Archivi per la categoria ‘Sviluppo urbano’

Quartiere Flaminio, Roma, playground urbano

4 settembre 2017
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Posso affermare con certezza, perché ci passo davanti a piedi spesso, che questo frammento urbano del noto quartiere (il Villaggio Olimpico) a ridosso del centro storico della capitale, nonostante l’incuria diffusa dell’intorno, l’evidente degrado in cui versa sia il palazzetto dello sport che ogni elemento appartenga all’arredo urbano (aiuole, piantumazioni di alberi, arbusti, prati, marciapiedi, passaggi pedonali, cordoli di bordura tra marciapiedi, spartitraffico e carreggiate stradali), sia intensamente usato e vissuto. Tutti i giorni decine di mamme portano a giocare i figli nell’area dedicata e gruppi di ragazzi si allenano con passione per ore, anche con il sole a picco, nel campo di basket en plein air, tra Nervi, la scultura monumentale di Ceroli, le bellissime palazzine di Viale Tiziano e lo stadio Flaminio (anch’esso di Nervi e abbandonato ormai da anni). Un tassello di città notevole. Siamo tra il MAXXI di Zaha Hadid e l’Auditorium Parco della musica di Renzo Piano. A 4 fermate di tram da Piazza del Popolo. Luoghi di pregio della città come questo non sono solo unici ma anche necessari e vitali. Il Villaggio Olimpico è un’anomalia urbana poiché in una zona piuttosto centrale della città consolidata, contiene un surplus di standard dedicato alle aree pubbliche (parcheggi e spazi verdi) che di solito si può trovare storicamente nelle aree più periferiche della città. Una risorsa urbana straordinaria che necessiterebbe ancor più di maggior attenzione e cura. Certo immagino sia estremamente difficile dirimere le questioni legate all’intreccio di responsabilità sul chi dovrebbe occuparsene (tra ATER, comune di Roma, associazioni di privati cittadini) e intanto il quartiere langue…come il resto della città, difronte ad una “civitas” attonita e imbambolata spaccata in due tra l’abbrutimento degli indifferenti e la rabbia repressa degli impotenti. Credo sia quantomeno doveroso, per l’amministrazione di una capitale e una metropoli come questa (non un capoluogo di provincia) cominciare a battere qualche colpo e dare un qualche segno di vita, non dico per cominciare a “fare” qualcosa di concreto, ma quantomeno per dimostrare l’intenzione di cominciare a farlo. Non è più accettabile lo scarica barile di responsabilità a tutti i livelli e il senso diffuso di impotenza che ne deriva.
Gli architetti sono attoniti, sfiduciati, abbrutiti, stufi. Per primi. Non solo gli altri cittadini. Non hanno più parole. non dicono più niente, non si esprimono. Preferiscono farsi gli affari loro, coltivarsi l’orticello, parlare della Roma e della Lazio. Io d’abitudine invece ne uso sempre molte di parole su argomenti come questo e credo non smetterò. Con tutti poi, belli e brutti. Architetti e non. E’ un mio terribile difetto.
Di idee e progetti sul quartiere ce ne sono sin troppi. Dal Progetto Urbano Flaminio che dovrebbe essere lo strumento primo per attuare tutto il resto, all’ipotesi di trasformazione delle ex fabbriche d’armi di via Guido Reni. Nel 2015 fu indetto un concorso a partecipazione aperta, io come tanti, presentai un’idea (come veniva richiesto da bando) per un nuovo quartiere di case e attività eterogenee e quello che sarebbe dovuto essere il nuovo museo della Scienza (errore congenito). Vinse un progetto dello studio Viganò. C’era di mezzo Cassa Depositi e Prestiti. Per non parlare di ipotesi di trasformazione di  spazi pubblici, aree pedonali, piste ciclabili, linee di tram che in decenni si sono sprecati.
Lo stesso Giovanni  Caudo, assessore alla trasformazione urbana durante la precedente giunta Marino, aveva cominciato a fare delle cose “buone e giuste”. A mettere in moto dei processi che poi, come sempre accade quando c’è un cambio di guardia e non ci sono i garanti della continuità, si è interrotto. Una di queste, i “tavoli partecipati” dei municipi, dove si era cominciato a discutere, parlare, rielaborare idee su progetti, proposte di vario genere e natura anche avanzate da associazioni attive di cittadini. Il concorso sulle ex caserme via Guido Reni in parte scaturì da lì. Qui al Villaggio Olimpico c’è stato per anni un agguerritissimo comitato di quartiere, che so poi essersi spaccato in due. Delle battaglie negli ultimi 10 anni le hanno fatte, qualcosa sono riusciti ad ottenere. Ma ora siamo in generale in una condizione di stallo e cosa ne è di tutta questa energia profusa non ci è dato saperlo. Io vedo un quartiere che langue. Come anche altri. Ma è paradigmatico di una condizione sotto gli occhi di tutti. Mentre scrivo mi sembra di dire un sacco di banalità, di cose già dette, trite e ritrite, che ormai sembrano scontante.  E lo saranno pure. Ma più sto qui, più vengo a conoscenza di certi meccanismi (non entro nel dettaglio di cosa sia la gestione folle delle proprietà ATER!), e più si risveglia in me il desiderio di capire e di ricominciare a fare qualcosa. Di ricominciare quantomeno a parlarne.
Continuo a credere profondamente che il  ruolo degli architetti dovrebbe essere quello non solo di progettare (e farlo bene) ma anche di sollevare le coscienze sui temi attualmente trascurati che devono ritornare ad essere cruciali per i destini di questa  città dell’architettura e dello spazio pubblico e suggerire soluzioni per cercare di intessere un dialogo proficuo tra cittadinanza (tradita e sfiduciata) e istituzioni.

 

Altro sull’argomento è stato pubblicato in questi stessi giorni anche su:

Artribune

Romafaschifo

(Nota degli amministratori – il testo pubblicato è apparso in una prima stesura sulla pagina personale Facebook di Cecilia Anselmi in data 31/08/2017)

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07_Palazzetto dello Sport_Pierluigi Nervi

 

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11_viadotto di Corso Francia_Pierluigi nervi

11_viadotto di Corso Francia_Pierluigi Nervi

 

12_spazi pubblici_villaggio Olimpico

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13_spazi pubblici_villaggio Olimpico

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14_spazi pubblici_villaggio Olimpico

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15_spazi pubblici_villaggio Olimpico

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16_spazi pubblici_villaggio Olimpico

16_spazi pubblici_villaggio Olimpico

 

17_spazi pubblici_villaggio Olimpico

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18_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

 

19_spazi pubblici_villaggio Olimpico

19_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

20_spazi pubblici_villaggio Olimpico

20_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

 

L’Aquila Rinasce – o forse no?

1 settembre 2017

Lo scorso 26 Agosto mi sono ritrovato a L’aquila, ad un anno dal terremoto del 24 che ha colpito dolorosamente le vicine Amatrice, Accumoli, Arquata del Tronto e altri piccoli centri, territori simili come gran parte dell’Appennino centrale.

