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Corviale – Si prova a fare sul serio!

14 Novembre 2019

Sembra finalmente essere entrato nel vivo il progetto di recupero del Corviale, il famoso complesso di edilizia popolare completato nel 1982 e a da subito oggetto di critiche e polemiche per la sua forma e le sue notevoli dimensioni (una stecca lunga 950 m), ma anche a causa delle occupazioni abusive che hanno compromesso il programma funzionale caratterizzato dal “Quarto piano”, lo spazio pensato dal team di progettisti guidati da Mario Fiorentino per ospitare servizi e spazi collettivi.

Su Internazionale Francesco Erbani  prova a tracciare il punto sullo stato di attuazione del progetto di recupero redatto da Guendalina Salimei (T-Studio) in base ad un concorso del 2008 e che ha visto l’avvio dei lavori a inizio anno .

Il Corviale è un edificio simbolo, portatore di molte contraddizioni; un edificio che non lascia indifferenti e che trova difensori e critici feroci in ogni livello sociale, sia tra gli abitanti che tra gli addetti ai lavori.

C’è chi vorrebbe vederlo demolito  e chi ne difende il valore architettonico. Di certo nessun programma di recupero potrebbe fare a meno di considerare le esigenze degli abitanti, oggi ridotti a cinquemila; una enormità, un piccolo paese impossibile da ricondurre ad un filo unico o ad uno stereotipo, come spesso si tende a fare. Cinquemila storie indipendenti, cinquemila esigenze di vita. Sicuramente c’è disagio sociale al Corviale, ma anche tanta “normalità” come spesso gli abitanti rivendicano.

Il progetto di recupero non è il solo che sta interessando il Serpentone, oltre al progetto di Salimei c’è anche il progetto redatto da Laura Peretti , sulla base di un bando dell’Ater, che riguarda il sistema urbano circostante; segno evidente di come recuperare il Corviale sia una operazione difficile e complessa anche solo dal punto di vista architettonico.

La buona notizia è che i lavori sono partiti e grazie al contributo della Terza Università si è attivato anche un laboratorio di ascolto e mediazione sociale  che ha il compito di ascoltare le esigenze degli abitanti e mediare con i soggetti coinvolti nella esecuzione delle opere (l’Ater, La Regione Lazio, le imprese).

“Insieme all’intervento architettonico ne è stato avviato anche uno di ascolto e di mediazione che sembra ereditato dalle pratiche degli assistenti sociali che negli anni cinquanta aiutavano chi entrava in una casa popolare non avendo mai abitato in un condominio, non avendo mai visto una vasca da bagno e provenendo da una campagna meridionale o da una baracca. E invece quello di Corviale è un esperimento, una specie di prototipo. Si cercano le forme migliori per evitare conflitti in una periferia tra le più roventi, dove si fronteggiano la drammatica emergenza abitativa, il disagio e il senso acuto di essere esclusi da tutto. E si cercano soluzioni prima che a pensarci siano i blindati della polizia, come è avvenuto in altri quartieri di edilizia popolare romana, a Tor Sapienza o a Torre Maura, dove le proteste degli abitanti contro migranti o famiglie rom sono state fomentate da gruppi di estrema destra.”

“Sara Braschi e Sofia Sebastianelli hanno capito che tra i bisogni di chi abita a Corviale spunta il tenere desta la memoria di sé e del luogo, il non disperdere una storia insieme ai calcinacci di un appartamento che non c’è più. E così, coordinate da Francesco Careri, hanno cominciato a raccogliere immagini degli alloggi come erano stati attrezzati da chi, abusivamente, li aveva adattati alle proprie esigenze. Un repertorio utile anche per la ricerca universitaria.

La convenzione tra l’università e la regione Lazio dovrebbe durare tre anni, il tempo del cantiere al quarto piano. Ma Corviale è una macchina complessa, il libretto d’istruzioni s’è perso per strada e le energie vitali che popolano l’edificio tentano di recuperarlo. Tra i progetti che le due ricercatrici seguono uno riguarda proprio il cortile dove ha sede il laboratorio. L’hanno battezzato “La piazzetta degli artigiani”. Alcuni locali sono occupati, in uno c’è una stamperia d’arte, in un altro si restaurano mobili, in un altro ancora una sartoria. C’è chi dipinge o fa l’incisore. Alcuni ragazzi di Corviale sono coinvolti in queste attività, in altre operano ex detenuti.”

la sensazione è che chi ha il potere di prendere una decisione sembra avere finalmente imboccato un percorso positivo, stanziando fondi adeguati e sostenendo con decisione le scelte prese.

“La storia di Corviale è intessuta di sfiducia. Venuto meno l’impianto comunitario, sconcertati dai lunghi ballatoi che avrebbero dovuto interpretarlo, molti abitanti – legittimi o meno – hanno riadattato l’edificio, hanno spezzettato quel corridoio, costruito grate agli ingressi, hanno chiuso ballatoi e piazzato cancellate. Ha vinto una pulsione privatistica. Molti si sono tassati per pulire le scale, per riparare ascensori e citofoni. Sono nate diverse associazioni, sono spuntati dei comitati.

Da un lato si sono organizzate forme di partecipazione alle sorti dell’edificio, spesso vivaci e vitali, anche quando si è discusso dei progetti Salimei e Peretti. Di fronte all’edificio è molto attiva una biblioteca comunale intitolata a Renato Nicolini, l’architetto-assessore alla cultura nelle giunte Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli. Dal 2009 funziona il Calciosociale, con palestre e campi da gioco che coinvolgono molti ragazzi di Corviale e non solo. Dall’altro lato si sono formati piccoli e pericolosi potentati, che hanno gestito la compravendita di alloggi e un controllo serrato degli spazi.”

