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Via Giulia, le nostre disinformazioni sono utili alla comunità

Il Sindaco di Roma Alemanno fa marcia indietro sulla vicenda di via Giulia e annuncia che il Comune di Roma farà un concorso aperto a tutti per la riqualificazione dell’area (in tre anni di mandato sono stati annunciati svariati concorsi ma fatti zero).

Quindi dopo la penosa vicenda dell’incarico gratuito a i 7 Samurai, che non si può chiamare incarico ma “consultazione” altrimenti si mettono in difficoltà alcuni docenti a tempo pieno romani intoccabili, l’Amministrazione comunale rivede i suoi piani non si fa più l’appalto integrato come già previsto da tempo, ma un concorso.

Se all’annuncio del Sindaco seguiranno i fatti sarebbe una grande vittoria per l’architettura e per gli architetti romani, non si può continuare con questa logica dell’appalto integrato che è la tomba dell’architettura.

Alemanno ha dovuto rivedere i suoi piani dopo il polverone alzato da Amate l’Architettura che per prima ha sollevato il problema, inviando il 06 febbraio 2011 una lettera al Sindaco, facendo una raccolta di firme e innescando un meccanismo a catena di varie Associazioni e Comitati che portano avanti problematiche diverse come la realizzazione del parcheggio interrato su cui condividiamo le preoccupazioni e la ricostruzione filologica del tessuto di via Giulia che ci vede su posizioni diverse.

Naturalmente il merito di questo risultato è stato rivendicato fortemente dall’Ordine degli Architetti di Roma che si è disinteressato per mesi al problema non rispondendo alle nostre lettere e giudicandole come disinformazioni che fanno male alla comunità.

A giudicare dai fatti, possiamo dire che le disinformazioni qualche volta sono utili alla comunità.

Nel comunicato del Presidente dell’Ordine, che vi allego, potete vedere come la nostra Associazione è nominata più volte per aver sollevato per prima il problema o forse no, alla prossima disinformazione visto che funziona.

Un concorso per via Giulia - piazza della Moretta

Il Comune di Roma accoglie la proposta dell’Ordine degli Architetti di Roma

La scelta del progetto da realizzare per la riqualificazione di via Giulia e Piazza della Moretta avverrà tramite un concorso di progettazione aperto: il Comune di Roma ha infatti formalmente accolto la proposta avanzata dall’arch. Amedeo Schiattarella, Presidente dell’Ordine degli Architetti PPC di Roma.

A seguito di richiesta specifica dell’Ordine, l’Amministrazione Comunale ha anche chiarito che la consultazione di sette personalità italiane e straniere aveva come obiettivo quello di attivare un processo partecipativo il cui risultato farà emergere la preferenza dei cittadini su cosa fare nell’area.

Sulla base di questa indicazione, in base all’accordo, si procederà con un concorso di progettazione aperto.

“Si tratta di un nodo urbano di particolare importanza per il centro storico di Roma - ha dichiarato Amedeo Schiattarella - per il quale crediamo sia fondamentale procedere con un confronto concorsuale per giungere alla scelta di un progetto di qualità. Per questo, già da tempo, ci siamo attivati chiedendo al Comune di indire un concorso di progettazione aperto che conduca alla realizzazione dell’opera. Apprezziamo il fatto che l’Amministrazione abbia accolto positivamente questa proposta e dichiariamo la piena disponibilità dell’Ordine degli Architetti di Roma a supportare questa iniziativa.

L’utilizzo del concorso di progettazione quale strumento principale per promuovere la qualità delle trasformazioni del territorio e la trasparenza delle procedure è un fattore prioritario nella politica dell’Ordine di Roma. Questa occasione ci offre una ulteriore possibilità di dare concretezza a questa scelta.”

Via Giulia e i “7 Samurai”

A Roma gli Architetti lavorano gratis, la scoperta è stata fatta dal nostro Sindaco Alemanno, infatti per elaborare progetti sull’area della Moretta a via Giulia, ha pensato bene di incaricare 7 architetti a patto che lavorino gratis, i 7 Samurai hanno accettato senza battere ciglio, 5 di questi sono iscritti all’Ordine professionale di Roma.

Il Movimento “Amate l’Architettura” ha inviato una lettera aperta al Sindaco Alemanno, al Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma Amedeo Schiattarella e ai 5 Architetti romani chiedendo chiarimenti in merito all’incarico svolto.

Il Movimento esprime il proprio disappunto per le modalità con cui il Sindaco ha incaricato i 7 architetti, 4 dei quali non possono svolgere la libera professione perché docenti a tempo pieno. Si condanna il comportamento dei colleghi architetti che hanno lavorato gratuitamente, contravvenendo al Codice Deontologico. Noi riteniamo che questo comportamento sia da censurare perché in questi casi si dovrebbe rifiutare la propria prestazione professionale e si dovrebbe invocare il ricorso ad un concorso internazionale aperto a tutti, senza il filtro del fatturato, (non serve il fatturato per avere delle buone idee), dove  tutti i colleghi si possano confrontare senza alcuna preclusione.

Giulio Andreotti diceva: “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca“, allora noi ci chiediamo perché un professionista affermato dovrebbe perdere del tempo spendere dei soldi tra elaborati e plastici, impiegare i propri collaboratori per un lavoro dove non c’è compenso e dove non c’è un fine umanitario ?

Provate a chiedervelo e giudicate voi se vi sembra corretto il comportamento del Sindaco e degli Architetti interessati.

Si fa presente inoltre al Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma Architetto Amedeo Schiattarella che gli Architetti: Purini, Cordecschi, Aymonino e Rebecchini sono incompatibili con la libera professione, tale incompatibilità è stata confermata dal Consiglio di Stato (Sez.II pareri n.1074\1990, n.408\1992, n.1010\1994) e dall’Autorità di vigilanza sui Lavori Pubblici, con delibera 179 del 25.6.2002, in relazione agli incarichi per lavori pubblici.

