Articoli marcati con tag ‘150K ARCHITETTI’

Torna la rete 150K edizione E-QUALITY

2_150k_equality-2013_manifesto

Amate l’Architettura ha un nuovo Presidente

Il nuovo presidente del Movimento “ Amate l’Architettura” è l’architetto Giulio Paolo Calcaprina, libero professionista iscritto all’Ordine degli architetti di Roma, non fa parte di commissioni edilizie, nè occupa alcuna posizione all’interno di istituzioni.

La nuova direzione del Movimento si propone di dare voce ai professionisti che in questi anni ritengono di non aver trovato alcuna tutela presso le proprie istituzioni di riferimento. In una congiuntura storica di grande difficoltà per i professionisti, tra la stupefacente inerzia e l’assenza  di azioni significative di CNA, Ordini professionali e sindacati, Amate l’Architettura non si limita a promuovere il  dibattito, ma ritiene di dover progettare azioni concrete, avvalendosi, per la comunicazione, dei social network facebook e Linkedin e del blog che ha una media di 30.000 visite/mese.

Per le azioni sul territorio nazionale, il Movimento Amate l’Architettura si coordina con 150K architetti (link), una piattaforma libera che riunisce architetti, rappresentanti di associazioni di architetti e giovani che stanno accedendo alla professione.

Amate l’Architettura ringrazia Marco Alcaro – che continuerà  il suo lavoro nel direttivo – per aver guidato il Movimento dalla sua fondazione ad oggi.

LE RAGIONI DI UN IMPEGNO

di Giulio Paolo Calcaprina

Sono passati quasi quattro anni dalla nascita di Amate l’Architettura e, come è naturale che sia, c’è stato un avvicendamento nella presidenza.

Sono un libero professionista, non ho alcun incarico nell’ambito del mio Ordine, non faccio parte di commissioni edilizie, non traggo vantaggio da alcuna “rendita di posizione” all’interno di istituzioni.

Sono stato scelto dal consiglio direttivo di Amate l’Architettura non perché io abbia proposto una particolare linea politica, ma perché sono l’espressione di una modalità partecipata e collegiale di condivisione del lavoro che si è sviluppata all’interno del gruppo dirigente.

Sono un convinto sostenitore dell’orizzontalità, della democrazia partecipata. Voglio un’associazione che sia inclusiva e non esclusiva.

Quando abbiamo cominciato il nostro lavoro, nel 2008, avevamo in mente di promuovere l’Architettura contemporanea, schiacciata dal nostro glorioso passato e dall’incuria attuale.

Tuttavia, quasi subito, ci siamo resi conto che in Italia non si può parlare di Architettura (contemporanea o no) se non si creano le condizioni necessarie al lavoro degli architetti.

Così abbiamo ampliato la nostra “ragione sociale”.

Attraverso le lettere e le denuncie, attraverso alleanze con i comitati cittadini, mediante l’istituzione di concorsi, lezioni nelle scuole, Forum nella festa dell’Architettura, ma soprattutto attraverso i nostri canali informativi (il blog, la pagina Facebook e quella Linkedin) abbiamo cominciato a fare quello che gli altri non fanno nell’architettura italiana: metter in luce i meccanismi, i retroscena, la palude delle connivenze e dell’opacità che permea il contesto architettonico italiano.

Progressivamente il blog è diventato una piazza virtuale libera e riconosciuta dove sono stati affrontati argomenti di attualità, anche scomodi, e dove tutti, anche i nostri avversari, hanno potuto esprimersi liberamente.

Le classifiche dei blog di architettura, che ci inseriscono stabilmente nei primi posti delle classifiche, al livello di siti professionali, vere “corazzate” come quelli di Abitare e del Giornale dell’Architettura, ci danno il parametro di quanto abbiamo costruito finora.

Vorrei essere il fautore di un’evoluzione dell’operato del Movimento. Vogliamo potenziare i nostri canali informativi, vogliamo proporre azioni di lotta su scala nazionale, vogliamo raccogliere tanta indignazione, voglia di fare e di cambiare che c’è tra gli architetti.

Vogliamo tornare anche a parlare di Architettura – pratica che abbiamo un po’ trascurato – ma a modo nostro: ragionando sulle criticità e sulle contraddizioni di un sistema: nell’ambito della critica, nella promozione e nelle istituzioni a servizio della diffusione della cultura architettonica.

Dopo decenni di muta acquiescenza al potere, la società italiana si sta svegliando. Noi vogliamo fare la nostra parte nel nostro ambito e per fare questo cerchiamo l’aiuto di tutti coloro che vogliono tornare a fare architettura con decoro, a lavorare con dignità.

Cerchiamo adesioni e contributi specialmente tra i giovani colleghi e laureandi, che riteniamo siano quelli che stanno pagando – e pagheranno – il prezzo più alto di questo stato di cose.

Vi aspettiamo. Un saluto a tutti.

“Chiamata alle armi”: rete 150K

Con questo post, parte quella che definiamo la fase 2 del progetto della Rete 150K, diretta conseguenza dell’assemblea aperta che abbiamo tenuto a Roma lo scorso 8 febbraio 2012.

150k

Per chi non ricordasse o non sapesse che cosa è la Rete 150K:

è una rete di professionisti che vuole rappresentare un luogo di confronto, attraverso un processo partecipato ed inclusivo, per recepire e coadiuvare le istanze degli architetti italiani al fine di promuovere l’architettura, la gestione del territorio e la valorizzazione delle risorse intellettuali.

I principi fondativi sono:

Inclusività:  rete150K vuole essere uno strumento di connessione di gruppi e persone con punti di vista diversi ed eterogenei;

Ascolto: rete150K vuole permettere un confronto non pregiudiziale né ideologico delle idee;

Apertura:  rete150K vuole creare le condizioni di convergenza su temi fondamentali, per l’architettura e per tutti coloro che operano nel campo;

Propositività:  rete150K vuole promuovere il confronto su temi determinati, come proposte di legge, emendamenti, linee guida e, dopo una fase di analisi collettiva, vuole produrre documenti largamente e democraticamente condivisi da sottoporre all’esecutivo politico, ai propri rappresentanti, ai cittadini;

Trasparenza: tutte le procedure ed i passaggi all’interno di 150K devono potere essere accessibili dagli utenti iscritti alla rete.

Rete 150k si è data alcune Regole:

Possono aderire alla rete150k tutti i professionisti, Enti, Istituzioni, Associazioni che desiderino contribuire a restituire dignità e ruolo sociale alla figura dell’architetto e dei professionisti coinvolti nella produzione di architettura, in maniera attiva, propositiva, partecipata;

La rete150k promuove dal basso azioni e proposte concrete di sensibilizzazione sia presso le istituzioni pubbliche e private che presso la cittadinanza;

incoraggia la partecipazione e l’espressione dei singoli professionisti per dare loro modo di avere voce e di confrontarsi direttamente;

non ha finalità di lucro ma promuove azioni di raccolta di fondi sia per le proprie finalità che per quelle dei propri aderenti nello sviluppo di iniziative coerenti con i propri obbiettivi;

tutti gli aderenti alla #rete150k sono liberi di proporre ed organizzare un’iniziativa, utilizzando il nome e il marchio della rete a condizione che siano garantiti i principi generali.

