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#citOFOno – IL SECONDO RACCONTO

15 novembre 2017

Riassunto delle puntate precedenti. A Miano c’è chi ruba le OFO. Non avendo un c***o da fare, ho iniziato a chiacchierare con i ladri. Ne sono nate dieci storie. Questa è la seconda. La storia di Luigi.
#OFO #citOFOno #citOFOno2

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Vagolo in zona Vincenzo Monti in auto.
È una zona che mi rende nervosissimo perché lì l’area C è in agguato in maniera PARTICOLARE.
“Particolare” vuol dire che basta svoltare distrattamente un attimo che ti becchi la multa. Più di tutte, odio piazza della Conciliazione, mi ha già fregato diverse volte. Rotondissima ma infingarda. Sbagli uscita ed entri in area C.
Sono fermamente convinto che gli hub cittadini abbiano un’anima. Piazza della Conciliazione e Porta Ludovica sembrano streghe di Halloween pronte a punirti alle spalle. Invece Corso Venezia non ti mente mai, lo vedi da chilometri che inizierà l’area C. Porta Venezia ti accoglie in un abbraccio. Io ho un quasi-furgoncino diesel, quindi sarebbe comunque un abbraccio mortale,  multa sicura, ma tant’è.
È in questo momento che mi sopravanza brillantissimo uno studente sulla sua OFO gialla.

Le bici in sharing hanno un nemico, dobbiamo ammetterlo: il pavè. Chi le ha costruite è convinto che in Italia abbiamo liscissime ciclovie in tartan tipo Amsterdam.
E invece Milano ha il pavè. Non parliamo poi dei sanpietrini a Roma.
L’hipster con la barba alla Vittorio Emanuele mi saetta a fianco, aitante.  Lo immagino andare  dritto sparato a una scuola di design e di moda in centro a Milano. Pedala fiero delle sue zero emissioni di CO2. Ma puntualmente, come svolta in Largo Cinque Alpini, il sorriso gli si spegne in volto e le sue funzioni genitrici sono duramente messe alla prova. Le bici hanno ammortizzatori ridicoli. Si pentirà?

La mia è tutta invidia. L’hipster mi ispira, maledico di essermi spostato in auto, parcheggio, apro la mia brava app OFO e zàcchete individuo la solita bici , disponibilissima…dentro un cortile.
Ormai avvezzo, entro sparato. La bici non c’è, eppure il segnaposto sulla app è di un giallo intensissimo: il velocipede dev’essere qui.
Un gruppo di cuochi bengalesi, impegnati nel ristorante italiano sciurètto che dà sulla strada, mi guarda sornione.
“Cerchi bici gialla?”
E puntano il dito verso l’alto, tipo Scuola di Atene. Esito per un attimo, forse vogliono dirmi che le bici OFO ormai sono assurte a una costellazione nel firmamento.
E invece. Sono sempre stato un tipo piatto.
“Tu devi andare al quarto piano”.
Si sono portati la OFO su in cima, al ballatoio! Il GPS dovrebbe avere anche un altimetro, mi dico io.
Mi precipito a falcate di 3 scalini per volta su al quarto. Ed ecco che un ragazzo scende come una folgore, più veloce di me, con la sua OFO sulle spalle. Non mi nota neanche, non può immaginare che sia un suo concorrente.
È giovanissimo, sembra uscito da “I Fiori delle mille e una notte” di Pasolini, ha a malapena la prima peluria sopra il labbro e arranca con la OFO.

Bene, vorrei bloccarlo ma è indaffarato – non perché voglia sfuggire al confronto, non gliene frega assolutamente niente – ma perché ha un enorme zainetto-cubo sulle spalle. Pure quello giallo, tutto in tinta. Deve consegnare un pranzo con uno dei tanti servizi food delivery che imperversano in città. Usa la OFO per avere il lavoro.

E lì vado in corto circuito. Da una parte, la “causa delle bici rapite”. Dall’altra mi viene in mente il compenso ridicolo che questi pony-express-senza-motore si beccano ad ogni consegna.

Il corto circuito è lungo abbastanza perché Luigi, lo chiameremo così, mi si sfili dalle mani.

Scendo sconsolato a cercarmi un’altra bici.

