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London Design Festival

11 dicembre 2018

Il London Design Festival è celebrazione annuale di tutto ciò che riguarda il design, un festival la cui missione è dimostrare che Londra è la capitale mondiale del design!

 

Londra a Settembre, ogni anno dal 2007, per ben 9 giorni, ha un suo Festival del Design (LDF)

 

Il programma è composto da installazioni, mostre, seminari la maggioranza di essi gratuiti e aventi come protagonisti designers e artisti, aziende, organizzazioni e nazioni.

Il design in tempi insospettabili ha creato soluzioni alle molteplici sfide che ci siamo trovati ad affrontare ed ora c’è bisogno ancora delle abilità e del pensiero innovativo che i designer sanno offrire

Questo Festival è pensato dai suoi organizzatori come un’opportunità unica per scoprire ciò che la comunità internazionale del design sta producendo o ancora sviluppando.

Oltre a poter navigare sul sito è possibile sfogliare la guida cartacea completamente gratuita data in distribuzione presso i principali luoghi espositivi. Come sempre ho cercato di esplorare esempi delle diverse tipologie di evento in modo da avere un’idea completa del festival. Di seguito una pIù dettagliata descrizione al fine di far conoscere una manifestazione che non è solo per addetti ai lavori ma che apre per tutti un mondo di riflessioni sui più disparati argomenti.

 

  • Informazioni Storiche

Fondazione:

Sir John Sorrell e Ben Evans nel 2003 vollero creare un evento per promuovere la creatività della città, attirando pensatori, professionisti, rivenditori e educatori del paese.

Frequenza:

Annuale

Tema 2018:

Gli Stati Emozionali

 

  • Informazioni Utili

Posizione principale:

Il Victoria & Albert Museum è la residenza ufficiale e il fulcro del Festival

Altri luoghi:

11 Distretti del Design (aree della città) partecipano al Festival (es. Bankside, Clerkenwell, Fitzrovia, Marylebone, Mayfair, Regent St e St James, Shoreditch)

4 Rotte del Design

Numeri:

Oltre 450.000 persone da oltre 75 paesi

Circa 400 eventi e mostre organizzati da oltre 300 organizzazioni

Oltre 2.000 aziende internazionali di design

Premi:

Una giuria composta da designer affermati, commentatori del settore e vincitori precedenti sceglie i destinatari della La Celebrazione del Design in Terra Britannica in quattro categorie. Le categorie della London Design Medal

includono:

  • Panerai London Design Medal
  • Medaglia di innovazione del design
  • Medaglia dei talenti emergenti
  • Medaglia di realizzazione a vita

 

  • Organizzazione

Il festival è così suddiviso:

  • London Design Biennale
  • Progetti di riferimento
  • Al Victoria and Albert Museum
  • 100% Design
  • Decorex international
  • Design Junction
  • Focus/18
  • London Design Fair

 

  • Tipi Di Evento (Esempi)
  • Progetti di riferimento
  • Multiply. Waugh Thistleton Architects e ARUP hanno collaborato con il Consiglio di Esportazione di Latifoglie Americane per creare una installazione modulare interattiva che sensibilizza sia sul bisogno di case che sui cambiamenti climatici.
  • Al V&A Museum

Principali

Henrik Vibskow ha creato una struttura luminosa e dinamica fatta di pennelli colorati e “cipolle” di tessuto rosso per creare una forte impressione tattile.

·       Dazzle.

Lo studio Pentagram si è ispirato a un tipo di camouflage sperimentale usato durante la Prima Guerra Mondiale sulle superfici delle navi per confondere il nemico.

Installazioni

Studenti, designer industriali, architetti, urbanisti, artisti, programmatori e il vasto pubblico sono stati chiamati a unire, reimmaginare, violare e hackerare brevetti esistenti su Amazon che sono un sistema chiuso. Soprattutto, le presentazioni sono incoraggiate a pensare a interventi radicali che sfidano l’essenza di Amazon, considerando il ruolo sociale che la tecnologia potrebbe potenzialmente in qualsiasi futuro.

  • Conversazioni, dibattiti e laboratory
  • Destinazioni del Design
  • Distretti del Design
  • Rotte del Design
  • Al Centro
  • A Est
  • A Ovest
  • Portobello Pavilion.

Il curatore Tim Burke questo come uno spazio culturale temporaneo che ospita laboratori e dibattiti.

·       Colour Transfer.

L’artista Liz West ha creato una radiante scultura che copre la parte inferiore del viadotto per sperimentare l’impatto positivo del colore e della luce.