La rete150k ha bisogno del contributo di tutti per accrescere, ampliare e approfondire questi temi e individuarne altri insieme.

I PROSSIMI PASSI

La Rete 150K vuole organizzare Assemblee aperte come nell’evento di febbraio a Roma, l’esperienza della riunione di Roma dell’8 febbraio 2012 può essere replicata in altre città d’Italia. Stiamo lavorando per organizzare la prossima assemblea a Milano, in autunno. L’obiettivo è di creare un effetto “virale” e a fare sì che tutti si possano appropriare della Rete 150K secondo le modalità che abbiamo impostato (connettività e neutralità). La rete 150K è open source ma segue regole definite.

Stiamo formando dei gruppi di lavoro, su temi ben definiti, sia d’urgenza che di strategia a lungo termine per arrivare, in tempi stabiliti, a formulare proposte precise, largamente condivise. In caso di gruppi di lavoro già esistenti, come è emerso dall’assemblea, questi saranno messi in rete (se lo vorranno), sostenuti e proiettati su una dimensione nazionale.

Implementeremo inoltre la nostra piattaforma telematica, già creata, dove, con l’aiuto di tutti, potranno convergere documentazioni, riflessioni, proposte da tutti i componenti della rete. Questa documentazione sarà al tempo stesso un volano di idee e di conoscenza ma anche una patente di autorevolezza per le iniziative e gli studi che verranno promossi.

Per i motivi su esposti chiediamo a tutti di aderire a 150k richiedendo al nostro indirizzo e-mail rete150k@gmail.com il modulo di adesione che, una volta ricevuto, dovrà essere reinviato in allegato, compilato e firmato.

Ti ricordiamo infine che:

la piattaforma telematica della Rete 150K con i documenti prodotti finora si trova all’indirizzo:

http://www.thinktag.it/it/groups/rete-150k

La registrazione dello streaming dell’assemblea pubblica dell’ 8 febbraio 2012 è visibile all’indirizzo:

http://www.livestream.com/rete150k

L’indirizzo e-mail ufficiale per le comunicazioni con la Rete 150K è:

rete150k@gmail.com

Grazie per l’attenzione, invitiamo tutti ad aderire.

Formazione, un giro d’affari da 34 milioni… usiamoli per formare professionisti

17 luglio 2012

Dalla lettura della bozza di regolamento sulla formazione che sta circolando, pur nella consapevolezza che si tratta di una bozza ampiamente emendabile, possiamo cominciare a farci una idea di cosa comporterà per gli iscritti l’obbligo di formazione previsto dalla riforma e tentare delle proposte di miglioramento.

Dalla bozza leggiamo che: “L’unità di misura dell’attività di ASPC è il credito formativo professionale (CFP) che corrisponde, se non diversamente specificato, ad un’ora di formazione. (…) L’iscritto ha l’obbligo di (…) acquisire annualmente 30 CFP” (in alternativa troviamo 90 CFP per triennio, ma la sostanza non cambia); anche se le modalità di acquisizione dei CFP potranno essere varie, indicativamente si considera che 1 CFP equivalga a 1 ora di formazione; quindi ogni iscritto sarà tenuto a svolgere annualmente un equivalente di 30 ore di lezione. A naso sembrerebbe un ordine di grandezza ragionevole; si parla di una settimana all’anno che ciascun professionista dovrebbe dedicare alla formazione. Occorre inoltre tenere presente che per attività definite “abilitanti” (ovvero quelle che già oggi richiedono una formazione obbligatoria o un aggiornamento periodico) si ipotizza un rapporto di 1 CFP per ogni 8 ore; questa formazione però conferisce una abilitazione specifica integrativa già ad oggi esistente (i professionisti sono già oggi tenuti a svolgere questo genere di formazione) e quindi la considero ininfluente rispetto alle mie considerazioni.

Considero quindi ragionevole ipotizzare 30 h di formazione annua per ciascun iscritto.

Questo dato ci consente di delineare l’ordine di grandezza economico degli aspetti formativi. Prendiamo ad esempio i corsi di formazione di carattere professionalizzante promossi dall’Ordine, troviamo corsi sul catasto a 200€ per 16 ore di  lezione, corsi sulla prevenzione incendi a 380 € per 40 ore di lezione, corsi per CTU a 300 € per 28 ore, corsi per Coordinatori della Sicurezza nei cantieri a 300 € per 40 ore di lezione. In media questi corsi erogano formazione ad un costo pari a circa 9,5 €/h. L’Ordine di Roma, come noto, ha deliberato l’istituzione di una Fondazione che ha tra i suoi scopi dichiarati quello di offrire agli iscritti una formazione a costi calmierati; quindi ipotizzo una riduzione del 20% ed ottengo un costo orario medio pari a 7,6 €/h, che moltiplicate per 30 fanno 228 € all’anno.

A partire dall’anno prossimo ciascun architetto che vuole esercitare la professione dovrà tenere in conto di dedicare circa una settimana del suo tempo alla formazione con un impegno economico di circa 228 € all’anno.

Se moltiplichiamo questo valore per il numero di iscritti troviamo che a Roma (17.000 iscritti) il mercato della formazione ha un potenziale di 3,8 milioni di euro; a livello nazionale  (150.000 iscritti) il potenziale è pari a 34,2 milioni di euro. Di fatto stiamo raddoppiando l’onere di iscrizione.

Parliamo di “giro d’affari”, in quanto esisteranno forme e modalità di acquisizione dei CFP, molto diversificate che non necessariamente comporteranno l’esborso diretto di moneta sonante o un impegno temporale così netto. Nella bozza si propongono le seguenti tipologie di attività formativa:

– Corso Formativo Qualificante per l’acquisizione di competenze originali ed innovative in un determinato settore.
– Corso Formativo Tecnico-strumentale per l’apprendimento di specifiche competenze utili
al miglioramento della prestazione professionale (lingua, software, strumenti, ecc.).
– Corso Formativo Abilitante su materie di carattere obbligatorio finalizzata all’acquisizione di
abilitazioni specifiche (sicurezza in cantiere, certificazione energetica, acustica, prevenzione incendi, ecc.)
– Partecipazione a Convegni, seminari, tavole rotonde.
– Partecipazione a eventi di Comunicazione su Prodotti (caratteristiche, prestazioni, modalità di posa, ecc. –
generalmente in collaborazione con le ditte produttrici).
– Attività Formative alternative quali visite a mostre, fiere, viaggi di studio, eventi speciali, ecc.

