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In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

Voglio trovare un senso a questa storia. Anche se questa storia un senso non ce l’ha. (Vasco Rossi, 2004)

17 aprile 2018

Le mie velleità di scrittore, ancora una volta, si infrangono nella consapevolezza dell’inutilità della storia che sto per raccontare, una storia patriota di un’Italia senza obblighi né aspirazioni.

Questo scritto è stimolato da un flashback avuto lo scorso 17 marzo, quando mi è tornata in mente la storia delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia, in particolare quegli anni precedenti in cui valutavo con altri amici di partecipare alla gara per la ristrutturazione del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, inclusa appunto tra le grandi opere dei festeggiamenti patrioti. Non partecipammo! …perché circolavano voci di esiti precostituiti di 8 appalti integrati con 8 imprese già accreditate.  Adesso, con il beneficio della serenità derivante da un fatto ormai “lontano”, non ho rimpianti ma solo curiosità di sapere quello che è rimasto di tutto quell’investimento pubblico e ricercare il disegno che stava alla base dei preparativi per celebrare l’atteso anniversario dell’Unità d’Italia.

Una piccola ricerca sul web fa emergere molte cose, alcune singolari altre raccapriccianti, annunci pomposi e fallimenti annunciati, pregiudizi e giudizi sulla gestione dei fondi e la scelta delle opere che avrebbero dovuto rappresentare l’importante ricorrenza, uno su tutti Ernesto Galli della Loggia che ne fa quasi una battaglia di donchisciottiana memoria. Io dico: se è vero che l’Unità d’Italia doveva essere festeggiata, se è vero che tutto il Paese è pieno di piazze e strade intitolate a Garibaldi, allora è anche vero che le celebrazioni dovevano essere concepiti all’altezza del rango.

“Prende il via la preparazione del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia, che cadrà nel 2011 e vedrà la realizzazione di opere significative in molte regioni italiane; interventi a carattere culturale, scientifico, ambientale ed infrastrutture destinati a lasciare dei segni importanti nel territorio nazionale. …”, così iniziava il comunicato stampa pubblicato il 31 dicembre 2007 sul sito del MIBACT che con facile entusiasmo proseguiva con l’indicazione delle prime opere: “…a Venezia la realizzazione del Nuovo Palazzo del Cinema e dei Congressi; a Firenze la realizzazione del Nuovo Auditorium; a Perugia l’ampliamento dell’aeroporto internazionale dell’Umbria S. Egidio; a Torino il Nuovo Parco Dora Spina, lotti primo secondo e terzo, aree Vitali, Ingest e Michelin; a Novara il restauro, risanamento conservativo, consolidamento strutturale, adeguamento tecnologico e allestimento museale del complesso edilizio del Broletto; a Imperia il completamento del parco del Ponente Ligure, riuso del deposito merci ex-Stazioni, impianti sportivi, punti ristoro, parcheggio con fotovoltaico e verde attrezzato nonché realizzazione destinata al riuso dell’ex-stazione per sede Municipio; a Reggio Calabria la ristrutturazione e adeguamento funzionale del Museo Nazionale; a Roma la costruzione della Città della Scienza e delle Tecnologie; a Isernia, infine, la realizzazione del Nuovo Auditorium e la delocalizzazione del campo di calcio. I lavori dovranno svolgersi entro la fine del 2010; nei primi mesi del 2008 verrà concluso l’iter di esame degli altri progetti presentati… Il Governo ha reso disponibili i primi 150 milioni di euro…”.

Pare tutto inizi a fine 2007 – con irresponsabile ritardo direbbe un tedesco, con fiducia e ottimismo controbatte l’italiano – quando il governo Prodi  decide che “l’Italia intende celebrare in modo innovativo il compleanno della Nazione… gli interventi saranno distribuiti in tutto il territorio nazionale sulla base delle proposte pervenute”, senza una vera strategia, con contributi a pioggia per opere non omogenee e non armonizzabili al tematismo guida, peggio, se accettiamo che sia stato plausibile la scelta di quelle opere il cui progetto era già pronto e su di esse gravava già una richiesta pressante di finanziamento. Infatti, l’elenco delle opere (una decina sono quelle che sono riuscito a verificare e una di esse è diversa rispetto all’elenco delle opere citate nell’originario comunicato stampa) dimostra che non c’è alcun senso tematico con la ricorrenza da celebrare e, infatti, una sola opera tra quelle documentate è riuscita ad essere pronta per salutare il 150° anniversario dell’unità d’Italia il 17 marzo 2011 (ricordiamo la proclamazione del Regno d’Italia avvenuta il 17 marzo 1861), l’eccezione che conferma la regola: 1.GENOVA_Parco Costiero del Ponente Ligure; 2.FIRENZE_Realizzazione del Nuovo Auditorium; 3.PERUGIA_Ampliamento dell’Aeroporto Internazionale S. Egidio; 4.CASERTA_Parco della Reggia di Caserta e nuovo parco urbano per Caserta nell’area ex-Macrico; 5.REGGIO CALABRIA_Ristrutturazione ed ampliamento del Museo Archeologico Nazionale; 6.ISERNIA_Nuovo Auditorium; 7.TORINO_Parco Dora; 8.VENEZIA_Palazzo del Cinema; 9.NOVARA.Restauro del Broletto.

Quello che ci interessa maggiormente conoscere, a 7 anni dalla famosa deadline (cioè a 157 anni compiuti il 17 marzo 2018), è la storia dei nobili cantieri nonché quante delle grandi opere previste sono state ultimate e quali ancora sono quelle da completare. Ma soprattutto come si accordano i sentimenti di unità nazionale con queste opere, cosa rimane dell’amor patrio che avrebbe dovuto rinnovare il solenne festeggiamento o è stata buttata via una grande occasione – un’altra – per raccontare ai giovani cosa è costata l’Unità d’Italia in termini di lotte, di sangue, di persecuzioni.

Foto1.GENOVA_Parco Costiero del Ponente Ligure: pista ciclo-pedonale Sanremo realizzata su ex percorsi ferroviari, progetto Area24 società ligure di gestione.

GENOVA. Il Parco Costiero del Ponente Ligure è stato realizzato in parte con i finanziamenti previsti per il 150° dell’Unità d’Italia. 11 milioni di euro per completare l’operazione di riuso di un pezzo della storica linea ferroviaria Genova–Ventimiglia (opera realizzata nel lontano 1872 e dismessa dal 2001 grazie allo spostamento a monte del tracciato), 24 chilometri di pista ciclabile da Ospedaletti a San Lorenzo al mare (il progetto interessa nel complesso circa 75 chilometri, divisi in tre tratti, gli altri due sono: San Lorenzo al Mare–Andora 21km e Andora–Finale Ligure 30km), all’interno di un parco urbano costiero attrezzato, progettato in house da Area24 (società di scopo mista a maggioranza pubblica, costituita nel 2002 per l’acquisto e la valorizzazione delle aree dell’ex ferrovia). Grazie al graduale recupero delle aree dismesse è stato reso possibile l’accesso continuo al litorale, prima solo consentito da passaggi a livello e sottopassi, liberando così Sanremo e i piccoli borghi attraversati da una ferrovia che li tagliava in due parti. Risorse spese utilmente per un’opera qualificante anche se poco congruente con il programma nazionale delle Celebrazioni per i 150 anni dell’Unità. Inoltre, è stata inaugurata il 22 marzo 2014, tre anni dopo la rotonda ricorrenza.

Foto2.FIRENZE_Realizzazione del Nuovo Auditorium: Disegno della sezione principale, progetto Studio ABDR Roma.