  • A Nord
  • A Sud

Il Festival del design di Londra del 2018 è stata un’occasione per celebrare ulteriormente la creatività e l’innovazione della Capitale UK che continua ad attrarre le migliori aziende e talenti da tutto il mondo a dimostrazione che è aperta al design e a qualsivoglia input dai creativi di tutti i ceti sociali. A dispetto della delicata situazione politica, quindi, Londra rimane inevitabilmente un fulcro attorno a cui continuano a ruotare, attraverso tutti i campi del design, da quello degli ambienti e degli spazi, a quello del prodotto e della comunicazione, le più disparate culture, compreso il design sociale.

Architettura gassosa, un dibattito effervescente all’interno della Biennale

22 novembre 2018

Si è svolto all’interno della Biennale di Architettura di Venezia il workshop “Architettura gassosa”, un evento che fa parte del progetto “Becoming” ideato dalla curatrice Axtu Aman all’interno del Padiglione di Spagna. All’interno di questo progetto “Amate l’Architettura” ha dato il suo sostegno all’iniziativa, per le tematiche innovative presentate che costituiscono un nuovo impulso e arricchimento al dibattito architettonico contemporaneo.  Il laboratorio aperto a tutti, è stato organizzato in collaborazione con lo IUAV di Venezia e con La Universidad de Arquitectura de Xalapa (Veracruz, Messico).

Si tratta di una progetto teorico di Emanuele Lo Giudice sugli orientamenti futuri dell’architettura, in linea con le trasformazioni della società contemporanea e delle sue nuove forme di vita, di lavoro, di relazione e le dinamiche sociali in atto indotte dalla rivoluzione dei sistemi di comunicazione e connessione globale: si potrebbe dire “l’architettura ai tempi del digitale”.

Nella stessa maniera in cui sono cambiate le modalità di relazionarsi passando da una modalità solida (sistema di relazioni regolate da una struttura sociale gerarchica rigida) a una modalità liquida (relazioni rese fluide da una società orientata non più secondo una struttura una ma secondo dinamiche economiche e di mercato), siamo ora giunti ad una modalità gassosa, nella quale la contemporaneità delle connessioni e delle comunicazioni, la sincronicità degli eventi resa possibile dalle connessioni digitali, ha fatto esplodere i legami, creando un sistema complesso di reti intersecanti, attraverso le quali la comunicazione viaggia trasversalmente seguendo un percorso non più lineare ma caotico, che può essere assimilato al moto disordinato delle particelle di un gas.L’architettura, che per sua natura prende forma dai legami sociali e dalle sue dinamiche, si configura non più come un sistema più o meno ordinato secondo leggi di composizione o scomposizione e radicato in un luogo preciso, ma si frammenta come un insieme di elementi funzionali ed esplode proiettandosi in diverse possibilità di collocazione: viene superata quindi la relazione fra luogo ed edificio che ha sempre caratterizzato l’architettura.

In questo lavoro teorico Emanuele Lo Giudice ipotizza nuovi scenari architettonici che si prefigurano immaginando uno dei futuri possibili ed il workshop si è posto come esplorazione delle nuove dinamiche, partendo dall’ambito circoscritto di un frammento di museo gassoso. Il museo oggi infatti, è una delle tipologie architettoniche più rappresentative del vivere contemporaneo, luogo di aggregazione ed incontro di flussi di persone, scambio di informazioni, fruizione di spazi che cambiano e contengono oggetti e temi diversi.

Creare un allestimento di un prodotto artistico secondo un’idea gassosa diventa un mezzo di analisi e penetrazione di una nuova modalità di costruire un museo, uscendo dalla concezione classica di spazio espositivo statico per entrare in una visione dinamica, dove gli allestimenti viaggiano nel mondo insieme agli spazi che li contengono, non più come oggetti contenuti in un contenitore, ma come un’unità espositiva autonoma costituita da spazio-oggetto. Attualmente il museo risulta un sistema di aggregazione di spazi secondo una data configurazione e secondo legami che tengono unite e collegano le parti, nel museo gassoso i legami non sono più statici e definiti una volta per tutte, ma temporanei e modificabili nel tempo, gli elementi che lo costituiscono possono essere scomposti e ricomposti secondo un nuovo ordine, essere spostati in
un altro posto e prendere una nuova configurazione, si potrebbe parlare di cellule espositive che viaggiano insieme alle mostre in luoghi e tempi diversi.