Secondo la bozza il Presidente dell’Ordine di riferimento potrà inoltre validare (una volta sola) la certificazione dei CFP per:

a) relazioni e/o docenze in convegni, seminari, corsi e master
b) docenze presso istituti universitari o enti equiparati
c) docenze presso scuole secondarie di secondo grado o enti equiparati
d) partecipazione attiva a commissioni e gruppi di lavoro istituiti o riconosciuti dal CNAPPC e/o
dagli Ordini territoriali
e) partecipazione in qualità di membro effettivo a commissioni giudicatrici di concorsi, per gli
esami di Stato, premi di architettura

Aggiungiamo anche quanto previsto dalla schema di decreto:

“Con apposite convenzioni stipulate tra i consigli nazionali e le università possono essere stabilite regole comuni di riconoscimento reciproco dei crediti formativi professionali e universitari”.
“L’attività di formazione è svolta dagli ordini e collegi anche in cooperazione o convenzione con altri soggetti”.

Considerazioni.

Definizione dei ruoli tra diverse istituzioni. Non risultano al momento definiti chiaramente e univocamente i compiti e i ruoli dei vari soggetti in campo. In sostanza il Ministero i Consigli nazionali e gli organi provinciali possono concorrere, sotto varie forme e titoli a definire regole e modalità di attribuzione dei CFP. Oltre a generare rischio di conflitto tra diverse istituzioni (che notoriamente non collaborano tra loro) vi è il serio rischio di generare diseguaglianze tra diversi Ordini e professionisti. Se si lasciano eccessivi margini di manovra tra i diversi Ordini il rischio è che si instaurino fenomeni di concorrenza al ribasso tra le diverse realtà locali (si pensi a quanto già avviene oggi con l’esame di stato, dove molti aspiranti architetti emigrano verso sedi dove l’esame di stato risulta più facile).

Conflitto di interessi. CNA e Ordini avranno sia il compito di definire le regole di attribuzione dei CFP (validando e certificando le specifiche iniziative) che quello di erogare direttamente le attività di formazione. Sulla carta si tratta di un grosso conflitto di interessi che dovrebbe essere chiarito e normato. Il fatto che gli Ordini provinciali siano una istituzione di carattere elettivo non garantisce agli iscritti una gestione super partes delle attività per almeno due ragioni. La prima di carattere pragmatico è relativa alla effettiva rappresentatività dei consigli provinciali (che esprimono al massimo il 25% degli iscritti); anche ribadendo che la responsabilità di questa scarsità di partecipazione è principalmente in capo agli assenti (il 75% dei non votanti alle elezioni), questo non è un motivo sufficiente per attribuire acriticamente ai consigli eletti “l’indipendenza ideologica” necessaria di fronte a situazioni complesse come questa; a maggior ragione non possiamo attribuire la medesima indipendenza ai Consigli Nazionali (che non sono eletti direttamente). I ripetutti riferimenti alle istituzioni universitarie non sembrano aiutare alla rimozione di tale conflitto.

Cultura della formazione. I redattori della bozza sembrano essere stati attenti a non dimenticare ogni possibile attività formativa, mantenendo bene aperta l’intera casistica delle attività di tipo tradizionale. Il modello di riferimento è chiaramente quello universitario (non a caso impostate secondo il criterio dei Crediti Formativi). Teoricamente sarà possibile recepire CFP anche partecipando a mostre ed eventi, a convegni, svolgendo docenze, partecipando a commissioni, ecc.; anche le parti più specificamente professionalizzanti sono trattate con il sistema tradizionale della lezione accademica (segui una lezione, studi un libro, ottieni il credito). La bozza sembra applicare il sistema formativo universitario al mondo dell’esercizio professionale creando di fatto uno dei maggiori ossimori della riforma. In pratica per garantire agli utenti che un professionista è in grado di svolgere adeguatamente il proprio mestiere stiamo adottando lo stesso sistema adottato dalle istituzioni note per essere tra le meno professionalizzanti al mondo.
Quando sei neolaureato devi faticare per fare esperienza e crearti una professionalità sul campo, integrando le nozioni prevalentemente teoriche ricevute nell’università; con questa bozza, invece di valorizzare quello sforzo di compensazione (dando valore all’esperienza sul campo) si rinforza in maniera burocratica la metodologia che si è già dimostrata poco efficace nel formare profesionisti.

Non è mia intenzione criticare il modello universitario, quanto evidenziare che per organizzare la formazione che ha come obbiettivo diretto la professione, occorre fare uno sforzo di immaginazione che superi i tradizionali schemi didattici.

Cosa manca?

A mio parere il grande assente di questa bozza (e in generale di tutta la riforma) è paradossalmente l’esperienza pratica. Manca la professione.
Manca la volontà di approfittare di questa “opportunità” offertaci per ripensare radicalmente il modello di apprendimento formativo agendo in maniera complementare e integrativa rispetto alle forme educative più tradizionali. Manca il coraggio di invertire il processo di apprendimento della professione di architetto, per definizione estremamente concreta, e di riportare l’esperienza pratica al centro della formazione. Non si riesce a riformare l’università nel senso di una maggiore professionalizzazione: in compenso si lavora sodo per una accademizzazione della professione.

Secondo il prof Francesco Antinucci vi sono due modelli fondamentali di apprendimento: quello percettivo-motorio e quello simbolico-ricostruttivo, ognuno con specifiche caratteristiche. Il meccanismo fondamentale dell’apprendimento simbolico-ricostruttivo è quello di “decodificare simboli e ricostruire nella mente ciò a cui essi si riferiscono” e questo richiede uno sforzo immenso di comprensione e concettualizzazione. Il secondo modo di apprendere, quello percettivo-motorio, sostiene Antinucci, “non avviene né attraverso l’interpretazione di testi, né attraverso la ricostruzione mentale. Avviene invece attraverso la percezione e l’azione motoria sulla realtà”. L’individuo percepisce la realtà con i sensi e interagisce e interviene su di essa. “L’apprendimento percettivo-motorio avviene in un continuo scambio di input (percettivi) e output (motori) con l’esteno”. Al contrario, “(…) nell’apprendere simbolico-ricostruttivo il lavoro avviene totalmente all’interno della mente: senza alcuno scambio con l’esterno che non sia l’input di simboli linguistici” (testo tratto da www.maecla.it)

Il prof Antinucci mette in seria discussione soprattutto l’efficacia del modello accademico tradizionale adottato sistematicamente dalla nostre istituzioni scolastiche (comprese quelle universitarie), proponendo una rimodulazione delle modalità di fare formazione che si fondi prevalentemente sull’esperienza. In occasione del convegno “Nativi Digitali” tenutosi presso il Tempio di Adriano, il professore ha provocatoriamente ricordato come l’architetto del Tempio di Adriano fosse di fatto un analfabeta; ovvero una persona che secondo i canoni della riforma sarebbe incapace di “di garantire la qualità ed efficienza della prestazione professionale, nel migliore interesse dell’utente e della collettività” (v. schema di decreto). Il concetto è chiaro, non si mette in discussione l’importanza dello studio attraverso i libri di testo le dispense e la classica lezione monodirezionale, ma se ne ridimensiona profondamente il ruolo, conferendo all’esperienza pratica una importanza ben più sostanziosa.