Leggi l’intero articolo sul sito di Internazionale 

 

A cura di Giulio Pascali

Editing e foto di Daniela Maruotti

 

 

 

THE TIDE: un nuovo parco pubblico lineare (o quasi)

2 Novembre 2019

Il Tide può giocare un ruolo unico nell’unire i Londinesi” Amy Frearson, direttore editoriale di Dezeen.

A Londra la nuovissima destinazione sul fiume è arrivata e aperta a tutti. Si tratta dei primi 5km di una strada panoramica con sculture, passaggi sopraelevati, aree di sosta e naturalmente caffetterie e ristoranti a cavallo del Meridiano di Greenwich.

E’ passato un decennio da quando l’High Line è stato aperto a New York e da allora gli architetti di tutto il mondo hanno cercato di replicarlo. Il parco di Greenwich, con il primo chilometro aperto al pubblico il 5 Luglio di quest’anno, non ne è una replica fedele, pur condividendone gli “ingredienti” vincenti come la presenza di percorsi sopraelevati a 9 mt di altezza tra le numerose rampe, scalinate e terrazze.

Questo parco attraverserà tutti e sette i nuovi quartieri della penisola con “un linguaggio ed un design unici” come ha detto Matthew Dearlove, capo della progettazione presso Knight Dragon, l’azienda che sta costruendo le opere della Penisola. Inoltre questo parco ha un waterfront di 2,5 km. Il che può attrarre i Londinesi a venire in quest’area, di solito solo frequentata per via dell’O2, ovvero il Millennium Dome, e indurli addirittura a spendere una giornata qui.

Una grande attrattiva è rappresentata da alcuni significativi pezzi d’arte installati da poco per arricchire il parco. Sono:

Mermaid (La Sirena), 2017, già esposta a Venezia;

Head in the Wind (Testa nel Vento), 2019, una sensuale opera pop appositamente realizzata per il parco,

Siblings (Fratelli), 2019, una grafica molto colorata applicata agli edifici, un bel contrasto con il grigio del tempo londinese.

Seafood Disco (Discoteca di Pesce), 2019, un tavolo da picnic di 27 m nell’area barbecue aperta agli abitanti del quartiere e ai visitatori.

Un altro interessante aspetto è costituito dal The Jetty, un giardino comune fluttuante, una sorta di grande serra dove è possibile frequentare workshop di giardinaggio, acquistare piante e/o semi e fermarsi alla caffetteria interna.

Ci sono molti sottili dettagli che lasciano pensare come poco sia stato lasciato al caso arricchendo sensibilmente il progetto. Si vedano ad esempio:

piante autoctone che coesistono assieme alle specie esotiche, ci sono le betulle bianche ed i pini, l’erba alta ed i fiori di campo;

sedute di legno (sedie, panche e sdraio), luogo ideale da cui godere il tramonto sull’acqua;

punti di ascolto per la meditazione dislocati lungo il percorso e, più in generale, dispositivi per rilassare chi frequenta il parco.

Un disegno ricorrente a strisce bianche e nere a terra assicura di non perdere mai la strada. Tuttavia in futuro il concetto di parco con un inizio ed una fine diverra’ via via sempre piu’ sfuocato.

Il Tide ha il potenziale di diventare qualcosa di mai visto a Londra e nel mondo, un parco che appartiene al suo tempo e proiettato verso il futuro

Testo e fotografie di Vita Cofano (2019).
Editing: Giulio Paolo Calcaprina

Dall’Eden alla Terra e ritorno

27 Aprile 2019
GIARDINO > PARCO > PAESAGGIO > TERRITORIO > TERRA > GIARDINO

Il giardino nasce come contrapposizione alla natura. Nella natura l’uomo soccombe, noi non possiamo viverci dentro: paludi, fiumi che cambiano percorso improvvisamente, foreste, alluvioni, animali feroci… non è il nostro luogo. Per questo motivo ne “recintiamo” un pezzo e iniziamo ad addomesticarla, la rendiamo razionale e possiamo coglierne i frutti; in altre parole, ci sfamiamo. Il paradiso infatti è spesso rappresentato come un giardino con un bel recinto, al suo interno l’uomo può godere della bellezza e del cibo che la natura addomesticata gli offre. Un giorno, secondo la leggenda, decidemmo di scavalcare il muro che lo cingeva e iniziò l’addomesticamento planetario della natura attraverso la campagna (che altro non è se non un giardino) e le città.

Athanasius Kircher, Garden of Eden Map, 1675

Athanasius Kircher, Garden of Eden Map, 1675

I giardini di epoca medievale sono proprio questo, un hortus conclusus, con un bel muro di cinta, una sorta di campagna chiusa. I primi esempi rinascimentali si riferiscono a questa tipologia ampliandone però i significati: giochi d’acqua e natura che non dà più solo frutti ma coltivata anche per il godimento estetico; l’edificio si rapporta sempre più al giardino e ne diventa parte integrante e progettato assieme. Il limite però esiste ancora anche se inizia un flebile rapporto con la città e la campagna che sta al di fuori. In epoca barocca, soprattutto in Francia, si va oltre… le dimensioni aumentano, gli assi visivi disegnano geometrie più complesse, portano sempre più verso l’esterno, verso l’orizzonte e l’infinito; il limite c’è ancora ma si riesce con difficoltà a percepirlo. La natura? Sempre addomesticata, sempre razionalizzata, sempre dominata.