Edificio Torturato

Edificio Torturato

Il cielo della città è ancora pieno di gru che pare vogliano abbassare il collo per alimentare i tanti palazzi imbavagliati da ormai oltre 9 anni, in nome di una ricostruzione ideale, quale laboratorio innovativo di sperimentazione di nuove tecniche di restauro, recupero, consolidamento antisismico e – del sempre utile – adeguamento energetico. Infatti, dopo il terremoto – e anche come conseguenza delle riflessioni sulle ricostruzioni ripartite all’interno della “Strategia nazionale delle aree interne” – L’Aquila ha dichiarato di volere rinascere sotto il segno della sostenibilità sociale e ambientale. Sembra incredibile ma sta accadendo, lentamente, giorno per giorno, dopo i primi tempi difficili nei quali si è temuto che la mano del malaffare si potesse allungare sui soldi pubblici della ricostruzione. È apprezzabile che per la gestione e la risoluzione dei danni si sia adottato un modello avveduto, in cui i proprietari degli stabili danneggiati (oltre 50 mila in tutto il Comune) si sono costituiti in consorzi e le singole case insieme a quelle vicine sono state trasformate in “aggregati” per facilitare tutte le fasi della ricostruzione.
Inoltre, “Officine L’aquila”, che si vuole identificare come polo di restauro e riqualificazione urbana – prima volta in Italia che si mette in piedi un organo di dialogo tecnico-culturale tra professionisti imprese e università per un caso di gestione della ricostruzione post-sisma – pare si stia dimostrando, dopo una partenza lenta, un esperimento riuscito, che presto restituirà ai cittadini il “meraviglioso centro storico”. Il tematismo guida è la salvaguardia della bellezza dei palazzi storici, preferendo – viene dichiarato con orgoglio irreprensibile – tecniche poco invasive e compatibili con i criteri della conservazione, per riportare adeguati requisiti di sicurezza e durabilità. “Officine L’aquila” tiene a dimostrare che si può sostituire l’emergenza con dinamiche urbane virtuose: un Polo dell’innovazione sul recupero dove affrontare con intelligenze scientifiche e istituzionali tutte le questioni che attengono al grande cambiamento in corso. Un progetto ambizioso che pare stia andando in porto.
L’analisi corrisponde bene a un’immagine che ci si può fare passeggiando fra i Palazzi già restaurati, i cantieri in corso, le rovine fasciate in attesa del loro turno.
Questa analisi, però, non può essere l’unica e non può essere esaustiva, in quanto manca la lettura di una proposta alternativa per il progetto di ricostruzione. Soprattutto, non si può essere in fiducia d’accordo sul concetto “riparare è meglio che ricostruire”, specialmente in un contesto di volontà di innovazione proclamato.
Analogamente – ma con l’idea questa volta di insinuare il dubbio – passeggiando per l’Aquila si percepisce una città profondamente ferita, tra palazzi resuscitati imbellettati più di prima, fantasmi edilizi con cantieri in corso, relitti in attesa degli interventi per ora immobilizzati da bavagli e fardelli, insomma una città ancora dolente che attende la restituzione di quella dignità persa il 6 aprile 2009. Del resto, la transizione non può dare solo risposte di tipo sismico o connesse a queste e quelle sfide energetiche e climatiche. Serve, probabilmente, un nuovo modo di progettare, che deve necessariamente partire dalla maggiore scala territoriale e urbana per poi giungere al particolare architettonico dell’abitare, non viceversa. La sensazione è quella di ritrovarsi in un enorme set cinematografico, con paramenti edilizi esterni che riportano sembianze antiche, come involucri di carta pesta, che temono di tradire l’interno trasformato per ottemperare ai requisiti asismici obbligatori. Non penso ci si possa accontentare del film, si sarebbe dovuto osare un ripensamento più strategico della città, prima a livello urbanistico e quindi procedere con maggiore consapevolezza nella sostituzione edilizia dove non era chiara la convenienza a restaurare (non tutto può e deve essere conservato). Si sarebbe dovuto osare nella previsione di nuovi vuoti urbani, nuovi spazi pubblici in luogo di edifici feriti mortalmente per ricercare e sperimentare nuovi concept di sicurezza ed evacuazione in caso di calamità, mobilità dolce e maggiori servizi alla fruizione.
Forse L’Aquila avrebbe potuto indicare la strada giusta per vivere meglio nel rispetto del cittadino e dell’ambiente, uscendo dalla retorica del restauro, però, per questo sarebbe stato necessario un altro tipo di scuotimento, culturale, sociale, antropologico. Certamente nel progetto della ricostruzione – come da manuale del bravo restauratore  –  sono stati privilegiati gli interventi in grado di trasformare in modo non permanente gli edifici, si sono rispettate la concezione e le tecniche originarie della struttura nonché le trasformazioni significative avvenute nel corso della storia del manufatto, si è scelto di riparare gli elementi strutturali danneggiati piuttosto che sostituirli… ma quanto valgono queste ossessive sfumature filologiche in una attività che deve riportare in vita una città nel minor tempo possibile, secondo criteri prioritari di massima sicurezza sismica?… quanto servono le dotte disquisizioni linguistiche se poi si perpetra il falso storico da outlet rinunciando ad aggiornare le città?
Si ha paura di innovare, aggiungendo un piano ulteriore alla stratificazione secolare delle città, garantendone la sopravvivenza in futuro come modello stilistico e architettonico riconoscibile.
Non sono critiche assolute ma domande per affrancare la riflessione da pregiudizi, in nome dei quali l’Italia non si è mai svincolata dal fardello conservazionista, forse per codardia o mancanza di fiducia nella contemporaneità e nel futuro.

Edificio fantasma

Edificio fantasma

Forse in questo modo la ricostruzione di L’Aquila è un fallimento urbanistico ed è onesto prenderne atto; forse non si è stati capaci di organizzare una riflessione tempestiva e pertinente su una contingenza così importante come la ricostruzione; forse si subisce il portato di una cultura urbanistica e di un modello di governo delle città già fallimentari.
La riflessione che probabilmente deve essere fatta è se la ricostruzione di L’Aquila sarebbe potuta essere l’occasione e il vero laboratorio per ripensare il governo delle città in Italia, per sperimentare un progetto urbano capace di rispondere alla sfide sempre più incalzanti poste nella progressiva costruzione della città contemporanea. In sintesi, forse sarebbe importante chiedersi:
–    a fronte di enormi investimenti, ci si può accontentare della città ricostruita presentandola, già obsoleta, a come era prima del sisma?
–    oppure si sarebbe dovuto provare a credere in un cambiamento aperto a vecchie e nuove sfide urbane, sociali e ambientali?

La Stazione di Afragola, un ponte pubblico urbanizzato.

19 agosto 2017

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Negli orari ufficiali di Trenitalia e NTV e nelle disposizioni tecniche per i macchinisti è indicata con il termine di “Napoli-Afragola”; per i passeggeri è “la stazione di Afragola dell’alta velocità”; per gli architetti è semplicemente la “stazione di Zaha Hadid”.

La stazione si annuncia già a un paio di chilometri di distanza, percorrendo in auto l’A1 in direzione Napoli e dopo la barriera di Marcianise. Ma è visibile anche dalle alture circostanti, dal Belvedere di San Leucio, da Casertavecchia, dal monte Tifata. Appare come un oggetto anomalo, nervoso e di un bianco stridente. Vedendola dall’alto, la sensazione che si tratti di un oggetto calato in quel punto e in quella posizione è ancora più forte. Del resto conoscendo Zaha Hadid non ci si poteva certo aspettare un’architettura immediatamente percepibile facendo solo un discorso di inserimento nel paesaggio e nel tessuto esistente. Vedendo il progetto e l’opera finita nelle sue forme esteriori, appare chiaro che per la Hadid è paesaggio anche l’essere umano che utilizzerà l’ambiente architettonico. È necessario quindi tralasciare le sensazioni a prima vista, i pregiudizi e gli entusiasmi per un’opera straordinaria (extra ordinaria, fuori dall’ordinario), per poter comprendere le reali intenzioni della Hadid.

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La stazione è pensata come un “ponte pubblico urbanizzato” per dirla con le parole dei progettisti, che faccia da collegamento fra le due “sponde” del fiume ferroviario che di fatto ha tagliato in due il territorio. Su questo ponte sono presenti tutti i servizi e le attrezzature necessari alla funzione principale della stazione: la salita e discesa dai treni. Dal vestibolo al piano di incarrozzamento dei mezzi pubblici al quale si accede da due rampe e uno scalone direttamente dal parcheggio auto, si accede tramite scala, scala mobile o ascensore al piano dei servizi costituito da un lungo corridoio curvo a doppia altezza con copertura vetrata su nervature in acciaio e Corian® sul quale si aprono i servizi commerciali. Attualmente ne è aperto solo uno, il bar, che però è stato chiuso dai NAS qualche giorno dopo l’inaugurazione. La chiusura è stata talmente repentina che all’interno, oltre alla merce regolarmente esposta, sono ancora accese le casse: sembra quasi di essere fuori orario di apertura.