La maggior parte degli architetti e dei professionisti potrebbero confermare quanto l’apprendimento sul campo sia fondamentale alla crescita professionale, quanto l’esperienza sia “severa maestra”. Aggiungo quanto sia importante nell’esercizio della professione l’imitazione costruttiva, ovvero la ripetizione criticamente meditata di forme e metodologie che si rivelano funzionali. Quanti di noi per capire come comportarsi di fronte ad una qualsiasi pratica, come primo passo interpellano un collega alla ricerca di esperienze istruttive?

Appare evidente quindi l’incoerenza di una bozza di regolamento che pretende di certificare una competenza professionale escludendo totalmente proprio quell’elemento formativo che più è efficace alla crescita professionale: l’esperienza. Una incoerenza ancora più evidente se si osserva come tra gli esonerati dalla formazione permanente vi siano i neolaureati (cioè quelli che più di tutti per definizione hanno minori competenze prefessionali) e i colleghi che non esercitano, mentre gli aspetti formativi più pratici sono relegati alle dimostrazioni tecniche di prodotti (cioè solo alla formazione che deriva da sponsorizzazioni). Chi lavora (e quindi sta acquisendo competenze sul campo) è invece per definizione lacunoso ed obbligato a certificare la sua competenza.

Proposta

A questo punto della riforma non possiamo certo sottrarci dalla applicazione della Formazione Permanente. Possiamo però approfittare per rendere questo obbligo una opportunità rendendola più efficace e soprattutto molto più utile al miglioramento della professionalità di ciascun iscritto.

Possiamo approfittarne per valorizzare in maniera netta la professionalità acquisita sul campo.

Sul piano dei contenuti occorre attribuire in maniera drastica una maggiore peso alle attività di carattere propriamente tecnico e professionale (dalla redazione del progetto allo svolgimento delle procedure autorizzative, fino alle pratiche costruttive).

Sul piano della metodologia formativa ritengo necessario prevedere una didattica basata prevalentemente sulla CONDIVISIONE DELLE ESPERIENZE; basata cioè sulla organizzazione di incontri pubblici durante i quali viene data la possibilità agli iscritti di esporre le loro esperienze professionali mettendole a disposizione dei colleghi condividendone problemi, difficoltà e soluzioni adottate.
In questo caso i partecipanti attivi (quelli che portano i loro contributi) potrebbero avere diritto a ricevere CFP integrativi; i partecipanti passivi avrebbero la possibilità di selezionare in maniera interattiva gli argomenti di maggiore interesse professionale, ma soprattutto avrebbero la possibilità di fare tesoro delle esperienze concrete accumulate dai colleghi. Ovviamente la condivisione avverrebbe in maniera completamente gratuita.
Il compito degli Ordini a questo punto sarebbe esclusivamente quello di organizzare gli incontri e di vigilare sulla loro conduzione. Il controllo sulla qualità e la utilità funzionale degli incontri avverrebbe direttamente in funzione dei feed back e delle adesioni alle esperienze proposte (con modalità partecipative). I partecipanti preselezionerebbero i colleghi che propongono le esperienze più interessanti ed eviterebbero gli incontri di scarso interesse secondo i meccanismi ormai già collaudati di molti Social Network.

Con questa metodologia si otterebbe un abbattimento dei costi di docenza, una valorizzazione delle professionalità esistenti, una maggiore reattività alle reali esigenze formative degli iscritti e una magiore aderenza dei contenuti alle esigenze pratiche della professione; inoltre si eliminerebbe in maniera drastica la discrezionalità nella selezione dei contenuti e dei docenti (riducendo il rischio di creare un mercato parallelo di scambi e favori). Non sottovaluterei infine l’effetto aggregante che una formazione organizzata in questa modalità potrebbe genererare.

Insomma se questa riforma deve portare oneri per la professione, lavoriamo in maniera che questi oneri portino valore condiviso!

Ultimora da Edilportale.

“L’obbligatorietà della frequenza – secondo Palazzo Spada – irrigidisce le modalità di svolgimento del tirocinio; meglio, secondo i giudici, che la frequenza sia facoltativa. Inoltre, il CdS ritiene irragionevole la norma del Regolamento che consente alle associazioni di iscritti agli albi di organizzare i corsi di formazione liberamente, e impone agli altri soggetti l’obbligo di essere autorizzati dal Ministero. L’unica cosa importante, secondo i giudici, è la qualità dei corsi, da garantire mediante la fissazione di requisiti minimi validi per tutti (compresi ordini e collegi).

Anche per la formazione continua permanente, il CdS chiede che l’attività di formazione non sia riservata agli ordini e collegi (art. 7, comma 4) ma sia estesa a tutti i soggetti sulla base di requisiti minimi dei corsi.”

Perchè solo in Italia gli incarichi sono assegnati al massimo ribasso?

PERCHE’ solo in Italia gli incarichi, soprattutto per le opere pubbliche,  sono assegnati al massimo ribasso, ledendo la dignità professionale e contribuendo a ridurre la qualità del Progetto, dell’Architettura e dei Servizi affidati?

Un paio di giorni fa ho letto, sul web, che un noto giornalista italiano ha definito Monti “un irresponsabile”. Bene, concordo pienamente ma devo aggiungere che sono indignato per il modo in cui sono stati aboliti i minimi tariffari: con un colpo di spugna, senza minimamente verificare il permanere della normativa che stabilisce le regole con le quali, noi architetti ed ingegneri, abbiamo la possibilità di esercitare la nostra professione, soprattutto per quanto riguarda l’affidamento degli incarichi professionali relativi alle opere pubbliche.

Aggiungo che l’illustre prof. Monti, non solo sembra essere un “irresponsabile”, ma è sicuramente “un pessimo picconatore” per il Paese e per noi che rappresentiamo una parte consistente dell’economia nazionale (l’edilizia è tra le maggiori industrie italiane e, nel Lazio, è la prima), pur essendo considerati nulla, ma nel contempo appartenenti ad una “casta” che deve però essere intesa non come viene descritta sui mezzi d’informazione, cioè una piccola aggregazione di privilegiati, ma, al contrario, ciò che non viene mai descritto è che siamo molto vicini alla casta degli “intoccabili” della società indiana, cioè di coloro che, fuori casta, sono gli ultimi della gerarchia sociale.

