho inviato inizialmente mail a tutti, ma proprio tutti, gli studi di architettura a Padova. Ho preparato un bel curriculum aggiornato e il portfolio coi lavori realizzati. Risultato? Zero assoluto! Mi sono presentato anche fisicamente in alcuni studi perché mi avevano suggerito potesse funzionare ma non è servito a nulla. Dopo Padova ho inviato cv in altre città italiane, partendo da quelle vicine, come Verona, Mestre e Treviso, e finendo a Catania e Palermo.

Qualche risposta?

Dopo un bel po’, da Bologna, uno studio giovane, con ragazzi simpatici e collaboratori internazionali. Bell’ambiente, mi proponevano una collaborazione per la partecipare ad un concorso di architettura: in caso di vittoria avremmo diviso il premio e lavorato assieme al progetto. Ho accettato, più per la voglia di ampliare la mia esperienza che per la speranza in sé di vincere il concorso. Ho guadagnato zero euro e il viaggio in treno era di 3 ore tra andata e ritorno, ogni giorno, ma ho accettato. L’esperienza è stata sicuramente positiva ma, terminato il concorso, è terminata anche la collaborazione.

Il concorso com’è andato?

Niente, non abbiamo vinto.

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E poi?

Poi continua la ricerca, sempre più faticosa, perché le possibilità, dopo che hai già sparato revolverate di cv, si restringono. Ho cominciato a cercare anche lavoretti part-time per mantenermi. Ho dovuto fare un cv apposta: se vedono che sei laureato non ti considerano per certi lavori e comunque cercano gente con esperienza dappertutto: c’è talmente fame di lavoro e le aziende hanno talmente tanta scelta nel grande serbatoio della disoccupazione, che possono permettersi di selezionare il meglio. Per fortuna, però, in quel periodo un mio amico gestiva una bancarella in un festival e mi ha chiesto una mano: 40 euro a sera, più di quanto avessi guadagnato fino ad allora con l’architettura.

Continua pure…

In quel periodo ricevo una risposta da uno studio di Varese. Ci vado. 70 euro di treno tra andata e ritorno, 4 ore di viaggio con cambio a Milano dove, oltre al treno, cambio pure d’abito, nei bagni della Centrale di Milano. Il colloquio va alla grande, la tipa a capo dello studio mi dice che gli piaccio e che non le dispiacerebbe affatto lavorare con me. Mi parla di stipendio, mi parla di assunzione e non di partita Iva: incredibile! Tutta questa positività viene spenta però verso la fine del colloquio, quando mi spiega quanto sia difficile il periodo e di come lo studio sia passato da 20 a 7 dipendenti, negli ultimi tempi. Mi fa capire che il tutto è comunque vincolato a un lavoro importante che dovrebbe venir loro commissionato.

E il lavoro non arriva…

Esatto, quindi tanti saluti. Passa l’estate e fortunatamente, grazie a un amico, trovo un posto da magazziniere all’Ibs (libreria, nda), 1000 euro per un mese, pagamento con voucher e puntuale, una boccata d’ossigeno. All’Ibs c’era gente laureata, gente con dottorato alle spalle e tutti disperatamente aggrappati a questo breve lavoretto, uno spaccato terribile di Italia. Si era creata una sorta di solidarietà tra noi, accomunati da questo strano destino.

Non pensavo fosse così complicata la situazione.

Lavorare come architetto è un lusso, ormai. Un mio amico è stato preso in prova in uno studio: 4 mesi a zero euro. Dopo questo periodo, se a loro andrà bene, gli aumenteranno lo stipendio a 500 euro al mese. 500 al mese per un lavoro che comporta responsabilità, che comporta il dover stare a lavorare spesso più delle 8 ore canoniche, che comporta conoscenze tecniche, cultura storico-architettonica, che comporta saper usare minimo 4 o 5 software per lo sviluppo e la presentazione del progetto. Io comincio a pensare che questi studi ne approfittino: cavalcano come dei surfisti l’onda della crisi per non pagare. Hanno un serbatoio immenso di giovani architetti neolaureati a cui possono far fare tirocini gratuiti, senza che nessuno dica nulla. Li usano a rotazione: quando finisce il periodo di tirocinio, dentro gente nuova, carne fresca. E non è possibile ribellarsi a questa situazione perché tanto ci sarà sempre dietro di te qualcuno pronto ad accettare le condizioni imposte dai datori di lavoro. È un meccanismo asfissiante.