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Il lungo corridoio forma, insieme all’intero corpo di fabbrica, una sinuosa “S”, una lunga arteria per i flussi di passeggeri, che scavalca i binari e raggiunge la parte orientale della stazione nella quale c’è un altro ingresso. Nell’idea di Zaha Hadid c’era la volontà di evitare che si configurasse un “retro stazione”, luogo da sempre complesso e senza soluzione. Al centro di questa S, esattamente sopra i binari, c’è la grande sala d’aspetto a tripla altezza sulla quale si affacciano i servizi di ristorazione (ancora in fase di completamento). Alle spalle della sala d’aspetto, infine, c’è il corridoio vetrato, che nelle stazioni ottocentesche si chiamava “galleria delle carrozze”, di collegamento con le banchine, raggiungibili attraverso lunghe scale mobili necessarie per superare il notevole dislivello di nove metri. In questo modo non è stata negata la vista dei treni in partenza e in arrivo propria di tutte le stazioni del mondo, ne è stato dato solo un altro e più suggestivo punto di vista.

I lavori del primo lotto hanno previsto l’apertura e l’inaugurazione di un solo braccio della stazione. Oltre la sala d’attesa c’è una parete che chiude momentaneamente il corridoio verso la sponda orientale.

Purtroppo, l’andazzo italiano di tirare per le lunghe con le opere pubbliche, porta infine a pretendere di terminare tutto in poco tempo, ottenendo come risultato che è più l’incompiuto che il finito.

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Desertica. I passeggeri arrivano in orario di treno (e qualcuno corre pure affannato). Negli enormi ambienti il pavimento, in resina autolivellante, non è completo e spesso è ancora a nudo la superficie di cemento sottostante. La chiusura del bar da parte dei NAS ha costretto la direzione a disseminare corridoio e sala d’aspetto di boccioni d’acqua (gratis) e la scarsa affluenza di passeggeri in quegli ambienti enormi contribuisce a aumentare la sensazione straniante di solitudine. Al mio arrivo c’erano solo sei persone e tutte sedute sulle panchine spigolose in sala d’attesa: quattro erano passeggere. È emblematica a tal proposito, la pulizia e l’integrità dei servizi igienici: mai visti bagni di stazione così. Purtroppo i lavori in corso acuiscono ancora di più la sensazione di non finito e di solitudine. Le coperture delle rampe di accesso alle banchine sono ancora al grezzo, così come gli spazi vuoti destinati ai binari regionali e della Circumvesuviana, danno un senso di precarietà ancora maggiore. Le rifiniture dei rivestimenti alle pareti sono mediocri. Fra la parte in acciaio e la parte in intonaco c’è un solco di pochi centimetri, una lunga linea di separazione materica. La parte in muratura è rifinita con poca cura. È vero che i lavori sono ancora in corso, ma non si può rifinire alla bene è meglio un dettaglio che verrà sicuramente notato dai passeggeri perché quell’incisione è nata proprio per dividere visivamente e fisicamente i due materiali.

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La stazione di Afragola è stata immediatamente etichettata come “cattedrale nel deserto” proprio a causa della sua posizione unica e fuori competizione per qualsiasi edificio dell’intorno. Va detto che un primo elemento di cesura con il costruito è rappresentato dall’A1 che corre a poche centinaia di metri dall’edificio, sulla quale preme lo sviluppo urbano della città di Afragola. Questa cesura ha permesso al territorio oltre l’autostrada, di conservare la natura agricola, scavalcato e non tagliato dal viadotto dell’Asse Mediano sul quale, tra l’altro, si apre l’uscita di collegamento con la stazione. Se da questo viadotto si osserva la stazione, lo sfondo di Napoli e della collina dei Camaldoli si sposta molto più velocemente rispetto all’edificio che sembra ruotare appena assecondando lo sguardo. Una pretesa di superiorità, un segno lanciato a firmare la propria nuova esistenza.

La sensazione di cattedrale nel deserto è acuita dal fatto che oggi e probabilmente per molti anni in futuro, alla stazione di Afragola bisogna andarci apposta, vanificando di fatto l’idea di ponte urbano di collegamento.

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Il progetto della stazione prevede la presenza di otto binari in tutto: quattro destinati all’Alta Velocità (due di corsa e due di sosta/partenza), due binari per il trasporto locale e due destinati alla Circumvesuviana. Una volta a regime (nel 2022, pare…), la stazione consentirà l’interscambio rapido fra i servizi di trasporto nazionali e locali su ferro e su gomma, ma fino ad allora, da Caserta e soprattutto da Napoli è praticamente impossibile raggiungere la stazione con mezzi pubblici. Da Avellino e Benevento sono state istituite corse speciali di collegamento, ma non ne conosco né la frequenza né le statistiche di utilizzo. Fatto sta che quando ho visitato la stazione, alle 8:30 del 4 agosto 2017, nel piazzale autobus, almeno la parte già funzionante, erano presenti solo due autobus vuoti. Dopo un’ora erano andati via.

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Si è anche fatto un gran parlare delle tecnologie legate all’edificio di stazione, al suo orientamento, all’uso di pannelli fotovoltaici e di vetri particolari per ridurre la radiazione solare. L’edificio e le coperture sono state opportunamente orientate per ridurre il soleggiamento in estate e aumentarlo in inverno, essendo la parte esposta sui binari orientata verso sud sud-ovest. Effettivamente gli ambienti non appaiono invasi dal sole e le ampie e numerose vetrature schermano la radiazione solare in maniera molto efficace, senza rinunciare all’illuminazione naturale. L’ampia sala d’attesa, ad esempio, così come il corridoio di accesso alle banchine, sono illuminati dalla luce solare, ma allo stesso tempo la temperatura resta gradevole. Un risultato assolutamente non scontato né banale.

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In poche parole: potenzialità ne ha se le amministrazioni Regionale, Provinciale e comunali di Afragola e Acerra sul lato orientale, sapranno integrare questo enorme blocco modellato con la città. Il tizio che girava in calessino per far sgambare il cavallo, intorno ai raccordi stradali della stazione utilizzabili in parte, era l’immagine emblematica di un rapporto con l’intorno improvvisamente spezzato.

In se l’idea hadidiana di ponte fra le due “sponde” è riuscita benissimo e anzi ha un effetto molto suggestivo, ma solo una volta completata l’intera opera, la presenza dei due ingressi, entrambi principali, svelerà definitivamente la valenza di quest’idea e dirà definitivamente se il ponte urbano sarà un passaggio oppure un ostacolo.

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Tutte le foto sono di Francesco Alois. Tutti i diritti sono riservati.

Editing: Giulio Pascali e Giulio Paolo Calcaprina.

 

A cosa serve l’Architettura se il sindaco e i cittadini non si pongono il problema?

18 luglio 2017

Sollecitato a fornire una risposta alla domanda: a cosa serve l’Architettura? Santo Marra, dello studio Sudarch, nonché attivo collaboratore di Amate l’Architettura, mi ha inviato una breve riflessione su un lavoro che sta sviluppando.

Al netto dell’architettura autoreferenziale, fuori da giudizi di valore, è necessario capire qual è oggi la sua missione: è uno striscione per turisti? È un privilegio dei benestanti? O uno strumento per migliorare la qualità della vita?
Convogliando l’architettura e i processi di significazione che porta con sé in quelle aree che ne rappresentano la periferia tanto urbana quanto sociale, economica?