Siamo, e la realtà della nostra attuale condizione professionale lo conferma, una moltitudine di Paria a ciò ridotti dalle norme e dalle regole, spesso arbitrarie e poco rispettate dalle Istituzioni, che ci hanno ridotto ad un esercito di poveri in guerra tra loro; tutto ciò si è delineato, con forza, a partire dalla grande invenzione di Bersani, con l’abolizione delle tariffe minime, il quale con il provvedimento “innovativo”, da lui proposto ed approvato dalla sua maggioranza di governo, era convinto di creare un maggior numero di posti di lavoro fra i professionisti e specialmente fra i giovani; nella realtà ha soltanto messo in ginocchio tutti noi, giovani e vecchi, come dimostrano le statistiche dell’OICE e di altri organismi e le considerazioni e proteste di migliaia di  architetti ed ingegneri, sui vari blog e siti internet dedicati, cioè di coloro che negli ultimi anni hanno sofferto della dequalificazione della propria identità professionale.

Dove erano nel 2006 gli Ordini ed i Consigli Nazionali degli Architetti e degli Ingegneri?

Al di fuori delle inutili esternazioni a mezzo stampa che cosa hanno proposto o fatto di operativo e di concreto per tutti noi? Nulla.

Significativo è il fatto che nelle gare – fino a ieri senza minimi ma che, comunque,  erano l’unico riferimento delle Amministrazioni Pubbliche per determinare la parcella iniziale da sottoporre a ribasso nelle gare di servizi – mediamente i ribassi sono stati del 70/80% riducendo le parcelle a puro rimborso spese; recentemente un Comune della Sardegna ha aggiudicato una gara di progettazione con un ribasso dell’86%; da una parcella, a base di gara, di circa 250.000 euro si è arrivati ad aggiudicare la gara a circa 36.000 euro. Incredibile!

Siamo alla svendita dell’attività professionale: di recente sul sito di Groupon un giovane architetto ha offerto di progettare ristrutturazioni di interni ed arredi di appartamenti privati a ben 29,00 a progetto!

Oltre ai ribassi ci sono altre “amenità” di cui gli Enti pubblici, senza alcun rispetto del pur “vessatorio ed ingiusto” Codice dei Contratti, si fanno promotori nei confronti dei liberi professionisti.

Faccio alcuni esempi ripresi da bandi recentissimi:

– AIPES – Associazione Intercomunale per l’Esercizio Sociale – Consorzio per i Servizi alla Persona – Sora (FR):

– “Bando di progettazione relativo ad attività di recupero del patrimonio edilizio esistente per l’attivazione di servizi sociali nel Lazio”.

Nel testo del Bando in relazione al compenso professionale si legge:

“Importo IVA inclusa e Oneri previdenziali per l’incarico: 0,00 (le spese di progettazione saranno inserite nella redazione del progetto saranno liquidate…………ad avvenuta formale liquidazione dei fondi da parte della Regione Lazio”.

– Città di Ceprano (FR):

“Bando per l’affidamento dell’incarico di progettazione preliminare, definitiva, esecutiva e del coordinamento della sicurezza nella fase di progettazione per il recupero dei fabbricati del Centro Storico……..necessari alla realizzazione di programmi di riqualificazione urbana…Bando regionale”.

Nel testo del Bando si legge:

– Entità dell’appalto (cioè della parcella): 170.032,50;

– condizioni relative all’appalto di servizi: la prestazione del servizio è riservata alla professione di “pianificatore territoriale” o di “ingegnere civile e ambientale” o professioni ad esse equiparate;

– capacità tecnica e professionale: redazione di Progetti di Recupero Storico ed Architettonico del tessuto urbano e specificatamente nell’ambito del Centro Storico, del recupero di fabbricati degradati di centri storici…..

– Comune dell’Aquila:

“Bando per l’affidamento del servizio del supercoordinamento a supporto dell’Amministrazione comunale”.

– Importo stimato a base del servizio 192.900,00.

– Fra i tanti requisiti richiesti per la partecipazione alla gara, tra cui le referenze bancarie di almeno due istituti bancari, i partecipanti avrebbero dovuto dichiarare di aver utilizzato, negli ultimi tre anni, un numero medio di personale tecnico non inferiore a 8 unità tra dirigenti, soci attivi, dipendenti, ecc.

COMMENTO: essendo l’incarico relativo al coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione, quindi nella sfera della responsabilità penale del professionista incaricato ed essendo il servizio non delegabile ad alcun collaboratore, perché porre la condizione della dimostrazione di avere avuto personale dipendente, addirittura di 8 unità?

– Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – Provveditorato Interregionale per le OO.PP. Lazio-Sardegna-Abruzzo:

“Affidamento del servizio di coordinamento della sicurezza in fase di esecuzione dei lavori di adeguamento ……degli immobili sede del Tribunale dell’Aquila danneggiati a seguito del sisma del 06.04.2009”

– Importo stimato per la prestazione: 300.000,00.

– Fatturato richiesto per poter partecipare alla gara 1.000.000,00 conseguito nei migliori tre anni degli ultimi dieci per prestazioni di servizi attinenti il coordinamento per la sicurezza in fase di esecuzione attinenti a lavori pubblici.

COMMENTO: quanti professionisti in Italia possono vantare un tale fatturato per incarichi riguardanti la sola sicurezza in fase di esecuzione per opere pubbliche? Inoltre l’indicazione riferita alla prestazione esclusiva è vietata dal Codice dei Contratti, dalla Determinazione n. 5 del 27.07.2010                       dell’Autorità di Vigilanza sui Contratti Pubblici e dalla Circolare n. 4649 del 12.11.2009  del Ministero delle Infrastrutture.

– Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – Provveditorato Interregionale per le OO.PP. Campania – Molise:

pubblicato in data 03.08.2011 il seguente avviso:

AVVISO RIVOLTO ESCLUSIVAMENTE A PROFESSIONISTI DIPENDENTI DI PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI:

Avviso pubblico per l’affidamento di servizi attinenti all’architettura ed all’ingegneria………….

– “Il compenso da riconoscere agli organismi di altre pubbliche amministrazioni interessate è in ogni caso esclusivamente quello previsto dall’art. 92, comma 5, del Codice……………… Formato l’elenco, questo Provveditorato, laddove sussistano le condizioni di propria carenza di organico per l’espletamento di determinati servizi di ingegneria ed architettura, procederà all’affidamento degli incarichi ai soggetti appartenenti ad Organismi di altre pubbliche amministrazioni che abbiano manifestato il proprio interesse al riguardo…….”

COMMENTI……………….certamente la responsabilità di tali assurdi e deleteri bandi non può essere fatta ricadere, in gran parte, su coloro che li pubblicano ma, soprattutto, sulla mancanza di controlli pubblici circa il rispetto delle norme e sulle norme stesse, vessatorie e interessate solo alla capacità economica del professionista, che relegano a requisito marginale i titoli e l’esperienza.