E all’estero?

Ci penso, come no. Ma servono tanti soldi e poi se uno si muove verso città come Londra o Parigi la competizione è fortissima e non è affatto facile. E poi io ora voglio vivere qui, perché è il mio Paese. Io continuo a sperare di trovar qualcosa in Italia.

È arrivata l’ora di pranzo. Ci alziamo dal tavolo e vedo Andrea rovistare nello zaino e prendere un sacchetto con dentro dei panini fatti in casa. Usciamo dalla biblioteca.

“Andiamo ai Giardini dell’Arena a mangiare, son due minuti da qui, tagliando per via Giulio”, dice Andrea.

Arrivati al parco ci sediamo su una panchina.

“Ecco la mia giornata, panini col salame e 7-8 ore al giorno in biblioteca a mandare curriculum”, riprende Andrea con un sorriso amaro.

“ Lo schermo del pc diventa come una finestra su un mondo nel quale mi immergo totalmente, è come se la realtà circostante fosse lontana. Perché mentre invio le mail mi si attivano meccanismi mentali che non son facili da gestire, meccanismi negativi il più delle volte. Passo tanto tempo sul pc perché comunque, se facessi altro, mi sentirei in colpa. Cercare lavoro è più faticoso di lavorare, senti maggiormente lo scorrere del tempo.

I tuoi amici lavorano?

Qualcuno sta cercando come me, qualcuno invece se n’è andato all’estero e qualcuno, ovviamente, lavora. Non li vedo affatto soddisfatti però, mi raccontano di rapporti professionali con la partita Iva, mi parlano delle poche tutele, mi parlano di quanto poco guadagnano e di che bassa pensione riceveranno.

Com’è il rapporto con gli amici che lavorano, ti pesa il fatto di non lavorare?

Posso raccontarmi tutte le storie del mondo ma quando rivedo un amico che mi chiede come mi stia andando, mi coglie una brutta sensazione. Un misto tra imbarazzo e vergogna, un giustificare il fatto di non avere ancora un lavoro, a differenza sua. Qui in Veneto, a torto o a ragione, mi pare che il lavoro sia una religione, un credo, e il fatto di non averlo ti porta a guardare qualche volta a te stesso come a una persona che ha un qualcosa in meno rispetto alle esigenze della società. Un menomato sociale.

E la tua famiglia? Come vive questa situazione?

Il fatto di riuscire a star fuori di casa, in qualche maniera, dà sollievo a un’atmosfera che altrimenti sarebbe pesante. Certe volte mi sento in colpa nei loro confronti, per tutti i soldi che hanno investito per farmi studiare, però non ci posso fare nulla. Loro comunque rimangono un appoggio fondamentale

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Pensi di avere delle responsabilità per questa tua situazione?

Certe volte penso che sia colpa mia, che avrei dovuto avere più fame, certe, invece, penso di aver sbagliato qualcosa nel mio percorso. Forse ad andare in Spagna, forse avrei dovuto cominciare a cercare subito lavoro qui. Certi altri giorni invece mi dico che quella esperienza mi ha dato tanto sotto il profilo umano e anche professionale, quindi no, non ho sbagliato. Dipende.

Finito il panino ci fumiamo una sigaretta, in silenzio, e ci incamminiamo per ritornare alla biblioteca. Lo seguo un mezzo passo più indietro e una volta arrivati all’ingresso del centro ci salutiamo.

La passeggiata verso casa durerà un quarto d’ora e allora meglio farsi compagnia con un po’ di radio. Estraggo lo smartphone dalla tasca sinistra, accendo e inserisco le cuffie. Mi viene un sorriso ascoltando la notizia del giornale radio in quel momento in onda:

Laureati emigranti, un capitale umano costato 23 miliardi che l’Italia regala: i nostri giovani studiano nelle scuole pubbliche fin dalle elementari poi trovano un posto in Germania, Regno Unito, Brasile. Uno spreco enorme nell’indifferenza.

Proprio oggi.

(Nota – foto di accompagnamento di Giulio Paolo Calcaprina: Padova Caffé Pedrocchi, Università di Padova – Cortile vecchio Palazzo del Bo, Università di Padova – Cortile nuovo Palazzo del Bo)