Villa Lante a Bagnaia

Villa Lante a Bagnaia

Versailles

Solo con i parchi paesaggistici inglesi si inizia a mettere in discussione questo tipo di rapporto con la natura, viene apparentemente lasciata libera di essere se stessa. Il giardino diventa “spontaneo”, chiome, siepi, arbusti possono essere crescere liberamente. L’asimmetria, la casualità e la naturalità fanno da padrone; non più geometria e razionalità. Il tutto in apparenza, la mano del progettista in questa spontaneità esiste, eccome se esiste. Il limite? Sparisce dalla percezione: una trincea (ha-ha) attorno al parco diventa il modo per delimitare il parco; mentre si inizia ad usare l’eye-catcher (cattura sguardo) posto al di fuori del parco, una statua, un monumento, un muro… posizionato a diversa distanza riesce a mettere in gioco percettivamente tutto ciò di esistente tra il parco e l’elemento architettonico utilizzato per catturare la nostra attenzione. Il paesaggio, anche se al di fuori del parco, entra e ne diventa parte integrante. I parchi, visti zenitalmente, si “perdono” nell’intorno; mentre i giardini/parchi barocchi e rinascimentali sono ancora facilmente individuabili, nell’esperienza inglese si fatica a definirne i limiti. In quell’epoca (‘700) inizia ad incrinarsi il rapporto di dominio dell’uomo; ci si accorge, complice la rivoluzione industriale, che l’umanità può anche generare effetti collaterali non sempre positivi, si inizia pertanto a porsi il problema del rispetto verso natura, il linguaggio apparentemente libero con cui vengono disegnati i parchi inglese riflette proprio questo mutamento.

Stourhead Park

Stourhead Park

Ha-Ha

Ha-Ha

Nel secolo successivo le bizzarrie, le storie, i diversi stili, il pittoresco e il kitsch diventano parte integrante di parchi e giardini ma questo poco importa… la cosa più importante è che la natura “entra” in città. L’inurbamento tumultuoso pone problemi sociali ed igienici. La natura in città diventa elemento per poter far godere a tutti il benessere di immergersi in essa. I parchi, sino ad allora prerogativa solo di alcune classi sociali diventano patrimonio di tutti, della collettività. E non solo singoli parchi ma sistemi, infrastrutture verdi che si snodano all’interno dell’ambito urbano, soprattutto in ambito statunitense; contemporaneamente i primi movimenti “ambientalisti”, che si traducono in un’azione per la creazione di parchi naturali, fanno capolino.

New York, Central Park

Central Park

Boston, il sistema dei parchi

Boston, il sistema dei parchi.

Il ‘900 (anche se già nell’800 si vedono i primi sintomi con la diffusione del suburbio) purtroppo ribalterà completamente la situazione: non più la natura e il paesaggio in città, non più un vivere compatti ma comunque a contatto con una natura inserita in ambito urbano… l’esatto contrario: urbanizzazione immersa nella “natura”. L’avvento dell’auto, ma anche ideologie urbanistiche legate al modernismo assieme a ideologie politiche iper individualistiche, portano alla dispersione dell’edificato e alla rottura di regole che sino ad allora erano rimaste sostanzialmente invariate pure nella loro continua variazione; che siano villette unifamiliari o un complesso modernista poco importa: oggetti dispersi col vuoto attorno, spesso di risulta o funzionale al trasporto. In quest’epoca qualcuno ha cercato di porre limiti e freni, di cingere l’espansione dell’edificato (green belt) cercando che almeno il giardino (la campagna) non venisse continuamente erosa… ma niente, ha prevalso l’ideologia della natura a nostra completa disposizione.

Intanto il “giardino” si espande sempre più, i figli da sfamare superano i miliardi e si inizia a comprendere (dalla seconda metà del ‘900) che l’antropizzazione è praticamente completa. L’uomo si è diffuso dappertutto, l’intero pianeta è dominato, i nostri comportamenti influenzano il clima e lo modificano irreversibilmente. Paesaggisticamente qualcuno inizia a parlare di jardin planétaire: l’uomo ha spinto i limiti del proprio hortus conclusus al massimo dell’espansione fino a farli coincidere con la Terra stessa; a quel punto è necessario iniziare a prendersi cura di Gaia come fosse un giardino immenso, un giardino planetario – con un muro attorno per il momento invalicabile – pena la nostra fine.

Questo la sintesi, in maniera estrema, senza troppe pretese “scientifiche”, degli ultimi mille anni partendo dal giardino, passando al paesaggio, al territorio, al pianeta e tornando di nuovo al giardino; iniziando dall’Italia e finendo negli USA attraverso Francia e Inghilterra.

Questo breve scritto è nato di getto, come post su Facebook, dopo aver visto un documentario televisivo in cui Renzi  ha descritto il giardino all’italiana con questa frase: “… giardino fatto bene, fatto come nessun altro è in grado di fare”. Ho cercato di spiegare che il tema è più complesso di quanto appaia e altri paesi hanno qualcosa da dire, anzi, potremmo pure imparare qualcosa da loro.

#giardino #parchi #giardinoallitaliana #barocco #parcoinglese#infrastruttureverdi #parksystem #sistemadeiparchi #sprawl #modernismo#jardinplanétaire #hortusconclusus

Vivere sotto un ponte

12 Febbraio 2019

Ponte Vecchio – Firenze | Foto ©Giulio Paolo Calcaprina

Faccio subito subito una premessa: quella che segue è una considerazione a voce alta su un tema meramente architettonico e ingegneristico e non ha nulla a che vedere con questioni politiche o legali. È soprattutto il risultato di un lungo ragionamento, prima di tutto, sull’opportunità di scriverne.