Tornando “all’irresponsabile” prof.  Monti ci si chiede se prima di dare il “colpo di spugna” alle tariffe si sia minimamente informato sulle regole che governano gli affidamenti di incarichi pubblici e sulle distorsioni ed abusi imposti dalle Amministrazioni pubbliche; la risposta è certamente negativa.

Nel recente Decreto Monti si leggono due disposizioni che rivelano la superficialità del provvedimento e la scarsa conoscenza delle leggi da parte di chi lo ha proposto ed approvato (Governo dei Professori e Parlamento):

– “In base all’articolo 10 del decreto “Sono abrogate tutte le tariffe professionali, sia minime sia massime”, con lo scopo di “rendere libera la contrattazione tra il professionista e il cliente” sul compenso, il cui preventivo scritto dovrà essere obbligatoriamente fornito in anticipo al cliente.”

“1. Sono abrogate le tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico. (sia minime sia massime, con lo scopo di “rendere libera la contrattazione tra il professionista e il cliente” sul compenso).
2. Ferma restando l’abrogazione di cui al comma 1, nel caso di liquidazione da parte di un organo giurisdizionale, il compenso di professionista è determinato con riferimento a parametri stabiliti con decreto del ministro vigilante.
3. Il Compenso per le prestazioni professionali è pattuito per iscritto al momento del conferimento dell’incarico professionale.

Il professionista deve rendere noto al cliente il grado di complessità dell’incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dell’incarico e deve altresì indicare i dati della polizza assicurativa per i danni provocati nell’esercizio dell’attività professionale.

In ogni caso la misura del compenso, previamente resa nota al cliente con preventivo scritto, deve essere adeguata all’importanza dell’opera e va pattuita in modo onnicomprensivo.

L’inottemperanza di quanto disposto nel presente comma costituisce illecito disciplinare del professionista.
4. Sono abrogate le disposizioni vigenti che per la determinazione del compenso del professionista, rinviano alle tariffe dì cui al comma 1. “.

Leggendo il testo del Decreto ci si chiede da quale pianeta siano venuti gli illustri Professori!

Per gli incarichi professionali relativi alle opere pubbliche ignorano che il rapporto tra le parti è sempre disciplinato da un contratto in doppia o triplice copia, con tanto di marche da bollo in capo al professionista incaricato, nel quale sono dettagliatamente descritte le prestazioni richieste al professionista nonché l’importo della parcella e le modalità di pagamento della stessa?

Ignorano che in relazione al “grado di complessità dell’incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dell’incarico” è previsto dal Codice  e dai Disciplinari di gara il numero e la qualità degli elaborati che il professionista incaricato deve presentare al Committente pubblico?

In relazione a ciò cito un recente Bando integrato dell’Università di Roma “La Sapienza” relativo alla progettazione esecutiva e successiva realizzazione dei lavori di riqualificazione dell’ex Centro Meccanografico delle Poste a San Lorenzo – Roma – adibito a sede universitaria con annessi servizi.

– Importo dei lavori: oltre € 22.000.000,00

– Importo della progettazione esecutiva: € 420.000,00.

Oltre all’espletamento di progettazioni di importo più che milionario al professionista veniva richiesto un fatturato non inferiore a € 1.260.000,00 per servizi espletati nei cinque anni precedenti, nonché un numero di dipendenti, soci, ecc, pari a 20 unità negli ultimi tre anni in quanto l’Amministrazione aveva stabilito che per eseguire l’incarico fossero necessari 10 professionisti e quindi, con riferimento al Codice, chiedeva la dimostrazione al professionista di aver avuto come dipendenti o collaboratori il doppio dei tecnici ritenuti necessari.

La cosa più interessante di questo bando è che in relazione a quanto già espresso con riferimento al “grado di complessità dell’incarico, fornendo tutte le informazioni utili circa……..”, l’Amministrazione avrebbe fornito al professionista aggiudicatario dell’appalto, insieme all’Impresa, tutto il progetto definitivo già redatto dall’Amministrazione stessa quale documentazione di base da trasformare in progetto esecutivo; il numero di tali elaborati è stato di 150 elaborati tra rilievi, disegni architettonici, strutturali, impiantistici, relazioni, capitolati, computi metrici, piani di sicurezza, documenti economici, ecc..

Come si concilia tutto ciò con quanto espresso nel Decreto?

Agli illustri Professori nessuno ha detto che con l’eliminazione dei riferimenti tariffari l’ente pubblico non avrà più una base per stabilire la soglia per l’affidamento dei servizi professionali e dovrà procedere con una totale arbitrarietà, a scapito della qualità e della trasparenza delle procedure amministrative?

Con quale metodo i Responsabili del Procedimento determineranno il compenso professionale da porre a base di gara per i servizi di ingegneria ed architettura?
Essendo state cancellate le tariffe professionali,  le stesse non potranno essere più utilizzate e le Amministrazioni pubbliche avranno la libertà assoluta nella determinazione dell’importo da porre a base d’asta, con la assurda conseguenza che due servizi di architettura ed ingegneria del tutto simili, per prestazioni richieste e per importo dei lavori, posti in gara da due diverse amministrazioni, potranno avere due importi a base d’asta notevolmente diversi tra loro.
E’ questo il modo di fare le liberalizzazioni e di evitare le scelte arbitrarie che saranno compiute dalle Amministrazioni?

Come potrà essere determinato un importo a base d’asta per opera pubblica che sia “adeguato all’importanza dell’opera”?
Non è bastata la “bastonata” Bersani? Non sono bastati gli incredibili ribassi di cui le Amministrazioni pubbliche hanno, fino ad aggi, beneficiato senza tenere in alcun conto la professionalità, l’esperienza, i titoli, le responsabilità anche penali che si assume un professionista incaricato?

Gli Ordino professionali, i sindacati di categoria ed il CNA cosa hanno fatto in merito alla “Bersani” e al Decreto Monti? Solo parole a mezzo stampa, cioè nulla. E’ anche vero che gli Ordini ed il CNA istituzionalmente non possono svolgere il ruolo di un sindacato di categoria ma, allora, perché le Istituzioni, quando intervengono sulle tariffe, convocano tale organismi?

La confusione è totale; la nostra è la vera “repubblica delle banane”.

In virtù di ciò non si può omettere di citare la qualunquista posizione espressa dal CNA “Abbiamo molto apprezzato, in particolare la competenza e la capacità di ascolto del Ministro Severino che, all’interno di un precisa politica di riscrittura delle regole, ha proceduto con buon senso, raccogliendo i contributi delle professioni. L’aver lasciato il riferimento ai parametri nei contenziosi è, infatti, un atto di buona amministrazione, tutto a vantaggio dei cittadini e del buon governo dell’economia e della giustizia.”
“Per quanto riguarda, poi, il preventivo obbligatorio, condividiamo la norma che consideriamo utile per un rapporto trasparente con i clienti, ai quali non ci si dovrà limitare a preventivare i costi ma, occorrerà descrivere dettagliatamente la complessità della prestazione professionale. Solo in un rapporto di grande trasparenza, infatti, il confronto concorrenziale può regolare i rapporti professionali, senza offrire il destro alle truffe o alla promozione ingannevole come quella che quotidianamente circola su internet”.