FIRENZE. Il Nuovo Auditorium (dentro il comparto delle Cascine al confine con il centro storico, comprendente aree produttive in dismissione, verde pubblico, impianti sportivi e la nuova struttura della Stazione Leopolda) è stato realizzato come opera celebrativa dei 150 anni dell’Unità d’Italia direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, a seguito di appalto integrato, aggiudicato alla fine del 2007. L’ATI, guidata dalla romana SAC S.p.A., per il progetto architettonico si è affidata ai romani di ABDR Arlotti Beccu Desideri Raimondo Architetti Associati. A gennaio 2009 la posa della prima pietra; il 21 dicembre 2011 l’inaugurazione parziale (le cronache parlano di 156 mln spesi e ne servono ancora altri 100 per completarlo; l’intervento pare sia costato complessivamente un quarto di miliardo di euro mentre il costo a base di gara pare fosse di 82,5 milioni) con la Nona sinfonia di Beethoven diretta dal maestro Zubin Mehta. Il cantiere riprenderà dopo l’intenso programma natalizio: Claudio Abbado, Stefano Bollani Trio e festa per salutare il nuovo anno. Senza alcuna gratitudine, il nuovo Auditorium non riporterà nel nome alcuna traccia dell’anniversario ma si chiamerà “Teatro dell’Opera di Firenze, Maggio Musicale Fiorentino”, aprendo definitivamente al pubblico solo il 10 maggio 2014, insieme alla piazza antistante, intitolata a Vittorio Gui, fondatore della Stabile Orchestrale Fiorentina.

Foto3.PERUGIA_Ampliamento dell’Aeroporto Internazionale S. Egidio: Plastico generale, progetto Gae Aulenti (1927-2012).

PERUGIA. L’Aeroporto Internazionale dell’Umbria “San Francesco d’Assisi” in località Sant’Egidio è stato completamente rinnovato ed ampliato con i fondi dei festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia (42.5 milioni di euro) ma inaugurato un anno e mezzo dopo, il 10 novembre 2012. Inaugurato anche poco dopo la dipartita della progettista, Gae Aulenti (4 dicembre1927 – 31 ottobre 2012). “La nuova aerostazione di 4700 mq è composta da 8 padiglioni a pianta quadrata in cemento armato dipinto di rosso con coperture a falda in rame di colore verde e ampie vetrate sulla vista di Assisi. I padiglioni contengono, verso il land side, le sale di attesa, una caffetteria, una sala conferenze ed una espositiva. Verso l’air side si trovano invece le sale arrivi e partenze. Dell’edificio che ospitava il vecchio terminal viene mantenuta solo la struttura. Gli spazi interni vengono completamente ridisegnati: al centro una galleria commerciale con ai lati due file di negozi ed alle loro spalle, distribuiti in maniera autonoma e controllata, gli uffici dei vari enti che operano in aeroporto. Il ristorante è costituito da due padiglioni affiancati, analoghi per forma e dimensioni a quelli della zona passeggeri. All’esterno i parcheggi piantumati con alberi di ulivo che fanno ombra alle auto in sosta e ci ricordano che siamo in Umbria. Dalla sapiente mano dell’Architetto Gae Aulenti è nata una delle infrastrutture più confortevoli e innovative della nostra penisola” (tratto dal sito istituzionale airport.umbria.it). L’unica traccia del 150° è il cemento armato dipinto di colore rosso Garibaldi.

Foto4.CASERTA_Nuovo Parco Urbano nell’area ex Macrico: il cimitero dei mezzi corazzati in attesa del progetto di un parco

CASERTA. Nel 2007 la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Commissario Delegato per le Celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia inserisce tra le opere da finanziare, con 30 milioni di euro, il “Grande Pto del MIBACT che con facile entD composto dal Parco Urbano nell’area ex Macrico unito al Parco della Reggia di Caserta. Conseguentemente, nel 2008, Regione, Provincia e Comune sottoscrivono un protocollo d’intesa, stanziando rispettivamente 75, 10, 8 milioni di euro per il Centocinquantenario nell’ambito del “Programma Integrato Urbano della città di Caserta nell’area ex MACRICO”: un programma da oltre 120 milioni di euro per la rigenerazione di 324 mila metri quadrati, con: 1.Orto Botanico al servizio dell’Università Federico II; 2.strutture sportive e per il tempo libero; 3.polo dedicato alle nuove tecnologie; 4.plesso polifunzionale per attività museali e congressuali. Tutto questo, però, senza fare i conti con i proprietari. Il Macrico è sempre stato dell’IDSC (Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero), per secoli questa fondazione religiosa ha utilizzato l’area come residenza Vescovile con tanto di giardino e vigna ma nel 1854 i Borbone chiesero e ottennero l’uso in enfiteusi (una specie di affitto) per farne un campo d’addestramento per le truppe; dopo la caduta del Regno, l’esercito italiano rinnovò quell’accordo destinando l’intera area alla rimessa dei carri armati, da qui la denominazione Ma.C.Ri.Co. (Magazzino Centrale Rimessa Mezzi Corazzati). Per quasi un secolo al suo interno sono state addestrate diverse generazioni di carristi mentre le tante officine hanno rimesso su strada migliaia di mezzi blindati. Nel secondo dopoguerra il Ministero della Difesa decise di spostare il magazzino altrove, abbandonando progressivamente tutta l’area. Nel 1984 la Cassazione riconobbe la proprietà dell’IDSC, riconsegnando alla Curia gli oltre 33 ettari nel cuore di Caserta, non più con giardino e vigna ma un’area completamente da bonificare da enormi capannoni in amianto e rottami sparsi in giro, inevitabilmente destinata all’abbandono. All’inizio del 2000 iniziano le ipotesi di riuso, si interessano all’acquisto prima costruttori campani poi lo Stato con il progetto per i 150 anni dell’Unità d’Italia, quindi la mobilitazioni del comitato Macrico Verde che chiese la restituzione dell’area alla città per farne un parco pubblico. Su quest’ultima scia la Soprintendenza dei beni architettonici e paesaggistici pose il vincolo sull’area, praticamente di inedificabilità totale, ma nel 2012, accogliendo il ricorso dell’IDSC, il Tar della Campania lo annullò, rimettendo di fatto il terreno sul mercato edificatorio al prezzo fissato dai proprietari di 40 milioni di euro. Probabilmente la soluzione del problema richiederà ancora del tempo, poiché il PUC, il cui incarico è stato affidato nel 2014 e la nuova documentazione progettuale è stata presentata nel febbraio 2017, deve tuttora completare l’iter approvativo. Nel frattempo una nuova proposta è quella di un parco aerospaziale.

Foto5.REGGIO CALABRIA_Ristrutturazione ed ampliamento del Museo Archeologico Nazionale: prospetto principale, da cui sono evidenti l’audace sopredificazione e la necessità di qualificare l’area antistante e la piazza.

REGGIO CALABRIA. Dentro i festeggiamenti per il 150° dell’Unità d’Italia è saltata anche l’inaugurazione del restauro del Museo Archeologico Nazionale. La causa, come per altre opere, pare sia stata il non puntuale trasferimento da parte del Cipe dei milioni necessari, compresi quelli aggiuntivi: adeguamento sismico, allestimento museale e impianti speciali della sala dei Bronzi. Nel 2008 l’impresa pugliese Cobar S.p.A. si era aggiudicata l’appalto per circa 11,2 milioni di euro ma il 30 aprile 2016 il Museo riapre, dopo 5 anni di cantiere e quasi 34 milioni di euro La problematica, qui come altrove, pare sia da imputare all’appalto integrato su base del progetto preliminare, che si presta a vedere lievitare i costi già nello sviluppo progettuale dei livelli definitivo ed esecutivo. Ci sono, comunque, delle singolarità: la prima riguarda il progetto preliminare, redatto direttamente dal direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici della Calabria Francesco Prosperetti, che propone l’audace modifica architettonica di Palazzo Piacentini con la chiusura della corte e la soprelevazione per la caffetteria panoramica; la seconda, riguarda l’impresa aggiudicataria, che pare sia stata vincolata ad affidarsi in itinere allo studio ABDR per il progetto esecutivo; infine, sempre Prosperetti, nell’incertezza economica del cantiere in corso, continua a pensare in grande espletando il concorso d’idee a inviti per l’ampliamento del Museo in ipogeo nell’area antistante, vinto nel maggio 2011 da Nicola Di Battista, previsti circa 7 milioni con finanziamento dal Piano operativo interregionale (Poin), sfumati nel nulla come anche il progetto. Dopo la ristrutturazione, il Museo è oggi funzionante e ben gestito, giustamente noto in tutto il mondo per i Bronzi di Riace e la straordinaria collezione della Magna Grecia; inoltre, la chiusura della corte ha generato un nuovo spazio fruibile, una pregevole piazza interna grazie all’opera site-specific di Alfredo Pirri. Del 150° anniversario dell’Unità d’Italia non rimane alcuna traccia.

