Archivi per la categoria ‘società e architettura’

Becoming/Arquitectura gaseosa – un workshop alla Biennale

18 ottobre 2018

Emmanuele Lo Giudice, per la Biennale di Architettura di Venezia del 2018, ha concepito un workshop come evento collaterale del progetto becoming del Padiglione Spagna nei Giardini della Biennale di Venezia. Amate l’Architettura sostiene questa iniziativa nella quale ci sarà una partecipazione attiva di alcuni membri del Movimento.

Con il progetto becoming, presentato dalla curatrice Atxu Amann per la 16a Biennale di Architettura di Venezia, lo spazio del padiglione spagnolo non è più una semplice area espositiva, ma si trasforma in un luogo di sperimentazione, uno spazio vitale, sede di processi e di riflessioni sul modo di pensare e fare architettura.

Il workshop becoming – arquitectura gaseosa si presenta come un momento di analisi e approfondimento delle tematiche del padiglione spagnolo, rielaborate sotto forma di laboratorio didattico. Punto focale del laboratorio è la “costruzione” di una vitale essenza processuale attraverso cui raccontare, fare e pensare l’architettura.

Il workshop analizza l’idea di un’architettura gassosa, un progetto teorico di Emmanuele Lo Giudice, che si propone come strumento operativo per una possibile interpretazione architettonica delle varie trasformazioni che la società contemporanea sta vivendo in questi ultimi anni. Il programma dell’architettura gassosa non segue un progetto predefinito, ma prevede l’idea di un’architettura immanente, non più legata ad una ricerca puramente formale, ma alle proprietà che la caratterizzano.

Il tema che si analizzerà nel workshop è il museo, per mezzo del quale si affronteranno alcune tematiche ritenute peculiari per l’architettura contemporanea. Il museo gassoso è uno spazio architettonico interattivo, aperto, che si adatta a qualsiasi situazione, che costruisce un sistema di relazioni privo di gerarchia, cosmopolita, narrativo, indipendente, sociale, ludico, atmosferico, sostenibile, in rete, critico, politico, ecc.

Questo museo sarà il risultato del dialogo tra artisti, architetti, studenti e professionisti di varie nazionalità che lavoreranno insieme alla definizione di questo ipotetico museo, la cui proprietà principale è data dalla relazione che esiste tra l’opera d’arte che si espone e lo spazio che la accoglie.

I partecipanti saranno suddivisi in gruppi, ognuno dei quali avrà un artista di riferimento con cui progetteranno un dispositivo espositivo pensato appositamente per una o più opere dell’artista designato.

L’obiettivo del workshop è di creare l’hardware necessario a una nuova visione di sviluppo urbano dove le forze creative del territorio messe a sistema possano dare vita ad un innovativo progetto culturale.

Roma a 4000K

Dopo circa un anno e mezzo (aprile 2017) dall’inizio delle sostituzioni delle vecchie lampade al sodio, nel centro storico di Roma, con nuove lampade a LED e dopo la levata di scudi di associazioni (culminata con una lettera pubblica di protesta al Ministro Franceschini), comitati, uomini e donne di cultura e semplici cittadini, dopo che, spinto dalla pressione delle associazioni, l’assessore all’urbanistica e lavori pubblici Montuori ha convocato con ACEA e Università, pur non invitando associazioni e comitati firmatari (ma che concezione vecchia e chiusa della gestione della cosa pubblica!!!), prospettando una collaborazione con le Università per la revisione del piano (precisamente con il master in lighting design della sapienza ed il laboratorio di illuminotecnica ed acustica di Roma Tre), il risultato che ne è derivato è un nulla di fatto.
Evidentemente ai componenti di questo tavolo di lavoro il non-progetto della sostituzione della tecnologia della pubblica illuminazione del centro storico andava bene così.
Anzi, se possibile, ne è risultato che c’è margine per fare peggio, come la nuova illuminazione dei palazzi di piazza del Campidoglio stanno a testimoniare.

