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Cambiare Inarcassa – il nostro impegno elettorale

13 Gennaio 2015

Come molti di voi sanno Amate l’Architettura si è impegnata da molti anni in una lotta contro l’iniquità della riforma previdenziale della Cassa degli Architetti e degli Ingegneri e contro una gestione molto discutibile della Cassa stessa.

Perciò ci sembrava doveroso, nello spirito di servizio del nostro Movimento, mettere a disposizione la nostra esperienza e competenza candidando due di noi alle prossime elezioni dei delegati architetti di Inarcassa, nel collegio elettorale di Roma.

Tuttavia, trovandoci in piena sintonia con altre associazioni, gruppi spontanei e reti di architetti e ingegneri che si sono via via formate negli ultimi anni per reazione all’insostenibilità dei costi e della gestione della nostra previdenza, si è cercato assieme a loro di trovare una intesa per avere più forza per ribaltare la gestione pluridecennale dell’attuale gruppo dirigente.

Abbiamo quindi partecipato ad un tavolo di lavoro dove, per prima cosa, abbiamo condiviso insieme un programma elettorale e, come seconda cosa, abbiamo cercato di convergere su una candidatura che potesse essere condivisa da tutti i partecipanti al tavolo.

Abbiamo il piacere di rivendicare che noi di Amate l’Architettura siamo stati i primi a fare un passo indietro, decidendo di ritirare i nostri candidati, e a sostenere la candidatura di Marco Lombardini come nostro candidato a Roma. Sostegno che è stato condiviso progressivamente da tutti i partecipanti al tavolo di lavoro.

Chi è Marco Lombardini? E’ un architetto che assieme ad altri colleghi ha creato, già da diversi anni, il gruppo Inarcassa Insostenibile che, in occasione di queste elezioni si è trasformato in una rete nazionale.

La competenza della persona, il suo impegno pluriennale in questioni a noi care, il respiro di un progetto elettorale a scala nazionale, ci hanno spinto a dare il nostro endorsement nei confronti suoi e del suo gruppo.

Il nostro rapporto, naturalmente, sarà basato su uno spirito dialettico e critico e vaglieremo nel tempo il suo operato.
Nei giorni a venire organizzeremo un live streaming per parlare con lui del programma e delle sue intenzioni di cui daremo notizia quanto prima.

Qui di sotto riportiamo il programma condiviso.

I sottoscrittori del presente programma e sostenitori del programma

SI RICONOSCONO NEI SEGUENTI PRINCIPI:

1) La Previdenza è elemento fondamentale per la unitarietà e coesione della categoria;

2) L’Assistenza è elemento fondamentale per la sicurezza sociale degli associati e per lo

sviluppo della professione;

3) Il Delegato è il soggetto di raccordo fra l’iscritto ed InarCassa;

PER PERSEGUIRE I SEGUENTI OBIETTIVI:

1) Trattamento previdenziale equo (fra generazioni, redditi, generi).

2) Trasparenza e partecipazione democratica .

3) Sostenibilità finanziaria e sociale del trattamento previdenziale .

IL CANDIDATO DI Inarcassa INsostenibile e Amate l’Architettura SI IMPEGNA A PROMUOVERE:

– La Riforma del Regolamento di Previdenza del 2012 attraverso:

a) Riduzione sostanziale dei contributi minimi.

b)Definizione di una pensione minima certa e dignitosa.

c) Correlazione, secondo parametri certi e chiari, tra la pensione ed il rendimento

degli investimenti.

d)Incremento della pensione secondo le opportunità fornite dall’extra rendimento

degli investimenti.

e)Valutazione sull’inserimento dell’indennità di paternità

f) Revisione del sistema sanzionatorio rendendolo commisurato all’effettiva

inadempienza.

g) Soluzione del problema della libera professione discontinua.

h)Attivazione della compensazione dei contributi attraverso i crediti tributari (f24). 3

– La Gestione del patrimonio secondo criteri di competitività rispetto al libero mercato

a) Istituzione di un codice etico degli investimenti.

b) Istituzione di meccanismi di responsabilizzazione degli organi preposti alla

gestione del patrimonio.

c) Predisposizioni di linee di investimento che abbiano una ricaduta positiva sulla

professione.

– La Gestione trasparente dell’Ente mediante:

a) La Pubblicazione ai sensi di legge degli atti deliberati .

b) La convocazione di assemblee provinciali, territoriali o Assemblee organizzate

dagli Ordini Provinciali nelle quali il Delegato possa illustrare l’Ordine del giorno

del CND.

c) Il limite alla rieleggibilità degli Organi Direttivi.

d) L’incompatibilità per i componenti degli Organi Direttivi di assumere cariche

retribuite presso Enti, Aziende e compartecipate .

e) L’emissione della reale “busta arancione” comprensiva del prospetto indicante

l’effettivo rendimento dei propri contributi versati.

f) Valutazione costi benefici di iniziative quali la creazione di “Social Network”,

Commissioni di Comunicazione, Società di Capitali (Arpinge S.p.a.) e Fondazione.

Roma 29 dicembre 2014

Quando un grande quotidiano diffama gratuitamente una categoria

Questa mattina, 8 novembre 2013, Amate l’Architettura ha inviato una lettera via P.E.C. al Presidente dell’Ordine degli architetti p.p.c. di Roma, invocando un suo intervento contro un articolo gravemente diffamatorio per la categoria degli Architetti, dal titolo:” le follie degli architetti, quando il progetto è ridicolo”. Vi riportiamo il testo della lettera:

c.a. Presidente Livio Sacchi: richiesta di azione in difesa del decoro professionale contro il quotidiano La Repubblica

Egregio presidente, ti scrivo per segnalarti un articolo apparso sul sito online del quotidiano “La Repubblica”, link altamente lesivo dell’immagine e del decoro degli architetti.
Il servizio, a cura di Pier Luigi Pisa, mostra 28 immagini di realizzazioni ridicole nel campo delle costruzioni con questo commento:
“ci sono porte sospese a cui nessuno può arrivare perché non è stata prevista una scala. E scale che non servono a nulla perché si scontrano con muri senza aperture. Il web ride dei progetti più ridicoli fotografati dai navigatori o raccolti – in questo caso – dal sito Buzzfeed. Nella maggior parte dei casi è colpa dell’architetto, in altri c’è la complicità di chi ha ristrutturato, in altri ancora potrebbe esserci lo zampino di Photoshop. Il risultato è comunque disarmante.”
Lo sconcerto e l’indignazione sale dalla affermazione “nella maggior parte dei casi la colpa è dell’architetto”.
Se avrai cura di osservare la galleria fotografica, potrai notare come la maggior parte delle foto mostra realizzazioni ridicole non strettamente attinenti alla competenza degli architetti (serve un architetto per progettare uno scivolo di un parco giochi per bambini?) se non addirittura prodotte da realizzazioni spontanee o da trasformazioni incontrollate di edifici esistenti (tamponamenti di portoni di accesso, di scale e finestre lasciando segni di elementi accessori). Alcune foto mostrano invece realizzazioni in campi di competenza completamente estranei a quelli degli architetti (sedi ferroviarie, ponti e viadotti di grande campata).
Pur sapendo che immagini del genere sono presenti da anni sul web nei siti amatoriali, mi aspetto invece, da un grande giornale, la professionalità nel presentare nel modo giusto la notizia, anche con l’intento di creare “colore”, senza ledere la dignità di una intera categoria professionale.
Mi chiedo anche come mai questo giornalista si accanisca con i soli architetti e non con altre figure professionali che condividono le competenze, se addirittura non le hanno in esclusiva, sulle opere mostrate.
Ti prego quindi, a nome della Associazione che presiedo e come iscritto, di intervenire energicamente e tempestivamente presso codesto quotidiano, con tutti i mezzi che riterrai opportuni, chiedendo in primis, un risarcimento in termini di immagine.
Ti saluto con stima.
Giulio Paolo Calcaprina, presidente di Amate l’Architettura, Movimento per l’Architettura Contemporanea e architetto.”

Invitiamo tutti gli iscritti ai vari Ordini degli Architetti di Italia di fare pressione sui presidenti dei propri Ordini di appartenenza, affinché si muovano contro il quotidiano per chiedere un giusto risarcimento d’immagine.

God bless the child

Per esercitare in Italia il mestiere di architetto senza avere alle spalle uno o più politici “di riferimento” (con possibilità di ricambio) e senza appartenere ad un ambiente di livello economico tale da garantirti almeno una clientela privata è necessaria incoscienza totale e, se non sei ricco di famiglia, una tenace vocazione all’ascetismo per accettare il fallimento professionale, l’umiliazione quotidiana, la disoccupazione e la povertà senza colpi di testa. Mi sorprende sempre, però, devo ammetterlo, la capacità degli architetti italiani nel far finta di illudersi circa le possibilità effettive che avrebbe l’architettura nella penisola. Verrebbe da pensare che o noi architetti siamo vittime di cretinismo pantagruelico, oppure, senza meno, siamo eroi superumani e Pietro Micca ci fa un baffo. Probabilmente siamo ambedue le cose, perché non è detto che il cretinismo e l’eroismo si escludano a vicenda (diciamo che stanno su piani differenti e possono sovrapporsi…). Ma c’è dell’altro: c’è una buona dose d’egocentrismo che fa persuasi molti di essere talmente bravi da potercela fare.
E’ risaputo che la parola “Architetto” (e per la parola “Artista” è lo stesso…) designa, a partire dal Rinascimento, l’elemento affetto da un’escrescenza tumorale dell’ego che oggi, allo stato terminale, ha assunto proporzioni ripugnanti. Il che, se non è proprio cretinismo, non esula però dalla dabbenaggine, giacché deriva dall’illusione perniciosa che, per l’architettura, valga ciò che spesso (se non proprio sempre) vale per le altre professioni. In effetti, se sei un bravo medico e lo dimostri, la gente prima o poi verrà a farsi curare da te e tu avrai ottime probabilità di diventare ricco e famoso. Lo stesso se sei un avvocato in gamba. E se sei un bravo falegname, un idraulico coi fiocchi, un cuoco o un massaggiatore sopraffino. La tragedia dell’architettura consiste invece in questo: che non solo il fatto che sei bravo non ti porterà né soldi né incarichi, ma che è vero esattamente il contrario. La bravura di un architetto, in brevi parole, è inversamente proporzionale alle sua effettive, concrete e reali possibilità di successo.
Non è pessimismo, è matematica.
Il bello è che tutti si danza la giga della raffinatezza intellettuale, si parla delle nubi e dei colori del tramonto e si fa finta di non vedere questa iridescente, fosforescente, elefantiaca, inespugnabile e rozza verità: che i migliori sono, da anni, professionalmente falliti e, stando così le cose, continueranno immancabilmente a fallire. Pratichiamo invece il sorriso, la pacca sulla spalla e l’augurio eterno del cialtrone: vinca il migliore!
I risultati? Ve li espongo in breve.
L’anno scorso sono stato in una facoltà di architettura proprio nel giorno degli esami di ammissione al primo anno. Sembrava di stare in un documentario sull’U.R.S.S. dei vecchi tempi, quando tutti s’accalcavano per assaggiare la coca cola e comprarsi le scarpe da ginnastica provenienti dal mondo dei sogni. Ho dovuto farmi largo, praticamente a nuoto, tra ondate di giovani d’ambo i sessi che premevano da ogni parte, come in cerca d’approdo e di salvezza, contro quella scogliera abbandonata. Giunto ai piedi del portale (accuratamente chiuso per impedire ai flutti di penetrare) bussai. Mi aprì un signore con un foulard di seta al collo. Una visione di benessere, freschezza e serenità (scoprii in seguito che si trattava di un professore ordinario di Storia dell’Architettura facente parte della commissione esaminatrice). Spiegai perché ero lì e quell’angelo del signore mi pregò d’attendere in ormeggio. Dopo un po’ (i marosi intanto crescevano e tenersi aggrappato allo stipite era oramai questione di vita o di morte) il portale si riaprì come per magia ed apparve un occhiale assai spesso, mi parlò come il genio della lampada: “Che desidera?”. Io rispiegai il perché della mia dolente e intempestiva apparizione ed espressi non tre ma un solo desiderio, quello di attraccare in quel porto fiabesco. La porta allora si richiuse per riaprirsi subito dopo, come se il custode avesse levato la catena. Fui lasciato entrare mentre due forzuti bagnini, sulla soglia, si opponevano eroicamente, petto in fuori, alla marea montante e fortemente desiderosa di approfittare di quella falla provvidenziale. Riuscii solo a fatica a penetrare quella fortezza, assediata da un esercito di speranzosi futuri architetti, che, più tardi, rividi all’interno, seduti a centinaia a compitare misteriosi test d’ingresso. Abbastanza felici e con l’occhio, si vedeva, rivolto al futuro.
Dio li benedica, poveri figli.
La cosa che più fa arrabbiare, tuttavia, è che assieme a questa benedizione arrivano i sensi di colpa. Perché so che se andrà ad effetto e se alcuni di loro diventeranno ricchi e costruiranno sul serio, allora, proprio quelli, non l’avranno meritata. Loro, lo so già sin da ora, saranno invece da stramaledire. Sempre per via della dannata matematica. Pensate allora in quale trappola grottesca siamo imprigionati.
Ugo Rosa.

Una piazza Taksim per gli architetti

6 Giugno 2013

“A Istanbul, nella piazza Taksim, dove si trova il Gazi Park, Erdogan voleva tagliare seicento alberi per costruire una moschea e un centro commerciale. Lunedì della settimana scorsa, quando si sono presentate le ruspe, la piazza era occupata, i «nuovi indignati» erano accampati nel parco.”

Preciso subito che l’intera protesta turca ha ragioni ben più profonde e radicate che vanno oltre la difesa del Gazi Park. Sarebbe riduttivo pensare che la rivolta dei giovani turchi sia riconducibile a una questione di semplice gestione del territorio. E’ indubbio però che una questione urbanistica è divenuta un simbolo forte nel quale si sta catalizzando tutto il malcontento di un popolo che si sente evidentemente escluso e insoddisfatto dal governo di una nazione.

In ogni caso, se fossi il sindaco di una qualsiasi città, oggi ci penserei due volte  prima di aprire un nuovo centro commerciale. Cercherei di capire come migliorare i processi decisionali di trasformazione del territorio; lascerei perdere tutte le pianificazioni “dall’alto” e darei immediatamente ascolto alla cittadinanza. Attiverei subito dei seri processi di partecipazione: non sia mai mi scatenano una protesta come quella di Gozi Park.

Sembra infatti che i cittadini stiano cominciando a pretendere di entrare nel merito delle scelte che si fanno sulla città; pare anche che se non li ascolti tendano ad incazzarsi.

E gli architetti, in questa storia, da che parte si collocano?

Domanda scomoda; secondo me siamo esattamente a metà del guado.

Già, perché il lavoro dell’architetto si esercita costruendo!

Costruendo edifici (anche centri commerciali e chiese); sottraendo cioè terreno per fare spazio a nuove costruzioni; in ogni caso abbattendo e riqualificando manufatti; sempre, per definizione, intervenendo su tessuti esistenti; magari anche tessuti ed ambiti urbani che toccano corde sensibili della cittadinanza; luoghi urbani densi di significato.

Se non si costruisce non si lavora, se non si lavora non si mangia.

Ma quando gli architetti chiedono di lavorare, cosa chiedono, se non nuove costruzioni, nuove opere? Quando a chiederlo sono in centocinquantamila architetti siamo poi così sicuri che per farli lavorare tutti (proprio tutti) ci si possa limitare a dei programmi di riqualificazione? siamo sicuri che non finiamo per intaccare nemmeno un metro quadro di terreno vergine? siamo sicuri che non finiamo per intervenire su opere ed architetture importanti? siamo sicuri che non finiamo per costruire nuovi centri commerciali all’interno di un Gozi Park?