La domanda che ha contrassegnato il laboratorio di Venezia è riferita a come va concepito e come si configura un allestimento all’interno di un museo gassoso, questa domanda non poteva essere posta solamente agli architetti, ma andava a coinvolgere un insieme eterogeneo di competenze che ruotano intorno al tema: prima di tutto gli artisti stessi e poi altre figure come direttori di musei, esperti in semiotica…..ecc.

Il workshop quindi è stato concepito seguendo due impostazioni parallele: da un lato il dibattito teorico degli esperti chiamati ad argomentare sul tema e dall’altro un laboratorio costituito da un insieme di tavoli di lavoro guidati da un artista che proponeva un’opera o processo creativo, di cui un gruppo di studenti doveva immaginare l’allestimento, affiancati da un tutor-architetto (fra cui la sottoscritta membro di Amate l’Architettura), con il compito di sostenere e seguire lo sviluppo del tema.

Fra gli intervenuti nel dibattito: Giorgio De Finis, direttore artistico del Macro di Roma, Maria Rosa Jijon, attivista e segretario culturale dell’IILA (Istituto Italo Latino Americano), Agostino De Rosa, architetto e docente presso lo IUAV di Venezia, Tiziana Migliore, docente di semiotica presso l’Università di Tor Vergata di Roma, Renato Bocchi, architetto e docente presso lo IUAV di Venezia

Fra gli artisti che hanno condotto i laboratori: Massimo Mazzone, scultore e docente presso l’Accademia di Brera di Milano, Clemencia Labin, artista visuale venezuelana, Daniele Scarpa Kos, artista veneziano e Eleonora Gugliotta, giovane performer milanese.

Fra gli attori del dibattito, ritengo che sia stato particolarmente interessante, al fine di individuare le tendenze attuali nella gestione e configurazione dell’idea di museo contemporaneo, l’intervento di Giorgio De Finis, in qualità di direttore artistico del Macro, dove sta conducendo un esperimento di “Museo Asilo”, ovvero di museo contenitore indifferenziato e omni-accogliente della produzione artistica del presente. Questa esperienza si colloca all’interno di una concezione di museo aperto o museo contenitore neutro, che si propone di rappresentare attraverso l’abbandono di ogni intenzione interpretativa, uno spaccato dell’arte in progress. Questa idea di museo si configura molto vicina all’idea di museo gassoso, che perde le caratteristiche di monumento stabile e diventa un processo dinamico in grado di seguire le trasformazioni ed evoluzioni del modo di fare museo.

Altro contributo particolarmente pertinente è stato quello di Maria Rosa Jijon, che come promotrice culturale, ha descritto un progetto attualmente in corso in Sud America di “Museo Nomada”, cioè di museo senza museo, di un insieme di opere senza contenitore e quindi in grado di spostarsi ed essere ospitate in qualsiasi sede dislocata in qualsiasi posto, quindi la frantumazione del concetto di museo e la sua scomposizione in diverse realtà contemporanee.

Nei tavoli di lavoro del laboratorio sono stati elaborati diversi tipi di allestimento, dall’idea di Clemencia Labin di creare un ambito dedicato ad ospitare un quadro vivente, tipico della sua colorata e folklorica produzione vicina alla santeria sud americana, al processo creativo proposto da Daniele Scarpa Kos, come scomposizione e ricomposizione di tale processo in uno spazio pensato per far vivere al fruitore un frammento della creazione di un’opera.

La conclusione del workshop, che si è inevitabilmente configurato anche lui stesso come gassoso, apre la parola a nuovi scenari di interpretazione e ha rappresentato una piccola o grande provocazione che si propone di riattivare la capacità di immaginare il futuro come esercizio di pensiero.

L’evento è stato patrocinato da: “Amate l’Architettura” che ha contribuito anche in modo attivo con la partecipazione di alcuni membri dell’associazione; IUAV di Venezia, Ambasciata del Messico; Ambasciata Spagnola; Istituto Cervantes; Università di Architettura di Xalapa (Vera Cruz – Messico); Ordine degli Architetti di Roma; Ordine degli Architetti di Venezia.

 

Foto: Emmanuele Lo Giudice e Elena Padovani

Editing: Daniela Maruotti

Becoming/Arquitectura gaseosa – un workshop alla Biennale

18 ottobre 2018

Emmanuele Lo Giudice, per la Biennale di Architettura di Venezia del 2018, ha concepito un workshop come evento collaterale del progetto becoming del Padiglione Spagna nei Giardini della Biennale di Venezia. Amate l’Architettura sostiene questa iniziativa nella quale ci sarà una partecipazione attiva di alcuni membri del Movimento.