Pongo una domanda: gli architetti liberi professionisti possono essere rappresentati da tali “colleghi”?

Questi non conoscono, così come gli illustri “Professori”, la nostra realtà professionale; ignorano completamente le questioni di clientela ed arbitrarietà che riguardano gli affidamenti degli incarichi pubblici di cui parlerò in maniera specifica e mirata, a seguire, con riferimento al Codice.

Chi ci può, allora, rappresentare? Il CUP? Cioè un organismo a cui aderiscono tutte le professioni ordinistiche ed il cui Presidente, non architetto, si ritiene capace di presentare ai “Professori” le istanze degli architetti ed ingegneri liberi professionisti?

Domanda: come si possono presentare, ai politici, istanze e rivendicazioni di una categoria professionale senza che la stessa sia mai stata convocata da alcun organo di rappresentanza?

Allora è arrivato il momento per noi, architetti ed ingegneri liberi professionisti, di organizzarci, di costituire una rete forte e compatta, che elabori proposte concrete in merito al progetto di Architettura, al ritorno a tariffe minime inderogabili e al corretto e limpido affidamento dei servizi di architettura ed ingegneria, senza tralasciare, ovviamente, la questione primaria relativa ai tempi certi di pagamento delle parcelle da parte delle Amministrazioni pubbliche ed in particolare di quelle dello Stato.

Ci vogliono sempre alcuni mesi per essere pagati e, in certi casi, anche alcuni anni; naturalmente senza il riconoscimento di alcun interesse. Potrei citare alcuni casi significativi, di attualità, che ometto soltanto a causa della ristrettezza del tempo concessomi da questa assemblea; una domanda mi sorge, comunque, spontanea: con quali criteri e per quale motivo i “Professori” ci hanno tolto l’ultima risorsa che avevamo per essere pagati dalle Amministrazioni pubbliche, cioè il decreto ingiuntivo ed hanno previsto solo il ricorso ordinario (e decennale con tutte le relative conseguenze negative) al Tribunale?

Vorremmo spiegazioni e risposte che nessuno si è degnato di darci.

Colleghi vi invito ad essere compatti, ad organizzare gruppi di lavoro, a creare una rete – noi della Rete 150 K ci stiamo provando con sacrificio ed estremo impegno – al fine di essere noi stessi gli artefici della nostra condizione professionale; organizziamoci e manifestiamo il nostro dissenso e le nostre rivendicazioni attraverso Internet, con nuove assemblee come quella di oggi e anche con manifestazioni di piazza che, credo, sino le uniche in grado di far arrivare la nostra voce presso i cittadini, i politici e presso giornali e tv. Le nostre rivendicazioni e denunce non sono di tipo sindacale o di “casta” ma esprimono la volontà di coloro che, quale parte consistente dalla cultura del nostro Paese, pretendono di essere professionalmente rispettati e di avere “minimi contrattuali” che ne garantiscano l’esistenza.

INCARCHI PUBBLICI – REGOLE DEL CODICE/REGOLAMENTO E MODALITA’ DI AFFIDAMENTO

I “Professori” hanno spazzato via le tariffe ma non hanno provveduto a modificare l’art. 91 del Codice dei Contratti e gli artt.  261,262 e 263           del Regolamento di attuazione; chi e in che modo determinerà a quale delle seguenti tre categorie rientreranno gli incarichi da affidare?

a) – Importo delle gare per affidamenti inferiori ad 40.000,00 (prima 20.000,00) – fiduciari con DURC; il Codice ne prevede l’affidamento esclusivamente “ad personam” cioè a pochi “eletti” e non solo: molto spesso, infatti, tali incarichi, mascherati con l’affidamento di una “consulenza” – vietata in quanto non prevista dal Codice e più volte sancita dall’Autorità di Vigilanza CP – riguardano progettazioni complete cioè architettonica, strutturale, impiantistica, ecc. che, fino a ieri, venivano compensate con circa 18.000,00 euro (anziché alcune migliaia di euro) evitando, in questo modo, il ricorso ad affidamenti con bando di gara perché troppo complicato oppure oneroso per i tempi necessari all’affidamento.

b) – Importo delle gare per affidamenti inferiori ad 130.000,00 / 193.000,00 (prima 100.000,00) – invito rivolto ad almeno 5 professionisti, DURC; in questi casi la maggior parte delle volte gli affidamenti sono fittizi in quanto, pur svolti con le regole previste dal Codice, nella realtà si chiede al professionista amico già prescelto di far presentare a 4 suoi amici, o collaboratori, 4 offerte più alte della sua e di consegnarle immediatamente dopo la pubblicazione del bando di gara. Esperita la gara soltanto fra le prime 5 offerte pervenute, si assegna l’incarico a chi ha fatto il maggior ribasso, cioè a colui che è stato prescelto prima della gara e quindi tutto è formalmente regolare.

COMMENTI………………..Ci si chiede se simili comportamenti di alcune amministrazioni pubbliche ( = reati) possano essere ancora ignorati. Dove sono i Consigli Nazionali, gli Ordini e i “Professori”? Ma anche dove siamo noi architetti ed ingegneri liberi professionisti?

c) – Importo delle gare per affidamenti superiori a 130.000,00 / 193.000,00 (prima 100.000,00) – fidejussioni, reddito professionale, lavori relativi ad appalti milionari svolti in precedenza, DURC, numero di dipendenti, ecc..

Per terminare una ulteriore considerazione in merito alla incredibile disomogeneità e quantità di moduli che bisogna riempire per partecipare alle gare pubbliche e alla continua necessità di compilare ex novo il proprio curriculum a causa della incessante fantasia di chi compila i bandi pubblici.

Arch. Moreno Capodarte

Sette fischi brevi e uno lungo

19 febbraio 2012

Possono queste riforme, liberalizzazioni, esser state pensate per favorire i giovani?

Per favorire i giovani si sarebbe potuto cambiare la legge che governa gli appalti di servizi: per esempio scorporando il progetto preliminare e definitivo dall’esecutivo e direzione lavori. Dando la possibilita’ ai giovani di partecipare a concorsi anche essendo al primo esercizio contabile e non avendo i fatturati assurdi che le leggi vigenti chiedono per progettare anche un chiosco.

Per favorire i giovani si sarebbe potuto metter mano ai contratti che regolamentano le prestazioni professionali all’interno degli studi.