Dopo il crollo della pila 9 del ponte del “Viadotto Polcevera” a Genova che ha causato la morte di 43 persone, si è subito cominciato a parlare della sua ricostruzione o della costruzione ex-novo di un ponte di collegamento fra le due sponde, data l’enorme portata logistica che quello crollato aveva. E in effetti, la costruzione del viadotto, su progetto dell’ing. Morandi vincitore di un bando di concorso nel 1959, fu fondamentale per la costruenda autostrada A10 e per il traffico stradale fra il confine con la Francia e il resto d’Italia, che non era più costretto ad attraversare Genova, ricavandone vantaggi (anche ambientali) veramente notevoli. Il viadotto, del quale tralascio i dettagli tecnici che sono meglio espressi altrove, rappresentava non soltanto un esempio di vette ingegneristiche raramente raggiunte in Italia e che hanno fatto letteratura nel resto del mondo, ma anche il simbolo, forse il sugello, della rinascita di una cultura della qualità architettonica nelle grandi opere che si era persa nel periodo immediatamente post bellico, sia per motivi strettamente economici, sia forse anche per motivi culturali legati al passato durante il quale il Fascismo fece dell’”enorme” e dello “spettacolare” uno dei suoi maggiori messaggi propagandistici. Il Viadotto Polcevera era una decisa rottura con il passato e la netta presa di coscienza che un’esigenza pragmatica (il collegamento fra due punti), poteva diventare occasione di riscatto culturale e ambientale non solo per una città, ma per una Nazione intera.

Si comprende ora perché il crollo, a prescindere dall’inestimabile sacrificio di vite umane, queste mai giustificabili, ha rappresentato una durissima pugnalata alla cultura italiana e alle coscienze di ognuno, ancorché non avvertito dell’importanza più profonda dell’opera.

Sorvolando sistematicamente ogni considerazione a favore o contro l’abbattimento, si giunge a quella che è stata la polemica più dura sulle ipotesi relative al ripristino della viabilità sul Polcevera: l’idea-proposta del Ministro delle Infrastrutture on. Danilo Toninelli riguardante un “ponte vivibile”. Precisamente le sue parole sono state: “[…] L’obiettivo non è solo quello di rifare bene e velocemente il ponte Morandi, ma di renderlo un luogo vivibile, un luogo di incontro in cui le persone si ritrovano, in cui le persone possono vivere, possono giocare, possono mangiare […]”. La dura polemica, a tratti sarcastica e cinica, è dovuta all’idea di rendere un ponte vivibile e luogo di incontro, probabilmente confondendo l’aggettivo vivibile con la vivibilità di una casa e la vita in essa. Qualcuno aveva addirittura creato vignette e fotomontaggi di bambini che giocavano sull’autostrada e qualcun altro aveva seriamente pensato al rischio che un pallone finisse in mezzo alle auto con conseguenze disastrose.

Ponte di galata – Istanbul | Foto ©CC0 Creative Commons

Successivamente alla replica, non poco piccata, del Ministro che aggiungeva esempi di come la sua idea non fosse malsana di come la si voleva far credere proponendo il ponte di Galata a Istanbul e il progetto dello studio Visiondivision per il ponte Tranebergsbron di Stoccolma che prevede una serie di attività civili da installare sull’arco di sostegno del ponte (museo, cinema, teatro, scuola, ecc.), le risposte sono state anche più dure, adducendo come motivazione il fatto che il primo è un ponte pedonale (in realtà non è proprio così) e il secondo solo un progetto.

Ponte Rialto – Venezia | Foto ©Giulia Gandin

Innanzitutto, l’idea di un ponte vivibile non è affatto nuova. In Italia abbiamo due fra gli esempi più illustri che si possano citare: Ponte Vecchio a Firenze e Ponte di Rialto a Venezia. Se il primo non è nato con l’idea delle botteghe ai lati (che una volta erano anche abitazioni) aggiunte in seguito progressivamente quando le attività commerciali dei beccai, che vi furono trasferite per decreto, cominciarono a diventare più importanti, il secondo ha subito una sorte diversa: il concorso, indetto nel 1587, per la costruzione di uno stabile ponte in pietra sul Canal Grande, prevedeva che esso dovesse contenere anche attività commerciali, perché queste si erano aggiunte gradualmente nel corso degli anni sui precedenti ponti in legno. In ogni caso, per entrambi i ponti, era prevista la carrabilità, con l’unico limite per Venezia di una “carrabilità pedonale”. Per quest’ultimo, ai concorsi precedenti, in seguito annullati, avevano partecipato anche Leonardo da Vinci e Andrea Palladio, sempre presentando un “ponte vivibile”.

Ponte Rialto – Venezia | Foto ©Giulia Gandin

L’architettura contemporanea ha riscoperto questo antico desiderio di ponte vivibile quando si è accorta che la città contemporanea aveva annientato i suoi confini ottocenteschi invadendo il territorio circostante e la ricerca di nuovi spazi per costruire era ostacolata dalla presenza di problematiche ambientali naturali o antropiche di difficile superamento. Aveva cominciato quindi a ragionare sugli spazi esistenti, fino ad accorgersi che le cesure naturali (fiumi, canali, valli) e antropiche (strade, ferrovie, gallerie, ma anche ponti e viadotti) potevano essere sfruttate proprio per quegli spazi negati dalla costruzione dei collegamenti sopraelevati, ricucendo anche una cesura urbanistica e sociale fra le due parti di città. Spesso infatti i luoghi sottoposti a questo tipo di opere di ingegneria, diventano luoghi inutilizzati e fonte di degrado urbanistico, ma anche e soprattutto sociale. Anche in questo senso il ragionamento del Ministro Toninelli è calzante. E allora, perché non utilizzare gli spazi coperti per attività sociali comuni (alle porte di Cassino, lungo la SR6 “Casilina” sotto il ponte della SR509, c’è uno skate park con un bellissimo murales)? Perché non pensare di trasferire alcune attività commerciali, uffici, aree comuni, in quelle zone di ponte o viadotto che lo permettono? Ma soprattutto, una volta che è stato deciso di abbattere il vecchio ponte Polcevera per costruirne uno nuovo, perché non pensarlo non come un collegamento fine a sé stesso, ma come un’occasione per proporre alla città e al mondo un nuovo modo di pensare il collegamento viario, ritrovando, in questo senso, il principio primigenio che lo aveva generato? Questo è recupero storico, ne è, anzi, il fondamento.