Foto6.ISERNIA_Nuovo Auditorium: schizzo, progetto Pasquale Culotta, ambizioni disattese di un progetto firmato.

ISERNIA. Nuovo Auditorium di Pasquale Culotta (Cefalù, 30 luglio 1939 – Lioni, 9 novembre 2006), che nel 2005 si aggiudica il concorso internazionale promosso dal Comune. Nel 2007, un anno dopo la morte del progettista, la realizzazione dell’Auditorium viene inserita nell’elenco degli edifici “urgenti” da realizzare per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, intervento che passa alla direzione diretta del Consiglio dei Ministri e delle ordinanze della Protezione Civile. L’Auditorium salta però le celebrazioni dell’anniversario dell’Unità d’Italia e viene inaugurato l’anno successivo il 31 marzo 2012. Pare l’opera sia costata circa 50 milioni di euro, dieci volte di più di quanto preventivato nel 2005, ma in compenso l’auditorium viene intitolato all’Unità d’Italia.

Foto7.TORINO_Parco Dora: riqualificazione e riuso edilizio post-industriale, progetto Peter Latz.

TORINO. L’intervento di rigenerazione urbana post-industriale del Parco Dora (456.000 m²) nell’autunno 2007 viene inserito tra le opere da realizzare per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. Il progetto del parco è il risultato di una gara internazionale a procedura aperta, avviata nella primavera 2004 da cui è risultato vincitore il gruppo italo-tedesco guidato da Peter Latz, già autore del parco Thyssen nel Bacino della Ruhr. A inizio 2008 vengono aggiudicati gli appalti per l’affidamento dei lavori dei primi lotti, che partono concretamente nell’estate. Il 4 maggio 2011, per i festeggiamenti dei 150 anni dell’Unità d’Italia, sono stati inaugurati e aperti al pubblico i primi tre lotti: Ingest, Valdocco e Vitali. Nel 2012 è stato ultimato anche il lotto Mortara. Nell’estate 2015, infine, è stato completato e aperto al pubblico il lotto Michelin. Il progetto del parco prevede inoltre la strombatura della Dora e la trasformazione a verde della parte del lotto Valdocco situata a nord della Dora, occupata dal cantiere del Passante Ferroviario e da una sperimentazione di bonifica dei terreni attraverso fitorisanamento. Efficace esempio di riqualificazione urbana, Parco Dora procede nel suo processo di rigenerazione con un nuovo concorso di idee, in scadenza in questi giorni, per creare un itinerario museale sulla Torino industriale.

Foto8.VENEZIA_Palazzo del Cinema: progetto 5+1AA con Rudy Ricciotti, proposta del “Sasso” rimasta nel cassetto.

VENEZIA. Il Sasso e il Buco. Il Ministro dei BB.CC. Rutelli nel 2007 ha annunciato con più spocchia che convinzione che Venezia nel 2011, per i 150 anni dell’Unità d’Italia, avrà finalmente “una delle opere più importanti da inaugurare”: il nuovo Palazzo del Cinema al Lido. Nessuna “profezia” fu peggio disattesa. Bisogna ricordare che già nel 1991, in occasione della XX Mostra internazionale di architettura, venne indetto un concorso a inviti per la progettazione del nuovo Palazzo del Cinema, ritenendo ormai insufficienti le strutture esistenti per il crescente numero di spettatori. Vinse il progetto di Rafael Moneo ma l’edificio venne ritenuto troppo costoso e il Comune abbandonò l’idea. Ma la necessità pressante di nuovi spazi e la volontà di riorganizzare l’intera area ha portato la Fondazione Biennale di Venezia a bandire nel 2004un nuovo concorso per la progettazione del Palazzo del Cinema insieme alla sistemazione delle aree limitrofe, aggiudicato nel 2005 al team italo-francese 5+1AA con Rudy Ricciotti. Nell’agosto del 2008 parte il cantiere, superando ogni vincolo e le opposizioni degli ambientalisti sul taglio di tutta la pineta, per essere pronti per il Centocinquantenario. La costruzione del “Sasso”, così viene chiamato il nuovo palazzo multisala da 3310 posti per 73 milioni di euro, è legata ad una complicata operazione immobiliare che dovrà sovvenzionare l’opera. Il fallimento dell’operazione e il ritrovamento di amianto durante gli scavi fanno però fermare il cantiere lasciando un enorme “buco”. A fine 2015 i giornali scrivono che non sarà più prevista alcuna costruzione ma la chiusura del buco permetterà la realizzazione di un giardino. Nel 2016 per la Mostra del Cinema, verrà edificata una struttura provvisoria, proprio nello spazio dove sarebbe dovuto sorgere il nuovo palazzo del cinema. È la nuova “Sala Giardino”, un cubo rosso da 446 posti e circa 500 mila euro, simbolo di un’Italia indecisa e anni di ritardo.

Foto9.NOVARA_Restauro del Broletto: regolarmente inaugurato in occasione del Centocinquantenario, al termine dei lavori di restauro, con tanto di mostra e catalogo sul Risorgimento.

NOVARA. Una su nove ce la fa. Cuore pulsante della vita economica e politica della Civitatis Novariae, il complesso del Broletto, la cui fondazione risale agli inizi del XIII secolo, appare oggi costituito da quattro edifici posti intorno ad un ampio spazio aperto (l’antico broletum).
Fra gli edifici il più noto è il Palazzo Arengario, situato sul lato nord, imponente nelle sue forme architettoniche medioevali (secoli XIII-XIV); quello più suggestivo il Palazzo del Podestà, per le finestre ad arco acuto decorate da importanti cornici di terracotta (fine secolo XIV, inizio XV). A questi si affiancano ad est il Palazzetto dei Paratici, il cui corpo antico ascritto alla metà del secolo XIII è nascosto dalla loggia dai caratteri barocchi (secolo XVIII); a ovest il Palazzo della Refenderia ampiamente ristrutturato nel Novecento in forme quattrocentesche (eretto fra la fine del secolo XIV e il XV, documentato come sede di uffici nel 1618). Nel 2011 in occasione del Centocinquantenario, terminati i lavori di restauro dell’intero complesso durati oltre due anni, è stata riaperta al pubblico la prestigiosa Galleria d’arte moderna Paolo e Adele Giannoni, formata dalla collezione di quasi 1000 opere, tra dipinti, sculture e disegni d’arte italiana che vanno dalla seconda metà dell’Ottocento alla prima metà del Novecento, raccolta da Alfredo Giannoni e donata al Comune di Novara tra gli anni ’20 e ’30 del ‘900. Oggi, gli spazi del Complesso (Arengo, sala dell’Accademia e Cortile) ospitano regolarmente eventi e manifestazioni di carattere culturale e ricreativo. Il restauro del complesso monumentale del Broletto e il suo adeguamento a sede museale ed espositiva è l’intervento più significativo delle Celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia: l’investimento finanziario è stato di poco inferiore ai 12 milioni di euro, dei quali la parte preponderante (8,5 milioni) messa a disposizione dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Unità Tecnica di Missione e la parte residua dal Comune di Novara che ha usufruito di un contributo di 2 milioni di euro da parte della Fondazione Cariplo. Inoltre, in occasione delle celebrazioni per l’anniversario dell’Italia unita, il 19 marzo è stata inaugurata anche la mostra «Dalla battaglia all’Unità. Il percorso di Novara nel Risorgimento», realizzata dall’associazione Amici del Parco della Battaglia.