E fuori dal portone scopro una cosa buffissima. Luigi non sa andare in bici.
Lui è ancora lì. Tiene sempre la terza e quindi fa un metro in 20 pedalate.
Tutta quella energia giovane pasoliniana, e poi mi finisce con la ruota nei binari del 5, per poi scabussare alla fine sul pavè. È scivolato di faccia. Sta verificando terrorizzato se lo zainetto-cubo sia intatto.
Mi guarda. Lo dicevo io del pavè.
“La bici non s’è fatta nulla”, gli faccio. “Tu stai bene? Come ti chiami?”
“ ****. “ Sembra uno di quei dipinti da Al-Fayyum, gli occhi enormi, sgranati.
“Dove devi consegnare?”
“Porta Venezia”.
“Hai un culo mostruoso. Mi dicevi Porta Lodovica non ti portavo”.
Apriamo il baule dell’auto, carichiamo la OFO e lo zaino, e andiamo tra le braccia del dazio di Porta Venezia.
Viene da ****. Faceva consegne anche lì, in moto. Aspettava che costruissero la strada asfaltata per raddoppiare il numero delle consegne.
“E com’è finita?”
“Che il mio governo non l’ha più costruita, quella strada. Mio fratello è qui da cinque anni, ho pensato di raggiungerlo.”.
Evidentemente ha bisogno di quella manciata di euro della food delivery e una bici non ce l’ha. E fino al 31 ottobre, tutto sommato giustamente, la usa ininterrottamente per mettere da parte i soldi per farsene una e incominciare a lavorare con più continuità.
Arriviamo a destinazione, mi guarda: “Adesso tu vuoi la OFO indietro, vero?”
“Lascia perdere, cerco in un altro cortile”.

#citOFOno – La storia di Ishak

9 novembre 2017

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Sono tornato nella mia città natale, Milano, per qualche giorno per lavoro e una mia amica mi ha introdotto al mondo meraviglioso delle biciclette OFO.
Fino al 31 ottobre erano gratuite, in prova.
Dopo l’uso compulsivo nei primi giorni, ho iniziato a pensare che la mappa della app non fosse collimata bene bene, perché visualizzavo un sacco di OFO DENTRO le case.
A un certo punto ho capito che la mappa era precisissima e che semplicemente le bici – la gente se le zanzava. Portandosele in casa.
Ora la cosa divertente è che non smontano il GPS dentro la bici, quindi la app continua a localizzare la bici rubata.
Non avendo un c***o da fare al pomeriggio, ho iniziato a citofonare ai condomini, come quando a dieci anni chiamavamo gli amici per giocare a calcetto, e mi sono messo a beccare i ladri di biciclette a uno a uno.
Stiamo parlando di una media giornaliera di 8 OFO zanzate su 10 che provavo a prendere, ragazzi.
Ho citofonato, li ho fatti scendere e mi son messo a chiacchierare con loro.
Ne sono uscite dieci storie di incontri tra cazzari. Questa è la prima.

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La storia di Ishak.
#OFO #citofono
Esco dal MAS, una bellissima scuola di musical, danza e recitazione a Milano, dove stavo guardando le lezioni del mio amico coreografo Matteo Gastaldo.
In via Ponte Nuovo una OFO risulta parcheggiata dentro un condominio. Il pizzaiolo rumeno mi lascia entrare in cortile, e trovo la OFO non solo parcheggiata, ma LUCCHETTATA. Genio.
Mi siedo e aspetto. Passa una signora. Lancio con nonchalance un “Ne sa qualcosa?”
“Ma sa che è giorni che la guardo e mi faccio la stessa domanda?”
Poi, la botta di culo.
Passa un ragazzo sui 17 anni. È il nipote della sciura, la quale lo apostrofa con un tono da zia-senza-possibilità-di-risposta-menzognera:
“Luca, tu sai chi si è rubato la OFO?”
E Luca risponde al volo, alla Pavlov, senza nemmeno cercare di intortare la zia. Sembra Mowgli di fronte a Kaa.
“Ho visto Ishak, il compagno di classe di Carlo, armeggiarci attorno”.
Luca mi indica il balcone di casa Ishak.
Citofono a Ishak.
“Scendi, va’. E porta le chiavi del lucchetto.”
Arriva Ishak. È uguale al figlio di Moretti ne “La stanza del figlio”. E mi fa:
“Tanto non la usava nessuno”.
“Beh, certo, se te la lucchetti in cortile, è un po’ difficile che qualcun altro la usi. E secondo te io a fianco alla bici che ci faccio?”
Ishak: “Ah la volevi usare?”
Attenzione: ci è, non ci fa. Sorrido. Con Ishak opto per la strategia “abbraccio hare krishna”.
“Libera ‘sta bicicletta, va’. Hai un nome copto, sei cristiano ve’?”
“Sì. Ortodosso, diciamo”.
“E non rubare non te l’ha insegnato la mamma? Ce l’avete pure voi il decalogo, ve’?”
“Ma scusa meglio in mano mia che buttata nel Naviglio, ti pare?”
Fa pure riferimento a un articolo del Corriere uscito un paio di giorni prima. Dei vandali non avevano trovato niente di meglio da fare che buttare le OFO nella darsena. Personalmente credo che pure i vandali abbiano una hit parade della cazzate da fare, e “buttare la OFO a mare” non dev’essere il massimo. Qualcuno deve aver interesse a danneggiare quante più OFO possibile, nel minor tempo possibile. Ma glisso e mi riconcentro sul labiale di Ishak, che era arrivato a:
“Ma scusa meglio in mano mia che buttata nel Naviglio, ti pare?”
Il ragionamento non fa una grinza.
Porto Ishak al centro del cortile. Mi siedo su un panettone in cemento.
“Adesso facciamo così. Io non chiamo la polizia se tu urli al condominio ‘Ho fatto una stronzata’. Un po’ di volte.“
Ishak: “No, la mamma mi ha insegnato a non dire le parolacce”.
Ecco, ‘sta frase qui mi blocca per un attimo, devo ammetterlo. Chapeau. Devo riconoscere a questo ragazzo che è sveglio. Ma anche mamma e papà non devono essere da meno.
Allora esco un attimo dal droghiere pakistano appena a fianco, mi prendo un sacchetto di patatine, mi metto comodo sul panettone, citofono a Luca e chiamo i suoi amici.
Ishak rimane un attimo interdetto, ma io ho le chiavi del suo lucchetto.
Quindi ha da aspetta’.
Poi mi apro il dizionario dei sinonimi e dei contrari sull’Iphone.
E così Ishak ha urlato “Ho fatto una cretinata, scemenza, sciocchezza, scemata, cavolata, stupidaggine, stupidata, idiozia, fesseria, bestialità, banalità, bazzecola, piccolezza, cosa da nulla, inezia, fregnaccia, boiata.” per 5 minuti. Il tempo di mangiarci le patatine con Luca & C mentre lo guardavamo.
Poi ho ringraziato, gli ho ammollato il suo lucchetto e inforcato la nostra OFO.