Di progetti in questo senso ce ne sono e ce ne sono stati a bizzeffe. Uno di questi è l’edificio-viadotto di LeCorbusier che si era addirittura spinto a pensare ad una città lineare che facesse da supporto alla viabilità principale. Ci sono però anche esempi pragmatici come il viadotto della metropolitana di Berlino, nei pressi della stazione Hackescher Markt, sotto i cui archi, per lunghi tratti ai due lati della stazione, furono aperte n seguito attività commerciali di vario tipo che hanno dato vivibilità alle aree circostanti, separate appunto dall’opera infrastrutturale e che in passato sono state fonte di degrado. Altre volte il ponte non è stato progettato e realizzato come semplice passaggio fra un punto e un altro, ma anche come occasione per incontrarsi, per riposarsi, riflettere, ammirare il paesaggio e, perché no, giocare.

“Isola della Mur” – Graz | Foto ©CC0 Creative Commons

Un esempio fantastico in questo senso è la cosiddetta “Isola della Mur” a Graz in Austria, opera di un “artista architettonico”, l’americano Vito Acconci, che ha pensato ad un ponte fra le due sponde del fiume Mur rappresentato da due passerelle pedonali che si incontrano su un’isola artificiale al centro del fiume sulla quale ci sono un lounge bar e una terrazza a forma di anfiteatro, che facesse da legame tra il fiume e la città con l’attrattiva del locale pubblico. Fu realizzata nel 2003, quando Graz fu capitale europea della cultura. Il fatto che sia esclusivamente pedonale non deve trarre in inganno: le idee devono essere lasciate fruire libere ed è futuribile la riproposizione della stessa idea in scala più grande.

Chi asserisce che nella maggior parte dei casi si tratta solo di progetti e che per questo motivo non sono attuabili, non solo dimostra poca o scarsa conoscenza non soltanto dell’architettura, il che sarebbe anche comprensibile non essendo prerogativa dell’essere umano conoscere tutto, ma anche ingenuità, se così vogliamo definirla, non comprendendo che qualsiasi atto umano è sempre il risultato di un progetto, scientemente o incoscientemente ideato e che questo progetto può essere attuato. È perciò possibile pensare, progettare e realizzare un “ponte vivibile”, superando ideologie e polemiche partitistiche, tenendo presente però che un ponte deve essere un passaggio sottile integrato nell’ambiente che non invade il costruito, non una barriera d’acciaio a più strati ancorché semi-trasparente, pur accattivante nelle intenzioni, ma deleteria per l’esistente sia per motivi tecnici (abbattimento di buona parte del costruito intorno, oltre a quanto già programmato), sia per motivi architettonici e ambientali.

Roma a 4000K

Dopo circa un anno e mezzo (aprile 2017) dall’inizio delle sostituzioni delle vecchie lampade al sodio, nel centro storico di Roma, con nuove lampade a LED e dopo la levata di scudi di associazioni (culminata con una lettera pubblica di protesta al Ministro Franceschini), comitati, uomini e donne di cultura e semplici cittadini, dopo che, spinto dalla pressione delle associazioni, l’assessore all’urbanistica e lavori pubblici Montuori ha convocato con ACEA e Università, pur non invitando associazioni e comitati firmatari (ma che concezione vecchia e chiusa della gestione della cosa pubblica!!!), prospettando una collaborazione con le Università per la revisione del piano (precisamente con il master in lighting design della sapienza ed il laboratorio di illuminotecnica ed acustica di Roma Tre), il risultato che ne è derivato è un nulla di fatto.
Evidentemente ai componenti di questo tavolo di lavoro il non-progetto della sostituzione della tecnologia della pubblica illuminazione del centro storico andava bene così.
Anzi, se possibile, ne è risultato che c’è margine per fare peggio, come la nuova illuminazione dei palazzi di piazza del Campidoglio stanno a testimoniare.

Dunque, è il momento opportuno per imbastire un ragionamento su quali potrebbero/dovrebbero essere le linee guida, gli spunti, per la progettazione della luce nella città storica di Roma. Questo articolo è volto quindi ad aprire una discussione su questo tema.

Illuminazione notturna del foro di TraianoA Roma non si pianifica più da quasi trent’anni. L’ennesima riprova di questo assioma è stato uno scellerato cambio di tecnologia della pubblica illuminazione, avvenuto all’inizio del 2017.

Perfino alcuni autorevoli quotidiani stranieri hanno parlato dell’effetto di questo cambiamento sulla percezione degli spazi pubblici del centro storico e della prevedibile reazione dei romani.

Cosa è successo esattamente? A partire da circa l’inizio del 2017, nel centro storico, sono state cambiate le lampadine al sodio, tecnologia presente da almeno una trentina d’anni nella Capitale, con lampade o piastre a LED, tenendo come unico parametro una luminanza di 20 lux (è un valore da me supposto, ma forse non ho sbagliato più di tanto) al metro sulla strada e una temperatura di colore di 4000 gradi Kelvin, che dà una luce fredda, tendente all’azzurro/verde.

Chi ha concepito questo cambio? Dal risultato si direbbe nessuno, vale a dire che non c’è un progetto illuminotecnico dietro questa operazione.

Il Comune, probabilmente, ha dato incarico ad ACEA, il gestore della pubblica illuminazione, di presentare una proposta e, come è costume delle partecipate romane e non solo, costoro, pieni di bravi elettricisti, hanno pensato che sapere avvitare e svitare una lampadina fosse sufficiente per cambiare la luce ad una città come Roma.