Con il progetto becoming, presentato dalla curatrice Atxu Amann per la 16a Biennale di Architettura di Venezia, lo spazio del padiglione spagnolo non è più una semplice area espositiva, ma si trasforma in un luogo di sperimentazione, uno spazio vitale, sede di processi e di riflessioni sul modo di pensare e fare architettura.

Il workshop becoming – arquitectura gaseosa si presenta come un momento di analisi e approfondimento delle tematiche del padiglione spagnolo, rielaborate sotto forma di laboratorio didattico. Punto focale del laboratorio è la “costruzione” di una vitale essenza processuale attraverso cui raccontare, fare e pensare l’architettura.

Il workshop analizza l’idea di un’architettura gassosa, un progetto teorico di Emmanuele Lo Giudice, che si propone come strumento operativo per una possibile interpretazione architettonica delle varie trasformazioni che la società contemporanea sta vivendo in questi ultimi anni. Il programma dell’architettura gassosa non segue un progetto predefinito, ma prevede l’idea di un’architettura immanente, non più legata ad una ricerca puramente formale, ma alle proprietà che la caratterizzano.

Il tema che si analizzerà nel workshop è il museo, per mezzo del quale si affronteranno alcune tematiche ritenute peculiari per l’architettura contemporanea. Il museo gassoso è uno spazio architettonico interattivo, aperto, che si adatta a qualsiasi situazione, che costruisce un sistema di relazioni privo di gerarchia, cosmopolita, narrativo, indipendente, sociale, ludico, atmosferico, sostenibile, in rete, critico, politico, ecc.

Questo museo sarà il risultato del dialogo tra artisti, architetti, studenti e professionisti di varie nazionalità che lavoreranno insieme alla definizione di questo ipotetico museo, la cui proprietà principale è data dalla relazione che esiste tra l’opera d’arte che si espone e lo spazio che la accoglie.

I partecipanti saranno suddivisi in gruppi, ognuno dei quali avrà un artista di riferimento con cui progetteranno un dispositivo espositivo pensato appositamente per una o più opere dell’artista designato.

L’obiettivo del workshop è di creare l’hardware necessario a una nuova visione di sviluppo urbano dove le forze creative del territorio messe a sistema possano dare vita ad un innovativo progetto culturale.

500 eventi e un mese di architettura a Londra, un festival che diverte e fa riflettere!

13 settembre 2018

Anche quest’anno si è svolto a Londra, per tutto Giugno, il Festival Dell’architettura (FDA) https://www.londonfestivalofarchitecture.org/ , arrivato alla sua 11a edizione.

Oltre 500 eventi si sono svolti per tutta la città, la maggioranza di essi gratuiti e aventi per tema l’identità http://designstudioarchitects.co.uk/what-is-architectural-identity-part-i/.

Il maggiore festival di architettura annuale del mondo ha  avuto circa 500 mila partecipanti che si sono divisi tra mostre e installazioni, conferenze e dibattiti, studi aperti, tour, attività familiari, proiezioni di film, spettacoli per studenti e serate di architettura sull’importanza dell’architettura e del design a Londra oggi.

L’architettura  https://www.archdaily.com/773971/architecture-is-121-definitions-of-architecture “è  l’arte e la scienza di assicurarsi che le nostre città e edifici in realtà si adattino al modo in cui vogliamo vivere le nostre vite”. Si dice che una buona pianificazione e architettura dovrebbero permettere alle persone di prosperare, di imprimere il proprio carattere nel loro vicinato. Non dovrebbe controllare, definire o imporre determinati stili di vita.

Dopo aver navigato adeguatamente sul sito e studiato le tante opzioni a disposizione, ho cercato di visitare eventi di diverse tipologie, in modo da avere un’idea d’assieme del festival. Di seguito ho cercato di fornirne una dettagliata descrizione al fine di divulgare una manifestazione che, per quanto possa sembrare ludica e di nicchia, è un momento culturale importante per la comprensione delle tendenze in architettura e dei vincoli sociali, storici, politici che sono alla sua base.