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L’ascesa dell’intelligenza artificiale e l’utilità dell’architetto

18 giugno 2016

Nel romanzo “La città e le stelle” di A. Clarke, l’autore immagina l’umanità relegata all’interno della città di Diaspar; una bolla autosufficiente interamente controllata da un computer centrale dove gli uomini non hanno nulla da fare se non dedicarsi ad attività artistiche e ludiche senza più alcuno scopo od obbiettivo.

Il Computer centrale pensa a tutto; la città appare come cristallizzata ed eternamente uguale a se stessa.
In una società simile a Diaspar, dove le macchine si sostituiscono all’uomo in ogni funzione essenziale, a cosa serve un architetto?

Sembrerebbe un futuro lontano e impossibile eppure non abbiamo fatto a meno di ripensarci quando abbiamo letto questo articolo su Valigia Blu,  dove Fabio Chiusi fa notare come una delle ultime frontiere in campo informatico sia stata superata quando ‘AlphaGo’ l’intelligenza artificiale di Google, ha battuto il campione Lee Sedol a Go, uno dei giochi più complessi, astratti, e dunque tipicamente umani mai esistiti.
La cosa straordinaria è che per vincere, AlphaGo ha adottato strategie tipicamente creative, superando l’uomo proprio in un campo che si riteneva essere una nostra prerogativa.
Questa notizia determina quindi uno spartiacque su quello che siamo sempre stati abituati a immaginare come limite all’azione delle macchine e in generale di tutto il complesso mondo dell’automazione.
Fino ad oggi l’innovazione tecnologica, se da una parte ha portato alla sostituzione dell’uomo nello svolgimento di alcune attività, fin’ora ha sempre contestualmente creato anche nuove professionalità.
La creatività è sempre stata considerata come l’ultima frontiera insuperabile dalle macchine, grazie alla quale alla fine ci sarà sempre bisogno di un contributo umano per svolgere una funzione, un lavoro o una qualsiasi attività.

Ma che succede se anche quella barriera viene superata?
Che succede se ad un certo punto anche la creatività e l’inventiva cominciano ad essere capacità attribuibili alle macchine?