Da qualche tempo lavoro a un progetto che riguarda la periferia nord di Reggio Calabria: Arghillà. Un quartiere ideato, progettato, realizzato come ghetto, in un’operazione certo anacronistica, eppure incontrastata. Governa la criminalità diffusa, l’abusivismo, il commercio di droghe e affini: è luogo di discariche urbane. Ad Arghillà nessuno conosce la parola architettura.
Il lavoro che stiamo facendo sul territorio – con l’aiuto della parte sana che non ci sta – è principalmente di comprensione, al fine di calibrare delle proposte che coniughino le nostre sensibilità (piccole o grandi) architettoniche e la riqualificazione (ambientale, sociale, funzionale, ecc.) dell’area, nella consapevolezza che non ci possa essere legalità senza qualità urbana (architettura compresa) e viceversa.
Purtroppo il tema dell’architettura, per l’appunto, lo stiamo ponendo noi, non è richiesto né dal comune, né dai cittadini, non interessa alla città.

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Quindi?

A cosa serve l’Architettura se il sindaco e i cittadini non si pongono il problema?
Nella sfida ipotetica di spiegarglielo provo a dire loro che l’architettura è un “bene comune”.

Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse per i cosiddetti “beni comuni”: coinvolge tecnici, politici e soprattutto cittadini, con interpretazioni molto varie. Ma cosa sono i “beni comuni”, non sono forse quei beni che migliorano la qualità della vita dei cittadini e arricchiscono la comunità? Sono i beni ambientali come l’aria, la terra, i boschi, l’acqua, la salute quindi la sanità, i servizi sociali, il lavoro, ma anche la legalità, la sicurezza, l’istruzione, la conoscenza… certo il patrimonio culturale e artistico. Perciò anche l’architettura.

Nel linguaggio corrente i beni comuni sono spesso ricevuti in una dimensione non concreta, ma concettuale. Nei laboratori di quartiere avviene il contrario: la dimensione percepita è la concretezza, a partire da questioni d’emergenza, quali degrado e abbandono, rifiuti e inquinamento, criminalità e sicurezza. Facile comprendere come l’architettura appaia tutt’altro che una volontà primaria. Però, proseguendo per lo stesso ragionamento, è possibile affermare che la mancanza di architettura, cioè la bruttezza delle città, rientra tra le questioni prioritarie da affrontare per la riconquista della bellezza come “bene comune”.
L’architettura allora si configura come uno dei possibili strumenti, forse l’unico in grado di risolvere l’emergenza in una rieducazione della città: dispositivo di intervento a partire sia da un concreto che da un astratto al fine di realizzare la piena disponibilità dei beni comuni, educare alla totalità associativa dei vari termini.

 

In allegato la foto di un masterplan partecipato, dove poniamo ai cittadini questioni architettoniche non come fine ma come mezzo e metodo per governare il processo di rigenerazione.

Green StratUp TAV SINTETICA

Nuvole, distanze di rispetto e DM 1444. Un approfondimento

Luisa Benato su Twitter ci ha posto una questione a partire da una osservazione sulla nuvola di Fuksas che, come tutti sanno, è da anni al centro di polemiche relative alla sua realizzaizone; non ultima la questione dello spostamento di 2 m.

La questione posta da Luisa è relativa al rispetto dei parametri del DM 1444/68.

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@amarchitettura.Mi chiedevo perchè il DM del ’68, i cui parametri sono obbligatori per le nuove costruzioni, non è stato nel caso applicato

Incuriositi, gli abbiamo chiesto di specificare meglio a cosa si riferisse.

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Ne è seguita una piccola discussione, interna ad Amate, sui limiti di imposizione degli standard stabiliti dal DM 1444/68.

Margherita Aledda ci ha fornito il suo parere illuminandoci sulla questione, che riguarda applicazioni più ampie.

“L’art. 9 del Decreto Ministeriale n. 1444 del 02.04.1968 individua le distanze minime tra fabbricati per le diverse zone territoriali omogenee, e stabilisce che per i nuovi edifici ricadenti in zone diverse dalla zona A, è prescritta “in tutti i casi la distanza minima assoluta di m 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti”.

Disposizione che, pur se contenuta in un Decreto Ministeriale, ha natura di norma primaria, atteso che trova la sua fonte nell’art. 41 quinquies della Legge n. 1150 del 1942 (Legge Urbanistica), il quale, dopo aver previsto che nei Comuni debbono essere osservati “limiti inderogabili” di distanza tra i fabbricati, dispone che tali limiti debbano essere stabiliti con decreto del Ministero per i lavori pubblici di concerto con quello per l’interno, sentito il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

Il principio espresso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14953 del 2011, ha affermato che il D.M. 1444/68, essendo stato emanato su delega dell’art. 41 quinquies della Legge Urbanistica, ha efficacia di legge dello Stato, ne deriva che le sue disposizioni in tema di limiti di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, ai quali si sostituiscono per inserzione automatica.

Dalla lettura dell’art. 41 quinquies della Legge Urbanistica, e dalla natura di norma primaria attribuita all’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, discende, dunque, che sono inderogabili i limiti minimi di distanza tra fabbricati in quest’ultimo stabiliti.

Come costantemente affermato dalla Giurisprudenza Amministrativa, la disposizione contenuta nell’art. 9 del D.M. 1444/68 prevale sia sulla podestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze, sia sulla podestà regolamentare e pianificatoria dei comuni, in quanto deriva da una fonte normativa statale sovraordinata, sia infine sull’autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che, per la loro natura igienico-sanitaria, non sono nella disponibilità delle parti.

La norma è preordinata, più che alla tutela di interessi privati, alla tutela dell’interesse pubblico all’igiene, alla sicurezza e al decoro della collettività, atteso che il rispetto della distanza minima imposta è necessario per impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario.

La Corte di Cassazione, a sezioni unite, si è posta il problema di verificare se possano considerarsi o meno legittime le previsioni regolamentari locali (ad esempio le N.T.A. dei P.R.G.) che, in contrasto con quanto stabilito dall’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, consentano la costruzione di edifici a distanze diverse rispetto a quella di 10 metri ivi prevista. Il consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa insegna che l’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968 integra con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni, quindi la distanza tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti – predeterminata con carattere cogente, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza – vincola anche i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici. Ne deriva che, ogni previsione regolamentare in contrasto con il limite minimo di 10 metri è illegittima, essendo consentita alla Pubblica Amministrazione solo la fissazione di distanze superiori.

L’orientamento consolidato della giurisprudenza amministrativa è condiviso dalla Corte di Cassazione che rileva la prevalenza dei precetti contenuti nel Decreto Ministeriale sulle norme regolamentari locali, ove queste prevedano distanza inferiori rispetto a quella di 10 metri prevista dal D.M. Ove, invece, le norme regolamentari prescrivano una distanza fra edifici maggiore di quella minima di 10 metri, questa può essere applicata. Infatti, se la finalità dell’art. 9 del D.M. è da ravvisarsi nell’intento di evitare la formazione tra edifici frontisti di intercapedini nocive, con la prescrizione di una distanza “minima” inderogabile, non è impedito ai Comuni di adottare, nella formazione dei piani regolatori generali e dei regolamenti edilizi locali regole più rigorose, sulla base di valutazioni discrezionali degli interessi pubblici da tutelare.

Sulla base di tale principio dunque, se da un lato ai Comuni è inibita la possibilità di prevedere nei propri strumenti urbanistici la possibilità di costruzione tra i fabbricati a distanze inferiori rispetto a quella minima di 10 metri prevista dall’art. 9. del D. M., dall’altro essi potranno legittimamente determinare la fissazione di distanze maggiori.”

Se poi la “Nubbe de Fuksas” rispetti questi vincoli e se e come eventualmente dovessero essere stati derogati non lo sappiamo. Grazie comunque a Luisa Benato per averci dato questo spunto.

 

 

 

Storie parallele: dal mulino Ducco e Chiariglione di Settimo Torinese al mulino Ducco & Valle di Roma

23 febbraio 2017

Premessa

Il gruppo di ricerca dell’Ecomuseo del Freidano di Settimo Torinese propone ai lettori di “Amate l’Architettura” una storia parallela che accomuna due notevoli mulini, separati da una distanza di oltre seicento km ma emblematicamente contigui per le vicende storiche e proto-industriali che li videro protagonisti: il mulino Ducco e Chiariglione di Settimo Torinese e il mulino Ducco e Valle di Roma. Il primo, ancora esistente, è stato trasformato in sede ecomuseale; il secondo, da tempo scomparso, intreccia gli ultimi anni della sua storia con il più noto pastificio Pantanella.

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Apparentemente marginali, queste storie sin dal loro inizio ben rappresentano le complessità, le stratificazioni e le criticità di una nazione in formazione i cui nodi gordiani, mai recisi, ne ipotecheranno i successivi centocinquanta anni.

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Notevoli simmetrie legano le vicende storiche dei “nostri” rispettivi mulini: inizialmente si collocano agli albori del capitalismo sia torinese sia romano; successivamente, concluso il loro ciclo produttivo, i loro contenitori, dopo un periodo di decadenza (caratteristico di un periodo storico che non attribuiva valore alcuno al patrimonio industriale) diventano spazi urbani recuperati. Ambedue hanno precedenti storici di tradizione secolare fortemente simbolici: i mulini natanti (peraltro apparsi per la prima volta nella storia della nazione presso l’isola Tiberina), le bannalità feudali, l’insistenza, a Roma, del nuovo impianto molitorio sul sedime tombale del panificatore Virgilio Eurisace. Per ultima, l’innovazione tecnologica che vide l’affermazione di una nuova tipologia di mulino in grado di compiere la trasformazione della molitura da pratica artigianale a pratica industriale.

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Sin da metà ‘800 Settimo ha rappresentato, con il coevo e più noto mulino di Collegno (punto d’origine di questa tecnologia in Piemonte e del suo sistema d’impresa, in cui Cavour era direttamente coinvolto), uno dei “laboratori” in cui testare i nuovi macchinari, i diagrammi di produzione e di approvvigionamento energetico portati dai nuovi mulini “all’Americana”. Inoltre, il mulino di Settimo è un perfetto “marcatore” di come l’apparato di corte, i bancari, i faccendieri e gli industriali intraprendenti legati alla corte sabauda seguano pedestremente il trasferimento dei centri di potere da Torino a Roma. Per Roma, il passaggio nel 1883 dai proprietari storici al Banco di Roma, lega indissolubilmente il destino dei nuovi impianti molitori al degrado finanziario che sfocerà nel ben noto scandalo della Banca Romana (e al sistema finanziario del giovane stato in generale, prodromo di un trend che è tutt’ora vitale/mortale per il nostro paese).

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I due impianti si fondano sulla tecnologia al tempo nota come “Anglo-Americana”: si tratta di un sistema di macinazione altamente automatizzato messo a punto dall’americano Oliver Evans nel decennio 1780. Passata ben presto nel Regno Unito, verrà ulteriormente implementata ricorrendo alla ghisa nella parte meccanica e utilizzando vapore come forza motrice. Ne fu incubatore il leggendario Albion mill, presso Blackfriars a Londra, di cui ne furono artefici Boulton e Watt. Distrutto ben presto da un incendio, la breve parentesi in cui operò (1784-91) fu tuttavia determinante per l’affermazione del nuovo sistema a scala planetaria. In Piemonte si affaccerà nel decennio 1840, portato da Bordeaux dai fratelli Fourrat, mercanti di cereali e speculatori finanziari, e subito sostenuto dal conte di Cavour per la sua alta valenza innovativa.

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Conosciuto localmente come mulino Nuovo, venne costruito ex-novo nel 1851-52 in contiguità ad un preesistente impianto molitorio risalente al 1806, realizzato dagli ingegneri del corpo imperiale dei Ponts et Chausées del napoleonico Departement du Po, di cui era direttore Joseph-Claude La Ramée Pertinchamp, costruttore del primo “ponte in pietra” della capitale sabauda (l’attuale ponte Vittorio Emanuele I, tutt’ora in esercizio).


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Artefici di questa radicale trasformazione furono due investitori di provenienza esterna al chiuso mondo settimese del tempo: Pietro Ducco, imprenditore, e Francesco Chiariglione, avvocato, che ne affidarono la progettazione all’ingegner Severino Grattoni, a quei tempi all’inizio della sua brillante carriera professionale che lo porterà, vent’anni più tardi, a condividere insieme al Grandis e al Sommeiller, l’innovativa esperienza del traforo del Frejus per la quale ottennero notorietà universale. Grattoni risolse brillantemente i gravosi problemi idraulici che il nuovo insediamento poneva e che altri ingegneri prima di lui declinarono, dotandolo, sin dall’origine, di una delle prime turbine moderne (probabilmente di tipo Jonval o della più efficiente sua variante Girard, appena inventata): “Furono pure opera dell’ingegnere Grattoni il molino anglo-americano di Settimo Torinese (1851-52), quello del Mussotto presso Alba, ordinatogli dal Marchese Alfieri di Sostegno (1852-53), il molino Pila presso Asti, e molti altri molini minori. Fu nell’impianto di codesti stabilimenti dove si cominciò ad usare tra noi come motori le turbini fra cui è meritevole di essere particolarmente notata quella messa in opera al Molino di Settimo, ed uscita dall’officina dei fratelli Orlando di Genova…” (1)


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Si trattò della prima impresa capitalistica mai apparsa in zona; interrompendo il secolare rapporto di autosussistenza con la comunità, il mulino utilizzava cereali di provenienza danubiana anziché locale, sostenendo, al contempo, una politica fortemente aggressiva verso i preesistenti impianti molitori del territorio, subordinandoli al suo regime produttivo. In uno di questi impianti (ancora di pertinenza feudale) operava come gestore quel Francesco Valle che, vent’anni più tardi, affiancherà Pietro Ducco nell’avventura romana.

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Trasferita la corte a Roma, i soci Pietro Ducco e gli eredi Chiariglione venderanno l’impianto al possidente Stefano Roggeri. Correva l’anno 1873; Pietro Ducco, insieme ai figli Giovanbattista e Alberto, e il tecnico molitorio Francesco Valle partiranno immediatamente per la nuova capitale del Regno d’Italia dove, sin dal 1871, già avevano avviato una intensa attività di acquisizione terreni e di progettazione del nuovo impianto molitorio al Prenestino, allora in via di formazione. Come già per Settimo, il mulino sarà il modello trainante per l’industrializzazione in chiave marcatamente capitalistica del quartiere e uno dei riferimenti imprenditoriali per l’intera città.

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Il mulino Ducco e Valle_Roma

Sin dai tardi mesi del 1871 Pietro Ducco e Francesco Valle, che iniziano a farsi conoscere negli ambienti imprenditoriali capitolini come intraprendenti mercanti piemontesi di granaglie (e, abbiamo modo di ritenere, con un solido sostegno nei palazzi di governo), iniziano ad acquistare terreni nelle immediate adiacenze di Porta Maggiore, favoriti dalle mire speculative indotte dall’eversione dell’Asse Ecclesiastico (letteralmente: soppressione del patrimonio ecclesiastico, decretato da due distinte leggi dello stato, la 3036 del 1866 e la 2987 del successivo). Nello stesso anno sottopongono al municipio di Roma il progetto, ben presto accordato, per la realizzazione di un mulino a vapore da venti macine per una forza complessiva di 80 Hp, a firma degli ingg. Filippo Fiancati per la parte produttiva e Vincenzo Pelami per la palazzina uffici. L’area occupata dall’impianto sin dal 1872, di poco superiore ad un ettaro, è attualmente identificabile nel triangolo compreso tra le vie Casilina e Prenestina, principianti da Porta Maggiore, e viale Castrense. In breve tempo il nuovo mulino si affermerà come una delle principali imprese molitorie operanti sul territorio dell’Urbe, seconda sola al mulino e pastificio di Michele Pantanella. Conserverà tuttavia il primato di primo stabilimento mosso esclusivamente dal vapore, poiché il Pantanella vi ricorrerà solo dal 1879, allo scopo di alimentare i nuovi forni a vapore Perkins appena introdotti nel suo pastificio.