Alla fine di questo excursus rileviamo che, mentre nel 1911 (50 anni) e nel 1961 (100 anni) l’anniversario è stato solennemente festeggiato, in occasione del Centocinquantenario è stato fatto molto poco, nonostante l’impegno ingente di risorse per i cantieri, le grandi opere non sono state inaugurate per tempo. Rimane l’affaire grandi cantieri, costi fuori controllo e affidamenti borderline, distribuzione a pioggia dei finanziamenti ma soprattutto appare quasi come una provocazione che il 17 marzo 2011 è stata proclamata la festa nazionale con scuole, uffici e attività lavorative sospese. Voglio trovare un senso a questa storia. Anche se questa storia un senso non ce l’ha. (Vasco Rossi, 2004)

P.S. Vi sarete chiesti perché manca Roma tra le città patriote. In realtà l’ho omessa perché merita una storia a se.

Foto10.ROMA_Città della Scienza e della Tecnica: disegno della proposta redatta dall’ufficio tecnico di Missione per le Celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

ROMA. Pensate un po’ cosa era stato proposto per il Centocinquantenario dell’Unità D’Italia, partorito direttamente dall’ufficio tecnico della “Missione per le Celebrazioni”, il progetto per la Città della Scienza nello spazio marginale su via Masaccio lasciato libero dal Maxxi di Zaha Hadid, un’area di 3.000 mq, quanti ne occupa normalmente una modesta palazzina. Del progetto non v’è rimasta traccia, svanito nel nulla. Non è la prima volta, però, che si proponeva il progetto di una città della scienza nella capitale. Tra i vari, il progetto che era stato portato più avanti, nell’arco degli ultimi decenni, è quello nato a metà degli anni novanta nel quartiere Ostiense-gazometro (coordinatore del progetto Paco Lanciano); di questo ultimo tentativo fallito rimane solo il Ponte della Scienza che doveva segnare l’accesso al polo scientifico. Nel maggio del 2014, nell’ambito dell’assemblea cittadina del processo partecipativo del Progetto Flaminio per la nuova Città della Scienza (questa volta all’interno del più ampio intervento di riqualificazione dell’ex caserma “Stabilimento militare materiali elettronici e di precisione” di Via Guido Reni di fronte al MAXXI) – a cui ho partecipato – lo stesso Paco Lanciano, presente insieme a Giovanni Caudo assessore alla trasformazione urbana della giunta Marino, manifestava la sua delusione ad aver lavorato tanto per poi vedere quel progetto perdere di valore con il passare del tempo. Devo dire che anche l’assessore, di fronte alla circostanza dei fatti rappresentati da Lanciano, ha avuto parole prudenti nel corso della stessa assemblea sul futuro del Progetto Flaminio. Con la stessa amministrazione seguì il concorso di progettazione assegnato poi nel giugno 2015 al progetto Viganò ma, in questa occasione felice, Caudo abbandona la prudenza e dichiara: “Nel 2016 i cantieri”. Ma Oggi, il progetto del Museo della Scienza pare momentaneamente accantonato.

 

Fonte foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

Quanto (è) dura l’architettura?

24 marzo 2018

Capolavoro da quasi 2000 anni, il Pantheon è segno di perfezione costruttiva: la cupola non è stata costruita in mattoni, né esisteva il cemento armato, essa è un blocco unico di calcestruzzo realizzata a strati successivi, una mescola che prevedeva l’uso di inerti più leggeri man mano che si saliva (pezzi di travertino, pezzi di tufo e di terracotta, poi solo tufo e infine pomice). Foto di Giulio Paolo Calcaprina per ©Amate l’Architettura

Oggi noi apprezziamo e fruiamo normalmente di spazi che hanno resistito al tempo, dimostrandosi durevoli nel significato oltre che nelle consistenze tipologico-costruttive. Attraversiamo ponti, utilizziamo stazioni, visitiamo musei, preghiamo dentro chiese che hanno superato le avversità della storia: cento duecento anni o anche quattrocento come la Basilica di San Pietro in Vaticano o addirittura millenari come il Pantheon di Roma.

Interno del tamburo della Cupola di San Pietro in Vaticano, uno dei simboli della Roma cristiana nonché landmark cittadino. Progettata da Michelangelo Buonarroti è una delle coperture più grandi mai costruite, massima espressione di un’epoca architettonica di passaggio tra Rinascimento e Barocco. Foto dal sito internet dei ©Musei Vaticani

Probabilmente l’approccio classicista – lo intendo nella sua interpretazione traslata e non solo come applicazione risoluta di canoni formali – ponderato nel servirsi di criteri affidabili denotanti una cultura della qualità, ha garantito longevità espressiva e materica. Eccezion fatta – a ragion veduta – per l’architettura gotica, desiderosa di un simbolismo verticale, audace non razionalmente, in assenza difatti di metodi di calcolo analitici, il che ha fatto sì che giungesse a noi solo una minima parte superstite della tanta produzione architettonica.

Il nostro Paese è ricco di testimonianze storico-architettoniche, stratificate nel tempo, a dispetto delle avversità naturali e delle guerre. Anche le opere più recenti, quelle associate alla scoperta del cemento armato, benché il nuovo materiale non offrisse una sicura prospettiva (50/100 anni in dipendenza della corretta manutenzione), hanno superato la prova del tempo: Terragni, Libera, Mazzoni, Michelucci, Moretti, Ridolfi, Nervi, Scarpa.

Palazzetto dello Sport di Roma (interno della cupola), un’eccezionale integrazione fra arte e scienza del costruire. Pier Luigi Nervi è uno dei maggiori artefici del Novecento, ancora oggi al centro di attenzioni la qualità delle sue progettazioni. Foto di Daniela Maruotti per ©Amate l’Architettura

È chiaro, anche, che l’Italia, un paese ad alto rischio sismico (la cui pericolosità certamente inferiore a zone come California e Giappone, deve la sua vulnerabilità alla fragilità costruttiva del tessuto minore mentre il rischio è più grande per la frequenza dei terremoti e per l’intensità che alcuni di essi hanno raggiunto), per concentrarsi sulla salvaguardia delle architetture significanti dovrebbe avviare una politica di rottamazione degli edifici senza qualità e non antisismici, specie quelli realizzati tra il 1945 e il ‘75, in piena deregulation del dopoguerra e cosiddetto boom economico.

Difficile prevedere quanto durerà la nuova architettura, sicuramente sarà meno longeva dal punto di vista fisico. Il ciclo di vita funzionale di una costruzione si è ridotto sensibilmente rispetto alle opere del passato in nome di una conveniente flessibilità sottomessa alle leggi del mercato, come l’aspettativa di vita complessiva della costruzione è minacciata da sempre più insostenibili costi di gestione.

E dal punto di vista espressivo formale quanto resterà dell’architettura contemporanea?

Il nuovo Louvre di Abu Dhabi è un museo da un miliardo di euro nel deserto. Il monumento contemporaneo è opera di Jean Nouvel, concepita come un enorme ombrello (una cupola di 180 metri di diametro e 7.500 tonnellate di peso) sulle gallerie che ospitano Mondrian e Van Gogh. Foto di Marta Cappon per ©Amate l’Architettura

Due fenomeni (in affermazione) sono centrali. Il primo è la mancanza di una teorizzazione unica all’interno dell’architettura contemporanea: ne consegue la crescita delle sue articolazioni in una molteplicità di orientamenti ed espressioni, e la successiva perdita della coerenza poetica che era invece alla base della modernità. Il secondo, e con più decisione, è l’accelerazione repentina che hanno subito i processi generativi del progetto architettonico, nel passaggio alla contemporaneità: più rapidi perciò istintivi, spesso superficialmente soggiacenti a modelli linguistici degli architetti più affermati oppure all’inseguimento della novità, anche nella consapevolezza di un obiettivo modaiolo e pertanto poco duraturo.

Il trauma causato dall’avere abbandonato la strada della teoria ha indotto ad una certa anarchia stilistica – per la verità non sempre negativa – sconfessando il bisogno che ha caratterizzato il Novecento (ma anche tutti gli altri periodi precedenti) di appoggiarsi a quei canoni architettonici, anche rigidi, che assicuravano l’identificabilità. Non credo che l’unicità della concettualizzazione sia il rimedio al normale degrado che il tempo impone all’arte. Penso, diversamente, che una volontà teorica e teoretica (e cioè di teoria dell’architettura o di teoria della teoria) forte stia alla base di un’architettura di successo e di significato durevole. L’isolamento degli architetti dal punto di vista socio-economico e la comunicabilità superficiale dei media e del web sono gli ostacoli principali (sono elementi riscontrabili allo stesso modo nelle altre professioni artistiche, in primis nello scrittore).