Senza immaginare scenari apocalittici possiamo comunque ipotizzare un futuro non improbabile nel quale le macchine sostituiranno l’uomo nei processi decisionali e saranno in grado di fornire risposte innovative e creative a problemi complessi.
Non è difficile immaginare che l’evoluzione dei software e dei sistemi di automazione renderà sempre meno necessarie le professioni di natura tecnica e tutte quelle che richiedono una certa standardizzazione delle soluzioni. Per fare un esempio banale, non è difficile immaginare che le attività di rilievo di un immobile (sia ai fini catastali che di restauro) possano essere fatte in maniera del tutto automatica tramite droni in grado di rilevare e restituire il disegno degli ambienti scansionati; se in un primo momento la presenza umana apparirà necessaria, man mano che migliorerà l’autonomia e l’affidabilità del sistema, il ruolo dell’apporto umano sarà sempre di più simile a quello di un supervisore fino a scomparire del tutto.
Ci sarà un momento in cui l’Archistar di turno potrà finalmente liberarsi di scomodi disegnatori perché le macchine sapranno leggere e tradurre in disegni esecutivi i loro schizzi; e presumibilmente anche le imprese esecutrici saranno costituite da robot in grado di realizzare qualsiasi opera; senza problemi sindacali tra l’altro. Il Faraone potrà finalmente costruire le sue piramidi in totale autonomia intellettuale, e potremo dire addio al concetto di città partecipata di stampo medioevale.
Fin qui la lezione è chiara, se si vuole sopravvivere in un mercato dominato dall’innovazione, o si diventa specialisti di quella specifica tecnologia oppure ci si caratterizza per l’estremizzazione creativa; ovvero si cerca di offrire qualcosa in più, quel plusvalore che ancora oggi una macchina non riesce a dare, o non riesce a darlo in maniera funzionale.
Nella professione una rivoluzione del genere si è già vista con l’avvento dei software di disegno automatico; i vecchi prospettivari sono andati in pensione, sostituiti dai supertecnici del disegno automatico.
L’omologazione dello strumento di disegno utilizzato da una parte ha appiattito la qualità media della progettazione grazie, dall’altra ha allargato la base dei professionisti in grado di raggiungere quel livello qualitativo.
Per disegnare a mano occorreva comunque essere minimamente portati a farlo, occorreva avere un talento naturale di base; lo strumento autocad, per quanto complesso è comunque uno strumento alla portata di chiunque abbia la voglia di impararlo.
Contestualmente proprio la disponibilità di strumenti in grado di moltiplicare la produttività di un singolo disegnatore, ha aperto la strada alla creatività del singolo progettista.
Mi ricordo perfettamente come una delle critiche più diffuse verso le prime “Invenzioni grafiche” decostruttiviste (quando le opere realizzate si contavano sulla punte delle dita) fosse proprio l’impossibilità di controllare il progetto. L’avvento di programmi e software in ausilio al disegno ha certamente reso più semplice controllare quelle forme complesse.
Prima o poi qualcuno dovrà approfondire la correlazione stretta che c’è stata tra l’avvento dei sistemi di disegno automatico e il successo diffuso e mondiale delle Archistar. Una relazione in tutto e per tutto simile al legame che unisce l’invenzione degli ascensori allo sviluppo dei grattacieli.
Insomma la lezione della storia insegna che per gli architetti di fascia media si prospettano tempi duri, costretti a inseguire una innovazione tecnologica sempre più impetuosa oppure a distinguersi a colpi di creatività.
Su questo argomento può essere d’aiuto questo piccolo vademecum pubblicato su Linkiesta.
Ma che succede se poi anche quegli ambiti peculiarmente umani cominciano ad essere sostituibili da macchine?
Che succede se poi ad essere sostituiti sono i creativi?
Siamo di fronte al concretizzarsi di uno scenario distopico come quello spesso immaginato nella fantascienza? Un mondo nel quale diventa inutile il lavoro dell’uomo. Anche senza ricorrere alle visioni apocalittiche di Matrix o Terminator, che immaginano un mondo in guerra tra macchine e umani, possiamo tranquillamente immaginare un mondo dove l’uomo non ha altra occupazione se non il proprio tempo libero. Una società completamente dedita al gioco; dove l’esercizio creativo è relegato ad una autocelebraizone sterile e dove l’uomo è assorbito e impegnato in attività legate esclusivamente al tempo libero.
Non possiamo prevedere con certezza cosa succederà e con quali impatti sugli assetti sociali, però possiamo provare a ragionare sugli scenari più prossimi e provare ad attrezzarci.
In questo senso una indicazione chiara è proprio sull’effettivo valore aggiunto che la professione dell’architetto fornisce al processo produttivo urbano.
Quando ci si interroga sul ruolo dell’architetto e dell’architettura occorre quindi ricordare che ancora per molto il vero valore aggiunto sulle trasformazioni urbane è dato dalla capacità inventiva e creativa.
Uno degli scenari più credibili del prossimo futuro ci fa pensare che buona parte delle funzioni di base della progettazione edilizia sarà assorbita dalle macchine. Agli umani saranno lasciate la responsabilità legale del lavoro ed il plus valore creativo.
A proposito di quest’ultimo, che è il tema centrale su cui stiamo ragionando, il vero obiettivo sarà cercare di distinguere l’atto “creativo” della macchina da quello umano.
Anche se è stato recentemente dismesso, perché superato dalla tecnologia, questo tema (la distinzione tra macchina e persona attraverso domande che determinassero se l’interlocutore era in grado di pensare) è stato affrontato da Alan Turing nel 1950 con il suo famoso e omonimo test.

Sarà possibile individuare una procedura analoga per identificare l’atto creativo dalla sua imitazione digitale?
Non possiamo saperlo con certezza ma di certo sarà sempre più difficile tracciare quel confine.
Noi vogliamo essere ottimisti e riteniamo che almeno per un po’ ci sarà ancora bisogno di architetti e creativi: l’importane sarà non lasciarsi cogliere impreparati dalle innovazioni tecnologiche che arriveranno sul mercato.
In fin dei conti siamo architetti non siamo robot.

Scritto con il contributo di Giulio Paolo Calcaprina

Perché le case crollano? Usereste un’auto d’epoca per fare la spesa?

2 febbraio 2016

Al di la delle questioni giuridiche e delle responsabilità legali, su cui si esprimerà la magistratura, il crollo del Flaminio è significativo perché mette in evidenza un modo di affrontare le ristrutturazioni, che se non è indicativo di schizofrenia, denota certamente la presenza di un delirio di onnipotenza, a tutti i livelli.

È evidente che alla base della catastrofe ci sia stata l’incapacità di accettare il fatto che ci sono dei limiti all’utilizzo di un fabbricato che sono imposti dalle leggi della fisica, ma soprattutto dalla obsolescenza degli immobili.

Facciamo un esempio.

Tutti amiamo le auto d’epoca. Qui di seguito potete vedere un bellissimo esemplare di Isotta Fraschini Tipo 8A.

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isotta-fraschini_8a-roadster_front-view, Di Luc106 - Opera propria, Pubblico dominio

Questa magnifica e lussuosa macchina è stata prodotta negli anni ’20.

Ora se ti sei comprato una Isotta Fraschini, dopo non puoi pretendere di utilizzarla come se fosse una Ferrari 488 GTB, ancora meno puoi pensare di usarla come un’utilitaria o un furgone da trasporto. Hai comprato un’auto d’epoca, devi accettare che circoli solo in determinate condizioni, che non possa raggiungere le velocità che desideri; magari puoi pensare di utilizzarla per un matrimonio ma non puoi pensare di andarci a fare la spesa tutti i giorni, di sicuro non la useresti per il trasporto dei mobili di casa.

Per intenderci questa è la foto di un furgone per il trasporto di frutta e verdura nel mercato di Jakarta.

Jacarta - foto di Giulio Pascali

Jakarta - foto di Giulio Pascali

Beh, capisco, non tutti aspirano ad avere un furgone. Molti ne possono fare a meno. E’ difficile però trovare uno che non desideri avere una ferrari. Questa è una 488 GTB. Tra una Ferrari e una Isotta Fraschini c’è una bella differenza; entrambe sono magnifiche automobili ma difficilmente ti compreresti una IS8a se la tua aspirazione è quella di andare da zero a cento in 5 secondi.

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Insomma se vuoi avere le prestazioni di una Ferrari ti compri una Ferrari, o no? E se non puoi permettertelo che fai? Modifichi il motore? Magari si, ma poi devi sapere che la carrozzeria resterà la stessa, l’aerodinamica, la meccanica non saranno idonee a sopportare un motore potenziato. Se superi i limiti, oltre a rischiare una denuncia per violazione del codice stradale è evidente che ti devi aspettare anche che la tua automobile non regga.

Così è avvenuto al Flaminio.

Evidentemente i due proprietari si sono comprati una casa d’epoca, ma avevano in testa i cinque punti di Le Corbusier; uno desiderava il tetto giardino, l’altro la pianta libera. Purtroppo si sono ritrovati un vecchio e pesante edificio residenziale degli anni ’30, fatto di muri portanti, ambienti piccoli e asfittici, finestre con aperture limitate, e tetti piastrellati: che noia!

Dopotutto li capisco, è opinione comune che le abitazioni di una volta siano quelle costruite meglio. Si dice in giro che le case di una volta siano migliori, più solide, più belle. D’altronde basta guardarle, tutto nella loro architettura esprime solidità: l’attacco a terra, il rapporto tra i pieni e i vuoti, la massa e il volume del fabbricato, il rigore tipologico, tutto contribuisce a dare un senso di sicurezza e durevolezza. Chi si sarebbe potuto immaginare che il palazzo non avrebbe retto a quattro vasi e un paio di pareti in meno.

Purtroppo la realtà non è sempre come ce la immaginiamo; si scopre che all’epoca eravamo in regime autarchico, quindi i materiali erano più scadenti, il cemento armato non era così diffuso, le strutture erano ancora in muratura portante, i solai tendevano ad imbarcarsi appoggiandosi anche sulle pareti non strutturali, dopo un po’ (come dovrebbe essere noto a chiunque abbia fatto l’esame di Statica 1 all’università) anche i tramezzi diventavano collaboranti. Si scopre anche che neppure ai bei tempi i costruttori brillavano per onestà; magari iniziavano i lavori per fare un edificio di sei piani, ma alla fine ti tiravano fuori un paio di piani in più.

Inoltre le case non sono come le auto, che le sposti come ti pare e le metti in garage quando non servono; le case sono immobili, appunto, dove le prendi, li rimangono. Se vuoi la casa in centro ti tocca prenderti quella che c’è; e ti tocca pure pagarla un sacco di soldi. È un problema di mercato, più ti avvicini al centro e più le case valgono; anche quando sono costruite male.

Se sei ricco è naturale che la casa te la compri dove costa di più: è una questione di status symbol. Ma se hai speso un sacco di soldi per comprarti casa, dopo come fai ad accettare che la casa non sia come più ti piace?

È per questo che in America in centro costruiscono i grattacieli. In America poi se una casa è vecchia, dopo un po’ la buttano giù e la ricostruiscono nuova, soprattutto se sei vicino al centro; così quando rivendi l’immobile, che costerà una fortuna, sei anche sicuro di vendere un prodotto che si avvicina alle esigenze di chi lo utilizzerà.

Per fortuna non siamo in America; a noi ci piacciono le cose antiche; anche quando non hanno alcun particolare valore estetico o storico; basta che abbiano passato la quarantina che già ci basta. D’altronde da noi esistono i centri storici, siamo circondati dalla storia, siamo abituati all’antichità; quindi un po’ la ricerchiamo, ci consola.

Non c’è nulla di male; siamo la vecchia Europa. I valori storici sono parte del nostro essere ed è giusto attribuire un valore anche agli aspetti culturali ed emotivi della città. Fino agli anni ’40 abbiamo allegramente sventrato e allargato i centri storici, ma oggi abbiamo capito che non era il caso, che bisognava smettere di demolire le cose antiche. Presi dallo slancio ci siamo abituati a conservare tutto, ma proprio tutto.

Solo che ogni tanto qualcuno si annoia e decide che si, le case antiche sono belle eh, ma vuoi mettere un’open space o un tetto giardino?

Purtroppo ogni tanto qualcuno si dimentica che bisogna anche avere la consapevolezza dei limiti, e dei costi, che comporta mantenere i valori affettivi.

Se le esigenze di utilizzo di un immobile sono tali da consigliarne la sostituzione, allora sarebbe bene prendere seriamente in considerazione la cosa, piuttosto che rischiare che un utilizzo improprio ne provochi la rottura o il crollo.

Nel suo saggio breve “Il Medium è il Massaggio” McLuhan sostiene che l’alienazione contemporanea sia in larga parte dovuta dall’ansia di voler utilizzare i nuovi strumenti con le stesse metodologie dei vecchi. Per capirci, ostinarsi a fare le orecchie sullo spigolo dell’iPad per segnarsi la pagina, insistere a ferrare le ruote della propria auto sono tutte azioni che ci possono creare un certo grado di alienazione.

In questo caso abbiamo invertito i termini; abbiamo pensato di poter chiedere ai vecchi strumenti delle prestazioni e delle funzionalità ottenibili solo con i nuovi mezzi. Gli effetti di questa incongruenza a volte emergono in maniera curiosa.

Prima che la curiosità dilaghi, e prima di puntare il dito sui singoli responsabili di questo crollo, sarebbe auspicabile che chi ha ruolo di governo di questa città cominci a prendere seriamente in considerazione l’ipotesi di avviare una vasta e sistematica revisione del patrimonio edilizio esistente; soprattutto quello costruito nei due dopoguerra che come sappiamo non brilla né per qualità estetica né per quella costruttiva.

Qualche anno fa ci hanno già provato ed è finita malamente, vediamo di ritentare, magari con qualcosa di più semplice ed efficace.

Architettura Media-Tech

28 novembre 2015

Caro Peter Wilson,

il mondo sarebbe più bello se finalmente ci si potesse liberare di questo complesso edipico che larga parte della cultura architettonica ha nei confronti della tecnologia. Invece sembra proprio che non si riesca ad averci un rapporto naturale, esente da posizioni precostituite. Trovo infatti che il tuo modo di affrontare il tema della tecnologia, sia essa Hi che Low, denunci una forma di complesso di inferiorità di chi, non sapendo bene di cosa sta parlando, preferisca rifiutare  di affrontare il problema e, solo apparentemente, risolvere la questione a monte.

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Fred alle prese con l'Hi Tech

“Né i mezzi di produzione né i mezzi di comunicazione hanno influenze sulla nostra architettura. Gli strumenti non hanno secondi fini, non siamo seguaci di Marshall McLuhan… Noi siamo architetti orgogliosamente low-tech: meno tecnologia c’è in un edificio, più la sua vita è lunga. Stiamo lavorando alla costruzione di una biblioteca in Lussemburgo (la Nuova Biblioteca Nazionale del Lussemburgo, ndr), un edificio che sfrutta le caratteristiche termiche dei materiali che lo costituiscono per essere caldo in inverno e fresco d’estate. Essere low-tech, in questo frangente, si traduce direttamente in un minore consumo di energia. Un edificio in sé per sé non è intelligente. Al pari delle biblioteche, che non pensano: sono i libri che portano le persone a pensare.”

Il punto è che la tecnologia, per l’architetto è un po’ come il vocabolario per un romanziere; sostenere di essere “orgogliosamente Low Tech” fa pensare ad uno scrittore che dichiarasse, addirittura con orgoglio, che in fondo ci sono parole che non sono necessarie.

Possiamo fare a meno di tutte le parole che vanno dalla U alla Z?

Oppure, come nel tuo caso, di tutti i neologismi che sono venuti fuori negli ultimi 40 anni?

E’ una scelta; probabilmente possiamo rinunciare con leggerezza a parole come “open space” o “commitment”; troverei invece più difficile rinunciare a parole come “computer”, “linkare” o “stakeholder” i cui corrispettivi in italiano tradizionale avrebbero bisogno di strane locuzioni verbali.

Rinunciare ad alcune parole di per sé sarebbe anche corretto, se  il fine di un bravo autore fosse, come in effetti è, l’essenzialità. È proprio così, l’architetto ha il fine dell’essenzialità e dell’economia del sistema progettuale; per essere essenziali è importante avere a disposizione il più ampio spettro di scelte disponibili; per raggiungere il massimo dell’essenzialità hai bisogno di avere la massima disponibilità di tecnologia. Quando si comincia a dire “calcolatore elettronico” al posto di “computer”, mi sa che l’essenzialità se ne va a farsi benedire, e anche un poco  la comprensibilità del testo.

Mi spiego meglio: se devi tenere sotto controllo climatico un deposito di libri rari dubito che tu possa rinunciare ad un impianto di climatizzazione e ad un sistema di supervisione automatico. D’altra parte se l’obbiettivo è il risparmio energetico siamo tutti d’accordo che ricorrere a sistemi naturali è la scelta migliore; a patto che la scelta finale ci consenta di ottenere gli stessi livelli di “confort” richiesti dagli utilizzatori; in architettura non c’è niente di più terrificante di un intervento posticcio.

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Nonostante all'epoca si utilizzassero tecniche costruttive più naturali, i proprietari non hanno disdegnato l'utilizzo di sistemi più innovativi per climatizzare casa.

Ci si dimentica spesso che le parole, come l’alfabeto e la scrittura, sono in effetti una tecnologia. Allo stesso modo il mattone e il cemento armato sono tecnologie. Oserei dire che gli edifici che sfruttano  “le caratteristiche termiche dei materiali che lo costituiscono per essere caldo in inverno e fresco d’estate” sono in effetti edifici che sfruttano fino in fondo tutta la tecnologia disponibile al giorno d’oggi e anche di quella più avanzata. Tu Peter forse non vedi l’Hi Tech dentro al mattone che scegli per il tuo edificio, eppure quella tecnologia c’è tutta. Così come anche i libri stampati su carta che piacciono tanto ai nostalgici, sono stati scritti tutti su un supporto digitale; i libri di carta sono a tutti gli effetti digitali da almeno 30 anni, e non per un capriccio fanatico dei seguaci di McLuhan; semplicemente perché l’introduzione del PC ha consentito una migliore gestione della scrittura; consentendo correzioni, ripensamenti, riscritture, aggiunte, ripetizioni, in una maniera e con una rapidità inimmaginabili a chi utilizzava prima la macchina da scrivere. Il mattone e la facciata ventilata che riscaldano e raffreddano naturalmente un ambiente sono a tutti gli effetti un prodotto “Hi Tech”; tecnologia.

Dopotutto ti capisco, di fronte al fanatismo, l’istinto primordiale è il rifiuto di tutto ciò che anche lontanamente si possa associare ad esso; meglio rinunciare. Ancora meglio se questa rinuncia ci conferisce una sorta di alone radical-chic. E ti capisco anche su questo; ad avere posizioni moderate oggi come oggi chi ti nota più.
Di fronte all’olandese che digitalizza e automatizza ogni angolo dei suoi spazi, per distinguersi bisogna dichiarare orgogliosamente l’assenza di ogni cosa che appaia digitale ed automatica.

Eppure, credimi, ti stupiresti nello scoprire quanto delle tue affermazioni non fanno che confermare proprio le teorie di McLuhan.

D’altronde se ne avessi capito il messaggio sapresti che non ha alcun senso parlare di “seguaci di McLuhan”; non mi risulta che sia stata fondata alcuna religione ispirata al suo nome. Certo, mi tu dirai, che ci sono tanti, troppi, che ne citano gli “slogan” per giustificare le loro scelte di progetto e inventarsi le cose più astruse ed è tutto un fiorire di architetture interattive dotate di sofisticati sistemi digitali in grado di rendere l’edifico intelligente; “smart” per i più scafati.

A dire il vero McLuhan non ha fatto altro che mettere in evidenza come la tecnologia utilizzata fosse essa stessa determinante nella interpretazione del messaggio; in maniera più allargata come le innovazioni tecnologiche abbiano influito sulla maniera di organizzare il pensiero e le relazioni umane. Per fare un esempio banalissimo, l’invenzione dell’illuminazione pubblica ha portato alla possibilità di utilizzare, e vivere la città anche di notte; l’elettricità ha cambiato radicalmente il significato dello spazio urbano rendendolo fruibile in maniera massiccia anche oltre il normale ciclo giorno/notte; oggi la luce artificiale è un elemento essenziale della progettazione, in grado di influire sulla percezione e sulla fruizione degli spazi. Rinunceresti  all’elettricità per assicurarti una maggiore longevità delle tue architetture?

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Anche questo simpatico vecchietto preferisce ridurre al minimo la tecnologia. Il disegno e la forma del ferro da stiro sono salvaguardati.

Ma poi vorresti dire che la tua scelta di rinunciare a quella che tu definisci “Hi Tech”, non è di per se stessa una affermazione, un messaggio, veicolato per l’appunto dallo strumento che hai progettato?

Comunque non ti preoccupare, nessuno ti costringerà a rinunciare alla tua orgogliosa assenza di impianti di climatizzazione (mi pare che era questo che volevi dire) lo sviluppo della tecnologia ci sta consentendo finalmente di progettare e vivere abitazioni che ci riconcilieranno con il ciclo naturale delle cose. La tecnologia digitale per fortuna ci sta affrancando anche dalla fisicità delle connessioni.

Per ironia della sorte sembrerebbe che proprio per salvare il lento e inesorabile declino delle biblioteche pubbliche, in Inghilterra siano arrivati alla conclusione che sia utile proprio l’apertura alle nuove tecnologie.

“La proposta (…) è trasformare gli ambienti delle biblioteche in modo che siano più simili a caffetterie, dove oltre a leggere o prendere in prestito un libro si possa bere una tazza di caffè o tè, navigare facilmente su Internet tramite il WiFi e avere spazi per conversare e confrontarsi con altri lettori. (…) Le innovazioni tecnologiche legate alla lettura non si esauriscono comunque con la possibilità di collegarsi tramite WiFi in biblioteca. Il rapporto propone di organizzare una rete digitale con la quale le varie istituzioni librarie possano coordinare le loro attività, cosa che potrebbe aiutare le sedi più piccole ad ampliare l’offerta per i lettori (…)

L’innovazione tecnologica quindi accompagnata da buone pratiche relazionali sembra essere la chiave della questione.

Perciò io credo che un bravo architetto  debba dimostrare le sue capacità proprio nell’equilibrio con cui si esprime in ogni aspetto del costruire; ma soprattutto nella disposizione mentale che assume quando si affronta un problema, senza assumere posizioni precostituite verso le possibili scelte tecniche.

Per cui facciamo un patto, facciamoci tutti promotori di un nuovo concetto: il concetto di Media-Tech, dove per Media non si intende il portatore del messaggio, ma una via di mezzo tra l’Hi e il Low.

I messaggi li lasciamo a McLuhan.

Tuo affezionato,

Giulio.

Credits.
Editing a cura di Daniela Maruotti.
L’immagine di Fred alle prese con un PC è tratta dal sito
http://www.images.lirenti.com/show.php/15124_flinstones.jpg.html.
La foto del palazzo con le unità esterne è tratta dal blog Romafaschifo
http://www.romafaschifo.com/2014/06/antenne-fili-parablole-condizionatori.html
La foto dell’anziano con il ferro da stiro a carbone è di Bhaskaranaidu (Own work), tratta da Wikimedia Commons CC BY-SA 3.0
http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0