Dunque, è il momento opportuno per imbastire un ragionamento su quali potrebbero/dovrebbero essere le linee guida, gli spunti, per la progettazione della luce nella città storica di Roma. Questo articolo è volto quindi ad aprire una discussione su questo tema.

Illuminazione notturna del foro di TraianoA Roma non si pianifica più da quasi trent’anni. L’ennesima riprova di questo assioma è stato uno scellerato cambio di tecnologia della pubblica illuminazione, avvenuto all’inizio del 2017.

Perfino alcuni autorevoli quotidiani stranieri hanno parlato dell’effetto di questo cambiamento sulla percezione degli spazi pubblici del centro storico e della prevedibile reazione dei romani.

Cosa è successo esattamente? A partire da circa l’inizio del 2017, nel centro storico, sono state cambiate le lampadine al sodio, tecnologia presente da almeno una trentina d’anni nella Capitale, con lampade o piastre a LED, tenendo come unico parametro una luminanza di 20 lux (è un valore da me supposto, ma forse non ho sbagliato più di tanto) al metro sulla strada e una temperatura di colore di 4000 gradi Kelvin, che dà una luce fredda, tendente all’azzurro/verde.

Chi ha concepito questo cambio? Dal risultato si direbbe nessuno, vale a dire che non c’è un progetto illuminotecnico dietro questa operazione.

Il Comune, probabilmente, ha dato incarico ad ACEA, il gestore della pubblica illuminazione, di presentare una proposta e, come è costume delle partecipate romane e non solo, costoro, pieni di bravi elettricisti, hanno pensato che sapere avvitare e svitare una lampadina fosse sufficiente per cambiare la luce ad una città come Roma.

Il Comune, infatti, ha saputo snocciolare solo i dati relativi al risparmio energetico ed economico, come se i cittadini non avessero gli occhi per vedere.

Cominciamo ad affermare che non necessariamente la luce gialla prodotta da un lampada al sodio sia meglio di quella prodotta da una lampada a LED. Una lampada al sodio ha una resa cromatica (il Color Rendering Index o CRI, ci dice in che modo una sorgente è in grado di riprodurre il colore di un oggetto da essa illuminato) pari a 20, mentre le nuove lampade installate a Roma hanno un CRI 70. Nella foto che segue, si può vedere come, con la luce gialla, spariscano molti dettagli della facciata dell’edificio, confrontati con la facciata al LED. La luce gialla tende ad appiattire i piani prospettici, ma piace perché avvolge tutto un un alone di “mistero”.

piazza Cairoli

Per essere corretti, abbiamo dubbi anche su questo dato (il CRI 70), dichiarato dal Comune. Se si gira per la città, come abbiamo fatto noi, non è difficile scorgere a occhio palesi differenze di dominante della luce tra zone e zone. Per esempio tra il Lungotevere dei Vallati, che ha una dominante grigio-azzurra e Porta Cavalleggeri, che ha una dominante verde. Il colore della dominante si scorge soprattutto vedendo la sorgente luminosa con una visione laterale.

Lungotevere dei Vallati

Molti monumenti romani, già da tempo, sfruttano una sorgente di luce bianca per valorizzarne l’Architettura anche di notte.

Altare della Patria e illuminazione stradale di piazza Venezia

Anche i Fori Imperiali sono stati illuminati (non senza critiche degli addetti ai lavori) da Vittorio Storaro con questa tecnologia, non con le lampade al sodio

Il foro di Augusto illuminato da Vittorio Storaro

Il nodo del problema è che Roma, particolarmente nelle zone centrali e storiche non è una città come le altre. A Roma la gente va per sognare e, a detta dei più, le nuove lampade a LED a 4000°K restituiscono una luce da obitorio.

Porta Cavalleggeri

Allo stato delle cose è evidente la mancanza di un progetto di lighting design, fatto da progettisti specializzati in questa disciplina, che contempli le molteplici necessità del centro storico più grande d’Europa.

Per esempio: in un contesto urbano possono esserci delle gerarchie, le vie, i piani prospettici degli scorci, i monumenti con maggiore o minore rilevanza.

illuminazione monumentale: ponte Vittorio Emanuele II e Castel s.Angelo sullo sfondo

Finora si è optato per la differenziazione delle lampade delle vie pubbliche con quelle dei monumenti puntando a differenziarli visivamente, ad uno stacco tra loro, ma non è per nulla assodato che tale scelta sia pregevole.

Nel caso di Roma, massimamente rivestita di travertini e intonaci (dai bianchi del ‘500 al “colore del cielo” del ‘600, fino all’ocra del 700) potrebbe essere una scelta vincente quella che i colori dei palazzi monumentali siano valorizzati, anche in una visione notturna.

illuminazione a LED dei travertini di ponte Sisto

illuminazione del colore di Roma: Sodio vs LED a s. Andrea delle Fratte

Va inoltre pianificato il grado di illuminazione delle vie, una per una, rispettando, ovviamente, i parametri per contenere l’inquinamento luminoso. Può darsi il caso, infatti, che ci siano vie con facciate meno interessanti, che possono tenere una illuminazione bassa o vie delimitate da quinte urbane che vanno illuminate maggiormente. Anche questo va deciso in un piano della luce.

Si guardi per esempio l’immagine successiva che ritrae via Margutta, una delle vie più celebrate dai pittori del ‘900. L’illuminazione è bassa. Delle facciate si scorge ben poco.

via Margutta

Nel caso specifico, oltre l’altezza va definita anche l’ampiezza della curva fotometrica che emette il lampione. Si guardi la differenza tra la lampada a LED e quelle al sodio di una via del Rione Monti.

comparazione del risultato dell’illuminazione con diverse curve fotometriche al Rione Monti

Questo ultimo aspetto apre il discorso all’errore più grave che è stato commesso: pur avendo una commissione di proporzioni gigantesche, non è stato fatto alcun tipo di ricerca relativamente ai sistemi più idonei per adattare le sorgenti a LED ai vecchi lampioni. Adducendo problemi di riflessi , sono stati rimossi i vetri dagli storici lampioni fissati sulle pareti degli edifici ed è stata sbrigativamente fissata una piastra con LED sulla cupola metallica posta nella parte superiore del lampione.

i nuovi lampioni a LED senza vetri, con la sorgente luminosa sulla cupola della lampada

i vecchi lampioni con lampade al sodio con vetri e sorgente luminosa centrale

La luce risultante è quindi molto concentrata ed è stata creata una perfetta casa per i piccioni che infestano tutto il centro. In poco tempo, dunque, i lampioni sono lordati dagli escrementi degli uccelli. Sollecitati dalle associazioni dei cittadini sono corsi ai ripari rimettendo in alcuni casi, i vetri.

Perché la luce al sodio “fa sognare”? Perché restituisce meno informazioni, meno dettagli delle superfici che illumina. E’ questo probabilmente il secondo aspetto più rilevante, assieme a quello del colore, su cui un progettista della luce dovrebbe ragionare. Sia chiaro, avere più o meno dettagli visibili non è “meglio” o “peggio”, è semplicemente una scelta progettuale da operare in un ampio contesto di scelte.

Sodio vs LED: via degli Annibaldi

sodio vs LED: ponte Cavour

sodio vs LED: via Panisperna

Era questo inoltre il momento di affrontare una stratificazione dei corpi illuminanti avvenuta per più di 100 anni. Ai vecchi lampioni, derivati da quelli a gas, si sono affiancati altri lampioni alti dal disegno caratteristico (soprattutto nelle piazze ottocentesche) e i “campanoni” (le cosiddette lanterne modello “Roma” del 1925) sospesi con cavi d’acciaio tra i palazzi. Queste lampade storiche hanno, con la loro luce definita e con la loro forma storicizzata, caratterizzato le notti romane.

stratificazione e confusione delle tipologie di lampade nel centro storico: Lungotevere in Augusta

Un’ultima considerazione, riguardo ad un piano luce delle zone storiche di Roma, va fatta per il rapporto tra illuminazione privata e contesto pubblico.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un proliferare di edifici con una propria illuminazione di facciata, di qualità e non, completamente avulsa dal contesto. Sono edifici di proprietà uniche, come hotel e grandi magazzini. Anche in questo caso si rischia di perdere una gerarchia dei segni, dei punti di vista, che sono una caratteristica precipua dell’urbanistica del centro di Roma. Un edificio isolato illuminato, infatti, può disturbare una vista prospettica che contenga monumenti pubblici e fondali importanti; più edifici illuminati in uno stesso contesto possono produrre l’effetto “Las Vegas”. Non ultima andrebbe affrontata, come si è fatto per insegne e cappottine, anche l’illuminazione dei negozi.

illuminazione di edifici privati a via Milano

piazza di Spagna: illuminazione dell’ambasciata di Spagna. Si noti il cornicione.

Un esempio dell’illuminazione non regolamentata dei negozi: via Frattina

Non è sempre necessario illuminare un edificio pubblico, con un valore storico-artistico. Non è sempre necessario evidenziarlo con una luce diversa. Certe volte è bene illuminarne solo alcune parti per restituire le suggestioni di una città unica come Roma, come ci mostra questa foto presa a piazza S. Silvestro, con la delicata illuminazione della chiesa dei santi Claudio e Andrea dei Borgognoni.

piazza s. Silvestro: a sinistra la chiesa dei santi Claudio e Andrea dei Borgognoni con la sola illuminazione della cupola, della lanterna e del campanile, accompagnata da una delicata illuminazione della facciata.

E’ Disneyland quello che vogliamo? Dobbiamo chiedercelo e fare, anche in questo caso, delle scelte.

L’amministrazione capitolina, attuale e passata, ha operato nella più totale insipienza. Anche di recente ha realizzato progetti, questa volta con il Dipartimento SIMU con la solita nefasta collaborazione di ACEA (Areti spa, del gruppo ACEA), che hanno prodotto risultati devastanti. Non ultima la ferita nel cuore pulsante di Roma: la nuova illuminazione di piazza del Campidoglio, (qui la galleria fotografica) dove l’ordine gigante michelangiolesco dei palazzi dei Conservatori e dei Musei, studiato in tutti i testi di storia dell’Architettura, viene tagliato in due e la gerarchia della facciata (le concavità del portico, l’ordine gigante, il cornicione di coronamento) viene annullata da uno “spezzatino luminoso”.

la nuova illuminazione dei palazzi di piazza del Campidoglio.

Vogliamo, da architetti e da romani, che qualcuno affronti il tema del progetto complessivo della luce di Roma e si accolli la responsabilità delle sue scelte, compresa la Sovrintendenza, che da tempo sembra latitante.

 

Regesto di articoli pubblicati sull’argomento:

Trastevere, candele alle finestre contro le luci a led – Corriere

Nuova illuminazione di Roma_ l’ Interrogazione delle associazioni alla Sindaca _

Fermate subito la nuova illuminazione, è un attentato alla Bellezza di Roma – Emergenza Cultura

Roma Capitale e Università per nuova illuminazione della città. Piano LED al via i sopralluoghi.

Illuminazione: sopralluoghi per il piano LED: “lavorare per il bene della città”

Roma a LED, l’assessore accelera sul piano: “Entro l’anno luci nuove in tutta la città”.

Alcuni articoli tratti dal sito “Carteinregola” riportanti notizie sulle azioni principali messe in atto dai comitati per sollevare il problema:

Piano Led: questa non è una battaglia radical chic

Il Mibact fermi il piano LED: appello al Ministro

Piano LED: chi decide la qualità della città

Al Tavolo per la revisione del Piano LED non sono invitati i comitati

 

 

Tutte le foto dell’articolo sono dell’autore (© Giulio Paolo Calcaprina), con eccezione dell’ultima presa dal sito “il metropolitano.it”

Se crolla un tetto è perché fa acqua il sistema.

1 settembre 2018

Quando crolla un manufatto, in Italia, specie se importante, è prassi ricorrere ad una liturgia ormai ben canonizzata.

Il primo passo è mosso da chi ha eseguito i lavori, l’appaltatore e/o il committente, che dichiara che è stato eseguito regolarmente tutto quanto era previsto dall’appalto/contratto/convenzione.

Il secondo passo, che con un linguaggio contemporaneo potremmo nominarlo “disclaimer”, consiste nel dichiarare che il crollo è dovuto a parti che era difficile/impossibile diagnosticare.

In alcuni casi, quando non si ha timore di spararla grossa ci si appella a difetti di progettazione, come è accaduto per il crollo del ponte Morandi, che è durato – con i suoi difetti di progettazione – esattamente 50 anni, con un utilizzo indiscriminato.

Questa premessa, necessaria, ci apre ad alcune considerazioni a caldo che vorremmo fare con i nostri lettori circa il crollo del tetto della chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami, a Roma.

Ovviamente nulla è possibile sapere delle dinamiche del crollo, non abbiamo documentazione puntuale dei lavori svolti, perciò l’unica cosa che possiamo fare è mettere in ordine una serie di dati che abbiamo raccolto.

1) L’oggetto dell’appalto dichiarato sul sito della Progetto BEMA srls, la società incaricata della progettazione, era di restauro restauro conservativo della chiesa di S. Giuseppe dei falegnami, comprensivo di rilievo scientifico, progetto di restauro e coordinamento della sicurezza, per un importo di circa € 748.000. Si sta parlando, visti i termini dichiarati, di un restauro completo, non parziale. Gli stessi disegni presenti sul sito della società riproducono un rilievo completo della chiesa.

2) L’impresa esecutrice che ha eseguito il restauro è la Aspera s.p.a., una impresa già al centro di violentissime polemiche perché è la stessa impresa – guardacaso – che ha eseguito il restauro delle facciate del Colosseo, uno dei peggiori restauri possibili a detta di molti esperti (tranne la sovrintendente Maria Rosa Barbera) eseguito sul bene culturale più iconico italiano, per le tecniche invasive utilizzate e per il risultato estremamente disomogeneo della pulitura delle polveri e incrostazioni dalle facciate.

3) La stessa impresa appaltante è una una società che si avvale di una SOA (società organismo di attestazione –ASPERA_SOA ) OG2 (una SOA generale di lavori edili su edifici storici) ma non ha SOA specialistiche (OS2) sul restauro, requisiti che dovrebbero essere a base di gara per monumenti di tal fatta (il Colosseo!) ma che, a quanto pare, non sembravano necessari ha chi ha bandito le gare d’appalto: il Mibact per il Colosseo e il Vicariato di Roma, sotto la supervisione del Ministero, per S. Giuseppe dei falegnami. La Aspera s.p.a. ha condotto una politica aggressiva di acquisizioni di altre società per attestarsi in una posizione dominante nel settore ma al contempo sta schivando le responsabilità connesse alle acquisizioni e alle esecuzioni dei lavori.

4) “la trave che ha ceduto era inaccessibile” si è affrettato a dichiarare il MIBACT. “Il lavoro era ben fatto”. E’ la dichiarazione che lascia le maggiori perplessità, specie se fatta da chi rivestiva il ruolo di controllore.
In un restauro completo di un tetto, come ci mostra una foto presa dal sito della Progetto BEMA, il lavoro avviene dall’alto, ovvero rimuovendo le tegole e i correnti a sostegno del tetto. Le capriate rimangono libere (e perciò visibili) e anche le catene di queste, lignee o metalliche, sono accessibili rimuovendo il palancato ligneo visibile nella foto sottostante (presa dal sito della BEMA).


Nei casi di un restauro di un tetto, in genere si monta un tetto provvisorio, specie quando rimuovendo un tetto si lascia senza riparo un controsoffitto di pregio, proprio per avere tempo di effettuare una diagnostica più approfondita, soprattutto quando non è possibile eseguirla prima di smontare il tetto stesso. Nella foto riprodotta qui sotto (presa dal sito della BEMA) questo tetto provvisorio non c’è. Indice che nel restauro c’era la volontà di correre e non di approfondire. Forse non è un caso che la Direzione dei Lavori, che dovrebbe essere sempre terza in un opera, sia stata affidata all’Ufficio Tecnico del Vicariato. E’ il caso di committente che dirige i suoi lavori.

5) Il restauro della chiesa è stato finito nel 2015. Un tetto rifatto da tre anni non può crollare per fatalità. Colpisce il fatto che sia crollato estesamente nella sua parte centrale, come se ci fosse stata una reazione a catena tra le capriate

6) Sia nel caso del ponte Morandi, come nel caso del Colosseo e della chiesa di S. Giuseppe, c’è un rapporto tra istituzione pubblica, che può essere solo supervisore o committente, a seconda dei casi, e privato (Autostrade s.p.a., Della Valle, Vicariato) che non funziona. In questi tre esempi la pubblica amministrazione non ha controllato/appaltato a dovere, con i risultati che si sono visti.

Dobbiamo chiederci perché.

Forse potremmo azzardare alcune ipotesi:
a) le strutture pubbliche e i loro uffici tecnici negli ultimi venti anni sono stati impoveriti di risorse, di competenze tecniche, di snellezza decisionale;
b) le strutture pubbliche, per esempio le sovrintendenze, sono state caricate inutilmente di gravami burocratici su questioni di infima importanza: avete mai provato voi a modificare il finestrino di una soffitta, non visibile dalla strada, in centro storico di Roma? Avete mai provato a rendere conforme la preesistenza (come chiede la legge) di un appartamento nel centro storico di Roma per poterlo vendere? Se vi fate una passeggiata a via di S. Michele 17 a Roma, sede della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Roma, nell’unica mattina di apertura della settimana (cogli l’attimo!), potrete vedere eroici funzionari questionare di pratiche di tutti i generi, anche di infimo ordine, dietro scrivanie sommerse di pratiche e altrettanto eroici architetti e tecnici vari aspettare, in piedi, per ore, da ben prima delle 8 di mattina, per potere essere ricevuti.

Dunque se le risorse sono poche e la cavillosità della legge è elevatissima, non potremmo stabilire una priorità dell’attenzione degli interventi, semplificando quelli di ordine minore?

Dunque ecco le tracce di riflessione per chi vuole comprendere come migliorare le cose:

  1. Nonostante i codici degli appalti continuamente rivisti in questi anni, la selezione di chi deve operare non funziona. Il sospetto è che non ci sia volontà di applicare correttamente i criteri selettivi.
  2. La pubblica amministrazione ha fallito nella sua funzione di controllo e committenza; mentre 30 anni fa era più efficiente. Segno che nel frattempo è avvenuto qualcosa a cui bisogna porre riparo.
  3. Gli adempimenti burocratici sono cresciuti a dismisura negli ultimi venti anni mentre l’efficienza dei controlli e la qualità delle opere è diminuita. E’ segno che la qualità non risiede nella ipertrofia burocratica, che tra l’altro è una delle maggiori cause dell’immobilismo del paese. Anche a questo andrebbe posto riparo.

Dato che è passato un po’ di tempo, vi riportiamo qui sotto i link di alcuni articoli di critica ai lavori del Colosseo, buona lettura.
Il Giornale dell’Arte
Arte Magazine
Il Fatto Quotidiano
Il Corriere della Sera – Roma
Il Manifesto

Infine, riportiamo la lettera aperta scritta dall’Associazione senza scopo di lucro “Restauratori senza frontiere”, in occasione dei restauri del Colosseo, che, magari di parte, dà tuttavia uno spaccato impietoso sulla qualità e le modalità di affidamento dei lavori di restauro del Colosseo.