Il Comune, infatti, ha saputo snocciolare solo i dati relativi al risparmio energetico ed economico, come se i cittadini non avessero gli occhi per vedere.

Cominciamo ad affermare che non necessariamente la luce gialla prodotta da un lampada al sodio sia meglio di quella prodotta da una lampada a LED. Una lampada al sodio ha una resa cromatica (il Color Rendering Index o CRI, ci dice in che modo una sorgente è in grado di riprodurre il colore di un oggetto da essa illuminato) pari a 20, mentre le nuove lampade installate a Roma hanno un CRI 70. Nella foto che segue, si può vedere come, con la luce gialla, spariscano molti dettagli della facciata dell’edificio, confrontati con la facciata al LED. La luce gialla tende ad appiattire i piani prospettici, ma piace perché avvolge tutto un un alone di “mistero”.

piazza Cairoli

Per essere corretti, abbiamo dubbi anche su questo dato (il CRI 70), dichiarato dal Comune. Se si gira per la città, come abbiamo fatto noi, non è difficile scorgere a occhio palesi differenze di dominante della luce tra zone e zone. Per esempio tra il Lungotevere dei Vallati, che ha una dominante grigio-azzurra e Porta Cavalleggeri, che ha una dominante verde. Il colore della dominante si scorge soprattutto vedendo la sorgente luminosa con una visione laterale.

Lungotevere dei Vallati

Molti monumenti romani, già da tempo, sfruttano una sorgente di luce bianca per valorizzarne l’Architettura anche di notte.

Altare della Patria e illuminazione stradale di piazza Venezia

Anche i Fori Imperiali sono stati illuminati (non senza critiche degli addetti ai lavori) da Vittorio Storaro con questa tecnologia, non con le lampade al sodio

Il foro di Augusto illuminato da Vittorio Storaro

Il nodo del problema è che Roma, particolarmente nelle zone centrali e storiche non è una città come le altre. A Roma la gente va per sognare e, a detta dei più, le nuove lampade a LED a 4000°K restituiscono una luce da obitorio.

Porta Cavalleggeri

Allo stato delle cose è evidente la mancanza di un progetto di lighting design, fatto da progettisti specializzati in questa disciplina, che contempli le molteplici necessità del centro storico più grande d’Europa.

Per esempio: in un contesto urbano possono esserci delle gerarchie, le vie, i piani prospettici degli scorci, i monumenti con maggiore o minore rilevanza.

illuminazione monumentale: ponte Vittorio Emanuele II e Castel s.Angelo sullo sfondo

Finora si è optato per la differenziazione delle lampade delle vie pubbliche con quelle dei monumenti puntando a differenziarli visivamente, ad uno stacco tra loro, ma non è per nulla assodato che tale scelta sia pregevole.

Nel caso di Roma, massimamente rivestita di travertini e intonaci (dai bianchi del ‘500 al “colore del cielo” del ‘600, fino all’ocra del 700) potrebbe essere una scelta vincente quella che i colori dei palazzi monumentali siano valorizzati, anche in una visione notturna.

illuminazione a LED dei travertini di ponte Sisto

illuminazione del colore di Roma: Sodio vs LED a s. Andrea delle Fratte

Va inoltre pianificato il grado di illuminazione delle vie, una per una, rispettando, ovviamente, i parametri per contenere l’inquinamento luminoso. Può darsi il caso, infatti, che ci siano vie con facciate meno interessanti, che possono tenere una illuminazione bassa o vie delimitate da quinte urbane che vanno illuminate maggiormente. Anche questo va deciso in un piano della luce.

Si guardi per esempio l’immagine successiva che ritrae via Margutta, una delle vie più celebrate dai pittori del ‘900. L’illuminazione è bassa. Delle facciate si scorge ben poco.

via Margutta

Nel caso specifico, oltre l’altezza va definita anche l’ampiezza della curva fotometrica che emette il lampione. Si guardi la differenza tra la lampada a LED e quelle al sodio di una via del Rione Monti.

comparazione del risultato dell’illuminazione con diverse curve fotometriche al Rione Monti

Questo ultimo aspetto apre il discorso all’errore più grave che è stato commesso: pur avendo una commissione di proporzioni gigantesche, non è stato fatto alcun tipo di ricerca relativamente ai sistemi più idonei per adattare le sorgenti a LED ai vecchi lampioni. Adducendo problemi di riflessi , sono stati rimossi i vetri dagli storici lampioni fissati sulle pareti degli edifici ed è stata sbrigativamente fissata una piastra con LED sulla cupola metallica posta nella parte superiore del lampione.

i nuovi lampioni a LED senza vetri, con la sorgente luminosa sulla cupola della lampada

i vecchi lampioni con lampade al sodio con vetri e sorgente luminosa centrale

La luce risultante è quindi molto concentrata ed è stata creata una perfetta casa per i piccioni che infestano tutto il centro. In poco tempo, dunque, i lampioni sono lordati dagli escrementi degli uccelli. Sollecitati dalle associazioni dei cittadini sono corsi ai ripari rimettendo in alcuni casi, i vetri.

Perché la luce al sodio “fa sognare”? Perché restituisce meno informazioni, meno dettagli delle superfici che illumina. E’ questo probabilmente il secondo aspetto più rilevante, assieme a quello del colore, su cui un progettista della luce dovrebbe ragionare. Sia chiaro, avere più o meno dettagli visibili non è “meglio” o “peggio”, è semplicemente una scelta progettuale da operare in un ampio contesto di scelte.