E’ stata avviata una petizione on line per sottoscrivere la nostra lettera,

sottoscrivi anche tu !!!

segue la lettera

Spett.le Architetto Aldo Aymonino

Lungotevere De’ Cenci, 9

00186 Roma

seste.eng@studioseste.it - info@studioseste.it

fax: +39 06 899 28002

Spett.le Architetto Stefano Cordeschi

Via Garigliano, 72

00198 Roma

scordeschi@uniroma3.it

fax: +39 06 57332940

Spett.le Architetto Paolo Portoghesi

Via Morgi – Monte Menutello

01030 Calcata (Vt)

paoportoghesi@tin.it - paoporto@tim.it

fax 0761/596450

Spett.le Architetto Franco Purini

Via Tagliamento, 55

00198 Roma

franco.purini@virgilio.it - thermes@tin.it

fax 06 85355047

Spett.le Architetto Giuseppe Rebecchini

Via dei Banchi Nuovi, 39

00186 Roma

fax 06 6879152

e p.c.

Spett.le Presidente dell’Ordine degli Architetti P.P.C. di Roma e provincia

Architetto Amedeo Schiattarella

Piazza Manfredo Fanti, 47

00185 Roma

architettiroma@archiworld.it - presidente@architettiroma.it

fax 06 97604561

Egregio Signor Sindaco del Comune di Roma

On. Gianni Alemanno

Piazza del Campidoglio

00186 Roma

sindaco@comune.roma.it

Oggetto: chiarimenti in merito alle dichiarazioni del Sindaco Alemanno rilasciate il giorno 02 febbraio 2011 nell’ambito della presentazione delle proposte  per via Giulia.

Gentili architetti e colleghi, mercoledì 02 febbraio 2011, presso l’Ara Pacis, sono stati presentati i  progetti per riempire lo spazio vuoto di via Giulia, noto come l’area de la Moretta.

Il sindaco Gianni Alemanno ha chiuso il convegno affermando: ”sui progetti è previsto un ampio confronto con i cittadini, in questo caso sono stati coinvolti numerosi architetti che hanno presentato le loro idee gratuitamente; idee che saranno sottoposte poi a una consultazione popolare. Le proposte degli architetti e la consultazione popolare costituiranno la base per le linee guida alla gara che sarà fatta dal concessionario con criteri di trasparenza, per evitare qualsiasi errore operando su un bene unico come il centro storico di Roma

Se le affermazioni del Sindaco risultassero veritiere, sarebbe un grave danno per la dignità della professione di Architetto.

Prestare la propria professionalità gratuitamente serve a certificare, in una situazione nella quale non è configurabile il fine umanitario (perché non siamo un paese del terzo mondo), che il lavoro dell’Architetto non ha alcun valore, oltre  ad infrangere le norme  Deontologiche del nostro Ordine professionale, (Art.34 - l’iscritto deve evitare ogni forma di illecita concorrenza nei riguardi dei colleghi).

Quanto volte ci siamo sentiti dire dai nostri committenti: “archite’ ma che te devo pagà per sti quattro schizzi?”

In considerazione di ciò, invitiamo i colleghi a chiarire se davvero abbiano svolto il proprio lavoro in maniera gratuita e se il Presidente dell’Ordine ritenga corretto l’operato del Sindaco, ovvero la richiesta di prestazioni gratuite a 7 architetti, per poi far realizzare il tutto all’impresa con criteri di trasparenza tutti da dimostrare.

Noi crediamo che questo comportamento sia da censurare perché in questi casi si dovrebbe rifiutare la propria prestazione professionale e si dovrebbe invocare il ricorso ad un concorso internazionale aperto a tutti, senza il filtro del fatturato, (non serve il fatturato per avere delle buone idee), dove  tutti i colleghi si possano confrontare senza alcuna preclusione.

Infine ricordiamo che, a parte l’architetto Portoghesi che è professore emerito, tutti gli altri colleghi non sono iscritti presso l’albo degli Architetti ma nell’elenco speciale ex art.11 del D.P.R. 382/1980 in quanto Docenti a tempo e pertanto non possono svolgere la libera professione. Tale incompatibilità è stata confermata dal Consiglio di Stato (Sez.II pareri n.1074\1990, n.408\1992, n.1010\1994) e dall’Autorità di vigilanza sui Lavori Pubblici, con delibera 179 del 25.6.2002, in relazione agli incarichi per lavori pubblici.

Abbiamo inviato la presente per conoscenza al Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma, nella speranza che il Consiglio si occupi finalmente della questione, in caso contrario si potrebbe configurare  il reato di omissione di atti d’ufficio come prevede l’articolo 328 c.p., che sanziona il fatto causato da un pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, che rifiuta indebitamente un atto che per ragioni del suo ufficio deve essere compiuto.

Inoltre chiediamo sempre  al Presidente dell’Ordine se sia mai stato applicato l’art.14 del Codice Deontologico che prevede: Art.14 - L’iscritto dipendente o pubblico funzionario, cui sia consentito per legge o per contratto svolgere in via eccezionale atti di libera professione, fatte salve le specifiche condizioni di incompatibilità fissate dalle vigenti norme, deve preventivamente inviare a mezzo di raccomandata al proprio Ordine copia della necessaria autorizzazione ottenuta per ogni singolo incarico.

Se esiste una norma o si fa rispettare o si elimina.

Preghiamo infine il signor Sindaco di Roma di utilizzare gli strumenti idonei a progettare la città, nel rispetto della libera concorrenza, che non diano adito a meccanismi funzionali alle logiche di scambio, che tanto hanno già penalizzato la sua amministrazione.

In attesa di un vostro gentile riscontro, vi porgiamo cordiali saluti.

Roma 06/02/2011

“Amate l’Architettura”

Movimento per l’Architettura Contemporanea

www.amatelarchitettura.com

info@amatelarchitettura.com

In merito alla proposta di demolizione di Tor Bella Monaca

19 gennaio 2011

L’insistenza del Sindaco Alemanno a voler procedere con la demolizione di monumenti e parti di città da recuperare, e la sua ferma volontà di passare dalle parole ai fatti, colpisce soprattutto perché utilizza uno strumento, la demolizione appunto, che nelle intenzioni legislative dell’urbanistica nazionale, avrebbe dovuto costituire il principale strumento di lotta, non alla città regolarmente costruita, quanto all’abusivismo.

Premetto subito una cosa: l’idea di una città a misura d’uomo, con edifici di altezza limitata, fondata su un sistema di piazze e strade pedonali a me piace.

Punto!

Detto questo l’intero programma proposto dall’architetto Krier (scaricabile qui) è portatore di una serie di paradossi che vorrei provare ad evidenziare.

torbella-2

Primo paradosso:

densità abitativa e disponibilità dell’area.

Interventi come quello di Tor Bella Monaca possono essere pensati proprio perché questi quartieri obbedivano ai principi modernisti (Corbuseriani) di concentrare le abitazioni per liberare spazi aperti condivisi.

Così nell’immediato intorno di Tor Bella Monaca c’è ampia disponibilità di aree verdi; terreno vergine ancora da consumare.

Se Alemanno e l’architetto Krier possono ragionare su piani di recupero e sui livelli di densificazione della città è perché qualcuno, che loro oggi criticano aspramente, gli ha lasciato una enorme eredità di spazio e territorio (di proprietà pubblica si badi bene); quello spazio e territorio che loro si accingono a erodere consegnandolo a piene mani alla rendita privata.

Sarebbe interessante approfondire cosa risulterebbe dall’applicazione del metodo Alemanno ai quartieri limitrofi (quelli abusivi per intenderci).

Inoltre proprio all’ombra di questo paradosso si manifesta una piccola imprecisione, laddove si vuole sostenere che il nuovo quartiere sarà “meno denso”.

La cubatura complessiva passerà infatti da circa 2 a 3,5 milioni di mc (+175%); la popolazione da 28.000 a 44.000 (+157%); la SUL da 628.000 a 1.100.000 mq (+175%). Certo l’area complessiva urbanizzata è aumentata in maniera da annacquare il conto; porzioni di terreno che prima erano agricoli ora risultano residenziali e in questo modo si vuole far credere di avere reso la città meno densa. In realtà la superficie fondiaria complessiva passa da 1,7 a 2,4 milioni di mq (+140%). Il risultato è che per ogni abitante ci sarà meno territorio (da 62,6 a 55,6 mq per abitante: -11%); la stessa cosa se si guarda solo alle aree edificate che passeranno da 777.000 a 967.000 mq (+124%) riducendo la superficie per abitante da 27,7 a 21,9 mq per ab. Il conto non migliora se si guarda la SUL complessiva rispetto alle aree edificate (che come da progetto saranno molto compatte); qui si passa da un indice di fabbricazione pari a 0,8 a 1,37 mq/mq. (dalla relazione di presentazione)

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Secondo paradosso:

L’ossessione tradizional/classicistica e la mancanza di connessione del progetto con la realtà esistente.

Proprio non riesco a comprendere perché un programma di recupero urbano come quello proposto da Krier non possa avere uno stile e una immagine schiettamente contemporanea senza per questo pregiudicare il disegno urbano generale, o l’efficacia del programma di recupero.

Tutte le premesse e le considerazioni presentate e sostenute potrebbero, con la stessa forza e coerenza essere presentate modificando radicalmente lo stile e l’immagine delle architetture che si vorrebbero realizzare (anche al limite mantenendo l’impianto urbano generale). Lo dimostra il fatto che tra chi si è dichiarato favorevole all’idea di ricostruire Tor Bella Monaca vi siano personalità diverse (da Portoghesi a Fuksas), provocando la reazione snobistica del Gruppo di Salingaros. Evidentemente da’ fastidio scoprire di avere idee simili a quelle delle archistar. Ancora più fastidio darebbe scoprire che le città sono belle proprio per via della loro varietà e per la molteplicità delle sfaccettature che esse ci offrono.

Ritengo al contrario che se proprio procedere con la realizzazione di questo programma, esso risulterebbe notevolmente più ricco e interessante se si riuscisse a coinvolgere più architetti, facendo della molteplicità degli approcci culturali un motivo di miglioramento.

Ho in mente l’approccio urbanistico utilizzato per la ricostruzione di Berlino, per intenderci.

La sensazione è che l’ossessione di Krier e dei suoi sostenitori sia quella di giustificare il proprio approccio stilistico più per contrapposizione che per intrinseca validità.

Ovvero: “c’è bisogno di fare vedere al mondo dove sta il male per dare forza alle mie idee”. Per questo si tende a costruire realtà preconfezionate e analisi soggettive volte a presentare sempre il lato comodo della storia.

Si intuisce perché per portare avanti l’idea di città che piace a Krier, occorra prima di tutto individuare il moloch, il nemico da abbattere per intenderci.

In realtà Krier finisce per sostituire un atteggiamento illuministico con un altro, finendo con il commettere lo stesso errore ideologico contestato ai progettisti del quartiere: il progettista si sostituisce al committente e progetta senza entrare nel merito delle reali (e molteplici) vocazioni urbane che possono esprimersi dalla voce dei cittadini che abitano il quartiere.

28.000 persone con il loro vissuto e le loro esigenze sono stati già tagliati fuori da qualsiasi processo decisionale; gli si lascia la possibilità di accedere agli atti ma solo quando ormai tutto è già deciso e impostato.

Nessun approccio stilistico, per quanto illuminato, potrà mai restituire ai cittadini la molteplicità delle loro esistenze.

Terzo paradosso:

Roma è una città fondata sull’abuso!

Oltre che sull’abusivismo, diffuso e culturalmente radicato nella popolazione, anche sull’abuso legale e reiterato che le norme ipergarantiste italiane consentono alla rendita finanziaria di ottenere sul territorio ogni sorta di deroga e ridimensionamento.

Interi quartieri “spontanei” si affiancano a zone ad elevata frammentazione costituite da palazzine di 4/5 piani sorti in deroga ai vigenti piani moltiplicando le cubature ai limiti della sostenibilità infrastrutturale.

È sufficiente osservare su googlemap proprio l’area che contorna Tor Bella Monaca per rendersi conto di questo.

La deroga come prassi ha condannato la città eterna ad essere una città eternamente in affanno, ingestibile, che trasmetterà ai posteri il costo del suo lento esosissimo adeguamento.

Se ancora non ne siete convinti vi invito a leggere il saggio di Paolo Berdini “Breve storia dell’abuso edilizio in Italia”. (qui il suo blog); Roma in qualità di capitale, fa la parte del leone. Anche se non condivido la posizione dell’autore sull’Auditorium di Ravello, il libro è interessante ed autorevole.

La storia recente non brilla. La giunta Rutelli/Veltroni ci ha regalato vasti esempi di abusivismo legalizzato, dettati da criteri emergenziali, senza una guida complessiva, supinamente asserviti agli interessi finanziari del potente di turno.

Valga per tutti l’esempio di Ponte di Nona, quartiere dormitorio realizzato senza scuole, parchi, asili, licei, posti di polizia, viabilità, strade di accesso, ferrovie; unico segno recente di infrastruttura il centro commerciale e una chiesa realizzata per spinta popolare dei fedeli locali.

Qui le vie hanno nomi improbabili, oltre che essere dedicate al benefattore del quartiere e filantropo Francesco Gaetano Caltagirone. Si veda in proposito il video realizzato da Zone d’Ombra e Amate l’Architettura

A ponte di Nona gli abitanti hanno votato in massa per Alemanno (si veda in proposito il saggio di Claudio Cerasa “La presa di Roma”).

Fanno eccezione a questa regola pochi quartieri tra i quali proprio quelli di edilizia popolare costruiti tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta; quelli per intenderci su cui adesso le giunte Alemanno e Polverini stanno puntando il dito: Tor Bella Monaca, Corviale, Laurentino.

Questi quartieri, nel bene o nel male, rappresentano tuttora un momento in cui la città (quella rappresentata dalle istituzioni per intenderci), forte di una iniziativa nazionale che lo consentiva (il Piano Casa), ha cercato di riaffermare se stessa. Un momento in cui si è tentato di costruire, non secondo logiche privatistiche e frammentarie, ma tentando una pianificazione organica del territorio costruito, immaginando una città dotata di servizi, con infrastrutture e spazi pubblici pensati in maniera complementare e non residuale alle aree residenziali.

Questi quartieri hanno il difetto di essere stati pensati, dimensionati e progettati dall’alto, senza alcuna partecipazione civile, senza una reale analisi “dal basso” dei requisiti e delle esigenze di chi li avrebbe poi dovuti poi abitare.

“Tutto per il popolo, niente con il popolo!” in fondo è l’ideale illuministico del periodo.

All’epoca questa condizione al contorno era inevitabile; non si poteva sapere in anticipo chi avrebbe abitato quei quartieri, non esistevano gruppi sociali organizzati che potessero rappresentare le istanze popolari; gli architetti hanno così operato “senza committenza” progettando come demiurghi creatori e realizzando le loro fantastiche utopie.

All’epoca si trattava di dare risposta ad un problema sociale, e le occupazioni abusive di quegli anni ne dimostrano l’urgenza; purtroppo anche in questo caso alla fine la logica economica ha prevalso, imponendo e vincolando la disponibilità delle aree o semplicemente frenando e riducendo il completo svolgimento dei programmi edilizi; le amministrazioni pubbliche, per negligenza e cronica mancanza di fondi (e volontà) hanno infine lasciato perdere.

Trovo quindi significativo, e nemmeno troppo sorprendente, che la giunta Alemanno scelga proprio questi ambiti urbani per promuovere la propria idea di città proponendone prima di ogni cosa la demolizione.

Si lascia invece intatta, intoccabile, la parte di città senza idee (senza regole), quella parte anonima, ingestibile, e quindi realmente non recuperabile, che però pesa maggiormente sulla economia generale della città.

Quarto paradosso:

l’utilizzo del capitale privato e la fattibilità economica.

Siamo appena usciti dall’ultimo sacco perpetuato ad opera dei “Re di Roma”, l’errore, largamente riconosciuto, è stato quello di consegnare la città al capitale privato, e ora che facciamo per procedere ad un intervento di recupero urbano? Richiamiamo in massa gli stessi benefattori? Sembra quasi che si voglia dire: “avete finito le aree dove speculare? Non vi preoccupate! Ci sono ancora rimaste le aree comunali. Venite a prendervele!”

L’intero programma parla di 1,1 milione di mq da realizzare, di cui 628.000 da demolire e ricostruire. L’analisi economica si limita ad approfondire la fattibilità finanziaria della parte di proprietà comunale.

In sintesi si demoliscono e ricostruiscono 228.205 mq di SUL attuali ad un costo di trasformazione pari a 1.555 €/mq (comprendente evidentemente anche i costi di demolizione), si consente una SUL premiale di 443.573 mq e si ipotizza un valore di vendita pari a 3.000 € mq con un ricavo prevedibile di circa 1,3 miliardi di euro. Se ipotizziamo un costo di costruzione pari a 1.450 € mq per le nuove edificazioni (immagino che 100 €/mq sia per largo eccesso il costo delle demolizioni), otteniamo un valore complessivo degli investimenti pari a circa 1 miliardo di euro (355 milioni per le cubature esistenti).

Stando ai numeri forniti il programma avrebbe per i privati che dovessero investire, una redditività del 30%.

In realtà non compare una analisi della effettiva domanda di mercato attendibile (che potrebbe influenzare notevolmente il quadro generale e le scelte di progetto), non si sa se vi sono costruttori o sviluppatori interessati all’affare (per i qual magari il 30% potrebbe risultare poca cosa), non è chiaro di chi sia la proprietà delle aree agricole limitrofe su cui dovrebbe espandersi il quartiere (altro elemento fondamentale per capire come si svilupperà il progetto.

Non è chiaro alla fine del processo, che cosa si ritroverà in mano il Comune, quali proprietà, ma soprattutto quali strumenti e sostegni economici necessari per la gestione del nuovo complesso immobiliare.

Su questo aspetto ad esempio potrebbe essere utile verificare la sostenibilità di un modello che non preveda la totale cessione del premio di cubatura ai privati, magari prevedendo che tutta o parte della nuova cubature rimanga di proprietà pubblica che con una gestione locativa sufficientemente accorta potrebbe costituire una fonte di sostegno economico alla gestione ordinaria del quartiere.

Inoltre il progetto proposto parte da un presupposto che viene dato un po’ troppo per scontato; la non percorribilità di un intervento di risanamento degli immobili esistenti.

Su questo punto sembra mancare, se non l’analisi (che si suppone sia stata fatta approfonditamente), come minimo una sua chiara illustrazione: “Nel tempo, finora, si sono succeduti interventi di recupero edilizio che non hanno cambiato significativamente la situazione”, che equivale a dire “non procediamo al risanamento degli edifici esistenti perché gli interventi finora effettuati non hanno prodotto risultati accettabili, gli edifici esistenti così come sono irrecuperabili!”.

Considerata l’entità dei numeri in gioco ci sarebbe invece potuti aspettare almeno una descrizione esauriente degli innumerevoli interventi finora effettuati, del loro costo e dei motivi tecnici che li avrebbero resi così inefficaci o antieconomici. Magari una analisi approfondita avrebbe potuto farci capire che per esempio, non tutti gli edifici sono nelle stesse condizioni e che rispetto alla tabula rasa prevista si sarebbe potuto pensare qualcosa di più mirato.

È evidente che lo stesso meccanismo premiale, ideato per finanziare l’intero intervento funzionerebbe nella stessa identica maniera anche con un progetto di generale risanamento.

Questo approccio, che definirei semplicemente “pragmatico” non fa ovviamente il gioco né degli obbiettivi mediatici dell’amministrazione, né di quelli ideologici del gruppo di progettisti che sostengono l’intervento. Entrambi hanno interesse a creare l’evento di rottura.

Alemanno deve giungere alle prossime elezioni con qualcosa di forte nel suo percorso amministrativo; qualcosa che rompa (anche metaforicamente) rispetto alle precedenti gestioni. Per questo non può aspettare i tempi biblici delle nostre burocrazie ne può contare sul proseguimento di programmi urbani ereditati.

Similmente il gruppo dei sostenitori di Krier sembrerebbe avere altrettanto bisogno di demolire il passato e l’ideologia culturale che non condividono (un po’ come i Buddha giganti abbattuti dal regime talebano), spesso sostenendo le loro tesi con presupposti sbagliati. Ne è un esempio l’idea che Roma sia infestata di stecche e torri brutaliste e che questo si la vera causa del degrado cittadino, sottacendo invece l’abusivismo imperante e incontrollato che ci ritroviamo.

Sempre Paolo Berdini ha evidenziato l’inconsistenza dell’assunto imperante che pretende di associare l’ideologia comunista alla realizzazione di Tor Bella Monaca.

È evidente infatti che se fosse possibile “restaurare” gli edifici esistenti senza abbatterli (magari con costi inferiori a quelli di demolizione e ricostruzione), probabilmente a crollare sarebbe l’intero costrutto logico del programma, e lo stesso premio di cubatura potrebbe essere impiegato per realizzare le stesse infrastrutture comunque previste dal programma di Krier. Questo però è evidentemente un pericolo per entrambi, potenzialmente c’è il rischio che si dimostri con i fatti che il vero problema sta nella gestione della città e nella attenzione ai cittadini.

Insomma sulla fattibilità finanziaria occorre approfondire un po’ la questione, ma evidentemente è preferibile non anticipare troppe analisi che potrebbero rivelarsi poco dei sostegno all’idea di base.

Quinto paradosso:

l’incarico all’architetto.

Si dice che l’architetto Krier abbia redatto il progetto generale gratuitamente. In questa maniera Alemanno giustifica il coinvolgimento diretto dell’architetto senza procedure di selezione per cosi dire, “pubbliche”. Delle due l’una o c’è materia per violazione del codice deontologico, oppure non è vero quanto è stato raccontato e allora c’è materia per la violazione delle norme sui lavori pubblici. Tanto per par condicio si tratterebbe di una pratica inaccettabile anche per selezioni di architetti più affini.

In ogni caso questa scelta riflette l’atteggiamento di chi pretende di far passare l’intera iniziativa come priva di impatto economico spianando la strada a operazioni in cui il progetto viene “offerto” dalle imprese esecutrici; con risultati che tutti potrebbero facilmente immaginare.

In questo la giunta Alemanno non sembra avere agito con particolare innovazione rispetto alle amministrazioni di tutti i colori che si susseguono in Italia.

Per i nostri politici la progettazione ha sempre un valore pari a zero!

Conclusioni

In un colpo solo:

- si regala alla speculazione edilizia una delle poche aree tuttora sottratte alla rendita finanziaria; sottacendo il fatto che la cronica mancanza di fondi è ora aggravata dall’abolizione indiscriminata dell’ICI;

- si snobbano le istanze dal basso degli abitanti, che vengono equiparati alla stregua di minus habens incapaci di intendere e volere;

- si impedisce alla città pianificata di dimostrare fino in fondo le proprie potenzialità, attraverso una seria azione di recupero non distruttiva;

- si mascherano i reali problemi della città (l’incapacità di governare e gestire il territorio con efficienza ed efficacia) proponendo modelli di vita, stili e ideologie tradizionalistiche come portatori di per se stessi di maggiore qualità urbana senza che questo sia confermabile o dimostrabile da una analisi oggettiva.

- Si reitera il concetto che l’amministrazione pubblica non è in grado di gestire la città

- Si pretende di attribuire (con false premesse) ad una certa scuola di pensiero architettonico la capacità di generare un miglioramento urbano.

Controproposte.

- pubblicazione aperta e trasparente di tutti i progetti ed as built dei fabbricati esistenti compresi tutti gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria fin qui effettuati.

- avvio di un processo di analisi pubblica e condivisa del reale stato di conservazione degli immobili

- avvio di un processo di raccolta pubblico e condiviso delle istanze dal basso e delle esigenze di vivibilità espresse dagli abitanti del quartiere (cominciare a trattare i cittadini come esseri capaci di intendere e volere, attribuendo loro il ruolo e la responsabilità di veri stakeholder della città)

- costituzione di un consorzio (o altro soggetto giuridico) misto paritetico dove siano equamente rappresentate sia le istituzioni che cittadini residenti;

- conferimento al consorzio dei diritti di proprietà immobiliare (comprese le aree urbane e le zone verdi);

- attribuzione al consorzio dei diritti legati al “premio di cubatura”, con facoltà di gestirne i benefici finanziari per sostenere i costi di recupero e gestione del quartiere;

- mantenimento del potere di veto e di sussidiarietà da parte del Comune per preservare l’intera comunità romana da abusi e deviazioni;

- gestione pubblica, condivisa e trasparente della fase di progettazione e selezione dei progetto, dei progettisti e delle imprese esecutrici (con vincolo di separazione tra progettisti e imprese edili);

- vincolo di mantenimento di una consistente quota di proprietà anche rispetto alle nuove cubature in maniera da conferire al consorzio la possibilità di un sostegno economico permanente necessario per garantire la gestione ordinaria del futuro complesso.

Solo a questo punto diventerà lecito parlare di demolizione, ristrutturazione, recupero, stile tradizionale, moderno o contemporaneo, borghi, sobborghi o megalopoli ipermoderne, con la consapevolezza che si tratterebbe di città volute pensate e progettate nell’interesse dei cittadini che le abitano e le vivono.

Demolire le torri di Tor Bella Monaca? Ragioniamo.

Alcune proposte per una nuova urbanistica a Roma.

Dopo anni in cui le passate giunte capitoline proponevano per la città solo grandi interventi puntuali di grande risonanza e limitavano la riflessione architettonica alla città storica (lasciando campo libero in periferia alla lobby dei costruttori), la nuova giunta Alemanno si lancia in proposte per la periferia.

Tralasciando le prime proposte di sapore elettorale (la possibilità di costruire case popolari in terreni agricoli, di dimensioni limitate, ad una distanza massima da infrastrutture di trasporto su ferro, in deroga al piano) le prime idee arrivarono in occasione del workshop internazionale di architettura e urbanistica del 09/04/2010 all’auditorium: si crescerà “in verticale” nelle nuove periferie, per non consumare più l’agro romano.

Egli dichiarò: «fino a che punto si può arrivare con la densificazione? come si può conciliare la verticalità, i grattacieli, in periferia e soprattutto con la tutela dell’ambiente?» e inoltre: «Ci sono troppi centri commerciali, siamo arrivati oltre il limite. Quindi nei cambi di destinazione d’uso per il piano casa azzereremo tutte le cubature che riguardano queste strutture».

Queste dichiarazioni perciò possiamo considerarle come il punto di partenza della politica urbanistica della nuova giunta capitolina.

Ora nell’inconsueto periodo agostano, il sindaco propone la demolizione delle torri di Tor Bella Monaca, causa principale, a sua detta, del degrado del quartiere.

A questa prima dichiarazione risponde il gotha dell’architettura romana: gli architetti Portoghesi Fuksas e Cesare Valle jr con posizioni differenti tra loro, propongono l’abbattimento delle torri (per Fuksas in modo più puntuale insieme a integrazioni), mentre secondo Renato Nicolini un quartiere si può recuperare costruendo e non demolendo.

Purtroppo, seguendo una pessima tradizione degli ultimi vent’anni di politica, in una successiva dichiarazione il sindaco Alemanno ci fa capire che era una boutade e la butta in caciara. In agosto ai politici è permesso di dire tutto e il contrario di tutto.

Dovremo aspettare ottobre, pare, per vedere delle proposte concrete.

In tutti i casi il sindaco è da ringraziare per almeno due motivi: pone l’architettura e l’urbanistica al centro dell’attenzione e offre spunto per una riflessione sullo sviluppo della città e del territorio.

A differenza dell’acredine di Teodoro Bontempo per Corviale, che sembra più di origine ideologica, l’esternazione di Alemanno su Tor Bella Monaca, sembra più pragmatica, anche se non è sostenuta da un pensiero sistematico.

Quando parla (seriamente) dice cose vere: la politica dei suoli in Italia è fallita: l’esproprio dei terreni (per l’edilizia popolare) costa troppo; ci sono dei quartieri 167 (popolari) che sono delle vere cisti urbane. Per non parlare dello stato di molti di questi edifici che, frutto della prefabbricazione spinta (e della mancata manutenzione) cascano a pezzi.

Alle dichiarazioni frettolose dei notabili vorremmo aggiungere un nostra un poco più articolata.

Partiamo dalla definizione di quartiere-ghetto. E’ vero. Quartieri come Tor Bella Monaca, Corviale, Laurentino 38 sono un ghetto. Lo sono perché sono stati costruiti come un ghetto e perché sono stati popolati come un ghetto.

Se si costruisce un quartiere senza l’idea di mescolare classi sociali, funzioni residenziali e servizi, senza collegarlo decentemente al resto della città, si crea un ghetto.

Abbiamo perciò individuato una priorità sociale per una eventuale linea di azione della giunta comunale.

Inoltre, partendo dall’indiscutibilità del degrado dei suddetti edifici, aggiungiamo che, quando non siano fatiscenti (Corviale), questi non corrispondono più ai criteri di efficienza energetica richiesta attualmente. Ecco una seconda priorità.

Un terzo spunto importante riguarda l’utilizzo dei premi di cubatura ai costruttori. Alemanno dichiara: “puntiamo ad edificare le aree circostanti con premi di cubatura da dare ai costruttori, quindi senza esborsi per l’amministrazione comunale.”

E’ vero che il premio di cubatura è una leva importantissima (e forse l’unica nel panorama attuale), ma attenzione a come la si usa. Vogliamo soffermarci un attimo sui quartieri di recentissima costruzione: Ponte di Nona, Bufalotta, ecc. Questi “gioielli” sono esclusivamente opera dei grandi costruttori/speculatori romani, nel senso che sono stati costruiti nella totale assenza di pianificazione da parte dell’amministrazione comunale, in deroga o nelle falle dell’appena approvato PRG, viatico per il nuovo Sacco di Roma.

( vedi il link della trasmissione Report )

Non sono composti da case popolari, ci abitano tutti quelli che non si possono permettere case più centrali (in massima parte famiglie giovani). Ma vivono bene lì? Sono ben serviti?

(si veda l’inchiesta di Amate l’Architettura su You Tube:  parte 1 parte 2 )

Paradossalmente questi quartieri sono ancora più privi di servizi di Tor Bella Monaca e degli altri ghetti. L’unica differenza che non li fa connotare come ghetti è di tipo sociale.

Ponte di Nona e simili sono abitati dalla piccola borghesia e dai lavoratori non proletari (ci si perdoni questa distinzione un po’ manichea) mentre, come sappiamo, gli altri addensano classi sociali disagiate.

Proporre, come fa Alemanno, lo “spostamento” degli abitanti delle torri in case nuove limitrofe non crediamo possa risolvere i problemi del quartiere. Come anche fornire finalmente di decoro e servizi il quartiere (ma anche semplicemente manutenerlo), come propone l’urbanista Pier Paolo Balbo, può migliorare la situazione ma non risolverla. Neanche dare iniezioni di cultura come sostiene Asor Rosa risolve. Aiuta, semmai.

A Tor Bella Monaca, con grandi difficoltà, opera da anni un teatro e coraggiose compagnie. Ma il degrado resta.

Ecco allora il nostro piccolo contributo al dibattito con alcune proposte schematiche:

1) Priorità sociale: mescolare le classi sociali in tutta la città. Utilizzare strumenti come i premi di cubatura e altro per dotare il Comune di un consistente patrimonio edilizio anche in zone centrali e semicentrali come si fa nel Comune di Parigi. Queste case potrebbero essere affittate non solo a persone disagiate ma a qualsiasi tipo di lavoratore, giovani soprattutto, che lavorino nelle zone centrali con canoni proporzionati al reddito. In caso ci sia ancora del patrimonio pubblico che non sia stato dismesso, questo dovrebbe essere preservato.

2) Priorità energetica/manutentiva: monitorare il patrimonio di edilizia pubblica e valutare la convenienza della demolizione/ricostruzione o del restauro e dell’adeguamento. La convenienza dell’operazione sarà nella maggiore economicità della gestione negli anni a venire. Si può pensare anche di fare una convenzione con società private a fronte di concessioni ventennali o trentennali.

3) Affrontare finalmente il problema del controllo delle graduatorie e della regolarità degli occupanti delle case popolari. Questa è l’unica azione politica forte che nessuna giunta ha avuto il coraggio di fare.

4) Approntare dei nuovi piani di densificazione dei quartieri periferici (non solo i 167), con il contributo eventuale delle associazioni di quartiere e dei privati e la regìa di urbanisti assoldati dalla pubblica amministrazione.

5) Sia per i nuovi quartieri che per la densificazione degli esistenti le risorse ricavate devono prioritariamente andare a servizi di trasporto su ferro. Anzi le nuove edificazioni devono essere subordinate ad una realizzazione delle infrastrutture.

6) Riprendendo la proposta del Presidente della Provincia Zingaretti è necessario creare un coordinamento tra Comune, Provincia e Regione per le espansioni edilizie nella logica della città metropolitana. L’espansione incontrollata delle città satelliti dell’hinterland romano non può pesare e mettere in ginocchio, come avviene ora, la viabilità della capitale.

Dai punti che abbiamo elencato si evince come sia da giocare una partita tutta politica nel senso alto del termine. Politici che abbiano il coraggio di mettersi a tavolino e confrontarsi con altre giunte o poteri, anche di altro schieramento politico, per mettere in atto delle vere strategie i gestione del territorio darebbero finalmente un segnale di rinnovamento che Roma (ma il criterio è applicabile anche ad altre metropoli) attende da decenni.

C’è un elettorato numeroso, tra cui il sottoscritto, che è pronto ad appoggiare chi riesce a non prostituirsi ai nuovi “re di Roma”, come li definì la Gabanelli e che è lo stesso che ha affondato la vecchia giunta.

Lettera al Sindaco di Roma Alemanno

Il nostro movimento “Amate L’Architettura”, in occasione del convegno “Roma 2010-2020, nuovi modelli di trasformazione urbana” svoltosi a Roma l’8 e il 9 aprile, ha consegnato al Sindaco di Roma e ha distribuito a tutti i partecipanti al Convegno, una lettera di protesta contro la decisione di non affidare l’incarico di progettazione del Concorso “Campidoglio 2″ al vincitore, decidendo di farsi “offrire” il progetto dall’impresa appaltatrice delle opere, che sarà selezionata secondo la procedure dell’appalto integrato.

Riteniamo che questo atto, benché consentito dalla attuale normativa sui lavori pubblici, sia estremamente lesivo della dignità della categoria dei progettisti che spendono parte del loro tempo prezioso nei concorsi di progettazione.

Inoltre, a fronte di questo modus operandi, l’idea di organizzare un convegno sui nuovi modelli di trasformazione urbana, appare per lo meno ipocrita.

Non è un problema di stile architettonico, né di opporre una corrente di pensiero rispetto ad un’altra, ma di difendere il valore dell’Architettura nel senso più alto contro l’idea che il progetto di Architettura venga trattato alla stregua di un optional, un gadget da farsi offrire in omaggio.

LETTERA APERTA AD ALEMANNO

Egregio Signor Sindaco del Comune di Roma

On. Gianni Alemanno

Piazza del Campidoglio

00186 Roma

sindaco@comune.roma.it

Il Movimento Amate L’Architettura desidera manifestarLe il proprio disappunto per la Sua intenzione di non voler procedere all’affidamento dell’incarico al vincitore del Concorso Internazionale di Progettazione denominato:”La Casa dei Cittadini Campidoglio 2”.

Riteniamo inoltre preoccupante il suo proposito di voler procedere all’esecuzione dell’intervento tramite appalto integrato, richiedendo alle imprese di “offrire” il progetto delle opere.

Non è nostro intento affrontare una battaglia di stile o di gusto architettonico ma è evidente che con questa scelta la Giunta Alemanno dimostra con i fatti di volere rinunciare ad essere attore coscienzioso e attivo nelle trasformazioni del territorio romano.

Riteniamo che la progettazione, costituisca il momento più importante nel processo di trasformazione del territorio e soprattutto che costituisca lo strumento indispensabile per il controllo e la guida di tale trasformazione da parte di un’Amministrazione che sia seriamente intenzionata a decidere e incidere sul futuro della propria città.

Da architetti riteniamo che la nostra categoria possa dare il proprio contributo positivo al miglioramento della qualità della vita delle città in cui viviamo e chiediamo di essere messi in condizioni di esprimere fino in fondo tutta la nostra professionalità, anche assumendoci pienamente la responsabilità sui risultati del nostro lavoro.

L’idea che la progettazione possa essere “Offerta” dalle imprese, dimostra oltre che scarsa attenzione al valore culturale delle tematiche architettoniche, anche la profonda ingenuità di chi si illude che un supposto risparmio iniziale non sarà puntualmente pagato in seguito dalla collettività per la mancanza di controllo sulle scelte di progetto.

Sarebbe stato sufficiente infatti esprimere con chiarezza e trasparenza le motivazioni che l’ hanno portata a non essere “molto convinto” del progetto vincitore, consentendo al progettista di riproporre nuove versioni sulla base delle osservazioni espresse, per dimostrare grande maturità e senso pratico, riuscendo, nell’intento di non dissipare le risorse spese fino a questo momento e contestualmente marcando il segno della discontinuità nella prassi consolidata dai nostri politici, di distruggere ogni cosa avviata dalle precedenti amministrazioni.

Appare quindi assolutamente scorretto oltreché ridicolo spendere risorse e denaro pubblico per organizzare Commissioni e convegni sui temi della trasformazione urbana quando all’atto pratico le occasioni concrete vengono disattese e soprattutto gestite in totale disprezzo del valore del progetto e del progettista.

La giunta Veltroni non ha certo brillato dal punto di vista del governo del territorio e i peggiori esempi sono derivati proprio dai casi in cui si è lasciato alle imprese e ai costruttori la possibilità di decidere liberamente sulle scelte di trasformazione, in totale assenza (forse) sia di una strategia generale che di un progetto, e il più delle volte eseguite sottotraccia senza una reale attenzione e coinvolgimento della cittadinanza.

Chiediamo quindi alla Giunta Alemanno un nuovo e lungimirante cambio di rotta, promuovendo da subito:

- L’affidamento dell’incarico di progettazione all’arch Cucinella, vincitore del concorso per il Campidoglio 2

- Il massiccio ritorno all’utilizzo dello strumento del concorso per tutte le iniziative previste dal Comune di Roma

- L’avvio di azioni a sostegno del progetto architettonico, attraverso la figura del progettista con l’obbligo di nomina di un architetto in ogni iniziativa di trasformazione urbana prevista all’interno del comune di Roma;

In sintesi, come connaturato da sempre nella storia di Roma, di restituire alla nostra città l’attitudine a FARE ARCHITETTURA!!!

AMATE L’ARCHITETTURA

Movimento per l’architettura contemporanea

Roma 06/04/2010

Leggi l’articolo del Riformista