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A cosa serve l’Architettura se il sindaco e i cittadini non si pongono il problema?

18 luglio 2017

Sollecitato a fornire una risposta alla domanda: a cosa serve l’Architettura? Santo Marra, dello studio Sudarch, nonché attivo collaboratore di Amate l’Architettura, mi ha inviato una breve riflessione su un lavoro che sta sviluppando.

Al netto dell’architettura autoreferenziale, fuori da giudizi di valore, è necessario capire qual è oggi la sua missione: è uno striscione per turisti? È un privilegio dei benestanti? O uno strumento per migliorare la qualità della vita?
Convogliando l’architettura e i processi di significazione che porta con sé in quelle aree che ne rappresentano la periferia tanto urbana quanto sociale, economica?

Da qualche tempo lavoro a un progetto che riguarda la periferia nord di Reggio Calabria: Arghillà. Un quartiere ideato, progettato, realizzato come ghetto, in un’operazione certo anacronistica, eppure incontrastata. Governa la criminalità diffusa, l’abusivismo, il commercio di droghe e affini: è luogo di discariche urbane. Ad Arghillà nessuno conosce la parola architettura.
Il lavoro che stiamo facendo sul territorio – con l’aiuto della parte sana che non ci sta – è principalmente di comprensione, al fine di calibrare delle proposte che coniughino le nostre sensibilità (piccole o grandi) architettoniche e la riqualificazione (ambientale, sociale, funzionale, ecc.) dell’area, nella consapevolezza che non ci possa essere legalità senza qualità urbana (architettura compresa) e viceversa.
Purtroppo il tema dell’architettura, per l’appunto, lo stiamo ponendo noi, non è richiesto né dal comune, né dai cittadini, non interessa alla città.

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Quindi?

A cosa serve l’Architettura se il sindaco e i cittadini non si pongono il problema?
Nella sfida ipotetica di spiegarglielo provo a dire loro che l’architettura è un “bene comune”.

Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse per i cosiddetti “beni comuni”: coinvolge tecnici, politici e soprattutto cittadini, con interpretazioni molto varie. Ma cosa sono i “beni comuni”, non sono forse quei beni che migliorano la qualità della vita dei cittadini e arricchiscono la comunità? Sono i beni ambientali come l’aria, la terra, i boschi, l’acqua, la salute quindi la sanità, i servizi sociali, il lavoro, ma anche la legalità, la sicurezza, l’istruzione, la conoscenza… certo il patrimonio culturale e artistico. Perciò anche l’architettura.

Nel linguaggio corrente i beni comuni sono spesso ricevuti in una dimensione non concreta, ma concettuale. Nei laboratori di quartiere avviene il contrario: la dimensione percepita è la concretezza, a partire da questioni d’emergenza, quali degrado e abbandono, rifiuti e inquinamento, criminalità e sicurezza. Facile comprendere come l’architettura appaia tutt’altro che una volontà primaria. Però, proseguendo per lo stesso ragionamento, è possibile affermare che la mancanza di architettura, cioè la bruttezza delle città, rientra tra le questioni prioritarie da affrontare per la riconquista della bellezza come “bene comune”.
L’architettura allora si configura come uno dei possibili strumenti, forse l’unico in grado di risolvere l’emergenza in una rieducazione della città: dispositivo di intervento a partire sia da un concreto che da un astratto al fine di realizzare la piena disponibilità dei beni comuni, educare alla totalità associativa dei vari termini.

 

In allegato la foto di un masterplan partecipato, dove poniamo ai cittadini questioni architettoniche non come fine ma come mezzo e metodo per governare il processo di rigenerazione.

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Nuvole, distanze di rispetto e DM 1444. Un approfondimento

Luisa Benato su Twitter ci ha posto una questione a partire da una osservazione sulla nuvola di Fuksas che, come tutti sanno, è da anni al centro di polemiche relative alla sua realizzaizone; non ultima la questione dello spostamento di 2 m.

La questione posta da Luisa è relativa al rispetto dei parametri del DM 1444/68.

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@amarchitettura.Mi chiedevo perchè il DM del ’68, i cui parametri sono obbligatori per le nuove costruzioni, non è stato nel caso applicato

Incuriositi, gli abbiamo chiesto di specificare meglio a cosa si riferisse.

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Ne è seguita una piccola discussione, interna ad Amate, sui limiti di imposizione degli standard stabiliti dal DM 1444/68.

Margherita Aledda ci ha fornito il suo parere illuminandoci sulla questione, che riguarda applicazioni più ampie.

“L’art. 9 del Decreto Ministeriale n. 1444 del 02.04.1968 individua le distanze minime tra fabbricati per le diverse zone territoriali omogenee, e stabilisce che per i nuovi edifici ricadenti in zone diverse dalla zona A, è prescritta “in tutti i casi la distanza minima assoluta di m 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti”.

Disposizione che, pur se contenuta in un Decreto Ministeriale, ha natura di norma primaria, atteso che trova la sua fonte nell’art. 41 quinquies della Legge n. 1150 del 1942 (Legge Urbanistica), il quale, dopo aver previsto che nei Comuni debbono essere osservati “limiti inderogabili” di distanza tra i fabbricati, dispone che tali limiti debbano essere stabiliti con decreto del Ministero per i lavori pubblici di concerto con quello per l’interno, sentito il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

Il principio espresso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14953 del 2011, ha affermato che il D.M. 1444/68, essendo stato emanato su delega dell’art. 41 quinquies della Legge Urbanistica, ha efficacia di legge dello Stato, ne deriva che le sue disposizioni in tema di limiti di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, ai quali si sostituiscono per inserzione automatica.

Dalla lettura dell’art. 41 quinquies della Legge Urbanistica, e dalla natura di norma primaria attribuita all’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, discende, dunque, che sono inderogabili i limiti minimi di distanza tra fabbricati in quest’ultimo stabiliti.

Come costantemente affermato dalla Giurisprudenza Amministrativa, la disposizione contenuta nell’art. 9 del D.M. 1444/68 prevale sia sulla podestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze, sia sulla podestà regolamentare e pianificatoria dei comuni, in quanto deriva da una fonte normativa statale sovraordinata, sia infine sull’autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che, per la loro natura igienico-sanitaria, non sono nella disponibilità delle parti.

La norma è preordinata, più che alla tutela di interessi privati, alla tutela dell’interesse pubblico all’igiene, alla sicurezza e al decoro della collettività, atteso che il rispetto della distanza minima imposta è necessario per impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario.

La Corte di Cassazione, a sezioni unite, si è posta il problema di verificare se possano considerarsi o meno legittime le previsioni regolamentari locali (ad esempio le N.T.A. dei P.R.G.) che, in contrasto con quanto stabilito dall’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, consentano la costruzione di edifici a distanze diverse rispetto a quella di 10 metri ivi prevista. Il consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa insegna che l’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968 integra con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni, quindi la distanza tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti – predeterminata con carattere cogente, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza – vincola anche i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici. Ne deriva che, ogni previsione regolamentare in contrasto con il limite minimo di 10 metri è illegittima, essendo consentita alla Pubblica Amministrazione solo la fissazione di distanze superiori.

L’orientamento consolidato della giurisprudenza amministrativa è condiviso dalla Corte di Cassazione che rileva la prevalenza dei precetti contenuti nel Decreto Ministeriale sulle norme regolamentari locali, ove queste prevedano distanza inferiori rispetto a quella di 10 metri prevista dal D.M. Ove, invece, le norme regolamentari prescrivano una distanza fra edifici maggiore di quella minima di 10 metri, questa può essere applicata. Infatti, se la finalità dell’art. 9 del D.M. è da ravvisarsi nell’intento di evitare la formazione tra edifici frontisti di intercapedini nocive, con la prescrizione di una distanza “minima” inderogabile, non è impedito ai Comuni di adottare, nella formazione dei piani regolatori generali e dei regolamenti edilizi locali regole più rigorose, sulla base di valutazioni discrezionali degli interessi pubblici da tutelare.

Sulla base di tale principio dunque, se da un lato ai Comuni è inibita la possibilità di prevedere nei propri strumenti urbanistici la possibilità di costruzione tra i fabbricati a distanze inferiori rispetto a quella minima di 10 metri prevista dall’art. 9. del D. M., dall’altro essi potranno legittimamente determinare la fissazione di distanze maggiori.”

Se poi la “Nubbe de Fuksas” rispetti questi vincoli e se e come eventualmente dovessero essere stati derogati non lo sappiamo. Grazie comunque a Luisa Benato per averci dato questo spunto.

 

 

 

Storie parallele: dal mulino Ducco e Chiariglione di Settimo Torinese al mulino Ducco & Valle di Roma

23 febbraio 2017

Premessa

Il gruppo di ricerca dell’Ecomuseo del Freidano di Settimo Torinese propone ai lettori di “Amate l’Architettura” una storia parallela che accomuna due notevoli mulini, separati da una distanza di oltre seicento km ma emblematicamente contigui per le vicende storiche e proto-industriali che li videro protagonisti: il mulino Ducco e Chiariglione di Settimo Torinese e il mulino Ducco e Valle di Roma. Il primo, ancora esistente, è stato trasformato in sede ecomuseale; il secondo, da tempo scomparso, intreccia gli ultimi anni della sua storia con il più noto pastificio Pantanella.

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Apparentemente marginali, queste storie sin dal loro inizio ben rappresentano le complessità, le stratificazioni e le criticità di una nazione in formazione i cui nodi gordiani, mai recisi, ne ipotecheranno i successivi centocinquanta anni.

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Notevoli simmetrie legano le vicende storiche dei “nostri” rispettivi mulini: inizialmente si collocano agli albori del capitalismo sia torinese sia romano; successivamente, concluso il loro ciclo produttivo, i loro contenitori, dopo un periodo di decadenza (caratteristico di un periodo storico che non attribuiva valore alcuno al patrimonio industriale) diventano spazi urbani recuperati. Ambedue hanno precedenti storici di tradizione secolare fortemente simbolici: i mulini natanti (peraltro apparsi per la prima volta nella storia della nazione presso l’isola Tiberina), le bannalità feudali, l’insistenza, a Roma, del nuovo impianto molitorio sul sedime tombale del panificatore Virgilio Eurisace. Per ultima, l’innovazione tecnologica che vide l’affermazione di una nuova tipologia di mulino in grado di compiere la trasformazione della molitura da pratica artigianale a pratica industriale.

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Sin da metà ‘800 Settimo ha rappresentato, con il coevo e più noto mulino di Collegno (punto d’origine di questa tecnologia in Piemonte e del suo sistema d’impresa, in cui Cavour era direttamente coinvolto), uno dei “laboratori” in cui testare i nuovi macchinari, i diagrammi di produzione e di approvvigionamento energetico portati dai nuovi mulini “all’Americana”. Inoltre, il mulino di Settimo è un perfetto “marcatore” di come l’apparato di corte, i bancari, i faccendieri e gli industriali intraprendenti legati alla corte sabauda seguano pedestremente il trasferimento dei centri di potere da Torino a Roma. Per Roma, il passaggio nel 1883 dai proprietari storici al Banco di Roma, lega indissolubilmente il destino dei nuovi impianti molitori al degrado finanziario che sfocerà nel ben noto scandalo della Banca Romana (e al sistema finanziario del giovane stato in generale, prodromo di un trend che è tutt’ora vitale/mortale per il nostro paese).

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I due impianti si fondano sulla tecnologia al tempo nota come “Anglo-Americana”: si tratta di un sistema di macinazione altamente automatizzato messo a punto dall’americano Oliver Evans nel decennio 1780. Passata ben presto nel Regno Unito, verrà ulteriormente implementata ricorrendo alla ghisa nella parte meccanica e utilizzando vapore come forza motrice. Ne fu incubatore il leggendario Albion mill, presso Blackfriars a Londra, di cui ne furono artefici Boulton e Watt. Distrutto ben presto da un incendio, la breve parentesi in cui operò (1784-91) fu tuttavia determinante per l’affermazione del nuovo sistema a scala planetaria. In Piemonte si affaccerà nel decennio 1840, portato da Bordeaux dai fratelli Fourrat, mercanti di cereali e speculatori finanziari, e subito sostenuto dal conte di Cavour per la sua alta valenza innovativa.

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Conosciuto localmente come mulino Nuovo, venne costruito ex-novo nel 1851-52 in contiguità ad un preesistente impianto molitorio risalente al 1806, realizzato dagli ingegneri del corpo imperiale dei Ponts et Chausées del napoleonico Departement du Po, di cui era direttore Joseph-Claude La Ramée Pertinchamp, costruttore del primo “ponte in pietra” della capitale sabauda (l’attuale ponte Vittorio Emanuele I, tutt’ora in esercizio).


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Artefici di questa radicale trasformazione furono due investitori di provenienza esterna al chiuso mondo settimese del tempo: Pietro Ducco, imprenditore, e Francesco Chiariglione, avvocato, che ne affidarono la progettazione all’ingegner Severino Grattoni, a quei tempi all’inizio della sua brillante carriera professionale che lo porterà, vent’anni più tardi, a condividere insieme al Grandis e al Sommeiller, l’innovativa esperienza del traforo del Frejus per la quale ottennero notorietà universale. Grattoni risolse brillantemente i gravosi problemi idraulici che il nuovo insediamento poneva e che altri ingegneri prima di lui declinarono, dotandolo, sin dall’origine, di una delle prime turbine moderne (probabilmente di tipo Jonval o della più efficiente sua variante Girard, appena inventata): “Furono pure opera dell’ingegnere Grattoni il molino anglo-americano di Settimo Torinese (1851-52), quello del Mussotto presso Alba, ordinatogli dal Marchese Alfieri di Sostegno (1852-53), il molino Pila presso Asti, e molti altri molini minori. Fu nell’impianto di codesti stabilimenti dove si cominciò ad usare tra noi come motori le turbini fra cui è meritevole di essere particolarmente notata quella messa in opera al Molino di Settimo, ed uscita dall’officina dei fratelli Orlando di Genova…” (1)


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Si trattò della prima impresa capitalistica mai apparsa in zona; interrompendo il secolare rapporto di autosussistenza con la comunità, il mulino utilizzava cereali di provenienza danubiana anziché locale, sostenendo, al contempo, una politica fortemente aggressiva verso i preesistenti impianti molitori del territorio, subordinandoli al suo regime produttivo. In uno di questi impianti (ancora di pertinenza feudale) operava come gestore quel Francesco Valle che, vent’anni più tardi, affiancherà Pietro Ducco nell’avventura romana.

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Trasferita la corte a Roma, i soci Pietro Ducco e gli eredi Chiariglione venderanno l’impianto al possidente Stefano Roggeri. Correva l’anno 1873; Pietro Ducco, insieme ai figli Giovanbattista e Alberto, e il tecnico molitorio Francesco Valle partiranno immediatamente per la nuova capitale del Regno d’Italia dove, sin dal 1871, già avevano avviato una intensa attività di acquisizione terreni e di progettazione del nuovo impianto molitorio al Prenestino, allora in via di formazione. Come già per Settimo, il mulino sarà il modello trainante per l’industrializzazione in chiave marcatamente capitalistica del quartiere e uno dei riferimenti imprenditoriali per l’intera città.

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Sin dai tardi mesi del 1871 Pietro Ducco e Francesco Valle, che iniziano a farsi conoscere negli ambienti imprenditoriali capitolini come intraprendenti mercanti piemontesi di granaglie (e, abbiamo modo di ritenere, con un solido sostegno nei palazzi di governo), iniziano ad acquistare terreni nelle immediate adiacenze di Porta Maggiore, favoriti dalle mire speculative indotte dall’eversione dell’Asse Ecclesiastico (letteralmente: soppressione del patrimonio ecclesiastico, decretato da due distinte leggi dello stato, la 3036 del 1866 e la 2987 del successivo). Nello stesso anno sottopongono al municipio di Roma il progetto, ben presto accordato, per la realizzazione di un mulino a vapore da venti macine per una forza complessiva di 80 Hp, a firma degli ingg. Filippo Fiancati per la parte produttiva e Vincenzo Pelami per la palazzina uffici. L’area occupata dall’impianto sin dal 1872, di poco superiore ad un ettaro, è attualmente identificabile nel triangolo compreso tra le vie Casilina e Prenestina, principianti da Porta Maggiore, e viale Castrense. In breve tempo il nuovo mulino si affermerà come una delle principali imprese molitorie operanti sul territorio dell’Urbe, seconda sola al mulino e pastificio di Michele Pantanella. Conserverà tuttavia il primato di primo stabilimento mosso esclusivamente dal vapore, poiché il Pantanella vi ricorrerà solo dal 1879, allo scopo di alimentare i nuovi forni a vapore Perkins appena introdotti nel suo pastificio.

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La scelta della forza motrice termica operata da Ducco e Valle desta senz’altro un largo interesse, tanto da essere citata nell’edizione 1874 della “Guida Monaci”. Si tratta di una innovazione tecnologica destinata a indirizzare sensibilmente le scelte coeve e future degli industriali romani, più volte portata ad esempio come modello di efficienza: “…al dì d’oggi vediamo in Roma la più parte delle industrie attivate colla sola forza del vapore e queste prosperano tutte e giungono persino a vincere la concorrenza di altre industrie consimili attivate con motori ad acqua. Cito ad esempio il grandioso stabilimento impiantato dai signori Ducco e Valle a porta Maggiore per la molitura dei cereali”(2).

Degno d’attenzione è soprattutto quanto riportato nelle pagine del bollettino della “Regia Scuola d’Applicazione per gl’Ingeneri di Roma”, sempre del 1876: ”Nel giorno 11 aprile venne effettuata una escursione al molino dei signori Ducco e Valle fuori di Porta Maggiore. Gli allievi esaminarono le caldaie e le macchine a vapore del sistema Woolf, assistendo pure al rilevamento dei diagrammi nei due cilindri…” (3) .

Trattandosi di macchinari Woolf abbiamo ragione di ritenere che i generatori di vapore fossero del tipo “french boiler” (noti anche come “elephant boiler”), inventati e adottati da Arthur Woolf in Gran Bretagna sin dai primi decenni di quel secolo e successivamente esportati nell’Europa continentale.

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Sin dall’anno della sua costituzione (1880), in previsione di una imminente e rapida crescita demografica della città, il Banco di Roma inizia una serie di trattative per acquisire i principali mulini operanti in città, sicura fonte di reddito a breve termine. Scartato il pastificio Pantanella per l’onerosità della richiesta, la scelta cade sul mulino dei soci Ducco e Valle, che lo cederanno a decorrere dal primo gennaio del 1883 per la somma di oltre un milione e mezzo di lire. Cesserà pertanto di esistere la società dei due piemontesi e prenderà vita la “Società Molini e Magazzini Generali”, totalmente controllata dalla Santa Sede e da esponenti capitolini della finanza latifondista, alto-borghese e aristocratica legata al Vaticano. Pietro Ducco entrerà nel consiglio d’amministrazione della società, mentre Francesco Valle assumerà la direzione tecnica dello stabilimento.

A partire dal 1889, con la crisi finanziaria che attanaglia la città per i contraccolpi dello scandalo della Banca Romana, il Banco di Roma e le sue società partecipate, fra cui la “Società Molini e Magazzini Generali” risulteranno progressivamente in passivo; verranno salvate dal fallimento grazie al drastico intervento della Santa Sede (1892), che ne appianerà i bilanci e realizzerà la fusione con la società Pantanella, pesantemente provata dal distruttivo incendio dello stabilimento di via dei Cerchi (che si suppone doloso) e dal tracollo finanziario della famiglia conseguente allo scandalo della stessa Banca Romana, in cui i Pantanella avevano massicciamente investito i loro capitali. Nel 1896 viene pertanto decretata la fusione fra le due principali società molitorie, che assumeranno la denominazione di “Magazzini Generali e Pastificio Pantanella”, senza che peraltro alcun membro della famiglia entri a farne parte. La Santa Sede realizzerà in tal modo il totale controllo dei principali stabilimenti di panificazione industriale della città già delineati quindici anni prima; con l’ulteriore acquisizione di grandi impianti molitori nell’anconetano e nel napoletano, la società controllata dal Banco di Roma divenne una delle principali aziende di macinazione del centro-sud

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Lo stabilimento di via dei Cerchi funzionò sino alla fine degli anni ’20 del ‘900; dal 1929 l’area venne espropriata per ricavarne la sede del Governatorato e dei “Musei di Roma” (chiusi un decennio più tardi e convertiti in uffici, l’intero isolato è attualmente sede del “Dipartimento Sviluppo Economico Attività produttive e Agricoltura”); di conseguenza la sede della produzione venne trasferita all’inizio della via Casilina, in stretta vicinanza con l’area un tempo occupata dal mulino Ducco e Valle dove, sin dal 1915, la soc. Pantanella vi aveva eretto dei silos granari. Il cerchio dell’esperienza capitolina di Ducco e Valle tornava così a chiudersi, là dov’era iniziata, oltre quarant’anni prima. L’area subirà un ulteriore incremento nel 1926, con la costruzione di una autorimessa a firma dell’ing. Alberto Naldini, prontamente accorpata all’impianto molitorio dopo che una delibera del comune ne interdiva l’originaria destinazione. Ampiamente ricostruito nel dopoguerra, lo stabilimento chiuderà la produzione nel corso degli anni ’70. Precipitato in uno stato di profondo degrado, fra il 1998 e il 2001 veniva acquisito dalla Pia Società Acqua Marcia per essere recuperato a residenze di prestigio su progetto dell’ing. Bruno Moauro.

Negli stessi anni, a seicento chilometri di distanza, si compiva il recupero a edificio di pregio della città di Settimo Torinese dello storico mulino Nuovo, l’impianto molitorio da cui ebbe inizio l’avventura -prima torinese e poi romana- dei mercanti piemontesi di granaglie Ducco e Valle, centocinquant’anni prima.

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Note:

1) in: “L’Ingegneria Civile e le Arti Industriali”, anno II, n° 5, 1 Maggio 1876, “Necrologia”, pagg. 79-80;

2) V. Cerasoli: “La 2^ e3^ zona dell’Esquilino”, in: “La Giovane Roma” , anno 1, vol.1, 1876, pag.40;

3) “Regia Scuola d’Applicazione per gl’Ingeneri di Roma”, 1876.

Bibliografia:

per le vicende settimesi:

V. A. LUPO, Ecomuseo del Freidano: sintesi del progetto, in: Scuolaofficina n°1, Bologna, 1999;

V. A. LUPO, La fabbrica dei colori. La Paramatti e l’industria settimese ai tempi delle ciminiere, Settimo T.se, 2005;

V. A. LUPO, M. SASANELLI, Mulini e riserie del capitalismo agrario. Un itinerario fra Piemonte e Emilia Romagna, in: Scuolaofficina n°2, Bologna, 2011;

V. A. LUPO, M. SASANELLI, Settimo oltre Settimo. Guida per leggere la città e il territorio, Savigliano, 2012;

per le vicende romane:

F. AMENDOLAGINE (a cura di), Mulino Pantanella. Il recupero di una archeologia industriale romana, Marsilio, Venezia, 1996;

C.G.SEVERINO, Roma mosaico urbano. Il Pigneto fuori Porta Maggiore, Gangemi, Roma, 2005;

D. CIALONI, Le industrie romane dall’occupazione francese all’avvento del fascismo, Bollettino della Unione Storia ed Arte, 2011, n.6, pp. 55/71;

http://www.treccani.it/enciclopedia/michelangelo-pantanella_(Dizionario-Biografico)/

(Vito Antonio Lupo, Marianna Sasanelli, gennaio 2017)

Gli autori Vito Antonio Lupo, ricercatore di archeologia industriale, e Marianna Sasanelli, architetto, lavorano per la Fondazione Esperienze di Cultura Metropolitana di Settimo Torinese sin dalla sua istituzione. Sono coordinatori dei progetti di “Ecomuseo del Freidano” e “Ecotempo”e referenti per il Piemonte di AIAMS_Ass. Italiana Amici Mulini storici www.aiams.eu.

Maggiori info:wwww.ecomuseodelfreidano.it; info@ecomuseodelfreidano.it

LA MONETA URBANISTICA DELLA COPPIA MARINO-CAUDO

23 febbraio 2017

Il susseguirsi frenetico di eventi e prese di posizioni, alimentano un clima di confusione che a volte sembra addirittura stravolgere la realtà. Così che, in alcuni momenti, si ha la sensazione che il Progetto dello Stadio della Roma a Tor di Valle lo abbia voluto il M5S invece che l’ex Sindaco Marino e l’ex Assessore all’Urbanistica Caudo.

L’eredità ricevuta”, oltretutto, non è stata per niente gradita dal M5S che in campagna elettorale aveva espresso la sua contrarietà a questo progetto. Ma dopo l’uscita di scena dell’Assessore Berdini, il NO! secco al progetto, senza un sostanziale taglio alle cubature Direzionali e Commerciali ed un ritorno a quanto prevede il Piano Regolatore è diventato un SI! Ma a condizione di…… Una “sforbiciata” alle Torri ed alle Attività commerciali del 20/30%, come se il problema fosse solamente “la scandalosa moneta urbanistica” con la quale si è voluta legare un’ operazione che ha invece anche delle criticità sotto l’aspetto ambientale, archeologico, della mobilità e dei trasporti pubblici. Visto però che uno dei due “padri” dell’operazione Stadio, l’ex Sindaco Marino, ha scelto il silenzio, a cui non sappiamo che interpretazione dare, l’ex Assessore Caudo qualche settimana fa, per difendere la sua “creatura”, ha scritto anche a Carteinregola che ha subito aperto un dibattito sul tema. Con un po’ di ritardo rispondo volentieri, cercando di allargare il discorso, che mi sembra “mummificato” sempre su gli stessi argomenti di natura “tecnica” e sull’aridità dei numeri che vengono “sfornati”, forse per offuscare il problema centrale che è quello prettamente politico. Il Prof. Caudo ha parlato anche di opacità, ambiguità, mancanza di trasparenza, riferendosi all’attuale Amministrazione, cercando di sminuire il fatto che tutta l’operazione l’ha cominciata e condotta lui, insieme al Sindaco, ma come se fosse “un uomo solo al comando”. Un modo quantomeno discutibile di gestire “l’Urbanistica” di una città così complessa e difficile da governare, grazie anche alle “violenze” subite soprattutto dalle ultime Amministrazioni a partire da Rutelli, e di cui parleremo più avanti. Per cui senza dimenticare le improvvisazioni, le impreparazioni e gli errori di questa nuova amministrazione del M5S, non possiamo non ricordare, sotto l’aspetto politico e dopo solo 8 mesi, alcuni fatti importanti accaduti:

a)-La precedente Amministrazione, dopo circa 2 anni e mezzo, è stata mandata a casa non da una opposizione agguerrita, ma per la prima volta nella storia di Roma, dagli stessi componenti della maggioranza del PD che davanti ad un Notaio si sono dimessi tutti, pur di liberarsi del Sindaco e della sua giunta, che nel frattempo stava sperimentando “un metodo di turn over mensile” dei propri membri e del corpo politico-dirigente, che a quanto pare ha fatto scuola.

b)-Mentre il Prof. Caudo ci proponeva vari interventi sulla “Rigenerazione Urbana” (vero e proprio mantra del Programma di Marino, al Punto 5. Urbanistica) con l’imperativo di dire basta al consumo di suolo, nello stesso tempo “sposava” con entusiasmo il Progetto del nuovo Stadio che il Presidente Pallotta vuole realizzare, su di un’area, di proprietà del costruttore Parnasi, che presenta delle criticità e sulla quale si dovrebbe anche apporre il “bollino dell’interesse pubblico”; che necessita di una Variante di P R G.

c)-Nel Programma Elettorale di cui sopra, che il Prof. Caudo conosce molto bene, lo Stadio non era contemplato. Ma almeno per correttezza d’informazione bisognerebbe dirlo qualche volta e sarebbe giusto ricordare che anche grazie a quel programma si erano vinte le elezioni. Certo l’area è di un privato, una legge su gli impianti sportivi era stata approvata da poco, ma non si era detto che “la regia sulle trasformazioni del territorio doveva essere in ogni caso pubblica? E che ci sarebbe stato sempre un processo partecipativo per coinvolgere i cittadini nelle scelte?

Sulla regia forse è meglio sorvolare,visto il film che ci è stato proposto. Mentre la Partecipazione c’è stata. Un nuovo metodo di partecipazione ma c’è stata. Quello di presentare un  progetto già elaborato e definito alla Casa della Città (Plastico, Disegni Tecnici, Render a colori, ecc.) e chiedere ai cittadini di fare tutte le osservazioni del caso. Non mi sembra che la Casa della Città sia stata presa d’assalto da centinaia di cittadini con matite e squadrette che prendevano appunti.

Punto 5.1 del Programma di Urbanistica di Marino (A proposito del tradimento dei principi della campagna elettorale) “Le città europee sono da anni impegnate nel mettere in campo modelli di sviluppo urbano alternativi a quelli della continua espansione e del consumo di suolo. A Roma, invece, le espansioni rappresentano ancora all’incirca l’80% delle potenzialità. La giunta Alemanno ha utilizzato l’espansione urbanistica solo come “moneta”, continuando a consumare suolo. Un modello fallimentare tutto orientato all’offerta e distante dai bisogni reali della città che è stata trasformata in una sorta di “sottoprodotto” del mercato finanziario. In questi anni si è fatta urbanistica ma non per la città”.

Un punto programmatico da sottoscrivere ad occhi chiusi, tanto è vero che Carteinregola, nei mesi finali della Giunta Alemanno, proprio per neutralizzare il “delirio urbanistico” delle ultime delibere che si volevano approvare a tutti i costi, partecipò, insieme ad altre associazioni e movimenti cittadini, al presidio ininterrotto per più di due mesi in Campidoglio, che fu determinante per evitare quello che era stato definito il “nuovo sacco di Roma”.

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Investimento totale: 1,7 miliardi di euro – il Piano Regolatore consente al massimo 118 mila metri quadrati, ovvero oltre 600 mila metri cubi in meno dei 977 mila richiesti – una sproporzione tra i cantieri previsti e lo stadio, che vale appena il 14% del totale.

Il viaggio americano” della coppia Marino-Caudo ci fece capire invece quali erano le vere priorità di questa amministrazione, nonostante il disastro che era stato trovato (un debito certificato che oggi supera i 13 Miliardi di euro) e che forse meritava tutt’altra attenzione. Naturalmente nessun sentore del “bubbone” di Mafia Capitale che intanto era scoppiato, tanta era la concentrazione nel portare avanti il Progetto dello Stadio che oltretutto, si presentava difficile da “digerire” da una parte non proprio trascurabile dei cittadini romani. Non solo, ma l’ex-Assessore, a sostegno della bontà di quanto fatto, ci spiega anche che prima i costruttori romani, quelli definiti “palazzinari”, quelli che, come dichiarava qualche anno fa nel libro di F. Erbani (Roma, il tramonto della città pubblica), usufruivano della “moneta urbanistica”…………… Il Comune come un Bancomat o La Zecca dove invece di soldi si stampano e si distribuiscono cubature……..Occorre chiedersi per chi si costruisce ed il come………Roma avrebbe bisogno di un piano per “riabitare la città abitata”, altro che cementificare l’agro romano .

stadio02Magari l’agro romano no, ma l’ansa del Tevere a Tor di Valle perché no?

Infatti per quei “palazzinari” la coppia Rutelli-Cecchini (con la variante di PRG di Settembre 1998) cambiarono la Destinazione d’uso dei terreni della Centralità Bufalotta-Porta di Roma, di proprietà Toti e Parnasi (Chi l’avrebbe mai detto?). Terreni sui quali doveva sorgere un grande “Autoporto”. Per cui una superficie di 65 Ettari su 330, diventa edificabile, per il 40% Edifici Residenziali, per il 20% Servizi Turistico-ricettivi e per il 25% Centri direzionali privati e pubblici.

Contestualmente si sarebbero dovuti cedere al Comune 150 Ettari di Verde Pubblico per realizzare il Parco delle Sabine. Ma arriva la coppia Veltroni-Morassut a cui piacevano di più gli Accordi di Programma rispetto alla Variante, che in effetti era un po’ passata di moda, che completano “il massacro” della Centralità. Fu così che più di un Milione di mc di Uffici, che avevano già una volta cambiato destinazione, diventano Residenze, e gli “applausi” fioccarono per gli 85 milioni di euro che il Comune aveva incassato e con i quali, dichiarava, avrebbe portato la linea della metropolitana fino a Porta di Roma. Va bè! Sù non disperiamo! In fondo sono solo passati 10 anni, un po’ di pazienza no!!!!

Ma, come ci spiega oggi il Prof. Caudo, quella moneta urbanistica era solo un misero 10% dell’investimento totale dei costruttori, e veniva usata solo per ridurre il debito dell’Amministrazione e per fare cassa. Invece trattando con uomini d’affari e della finanza come Pallotta, anche se poi i terreni sono di Parnasi, lui è riuscito a portare a casa il 30% dell’investimento in opere ed attrezzature per la città che, se poi servono o meno, se poi saranno realizzate o meno, come la storia ci ha detto finora, ha poca importanza. Quindi, come al solito, fino a questo momento, si tratta solo di una enorme operazione di mercato. Ma non si doveva cambiare tutto?

In effetti una grande novità il prof. Caudo l’ha poi introdotta nella sua, per fortuna, breve esperienza di governo dell’urbanistica di Roma, ed è stata quella di mettere in atto il metodo del cosiddetto “fior da fiore”, all’interno del “dogma” della Rigenerazione urbana. Che vuol dire occuparsi principalmente di quelle “operazioni” che sono più “appetibili” dal punto di vista politico e della visibilità grazie alla loro collocazione all’interno della città.

Come “Gli ex stabilimenti militari” di via Guido Reni, “La vecchia Fiera di Roma” sulla Cristoforo Colombo, “La Pedonalizzazione dei Fori”, insieme ai grandi cambi di Destinazione d’uso, come “le Torri della TIM” all’EUR, “l’Edificio dell’ex Zecca” in Piazza Verdi ai Parioli, “l’ex Istituto Geologico Nazionale” a Largo S. Susanna, peraltro alcuni oggetto di indagini da parte della magistratura, e così via. E’ chiaro che se la scelta politica, perché di questo si tratta, è solo quella di fare cassa, senza nessuna idea di città'”, si deve per forza di cose vendere o svendere, dipende dai punti di vista, i cosiddetti “gioielli di famiglia”. Certo ci sono poi state anche le Conferenze urbanistiche nei vari Municipi, i Workshop e le conferenze al MAXXI, sul Concorso di Via Guido Reni, quella su Roma 2025 con le Università e quello su Roma città ”resiliente”, altro mantra oramai insopportabile. Tutte nobili iniziative sponsorizzate alcune da Cassa Depositi e Prestiti come da Protocollo d’intesa sottoscritto il 3. Ottobre. 2014 per il Concorso di Via Guido Reni.

Sicuramente qualcosa sarà sfuggito e per questo chiedo venia a priori. A questo punto, però, qualche domanda sorge spontanea. Ma le famose Centralità quale attenzione hanno ricevuto? E lo “scandalo” dei Piani di zona?. Ed i Print in sospeso? Ma sopratutto “LE PERIFERIE” tanto decantate sempre nello stesso programma elettorale, quale posto hanno occupato nelle decisioni prese dall’Amministrazione Marino? E le 200 Concessioni rimaste ferme, creando grandi difficoltà a piccole e medie imprese, “perché bisognava lavorare solo per lo Stadio”, come ha detto l’Assessore Berdini,nella sede dell’ACER ad Ottobre scorso, mentre il 18 Novembre, di fronte alla Commissione Urbanistica Regionale aveva dichiarato, come riportato da tutti i media: «La scelta di Tor di Valle è stata una follia, messa in conto all’amministrazione pubblica. Ci sono 220 milioni di opere che non servono, che vorrebbero che pagassimo con i metri cubi. O la Roma rinuncia ai milioni di opere inutili oppure pensi ad un’area diversa. Il vizio di pagare il debito pubblico con volumetrie, potete stare certi che con la nostra amministrazione finirà per sempre».

A meno che non finisca prima l’Amministrazione. Infatti in questo momento l’Assessore Berdini non c’è più.

Ma sull’area dello Stadio c’era anche il parere critico della Soprintendente ai Beni culturali, Margherita Eichberg che sempre a Novembre 2016, e non oggi, aveva già dichiarato: «Si riconoscono presenze archeologiche diffuse, assi viari di primaria importanza e pertinenze funerarie e monumentali dall’età del bronzo alla tarda età imperiale. Si tratta di un sito meritevole di tutela su cui emerge la sagoma dell’ippodromo, un significativo esempio di architettura contemporanea». Ippodromo che, aggiungo, costruito tra il 1957/59, su progetto di La Fuente e Rebecchini per le Olimpiadi del 1960, pur essendo vincolato e facendo parte della “Carta della Qualità” di Roma, purtroppo dovrebbe essere abbattuto, dopodichè saremo poi pronti tutti a versare le consuete lacrime di coccodrillo, come è già successo con il Velodromo di Ligini all’EUR.

Infine come “amate l’architettura” tratteremo in altro momento, la solita mancanza di trasparenza palesata con la scelta di alcuni architetti italiani/romani (Desideri, Cordeschi,Tamburini ed altri) per progettare le cosiddette “opere minori”, di cui alcune sono/saranno pubbliche, avvenuta come al solito in sordina e non si sa con quali criteri. Mentre si “strombazzavano” con il solito “provincialismo” tutto italiano i nomi delle archistar Libeskind e Dan Meis, scelti dagli investitori per i progetti delle Torri e dello Stadio , su quelli italiani, scelti da chi ???, calava “un omertoso silenzio”.

Purtroppo anche in questo si misura la distanza che divide noi che pensiamo che 18.000 iscritti, per parlare solo di quelli di Roma, dell’Ordine degli architetti più grande d’Europa, meritano rispetto e chi invece continua ad applicare “metodi ottocenteschi” alla Marchese del Grillo “io so io e voi nun siete un c…….. Ma qualcuno aveva già previsto tutto con qualche anno di anticipo come solo pochi sanno fare. E purtroppo restano quasi sempre inascoltati. Ma tant’è!!!

L’urbanistica? E’ ormai figlia dell’architettura.

E l’architettura ridotta a pura forma assorbe tutto il dibattito culturale. Diventa il paradiso delle archistar.

Si bada più al singolo progetto che non al disegno complessivo. Più al singolo manufatto che non alla città.

Più all’individuo che non al collettivo. Occorre invece che l’urbanistica recuperi la sua linfa sociale.

Un uomo, un’idea, un progetto non cambiano niente. Può riuscirci solo un lavoro faticoso, paziente, di tante persone. Solo la società può cambiare la società.”

(Italo Insolera – Intervistato da Francesco Erbani per La Repubblica nel 2010)

UNA PORTA PER L’UMBRIA – intervista ai progettisti del nuovo P.I.T. di Terni

19 novembre 2016

Il Comune di Terni ha promosso un’opera strategica per il futuro assetto della città e dell’Umbria del sud: una passerella pedonale sopra la stazione ferroviaria che, mettendo in comunicazione aree destinate a parcheggi e aree per nuove attività strategiche con il centro città, diventerà la nuova spina dorsale dell’espansione ternana. Amate l’Architettura ha seguito fin dall’inizio questa interessante iniziativa e ha incontrato questa estate – in cantiere – i progettisti: l’architetto Renato Benedetti, vincitore del concorso internazionale indetto da Comune e l’ing. Loris Manfroni, che ha progettato le strutture.

Un nome italiano ma un accento inglese, come mai?

Benedetti: Io sono italo-canadese, nato in Canada. I miei genitori sono italiani.

Genesi di questo progetto: come lo avete affrontato?

Benedetti: Era un concorso internazionale, landmark per Terni, sia per l’Umbria che fosse sia una porta di accesso per le colline retrostanti, ma anche che aprisse Terni verso Roma.

L’idea è stata di trovare un nuovo tipo d’identità con una corrispondenza pratica, una connessione rigenerante tra il centro cittadino e la stazione.

 

Formazione canadese ed esperienza anglosassone. Già due ponti realizzati. Qui, tuttavia, siamo in un contesto diverso, un contesto internazionale. Ha influito tutto ciò nel progetto?

Benedetti: Il modo con cui abbiamo approcciato il progetto è sicuramente internazionale, dato che sono di origine italiana, sono infatti nato in Canada e ho sviluppato l’esperienza lavorativa in Inghilterra, infatti Benedetti Architects è a Londra.

Al principio abbiamo lavorato con Arup di Londra e in seguito abbiamo collaborato con un ingegnere strutturista italiano (Manfroni Engineering Workshop ndr). E’ stata realmente una collaborazione internazionale. Non abbiamo avuto un approccio come quello dell’architetto che ha una soluzione e poi qualcun altro si occupa della parte ingegneristica. Gli ingegneri, gli architetti, l’idea, sono complementari. Inoltre, sopra a tutto, c’è stata l’idea urbana: noi abbiamo realizzato un’infrastruttura per la città, non solo per la stazione ferroviaria. Un posto dove stare che diventa un’idea urbana più ampia.

Abbiamo imparato, partendo dal contesto inglese, che costruire in Italia è completamente differente. Come stranieri, abbiamo la libertà di conoscere un nuovo posto da vicino senza pregiudizi .

Infatti, come straniero, all’inizio non conosci nulla di Terni prima di arrivarci, e ti concentri sullo scoprire esattamente di che cosa Terni ha bisogno.

Anche l’approccio collaborativo con il Committente, in questo caso con Roberto Meloni (Responsabile Unico del procedimento per il Comune di Terni ndr) è stato fondamentale per trovare le soluzioni per il ponte e per questa città.

 

Avete visitato Terni durante il concorso?

Benedetti: Certamente, noi non potevamo partire – ed è impossibile per noi – senza vedere il sito ed il contesto reale. Non abbiamo avuto un approccio astratto al progetto.

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Entriamo ora nel dettaglio dell’argomento. Noi vorremmo conoscere quali sono state le innovazioni tecnologiche introdotte in questo progetto.

Benedetti: All’inizio abbiamo lavorato insieme per trovare l’idea, che avesse una valenza architettonica e urbanistica insieme, di lettura del contesto, di cosa volevamo tentare di fare. In quel momento è impossibile fare un “salto in avanti” e fare partecipare gli ingegneri al confronto. L’innovazione tecnologica, che vi sarà descritta più in dettaglio da Loris (Manfroni ndr), è legata ai vincoli dati dal contesto ferroviario, quali il passaggio dei treni, i binari che definiscono in modo preciso le zone per gli appoggi e la conseguente lunghezza delle campate del ponte, ma anche dal punto di vista scultoreo, da come potevamo avere una infrastruttura di 80 metri con una “espressione” ingegneristica che fosse anche un oggetto che avesse una valenza di nuovo landmark, di nuovo simbolo dove gli anelli – sembrano aureole di angeli – che tengono i cavi a sorreggere la struttura, fossero qualcosa di “molto leggero”.

La presenza di questi cerchi nel tripode nasce da una esigenza formale, di rendere unico questo landmark, o da una esigenza strutturale?

Benedetti: entrambe.

Manfroni: La scelta iniziale architettonica è stata decisiva anche per un aspetto strutturale. Di fatto gli anelli hanno funzioni strutturali importanti: servono per raccogliere tutte le funi che dovranno sorreggere l’impalcato. Questa funzione strutturale è diventata significativa fin dal momento in cui abbiamo cominciato ad analizzare il ponte. Tra l’altro essi servono anche per collegare strutturalmente i tre elementi verticali da cui è nato il nome iniziale, il tripode. Quindi hanno costituito un rinforzo, dal punto di vista strutturale, estremamente significativo e, direi, indispensabile.

 

Normalmente un ponte strallato ha dei piloni che reggono gli stralli qui non abbiamo dei piloni bensì un tripode che ha degli elementi circolari e questi servono…

Manfroni: l’elemento fondamentale è il tripode che è anche un grande pilone centrale costituito, nella sostanza, da tre elementi distinti, e che in questo modo è stato alleggerito moltissimo rispetto ad un più tradizionale pilone unico che sarebbe stato decisamente molto più grande e di maggior impatto estetico. Esso non segue la tradizione delle costruzioni di questo tipo che generalmente vediamo attorno a noi, cioè quello di avere degli elementi regolari posti alle estremità del ponte e poi degli stralli, cioè delle funi, che arrivano all’interno del ponte. In questo caso il tripode è diventato un elemento veramente significativo dal punto di vista iconografico ed è diventato anche l’elemento fondamentale nella decisione delle scelte strutturali, perché oltretutto non potevamo avere altre posizioni dove inserirlo: sotto i nostri piedi (eravamo sulla passerella, sopra i binari ndr) non c’era la possibilità di introdurre altri elementi per la presenza dei binari.

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In qualche modo era quasi una scelta obbligata.

Manfroni: E’ diventata quasi subito una scelta obbligata, poi è diventata un mix di estetica architettonica e di scelte strutturali.

Benedetti: La forma, realmente, è una espressione scultorea dell’esigenza strutturale, del modo con cui i fruitori vivono un’esperienza con essa e l’organizzazione dei cavi è un dispositivo formale unificante.

Manfroni: la scelta architettonica iniziale non ha imposto una soluzione, uno schema precostituito per sorreggere il ponte, ma ha sfruttato questa idea che nel tempo è diventata un’icona ma anche l’elemento fondamentale per il ponte.

Benedetti: vorrei aggiungere una cosa: c’è un aspetto dinamico tra i tre elementi verticali del tripode, i due anelli che reggono i cavi e la curvatura del ponte. Non si ha mai la stessa vista. La struttura è in continuo mutamento. In effetti le parti dell’infrastruttura sono un intervento dinamico nella città perché, per gli utenti, la visuale cambia continuamente. Ecco perché si hanno delle curve. E’ un approccio dinamico, non statico.

E’ un’idea strettamente intrecciata di architettura, ingegneria ed urbanistica nel voler realizzare un’opera dinamica.

Vorremmo parlare di un tema importante per l’Italia: le modalità di realizzazione del progetto e del rispetto dei costi. Noi vogliamo capire se siete riusciti a rispettare il progetto nella fase realizzativa e se ci sono state delle varianti che hanno fatto aumentare sensibilmente i costi. Vorremmo anche capire come è stato il rapporto con l’amministrazione.

Benedetti: non posso parlare delle realizzazioni in Italia perché questo è il nostro primo progetto in Italia. Noi abbiamo lavorato in altri paesi, specialmente nel Regno Unito. Fin dal nostro primissimo incontro, che abbiamo avuto a Terni con l’amministrazione dopo che abbiamo vinto il concorso, in una o due settimane abbiamo avuto il contratto e abbiamo potuto leggere molto chiaramente i termini del contratto. La negoziazione non ci ha preso molto tempo e abbiamo avuto una fiducia immediata nell’amministrazione che è stata speciale, anche paragonata ad esperienze avute da noi in passato dal Regno Unito. Siamo andati “avanti, avanti, avanti” (in italiano ndr) perché gli amministratori sono stati molto professionali e chiari nei nostri confronti. Ci hanno sempre fatto avere fiducia nel fatto che il progetto sarebbe stato realizzato nel modo giusto

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Perciò l’amministrazione vi ha aiutato nello sviluppo del progetto?

Benedetti: Noi abbiamo presentato un progetto ma non conoscevamo ancora il Committente, non si ha modo di conoscerlo in un concorso. Loro ci hanno detto: “partite!”. Io vorrei dire che il Comune di Terni e Roberto Meloni in particolare, che è stato incaricato dal Comune (il Responsabile Unico del Procedimento ndr), è stato estremamente efficiente e chiaro fin dall’inizio e sempre coerente.

Il progetto non si è fermato mai, è andato sempre avanti nel modo corretto.

Per i costi, noi abbiamo espresso dei costi all’inizio e abbiamo ora dei costi a ponte costruito e, più o meno, stiamo all’interno dei costi previsti. Il lieve incremento dei costi è dovuto solo a problemi reali, come la difficoltà di lavorare di notte o con i treni che passano. C’è stato un incremento di costi ma contenuto entro una percentuale estremamente ridotta.

 

Una semplice domanda. Pensate che sia un ponte costoso o poco costoso?

Benedetti: Questo ponte è al di sotto della media dei costi di ponti di questo tipo in Europa. E’ nella fascia bassa. Noi abbiamo avuto inoltre la complicazione di venire a lavorare direttamente dentro la stazione. Normalmente nella realizzazione di un ponte si va tra due punti e non si hanno strutture esistenti con cui avere a che fare. In questo caso è stata una complicazione il fatto che il ponte arrivava direttamente nella stazione ma, nonostante questo, siamo al di sotto della media dei costi europei per ponti di questo tipo. Credo che questo sia perché noi abbiamo progettato il ponte per essere economico e “scremato” sin dall’inizio. E’ molto leggero perché ogni sua parte fa il suo lavoro e questo è quello che dona eleganza all’ingegneria. Gli ingegneri hanno ridotto al minimo ogni cosa, ecco perché lo definisco metaforicamente “scremato”. Questo è importante perché ha rassicurato il comune di Terni che ogni cosa sarebbe andata avanti nei tempi programmati e soprattutto all’interno dei costi programmati. E’ una bella sicurezza, anche per la città, perché questa parte di infrastruttura è stata progettata pensando ad altre fasi, in quanto potrebbe esserci uno sviluppo ulteriore intorno alla stazione e un miglioramento pubblico, nel quale il ponte potrebbe essere come un sasso nello stagno che, dopo l’ingresso nell’acqua, provoca delle onde che si allargano progressivamente e che quindi potrebbero portare maggiore sviluppo grazie a questo investimento iniziale.

 

Lei, ingegnere, vuole aggiungere qualcosa?

Manfroni: Potrei sottolineare che la qualità di un prodotto finale dipende moltissimo da com’è il progetto iniziale. Ora qui ci sono due aspetti, due fasi sequenziali: il progetto che è andato in gara, che abbiamo curato assieme all’architetto, ed il progetto in fase esecutiva che è stato curato dall’impresa e dai suoi tecnici per poterlo realizzare. Onestamente i progetti sono praticamente identici, non ci sono stati variazioni sostanziali successive al progetto iniziale. Questo fa ben pensare: il progetto iniziale, che è andato in gara, aveva già tutte le condizioni per essere realizzato adeguatamente, compreso il costo, e ha tenuto conto di tutti gli aspetti di cui si è parlato ora e che oggi troviamo sul posto e che sono dei vincoli, in sostanza, che lo hanno condizionato fin dall’inizio.

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In un progetto così tecnico, che cosa ha contribuito ad una realizzazione così aderente al progetto? Per esempio il ruolo della Direzione dei Lavori, qui ricoperto dall’ing. Leonardo Donati, è stato determinante per controllare l’esecuzione ed il rispetto del progetto?

Manfroni: Assolutamente si. Il progetto, alla fine, viene trasformato in documenti cartacei, che tengono contodi tutte le condizioni, da quelle di progetto a quelle realizzative. La Direzione Lavori è fondamentale in questo caso. La capacità e la maestria dell’impresa, la capacità dei tecnici che hanno seguito passo passo l’evolversi dell’opera, ma fondamentale è la collaborazione, il legame tra tutte queste figure professionali.

 

 

 

Quindi anche con la pubblica amministrazione?

Manfroni: Si, perché se non ci fosse un coordinamento tra tutte queste persone, la macchina non funzionerebbe.

Benedetti: noi architetti non possiamo fare un buon progetto senza un buon committente.

 

Sappiamo che la realizzazione è a cura di una ATI capitanata dal Consorzio Research e che una buona parte del lavoro è stato realizzato da una impresa consorziata, la COBAR spa. Le imprese sono state adeguate rispetto alle necessità della realizzazione? Si è innescato qualche rapporto particolare con loro?

Benedetti: Uno degli obblighi più difficili nel progetto è stato quello di essere sicuri che noi trasmettessimo le informazioni appropriate e la comprensione delle differenze tra il “progetto definitivo” e il “progetto esecutivo” (entrambi in italiano ndr). Abbiamo consegnato un progetto più dettagliato di quanto si faccia solitamente perché volevamo ridurre i rischi e perché è meglio trasmetterne più informazioni anziché meno. .

Noi (architetti ed ingegneri) eravamo certi che con la trasmissione di queste informazioni, l’impresa sarebbe stata in grado di realizzare esattamente quello che avevamo progettato. Con l’ingegnere progettista dell’impresa, Marco Peroni, abbiamo avuto ottimi incontri nel suo ufficio romano e abbiamo collaborato molto bene con lui.

Manfroni: La collaborazione è stata ottima. Quello che conta è la comunicazione e la collaborazione, soprattutto la disponibilità dell’impresa a collaborare.

 

Perciò in questo caso l’impresa è stata disponibile, anche in relazione alle difficoltà che avete avuto. Quali sono state le difficoltà particolari in senso realizzativo, come avete lavorato o quando?

Manfroni: Assemblare un ponte come questo vuol dire lavorare fondamentalmente di notte.

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Perché non passavano i treni?

Manfroni: Di notte perché c’è una finestra temporale entro la quale è possibile lavorare, quando cioè non passano i treni: ovviamente questo è legato alla sicurezza della stazione. Con una grande gru, infatti, i pezzi sono stati trasportati dal luogo dove sono stati assemblati fino in questo posto. Quindi anche questo processo costruttivo implica una considerazione progettuale: l’opera deve essere assemblata e riassemblata sul posto. Questa è una difficoltà che è stata affrontata strada facendo.

Sin dall’inizio abbiamo pensato a questo ed il progetto che è andato in gara, ovviamente, conteneva tutti questi aspetti; l’impresa è stata poi disponibile a discutere con noi tutti questi “piccoli” dettagli, che poi sono diventati fondamentali, perché rispetto al progetto fatto, dovevano essere perfezionati.

 

L’impresa perciò ha dato un grosso contributo alla “cantierabilità”, la visione di come doveva essere realizzato.

Benedetti: E’ molto importante questo aspetto e perciò noi abbiamo trasmesso informazioni supplementari perché sapevamo che erano importanti soprattutto per i costi. Perciò quello che voi vedete oggi è esattamente quello che abbiamo progettato e più o meno è costato esattamente quanto avevamo previsto.

 

Allora, quando finiamo questo progetto?

Benedetti:Alla fine dell’anno, prima della fine dell’anno.

 

CREDITS:
INTERVISTA A CURA DI:
Raffaella Matocci, Cristina Donati, Giulio Paolo Calcaprina
FOTO: Giulio Paolo Calcaprina
VIDEO: Raffaella Matocci
TESTO: Giulio Paolo Calcaprina
VIDEO EDITING E MONTAGGIO: Giulio Pascali
L’intervista è stata effettuata il giorno 1° agosto 2016 nel cantiere del P.I.T. di Terni. Si ringrazia l’arch. Roberto Meloni per la preziosa collaborazione

 

P.I.T – TERNI – GALLERIA FOTOGRAFICA DEL CANTIERE (01/08/2016)

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Ruolo/Fase Credits
Struttura titolare del progetto Comune di Terni – Assessorato ai LLPP: Assessore Stefano Bucari

Comune di Terni – Progetto Speciale Dipartimentale riqualificazione del territorio e sistemi urbani – Dirigente Arch. Carla Comello

Responsabilità del Procedimento Responsabile Unico del Procedimento:

Arch. Roberto Meloni – Comune di Terni

Contatti:

tel.: 0744/549971 – 3396366497

mail: roberto.meloni@comune.terni.it

skype: rob.meloni

Collaborazione e supporto al RUP per le varie fasi della procedura:

Geom. Mauro Passalacqua – Comune di Terni

Geom. Guido Cianfoni – Comune di Terni

Geom. Giampiero Petrelli – Comune di Terni

Arch. Antonio Aino – Comune di Terni

Ing. Matteo Bongarzone – Comune di Terni

M.A. Giuliana Marconi – Comune di Terni

Geom. Marco Cannata – Comune di Terni

Sig.ra Emanuela Marucci – Comune di Terni

Supporto al RUP in fase di realizzazione:

Arch. Renato Benedetti – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti) 

Arch. Carla Sorrentino – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Ing. Loris Manfroni – Manfroni Engineering Workshop 

Concorso di progettazione Progettisti prima fase: 

Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Arch. Lorenzo Pignatti

Arch. Maria Federica Ottone

ARUP

Progettisti seconda fase: 

Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Manfroni Engineering Workshop

Arch. Lorenzo Pignatti

Arch. Stefania Gruosso 

SMT Architetti Associati

Progetto definitivo Progettisti:

Arch. Renato Benedetti – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti) – Capogruppo ATI

Arch. Carla Sorrentino – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Ing. Loris Manfroni – Manfroni Engineering Workshop – ATI

Arch. Lorenzo Pignatti 

Arch. Stefania Gruosso – ATI

Computi:

Arch. Andrea Calo’ 

Consulenza e progetto illuminotecnico:

Cirrus Lighting – Viabizzuno

Verifiche della progettazione definitiva e esecutiva Supporto al RUP per le verifiche strutturali:

Ing. Marco Serini – Provincia di Terni

Supporto al RUP per le verifiche legate alla sicurezza:

Geom. Claudio Berretti – Comune di Terni

Supporto al RUP per le verifiche legate agli aspetti idrogeologici:

Geol. Paolo Paccara – Comune di Terni

Verifiche comportamento aeroelastico:

Galleria del Vento presso CRIACIV (Centro di Ricerca Interuniversitario in Aerodinamica delle Costruzioni e Ingegneria del Vento) di Prato – Università di Firenze, Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale

Appalto integrato- progetto esecutivo Progettazione architettonica e strutturale:

Studio Tecnico Peroni

Ing. Marco Peroni

Collaborazione alla progettazione architettonica:

Arch. Filippo M. Martines

Progettazione esecutiva impianti elettrici e speciali:

Reconsult S.r.l.

Ing. Giancarlo Sfarra

Appalto integrato-esecuzione lavori

Aggiudicatario Research Consorzio Stabile Scarl in Associazione temporanea con l’Impresa Ferone Pietro & C. S.r.l.

Impresa consorziata esecutrice Costruzioni Barozzi SpA (Cobar SpA).

Direzione Lavori Direttore Lavori:

Ing. Leonardo Donati

Ufficio Direzione Lavori

Direttore operativo – Geom. Fabrizio Sabatini – Comune di Terni

Ispettore di cantiere – Geom. Maurizio Mezzasalma – Comune di Terni

Ispettore di cantiere – P.I. Emiliano Lenticchia – Comune di Terni

Coordinamento sicurezza Coordinatore della sicurezza in fase di progettazione:

Arch. Danilo Ricucci – componente ATI titolare progetto definitivo

Coordinatore della sicurezza in fase di esecuzione:

Ing. Lorenzo Catraro

Collaudi Collaudo statico:

Ing. Antonio Turco

Identificazione dinamica e relative misurazioni:

CRIACIV (Centro di Ricerca Interuniversitario in Aerodinamica delle Costruzioni e Ingegneria del Vento) – Università di Firenze, Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale

Prof. Massimiliano Gioffré – Università degli Studi di Perugia

Collaudo amministrativo:

Arch. Cinzia Mattoli – Comune di Terni

Pisa – La città è vuota. Un dossier mette in fila l’abbandono del patrimonio pubbico

16 novembre 2016

Riceviamo da Progetto Rebeldia, la terza edizione del Dossier Riutilizziamo Pisa. Si tratta di una interessante indagine sullo stato di abbandono del patrimonio pubblico all’interno del comune di Pisa che mette in luce un fenomeno diffuso in tutte le città italiane, dove a fronte della disponibilità di spazi e volumetrie di proprietà pubblica e privata le amministrazioni sembrano sempre più spesso incapaci di immaginare serie politiche di recupero.

Qui di seguito riportiamo il “Comunicato Stampa Riutilizziamo Pisa 2016 – Politiche di alienazione e abbandono: il triplice danno ai cittadini di Pisa”.

<<Il Municipio dei Beni Comuni presenta la terza edizione del dossier Riutilizziamo Pisa, che ormai in modo costante osserva, monitora e aggiorna lo stato degli immobili vuoti abbandonati nel Comune di Pisa.

Nel 2016 possiamo contare un totale di 248.383 mq di spazi inutilizzati in città, tra proprietà pubbliche e private, con un aumento solo in un anno di 6710 mq abbandonati ex novo, da addebitare alle istituzioni pubbliche.

Per questo l’edizione 2016 si focalizza sui 4 principali enti pubblici presenti sul territorio: Comune di Pisa, Provincia di Pisa, Università di Pisa e Regione Toscana, includendo in quest’ultima anche le proprietà dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Pisana. Abbiamo quindi fatto il punto di quale sia l’entità degli immobili lasciati al degrado e all’incuria, ma anche di quali spazi siano presenti nei piani di alienazione, e che quindi – verosimilmente – entreranno a far parte della categoria.

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Osserviamo come solo gli immobili abbandonati dei quattro enti appena citati arrivino a coprire una superficie di 40.754 metri quadrati. A questa va inoltre aggiunta la superficie di 80.000 mq del Parco di Cisanello.

Proprio in merito ai piani in alienazione, abbiamo puntato l’attenzione in modo particolare intorno alla distinzione tra immobili ancora in uso, anche solo parziale, e quelli completamente abbandonati. Questo ci ha consentito di discernere sulla qualità della gestione degli spazi condotta dai vari enti, ponendo allo stesso tempo una questione sul destino delle attività attualmente ospitate dagli immobili in vendita.

Il comune di Pisa guadagna uno dei primati peggiori degli ultimi tempi, avendo lasciato in completo abbandono la maggior parte del patrimonio in alienazione (92% pari 13 mila metri quadrati su un totale di 14000 metri quadrati.). A dispetto delle innumerevoli dichiarazioni di voler operare per il recupero degli immobili abbandonati, l’evidenza dei fatti mostra come il comune agisca nelle vesti di principale ostacolo a una simile direzione: si pensi alla “perdita” dei documenti su Santa Croce in Fossabanda che ha bloccato per 2 anni l’affidamento all’ente per il diritto allo studio, o il “gran rifiuto” di riaprire la Mattonaia alla cittadinanza. La provincia di Pisa, nonostante sia in fase di ripiegamento (data la prevista dismissione), emerge con un paradigmatico cambio di tendenza divenendo la principale produttrice di “nuovo” abbandono dell’anno in corso. Esempi eclatanti sono l’ex terminal della CPT o le Officine Garibaldi, che appena collaudate sembrano già destinate a rimanere inutilizzate per lungo tempo. L’Università di Pisa nel 2016 si rende protagonista di un grande regalo al costruttore Madonna, scambiando palazzo Feroci e l’ex Asnu, e aggiungendo allo scambio ben 8 milioni, ma vincolando l’effettivo trasferimento, e quindi l’eventuale recupero ai lavori delle ex Benedettine. Infine la Regione Toscana primeggia per metratura in parziale uso, aspetto sintomatico di una fase di stasi che di fatto danneggia la città e la fruizione dei servizi: stiamo parlando dell’operazione “Santa Chiara”, che da quasi un decennio tiene in scacco circa 10 ettari di terreno in pieno centro e che vede il moltiplicarsi di notevoli disservizi a causa dello sdoppiamento dell’ospedale tra centro e Cisanello.

Le Officine Garibaldi soprannominate "Cattedrale di Vetro" sono una new entry dell'abbandono

Le Officine Garibaldi soprannominate “Cattedrale di Vetro” sono una new entry dell’abbandono

Il dato aggregato è incontrovertibile: se da una parte i progetti di grandi opere sono bloccati o sconosciuti alla città (si pensi al Santa Chiara o all’ormai defunto “Progetto Caserme”), la dismissione del patrimonio pubblico avanza irrefrenabile. Nell’arco di 10 anni la superficie totale abbandonata dagli enti pubblici passa da 13500 metri quadri a poco più di 40000 metri quadri (triplica). Se guardiamo al patrimonio in alienazione, passiamo dai 13500 metri quadrati nel 2006 alla previsione di 165000 mq nel 2018, ovvero oltre un fattore 10 di aumento.

Dati inquietanti ancor più se relativizzati alla capacità del mercato immobiliare locale degli ultimi anni.

Proprio da questo punto di vista emerge il dato più eclatante: a fronte di un patrimonio immobiliare di circa 40 mila metri quadri rimasto invenduto nell’ultimo decennio, gli amministratori coinvolti prevedono di dismettere complessivamente 165mila metri quadrati, per un valore di oltre 100 milioni di Euro. Se a questi si aggiungono anche i beni messi in vendita da soggetti privati (94mila metri quadrati) o da altri enti pubblici come Demanio, INPS e INAIL (35 mila metri quadrati) è evidente che il mercato non sarà mai in grado di assorbire tale offerta. Inoltre anche qualora si riuscisse a vendere lo si farebbe a prezzi ribassati. La miopia di questa previsione, dati alla mano, diventa palese e desta particolare preoccupazione in quanto i valori degli immobili messi in alienazione sono utilizzati per la programmazione degli investimenti futuri sul territorio. Gli immobili in alienazione sono vincolati, inaccessibili e inutilizzabili dai cittadini: solo il 20% viene ancora utilizzato (in particolar modo dall’Università), quasi il 60% è solo parzialmente utilizzato (si pensi allo stato di tutta l’area dell’ospedale Santa Chiara) e il restante 20 % è lasciato completamente all’abbandono. Un abbandono che è in ogni caso un costo per le amministrazioni che spendono costantemente per chiudere e bonificare.

Le politiche di alienazione e abbandono del patrimonio pubblico danneggiano quindi la comunità su tre livelli: gli spazi rimangono chiusi e inaccessibili, gli interventi necessari vengono ritardati negli anni o non effettuati, si paga con risorse pubbliche la “manutenzione dell’abbandono”.

Le amministrazioni sono proprio sicure che la cittadinanza voglia perdere tutto questo patrimonio fino ad oggi pubblico?

La proposta del Municipio dei Beni Comuni è di invertire questa tendenza: togliere gli immobili dal piano delle alienazioni, renderli immediatamente accessibili alla cittadinanza che potrebbe usufruirne e avere risposte immediate sul piano sociale, contribuire al contempo alla manutenzione e alla rivalorizzazione degli immobili con conseguente riduzione di spesa per l’amministrazione. In questo modo si arresterebbe anche la perdita di valore del patrimonio pubblico sia in senso quantitativo di metrature (che di anno in anno diventano proprietà privata), sia evitando la perdita di valore a causa dell’abbandono.

Pisa, 29 Ottobre 2016

Municipio dei Beni Comuni>>

Per chi volesse approfondire il dossier è scaricabile a questo link.

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Olimpiadi: ragioni di un si o un no. Un approfondimento.

7 ottobre 2016

secondo-incontro-caudoSecondo incontro con il prof. Giovanni Caudo ex assessore all’Urbanistica dell’Amministrazione Marino sfiduciata presso lo studio di un notaio nell’ottobre 2015.

Le Olimpiadi sono state il tema del colloquio di mercoledi 28 settembre, presso l’aula magna della facoltà di architettura di Roma Tre in via Madonna dei Monti.

Un metodo nuovo, aldilà delle semplificazioni e delle ideologie aprioristiche, ha caratterizzato l’incontro. In sintesi:

a) perché SI, perché NO; b) come si costruisce una candidatura alle Olimpiadi; c) valutazione costi-benefici non solo per la costruzione dell’evento sportivo ma anche e soprattutto per il dopo evento-sportivo; d) capacità di dare continuità urbanistica e sociale alle opere delle Olimpiadi per riconoscere la loro sostenibilità ambientale e la loro possibilità di restare in vita con politiche di gestione e manutenzione fattibili e sostenibili sul piano tecnico-finanziario e) riqualificare e rigenerare luoghi urbani per creare attività lavorative tecnologicamente avanzate capaci di offrire occupazione qualificata.

La Città deve saper progettare con le energie positive ed innovative che produce al suo interno e deve essere progettata con opere funzionali al suo sviluppo sostenibile capaci di produrre dopo le Olimpiadi attività ad alto valore aggiunto.

Per risollevare l’asfittica economia romana incentrata sulla rendita immobiliare e finanziaria e su un terziario di basso livello non basta lo shock delle Olimpiadi ma occorre una strategia di largo respiro e di alto orizzonte.

E’ stata questa la filosofia di approccio con la quale il Comitato per la candidatura di Roma 2024 ha inviato al CIO (Comitato Internazionale Olimpico) nel febbraio 2016 il suo dossier Olimpiadi?

Sembra proprio di no, e non era sembrato neanche all’ex Sindaco Marino quando già dall’aprile 2015, mentre il CONI (Comitato Olimpico Nazionale Italiano) sceglie capitani di lungo corso e di innegabile prestigio capaci di fare lobbing come Luca Cordero di Montezemolo, nomina come consulente straordinario per Roma 2024 l’ingegnere catalano Enric Truno y Lagares che si era già occupato dei Giochi di Barcellona nel 1992 che avevano rigenerato quella città proiettandola nel futuro.  L’intenzione condivisa dal sindaco Marino era quella di coinvolgere le associazioni civiche, i sindacati, i cittadini tutti per dare corpo ad un’idea di Olimpiade portatrice di una trasformazione urbana al servizio dei quartieri soprattutto periferici.

Con questo spirito il 25 giugno 2015  viene  approvata in Aula Giulio Cesare  la “Mozione  sulla candidatura dì Roma ai XXXIII Giochi Olimpici e ai XVII Giochi Paralimpici del 2024” e il 15 luglio 2015 Il sindaco Ignazio Marino e l’Assessore all’Urbanistica Giovanni Caudo vanno a sostenere presso il CIO a Losanna la candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024.

L’11 settembre 2015 Roma presenta ufficialmente la candidatura.

Leggiamo sul sito www.carteinregola.it:

Dopo una lunga riunione – si apprenderà alquanto animata – vengono pubblicati due comunicati:  sul sito del     CONI si afferma che è stata “verificata la possibilità di collocare il Villaggio Olimpico nell’area di Tor Vergata dove saranno realizzati nuovi impianti sportivi e completate le strutture esistenti. Un intervento che richiederà un progetto di collegamento con metropolitana tra l’area e il resto della città”;

 sul sito del Comune invece si parla  dell’area di Tor Vergata solo per ” costruire i nuovi impianti sportivi  e completare le strutture già esistenti come le Vele incompiute di Calatrava dei Mondiali di nuoto: un intervento, questo, che richiede un progetto di collegamento con metropolitana tra l’area e il resto della città“, mentre per i ” progetti di trasformazione urbana da mettere in campo per l’appuntamento olimpico” si intende  “partire dalla nascita di un parco fluviale del Tevere a nord di Roma ”   senza specificare ulteriormente il luogo della realizzazione del Villaggio Olimpico.   Il quotidiano Il Messaggero dà invece per scontata la localizzazione del Villaggio Olimpicoa Tor Vergata,  pubblicando addirittura    un rendering e riferendo che nel corso della riunione è stata sconfitta l’ipotesi elaborata dal Comune e dall’Assessore Caudo, che prevedeva la realizzazione del villaggio con un’operazione di rigenerazione urbana nell’area tra la Salaria e la Flaminia, zona Roma Nord, dove sorge l’areoporto dell’Urbe. La localizzazione tra il VI e il VII Municipio in parte sull’area dell’Università , sponsorizzata da Montezemolo e Malagò, secondo il quotidiano risponde  maggiormente alle caratteristiche necessarie per ottenere la vittoria, anche se non sono ancora  stati resi pubblici nè  i criteri imposti dal CIO, nè i progetti presi in considerazione, con le relative ricadute  – positive e negative – sulla città.

L’ipotesi Villaggio Olimpico a Tor Vergata, tuttavia, non è una novità: infatti già nel 1997, quando si pensava alla candidatura di Roma alle Olimpiadi 2004, si dava per scontato che il Villaggio Olimpico sorgesse proprio lì.

La localizzazione prevista dal sindaco Marino e dall’assessore Caudo per il Villaggio Olimpico – sarà in seguito precisato – sorgerà nell’area tra Salaria e Flaminia, con un’operazione di rigenerazione urbana nell’ex areoporto dell’Urbe, che, dopo le Olimpiadi,  sarebbe diventata  la  nuova città giudiziaria, accanto a un grande parco fluviale da restituire alla cittadinanza.

Le differenti concezioni urbanistiche che sottendono le scelte della localizzazione del Villaggio Olimpico rispondono alla domanda che ci dobbiamo fare quando diamo il nostro giudizio sulle Olimpiadi a Roma. Sono concezioni opposte ed inconciliabili.

Da una parte una scelta, quella di Tor Vergata del CONI, carente sul piano urbanistico, trasportistico e sulla destinazione d’uso futura con i suoi 17.000 posti letto distribuiti in appartamenti di grande metratura in un quadrante già gravato dalle cubature previste dal PRG per la vicina Centralità della Romanina e già depauperato dai collegamenti del ferro di superficie capaci di unire Tor Vergata e la stessa Romanina con le linee A e C della metropolitana.

Inoltre per realizzare il Villaggio Olimpico a Tor Vergata ci sarebbe stato bisogno di una variante al PRG per trasformare quell’area da verde pubblico ad edificabile.

Ma il problema non sarebbe stato certamente questo visto che anche per altre localizzazioni ci sarebbe stato bisogno di una variante.

I terreni di Tor Vergata sono stati espropriati e conferiti all’Università ai fini esclusivamente universitari. Trasformare il corposo volume edilizio in campus universitario dopo le Olimpiadi avrebbe prodotto un’offerta di residenze per studenti nettamente sproporzionata rispetto alla domanda.

Tor Vergata è molto lontana dal polo Stadio Olimpico-Foro Italico dove, secondo la classificazione del CIO, verranno assegnate più medaglie. Certamente non è da prendere in considerazione la proposta della realizzazione di una sorta di corsia preferenziale chiamata “corsia olimpica” che avrebbe dovuto tracciare tutte le strade (GRA compreso) che uniscono i due luoghi con le prevedibili ripercussioni quotidiane sul traffico di mezza Roma per gli spostamenti a rotazione di 17.000 atleti.

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Leggiamo ancora sul sito www.carteinregola.it:

Il 14 giugno 2016  sul Messaggero appare un comunicato  in cui il gruppo Caltagirone  annuncia una querela in seguito a   un servizio televisivo andato in onda  su La7 il 3 giugno, in cui l’ex assessore all’urbanistica Giovanni Caudo e l’assessore all’urbanistica in pectore Paolo Berdini commentavano la scelta del Comitato Promotore Roma 2024 di realizzare il Villaggio olimpico a Tor Vergata. Nel comunicato,  si specifica che “La società Vianini Lavori del Gruppo Caltagirone, insieme ad altre 9 imprese di costruzioni (e quindi senza alcuna esclusiva), è concessionaria dei lavori per l’Università. Ciò a seguito di gara europea vinta nel lontano 1987. La quota di Vianini Lavori nel Raggruppamento Temporaneo di Imprese è di circa il 33%.”. 

L’altra scelta, quella del Sindaco Marino e dell’assessore Caudo della localizzazione del Villaggio Olimpico nell’area Nord, si innesta all’interno di un recupero dell’Ambito Strategico Tevere previsto dal PRG vigente raccogliendo lungo il suo corso nord una serie di altre localizzazioni di impianti sportivi come continuazione delle Olimpiadi del 1960, di altri edifici ed aree di rilievo urbanistico, sociale e produttivo e di reti infrastrutturali esistenti.

Su questa inconciliabile diversità di vedute e di orizzonti si consumò la rottura tra Marino/Caudo ed il CONI di Malagò e Montezemolo.

Dunque basterebbe tutto questo per rispondere con cognizione di causa alla domanda iniziale. Oggi non si sarebbe dovuto dare un NO pregiudiziale o legato a paure di ruberie e di appalti truccati, ma un NO basato su questo genere di considerazioni.

Sulla questione dello Stadio del Nuoto e delle Vele di Calatrava riportiamo ancora un brano tratto dal sito www.carteinregola.it:

Nel 2005 viene  avviato il progetto della Città dello sport  dall’allora   sindaco  Walter Veltroni. Il costo previsto per la realizzazione  è di 60 milioni di euro, che diventano 120 milioni già all’atto dell’assegnazione dei lavori tramite gara d’appalto, vinta dalla Vianini Lavori del gruppo Caltagirone; la gestione dei fondi è  affidata alla Protezione Civile di Guido Bertolaso, che chiama Angelo Balducci per la gestione dei capitali. Tra il 2006 e il 2007, pur non avanzando i lavori, i costi di costruzione raddoppiano, 240 milioni di euro. Alla fine  i mondiali di nuoto non si disputeranno a Tor Vergata, in quanto la struttura non avrebbe potuto essere completata in tempo, e si opta per il Foro Italico, già utilizzato per i Campionati mondiali di nuoto 1994. Le Vele restano incomplete e inutilizzabili, la  cifra stimata per il completamente lavori è di 660 milioni di euro, 11 volte il prezzo iniziale (da wikipedia).

Anche per le vele di Calatrava il progetto del Comune era diverso da quello pensato dal CONI.

Nel novembre 2014 Calatrava consegnò al Comune un progetto di riuso delle Vele con una a destinazione Città della Scienza per l’Università di Tor Vergata.

Ritornando al dossier Olimpiadi presentato dal comitato per la candidatura di Roma 2024 al CIO nel febbraio 2016 (tutto in inglese senza copie tradotte in italiano) è stato ricordato che la metà del budget (1,7 miliardi di euro) previsto per tutti i Giochi va a Tor Vergata ma nella Città dello Sport non viene nominata la piscina dello Stadio del nuoto che rimane così indefinita.

La cifra è talmente spropositata rispetto alle effettive località di svolgimento delle gare (misurate dal CIO in medaglie assegnate) che il fatto si commenta da solo.

Sono stati inoltre fatti gli esempi di Parigi che si sta preparando al rush finale e di Londra e Barcellona che hanno trasformato in sviluppo urbano ed in opere utili alla città gli impianti sportivi, gli edifici e le infrastrutture costruite per i Giochi Olimpici.

Quindi, secondo Giovanni Caudo, il parametro di misura dell’efficacia di un’operazione Olimpiadi deve essere questo e non l’aumento rispetto al budget iniziale.

A patto che l’aumento del budget corrisponda ad un investimento capace di produrre benefici nel tempo.

A Londra nel 2012 il budget è aumentato del 101% e a Barcellona nel 1992 addirittura del 417% ma le città si sono trasformate e rigenerate. Ad Atene nel 2004 “solo” del 60% ma il bilancio della Grecia è andato a picco.

Siamo usciti alle 20 con la consapevolezza di aver le idee un po’ più chiare anche grazie agli altri interventi che si sono aggiunti a quello principale dell’ex assessore Caudo, come quelli del Censis, del giornalista della Gazzetta dello Sport, di docenti di Economia e di Architettura e dell’ex consigliere e presidente del Partito Radicale Riccardo Magi che ha ricordato le vicende e le ragioni del mancato Referendum sulle Olimpiadi.

Paolo Gelsomini è un architetto, membro di Carteinregola e portavoce del Coordinamento Residenti Città Storica.