  • Informazioni Storiche

Fondazione:

Peter Murray https://www.petermurraylondon.com/about.html

 

Frequenza:

Nato nel 2004 come biennale, visto l’enorme successo, il festival ha dal 2012 una frequenza annuale

 

Temi:

  • 2004 – Gentrificazione e Rigenerazione https://www.che-fare.com/percorso/rigenerazione-urbana/
  • 2006 – Cambiamento (transitorietà e coerenza, paesaggio rurale e urbano)
  • 2008 – FRESCO (pensieri freschi, idee fresche, talento fresco, collaborazioni e culture fresche come possibilità future)
  • 2010 – La Citta’ Accogliente (esplorare tre aree chiave di Londra)
  • 2012 – La Citta’ Giocosa (come i Giochi Olimpici stavano cambiando la città) https://www.dezeen.com/tag/london-2012-olympic-architecture/
  • 2013 – Un Tempo Per L’architettura (focalizzarsi sull’intera città)
  • 2014 – Capitale (esplorare i punti di riferimento dell’architettura storica e moderna della città)
  • 2015 – Work In Progress (uno sguardo al futuro di una città in costante stato di cambiamento e rigenerazione)
  • 2016 – Comunita’ (in concomitanza col referendum sulla Brexit)
  • 2017 – Memoria (di persone, edifici, luoghi e esperienze)
  • 2018 – Identità

 

  • Informazioni Utili

Posizione:

L’ubicazione del festival è “trasversale alla città” e riguarda soprattutto le zone centrali ma anche le periferie.

Media Partner Ufficiali:

The Architects’ Journal, Dezeen

 

  • Organizzazione

Il festival è suddiviso in tre categorie principali:

  • Punti salienti
  • Nucleo
  • Frangia

 

I 6 architetti finalisti del concorso di design per migliorare un triangolo pedonale fuori dalla stazione di London Bridge spiegano le loro idee di progetto. Lo scopo del concorso di design è quello di migliorare esteticamente lo spazio fuori dalla London Bridge Station e anche migliorare il wayfinding in quest’area in cui può essere difficile muoversi. Lo scopo dell’evento è di ascoltare ciò che la comunità locale pensa dei progetti e  ciò che pensa sia importante migliorare nel panorama stradale.

  • Passeggiate e tour

Il Festival dell’architettura di Londra del 2018  è stata un’occasione per sottolineare la sua storia frammentata, fatta da  gruppi culturali distinti, ma con un’identità collettiva (di persone, edifici, luoghi ed esperienze). La sua storia è viva ovunque: dal muro romano della City ai vecchi toponimi e al modello di strada medievale ,sempre della City, alle influenze di secoli di immigrazione e multiculturalità. Il risultato è una bellissima e peculiare fusione. Questo potrebbe essere un monito ed un esempio per l’Italia dove l’identità storica e culturale del passato è molto forte e coerente ma dove non si può dire lo stesso del presente. Con l’aiuto degli architetti si potrebbe pensare di facilitare l’integrazione dei nuovi gruppi di emigrati la cui presenza è ormai ineludibile consolidata.

 

Photo: Vita Cofano
Editing: Daniela Maruotti

Se crolla un tetto è perché fa acqua il sistema.

1 settembre 2018

Quando crolla un manufatto, in Italia, specie se importante, è prassi ricorrere ad una liturgia ormai ben canonizzata.

Il primo passo è mosso da chi ha eseguito i lavori, l’appaltatore e/o il committente, che dichiara che è stato eseguito regolarmente tutto quanto era previsto dall’appalto/contratto/convenzione.

Il secondo passo, che con un linguaggio contemporaneo potremmo nominarlo “disclaimer”, consiste nel dichiarare che il crollo è dovuto a parti che era difficile/impossibile diagnosticare.

In alcuni casi, quando non si ha timore di spararla grossa ci si appella a difetti di progettazione, come è accaduto per il crollo del ponte Morandi, che è durato – con i suoi difetti di progettazione – esattamente 50 anni, con un utilizzo indiscriminato.

Questa premessa, necessaria, ci apre ad alcune considerazioni a caldo che vorremmo fare con i nostri lettori circa il crollo del tetto della chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami, a Roma.

Ovviamente nulla è possibile sapere delle dinamiche del crollo, non abbiamo documentazione puntuale dei lavori svolti, perciò l’unica cosa che possiamo fare è mettere in ordine una serie di dati che abbiamo raccolto.

1) L’oggetto dell’appalto dichiarato sul sito della Progetto BEMA srls, la società incaricata della progettazione, era di restauro restauro conservativo della chiesa di S. Giuseppe dei falegnami, comprensivo di rilievo scientifico, progetto di restauro e coordinamento della sicurezza, per un importo di circa € 748.000. Si sta parlando, visti i termini dichiarati, di un restauro completo, non parziale. Gli stessi disegni presenti sul sito della società riproducono un rilievo completo della chiesa.