Sodio vs LED: via degli Annibaldi

sodio vs LED: ponte Cavour

sodio vs LED: via Panisperna

Era questo inoltre il momento di affrontare una stratificazione dei corpi illuminanti avvenuta per più di 100 anni. Ai vecchi lampioni, derivati da quelli a gas, si sono affiancati altri lampioni alti dal disegno caratteristico (soprattutto nelle piazze ottocentesche) e i “campanoni” (le cosiddette lanterne modello “Roma” del 1925) sospesi con cavi d’acciaio tra i palazzi. Queste lampade storiche hanno, con la loro luce definita e con la loro forma storicizzata, caratterizzato le notti romane.

stratificazione e confusione delle tipologie di lampade nel centro storico: Lungotevere in Augusta

Un’ultima considerazione, riguardo ad un piano luce delle zone storiche di Roma, va fatta per il rapporto tra illuminazione privata e contesto pubblico.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un proliferare di edifici con una propria illuminazione di facciata, di qualità e non, completamente avulsa dal contesto. Sono edifici di proprietà uniche, come hotel e grandi magazzini. Anche in questo caso si rischia di perdere una gerarchia dei segni, dei punti di vista, che sono una caratteristica precipua dell’urbanistica del centro di Roma. Un edificio isolato illuminato, infatti, può disturbare una vista prospettica che contenga monumenti pubblici e fondali importanti; più edifici illuminati in uno stesso contesto possono produrre l’effetto “Las Vegas”. Non ultima andrebbe affrontata, come si è fatto per insegne e cappottine, anche l’illuminazione dei negozi.

illuminazione di edifici privati a via Milano

piazza di Spagna: illuminazione dell’ambasciata di Spagna. Si noti il cornicione.

Un esempio dell’illuminazione non regolamentata dei negozi: via Frattina

Non è sempre necessario illuminare un edificio pubblico, con un valore storico-artistico. Non è sempre necessario evidenziarlo con una luce diversa. Certe volte è bene illuminarne solo alcune parti per restituire le suggestioni di una città unica come Roma, come ci mostra questa foto presa a piazza S. Silvestro, con la delicata illuminazione della chiesa dei santi Claudio e Andrea dei Borgognoni.

piazza s. Silvestro: a sinistra la chiesa dei santi Claudio e Andrea dei Borgognoni con la sola illuminazione della cupola, della lanterna e del campanile, accompagnata da una delicata illuminazione della facciata.

E’ Disneyland quello che vogliamo? Dobbiamo chiedercelo e fare, anche in questo caso, delle scelte.

L’amministrazione capitolina, attuale e passata, ha operato nella più totale insipienza. Anche di recente ha realizzato progetti, questa volta con il Dipartimento SIMU con la solita nefasta collaborazione di ACEA (Areti spa, del gruppo ACEA), che hanno prodotto risultati devastanti. Non ultima la ferita nel cuore pulsante di Roma: la nuova illuminazione di piazza del Campidoglio, (qui la galleria fotografica) dove l’ordine gigante michelangiolesco dei palazzi dei Conservatori e dei Musei, studiato in tutti i testi di storia dell’Architettura, viene tagliato in due e la gerarchia della facciata (le concavità del portico, l’ordine gigante, il cornicione di coronamento) viene annullata da uno “spezzatino luminoso”.

la nuova illuminazione dei palazzi di piazza del Campidoglio.

Vogliamo, da architetti e da romani, che qualcuno affronti il tema del progetto complessivo della luce di Roma e si accolli la responsabilità delle sue scelte, compresa la Sovrintendenza, che da tempo sembra latitante.

 

Regesto di articoli pubblicati sull’argomento:

Trastevere, candele alle finestre contro le luci a led – Corriere

Nuova illuminazione di Roma_ l’ Interrogazione delle associazioni alla Sindaca _

Fermate subito la nuova illuminazione, è un attentato alla Bellezza di Roma – Emergenza Cultura

Roma Capitale e Università per nuova illuminazione della città. Piano LED al via i sopralluoghi.

Illuminazione: sopralluoghi per il piano LED: “lavorare per il bene della città”

Roma a LED, l’assessore accelera sul piano: “Entro l’anno luci nuove in tutta la città”.

Alcuni articoli tratti dal sito “Carteinregola” riportanti notizie sulle azioni principali messe in atto dai comitati per sollevare il problema:

Piano Led: questa non è una battaglia radical chic

Il Mibact fermi il piano LED: appello al Ministro

Piano LED: chi decide la qualità della città

Al Tavolo per la revisione del Piano LED non sono invitati i comitati

 

 

Tutte le foto dell’articolo sono dell’autore (© Giulio Paolo Calcaprina), con eccezione dell’ultima presa dal sito “il metropolitano.it”

VENGONO PRIMA I MONUMENTI O LE PERSONE?

Con Amate l’Architettura abbiamo seguito con apprensione, dolore e sgomento, fin dalle prime ore, la tragedia del crollo del ponte Morandi.

Abbiamo scelto di tenere un profilo basso, condividendo articoli di approfondimento di altri, che hanno svolto, secondo le loro rispettive competenze, approfondimenti sulle dinamiche del disastro, della gestione delle infrastrutture e sulle (mancate) politiche dei trasporti in Italia.

Nel frattempo molti uomini di cultura e tecnici, anche stranieri, hanno condiviso delle riflessioni e promosso delle iniziative, delle petizioni o si sono resi disponibili a progettare il ponte. Ultima in ordine cronologico l’offerta del progetto da parte di Renzo Piano.

Lasciata decantare la reazione emotiva, vogliamo anche noi dare un contributo, una riflessione, che nasca da questo evento ma che possa avere un respiro più generale.

La prima, fondamentale domanda a cui dobbiamo rispondere è: ripariamo il vecchio ponte o ne costruiamo uno nuovo?

Il ponte Morandi ha innumerevoli estimatori (anche noi ne riconosciamo il valore) che vorrebbero, prima di demolirlo, che venisse fatta una valutazione costi-benefici sulla possibilità di riparare/consolidare il manufatto esistente o di sostituirlo con una nuova opera.

Ebbene è bene sgombrare il campo da ogni illusione: una valutazione del genere sarebbe  correttissima sotto un profilo teorico ma deleteria alla visione realistica dei fatti.

Una valutazione costi-benefici dovrebbe valutare la convenienza del mantenimento dell’opera originale (con gli opportuni correttivi) sotto punto di vista estetico, simbolico, ecosistemico, viabilistico, strutturale ed economico oppure indicare le soluzioni alternative.

Tutto molto bello e, appunto, corretto, sotto un profilo procedurale. Ma valutiamo la proposta secondo la normativa vigente: chi valuta tutto ciò? E in quanto tempo?

A spanne servono 5 sottocommissioni (architettonica/ambientale/viabilistica/economica/strutturale) ciascuna con contenente specialisti in vari campi, e con un coordinamento a monte. Ciascuna commissione, secondo la logica che vige in questo paese, avrà potere di veto sulle decisioni da prendere o, nella migliore delle ipotesi richiederà un tempo congruo, ovvero lungo, per potere esprimere un parere sufficientemente ponderato.

Dobbiamo inoltre tenere conto che il Il 10 maggio 2018 è stato pubblicato il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che, ai sensi dell’articolo 22 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 (il codice degli appalti), stabilisce l’obbligo del dibattito pubblico (una traduzione letterale dal francese) per opere sopra la soglia dei 500 milioni, soglia che tra annessi e connessi (le demolizioni delle abitazioni tra le ipotesi possibili) potrebbe essere superata.

Abbiamo sotto gli occhi i drammatici esempi della ricostruzione post-terremoto di Amatrice, dove in quasi due anni abbiamo dato avvio a circa il 10% dei lavori o, localmente, l’esempio dei tempi infiniti per la gestazione della Gronda di Genova , la variante mai nata della A 10.

Aggiungiamo anche  che chi propone il retrofitting del ponte non tiene conto che la struttura si è dimostrata insufficiente e andrà ricalcolata con il risultato di un ponte comunque diverso da quello progettato da Morandi. Il ponte ricostruito sarà perciò un falso o un’opera diversa dall’originale.

Dunque, teniamo i piedi per terra, tenendo conto che c’è non solo una città in ginocchio, perché tagliata in due, ma tutto il collegamento nazionale con la Francia del traffico proveniente dal settore costiero occidentale e dal centro-sud Italia, abbiamo – purtroppo- una reale situazione d’emergenza, perché ogni giorno che passa c’è una città, una regione e una buona parte del paese che perde molto molto denaro.

Come è stato espresso da uno di noi, nel dibattito interno al nostro gruppo, preventivo a questo articolo, dobbiamo prendere atto che “il ponte è stato bombardato (da una guerra invisibile) e che dobbiamo agire come in guerra, ripristinando immediatamente una funzionalità vitale per il paese”.

Dunque stando così le cose, le soluzioni possibili si restringono drasticamente a due:
1) si opera la demolizione del ponte attuale e la ricostruzione di un nuovo ponte (previa una valutazione tecnica riguardante il mantenimento o l’abbattimento delle abitazioni sottostanti il ponte, su cui noi non ci soffermeremo perché non abbiamo elementi sufficienti per giudicare) con un affidamento a Società Autostrade – che ha dichiarato di avere già un progetto pronto – o ad altri (è un problema politico ed amministrativo in cui anche qui non ci addentreremo);
2) la rimessa in pristino temporanea del ponte attuale (se tecnicamente è possibile), con imposti limiti d’uso e con l’obbiettivo di farlo durare il tempo di realizzazione della Gronda di Genova, la variante della A10 già citata. Raggiunto questo obiettivo si potrà dare seguito ad un concorso internazionale per la proposta di un nuovo ponte, che possa rivaleggiare con il precedente.

Con queste sue soluzioni le tipologie delle valutazioni si limiterebbero a due: la fattibilità tecnica e l’impatto economico. In quest’ultimo andrà valutata da una parte il costo di una sola demolizione e nuova costruzione del ponte e, soprattutto il tempo di realizzazione (non i 5 mesi contrabbandati da Società Autostrade, ma più realisticamente tra i due e i tre anni – secondo eminenti progettisti (e con procedure d’urgenza, aggiungiamo noi), dall’altra il costo di una ricostruzione prima (questa si di pochi mesi) e di una successiva demolizione e ricostruzione dopo, a Gronda funzionante.

Ancora durante il nostro dibattito interno una collega si è chiesta perché non fare realizzare un ponte temporaneo dal genio militare. L’idea sarebbe magnifica ed emblematica per un paese “in guerra” (con le istituzioni, con la gestione della cosa pubblica, con le vessazioni quotidiane inflitte alla gente comune e a noi tecnici) ma, probabilmente irrealizzabile a causa dell’altezza e della campata.

Nel corso dei 10 anni di vita del nostro Movimento ci siamo battuti incessantemente per la valorizzazione della buona Architettura (soprattutto contemporanea), per i concorsi di progettazione, per la qualità dell’ambiente urbano. Abbiamo sempre combattuto l’emergenza, la precarietà la mediocrità a cui si è adagiato il nostro paese, perciò scriviamo queste righe con un profondo dolore, perché abbiamo preso atto che, in questo frangente, è difficile che si possa realizzare un’opera del livello del ponte Morandi, almeno in tempi brevi.

D’altra parte l’invito che rivolgiamo a tutti è quello di porsi la domanda che ci siamo posti noi: “vengono prima i monumenti o le persone?”.

(le due immagini che accompagnano l’articolo sono prese da Wikipedia e sono rispettivamente di:
Michele Ferraris – la prima
Phoenix7777 – la seconda)

 

In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 Giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti