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CALL 100 parole: “COSA FARÀ L’ARCHITETTO NEL POST-COVID?”- Riflessioni di Carla Iuliano

26 Maggio 2020

Copertina: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? – Paul Gauguin, 1897,  MFA di Boston.

Nel mondo pre-covid dai balconi ci affacciavamo e spesso quello che vedevamo era una distesa di cemento. Nel mondo pre-covid molte persone morivano per i fumi tossici, la fame mondiale aumentava sempre più, il cambiamento climatico metteva in ginocchio le economie più povere e costringeva molte persone ad aggrapparsi alla speranza. Nel mondo pre-covid, io scrivevo da una città la cui speculazione edilizia degli anni 70-80, era stata incurante del benessere cittadino.

Cosa è cambiato? Nulla, però qualcosa è successo: se mi affaccio dal balcone, posso vedere le facce delle persone che si cercano e che tentano, con i propri gesti, di avere cura di sé e degli altri. L’architettura deve essere architettura della cura. Che senso ha desiderare un mondo che sia “guarito” dal covid, ma sia poi ancora afflitto da tutti i mali che hanno segnato il nostro passato? Desiderare un mondo che sia solo post-covid è un lusso che non ci possiamo permettere.

L’architettura post-covid, deve essere post-insostenibilità, post-ineguaglianze, post-velocità speculativa, deve essere inclusiva, occasione per confrontarci sui nostri modi di vivere. L’architettura può essere un modello che rifiuta l’inefficienza della velocità consumistica, della speculazione, del successo. La meditazione sullo spazio non deve riguardare più solo grandi edifici posti ai pubblici riflettori in nome di un linguaggio tutto autoreferenziale. L’architetto ha il compito di portare avanti una riflessione che si soffermi sulla percezione degli spazi cittadini, su come noi tutti – in quanto società, senza lasciare nessuno indietro- li viviamo, su come ci muoviamo in essi, su come essi influenzino il nostro benessere, su cosa essi ci trasmettono. Questo significherebbe progettare davvero un mondo più sano, più umano.

Testo di: Carla Iuliano
Immagine suggerita da: Carla Iuliano
Editing: Giulia Gandin

 

IL TEMA DELLA CICLABILITA’ NELLA CAPITALE. [Post Covid-19]

19 Maggio 2020

Il tema della mobilità ciclabile nella capitale è stato uno dei cavalli di battaglia della fase amministrativa che si succedette a Roma a partire dalla fine degli anni ’80.
La prima infrastruttura di questo tipo ad alto valore trasportistico fu la cosiddetta “Regina Ciclorum”, l’asse ciclopedonale che attualmente si snoda sulla sponda destra del Tevere, compreso nel Grande Raccordo Anulare, tra Labaro e Mezzocamino.

Realizzato per gli eventi dei mondiali del 1990, la pista si è poi dimostrata importante nel suo tratto urbano all’interno della città, per gli spostamenti da parte dei cittadini che hanno scelto questa forma di trasporto ecosostenibile.
Il tema, successivamente, comincia ad avere carattere di maggiore impegno politico a partire dagli anni ’90 in concomitanza con l’elezione diretta del Sindaco. il sindaco Francesco Rutelli porrà infatti la mobilità ciclabile all’interno dei primi punti della sua agenda di governo. Questo impegno, durante i due mandati, vedrà la realizzazione di due importanti piste ciclabili, nel quartiere Prati: la ciclabile lungo Viale Angelico e quella su Viale delle Milizie, fino a Piazza Cavour.

Dal punto di vista architettonico-progettuale, ci interessano perché queste infrastrutture sono, ad oggi, quelle progettate con maggiori dettagli e in linea con le caratteristiche che dovrebbero avere tali infrastrutture, ovvero:
Sede propria riservata alle sole biciclette, non in comunione con i pedoni
Delimitazioni fisiche della pista attraverso l’uso di cordoli divisori fissi, realizzati in materiale durevole.
Presenza di fondo apposito, assenza di caditoie e tombini lungo il percorso.
Progettazione strutturata per le bici, con assi rettilinei e raggi di curvature appositamente elaborati.
Impostazione atta a creare una “rete” di ciclabilità interconnessa, la volontà di arrivare in punti sensibili del nodo trasportistico locale (esempio, la fermata metro di Ottaviano della Linea A).
Questa premessa avrebbe potuto essere la base per un effetto a ragnatela in grado di poter, gradualmente, aumentare la portata delle infrastrutture ciclabili al fine di avere una realtà similare a quella di altre capitali o città europee.
Nel corso degli ultimi anni, infatti, diverse municipalità, non solo dell’Europa occidentale, si sono iniziate a dotare di infrastrutture per la cosiddetta “mobilità dolce”.


Gli effetti positivi di questa mobilità sono da ricercarsi in una maggiore velocità di spostamento, soprattutto nelle aree centrali della città, connessa ad una corretta attività fisica che permette alla popolazione di mantenersi attiva e senza dover ricorrere, nel lungo periodo, all’assistenza da parte del Servizio Sanitario Nazionale. Con evidenti vantaggi da parte dello Stato Centrale.

All’attualità, però, la situazione ciclabile di Roma non versa in condizioni ottimali. Al momento dell’insediatura dell’attuale amministrazione presieduta dal Sindaco Virginia Raggi, infatti, la città era provvista di una rete ciclabile stimata in circa 260 Km (fonte: sito comune di Roma Capitale), tale dimensione, comunque, era costituita in gran parte di percorsi all’interno di aree verdi e parchi, non strutturati per essere degli assi trasportistici di mobilità urbana vera e propria.


All’interno del mandato sin qui fatto (4 anni a giugno), la giunta ha eseguito in forma compiuta soltanto tre interventi: il sottopasso di Santa Bibiana (0,2km), la ciclabile Nomentana (circa 4Km), la ciclabile Tuscolana (circa 5Km divisi in due tronchi di 2,5Km lato strada) e la ciclabile Prenestina per altri 2,5Km circa. Per un totale di appena 12 km.
Alcune cose sono indubbiamente positive, ma andrebbe implementata la progettazione, poiché allo stato attuale la realizzazione avviene (anche nella fase di sperimentazione delle c.d. “ciclabili transitorie”), attraverso interventi spot e non collegati tra loro ed in assenza di un vero progetto unitario, seppur questo avanzato dalla popolazione attraverso il PUMS. Il Piano della Mobilità Sostenibile.

Adesso, a seguito dell’emergenza Covid19, il Municipio (dietro richiesta del Ministero dell’Interno) si è dotato di un Piano Strategico per la ciclabilità che ha espresso l’intenzione di realizzare, entro l’anno, circa 150Km di nuove ciclabili di emergenza, in forma di bike lane a bordo strada.


Immediatamente sono state appaltate circa 25Km, iniziate con la nuova bike lane in che per 3,8km si snoda da piazza Cina a viale Egeo. Una prima valutazione di questo asse, però, denota una serie di criticità che non sono nuove nel tema delle politiche urbane su questo tema, la nuova bike lane, infatti:
Non parte e non arriva in nessun punto strategico a livello trasportistico (è vero che se ne aggiungeranno altre, ma non subito e perché cominciare da questa?).
Non attraversa nessun ufficio pubblico o municipio, eccezion fatta per una sede ACI.
L’unico punto trasportisticamente rilevante è la vicinanza con la fermata Tor di Valle, alla quale connettersi per andare eventualmente in centro ma non sembrerebbe oggetto di una connessione. Le fermate della linea B sono lontane e bisogna arrivarci poi in situazioni di pericolo.
Per la popolazione residente al Torrino che volesse recarsi al lavoro in bici e andare con la metro ciò non è agevole, in quanto manca una connessione con la metro B (Eur Magliana o Eur Palasport).
Al netto delle buone intenzioni, è da domandarsi chi si metterà davvero in questa ciclabile? Per andare dove? Gli altri assi non sono diversi da tali impostazioni, ad ogni modo non dobbiamo essere disfattisti, aspettiamo di vedere gli altri 146Km promessi e poi faremo una valutazione magari più approfondita.

 

 

 

 

 

Credts

Tutte le foto sono di  Carlo Ragaglini:

Foto 1: tratto della ciclabile di Roma in Viale delle Milizie, stato della manutenzione.
Foto 2: piste realizzate dall’amministrazione Raggi (fonte Salvaciclisti Roma)
Foto 3: piste da realizzarsi nel primo intervento post Covid19 (fonte Salvaciclisti Roma)
Foto 4-5: città di Sofia (BULGARIA) nuovi stalli in metropolitana per le biciclette e tratto di ciclabile all’interno del centro cittadino
Foto 6: città di Bucarest (ROMANIA) nuova pista ciclabile in Calea Victorei.
Foto 7: rastrelliere nel centro cittadino
Foto 8: città di San Sebastian (SPAGNA) pista all’interno della città

Ripensare lo spazio abitativo, ORA!

27 Aprile 2020

Probabilmente il Presidente Conte quando ha nominato il Comitato di esperti per progettare la cosiddetta “fase 2” dell’emergenza legata al coronavirus avrà avuto un suo buon motivo per escludere gli architetti. Avrà pensato anche lui fossero troppo impegnati col proprio progetto, a lasciare il segno, a emergere; quando sarebbe più urgente una collaborazione per definire un meta-progetto, cioè una filosofia e una strategia generale.

Gli architetti, nonostante in qualche modo ci siano rimasti male pur senza risentimento, stanno provando a offrire idee e contributi volontari, in ordine sparso, sulle priorità della ricostruzione: perché dalle archistar agli archiebasta, tutti abbiamo un’idea in merito. Per primo è stato Fuksas a reagire, rivolgendosi direttamente a Mattarella per raccomandarsi alla task force per l’abitazione del futuro, un luogo sicuro e autosufficiente, con spazi per lo smart working, il fitness e un modulo di pronto soccorso salvavita.

Poi Stefano Boeri, proponendo un grande progetto nazionale di riqualificazione di paesi e piccoli centri abbandonati, immaginando (o per stimolare) un controesodo verso stili di vita più naturali. Sempre Boeri si dà appuntamento con Cino Zucchi per ripensare insieme gli spazi di lavoro e di abitazione post Covid-19, per una nuova fruibilità e convivialità. Massimo Alvisi per l’Ordine di Roma immagina città e edifici pubblici post Covid-19 più ecologici e tecnologici, sensibili alle condizioni di salute dei cittadini.

Ci mette un po’ ma arriva anche il commento basito del Consiglio Nazionale: “È quantomeno singolare che gli architetti non vengano coinvolti in una fase drammatica della vita del Paese in cui si riflette sulla ricostruzione di un modo di vivere diverso, in cui la dimensione spaziale della nostra esistenza assume un ruolo prioritario, finanche di sopravvivenza”.

È inaccettabile che gli architetti non abbiamo un ruolo riconosciuto nella delineazione del disegno strategico di quel che è prioritario, giusto e utile fare per il nostro Paese: perché la crisi, la pandemia, la paura si traducano in una possibilità e non rimangano nel nostro tessuto sociale solo come una ferita. Un trauma senza risposta”. E nell’attesa dello sperato confronto con il Governo, cerca di redigere una bozza di linee guida per una rivalutazione del modo di progettare. Di conseguenza, anche gli Ordini provinciali si stanno muovendo liberamente, proponendo ricette alle amministrazioni locali sulla ripartenza post COVID-19.

A mio parere, l’emergenza sanitaria può essere un’occasione unica per cambiare in meglio i nostri stili di vita (avremmo potuto e dovuto farlo prima? Sicuramente); e per agire sullo spazio abitativo, che ha bisogno di un ripensamento o di un alleggerimento, secondo processi di riduzione della densificazione e la dotazione di spazi privati all’aperto, come un sano ritorno alle tipologie del passato con cortili, giardini, terrazze, ecc. Dare la giusta importanza allo spazio pubblico, non solo per la dimensione connessa al distanziamento sociale, sarebbe vitale anche solo per l’emergenza climatica (permeabilità dei suoli e drenaggio, soluzioni per ridurre l’isola di calore e per la compensazione della CO2, ecc.), per la prevenzione sismica e la sicurezza generale delle città, specie dei centri storici ad alta densità edilizia senza vie di fuga – per questo non dobbiamo dimenticare che l’Italia è uno dei paesi a maggiore rischio sismico del Mediterraneo, a causa della sua particolare posizione geografica, nella zona di convergenza tra la zolla africana e quella eurasiatica. L’importante è che questa emergenza ci faccia cambiare approccio, impostare il progetto sulla prevenzione e non solo sull’intervento dopo la catastrofe.

Testo di: Santo Marra
Foto di: Giulio Paolo Calcaprina
Editing di: Giulio Paolo Calcaprina

IL RUOLO DELL’ARCHITETTURA [Post Covid-19]

16 Aprile 2020

A seguito della pubblicazione delle nostre linee programmatiche per il post-Covid-19 rilanciamo questo interessante articolo di Raffaella Matocci pubblicato il 15 aprile 2020 su Diatomea.

Copertina: Visiera protettiva ©Aaron Hargreaves / Foster + Partners

Da tempo il ruolo dell’architettura si è andato man mano restringendo verso direzioni considerate poco credibili se non, addirittura, superflue. Schiacciata dalla continua pressione economica, la categoria professionale degli architetti sta soffrendo un depauperamento del proprio ruolo in un contesto così ampio che va dal design di interni alla progettazione urbana a grande scala.

Perché sia accaduto questo non è chiaro. Si potrebbe pensare alla continua e silenziosa perdita di idee in chiave progettuale o anche all’estrema velocità del tempo di trasmissione dei dati che fa sì che un prodotto diventi obsoleto dopo soli due anni e che si vadano sempre ricercando isolati fenomeni spettacolari a discapito di un’architettura intesa come organizzazione umana, come capacità di fruizione da parte del cittadino, come dialogo, come supporto alle condizioni di vita e di lavoro dei singoli.

Il tema dell’ultima Biennale di Architettura 2018 è stato Freespace e, dalla visita dei Padiglioni, è emerso chiaramente che la tendenza dell’architettura oggi sia quella di concentrare l’attenzione sulla qualità dello spazio generato da opere costruite o non costruite, materiali o immateriali, tutte, comunque, rivolte a riconsiderare l’Oggetto costruito non più come una scatola chiusa bensì come uno sfondo che regola ed agisce sulla dimensione urbana in cui si inserisce. Basti pensare a City Life a Milano in cui gli “Oggetti” vanno al di là del progetto stesso che li ha generati e fanno da sfondo alla partecipazione attiva della comunità promuovendo l’incontro e definendo la forma del luogo in cui sono inseriti. Penso alle parole dell’architetto Gio Ponti che, nel suo libro Amate l’Architettura, parla dei grattacieli di Mies van der Rohe a Chicaco (che lui chiama “blocchi”) come dei “meravigliosi cristalli ad elementi ripetuti che possono essere sublime ingegneria. L’architettura è nella loro composizione che determina una figura finita, immodificabile”


Mies van der Rohe, Lake Shore Drive Apartment Buildings, Chicago © 2020 Artists Rights Society (ARS), New York / VG Bild-Kunst, Bonn. Fonte www.MoMA.org

Sembra fuori contesto in questo momento storico parlare di Freespace, di luoghi di incontro, di invito alla socializzazione, di immodificabilità della forma, di promozione dell’interconnessione tra le persone. In una certa misura lo è, e lo è in quella in cui forse è arrivato il momento di capire che noi professionisti dobbiamo rientrare nell’Oggetto e dobbiamo rioccuparci dell’Architettura con un approccio che “aderisca alla legge del mutamento e privilegi gli spazi interni” come ci insegna Bruno Zevi, dove un approccio inorganico e classicista che parte da schemi e volumetrie prefissate, lasci il posto a una visione dell’Architettura che “rispettando e potenziando l’individuo, stimoli il pluralismo”.

Perché, se da una parte è insindacabile che l’architettura si occupi di dare forma ai luoghi in cui viviamo, è altrettanto certo che sia essa stessa uno strumento sociale, un mezzo che si interpone tra l’agire privato e le relative conseguenze pubbliche e lo fa a cominciare dall’Oggetto stesso che, per primo, deve rispondere alle necessità del singolo e della collettività.

RITROVARE IL PROPRIO RUOLO

Gli architetti, ma non solo, tutti i professionisti che hanno a che fare con la progettazione sono chiamati in questo momento storico di emergenza pandemica a ritrovare il proprio ruolo e a riflettere su quello che sta accadendo. Se c’è un aspetto fondamentale, in questa situazione di emergenza e di isolamento in cui il mondo intero versa in questi mesi, è quello di saper cogliere quanto ci si debba mettere in discussione e quanto si possa fare per dare al progetto la capacità di affrontare in maniera seria i problemi logistici a cui ci siamo trovati di fronte. In questo senso il ruolo dell’architettura ha modo di riacquistare il valore che ha sempre avuto e cioè quello di delineare e regolare il complesso rapporto tra l’idea e l’etica, tra la bellezza e la funzionalità, tra la forma e lo spazio, tra la struttura e la funzione. Leggo molti articoli riguardanti il lavoro dell’architetto ai tempi della quarantena ma, al di là di tutto, ricordiamoci che siamo inseriti in un mondo in cui la digitalizzazione ha mosso i suoi passi ormai più di venti anni fa e nel quale ci siamo piegati prima, e adattati dopo, nello sfruttamento massimo dei sistemi di aggiornamento. Io direi di cominciare a parlare di quello che sarà il lavoro dell’architetto post Covid-19, di quanto cambieranno le abitudini delle persone e di quanto sarà necessario leggere, in prospettiva, le odierne attuazioni che non solo tarderanno a scomparire, ma regoleranno le future interconnessioni sociali.

Quello di cui parlo è ripensare alle diverse forma di socialità e di controllo della stessa, al rapporto che cambierà tra il pubblico e il privato, alla scoperta, ri-scoperta e ri-adattabilità degli spazi. Le dinamiche degli spazi comuni cambiano quando il contatto tra le persone è negato e la realtà a cui siamo sottoposti richiederà un ripensamento della rigenerazione dei luoghi sia sotto il profilo urbano sia sotto quello di fruizione dell’Oggetto. Partendo dalla condizione di isolamento, la prima casa, il luogo che per molti di noi ha avuto un ruolo di appoggio quasi fugace dopo intere giornate passate fuori al lavoro, in linea con questi anni di accelerazione ed estrema mobilità, assumerà una nuova attenzione in termini di vivibilità degli spazi che per molti diventeranno multiuso grazie allo sviluppo dello smart working. I servizi scolastici necessiteranno di nuovi investimenti per le infrastrutture digitali in modo da rendere possibile un adattamento in accessibilità. Molte delle strutture monofunzionali dovranno essere ripensate e riutilizzate in vista di un approccio alla funzione che sia mutevole e mutante. Le strutture ristorative, quali bar, ristoranti e tutte quelle di aggregazione sociale, lì dove la “shut-in-economy” (ossia l’economia al chiuso) non sarà sufficiente a garantire un volume di affari proporzionato ai costi di gestione del locale e del personale, vedranno una riprogettazione dello spazio pubblico pensato per un numero limitato di persone   e saranno regolate da norme igienico-sanitarie più restrittive che dovranno tenere conto di zone filtro tra quelle di servizio e quelle dei clienti. Il fermo della mobilità ci ha posto di fronte alla riappropriazione da parte della natura di luoghi che le erano stati negati dall’uomo; di contro, sta dimostrando che non è influente sul tasso di inquinamento che ancora si sta registrando nelle principali città, come Roma e Milano, e che a fare la differenza sono le temperature ancora basse che richiedono l’utilizzo degli impianti di riscaldamento. Non solo, consideriamo che gli stessi edifici rappresentano un potenziale elevatissimo nel raggiungimento degli obiettivi di contrasto al cambiamento climatico, è bene che una volta per tutte sia chiaro che l’architettura ha una grande responsabilità in merito e che è arrivato il momento che gli investimenti siano rivolti all’utilizzo di materiali e tecnologie adeguate al raggiungimento dell’abbattimento delle emissioni di CO2 .

L’architettura dovrà far fronte a tutte queste necessità, dovrà rivedere le priorità e ripensare alle soluzioni.

IL TEMA DELLA CITTÀ. UNA NUOVA GESTIONE DEI PROGETTI TERRITORIALI

Se da una parte è vero che viviamo in ambienti più ricchi di “dati aperti”, i cosiddetti data urban, frutto di una tendenza all’urbanizzazione sempre più diffusa nel mondo, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, come l’Africa e l’Asia, è altrettanto vero che “la città che dopo mezzo secolo di accuse e critiche era stata rivalutata come luogo primario della nostra evoluzione, sembra non essere più il contenitore adatto per la gestione strategica di progetti territoriali complessi” – dice Giacomo Biraghi, esperto internazionale di strategie urbane. La città andrà ripensata non solo sulla base delle visualizzazioni interattive, che rivelano come le metropoli si comportano e come le persone interagiscono con l’ambiente urbano in cui vivono, o del concetto di “Smart City”, incentrato sull’efficienza e le prestazioni ottimali legate ad essa, perché le azioni umane non sempre sono quantificabili e prevedibili; senza alcuna demonizzazione in merito, ritengo che nessuna tecnologia intelligente sia in grado di valutare gli effetti sociali della cultura e della politica, né valutare l’importanza dell’impegno civico ed etico delle persone, tantomeno in questo momento, in cui l’effetto sociale della pandemia cambierà in maniera importante il modo del vivere comune. Quello che si dovrà progettare nel potenziamento, invece, sono le aree esterne alle città, di cui molte, ad oggi, non dispongono neanche di una connessione Wi-Fi stabile.

La gestione dei progetti territoriali dovrà interessare soprattutto la mobilità, il monitoraggio e il ripristino di tutte le infrastrutture a supporto della stessa, magari studiata per appoggiarsi maggiormente alle fonti rinnovabili”- dice Stefano Boeri.

Tirana Green City, proposta dal gruppo composto da Stefano Boeri Architetti, UNLAB e IND; TR030 si compone di tre contenitori: un Affresco metropolitano fondato su dieci grandi temi (biodiversità, policentrismo, sapere diffuso, mobilità, acqua, geopolitica, turismo, accessibilità, agricoltura, energia); un Atlante composto da tredici progetti strategici concretamente collocati nel territorio; una Carta di regole elaborate intorno a cinque sistemi metabolici (natura, infrastruttura, città, agricoltura, acqua). Fonte www.abitare.it

Le statistiche degli ultimi giorni dicono che nell’immediato post coronavirus, quando la quarantena sarà finita, non ci sarà una repentina ripresa delle attività legate al tempo libero e, dal punto di vista economico, questo sarà un problema per le imprese. Solo il 3% degli intervistati ritiene plausibile l’idea di viaggiare all’Estero a breve termine, se non costretti dal lavoro, e questo in prospettiva potrà essere letto come una possibilità di potenziamento della rete di collegamento tra le varie Regioni d’Italia, delle loro strutture ricettive, degli interventi integrati per la crescita e l’interconnessione tra esse. Dedichiamoci a ricostruire i territori, ripartiamo da lì.

LA PROGETTAZIONE DEGLI EDIFICI

Gli edifici sono responsabili del 36% di tutte le emissioni, del 40% di energia, del 50% di estrazione di materie prime nelle Ue, del 21% del consumo di acqua”, dichiara la GBC Green Building Council Italia nel cui Manifesto pone in evidenza il peso che il settore delle costruzioni ha nelle emissioni di CO2 . Dal momento che l’Europa è impegnata concretamente a rendere l’impatto ambientale pari a zero, è bene che il New Green Deal, il nuovo patto verde, sia il punto di partenza per fare in modo che gli obiettivi energetico-ambientali si integrino con quelli economici-sociali. In Italia abbiamo bisogno di monitorare le prestazioni degli edifici e di adottare un protocollo energetico ambientale che detti delle regole e che sia assolutamente alla base delle nuove progettazioni e del riutilizzo delle esistenti. L’architettura ha bisogno di potenziare la cultura dell’efficienza, della sostenibilità, della gestione circolare dei materiali, dei componenti, del cambiamento e delle trasformazioni climatiche.
L’architettura ha un ruolo sociale e sociologico e quando l’architettura crea l’Oggetto, disegna il luogo, dà un contributo all’ambiente e fa contemporaneamente qualcosa per le persone, allora l’architettura ha trovato la propria essenza, l’espressione evoluta per cui è nata, il proprio ruolo.

Racconta David Chipperfield, nuovo Guest Editor di Domus per l’anno 2020, dopo aver incontrato Renzo Piano nel suo studio a Parigi: “L’interesse per le prestazioni, la tecnologia e la costruzione non è fine a se stesso. Piano ha sempre considerato il ruolo sociale dell’architettura come sua ragione d’essere”.

Fare architettura significa costruire edifici che respirano, che non consumano troppa energia, anzi, che vivono in simbiosi con l’ambiente. Siamo di fronte ad una nuova frontiera espressiva del progetto. Fatta di leggerezza, trasparenza e sensibilità” – dice lo stesso Renzo Piano in un’intervista al Corriere della Sera.

RIENTRARE NELL’OGGETTO

Tanti sono gli edifici di cui si potrebbe parlare, ma visto il momento che stiamo vivendo, parto dal tema della sanità e nello specifico dal tema degli ospedali. In questi giorni sono state tante le persone a cui ho sentito dire che il problema più grande dell’emergenza sanitaria è costituita dagli enormi tagli alla sanità che il Governo ha fatto negli ultimi venti anni. È innegabile che sia così ma non credo che sia questo il problema del collasso delle strutture sanitarie. Nessuno poteva prevedere una pandemia del genere e nessun Paese sarà in grado di gestire dei numeri così alti con le sole forze che hanno regolato, fino ad oggi, le dinamiche quotidiane in fase di “normalità”. Quello che può cambiare, invece, in assenza di un numero elevato di terapie intensive, è la riorganizzazione interna dello spazio ospedaliero in cui le sale possano assurgere a diversi tipi di trattamento in base alle necessità.

Converto in idee progettuali un’interessante intervista che Mario Cucinella ha rilasciato al Sole 24ore: gli spazi delle sale operatorie devono rispondere al cambiamento di utilizzo così da essere agevolmente spostate, così come gli spazi delle sale delle degenze, in modo da potersi adattare facilmente alla necessità del cambiamento delle cure in fase di emergenza; la flessibilità nella riconversione dei reparti è fondamentale per la gestione da parte del personale sanitario e di conseguenza per la gestione ottimale del paziente; quando un Pronto Soccorso si sviluppa tutto su un piano, al piano terra, chi entra è accolto in base alla gravità della situazione e trova subito cura perché l’intero piano è dotato delle svariate specialità di emergenza, si rende il lavoro di gestione più fluido e si fa un dono del “tempo” al paziente, che a volte si traduce in secondi e non in minuti o ore; le entrate e le uscite devono avere percorsi separati in modo da non far entrare in contatto le persone malate con quelle sane, questo riduce di gran lunga le possibilità di contagio.


Città della Salute e della Ricerca, progetto di Mario Cucinella Architects, Sesto San Giovanni (MI), 2015 (in corso); “L’obiettivo della realizzazione è progettare i luoghi di cura pensando alla cura dei luoghi. Ovvero avendo un’attenzione al dettaglio e alla qualità degli spazi nella gestione della complessità di un luogo di cura concepito per essere una grande “macchina pensante”. Il progetto ripercorre l’idea del luogo dell’ospitalità, del prendersi cura delle persone nell’antica accezione dell’Ospitale”. Fonte www.mcarchitect.it

Questi sono solo alcuni degli aspetti che un progettista deve prendere in considerazione e forse rientrano anche in quelli più banali ma quello a cui voglio arrivare è che, ancora una volta, ci troviamo di fronte al concetto che quando l’architettura crea l’Oggetto o ne ridisegna il contenuto agendo contemporaneamente anche sulla fruizione da parte delle persone, allora l’architettura ha trovato la propria essenza, l’espressione evoluta per cui è nata, il proprio ruolo.

Una buona progettazione può favorire la gestione delle grandi emergenze? La risposta è sì.
La flessibilità è una questione morale, non un solo un fatto tecnico”. R.P.

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In Copertina Visiera protettiva ©Aaron Hargreaves / Foster + Partners
“Anche il mondo dell’architettura e del design si mobilita per fronteggiare la pandemia da coronavirus.
Numerosi studi di progettazione si sono infatti improvvisamente trasformati in centri di produzione per la realizzazione di visiere protettive e mascherine dimostrando che l’arma vincente in questa situazione di emergenza che non vede confini geografici, è il potere della collaborazione e della condivisione per cui talvolta il sapere e la tecnica di un singolo diventano strumento di ulteriore approfondimento per molti. È il caso di due big dell’architettura come lo studio BIG di Bjarke Ingelse lo studio Foster+Partners fondato da Sir. Norman Foster, che hanno studiato dei prototipi di visiere protettive per poi decidere di divulgare schemi e modelli sul web per chiunque, da ogni parte del mondo, avesse mezzi o creatività per reiterarli partecipando a questa grande realizzazione collettiva”. Fonte: Archiportale articolo del 10/04/2020

Michel Foucault e lo spazio della città moderna per il controllo delle epidemie

28 Marzo 2020

Rilanciamo una riflessione di Antonio Scarponi originariamente pubblicata sul suo profilo Facebook il 25/03/2020.

Michel Foucault (1926-1984) sosteneva che lo spazio della città moderna sia stato modellato come strategia di contenimento di due malattie: la peste e la lebbra. Alla peste corrisponde la strategia del controllo, casa per casa, porta per porta, famiglia per famiglia, individuo per individuo; alla lebbra invece la strategia dell’isolamento, del nascondere e separare dal resto. Controllare e isolare dunque.

 Va da sé che questi giorni mi fanno pensare al pensiero di Foucault con una certa ironia. Ironia perché immaginare di imporre una forma di “arresto domiciliare” a tutta la popolazione di un paese ha del tragicomico, anche perché effettivamente sembra che sia l’unica vera strategia efficace al contenimento di questa sciagura. O perlomeno io non avrei una idea migliore.

Ma tutto sommato il pensiero di Foucault non mi basta più per capire, interpretare, leggere la complessità di quello che sta succedendo oggi, come ieri. I motivi sono due. Il primo è che l’idea che lo spazio della città sia riconducibile a due malattie, mah, è una bella teoria, e va benissimo, ma rimane una teoria che non ha le pretese di essere vera, anche perché se lo fosse finirebbe di essere una teoria. Una teoria deve essere bella. Quella di Foucault è bellissima ed è questo il mio problema.

 

Una bella teoria come questa racconta un potere univoco, razionale, efficace ed efficiente che governa, controlla, isola e agisce senza anima e senza scrupolo come una macchina burocratica auto-pensante e auto-eseguente. In verità, e la realtà di questi giorni in tutti i paesi europei e non, mostra chiaramente un “potere” pasticcione, goffo, lento, irrazionale, contraddittorio, povero di mezzi ed incapace di usare in modo efficace le tecnologie a disposizione. Mostra, in poche parole un potere umano, virtuoso per certi aspetti, temerario per certi altri, ma anche viziato, vile, corrotto per certi altri ancora.

La mia è una riflessione sull’estetica delle teorie, ma vi prego non prendetemi troppo sul serio. Quella di Foucault, a mio avviso, disumanizza il potere da un lato e dall’altro non riconosce la forza, la resilienza e la capacità degli individui a riorganizzarsi, a combattere. E’ un estetica che ci disappropria delle istituzioni, che invece siamo noi, tutti, ed esse riflettono i nostri vizi e le nostre virtù. Insomma tutto questo per dire semplicemente che nei momenti duri come questi ognuno deve fare la sua parte meglio che può.

Se fossi capace mi piacerebbe elaborare una estetica della filosofia dove i cittadini hanno fiducia nelle istituzioni e le istituzioni nei cittadini e ancora dove i cittadini si pensano come se fossero delle istituzioni: immaginare che ogni singolo individuo possa esprimersi ed agire con autorità, ma non in modo autoritario, naturalmente.

 

Credits

Per illustrare questa nota, originariamente senza immagini, abbiamo scelto insieme con l’autore di prenderne alcune in prestito:

– la maschera del medico della peste è stata presa da questo articolo;

– l’immagine dei lavori in notturna è la seguente: Jules Galdrau, 1816-1898, from L’illustration 30. Septembre 1854 – This image is available from the Brown University Library under the digital ID 1223580988859375.

– L’immagine di Woody Allen e Lynn Redgrave si riferisce al film “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere) – Gli afrodisiaci funzionano?” ed è tratta da qui

– l’Affresco realizzato nel Trecento da Memmo di Filippuccio a San Giminiano (una donna frusta il marito sotto lo sguardo di un’altra coppia di sposi) è tratto da qui.

Architettura criminogena e disagio sociale – alcuni esempi

5 Marzo 2020

Da qualche tempo assistiamo a tentativi sempre più marcati di infondere nell’opinione pubblica una nuova convinzione, uno slogan, ovvero l’identificazione dell’esistenza di una cosiddetta “architettura criminogena“. Il voler pensare che determinati problemi sociali, di emarginazione, microcriminalità, presenti nelle realtà più periferiche e povere delle città italiane siano dovuti in modo esclusivo nell’aver adottato progetti architettonici invivibili e spersonalizzanti che hanno oppresso in maniera irreversibile gli abitanti che sono dovuti andare a vivere li.

 

Tale critica potrebbe anche avere (parzialmente) delle motivazioni nel caso di alcuni emblematici quartieri realizzati a cavallo degli anni ’70 e ‘80 in Italia (vi è da dire che comunque tali progetti rappresentano un numero di interventi limitato, estendibile ad una ventina al massimo di progetti su tutto il territorio nazionale, per un numero di alloggi assai minoritario rispetto al costruito dello Stato in tema di edilizia popolare[1]), non è lo stesso per altri quartieri dove il “tema di vicinato” era il centro della progettazione urbana.

Uno di questi quartieri dove tali teorie progettuali è stato applicato è Quartaccio, nella periferia Ovest della Capitale. Esso venne progettato negli anni ’80 come contrapposizione alle “megastrutture” realizzate fino ad allora a Roma (Corviale, Laurentino, etc.) da un gruppo di giovani architetti che vollero riproporre il cosiddetto “Borgo di vicinato”, sul modello dei paesi italiani adagiati sui crinali delle colline (come era orograficamente la zona dove si doveva edificare quel comparto di edilizia economica e popolare). In esso non ci troviamo “palazzoni” o mega condomini: sono tutte case a 3-4 piani, disposte in modo vasto, con ampi spazi tra loro e con giardini. Se guardassimo solo dal punto di vista architettonico sono tipologicamente abitazioni anche migliori di quelle della maggioranza dei romani, che vivono spesso in palazzi di 6-8 piani attaccati e senza spazi pubblici e di parcheggio. Invece la situazione che c’è li è agghiacciante, come viene testimoniato ultimamente da un video presente sulla piattaforma “YouTube”, dove viene intervistata dal canale web “Noisey Italia” la cantante Elodie, originaria del quartiere; nel video immagini ed interviste a le persone che vivono li rappresentano una realtà nella quale la popolazione si sente abbandonata da tutti ed esclusa.

Appare pertanto importante affermare che in tali situazioni l’architettura non c’entra nulla perché i veri problemi sono creati da altre situazioni, politiche e gestionali e che determinano un c.d. “abbandono sociale”.

Per capire questo è utile fare un piccolo confronto con due realtà totalmente antitetiche dal punto di vista sociologico ma molto simili da quello architettonico. Ovvero due complessi edilizi, realizzati all’inizio degli anni ’60 con approcci architettonici ed urbanistici simili, ma portatori di effetti totalmente diversi, però.

Il primo è il complesso realizzato a Villeneuve Loubet, sulla baia degli angeli, esso venne realizzato dall’imprenditore Jean Marchand che chiamò nel 1960 l’architetto André Minangoy a bonificare una zona paludosa e insalubre realizzando 4 edifici a vela di grandi dimensioni. Oggi questo complesso, sempre ben tenuto e “a la page” con affitti e costi a mq di svariate migliaia di euro è stato dichiarato dallo Stato Francese “Patrimonio del XX Secolo” e visitato da turisti ogni anno.

Il secondo è il famigerato quartiere di Scampia a Napoli, progettato dall’architetto Francesco “Franz” di Salvo nel 1962, che prese spunto anche dal progetto francese. Additato come edificio simbolo di questa sedicente “architettura criminogena” oggi è stato, a seguito di diversi interventi coadiuvati da altrettante campagne mediatiche contrarie, quasi interamente demolito (è rimasta integra solo una delle 4 megastrutture a vela progettate dall’architetto Di Salvo). Ma occorre dire che sono altre scelte che esulano dall’architettura che hanno determinato quelle situazioni di forte degrado, esse ricadono in determinate gestioni del patrimonio immobiliare dello Stato e sulla definizione di “quartieri popolari”, ovvero quello di aver realizzato soltanto dei contenitori di appartamenti a basso costo, senza quelle necessarie connessioni sociali e di “cucitura” alla città che sono necessarie ed imprescindibili se si vuole concretamente realizzare un apparato vivibile.

 

 

Analoga sorte è capitata ai quartieri realizzati nella Capitale, ma i dati i dati che emergono è che a guidare le classifiche dei quartieri più pericolosi di Roma sono realtà come San Basilio[2], un modello abitativo realizzato prima dall’UNRRA (guarda caso una delle prime opere di Mario Fiorentino, autore poi del Corviale) e poi dall’INA Casa negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, con presenza di case basse e numerose aree verdi. Forse l’esperienza di Corviale, additato anch’esso da molti come esempio di “architettura criminogena”, ma al centro negli ultimi anni di una serie di iniziative culturali e mediatiche che hanno puntato riflettori sopra questa architettura, facendone una parte del vissuto della città di Roma, come testimoniano film come “Scusate se esisto” o videoclip musicali girati come sfondo l’edificio in questione.

Note

[1] V. Metamorfosi quaderni di architettura n°1 – 2016
[2] Franco Gabrielli – “audizione nella Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie.”

Credits

La foto di Scampia è di Raffaella Matocci.

La foto di Corviale è di Carlo Ragaglini

L’immagine delle Vele di Villeneuve Loubet sono tratte da Radio Colonna:

Sulla poetica del camouflage (un articolo non basta).

6 Gennaio 2020

“Sono molto felice per questo prestigioso premio, perché si tratta di un riconoscimento all’innovazione nell’ambito dell’architettura. È un invito a pensare all’architettura come un’anticipazione del futuro per ognuno di noi, non solo come l’affermazione di uno stile o di un linguaggio”. (Stefano Boeri, vincitore nel 2014 con il “Bosco Verticale” dell’International Highrise Award, competizione internazionale a cadenza biennale per l’assegnazione del premio di grattacielo più bello del mondo).

In foto: Bosco Verticale a Milano (2014), progetto Stefano Boeri.

Il Bosco Verticale è costituito da due edifici residenziali, di 18 e 26 piani, realizzati nel Centro direzionale di Milano, ai margini del quartiere Isola. Peculiare è la presenza di piante, perlopiù arbusti, sui balconi per adornare i prospetti. Il progetto ha avuto un grande consenso internazionale con un gran numero di articoli elogiativi e, se vogliamo, meritati.

Boeri ha realizzato un progetto, divenuto “icona” dello sviluppo sostenibile Made in Italy (con la leadership milanese a giocare un ruolo di primo piano). Icona prima, poi paradigma, cioè progetto in predicato di replicabilità, di riproduzione. Mi incuriosisce il fenomeno: in primis dal punto di vista dello stesso autore – che ha accolto il “riconoscimento” generale del progetto e ne ha fatto un marchio di fabbrica. I principi su cui si basa il progetto, in particolare rispondere al bisogno di verde dei cittadini, scaturisce in un modello architettonico non facilmente replicabile all’interno di una strategia urbana, specialmente per gli intuibili maggiori costi di costruzione e di gestione. Il suo desiderio di innovare il linguaggio e i temi dell’architettura, al di là del noto e dello sperimentato, non troverebbe un solido appoggio teorico-pratico. Mi incuriosisce molto, anche, potere comprendere se i numerosi progetti analoghi proliferati nel mondo scaturiscono tutti dallo stesso ceppo milanese o siano germogli di altri semi. Non mi spaventa in sé neanche l’effetto Boeri in quanto fashion design, ovviamente, mi preoccupa più l’emulazione meccanica in nome di una retorica ecologista, retorica in quanto rimuove l’insostenibilità di realizzazione, al netto anche di un suo possibile uso per legittimare eventuali speculazioni edilizie.

Facciamo qualche esempio di “ripetizione” del Bosco Verticale, con le costanti e le differenze progettuali, cercando di comprenderne i meccanismi.

 

Magic Breeze Sky Villas

 “Crediamo che ai giorni d’oggi un modo sostenibile di costruzione sia più prezioso che mai”. (Dayong Sun e Chris Precht, Penda Architecture)

Nell’immagine: Giardino verticale “Magic Breeze Sky Villas” a Hyderabad, India (2016), progetto Penda Architecture.

Effetto Boeri? Non sembrerebbe. Lo studio, con sede a Pechino e Vienna, ritiene che il loro agire sostenibile, orizzontale e verticale possa essere utilizzato per la città del futuro in quanto lo stato attuale dell’irresponsabile pianificazione urbana, dell’inquinamento atmosferico e della crisi economica chiedono agli architetti di ripensare il processo di costruzione. Proprio sotto questi auspici nasce il progetto per il complesso residenziale chiamato “Magic Breeze”, dove il verde offre grande senso di vitalità, oltre a fornire ventilazione naturale a tutto il complesso. In questo caso, rispetto a Milano, per il giardino verticale è stato sviluppato un sistema di fioriere modulari all’esterno dei balconi di ogni unità abitativa con funzione di orto domestico, auspicando ambiziosamente l’autosufficienza alimentare. Anche il balcone è progettato come una superficie erbosa, per evocare la tipologia di “casa privata con giardino”. Inoltre, i progettisti dichiarano che l’intero complesso è stato modellato dalle regole del Vaastu, sistema architettonico indù tradizionale, che prescrive principi di orientamento e layout per l’abitare in armonia con la natura. Infine, il sito del complesso è circondato da un lago naturale sul confine sud orientale, che viene utilizzato a scopo irriguo per il verde orizzontale e verticale. I Penda, a differenza di Boeri, cercano una soluzione più versatile di “parete vivente”, si impegnano sul piano della manutenzione e gestione del verde. In tutti i casi, però, non si riesce a leggere una riflessione teorico-filosofica a cui segue la sperimentazione pratica, fermo restando che l’integrazione edificio-natura è un fatto complesso, che non consente scorciatoie. È chiaro, però, che approcciare il tema con la sciatta retorica “green”, oggi tanto popolare e sempre più pervasiva, si rischia di considerare l’architettura come minaccia piuttosto che risorsa, inducendo conseguentemente a camuffarla con il verde.

 

Valley

“Tutti gli alberi tagliati per far posto al nuovo edificio saranno ripiantati in quota”. (Winy Maas, MVRDV)

Nell’immagine: “Valley” edificio ad uso misto ad Amsterdam, Paesi Bassi (ultimazione prevista 2021), progetto MVRDV.

Winy Maas è a capo con Jacob van Rijs e Nathalie de Vries dello studio MVRDV, ormai di fama internazionale, con circa 250 dipendenti, diversi progetti in progress un po’ ovunque nel mondo, in evidenza per soluzioni sfrontate, spettacolari e a volte ironiche. Quello che incuriosisce anche in loro è il recente cambio di approccio, un tentativo di impattare meno che però non ha nulla a che fare con il genius loci, più con la facile retorica ecologista. Ad oggi, pur provenendo da progetti “spavaldi”, vedo un loro avvicinamento al camouflage, almeno in teoria. Forse l’avere fortemente burocratizzato l’edilizia in nome della sostenibilità sta distruggendo l’architettura? Ad Amsterdam, l’edificio “Valley” è a uso misto, 75.000 metri quadrati nel quartiere degli affari, unità abitative, uffici, parcheggio, sky bar, spazi commerciali e culturali. Un edificio che vuole essere vitale, per trasformare il quartiere degli affari in un luogo più umano e vivibile. Il progetto, come al solito spregiudicato, prende la forma di una scatola impilata a terrazze che sale a tre picchi di diverse altezze, la più alta di 100 metri con lo Sky Bar a due piani. La facciata residenziale, rivestita in pietra naturale scolpita, è stata progettata in modo parametrico per consentire alla luce solare di penetrare in tutti i 196 appartamenti del complesso, tutti caratterizzati da una pianta unica. In quanto edificio ad uso misto, anche esternamente si legge la transizione tra le tipologie diverse per creare un paramento esteriore rispettoso e coerente. In diretto contrasto con questo, come già accennato, la facciata residenziale interna è definita da una serie di robuste terrazze in pietra ma, da notare, con grandi fioriere che ricoprono l’edificio di vegetazione, “gli alberi tagliati per far posto al nuovo edificio saranno ripiantati in quota”. È sicuramente un cambio di tendenza, concordo sulla necessità di riprendere un dialogo architettura-natura ma seriamente, senza facile retorica, senza furbizia, senza speculazione culturale, senza codardia nel presentare dei giganti edilizi camuffati da operazioni ecosostenibili.

 

Acquarela community

 “Una posizione culturale in architettura è una necessità. Ciò comporta il rifiuto di soluzioni già pronte o facili a favore di un approccio che sia globale e specifico”. (Jean Nouvel)

Nell’immagine: Acquarela community a Quito, Ecuador (2019), progetto Jean Nouvel.

Quito è la capitale dell’Ecuador, si trova ai piedi delle Ande a un’altitudine di 2850 metri, costruita sulle tracce dell’antica città inca. Per la periferia di Quito, una zona rurale ad est della città, Nouvel ha progettato un importante complesso residenziale. Il progetto comprende nove blocchi avvolti da balconi curvilinei rivestiti in pietra. Le pareti interne hanno ampie vetrate che si aprono sullo sfondo montuoso. Come in un singolare cohousing, si prevede la condivisione di piscine, club house con tanti servizi, pista da bowling, pista di pattinaggio, sala yoga, sala musica, mini-golf e un cinema. Altre strutture includono l’accesso a campi da calcio, squash e tennis; aree progettate per bambini e ragazzi; aree di lavoro, parrucchiere, spazi per eventi, palestra, SPA e quant’altro. Insomma un grandioso complesso residenziale con servizi di lusso e tanto verde all’interno dei balconi realizzato proprio in modo da scorrervi sopra i bordi.

Qualcosa, però, non torna. Jean Nouvel è uno dei nomi più grandi dell’architettura mondiale. È promotore negli anni 70 di una vera e propria rivoluzione della cultura architettonica francese. Classe 1945, nel 1966 si classifica primo al concorso di ammissione della Scuola delle Belle Arti a Parigi, dove si diplomerà nel 1972. Durante gli anni di formazione viene a stretto contatto con la filosofia di due grandi menti dell’architettura come Claude Parent e Paul Virilio. Inizia una carriera costellata di premi, fino al Pritzker nel 2008. La sua visione innovativa, il suo andare contro i limiti della specificità dell’architettura, lo hanno sempre caratterizzato. Allora, come classifichiamo questo progetto?

È frutto di motivi commerciali e di marketing? Probabilmente è solo la tendenza attuale che coinvolge lo starsystem, per cui gli architetti si ritrovano impegnati con i costruttori a inventare stratagemmi per continuare a speculare indisturbati e, nel contempo, nascondere la banalità, la brutalità, la violenza delle loro costruzioni, camuffate con il verde ai balconi e alle terrazze. È un circolo vizioso, perché è lo stesso verde che richiede costose soluzioni di impermeabilizzazione e di manutenzione, che fa lievitare il valore immobiliare, in modo che i futuri proprietari di queste residenze di “lusso” saranno quelle stesse famiglie facoltose che potranno vantarsi di abitare in appartamenti firmati e pubblicizzati da architetti famosi.

Non mi piace per niente, voglio dire che il successo mediatico delle fioriere (aiutato o meno, meritato o meno) ha distorto un po’ i contenuti del progetto, impegnandosi ad assecondare convenientemente la retorica ecologista con le apparenze attraverso una sostanziale insostenibilità. Un solo progetto lo avrei sottoscritto come manifesto ma non come prototipo. L’effetto replica che lo stesso Boeri ha fatto del Bosco Verticale in giro per il mondo o l’emulazione generatasi ha travisato il senso dell’architettura. Concordo, tuttavia, sulla necessità di riprendere seriamente un dialogo architettura-natura ma senza facile retorica, con un ritorno all’etica di vitruviana memoria, l’architettura strumento di adattamento dell’uomo alla natura, senza prevaricazione ma in armonia. Assimilare l’innovazione sino a farla diventare un modello ripetibile. Per questo serve un metodo, una teoria, del tempo. Arte/filosofia/sociologia/linguistica/poetica devono confluire nella concretezza dell’opera architettonica, quale organismo urbano, utile, funzionale, efficiente, non retorico. Questi esperimenti finora incontrati non pare riescano a rappresentare una sintesi teorico-pratica del pensiero progettuale, non identificano l’opera d’architettura benché riescano ad accreditarsi nella contemporaneità. È l’era del fashion design trasposto all’architettura, una tendenza che si è accreditata con la figura dell’archistar, nulla a che vedere con i maestri dell’architettura. Inoltre, gli architetti dello starsystem, chiamati e utilizzati dai costruttori per legittimare le loro scatole vuote vestite di verde ecologista. Forse per cambiare le cose, però, un articolo non basta.

 

Testo di: Santo Marra
Foto: Bosco Verticale © Giulio Paolo Calcaprina; Acquarela: render di Jean Nouvel Architecte; Valley: render di MVRDV architects; Magic Breeze Sky Villas: render di Penda Architects
Editing: Giulio Paolo Calcaprina