2) L’impresa esecutrice che ha eseguito il restauro è la Aspera s.p.a., una impresa già al centro di violentissime polemiche perché è la stessa impresa – guardacaso – che ha eseguito il restauro delle facciate del Colosseo, uno dei peggiori restauri possibili a detta di molti esperti (tranne la sovrintendente Maria Rosa Barbera) eseguito sul bene culturale più iconico italiano, per le tecniche invasive utilizzate e per il risultato estremamente disomogeneo della pulitura delle polveri e incrostazioni dalle facciate.

3) La stessa impresa appaltante è una una società che si avvale di una SOA (società organismo di attestazione –ASPERA_SOA ) OG2 (una SOA generale di lavori edili su edifici storici) ma non ha SOA specialistiche (OS2) sul restauro, requisiti che dovrebbero essere a base di gara per monumenti di tal fatta (il Colosseo!) ma che, a quanto pare, non sembravano necessari ha chi ha bandito le gare d’appalto: il Mibact per il Colosseo e il Vicariato di Roma, sotto la supervisione del Ministero, per S. Giuseppe dei falegnami. La Aspera s.p.a. ha condotto una politica aggressiva di acquisizioni di altre società per attestarsi in una posizione dominante nel settore ma al contempo sta schivando le responsabilità connesse alle acquisizioni e alle esecuzioni dei lavori.

4) “la trave che ha ceduto era inaccessibile” si è affrettato a dichiarare il MIBACT. “Il lavoro era ben fatto”. E’ la dichiarazione che lascia le maggiori perplessità, specie se fatta da chi rivestiva il ruolo di controllore.
In un restauro completo di un tetto, come ci mostra una foto presa dal sito della Progetto BEMA, il lavoro avviene dall’alto, ovvero rimuovendo le tegole e i correnti a sostegno del tetto. Le capriate rimangono libere (e perciò visibili) e anche le catene di queste, lignee o metalliche, sono accessibili rimuovendo il palancato ligneo visibile nella foto sottostante (presa dal sito della BEMA).


Nei casi di un restauro di un tetto, in genere si monta un tetto provvisorio, specie quando rimuovendo un tetto si lascia senza riparo un controsoffitto di pregio, proprio per avere tempo di effettuare una diagnostica più approfondita, soprattutto quando non è possibile eseguirla prima di smontare il tetto stesso. Nella foto riprodotta qui sotto (presa dal sito della BEMA) questo tetto provvisorio non c’è. Indice che nel restauro c’era la volontà di correre e non di approfondire. Forse non è un caso che la Direzione dei Lavori, che dovrebbe essere sempre terza in un opera, sia stata affidata all’Ufficio Tecnico del Vicariato. E’ il caso di committente che dirige i suoi lavori.

5) Il restauro della chiesa è stato finito nel 2015. Un tetto rifatto da tre anni non può crollare per fatalità. Colpisce il fatto che sia crollato estesamente nella sua parte centrale, come se ci fosse stata una reazione a catena tra le capriate

6) Sia nel caso del ponte Morandi, come nel caso del Colosseo e della chiesa di S. Giuseppe, c’è un rapporto tra istituzione pubblica, che può essere solo supervisore o committente, a seconda dei casi, e privato (Autostrade s.p.a., Della Valle, Vicariato) che non funziona. In questi tre esempi la pubblica amministrazione non ha controllato/appaltato a dovere, con i risultati che si sono visti.

Dobbiamo chiederci perché.

Forse potremmo azzardare alcune ipotesi:
a) le strutture pubbliche e i loro uffici tecnici negli ultimi venti anni sono stati impoveriti di risorse, di competenze tecniche, di snellezza decisionale;
b) le strutture pubbliche, per esempio le sovrintendenze, sono state caricate inutilmente di gravami burocratici su questioni di infima importanza: avete mai provato voi a modificare il finestrino di una soffitta, non visibile dalla strada, in centro storico di Roma? Avete mai provato a rendere conforme la preesistenza (come chiede la legge) di un appartamento nel centro storico di Roma per poterlo vendere? Se vi fate una passeggiata a via di S. Michele 17 a Roma, sede della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Roma, nell’unica mattina di apertura della settimana (cogli l’attimo!), potrete vedere eroici funzionari questionare di pratiche di tutti i generi, anche di infimo ordine, dietro scrivanie sommerse di pratiche e altrettanto eroici architetti e tecnici vari aspettare, in piedi, per ore, da ben prima delle 8 di mattina, per potere essere ricevuti.

Dunque se le risorse sono poche e la cavillosità della legge è elevatissima, non potremmo stabilire una priorità dell’attenzione degli interventi, semplificando quelli di ordine minore?

Dunque ecco le tracce di riflessione per chi vuole comprendere come migliorare le cose:

  1. Nonostante i codici degli appalti continuamente rivisti in questi anni, la selezione di chi deve operare non funziona. Il sospetto è che non ci sia volontà di applicare correttamente i criteri selettivi.
  2. La pubblica amministrazione ha fallito nella sua funzione di controllo e committenza; mentre 30 anni fa era più efficiente. Segno che nel frattempo è avvenuto qualcosa a cui bisogna porre riparo.
  3. Gli adempimenti burocratici sono cresciuti a dismisura negli ultimi venti anni mentre l’efficienza dei controlli e la qualità delle opere è diminuita. E’ segno che la qualità non risiede nella ipertrofia burocratica, che tra l’altro è una delle maggiori cause dell’immobilismo del paese. Anche a questo andrebbe posto riparo.

Dato che è passato un po’ di tempo, vi riportiamo qui sotto i link di alcuni articoli di critica ai lavori del Colosseo, buona lettura.
Il Giornale dell’Arte
Arte Magazine
Il Fatto Quotidiano
Il Corriere della Sera – Roma
Il Manifesto

Infine, riportiamo la lettera aperta scritta dall’Associazione senza scopo di lucro “Restauratori senza frontiere”, in occasione dei restauri del Colosseo, che, magari di parte, dà tuttavia uno spaccato impietoso sulla qualità e le modalità di affidamento dei lavori di restauro del Colosseo.

 

VENGONO PRIMA I MONUMENTI O LE PERSONE?

Con Amate l’Architettura abbiamo seguito con apprensione, dolore e sgomento, fin dalle prime ore, la tragedia del crollo del ponte Morandi.

Abbiamo scelto di tenere un profilo basso, condividendo articoli di approfondimento di altri, che hanno svolto, secondo le loro rispettive competenze, approfondimenti sulle dinamiche del disastro, della gestione delle infrastrutture e sulle (mancate) politiche dei trasporti in Italia.

Nel frattempo molti uomini di cultura e tecnici, anche stranieri, hanno condiviso delle riflessioni e promosso delle iniziative, delle petizioni o si sono resi disponibili a progettare il ponte. Ultima in ordine cronologico l’offerta del progetto da parte di Renzo Piano.

Lasciata decantare la reazione emotiva, vogliamo anche noi dare un contributo, una riflessione, che nasca da questo evento ma che possa avere un respiro più generale.

La prima, fondamentale domanda a cui dobbiamo rispondere è: ripariamo il vecchio ponte o ne costruiamo uno nuovo?

Il ponte Morandi ha innumerevoli estimatori (anche noi ne riconosciamo il valore) che vorrebbero, prima di demolirlo, che venisse fatta una valutazione costi-benefici sulla possibilità di riparare/consolidare il manufatto esistente o di sostituirlo con una nuova opera.

Ebbene è bene sgombrare il campo da ogni illusione: una valutazione del genere sarebbe  correttissima sotto un profilo teorico ma deleteria alla visione realistica dei fatti.

Una valutazione costi-benefici dovrebbe valutare la convenienza del mantenimento dell’opera originale (con gli opportuni correttivi) sotto punto di vista estetico, simbolico, ecosistemico, viabilistico, strutturale ed economico oppure indicare le soluzioni alternative.

Tutto molto bello e, appunto, corretto, sotto un profilo procedurale. Ma valutiamo la proposta secondo la normativa vigente: chi valuta tutto ciò? E in quanto tempo?

A spanne servono 5 sottocommissioni (architettonica/ambientale/viabilistica/economica/strutturale) ciascuna con contenente specialisti in vari campi, e con un coordinamento a monte. Ciascuna commissione, secondo la logica che vige in questo paese, avrà potere di veto sulle decisioni da prendere o, nella migliore delle ipotesi richiederà un tempo congruo, ovvero lungo, per potere esprimere un parere sufficientemente ponderato.

Dobbiamo inoltre tenere conto che il Il 10 maggio 2018 è stato pubblicato il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che, ai sensi dell’articolo 22 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 (il codice degli appalti), stabilisce l’obbligo del dibattito pubblico (una traduzione letterale dal francese) per opere sopra la soglia dei 500 milioni, soglia che tra annessi e connessi (le demolizioni delle abitazioni tra le ipotesi possibili) potrebbe essere superata.

Abbiamo sotto gli occhi i drammatici esempi della ricostruzione post-terremoto di Amatrice, dove in quasi due anni abbiamo dato avvio a circa il 10% dei lavori o, localmente, l’esempio dei tempi infiniti per la gestazione della Gronda di Genova , la variante mai nata della A 10.

Aggiungiamo anche  che chi propone il retrofitting del ponte non tiene conto che la struttura si è dimostrata insufficiente e andrà ricalcolata con il risultato di un ponte comunque diverso da quello progettato da Morandi. Il ponte ricostruito sarà perciò un falso o un’opera diversa dall’originale.

Dunque, teniamo i piedi per terra, tenendo conto che c’è non solo una città in ginocchio, perché tagliata in due, ma tutto il collegamento nazionale con la Francia del traffico proveniente dal settore costiero occidentale e dal centro-sud Italia, abbiamo – purtroppo- una reale situazione d’emergenza, perché ogni giorno che passa c’è una città, una regione e una buona parte del paese che perde molto molto denaro.

Come è stato espresso da uno di noi, nel dibattito interno al nostro gruppo, preventivo a questo articolo, dobbiamo prendere atto che “il ponte è stato bombardato (da una guerra invisibile) e che dobbiamo agire come in guerra, ripristinando immediatamente una funzionalità vitale per il paese”.

Dunque stando così le cose, le soluzioni possibili si restringono drasticamente a due:
1) si opera la demolizione del ponte attuale e la ricostruzione di un nuovo ponte (previa una valutazione tecnica riguardante il mantenimento o l’abbattimento delle abitazioni sottostanti il ponte, su cui noi non ci soffermeremo perché non abbiamo elementi sufficienti per giudicare) con un affidamento a Società Autostrade – che ha dichiarato di avere già un progetto pronto – o ad altri (è un problema politico ed amministrativo in cui anche qui non ci addentreremo);
2) la rimessa in pristino temporanea del ponte attuale (se tecnicamente è possibile), con imposti limiti d’uso e con l’obbiettivo di farlo durare il tempo di realizzazione della Gronda di Genova, la variante della A10 già citata. Raggiunto questo obiettivo si potrà dare seguito ad un concorso internazionale per la proposta di un nuovo ponte, che possa rivaleggiare con il precedente.

Con queste sue soluzioni le tipologie delle valutazioni si limiterebbero a due: la fattibilità tecnica e l’impatto economico. In quest’ultimo andrà valutata da una parte il costo di una sola demolizione e nuova costruzione del ponte e, soprattutto il tempo di realizzazione (non i 5 mesi contrabbandati da Società Autostrade, ma più realisticamente tra i due e i tre anni – secondo eminenti progettisti (e con procedure d’urgenza, aggiungiamo noi), dall’altra il costo di una ricostruzione prima (questa si di pochi mesi) e di una successiva demolizione e ricostruzione dopo, a Gronda funzionante.

Ancora durante il nostro dibattito interno una collega si è chiesta perché non fare realizzare un ponte temporaneo dal genio militare. L’idea sarebbe magnifica ed emblematica per un paese “in guerra” (con le istituzioni, con la gestione della cosa pubblica, con le vessazioni quotidiane inflitte alla gente comune e a noi tecnici) ma, probabilmente irrealizzabile a causa dell’altezza e della campata.

Nel corso dei 10 anni di vita del nostro Movimento ci siamo battuti incessantemente per la valorizzazione della buona Architettura (soprattutto contemporanea), per i concorsi di progettazione, per la qualità dell’ambiente urbano. Abbiamo sempre combattuto l’emergenza, la precarietà la mediocrità a cui si è adagiato il nostro paese, perciò scriviamo queste righe con un profondo dolore, perché abbiamo preso atto che, in questo frangente, è difficile che si possa realizzare un’opera del livello del ponte Morandi, almeno in tempi brevi.

D’altra parte l’invito che rivolgiamo a tutti è quello di porsi la domanda che ci siamo posti noi: “vengono prima i monumenti o le persone?”.

(le due immagini che accompagnano l’articolo sono prese da Wikipedia e sono rispettivamente di:
Michele Ferraris – la prima
Phoenix7777 – la seconda)

 

In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti