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Lettera aperta di amate l’architettura e spazi contemporanei al CNA CNI CNG

18 febbraio 2010

Architetto Massimo Gallione

Presidente del Consiglio Nazionale degli Architetti PPC

Via di Santa Maria dell’Anima, 10   00186 Roma

Fax  06 6879520

info.cnappc@awn.it


Ingegnere Giovanni Rolando

Presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri

Via IV Novembre, 114   00187 Roma

Fax  06 69767048

segreteria@cni-online.it


Geometra Fausto Savoldi

Presidente del Consiglio Nazionale Geometri e Geometri Laureati

Piazza Colonna, 361   00187  Roma

Fax 06 48912336

cng@cng.it




Oggetto: Competenze Professionali Architetti/Ingegneri e Geometri



La recente sentenza della Cassazione n. 19292/2009 ha riacceso il dibattito sulle competenze Professionali tra Architetti/Ingegneri e Geometri. I Consigli Nazionali, da voi diretti, hanno diramato delle circolari dai contenuti contrastanti che hanno alimentato e riaperto polemiche che vanno avanti da decenni.

In questo clima, non certo idilliaco, si inserisce il Disegno di Legge n. 1865 presentato dalla Senatrice Simona Vicari, (ironia della sorte un architetto), che allarga in maniera generosa e sicuramente superficiale le attuali competenze dei Geometri.

Noi crediamo che non sia questo il modo corretto di agire ma riteniamo ormai non più rinviabile il momento di porre fine a inutili polemiche e di mettere mano al riordino delle competenze professionali.

L’Italia è l’unico paese europeo dove esiste un conflitto tra figure professionali che dovrebbero avere un ruolo ben distinto in quanto provengono da un percorso formativo completamente diverso. Ogni manufatto edilizio, dal più semplice al più complesso, dovrebbe essere seguito da architetti, ingegneri e geometri  agendo insieme con ruoli ben distinti, (basterebbe studiare l’etimologia delle parole architetto, ingegnere e geometra per comprenderne il ruolo).


Vi invitiamo pertanto a sedervi attorno ad un tavolo, con il massimo spirito di collaborazione, per discutere le problematiche delle competenze e per aggiornare Leggi che regolamentano la professione, (RD n.2537 del 1925 e RD n. 274 del 1929), vecchie, obsolete e non più rapportabili alla società odierna. Provate a immaginare quanto sia cambiata la società dal 1925 ad oggi.

Ci auguriamo che vogliate accogliere il nostro appello nell’interesse di tutti i quasi 500.000 professionisti italiani tra architetti, ingegneri e geometri, ma soprattutto nell’interesse di tutti i cittadini italiani perché il raggiungimento della qualità architettonica è un valore che appartiene alla collettività.


Roma / Catania 15-02-2010



SPAZI CONTEMPORANEI AMATE L’ARCHITETTURA

Architetto Fabrizio Russo Architetto Antonio Marco Alcaro

Bisogna riconoscerlo: i geometri sono più bravi di noi

Ero a conoscenza che i Geometri, a differenza degli Architetti, avevano forti “entrature” in Parlamento, ma che utilizzassero addirittura un architetto per distruggere definitivamente la nostra categoria è proprio il colmo. Bisogna riconoscerlo sono sicuramente più furbi di noi.

In data 07 gennaio 2010 il Consiglio Nazionale Geometri emana una circolare, (vedi link), ai Consigli provinciali, alla Cassa di Previdenza e ai Dirigenti di categoria per promuovere l’interessamento degli stessi a contattare i politici locali al fine di “sponsorizzare” il disegno di Legge  inoltre si sta attivando affinchè analoga iniziativa legislativa venga presa anche dai parlamentari di opposizione.

Gli unici che si muovono, come al solito, sono gli ingegneri, in data 20/01/2010 il Consiglio Nazionale degli Ingegneri emana una circolare, (vedi link), ai Consigli degli Ordini e alle Federazioni e Consulte degli Ordini in cui denunciano il tentativo di colpo di mano messo in atto dai Geometri e invitandoli a sensibilizzare senatori e parlamentari sulla gravità della situazione.

Il nostro Consiglio Nazionale reagisce prontamente ?

No,  per il momento non ci sono prese di posizione ufficiali.

Entriamo nel merito del disegno di Legge n. 1865: Disposizioni in materia di competenze professionali dei geometri, dei geometri laureati, dei periti industriali…..

Si presenta la legge facendo notare che i regolamenti professionali dei geometri sono vecchi più di 80 anni, non sono mai stati aggiornati e non rispondono più né allo sviluppo della tecnica né alle esigenze della società. Peccato che non si dica che la stessa cosa vale anche per gli architetti e gli ingegneri.

Si danno giustificazioni fantasiose affermando che: “il regolamento del 1929 fissa il limite di competenza dei geometri all’interno dell’incerto concetto di modesta costruzione forse giustificato dalla particolare fase di ricostruzione e di cresita economica che caratterizzò l’Italia di quel lontano periodo“.

Non vi sfiora il dubbio che il concetto di “modesta costruzione” sia rapportato alla “modesta formazione” di un geometra rispetto ad un architetto o ingegnere ?

L’art. 2  stabilisce la competenza dei Geometri nel progetto architettonico e strutturale, la direzione lavori e il collaudo statico di qualsiasi edificio ad esclusione di complessi di strutture organicamente e solidamente collegati svolgenti una funzione statica unitaria con cubatura superiore a 5000 mc.

Praticamente possono fare ciò che vogliono basta separare un edificio ogni 5000 mc. Non ci sono poi limitazioni nei lavori di risanamento conservativo, quindi mano libera anche sui restauri.

Come se non bastasse, l’art. 3  gli fornisce competenze anche in campo urbanistico. In pratica per loro diventa il paese dei balocchi, ma noi architetti abbiamo l’anello al naso?

Inutile dire che in tutto ciò, chi ha scritto la legge, (peccato che sia un’ architetto), non ha alcuna idea di cosa sia la qualità architettonica.

Andatevi a leggere il Disegno di Legge  (vedi link)

Leggete anche Spazi Contemporanei

Il Disegno di legge è firmato anche dai Senatori Battaglia, Carrara, Cuffaro e Palmizio.

Noi di amate l’architettura ci opponiamo fortemente al disegno di Legge 1865 proporremo con altre Associazioni, presenti in tutto il territorio nazionale, una raccolta di firme per fermare il percorso della legge in Parlamento.

firma la nostra petizione: vai al link

Ci sentiamo in dovere di scrivere una lettera al primo firmatario della legge ovvero all’architetto senatore Simona Vicari, fatelo anche voi:  vicari_s@posta.senato.it

Gentile Architetto Simona Vicari

Sentaore della Repubblica

vicari1

La questione delle competenze professionali in Italia tra Architetti ingegneri e Geometri è un problema che si trascina ormai da troppi anni.

La recente sentenza della Cassazione  n. 19292/2009 ha riacceso il dibattito e noi crediamo che sia arrivato il momento di porre fine a inutili polemiche e di mettere mano al riordino delle competenze professionali. L’Italia è l’unico paese europeo dove esiste un conflitto tra figure professionali che dovrebbero avere un ruolo ben distinto in quanto provengono da un percorso formativo completamente diverso.

Il Suo DDL 1865 non ci sembra affatto un buon modo di risolvere il problema, semmai di creare problematiche assai più complesse  di quelle attuali, La invitiamo pertanto a desistere da questa sua iniziativa ed a collaborare nella realizzazione di un disegno di legge che riordini le competenze di tutte le categorie professionali (architetti, ingegneri, geometri e periti edili).

Lei, come architetto,  non dovrebbe avere a cuore il tema della qualità architettonica ? perché è passata dalla parte dei geometri non si rende conto che i geometri non hanno le competenze per poter “progettare” ?

Saper progettare non significa conoscere la tecnica con cui si costruisce una casa ma è una cosa ben più complessa.

Perché dobbiamo continuare a distruggere un paese già devastato negli ultimi 50 anni ?

Sperando in un suo riscontro Le alleghiamo una frase del libro “amate l’architettura”di Gio Ponti,  da cui nasce il nostro Movimento:

Amate l’architettura perché siete italiani,
o perché siete in Italia.
L’Italia l’han fatta metà Iddio e metà gli Architetti.
Iddio ha fatto pianure, colli, acque e cieli.
Ma i profili di cupole facciate cuspidi e torri e case, di quei colli e di quei piani, contro quei cieli, le case sulle rive che fanno leggiadre le acque dei laghi e de fiumi e dei golfi in scenari famosi
son cose create dagli Architetti.
A Venezia poi, Dio ha fatto solo acque e cielo, e senza intenzioni, e gli Architetti han fatto tutto

(Gio Ponti, Amate l’Architettura, 1957)

a m a t e   l’ a r c h i t e t t u r a
Movimento per l’Architettura Contemporanea

Per chi volesse conoscere meglio la Senatrice, allego la sua scheda in senato:

Regione di elezione: Sicilia
Nata il 17 marzo 1967 a Palermo
Residente a Palermo
Professione: Architetto

Deputato Assemblea regionale siciliana

Elezione: 13 aprile 2008
Proclamazione: 25 aprile 2008
Convalida: 3 novembre 2009

Segretario della Presidenza del Senato

Membro Gruppo PdL

Membro della 10ª Commissione permanente (Industria, commercio, turismo)

Segretario della Commissione straordinaria per il controllo dei prezzi

Membro della Commissione parlamentare per le questioni regionali

Contatti  E-mail: vicari_s@posta.senato.it

Mandati

XVI Legislatura Senato

Incarichi e uffici ricoperti nella Legislatura

Segretario provvisorio della Presidenza del Senato dal 29 aprile 2008 al 29 aprile 2008
Segretario della Presidenza del Senato dal 22 dicembre 2009

Gruppo Il Popolo della Libertà:
Membro dal 6 maggio 2008

8ª Commissione permanente (Lavori pubblici, comunicazioni):
Membro dal 22 maggio 2008 al 22 maggio 2008
10ª Commissione permanente (Industria, commercio, turismo):
Membro dal 22 maggio 2008
Commissione straordinaria per il controllo dei prezzi:
Membro dal 5 dicembre 2008 al 17 dicembre 2008
Segretario dal 18 dicembre 2008

Commissione parlamentare per le questioni regionali:
Membro dal 17 giugno 2008
Commissione parlamentare per l’infanzia:
Membro dal 4 giugno 2008 al 17 giugno 2008

Uno scampolo di Paradiso

9 febbraio 2010

Recentemente ho avuto la fortuna di vedere un documentario di Gabriele Vacis “Uno scampolo di paradiso” (2008) dedicato a Settimo Torinese, la città in cui vive alla periferia di Torino. Il documentario è decisamente bello! amaro, divertente, profondo, a tratti anche commovente, infine molto positivo nel giudizio finale che il regista ci restituisce della sua periferia. Il filo conduttore è, ovviamente, la periferia, tema scandito da una domanda che il regista si fa porre sistematicamente dai suoi amici: “Perché ti ostini a vivere in un posto come questo?”

Questa città, quasi 50.000 abitanti alla periferia di Torino, è stata edificata quasi interamente dai geometri. Il regista intervista uno dei suoi principali artefici, il geom. Vacca, capostipite di una dinastia di costruttori che hanno fatto materialmente Settimo.

Senza essere pretenziosa l’intervista coglie bene il clima degli anni del boom economico in cui la città è cresciuta assorbendo l’impatto dell’immigrazione che veniva dal sud, ma anche dal nord est. Erano sicuramente anni in cui bisognava badare al sodo; servivano case dove vivere e nessuno chiedeva che fossero anche belle.

Si tiravano su interi quartieri, fatti di case semplici, squadrate, economiche, dove la gente viveva poco perché impegnata nei doppi e tripli turni di lavoro.

È ancora dell’altro ieri l’immagine di Torino città industriale triste e dedita unicamente al lavoro, la fabbrica, poco tempo libero, poco tempo per viverla veramente, la città…..

Ogni giorno arrivavano nuovi inquilini, nuovi abitanti, la vita era difficile e pericolosa.

Dall’intervista traspare l’orgoglio del costruttore, di chi sa di avere dato un contributo alla città in cui vive e di averlo fatto con soddisfazione; ma quando il regista pone la domanda:

“sono belle queste case?”

Le certezze vacillano un po’; il geometra, un po’ a malincuore e senza dirlo apertamente, lascia trasparire che: decisamente no! le sue case non potevano dirsi belle….. Solide, funzionali si! e a lui tanto basta.

Giudizio esteso a tutta la città.

Ancora peggio quando l’intervista si sofferma sulle cause di tale bruttezza.

Domanda: “di chi è la colpa?”

Risposta: “ma degli architetti! Naturalmente.”

Ammetto di essere sobbalzato….. poi mi sono tranquillizzato perché lo stesso sobbalzo deve averlo avuto anche il regista, e in fondo era evidente la contraddizione che il documentario riesce correttamente a mettere in luce.

Il documentario poi allarga il campo e affronta vari temi, di carattere più sociale che fanno capire come negli anni la vita sia decisamente migliorata, sia dal punto di vista economico che sociale. Si pedonalizzano le vie centrali, si fanno nuovi parchi, si costruiscono depuratori, aumenta la vita culturale e la gente vive più volentieri la città, la percorre si incontra si mescola e si integra.

Alla fine il semplice confronto con le periferie europee: quella inglese anonima e decontestualizzata e quella francese delle violenze e delle rivolte urbane, lascia intendere che in fondo la periferia italiana non ha nulla da invidiare alle altre: forse la signora Tatcher avrebbe avuto molto da imparare visitando Settimo Torinese, “Uno scampolo di paradiso”.

Insomma una città decisamente brutta, eppure, per chi la abita, una città vivibile, aperta, integrata, ma soprattutto vissuta, con orgoglio, dai propri cittadini.

Credo che il documentario inviti a riflettere noi architetti sul significato di qualità urbana e sulla reale capacità dell’architettura di incidere sul benessere e sulla qualità della vita di chi la abita.

Settimo rimane una città con profondi problemi sociali, ma possiamo sostenere che la risoluzione di questi problemi o il loro permanere siano così fortemente determinati dalla bellezza o dalla bruttezza delle sue architetture?

Possiamo inoltre con certezza affermare che una realtà costruita oggettivamente più bella, un’architettura “di qualità” intesa nel senso comune dell’architetto (non del geometra), sia alla base del miglioramento della qualità della vita?

Possiamo in altre parole affermare con certezza che l’architettura abbia la forza di determinare il bene e il male della città, di incidere sul destino dei suoi abitanti?

Non è forse vero il contrario, che sono invece le società civili che esprimono nel tempo le loro manifestazioni culturali, comprese le loro architetture; società civili che, consapevoli o no, esprimono se stesse nel paesaggio urbano da loro costruito che le rappresenta, sia in forma pubblica che privata.

La città non esisterebbe senza le persone che la abitano e la usano, e l’architettura non esisterebbe se non vi fosse una cittadinanza a cui dare risposte in termini di funzioni e spazi per l’agire sociale.

Noi lottiamo e affermiamo la forza e la validità dell’Architettura Contemporanea, laddove per Architettura intendiamo un insieme di oggetti e di trasformazioni spaziali progettati, dimensionati e realizzati rispondendo a esigenze che trascendono la semplice funzionalità ingegneristica dell’opera; nell’aggettivo Contemporanea però esprimiamo un atteggiamento mentale di attenzione ai problemi dell’oggi, stilisticamente rappresentati e contestualizzati nel presente.

Ma la domanda provocatoria è a questo punto se non sia stato il nostro geom Vacca il più contemporaneo di tutti!

Se la sua opera non sia stata inconsapevolmente la più rappresentativa della gente che ha vissuto la città da lui costruita.

La sfida che noi architetti dovremmo realmente imparare a cogliere è proprio questa.

La sfida della partecipazione sociale, intesa come ascolto delle richieste che vengono dal mondo esterno; mettendo da parte le snobistiche assunzioni che ci portano spesso a dare per scontato cosa sia il meglio per la società in cui pretendiamo di operare; a cui pretendiamo di imporre il nostro stile, moderno antico o razionale che sia, ma pur sempre imposto dall’alto.

Noi ci muoviamo con la convinzione che i nostro ruolo sia prevalentemente didattico; noi vogliamo insegnare al mondo cosa è giusto e cosa è bene per lui; ci scordiamo sempre che prima di insegnare le cose vanno studiate; ci scordiamo l’analisi, troppo spesso condotta da noi sulle cose gli oggetti costruiti, dimenticandoci sempre le persone; dimenticandoci l’agire umano.

È qui cari colleghi che gli architetti si giocheranno la vera sfida, laddove esiste una consistente parte della società che continuerà a rivolgersi ai geometri, sarà perché loro appariranno sempre in grado di fornire risposte a quello che viene loro richiesto; e non basterà una denuncia sociale a cambiare dall’oggi al domani una prassi comune così radicata; non basterà da sola una legge imposta dall’alto se non sapremo fare quel cambio di mentalità necessario ad insegnarci a recepire la realtà che ci circonda, prima di rappresentarla.

www.scampolodiparadiso.com

Amate l’Architettura e Spazi Contemporanei

Si allega il comunicato stampa che descrive il protocollo d’intesa.

C o m u n i c a t o   s t a m p a

Roma - Catania  07.07.2009

Il Movimento per l’Architettura contemporanea “Amate l’Architettura” di Roma e l’Associazione Spazi Contemporanei di Catania

hanno stipulato un Protocollo di Intesa

per la promozione dell’Architettura contemporanea.

Le due Associazioni, nate dall’incontro di architetti motivati dalla passione per il proprio lavoro, che non accettano il degrado del nostro territorio, hanno già realizzato in pochi mesi diverse attività, sostenendo che l’Architettura debba essere espressione del nostro tempo.

Promuovono:

Il concorso di Architettura quale strumento decisionale piu’ opportuno per le scelte che le pubbliche amministrazioni ma anche le grandi realta’ del mondo dell’imprenditoria devono fare nel campo della gestione dell’ambiente, del paesaggio e del patrimonio artistico, architettonico e archeologico;

una “vera” legge per l’Architettura, in Francia esiste dal 1977;

il ripensamento della formazione Universitaria dell’Architetto;

la sensibilizzazione della politica e dei mass-media ad una qualità diffusa dell’Architettura;

la collaborazione con gli Organi pubblici preposti al controllo e alla tutela del territorio in un rapporto dialettico e costruttivo;

Le Associazioni hanno ciascuna un blog e una pagina su facebook:

wwww.amatelarchitettura.com      -      www.architetturacatania.blogspot.com

Amate l’architettura è rappresentata dall’arch. A.Marco Alcaro

Spazi Contemporanei  dall’arch. Giovanni D’Amico

Italiani “scontentoranei” ?

7 maggio 2009

Forse la definizione migliore del nostro sentire culturale, l’ha data Francesco Bonami coniando per noi italiani, incazzati, provinciali e brontoloni (architetti compresi) il termine: “Scontentoranei”

copertina

“Dopotutto non è brutto” (Mondadori) è un libro che ci invita a riflettere sugli atteggiamenti e i riflessi incondizionati che portano, sistematicamente, la cultura italiana a rifiutare e rigettare qualsiasi forma di innovazione ed internazionalizzazione che si presenta sul campo artistico ed art-chitettonico (che a noi sta oggettivamente più a cuore).

Finalmente qualcuno, senza troppi giri di parole, confortato dalla conoscenza puntuale degli avvenimenti culturalmente significativi, ci svela e ci ricorda impietosamente che: Aimè! L’Italia è una provincia del mondo! Come tale è provinciale e chiusa dentro le mura rassicuranti della propria casa, convinta che il mondo sia tutto li, mentre il mondo, quello contemporaneo, è altrove. La modernità l’innovazione, l’intelligenza sono altrove.

“L’Italia è un paese fondato sul bello si potrebbe (anzi si deve) dire. L’Italia è bella, lo dicono tutti, e gli italiani sono belli, lo sanno tutti. Ma la difesa ad oltranza del bello non sarà causa di tanto brutto che ci circonda?”

Questo purtroppo noi architetti lo sappiamo bene. Noi che siamo abituati a sopportare schiere di villette a schiera abusivamente e anonimamente schierate a deturpare il paesaggio italiano. Schiere di case anonime e geometricamente (nel senso del geometra) edificate; passivamente accettate dal luogo comune popolare ed intellettuale, in quanto non disturbanti e paesaggisticamente invisibili. Brutta o bella che sia l’importante è che la nuova costruzione non denunci in maniera troppo visibile la sua modernità, il suo essere semplicemente un prodotto dei nostri giorni; mentre l’antico è sentito come automaticamente bello e perciò acriticamente accettato.

Peggio ancora vediamo passare nella completa indifferenza tutto ciò che evita semplicemente di avere la benché minima valenza estetica o culturale.

L’architettura contemporanea è un paio di pantaloni da vestire; chi si sognerebbe oggi di andare vestito in calzamaglia, se non fosse per un ballo in maschera? Non preferiremmo tutti un buon paio di comodi jeans per il quale il vero problema deve essere individuare il modello e la taglia giuste?

Personalmente preferisco un’architettura che mi calzi a pennello.

Francesco Bonami @ Wikipedia - Rai.it - lafeltrinelli.it