Una posizione scomoda; fare lavorare gli architetti significa intervenire, abbattere, ricostruire. Non costruire significa per corollario non fare lavorare gli architetti. Volete il parco? licenziate gli architetti!

Su un piano opposto, che definirei deontologico, l’architetto dovrebbe, per formazione professionale, essere una figura che difende e tutela il territorio. Una figura che dovrebbe essere in prima fila tra i manifestanti di piazza Taksim, a protestare contro il consumo indiscriminato e inutilmente speculativo del territorio (sia pure un parco urbano). A difendere l’importanza di un luogo che acquisisce valore in virtù proprio dell’assenza dell’architetto.

Un luogo che acquisisce valore, si fa spazio simbolico, si riempie di senso, quindi si fa necessariamente architettura, malgrado (forse proprio grazie a) l’assenza totale di un architetto.

Sono sicuro che tra i manifestanti c’erano anche molti e numerosi architetti. Il mio pensiero ed affetto va integralmente a loro che si sono presi botte e lacrimogeni per la nobile causa di un parco da preservare. Affianco a loro c’erano dei cittadini che con forza chiedevano di partecipare alle scelte che interessano la città: chiedevano di fare a meno degli architetti.

Sembra di vedere un operaio della Fiat che protesta perché si costruiscono troppe automobili. Da una parte è giusto così; c’è l’inquinamento, la mobilità sostenibile, il consumo di petrolio, ecc. Ma l’operaio/architetto che protesta è consapevole che tra un po’ dovrà cercarsi un’altro lavoro? lo sa che deve cominciare a specializzarsi nella produzione di biciclette?

La difesa di questo parco è insieme la difesa di un modello che non sembra più avere bisogno né di architetti né di architettura; almeno nella forma e nei modi in cui siamo abituati a esercitare la professione. Chi ha bisogno di architetti in un mondo che non vuole più costruire nuovi edifici? Quale municipalità può avere bisogno di architetti se le scelte di trasformazione del territorio sono espresse e pilotate direttamente dai cittadini?

Di fronte alla doverosa difesa del parco Gozi dobbiamo pensare a quale ruolo possono o devono avere gli architetti all’interno di un modello che tende ad escluderli. Dobbiamo pensare a come fare evolvere una professione in maniera da dare risposte alle esigenze di una società che rifiuta gli architetti.

Mi consolo pensando che un giorno, non lontano, quando la professione di architetto sarà quasi estinta, e il suo esercizio sarà considerato un valore antico da tutelare, ci sarà sempre un gruppo di nostalgici pronti a incatenarsi prima del nostro ultimo inesorabile abbattimento.

Allora, solo allora, ci sarà una piazza Taksim anche per gli architetti.

#rete150k – La “giustizia” Europea condanna a morte gli immobili di interesse artistico

di

Ettore Maria Mazzola

Prefazione

Ai sensi dell’art.52 del RD 2537/1925, gli architetti avrebbero competenza esclusiva per operare su edifici artistici vincolati; inoltre, sebbene la cosa sia poco nota, tale competenza esclusiva vale anche per gli edifici artistici non vincolati.

Nel 2006 infatti, la sentenza n°5239 del Consiglio di Stato, Sezione VI, aveva riconosciuto che “la progettazione di opere di rilevante carattere artistico e d’interesse storico-artistico, siano o meno vincolate, spetta esclusivamente all’architetto, salvo la parte tecnica che spetta sia all’architetto che all’ingegnere“, laddove per parte tecnica si suppone vogliano intendersi la struttura portante e gli impianti tecnologici.

È bene ricordare altresì che “la limitazione stabilita per gli ingegneri italiani vale anche per gli ingegneri civili degli altri Stati dell’Unione Europea“.

In aggiunta a quanto sopra poi, la sentenza del Tar Lazio del 17.10.2011 n°7997, confermando quanto sopra, venne a precisare che, “se l’incarico professionale riguarda “la parte tecnica” e viene affidato ad un ingegnere, occorre comunque affiancare un architetto, ai sensi del citato RD 2537/1925“.

Gli architetti, e soprattutto i monumenti se potessero parlare, dovrebbero quindi sentirsi in una botte di ferro … ma purtroppo non è così!

Infatti, nel triste elenco dei vari danni generati dall’Unione Europea all’Italia va aggiunto anche quello di cui alla recentissima sentenza della Corte di Giustizia Europea (V Sezione, del 21 febbraio 2013) che mette fine all’annosa questione che vedeva contrapposti ingegneri ed architetti … come ha commentato in maniera euforica il Presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, Armando Zambrano, il quale si è spinto ad affermare “è la fine di uno steccato che, in un mercato europeo dei servizi professionali, non aveva più senso di esistere”.

Già, un mercato europeo dei servizi professionali … una vera vergogna mercificare una professione che richiede conoscenze che i legislatori e certi “giudici” ignorano profondamente, una vergogna della quale non si può andar fieri … se non nella mente di chi osanni le “società d’ingegneria” che hanno massacrato i “piccoli” professionisti e cancellato il futuro dei giovani architetti!

Giustamente, secondo il Consiglio Nazionale degli Architetti, i laureati in ingegneria civile di altri Stati Membri avrebbero dovuto sottoporsi ad una verifica in merito alle qualifiche possedute nel settore dell’architettura; ciò nonostante, la Corte di Giustizia Europea (la cui giustizia, lo sappiamo bene, spesso si limita ad amministrare gli interessi delle lobbies ai vari livelli), con un vergognoso e dannosissimo colpo di spugna, ha deciso di cancellare questa misura di salvaguardia.

Il punto 43 della sentenza infatti dichiara “[…] contrariamente alla tesi difesa dal Consiglio Nazionale degli Architetti […] non può dedursi che la direttiva 85/384 consenta a detto Stato membro (l’Italia) di subordinare l’esercizio delle attività aventi ad oggetto immobili di interesse artistico alla verifica delle qualifiche degli interessati in questo settore”.

Conseguentemente, sempre secondo la Corte Europea (punto 51 della sentenza) “l’accesso alle attività previste dall’articolo 52, secondo comma, del Regio Decreto n. 2537/25 […], non può essere negato alle persone in possesso di un diploma di ingegnere civile o di un titolo analogo rilasciato in uno Stato membro diverso dalla Repubblica Italiana”.

Il dubbio che mai e poi mai i legislatori italiani del ’25 avrebbero potuto immaginare che l’Europa si sarebbe disgraziatamente unita, e che quindi la specifica sui laureati degli altri Paesi membri risultasse a quell’epoca del tutto superflua, non ha minimamente sfiorato le menti illuminate della Corte Europea … loro, si sa, si muovono solo in funzione degli interessi dei promotori di certe sentenze! Certe sentenze e direttive europee, dalle quote latte alle marmitte catalitiche, lo sappiamo bene, non tutelano mai i Paesi oggetto delle controversie, ma solo ed esclusivamente quelli del “gigante” europeo intenzionato a tiranneggiare contro i suoi “staterelli” interni!

L’ingegner Zambrano ovviamente rivendica “l’immediata ricaduta anche sugli ingegneri italiani” di questa sentenza.

In pratica, la Corte di Giustizia Europea ha confermato l’orientamento della sentenza n°3630 del 15 novembre 2007 emessa dal TAR Veneto con la quale si riteneva di dover abrogare il secondo comma dell’art. 52 “in quanto tale disposizione è incompatibile con il principio della parità di trattamento come interpretato dalla Corte Costituzionale, a causa del fatto che i professionisti nazionali non possono essere trattati in maniera discriminatoria rispetto ai professionisti provenienti da altri Stati membri”.

In pratica il TAR del Veneto, piuttosto che mettere i paletti a difesa dei propri cittadini professionisti, chiede che l’Italia intera si pieghi a 90° nel rispetto dei professionisti di altri stati membri … ma che bravi!

Ma chi sono questi professionisti degli altri stati membri? E quali sono le loro capacità professionali? Ma soprattutto quali sono le loro conoscenze storiche rispetto al nostro patrimonio storico-artistico e tecnico? ZERO!!!

Ormai da 20 anni insegno in una università straniera, e spesso mi è capitato di lavorare all’estero e in Italia a contatto con professionisti stranieri e, se devo dirla tutta, penso che nessun Paese al mondo abbia mai prodotto dei professionisti preparati come i nostri!

Sono davvero stufo della cialtronaggine di certi politici e giornalisti i quali sminuiscono, senza conoscere affatto, la qualità reale delle nostre scuole ed università. Personaggi in cerca d’autore che infangano i nostri studenti basandosi sul sentito dire, o più semplicemente su delle verifiche fasulle fatte con le crocette in osservanza di metodi cialtroni che non ci appartengono affatto! Siamo onesti e diciamo le cose come stanno!

Queste campagne denigratorie hanno, negli anni, portato ad abbassare il nostro livello di conoscenze piuttosto che imporre agli altri “paesi membri” di adeguarsi loro al nostro range culturale, ormai stiamo mercificando gli studenti, visti ora come clienti, e continuiamo a fare confronti impossibili tra i nostri laureati e quelli stranieri … tutto questa mancanza di tutela della nostra cultura da parte dello Stato ha portato a questa vergognosa sentenza che non considera minimamente quelle che potrebbero essere le reali competenze e conoscenze dei professionisti chiamati al capezzale del nostro patrimonio!

All’estero il conseguimento del bachelor è una pura formalità, poi si fa un master di due o tre anni (la cui qualità cambia da Paese a Paese senza però mai raggiungere la qualità dei nostri laureati!) che dà il titolo di architetto o di ingegnere. Quei masters sono ovviamente concepiti in modo che i professionisti vengano muniti di spessi paraocchi che li aiutino ad entrare in un mondo del lavoro organizzato in compartimenti stagni, dove la figura dell’architetto risulta frammentata in una miriade di specializzazioni, e dove il professionista si dovrà limitarsi a praticare esclusivamente la branca nella quale si è specializzato, senza punto conoscere nulla degli altri aspetti professionali … alla faccia della definizione dell’architetto contenuta nel primo libro di Vitruvio! (1)

È questa la tutela della professione per la quale l’ingegner Zambrano canta vittoria? Sono questi i professionisti cui auspichiamo di affidare il restauro dei nostri monumenti?

A tal proposito voglio raccontare un aneddoto capitatomi di recente. Durante un colloquio con una neolaureata italiana – laureatasi in un Paese europeo le cui università vengono spesso prese a modello per tutti – ella mi ha riferito che, nella sua università, non le è mai stato fatto elaborare alcun progetto architettonico completo; infatti, i suoi docenti si sono limitati a farle realizzare dei modelli “artistici”, una sorta di “sculture informi”, piuttosto che delle architetture. In pratica nessuno le ha insegnato a progettare e/o disegnare perché, le è stato detto da un suo professore, certe cose le avrebbe imparate a posteriori andando a far pratica in qualche grande studio di design! Ovviamente potrete immaginare ciò che possa avermi rivelato in merito alle sue conoscenze della Storia dell’Architettura italiana … sono questi i professionisti esteri che vogliamo mettere alla pari dei nostri?

Se questo la dice lunga sul grado di preparazione degli architetti non italiani, possiamo immaginare quelle che possano essere le conoscenze degli ingegneri stranieri rispetto alla Storia dell’Architettura del Paese custode della maggioranza del patrimonio mondiale, figuriamoci poi la conoscenza della Storia dell’Urbanistica, delle Teorie e Tecniche di Restauro, ecc. … ma qui occorre per onestà riconoscere come certe discipline risultino praticamente sconosciute anche alla stragrande maggioranza degli ingegneri italiani!

Il Piano degli Studi delle Facoltà di Ingegneria italiane esclude infatti l’insegnamento e l’apprendimento di queste materie … ad esclusione di un’infarinatura della Storia dell’Architettura prevista in qualche ateneo.

Inoltre, sotto l’aspetto tecnico, lo studio dell’ingegneria civile edile ignora l’importanza dello studio delle tecniche di calcolo e costruzione pre-moderne, in nome di una devozione assoluta nei confronti del cemento armato e delle tecniche più all’avanguardia.

Il nostro patrimonio ha recentemente subito enormi danni, e continua a subirne ogni giorno, a causa di errati restauri figli dell’ignoranza delle problematiche connesse con l’uso di materiali e tecniche dal comportamento statico affatto diversi (2). Personalmente stimo molto gli ingegneri e ammetto che spesso è più facile e piacevole parlare di architettura con loro che non con gli architetti. Spesso gli ingegneri presentano un’onestà intellettuale che manca alla mia categoria per eccesso ideologico. Tuttavia non posso non condannare il risultato della sentenza della Corte di Giustizia Europea del 21 febbraio 2013, perché condannerebbe il nostro patrimonio a patire danni irreparabili come quelli della Cupola della Anime Sante di L’Aquila, della Torre Medicea di Santo Stefano in Sessanio, della Scuola Armaturarum di Pompei e via discorrendo.

Chi non ha mai studiato in maniera approfondita la Storia dell’Architettura, la Storia e le Teorie del Restauro, le Tecniche Costruttive Tradizionali, il comportamento dei diversi materiali da costruzione quando vengono ad esser combinati tra loro, non può e non deve esser legittimato ad operare su ciò che non conosce!

Chi di voi si farebbe operare al cuore da un dentista?


(1) A determinare la professionalità dell’architetto contribuiscono numerose discipline e svariate cognizioni, perché è lui a dover vagliare e approvare quanto viene prodotto dalle altre arti, questa scienza è frutto di esperienza pratica e di fondamenti teorici. La pratica deriva da un continuo e incessante esercizio finalizzato a realizzare lo schema di un qualunque progetto, mediante l’attività manuale che plasma la materia. La teoria invece consiste nella capacità di mostrare e spiegare dettagliatamente la realizzazione dei progetti studiati con cura e precisione nel rispetto delle proporzioni […] di conseguenza egli deve essere versato nelle lettere, abile disegnatore, esperto di geometria, conoscitore di molti fatti storici; nondimeno abbia cognizioni in campo filosofico e musicale, non sia ignaro di medicina, conosca la giurisprudenza e le leggi astronomiche […] l’architetto deve possedere una buona conoscenza storica che gli permetta di spiegare a eventuali interlocutori il significato simbolico delle decorazioni con cui egli spesso abbellisce i suoi edifici […]  quindi essendo questa disciplina così vasta e ricca, per svariati e molteplici apporti culturali, non credo che uno possa da un giorno all’altro definirsi a buon diritto architetto, ma solo colui che fin dalla fanciullezza si sia addentrato per gradi in questa materia e, dotato di una buona formazione artistica in genere, sia giunto al sommo tempio dell’architettura. […] Può sembrare forse incredibile per chi non ha esperienza, che la mente umana sia in grado di assimilare e ricordare una tale quantità di nozioni. Però ci si convincerà che ciò è possibile, rendendoci conto che tutte le branche del sapere sono in stretta relazione e tra loro collegate: la scienza nel suo complesso è infatti come un unico corpo composto di varie membra. Pertanto chi fin dalla tenera età riceve una formazione varia e articolata in ogni settore è in grado di riconoscere facilmente gli aspetti comuni e interdisciplinari fra le varie scienze e di apprenderle con notevole rapidità […] Per forza di cose un architetto non deve né può essere un grammatico alla stregua di Aristarco (di Samotracia 217-145 a.C.), non per questo però sia illetterato; né potrà essere un esperto di musica come Aristosseno (di Taranto morto intorno al IV sec. a.C.), ma nemmeno un perfetto ignorante; né un pittore al pari di Apelle, eppure dovrà saper disegnare; né uno scultore del livello di Mirone o di Policleto, avendo tuttavia delle cognizioni plastiche; né,  per finire, un medico come Ippocrate, ma neppure sarà inesperto di medicina; né di eccezionale bravura nelle altre scienze, ma nemmeno un incapace […] In tutte le altre discipline vi sono molti, se non proprio tutti, argomenti di discussione comuni. Ma la perfetta realizzazione di un’opera frutto di un lavoro e di un’applicazione costanti è compito di chi si è specializzato in un settore specifico. Mi sembra dunque aver già fatto abbastanza chi possegga una conoscenza sia pure superficiale dei dati teorici fondamentali delle discipline utili in campo architettonico così da non trovarsi in difficoltà qualora occorra valutare e decidere sul loro impiego […] Quindi poiché non a tutti indiscriminatamente, ma a pochi individui è concesso di avere un tale ingegno per dote naturale, il compito dell’architetto dev’essere quello di esercitarsi in tutti i campi e, data l’enorme quantità di nozioni indispensabili, ragion vuole che egli inevitabilmente non possa raggiungere il massimo della conoscenza in ogni settore, ma si accontenti di un livello medio […]

(2) Rimando al mio articoloSui Danni al Patrimonio Artistico Derivanti da una Cultura Monodirezionale” per un approfondimento del tema.

“Chiamata alle armi”: rete 150K

Con questo post, parte quella che definiamo la fase 2 del progetto della Rete 150K, diretta conseguenza dell’assemblea aperta che abbiamo tenuto a Roma lo scorso 8 febbraio 2012.

150k

Per chi non ricordasse o non sapesse che cosa è la Rete 150K:

è una rete di professionisti che vuole rappresentare un luogo di confronto, attraverso un processo partecipato ed inclusivo, per recepire e coadiuvare le istanze degli architetti italiani al fine di promuovere l’architettura, la gestione del territorio e la valorizzazione delle risorse intellettuali.

I principi fondativi sono:

Inclusività:  rete150K vuole essere uno strumento di connessione di gruppi e persone con punti di vista diversi ed eterogenei;

Ascolto: rete150K vuole permettere un confronto non pregiudiziale né ideologico delle idee;

Apertura:  rete150K vuole creare le condizioni di convergenza su temi fondamentali, per l’architettura e per tutti coloro che operano nel campo;

Propositività:  rete150K vuole promuovere il confronto su temi determinati, come proposte di legge, emendamenti, linee guida e, dopo una fase di analisi collettiva, vuole produrre documenti largamente e democraticamente condivisi da sottoporre all’esecutivo politico, ai propri rappresentanti, ai cittadini;

Trasparenza: tutte le procedure ed i passaggi all’interno di 150K devono potere essere accessibili dagli utenti iscritti alla rete.

Rete 150k si è data alcune Regole:

Possono aderire alla rete150k tutti i professionisti, Enti, Istituzioni, Associazioni che desiderino contribuire a restituire dignità e ruolo sociale alla figura dell’architetto e dei professionisti coinvolti nella produzione di architettura, in maniera attiva, propositiva, partecipata;

La rete150k promuove dal basso azioni e proposte concrete di sensibilizzazione sia presso le istituzioni pubbliche e private che presso la cittadinanza;

incoraggia la partecipazione e l’espressione dei singoli professionisti per dare loro modo di avere voce e di confrontarsi direttamente;

non ha finalità di lucro ma promuove azioni di raccolta di fondi sia per le proprie finalità che per quelle dei propri aderenti nello sviluppo di iniziative coerenti con i propri obbiettivi;

tutti gli aderenti alla #rete150k sono liberi di proporre ed organizzare un’iniziativa, utilizzando il nome e il marchio della rete a condizione che siano garantiti i principi generali.

La rete150k ha bisogno del contributo di tutti per accrescere, ampliare e approfondire questi temi e individuarne altri insieme.

I PROSSIMI PASSI

La Rete 150K vuole organizzare Assemblee aperte come nell’evento di febbraio a Roma, l’esperienza della riunione di Roma dell’8 febbraio 2012 può essere replicata in altre città d’Italia. Stiamo lavorando per organizzare la prossima assemblea a Milano, in autunno. L’obiettivo è di creare un effetto “virale” e a fare sì che tutti si possano appropriare della Rete 150K secondo le modalità che abbiamo impostato (connettività e neutralità). La rete 150K è open source ma segue regole definite.

Stiamo formando dei gruppi di lavoro, su temi ben definiti, sia d’urgenza che di strategia a lungo termine per arrivare, in tempi stabiliti, a formulare proposte precise, largamente condivise. In caso di gruppi di lavoro già esistenti, come è emerso dall’assemblea, questi saranno messi in rete (se lo vorranno), sostenuti e proiettati su una dimensione nazionale.

Implementeremo inoltre la nostra piattaforma telematica, già creata, dove, con l’aiuto di tutti, potranno convergere documentazioni, riflessioni, proposte da tutti i componenti della rete. Questa documentazione sarà al tempo stesso un volano di idee e di conoscenza ma anche una patente di autorevolezza per le iniziative e gli studi che verranno promossi.

Per i motivi su esposti chiediamo a tutti di aderire a 150k richiedendo al nostro indirizzo e-mail rete150k@gmail.com il modulo di adesione che, una volta ricevuto, dovrà essere reinviato in allegato, compilato e firmato.

Ti ricordiamo infine che:

la piattaforma telematica della Rete 150K con i documenti prodotti finora si trova all’indirizzo:

http://www.thinktag.it/it/groups/rete-150k

La registrazione dello streaming dell’assemblea pubblica dell’ 8 febbraio 2012 è visibile all’indirizzo:

http://www.livestream.com/rete150k

L’indirizzo e-mail ufficiale per le comunicazioni con la Rete 150K è:

rete150k@gmail.com

Grazie per l’attenzione, invitiamo tutti ad aderire.

Maniscalchi

27 Gennaio 2012

maniscalco“Fino all’inizio del novecento c’erano le carrozze con i cavalli. Poi sono arrivate le automobili e le carrozze sono scomparse. Oggi le macchine inquinano e il traffico cittadino è un problema, ma nessuno si sognerebbe di tornare alle carrozze con i cavalli.”

Questo articolo di Giovanni De Mauro, sembra una perfetta metafora di come a mio parere dovrebbe essere affrontata la battaglia in difesa della professione che sta sorgendo.

Con il lancio dell’Assemblea dei 150k Architetti abbiamo voluto mettere sul tavolo della discusisone una serie di problemi che, a detta dei più, impediscono il regolare svolgimento dell’attività professionale. Quello che però mi pare manchi profondamente in questa discussione è una seria riflessione sulle  contesto sociale in cui si richiede che questa professione debba esercitarsi. Quello che mi pare nessuno (o pochi) si chieda è se la figura dell’Architetto, nella forma e nel ruolo con cui siamo abituati a conoscerlo da secoli, abbia ancora senso di esistere o se non sia in realtà necessario ripensare completamente sia le modalità operative (il modo in cui si progetta) e sia la sua collocazione all’interno dei processi di trasformazione urbana (non più soggetto autonomo ma componente paritario di un sistema di interessi ed esigenze).

L’assunto di fondo su cui tutti noi conveniamo è che la nostra società, il nostro sitema di gestione delle trasformazioni urbane, non appaiono in grado di garantire lo sviluppo economico e culturale del territorio secondo livelli di qualità adeguati alle necessità della società stessa.

Per molti di noi (architetti) la figura cardine in grado di fornire risposte a questo bisogno di qualità urbana è l’Architetto che con la sua capacità progettuale e il suo senso critico, se messo in condizioni di operare (progettare) senza le storture di mercato che tutti lamentiamo (concorrenza con altri professionisti, monopolio delle imprese, assenza di concorsi aperti, monopolio culturale, ecc.), sarebbe in grado di attivare un automatico miglioramento della qualità urbana.

Si tratta di un assunto che non è dimostrabile in senso assoluto e che tradisce una visione ottocentesca della professione; l’architetto inteso come demiurgo salvifico della società che nel suo splendido isolamento è portatore di soluzioni a problemi che probabilmente solo lui è in grado di vedere.

Ora il problema di fondo è che questa società non sembra intenzionata a farsi salvare dall’Architetto né sembra vedere i problemi nella stessa ottica con cui li vede l’Architetto; anzi, una certa parte di questa società sembra vedere nell’Architetto proprio una parte del problema. Questa ultima opinione è condivisa anche da molti architetti che ovviamente si ritengono “diversamente Architetti”, inventando con ciò una nuova forma di disabilità.

Il problema così come viene posto è un po’ come voler decidere se viene prima l’uovo o la gallina. Se la società non ci fa lavorare come facciamo a dimostrare che siamo utili alla società? ma se prima non dimostriamo che siamo utili alla società come fa la società a decidere di farci lavorare? (aiuto! chiamate un geometra!)

Chiedo l’aiuto da casa e rilancio l’articolo di De Mauro. Secondo capoverso.

“Per tutto il novecento la Kodak è stata sinonimo di macchine fotografiche e pellicole. Poi sono arrivati gli apparecchi digitali e gli smartphone. La Kodak non ha saputo adattarsi, anche se aveva una storia e un marchio che le avrebbero consentito di farlo. E la scorsa settimana ha chiuso. Oggi nessuno accetterebbe una legge che proibisse le macchine fotografiche digitali per salvare la Kodak e l’industria degli apparecchi analogici. Prima c’erano i giornali nelle edicole, i film nelle sale cinematografiche, gli album nei negozi di dischi, i libri in libreria.”

In tutto questo, nonostante la produzione di macchine fotografiche sia cambiata (e sia cambiato anche il modo con cui le foto vengono prodotte e condivise) non è venuta meno l’importanza e la bellezza della Fotografia.

Nonostante per strada non ci siano più cavalli, la gente ha sempre bisogno di mezzi di trasporto; se al cavallo si è sostituita l’automobile, al maniscalco si è sostituito il carrozziere, ma è rimasta la necessità di qualcuno in grado di “riparare” il mezzo.

Parafrasando; se l’evoluzione culturale e i conseguenti miglioramenti tecnologici stanno modificando le modalità con cui la società si avvicina ai temi dell’architettura, quello che è in discussione non è l’Architetura in sé, quanto le modalità con cui la sua trasformazione viene gestita.

Purtroppo tra i tanti contributi che vedo emergere per l’assemblea molti sembrano andare acriticamente verso una banale semplicistica riaffermazione di vecchi schemi professionali illudendosi che la semplice imposizione legale della figura del professionista basti a garantire il lavoro agli architetti.

L’obbiettivo finale non è il professionista, e nemmeno la professione; l’obbiettivo finale è l’Architettura!

Concludo quindi esortando l’architetto “maniscalco” a interrogarsi se sia più utile combattere per il mantenimento forzoso delle vecchie care botteghe  (magari con una bella legge ad hoc) o se non sia invece più proficuo ragionare su come trasformarsi rapidamente in architetto “carrozziere”.

NB – foto tratta da http://gabriele-racconta.blogspot.com/2010/07/la-centelena.html