Per favorire i giovani si sarebbe potuto caldeggiare una riforma profonda del sistema universitario che li forma e che li fa uscire impreparati al mondo del lavoro, e non sara’ un tirocinio professionale fatto negli ultimi anni di facolta’ a favorirne l’ingresso nella professione.

Per favorire i giovani si sarebbero dovuti imputare alcuni capitoli di bilancio per incentivare la loro formazione  per esempio con l’internazionalizzazione.

Infine per favorire i giovani avrebbero dovuto fare in modo che restare a lavorare ancora in Italia avesse un senso.

Il brain draining con queste riforme economiche, da liberista del nuovo millennio, non si fermerà e i nostri migliori elementi continueranno a scappare dall’Italia degli economisti, capaci solo di alzare tasse e di rendere ancora piu`invivibile questo paese. Non si intravedono ancora le vere riforme strutturali, quelle indirizzate a dare una vera sterzata non solo alla questione economica, che forse potrà anche essere normalizzata, ma soprattutto a quella  culturale e di indirizzo del paese, allo stato attuale completamente assente. Qual’è il fine? E cosa vogliamo che l’Italia sia domani?

L’economia non può avere come suo fine se stessa. L’economia deve essere uno strumento al servizio di una visione più ampia. Una visione di indirizzo culturale e morale. Come puó interessarmi sapere che domani avrò raddrizzato la situazione economica, quando avrò creato un popolo che ha come unico suo valore il profitto a tutti i costi e fine a se stesso?

Dov’è il perfezionamento morale e la tendenza alla comunione sempre più intima e vasta fra tutti i membri della famiglia umana che si predicava di raggiungere con il liberalismo (mazziniano prima e crociano dopo)? Come si pensa di raggiungerlo?

Se per raggiungerlo si pensa di dover passare attraverso la guerra dei poveri, attraverso i ribassi da “pane oggi per fame domani” allora l’Italia continua ad essere per i professionisti onesti (e non solo professionisti) un paese dove non conviene stare e lavorare, perchè sopravviveranno a questa politica cieca solo pochi forti gruppi di società con capacità di spesa.

Disarmante anche la tecnica di screditamento del dissenso, espressa dalle varie “corporazioni”, messa in atto dal governo. Il messaggio che passa è quello che il dissenso è normale che ci sia poichè “abbiamo toccato interessi incrostazioni” del mercato. Un dissenso quindi di matrice reazionaria indirizzato a proteggere i grandi interessi economici acquisiti. Nel nostro caso quali sono? I minimi tariffari? Non ci sono mai stati nel privato e nel pubblico erano l’unico baluardo, necessario, ma non sufficiente (se guardiamo alle strutture pubbliche crollate a L’Aquila), ancora esistente per far si che gli edifici pubblici si costruissero con serietà.

Al contrario questa casta di privilegiati degli architetti li vuole e li invoca i cambiamenti come via di salvezza dall’estinzione dell’architettura sul suolo italiano, ma vuole cambiamenti che abbiano veramente la loro efficacia, che siano in grado di smuovere veramente la situazione e che non siano le ennesime manovrine di facciata.

Manovrine che in un contesto sociale degradato come è quello attuale, avranno come unico risultato quello di arricchire ancora di più i furbi. La “casta” degli architetti chiede riforme più radicali. Riforme più coraggiose e democratiche. Rivendica la pretesa che  possa esistere una giustizia che ponga un freno all’accaparramento del lavoro per vie traverse legalmente inaccettabili, rivendica la pretesa che le gare possano essere esperite su base meritocratica e non sulla base di una competizione economica, data a forza di remunerazioni che non coprono neanche i costi di produzione, e che poco hanno a che vedere con il sistema meritocratico teorizzato da liberalisti e liberisti.

Da anni assistiamo inermi al degrado culturale delle nostre città costruite allo stesso modo, con gli stessi criteri, da destra e sinistra. Da anni assistiamo allo stupro dei nostri territori occupati da quartieri senza anima, specchio del degrado culturale in cui la nostra società versa governata da politici, incolore, dove l’architettura, la visione dello spazio e financo la sicurezza stessa degli edifici si piegano sotto il peso della speculazione economica.

Progetti di quartieri che vengono tirati fuori dai cassetti degli imprenditori, sempre uguali e ripetibili all’infinito fino a far traboccare le loro tasche di soldi. Non importa che poi tali quartieri manchino in infrastrutture o creino disagio sociale, l’importante è il profitto a tutti i costi.

I sette fischi brevi e l’ultimo lungo sono già suonati per molti di noi quando ancora studenti, ci accorgevamo dell’arretratezza culturale in cui versava la nostra facoltà e le nostre cittá vernacolari e uguali. Molti se ne sono andati a lavorare fuori e molti altri continueranno ad andarsene finchè le riforme serie non daranno reali possibilità di lavoro per giovani e non più giovani, finchè l’Italia non tornerà ad essere fonte di cultura, finchè l’Italia non sarà più preda degli speculatori finanziari, finchè la dignità non tornerà ad essere di nuovo un valore, finchè quei fischi non smetteranno di dare il loro amaro, triste, e desolante messaggio di abbandono!

Christian Rocchi – professionista e architetto

da 13 anni 5 volte responsabile per l’ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Roma e Provincia di progetti, che godono di finanziamento europeo, che permettono agli architetti sotto i 35 anni di abbandonare l’Italia!

Chiarimenti tra amate l’architettura e federarchitetti roma

16 febbraio 2012

La sezione di Roma di Federarchitetti, nella persona del suo Presidente architetto Giancarlo Maussier e dell’architetto Stefania Baldi, e il Movimento Amate l’Architettura nella persona del suo Presidente architetto Antonio Marco Alcaro e degli architetti Moreno Capoparte, Eleonora Carrano e Giorgio Mirabelli, hanno ritenuto opportuno incontrarsi per chiarire alcuni aspetti sollevati dall’architetto Maussier nella lettera pubblicata sul sito di Federarchitetti Roma dopo l’Assemblea 150K ARCHITETTI, che si è svolta a Roma il giorno 8 febbraio 2012.

Nel corso dell’incontro , tenutosi il 15 febbraio 2012, i componenti delle due Associazioni hanno chiarito le reciproche incomprensioni ed hanno convenuto che non ci sono punti di contrapposizione tra le due strutture, che anzi, anche se con modalità diverse, perseguono obiettivi e finalità comuni, e che pertanto, in questo periodo di grosse difficoltà per i professionisti, si debbano mettere da parte le polemiche per raggiungere un obiettivo comune che è la tutela della dignità professionale dell’architetto.

Roma, 16 Febbraio  2012

Firmato

Architetto Giancarlo Maussier

Presidente della sezione di Roma di FEDERARCHITETTI

Architetto Antonio Marco Alcaro

Presidente del Movimento

AMATE L’ARCHITETTURA