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La scelta della forza motrice termica operata da Ducco e Valle desta senz’altro un largo interesse, tanto da essere citata nell’edizione 1874 della “Guida Monaci”. Si tratta di una innovazione tecnologica destinata a indirizzare sensibilmente le scelte coeve e future degli industriali romani, più volte portata ad esempio come modello di efficienza: “…al dì d’oggi vediamo in Roma la più parte delle industrie attivate colla sola forza del vapore e queste prosperano tutte e giungono persino a vincere la concorrenza di altre industrie consimili attivate con motori ad acqua. Cito ad esempio il grandioso stabilimento impiantato dai signori Ducco e Valle a porta Maggiore per la molitura dei cereali”(2).

Degno d’attenzione è soprattutto quanto riportato nelle pagine del bollettino della “Regia Scuola d’Applicazione per gl’Ingeneri di Roma”, sempre del 1876: ”Nel giorno 11 aprile venne effettuata una escursione al molino dei signori Ducco e Valle fuori di Porta Maggiore. Gli allievi esaminarono le caldaie e le macchine a vapore del sistema Woolf, assistendo pure al rilevamento dei diagrammi nei due cilindri…” (3) .

Trattandosi di macchinari Woolf abbiamo ragione di ritenere che i generatori di vapore fossero del tipo “french boiler” (noti anche come “elephant boiler”), inventati e adottati da Arthur Woolf in Gran Bretagna sin dai primi decenni di quel secolo e successivamente esportati nell’Europa continentale.

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Sin dall’anno della sua costituzione (1880), in previsione di una imminente e rapida crescita demografica della città, il Banco di Roma inizia una serie di trattative per acquisire i principali mulini operanti in città, sicura fonte di reddito a breve termine. Scartato il pastificio Pantanella per l’onerosità della richiesta, la scelta cade sul mulino dei soci Ducco e Valle, che lo cederanno a decorrere dal primo gennaio del 1883 per la somma di oltre un milione e mezzo di lire. Cesserà pertanto di esistere la società dei due piemontesi e prenderà vita la “Società Molini e Magazzini Generali”, totalmente controllata dalla Santa Sede e da esponenti capitolini della finanza latifondista, alto-borghese e aristocratica legata al Vaticano. Pietro Ducco entrerà nel consiglio d’amministrazione della società, mentre Francesco Valle assumerà la direzione tecnica dello stabilimento.

A partire dal 1889, con la crisi finanziaria che attanaglia la città per i contraccolpi dello scandalo della Banca Romana, il Banco di Roma e le sue società partecipate, fra cui la “Società Molini e Magazzini Generali” risulteranno progressivamente in passivo; verranno salvate dal fallimento grazie al drastico intervento della Santa Sede (1892), che ne appianerà i bilanci e realizzerà la fusione con la società Pantanella, pesantemente provata dal distruttivo incendio dello stabilimento di via dei Cerchi (che si suppone doloso) e dal tracollo finanziario della famiglia conseguente allo scandalo della stessa Banca Romana, in cui i Pantanella avevano massicciamente investito i loro capitali. Nel 1896 viene pertanto decretata la fusione fra le due principali società molitorie, che assumeranno la denominazione di “Magazzini Generali e Pastificio Pantanella”, senza che peraltro alcun membro della famiglia entri a farne parte. La Santa Sede realizzerà in tal modo il totale controllo dei principali stabilimenti di panificazione industriale della città già delineati quindici anni prima; con l’ulteriore acquisizione di grandi impianti molitori nell’anconetano e nel napoletano, la società controllata dal Banco di Roma divenne una delle principali aziende di macinazione del centro-sud

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Lo stabilimento di via dei Cerchi funzionò sino alla fine degli anni ’20 del ‘900; dal 1929 l’area venne espropriata per ricavarne la sede del Governatorato e dei “Musei di Roma” (chiusi un decennio più tardi e convertiti in uffici, l’intero isolato è attualmente sede del “Dipartimento Sviluppo Economico Attività produttive e Agricoltura”); di conseguenza la sede della produzione venne trasferita all’inizio della via Casilina, in stretta vicinanza con l’area un tempo occupata dal mulino Ducco e Valle dove, sin dal 1915, la soc. Pantanella vi aveva eretto dei silos granari. Il cerchio dell’esperienza capitolina di Ducco e Valle tornava così a chiudersi, là dov’era iniziata, oltre quarant’anni prima. L’area subirà un ulteriore incremento nel 1926, con la costruzione di una autorimessa a firma dell’ing. Alberto Naldini, prontamente accorpata all’impianto molitorio dopo che una delibera del comune ne interdiva l’originaria destinazione. Ampiamente ricostruito nel dopoguerra, lo stabilimento chiuderà la produzione nel corso degli anni ’70. Precipitato in uno stato di profondo degrado, fra il 1998 e il 2001 veniva acquisito dalla Pia Società Acqua Marcia per essere recuperato a residenze di prestigio su progetto dell’ing. Bruno Moauro.

Negli stessi anni, a seicento chilometri di distanza, si compiva il recupero a edificio di pregio della città di Settimo Torinese dello storico mulino Nuovo, l’impianto molitorio da cui ebbe inizio l’avventura -prima torinese e poi romana- dei mercanti piemontesi di granaglie Ducco e Valle, centocinquant’anni prima.

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Note:

1) in: “L’Ingegneria Civile e le Arti Industriali”, anno II, n° 5, 1 Maggio 1876, “Necrologia”, pagg. 79-80;

2) V. Cerasoli: “La 2^ e3^ zona dell’Esquilino”, in: “La Giovane Roma” , anno 1, vol.1, 1876, pag.40;

3) “Regia Scuola d’Applicazione per gl’Ingeneri di Roma”, 1876.

Bibliografia:

per le vicende settimesi:

V. A. LUPO, Ecomuseo del Freidano: sintesi del progetto, in: Scuolaofficina n°1, Bologna, 1999;

V. A. LUPO, La fabbrica dei colori. La Paramatti e l’industria settimese ai tempi delle ciminiere, Settimo T.se, 2005;

V. A. LUPO, M. SASANELLI, Mulini e riserie del capitalismo agrario. Un itinerario fra Piemonte e Emilia Romagna, in: Scuolaofficina n°2, Bologna, 2011;

V. A. LUPO, M. SASANELLI, Settimo oltre Settimo. Guida per leggere la città e il territorio, Savigliano, 2012;

per le vicende romane:

F. AMENDOLAGINE (a cura di), Mulino Pantanella. Il recupero di una archeologia industriale romana, Marsilio, Venezia, 1996;

C.G.SEVERINO, Roma mosaico urbano. Il Pigneto fuori Porta Maggiore, Gangemi, Roma, 2005;

D. CIALONI, Le industrie romane dall’occupazione francese all’avvento del fascismo, Bollettino della Unione Storia ed Arte, 2011, n.6, pp. 55/71;

http://www.treccani.it/enciclopedia/michelangelo-pantanella_(Dizionario-Biografico)/

(Vito Antonio Lupo, Marianna Sasanelli, gennaio 2017)

Gli autori Vito Antonio Lupo, ricercatore di archeologia industriale, e Marianna Sasanelli, architetto, lavorano per la Fondazione Esperienze di Cultura Metropolitana di Settimo Torinese sin dalla sua istituzione. Sono coordinatori dei progetti di “Ecomuseo del Freidano” e “Ecotempo”e referenti per il Piemonte di AIAMS_Ass. Italiana Amici Mulini storici www.aiams.eu.

Maggiori info:wwww.ecomuseodelfreidano.it; info@ecomuseodelfreidano.it

LA MONETA URBANISTICA DELLA COPPIA MARINO-CAUDO

23 febbraio 2017

Il susseguirsi frenetico di eventi e prese di posizioni, alimentano un clima di confusione che a volte sembra addirittura stravolgere la realtà. Così che, in alcuni momenti, si ha la sensazione che il Progetto dello Stadio della Roma a Tor di Valle lo abbia voluto il M5S invece che l’ex Sindaco Marino e l’ex Assessore all’Urbanistica Caudo.

L’eredità ricevuta”, oltretutto, non è stata per niente gradita dal M5S che in campagna elettorale aveva espresso la sua contrarietà a questo progetto. Ma dopo l’uscita di scena dell’Assessore Berdini, il NO! secco al progetto, senza un sostanziale taglio alle cubature Direzionali e Commerciali ed un ritorno a quanto prevede il Piano Regolatore è diventato un SI! Ma a condizione di…… Una “sforbiciata” alle Torri ed alle Attività commerciali del 20/30%, come se il problema fosse solamente “la scandalosa moneta urbanistica” con la quale si è voluta legare un’ operazione che ha invece anche delle criticità sotto l’aspetto ambientale, archeologico, della mobilità e dei trasporti pubblici. Visto però che uno dei due “padri” dell’operazione Stadio, l’ex Sindaco Marino, ha scelto il silenzio, a cui non sappiamo che interpretazione dare, l’ex Assessore Caudo qualche settimana fa, per difendere la sua “creatura”, ha scritto anche a Carteinregola che ha subito aperto un dibattito sul tema. Con un po’ di ritardo rispondo volentieri, cercando di allargare il discorso, che mi sembra “mummificato” sempre su gli stessi argomenti di natura “tecnica” e sull’aridità dei numeri che vengono “sfornati”, forse per offuscare il problema centrale che è quello prettamente politico. Il Prof. Caudo ha parlato anche di opacità, ambiguità, mancanza di trasparenza, riferendosi all’attuale Amministrazione, cercando di sminuire il fatto che tutta l’operazione l’ha cominciata e condotta lui, insieme al Sindaco, ma come se fosse “un uomo solo al comando”. Un modo quantomeno discutibile di gestire “l’Urbanistica” di una città così complessa e difficile da governare, grazie anche alle “violenze” subite soprattutto dalle ultime Amministrazioni a partire da Rutelli, e di cui parleremo più avanti. Per cui senza dimenticare le improvvisazioni, le impreparazioni e gli errori di questa nuova amministrazione del M5S, non possiamo non ricordare, sotto l’aspetto politico e dopo solo 8 mesi, alcuni fatti importanti accaduti:

a)-La precedente Amministrazione, dopo circa 2 anni e mezzo, è stata mandata a casa non da una opposizione agguerrita, ma per la prima volta nella storia di Roma, dagli stessi componenti della maggioranza del PD che davanti ad un Notaio si sono dimessi tutti, pur di liberarsi del Sindaco e della sua giunta, che nel frattempo stava sperimentando “un metodo di turn over mensile” dei propri membri e del corpo politico-dirigente, che a quanto pare ha fatto scuola.

b)-Mentre il Prof. Caudo ci proponeva vari interventi sulla “Rigenerazione Urbana” (vero e proprio mantra del Programma di Marino, al Punto 5. Urbanistica) con l’imperativo di dire basta al consumo di suolo, nello stesso tempo “sposava” con entusiasmo il Progetto del nuovo Stadio che il Presidente Pallotta vuole realizzare, su di un’area, di proprietà del costruttore Parnasi, che presenta delle criticità e sulla quale si dovrebbe anche apporre il “bollino dell’interesse pubblico”; che necessita di una Variante di P R G.

c)-Nel Programma Elettorale di cui sopra, che il Prof. Caudo conosce molto bene, lo Stadio non era contemplato. Ma almeno per correttezza d’informazione bisognerebbe dirlo qualche volta e sarebbe giusto ricordare che anche grazie a quel programma si erano vinte le elezioni. Certo l’area è di un privato, una legge su gli impianti sportivi era stata approvata da poco, ma non si era detto che “la regia sulle trasformazioni del territorio doveva essere in ogni caso pubblica? E che ci sarebbe stato sempre un processo partecipativo per coinvolgere i cittadini nelle scelte?

Sulla regia forse è meglio sorvolare,visto il film che ci è stato proposto. Mentre la Partecipazione c’è stata. Un nuovo metodo di partecipazione ma c’è stata. Quello di presentare un  progetto già elaborato e definito alla Casa della Città (Plastico, Disegni Tecnici, Render a colori, ecc.) e chiedere ai cittadini di fare tutte le osservazioni del caso. Non mi sembra che la Casa della Città sia stata presa d’assalto da centinaia di cittadini con matite e squadrette che prendevano appunti.

Punto 5.1 del Programma di Urbanistica di Marino (A proposito del tradimento dei principi della campagna elettorale) “Le città europee sono da anni impegnate nel mettere in campo modelli di sviluppo urbano alternativi a quelli della continua espansione e del consumo di suolo. A Roma, invece, le espansioni rappresentano ancora all’incirca l’80% delle potenzialità. La giunta Alemanno ha utilizzato l’espansione urbanistica solo come “moneta”, continuando a consumare suolo. Un modello fallimentare tutto orientato all’offerta e distante dai bisogni reali della città che è stata trasformata in una sorta di “sottoprodotto” del mercato finanziario. In questi anni si è fatta urbanistica ma non per la città”.

Un punto programmatico da sottoscrivere ad occhi chiusi, tanto è vero che Carteinregola, nei mesi finali della Giunta Alemanno, proprio per neutralizzare il “delirio urbanistico” delle ultime delibere che si volevano approvare a tutti i costi, partecipò, insieme ad altre associazioni e movimenti cittadini, al presidio ininterrotto per più di due mesi in Campidoglio, che fu determinante per evitare quello che era stato definito il “nuovo sacco di Roma”.

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Investimento totale: 1,7 miliardi di euro – il Piano Regolatore consente al massimo 118 mila metri quadrati, ovvero oltre 600 mila metri cubi in meno dei 977 mila richiesti – una sproporzione tra i cantieri previsti e lo stadio, che vale appena il 14% del totale.

Il viaggio americano” della coppia Marino-Caudo ci fece capire invece quali erano le vere priorità di questa amministrazione, nonostante il disastro che era stato trovato (un debito certificato che oggi supera i 13 Miliardi di euro) e che forse meritava tutt’altra attenzione. Naturalmente nessun sentore del “bubbone” di Mafia Capitale che intanto era scoppiato, tanta era la concentrazione nel portare avanti il Progetto dello Stadio che oltretutto, si presentava difficile da “digerire” da una parte non proprio trascurabile dei cittadini romani. Non solo, ma l’ex-Assessore, a sostegno della bontà di quanto fatto, ci spiega anche che prima i costruttori romani, quelli definiti “palazzinari”, quelli che, come dichiarava qualche anno fa nel libro di F. Erbani (Roma, il tramonto della città pubblica), usufruivano della “moneta urbanistica”…………… Il Comune come un Bancomat o La Zecca dove invece di soldi si stampano e si distribuiscono cubature……..Occorre chiedersi per chi si costruisce ed il come………Roma avrebbe bisogno di un piano per “riabitare la città abitata”, altro che cementificare l’agro romano .

stadio02Magari l’agro romano no, ma l’ansa del Tevere a Tor di Valle perché no?

Infatti per quei “palazzinari” la coppia Rutelli-Cecchini (con la variante di PRG di Settembre 1998) cambiarono la Destinazione d’uso dei terreni della Centralità Bufalotta-Porta di Roma, di proprietà Toti e Parnasi (Chi l’avrebbe mai detto?). Terreni sui quali doveva sorgere un grande “Autoporto”. Per cui una superficie di 65 Ettari su 330, diventa edificabile, per il 40% Edifici Residenziali, per il 20% Servizi Turistico-ricettivi e per il 25% Centri direzionali privati e pubblici.

Contestualmente si sarebbero dovuti cedere al Comune 150 Ettari di Verde Pubblico per realizzare il Parco delle Sabine. Ma arriva la coppia Veltroni-Morassut a cui piacevano di più gli Accordi di Programma rispetto alla Variante, che in effetti era un po’ passata di moda, che completano “il massacro” della Centralità. Fu così che più di un Milione di mc di Uffici, che avevano già una volta cambiato destinazione, diventano Residenze, e gli “applausi” fioccarono per gli 85 milioni di euro che il Comune aveva incassato e con i quali, dichiarava, avrebbe portato la linea della metropolitana fino a Porta di Roma. Va bè! Sù non disperiamo! In fondo sono solo passati 10 anni, un po’ di pazienza no!!!!

Ma, come ci spiega oggi il Prof. Caudo, quella moneta urbanistica era solo un misero 10% dell’investimento totale dei costruttori, e veniva usata solo per ridurre il debito dell’Amministrazione e per fare cassa. Invece trattando con uomini d’affari e della finanza come Pallotta, anche se poi i terreni sono di Parnasi, lui è riuscito a portare a casa il 30% dell’investimento in opere ed attrezzature per la città che, se poi servono o meno, se poi saranno realizzate o meno, come la storia ci ha detto finora, ha poca importanza. Quindi, come al solito, fino a questo momento, si tratta solo di una enorme operazione di mercato. Ma non si doveva cambiare tutto?

In effetti una grande novità il prof. Caudo l’ha poi introdotta nella sua, per fortuna, breve esperienza di governo dell’urbanistica di Roma, ed è stata quella di mettere in atto il metodo del cosiddetto “fior da fiore”, all’interno del “dogma” della Rigenerazione urbana. Che vuol dire occuparsi principalmente di quelle “operazioni” che sono più “appetibili” dal punto di vista politico e della visibilità grazie alla loro collocazione all’interno della città.

Come “Gli ex stabilimenti militari” di via Guido Reni, “La vecchia Fiera di Roma” sulla Cristoforo Colombo, “La Pedonalizzazione dei Fori”, insieme ai grandi cambi di Destinazione d’uso, come “le Torri della TIM” all’EUR, “l’Edificio dell’ex Zecca” in Piazza Verdi ai Parioli, “l’ex Istituto Geologico Nazionale” a Largo S. Susanna, peraltro alcuni oggetto di indagini da parte della magistratura, e così via. E’ chiaro che se la scelta politica, perché di questo si tratta, è solo quella di fare cassa, senza nessuna idea di città'”, si deve per forza di cose vendere o svendere, dipende dai punti di vista, i cosiddetti “gioielli di famiglia”. Certo ci sono poi state anche le Conferenze urbanistiche nei vari Municipi, i Workshop e le conferenze al MAXXI, sul Concorso di Via Guido Reni, quella su Roma 2025 con le Università e quello su Roma città ”resiliente”, altro mantra oramai insopportabile. Tutte nobili iniziative sponsorizzate alcune da Cassa Depositi e Prestiti come da Protocollo d’intesa sottoscritto il 3. Ottobre. 2014 per il Concorso di Via Guido Reni.

Sicuramente qualcosa sarà sfuggito e per questo chiedo venia a priori. A questo punto, però, qualche domanda sorge spontanea. Ma le famose Centralità quale attenzione hanno ricevuto? E lo “scandalo” dei Piani di zona?. Ed i Print in sospeso? Ma sopratutto “LE PERIFERIE” tanto decantate sempre nello stesso programma elettorale, quale posto hanno occupato nelle decisioni prese dall’Amministrazione Marino? E le 200 Concessioni rimaste ferme, creando grandi difficoltà a piccole e medie imprese, “perché bisognava lavorare solo per lo Stadio”, come ha detto l’Assessore Berdini,nella sede dell’ACER ad Ottobre scorso, mentre il 18 Novembre, di fronte alla Commissione Urbanistica Regionale aveva dichiarato, come riportato da tutti i media: «La scelta di Tor di Valle è stata una follia, messa in conto all’amministrazione pubblica. Ci sono 220 milioni di opere che non servono, che vorrebbero che pagassimo con i metri cubi. O la Roma rinuncia ai milioni di opere inutili oppure pensi ad un’area diversa. Il vizio di pagare il debito pubblico con volumetrie, potete stare certi che con la nostra amministrazione finirà per sempre».

A meno che non finisca prima l’Amministrazione. Infatti in questo momento l’Assessore Berdini non c’è più.

Ma sull’area dello Stadio c’era anche il parere critico della Soprintendente ai Beni culturali, Margherita Eichberg che sempre a Novembre 2016, e non oggi, aveva già dichiarato: «Si riconoscono presenze archeologiche diffuse, assi viari di primaria importanza e pertinenze funerarie e monumentali dall’età del bronzo alla tarda età imperiale. Si tratta di un sito meritevole di tutela su cui emerge la sagoma dell’ippodromo, un significativo esempio di architettura contemporanea». Ippodromo che, aggiungo, costruito tra il 1957/59, su progetto di La Fuente e Rebecchini per le Olimpiadi del 1960, pur essendo vincolato e facendo parte della “Carta della Qualità” di Roma, purtroppo dovrebbe essere abbattuto, dopodichè saremo poi pronti tutti a versare le consuete lacrime di coccodrillo, come è già successo con il Velodromo di Ligini all’EUR.

Infine come “amate l’architettura” tratteremo in altro momento, la solita mancanza di trasparenza palesata con la scelta di alcuni architetti italiani/romani (Desideri, Cordeschi,Tamburini ed altri) per progettare le cosiddette “opere minori”, di cui alcune sono/saranno pubbliche, avvenuta come al solito in sordina e non si sa con quali criteri. Mentre si “strombazzavano” con il solito “provincialismo” tutto italiano i nomi delle archistar Libeskind e Dan Meis, scelti dagli investitori per i progetti delle Torri e dello Stadio , su quelli italiani, scelti da chi ???, calava “un omertoso silenzio”.

Purtroppo anche in questo si misura la distanza che divide noi che pensiamo che 18.000 iscritti, per parlare solo di quelli di Roma, dell’Ordine degli architetti più grande d’Europa, meritano rispetto e chi invece continua ad applicare “metodi ottocenteschi” alla Marchese del Grillo “io so io e voi nun siete un c…….. Ma qualcuno aveva già previsto tutto con qualche anno di anticipo come solo pochi sanno fare. E purtroppo restano quasi sempre inascoltati. Ma tant’è!!!

L’urbanistica? E’ ormai figlia dell’architettura.

E l’architettura ridotta a pura forma assorbe tutto il dibattito culturale. Diventa il paradiso delle archistar.

Si bada più al singolo progetto che non al disegno complessivo. Più al singolo manufatto che non alla città.

Più all’individuo che non al collettivo. Occorre invece che l’urbanistica recuperi la sua linfa sociale.

Un uomo, un’idea, un progetto non cambiano niente. Può riuscirci solo un lavoro faticoso, paziente, di tante persone. Solo la società può cambiare la società.”

(Italo Insolera – Intervistato da Francesco Erbani per La Repubblica nel 2010)