D’altra parte è progressivamente radicale l’assenza di dibattito disciplinare, che ha sciolto i precedenti vincoli dialettici dai rigorosi rapporti di consequenzialità (teoria forma funzione), portando l’architettura contemporanea a fare proprie le logiche del mercato e del consumo, a metabolizzare le tecnologie digitali modificando in profondità le sue tematiche e le sue modalità produttive, identificando inoltre come essenziali i suoi aspetti comunicativi, diventando così uno dei tanti (anche potente) mass media che produce tendenza. In tal senso ha anche messo abilmente al proprio centro la questione cruciale della sostenibilità, a volte esasperandola, per poi ridurla e fatto elitario, sicuramente di forma ma non sempre di sostanza (Boschi Verticali docet).

Insomma, la criticità più evidente dell’architettura contemporanea abita la dimensione del tempo: nel rapporto con la generazione del progetto; in relazione al ciclo vitale dell’oggetto; nel sottrarsi al decadimento del significato.

L’architettura contemporanea rischia molto nel promuovere un’idea di tempo troppo vicina a quella della moda, lontana dalla concezione classica lineare e prospettica al cui interno era possibile prevedere punti di partenza e di arrivo, entrambi prevedibili e misurabili.

Verosimilmente la nuova architettura – se non è ancora chiaramente emerso – dovrà sviluppare percorsi laterali e propagazioni narrative, in cui si distinguono più architetture.

Da una parte quella “apolide”, senza cittadinanza, illimitata: dei grandi budget, delle grandi città, delle grandi firme, opere monumentali e icone universali slegate dal contesto. Dall’altra parte quella legata ai luoghi, costretta dai limiti: affermazione alternativa alla prima, propria di architetti interrogatisi sull’ideologia, attenta ai budget e alle storie minori, fatta di resistenze più o meno motivate seguendo le fondamentali lezioni classiche di sostenibilità.

Così, la globalizzazione è compiuta a metà. Soltanto i Paesi più avanzati e favoriti, riusciranno a vivere il futuro nel futuro, nel senso che possono beneficiare dell’esaltazione mentale prodotta dal vivere in una continua proiezione crescente. Altri Paesi, tra cui l’Italia, come anche la Grecia, sono immersi nel futuro del presente, penando lo squilibrio tra un’attualità percorsa dalla promessa di un imminente cambiamento e un suo mancato compimento. Esistono infine i Paesi del Terzo Mondo, che vivono il futuro nel passato, un passato che non è mito ma frustrazione.

Foto: Archivio di Amate l’Architettura e sito internet dei Musei Vaticani
Editing: Daniela Maruotti

Via Ticino. Guardarsi intorno…..

12 dicembre 2017

Mentre impazzava la polemica sulla demolizione e ricostruzione della palazzina in Via Ticino a Roma (adiacente al quartiere Coppedé), visto che la questione fondamentale (quella architettonica, non quella legale) si concentra sul tema del contesto, una domenica in cui non avevo granché da fare ho preso il mio motorino e sono andato a vedere e fotografare di cosa stiamo parlando.

(ero in motorino, perdonate la scarsa qualità delle foto)

La mia opininie, lo dico subito così potete fare la tara su quanto scriverò, è la seguente:

  • la querelle tra “conservatoristi” e “innovatoristi” è una discussione tra due opposte ordinarietà; sia la palazzina demolita che quella in via di costruzione non sembrano essere esempi di architettura di particolare valore architettonico. In entrambi i casi si tratta di edifici costruiti senza alcuna originalità di idee. Anzi, volendo si potrebbe individuare una linea di continuità nella precisa volontà costruttiva di realizzare opere sotto tono, pensate più per non disturbare il pubblico che per fare clamore;
  • il riferimento al quartiere Coppedè inteso come “contesto” è del tutto arbitrario; lo stesso Coppedè (il quartiere) è un intervento totalmente decontestualizzato, addirittura dissonante e disarmonico rispetto alla continuità urbanistica del quartiere (laddove se ne riuscisse a indentificare una in maniera univoca);
  • proprio la dissonanza e la diversità diffusa rendono il quartiere un quartiere interessante e degno di nota. Basta osservare con sufficiente onestà intellettuale gli edifici che si incontrano per strada; laddove le scelte di progetto sono state improntate alla regolarità costrutiva i risultati sono sitematicamente deludenti, anonimi, ma non nel senso di una aderenza ad una qualità diffusa più ampia, anonimi e basta. Senza le invenzioni originali che sono disseminate nel quartiere (che siano in stile o moderne) il quartire sarebbe del tutto privo di anima e di valore; se volessimo parlare di “genius loci” potremmo tranquillamente affermare che l’anima del quartire risiede nella diversità.
  • questa diversità, dissonanza, contrapposizione è in effetti il vero contesto romano, la sua peculiarità, la sua anima; lo è sempre stato; lo sarà sempre.

cominciamo da Via Po,

incontriamo un’opera di Giulio Magni, Villa Marignoli, realizzata in perfetto stile neogotico. Magni, per chi non lo sapesse è lo stesso architetto del palazzo della Marina, un mastondonte che svetta pesantemente sul lungotevere realizzato in una area dove all’epoca dovevano esserci quasi solo pascoli e qualche acquitrinio, nelle vicinanze di piazza del Popolo. A poca distanza si trovano opere pregevoli come Sant’Andrea del Vignola dalle forme decisamente più contenute, immaginiamo l’effetto che avrà fatto il Ministero all’epoca della sua costruzione; per il villino Magni ha scelto forme più aggraziate, siamo proprio di fronte alle mura aureliane; anche nella enorme varietà di stili che caratterizza la storia urbanistica di Roma si fatica a trovare esempi significativi di architettura gotica, però che ci si vuole fare, all’epoca andava di moda il neogotico; questo è quello ceh proponeva Magni (per fortuna direi). Possiamo comunque affermare che per l’arch. Magni il contesto non fosse proprio una priorità?

Poco più avanti si trova un altro esempio di “goticismo”. Qui l’architetto ha avuto meno coraggio, limitandosi ad una soluzione d’angolo, ma l’inventiva c’è e si vede.

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Proseguendo su via Po comincia a delinearsi lo “stile” romano del quartiere. Le costruzioni si allineano senza soluzione di continuità al perimetro del lotto che viene occupato completamente, i palazzi si alzano e si moltiplica il numero dei piani.

Per chi se lo stesse chiedendo: si, è una questione prevalentemente speculativa. Se hai un lotto a disposizione, per sfuttarne al massimo la cubatura “devi” allinearti al perimetro e crescere in altezza. Non abbiamo dubbi che se il regolamento edilizio lo avesse consentito i costruttori romano/sabaudi della Roma postunitaria non avrebbero esitato a costruire palazzi più alti.

Se devi rendere più economica la costruzione cerchi di non inventarti niente di speciale nelle forme e finisci per limitarti alle decorazioni; il risultato è che predomina lo stile palazzetto finto-rinascimentale che permette di attribuire all’opera la definizione di “signorile” senza spendere capitali in arzigogoli neogotici o liberty.

La media borghesia che cominciava a popolare la città aveva bisogno di riconoscersi in un tipo edilizio che gli desse l’idea di vivere in un palazzo nobiliare. Con la differenza che nel palazzo nobiliare ci viveva il ricco nobile, da solo, in queste palazzine toccava condividere la proprietà con il condominio. Il risultato si vede bene sempre su Via Po: una palazzata senza alcun respiro e senza alcuna particolare invenzione urbanistica. Quando si parla di contesto e di armonia costruttiva del quartiere si fa riferimento a questo?

In fondo è il solito problema degli speculatori, “architè, nun te inventà gnente”. In questo caso dovremmo dirlo con accento piemontese visto che siamo in epoca post unitaria…. ma cambia poco.

Gli esperti sanno (ma spesso omettono di raccontarlo quando si parla di contesto) che il celeberrimo colore romano giallo senape o rosso mattone altri non è che un colore importato nell’ottocento dai costruttori piemontesi; oggi diamo per scontato che questo colore sia tipico del contesto romano, non è così, è una invenzione post unitaria derivante dal minor costo del colore rispetto al giallo canarino al rosa e all’azzurrino che invece venivano uttilizzati nei palazzi dell’aristocrazia romana.

Comunque sia, è qui che cominciamo a trovare un qualcosa di simile a una tipologia.

La forma architettonica che prevede invariabilmente un bugnato a terra e finestre ai piani superiori con timpani; raramente qualcosa di più ardito, un paio di colonne qui e la, un ordine gigante se serve. Parliamo di una forma di architettura che potremmo definire neoclassicismo dei poveri. Talmente anonima che infatti di solito nemmeno si nota. Talmente anonima che poi alla fine tutti, invariabilmente, per difendere l’integrità urbana del quartiere, la sua identità, il suo contesto, fanno riferimento al Coppedé (il quartiere), che è invece la negazione assoluta del tipo.

Ci arriviamo pochi metri più in la, via Po incontra Viale Regina Margherita e diventa Via Tagliamento; qui la palazzata si interrompe: all’improvviso un vuoto. Al posto dei palazzoni si incontra prima una chiesa finto romanica, con tanto di campanile medioevaleggiante; la chiesa è bassa e occupa il lotto atteestandosi sull’angolo dell’incrocio tra via Tagliamento e Viale Rgina Margherita lasciando il lotto vuoto. E la continuità urbana? è andata a farsi benedire (per fortuna, almeno si respira). Però la chiesa è in stile, quindi va tutto bene….. Oggi. Chi ha un minimo di conoscenza della storia dell’architettura dovrebbe sapere (in teoria) della distanza culturale e filologica che passa tra una architettura rinascimentale e una medioevale. Davvero non si riesce a vedere la dissonanza?

Subito dopo il vuoto eccolo li, il Coppedè. Che ci accoglie con un grandioso scarto urbano, un arco poliforme che ci invita ad entrare. Venghino signori venghino, più gente entra più bestie si vedono!

Infatti entrare nel quartiere Coppedè è un po’ come entrare nel regno delle fate, fantastico; non a caso Dario Argento lo ha scelto come location dei suoi film (Inferno e L’uccello dalle piume di cristallo). Però nulla a che vedere con l’armonia e l’equilibrio signorile di pochi metri prima. Basta mettere i due palazzi adiacenti su via Tagliamento a confronto; come se fossimo nella Settimana Enigmistica. A destra Coppedè, a sinista il solito palazzetto. Aguzzate la vista…… insomma non parliamo proprio dello stesso stile architettonico…..

Internamente troviamo villini decisamente originali; forme e volumi frammentati, eclettismo e manierismo spinti al limite estremo: dov’è in questo quartiere l’armonia? dov’è il rispetto del contesto?

Non a caso l’opera di Coppedè veniva criticata all’epoca proprio per il suo anticlassicismo.

Via Ticino è immediatamente alle spalle. Già che ci siamo possiamo provare a dare un’occhiata.

Quando ho fatto questo giro eravamo in fase di demolizione avanzata. Oggi dovrebbero aver finito.

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Una cosa che ho trovato singolare, ma forse è solo un caso, è la scelta delle inquadrature nelle immagini che circolano sulla vecchia palazzina. Se si percorre via Ticino provenendo dal quartiere Coppedè si passa da una zona a bassa densità costruttiva (palazzine monofamiliari di 2 max 3 piani) a una zona molto più densa. Se fotografi la palazzina con le spalle al Coppedé ti trovi sullo sfondo una città densa, compatta, in continuità stilistica con la palazzina demolita. Ma se fai il percorso inverso, proprio accanto alla palazzina c’è un villino monofamiliare (due piani con annessa torretta); antica dimora del tenore Beniamino Gigli. Questo qui che vedete in foto. Ancora un accostamento ardito tra villini monofamiliari di due piani con torretta che richiamano a forma e stili medioevaleggianti messi a confronto con architetture di respiro più ordinariamente classico (la palazzina demolita).

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Sul sito di Italia Nostra si dice che “Per intanto, demolizione e nuova costruzione avrebbero l’effetto di alterare la percezione d’insieme e di modificare irreversibilmente uno dei quartieri storici più belli della Capitale.”

Per intanto” la percezione dell’insieme non è una percezione unitaria. In ogni caso, anche a voler richiamare la Carta della Qualità come è stato fatto, si capisce chiaramente che la perimatrazione del quartiere Coppedè esclude la palazzina incriminata (che invece è stata fortografata e riportata nella guida come esempio di una tipologia morfologica).

Per concludere vi lascio con una carrellata di immagini di architetture prese nel quartiere mentre giravo allamaniera di Nanni Moretti in Caro Diario: “mi piacerebbe un film fatto di sole facciate di case”.

Come è faciel constatare nel quartire c’è veramente di tutto. E’ un quartiere vivo, sorprendente sia nelle opere più “passatiste” (per usare un temrine caro a Zevi) sia negli inserti moderni. Le parti peggiori sono proprio quelle che più di tutte si sono allineate al concetto di armonia, vi dio’ due esempi: Piazza Verbano e Piazza Buenos Aires. In entrambi i casi abbiamo quattro fronti regolari, simmetrici e perfettamente coordinati nello stile. In entrambi i casi gli architetti hanno rispettato l’armonia generale del contesto secondo il pensiero mainstream che si attribuisce alla parola contesto. In entrambi i casi non stiamo parlando di architetture particolarmente memorabili.

Con la stessa modalità mi sento di fare un richiamo a chi ha determinato le scelte del progetto di ricostruzione. E’ sempre difficile propore nuove architetture, specie se non si è una archistar. Nel nostro caso comunque si trattava dell’architetto che ricopriva il ruolo di Presidente dell’Ordine di Roma. La scelta del progettista, che presumiamo sia stata anche molto indirizzato dal costruttore nelle scelte, è stata quella di una forte semplicità compositiva: pochi volumi semplici e regolari. traspare la volontà di “non inventarsi gnente” da parte di chi ha investito sull’operazione. Infatti non traspare nessuna invenzione particolare. Considerato che si tratta di una zona estremamente benestante e che gli appartamenti si vendono come extralusso, forse qualcosa di più dal punto di vista delle scelte architettoniche si sarebbe potuto osare.

Nella carrellata che segue non mancano esempi significativi a cui ispirarsi.

 

bdr

 

 

#citOFOno – IL SECONDO RACCONTO

15 novembre 2017

Riassunto delle puntate precedenti. A Miano c’è chi ruba le OFO. Non avendo un c***o da fare, ho iniziato a chiacchierare con i ladri. Ne sono nate dieci storie. Questa è la seconda. La storia di Luigi.
#OFO #citOFOno #citOFOno2

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Vagolo in zona Vincenzo Monti in auto.
È una zona che mi rende nervosissimo perché lì l’area C è in agguato in maniera PARTICOLARE.
“Particolare” vuol dire che basta svoltare distrattamente un attimo che ti becchi la multa. Più di tutte, odio piazza della Conciliazione, mi ha già fregato diverse volte. Rotondissima ma infingarda. Sbagli uscita ed entri in area C.
Sono fermamente convinto che gli hub cittadini abbiano un’anima. Piazza della Conciliazione e Porta Ludovica sembrano streghe di Halloween pronte a punirti alle spalle. Invece Corso Venezia non ti mente mai, lo vedi da chilometri che inizierà l’area C. Porta Venezia ti accoglie in un abbraccio. Io ho un quasi-furgoncino diesel, quindi sarebbe comunque un abbraccio mortale,  multa sicura, ma tant’è.
È in questo momento che mi sopravanza brillantissimo uno studente sulla sua OFO gialla.

Le bici in sharing hanno un nemico, dobbiamo ammetterlo: il pavè. Chi le ha costruite è convinto che in Italia abbiamo liscissime ciclovie in tartan tipo Amsterdam.
E invece Milano ha il pavè. Non parliamo poi dei sanpietrini a Roma.
L’hipster con la barba alla Vittorio Emanuele mi saetta a fianco, aitante.  Lo immagino andare  dritto sparato a una scuola di design e di moda in centro a Milano. Pedala fiero delle sue zero emissioni di CO2. Ma puntualmente, come svolta in Largo Cinque Alpini, il sorriso gli si spegne in volto e le sue funzioni genitrici sono duramente messe alla prova. Le bici hanno ammortizzatori ridicoli. Si pentirà?

La mia è tutta invidia. L’hipster mi ispira, maledico di essermi spostato in auto, parcheggio, apro la mia brava app OFO e zàcchete individuo la solita bici , disponibilissima…dentro un cortile.
Ormai avvezzo, entro sparato. La bici non c’è, eppure il segnaposto sulla app è di un giallo intensissimo: il velocipede dev’essere qui.
Un gruppo di cuochi bengalesi, impegnati nel ristorante italiano sciurètto che dà sulla strada, mi guarda sornione.
“Cerchi bici gialla?”
E puntano il dito verso l’alto, tipo Scuola di Atene. Esito per un attimo, forse vogliono dirmi che le bici OFO ormai sono assurte a una costellazione nel firmamento.
E invece. Sono sempre stato un tipo piatto.
“Tu devi andare al quarto piano”.
Si sono portati la OFO su in cima, al ballatoio! Il GPS dovrebbe avere anche un altimetro, mi dico io.
Mi precipito a falcate di 3 scalini per volta su al quarto. Ed ecco che un ragazzo scende come una folgore, più veloce di me, con la sua OFO sulle spalle. Non mi nota neanche, non può immaginare che sia un suo concorrente.
È giovanissimo, sembra uscito da “I Fiori delle mille e una notte” di Pasolini, ha a malapena la prima peluria sopra il labbro e arranca con la OFO.

Bene, vorrei bloccarlo ma è indaffarato – non perché voglia sfuggire al confronto, non gliene frega assolutamente niente – ma perché ha un enorme zainetto-cubo sulle spalle. Pure quello giallo, tutto in tinta. Deve consegnare un pranzo con uno dei tanti servizi food delivery che imperversano in città. Usa la OFO per avere il lavoro.

E lì vado in corto circuito. Da una parte, la “causa delle bici rapite”. Dall’altra mi viene in mente il compenso ridicolo che questi pony-express-senza-motore si beccano ad ogni consegna.

Il corto circuito è lungo abbastanza perché Luigi, lo chiameremo così, mi si sfili dalle mani.

Scendo sconsolato a cercarmi un’altra bici.

E fuori dal portone scopro una cosa buffissima. Luigi non sa andare in bici.
Lui è ancora lì. Tiene sempre la terza e quindi fa un metro in 20 pedalate.
Tutta quella energia giovane pasoliniana, e poi mi finisce con la ruota nei binari del 5, per poi scabussare alla fine sul pavè. È scivolato di faccia. Sta verificando terrorizzato se lo zainetto-cubo sia intatto.
Mi guarda. Lo dicevo io del pavè.
“La bici non s’è fatta nulla”, gli faccio. “Tu stai bene? Come ti chiami?”
“ ****. “ Sembra uno di quei dipinti da Al-Fayyum, gli occhi enormi, sgranati.
“Dove devi consegnare?”
“Porta Venezia”.
“Hai un culo mostruoso. Mi dicevi Porta Lodovica non ti portavo”.
Apriamo il baule dell’auto, carichiamo la OFO e lo zaino, e andiamo tra le braccia del dazio di Porta Venezia.
Viene da ****. Faceva consegne anche lì, in moto. Aspettava che costruissero la strada asfaltata per raddoppiare il numero delle consegne.
“E com’è finita?”
“Che il mio governo non l’ha più costruita, quella strada. Mio fratello è qui da cinque anni, ho pensato di raggiungerlo.”.
Evidentemente ha bisogno di quella manciata di euro della food delivery e una bici non ce l’ha. E fino al 31 ottobre, tutto sommato giustamente, la usa ininterrottamente per mettere da parte i soldi per farsene una e incominciare a lavorare con più continuità.
Arriviamo a destinazione, mi guarda: “Adesso tu vuoi la OFO indietro, vero?”
“Lascia perdere, cerco in un altro cortile”.

#citOFOno – La storia di Ishak

9 novembre 2017

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Sono tornato nella mia città natale, Milano, per qualche giorno per lavoro e una mia amica mi ha introdotto al mondo meraviglioso delle biciclette OFO.
Fino al 31 ottobre erano gratuite, in prova.
Dopo l’uso compulsivo nei primi giorni, ho iniziato a pensare che la mappa della app non fosse collimata bene bene, perché visualizzavo un sacco di OFO DENTRO le case.
A un certo punto ho capito che la mappa era precisissima e che semplicemente le bici – la gente se le zanzava. Portandosele in casa.
Ora la cosa divertente è che non smontano il GPS dentro la bici, quindi la app continua a localizzare la bici rubata.
Non avendo un c***o da fare al pomeriggio, ho iniziato a citofonare ai condomini, come quando a dieci anni chiamavamo gli amici per giocare a calcetto, e mi sono messo a beccare i ladri di biciclette a uno a uno.
Stiamo parlando di una media giornaliera di 8 OFO zanzate su 10 che provavo a prendere, ragazzi.
Ho citofonato, li ho fatti scendere e mi son messo a chiacchierare con loro.
Ne sono uscite dieci storie di incontri tra cazzari. Questa è la prima.

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La storia di Ishak.
#OFO #citofono
Esco dal MAS, una bellissima scuola di musical, danza e recitazione a Milano, dove stavo guardando le lezioni del mio amico coreografo Matteo Gastaldo.
In via Ponte Nuovo una OFO risulta parcheggiata dentro un condominio. Il pizzaiolo rumeno mi lascia entrare in cortile, e trovo la OFO non solo parcheggiata, ma LUCCHETTATA. Genio.
Mi siedo e aspetto. Passa una signora. Lancio con nonchalance un “Ne sa qualcosa?”
“Ma sa che è giorni che la guardo e mi faccio la stessa domanda?”
Poi, la botta di culo.
Passa un ragazzo sui 17 anni. È il nipote della sciura, la quale lo apostrofa con un tono da zia-senza-possibilità-di-risposta-menzognera:
“Luca, tu sai chi si è rubato la OFO?”
E Luca risponde al volo, alla Pavlov, senza nemmeno cercare di intortare la zia. Sembra Mowgli di fronte a Kaa.
“Ho visto Ishak, il compagno di classe di Carlo, armeggiarci attorno”.
Luca mi indica il balcone di casa Ishak.
Citofono a Ishak.
“Scendi, va’. E porta le chiavi del lucchetto.”
Arriva Ishak. È uguale al figlio di Moretti ne “La stanza del figlio”. E mi fa:
“Tanto non la usava nessuno”.
“Beh, certo, se te la lucchetti in cortile, è un po’ difficile che qualcun altro la usi. E secondo te io a fianco alla bici che ci faccio?”
Ishak: “Ah la volevi usare?”
Attenzione: ci è, non ci fa. Sorrido. Con Ishak opto per la strategia “abbraccio hare krishna”.
“Libera ‘sta bicicletta, va’. Hai un nome copto, sei cristiano ve’?”
“Sì. Ortodosso, diciamo”.
“E non rubare non te l’ha insegnato la mamma? Ce l’avete pure voi il decalogo, ve’?”
“Ma scusa meglio in mano mia che buttata nel Naviglio, ti pare?”
Fa pure riferimento a un articolo del Corriere uscito un paio di giorni prima. Dei vandali non avevano trovato niente di meglio da fare che buttare le OFO nella darsena. Personalmente credo che pure i vandali abbiano una hit parade della cazzate da fare, e “buttare la OFO a mare” non dev’essere il massimo. Qualcuno deve aver interesse a danneggiare quante più OFO possibile, nel minor tempo possibile. Ma glisso e mi riconcentro sul labiale di Ishak, che era arrivato a:
“Ma scusa meglio in mano mia che buttata nel Naviglio, ti pare?”
Il ragionamento non fa una grinza.
Porto Ishak al centro del cortile. Mi siedo su un panettone in cemento.
“Adesso facciamo così. Io non chiamo la polizia se tu urli al condominio ‘Ho fatto una stronzata’. Un po’ di volte.“
Ishak: “No, la mamma mi ha insegnato a non dire le parolacce”.
Ecco, ‘sta frase qui mi blocca per un attimo, devo ammetterlo. Chapeau. Devo riconoscere a questo ragazzo che è sveglio. Ma anche mamma e papà non devono essere da meno.
Allora esco un attimo dal droghiere pakistano appena a fianco, mi prendo un sacchetto di patatine, mi metto comodo sul panettone, citofono a Luca e chiamo i suoi amici.
Ishak rimane un attimo interdetto, ma io ho le chiavi del suo lucchetto.
Quindi ha da aspetta’.
Poi mi apro il dizionario dei sinonimi e dei contrari sull’Iphone.
E così Ishak ha urlato “Ho fatto una cretinata, scemenza, sciocchezza, scemata, cavolata, stupidaggine, stupidata, idiozia, fesseria, bestialità, banalità, bazzecola, piccolezza, cosa da nulla, inezia, fregnaccia, boiata.” per 5 minuti. Il tempo di mangiarci le patatine con Luca & C mentre lo guardavamo.
Poi ho ringraziato, gli ho ammollato il suo lucchetto e inforcato la nostra OFO.

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Report from L’Aquila – le New Towns

25 settembre 2017

Accogliendo una nuova sollecitazione degli amici di Amate L’architettura prende forma questo terzo report su L’aquila. Dopo i primi due racconti, sul “cantiere continuo“ del Centro Storico e sul “monumentale” Auditorium del Parco di Renzo Piano, questa volta tocca alle “famigerate” New Towns.

C.A.S.E.-L_Aquila
Parliamo, quindi, del progetto C.A.S.E. (acronimo di Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili), 19 insediamenti per gli sfollati del sisma del 6 aprile 2009 costruiti dal Governo Berlusconi attraverso la Protezione Civile. Per la cronaca, nell’articolato del Piano di Emergenza circa 12 mila persone hanno trovato alloggio nelle cosiddette New Towns, circa 2500 nei Moduli Abitativi Provvisori (M.A.P.) e circa 7 mila hanno potuto avere dimora grazie al “contributo di autonoma sistemazione”.
Le polemiche e la cattiva fama delle New Towns, veicolate dai media, riguardano principalmente alcuni aspetti di esecuzione delle opere come per esempio: la presunta scarsa qualità o cattiva installazione degli isolatori sismici; la presunta sconveniente (per l’Ente Pubblico) operazione sui tetti fotovoltaici – tra l’altro – non tutti funzionanti; dimensionamenti sbagliati per quanto riguarda i sistemi di recupero dell’acqua piovana per l’irrigazione delle aree verdi; balconi crollati per la troppa fretta realizzativa. Ci sono anche questioni legate alla gestione comunale degli immobili ereditati dalla Protezione Civile, non tutti utilizzati anche per i requisiti stabiliti per l’assegnazione degli alloggi, come il presunto affitto richiesto agli sfollati a titolo di canone di compartecipazione alle spese di manutenzione. Il destino quindi delle stesse C.A.S.E. costituisce un grande tema cittadino, tant’è che pare che la Giunta Comunale abbia infine stabilito di destinare gli alloggi vuoti a giovani coppie, sportivi e artisti… e forse immigrati? (al 31 luglio 2017 risultano disponibili 177 alloggi del Progetto Case e 47 Map).
Sorte in Inghilterra a partire dal dopoguerra per controllare la crescita preoccupante delle grandi città, le new towns sono ispirate al concetto di città giardino teorizzato già a fine ‘800 da Howard con l’obiettivo di decongestionare le grandi città moderne attraverso il decentramento della popolazione in sobborghi satelliti immersi nel verde della vicina campagna.

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La buona norma le vuole ben collegate con la città tramite infrastrutture di trasporto efficienti e provviste di tutti i servizi necessari, generalmente secondo lo schema urbanistico in cui al centro l’area amministrativa-commerciale vede sorgere intorno le residenze con giardino.
Riguardo al modello New Town, oggi le opinioni sono molto discordanti: i favorevoli – quelli più ottimisti che si basano sul concetto teorico – sostengono che le new towns garantiscano un ambiente ideale agli abitanti, perché uniscono le comodità cittadine alla salubrità della campagna. I contrari – quelli che si basano sui numerosi esempi disastrosi (e si fidano sempre meno della capacità di scelta della politica e di conseguenza degli architetti e degli urbanisti chiamati a interpretarle) – sono convinti che le new towns sono dei ghetti con edifici di scarso valore architettonico, soluzioni urbanistiche banali, ampie distese cementificate e mal servite dal trasporto pubblico.
Niente a che vedere con l’intervento a L’Aquila, il cui nome New Town è solo un inglesismo mediatico usato (s)convenientemente nella contingenza e non un modello da replicare.

C.A.S.E.-L_Aquila1
Le New Towns di L’Aquila, su cui provo a dare una modesta opinione personale sulla base delle informazioni acquisite e della visita dei luoghi effettuata, sono assimilabili ad un intervento di edilizia residenziale pubblica sovvenzionata. Appare chiaro, anche, che questi nuovi piccoli villaggi siano stati interpretati come mera risposta urgente al bisogno di posti letto per gli sfollati, una risposta muscolare della politica al disastro, dove – probabilmente per la stessa necessità mediatica – sono stati sbandierati i requisiti performanti più comprensibili, quali asismicità ed ecosostenibilità, sorvolando invece sulle questioni di concetto, urbanistiche e architettoniche, meno spendibili con il grande pubblico. Infatti, il risultato percepito è l’assenza di un progetto in senso urbano e architettonico. Si tratta di insediamenti dormitorio, in cui la sensazione è di profonda tristezza. L’approccio è dell’accampamento stabile, con isole di stecche uguali come vagoni, semi-prefabbricati, con del legno visibile e un po’ di colore, poggiati (mediante isolatori) su piloties d’acciaio costituenti i piani terra dei garages, come palafitte. Non penso sia stato un problema economico, si parla di cifre spese vicine al miliardo di euro. Come sempre, però, si registra un problema di prospettiva culturale e di approccio alle priorità. Alla fine, su questi nuovi sobborghi dormitorio rimangono tanti dubbi, non solo quelli posti dai media, più o meno strumentalizzati e anticipati sopra (quali la qualità antisismica, l’eco-compatibilità, i problemi di gestione e manutenzione, ecc.), ma anche gli eccessivi costi di costruzione e le procedure poco trasparenti (che con rassegnazione registriamo come insite in tutti gli interventi d’urgenza), e, soprattutto, le questioni legate alla programmazione e alla preparazione all’emergenza, al metodo con cui si affrontano problemi e fragilità che si dovrebbero già conoscere e per cui bisognerebbe già essere pronti o addirittura invulnerabili.

Poggio di Roio_L'Aquila.In alto case centro storico distrutte-in basso le nuoveC.A.S.E

Per le enormi quantità di risorse che si spendono nell’emergenza post-terremoto, una corretta e concreta programmazione dei progetti di prevenzione sismica farebbe risparmiare soldi, vittime e macerie. Analogamente, anche le New Towns sarebbero potute essere una utopia possibile, una soluzione abitativa alternativa e non un rimedio sbrigativo dopo i crolli.
In conclusione, due questioni:

  • le new towns – non gli insediamenti dormitorio – restano ancora un’ambizione possibile, un’utopia da realizzare progressivamente, alla ricerca della città ideale, quale applicazione di un concetto di insediamento urbano il cui disegno riflette criteri di razionalità e tensione filosofica?
  • E in che modo è possibile avviare subito la sostituzione delle città attuali, insicure e vulnerabili, con nuovi concept che interpretano nel modo migliore le conoscenze mature in termini di sicurezza e qualità, capaci di garantire sostenibilità sociale e ambientale, in un clima culturale che si manifesta con l’arte, l’architettura e l’urbanistica?