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Coronavirus. Flashmob come un graffito

Negli anni 70 nasceva nei sobborghi di New York la forma d’arte del Graffitismo, che tutt’oggi viene ancora messa in discussione. L’affluenza dell’emigrazione all’interno delle periferie newyorkesi era tale che il governo risultò incapace di gestirla. La mancanza di un’istituzione che tutelasse questa parte di popolazione non fece altro che alimentare uno stato di disorientamento che ben presto si trasformò in violenza e criminalità.

L’assenza di un modello che avrebbe dovuto garantire ordine e sicurezza fece sfociare in alcuni individui la necessità di doversi autoaffermare nella propria esistenza. Partendo da questo stato di disagio e degrado si svilupparono per contrasto diverse forme di creatività. Questa è la premessa da cui nascerà il graffitismo e il writing. La creatività fa parte dell’essere umano, ed esprime anche esigenze sociali. In questo caso si tratta di un fenomeno di massa giovanile. Sia nelle piccole società che in quelle “evolute” e grandi, i giovani hanno avuto, e tuttora, necessità di inserirsi, di avere un ruolo, di riconoscersi in un’identità.

Nelle società odierne il processo di inserimento è molto più difficile, e l’emarginazione (ovvero la conseguenza del fallimento di questo processo) è triste e dilagante, ed è quanto mai una piaga da combattere, responsabile dell’infelicità che segna l’esistenza dell’ultimo scorcio di secolo. La positività dell’essere umano comunque emerge attraverso la creatività. E dunque anche senza essere edotti nell’arte e nel disegno, molti giovani sono andati a caccia della propria identità, cercando di imporre la propria icona visiva nella città.

Il bisogno dell’individuo di autoaffermarsi all’interno della società e di  manifestare a tutti la propria esistenza nasce specialmente in situazioni storiche di disagio, in cui l’identità delle persone tende a perdersi e a disorientarsi.

Il virus Covid-19 ha messo a dura prova proprio questo senso di identità e appartenenza a dei luoghi a noi cari o spazi che siamo abituati a vivere quotidianamente. Ci ha disorientati. Ci ha costretto a crearci delle nuove abitudini. La socialità, anche il banale dover uscire fuori di casa per andare a lavoro o a scuola, ci è stata totalmente negata. Per cause di forze maggiori e per uno stato di emergenza nazionale il nostro dovere per il bene di tutti è quello semplicemente di dover rimanere chiusi nelle nostre abitazioni. Annullando ogni tipologia di relazione affettiva reale con l’esterno ci ha fatto crescere una forte necessità nel condividere una situazione di sconforto che è comune a tutti. Ogni persona in questo momento, nessuna esclusa, si sta ritrovando ad affrontare la medesima condizione. La solitudine e il dover rimanere a casa ha fatto crescere nelle persone il bisogno di dover autoaffermarsi nella propria individualità, il bisogno di uscire fuori dai balconi per gridare metaforicamente ad alta voce “Io esisto”.

Analogamente al fenomeno del Writing in cui in giro per la città si leggono delle “tag” incomprensibili di pseudonimi di persone che paradossalmente hanno scelto di agire nell’anonimato per affermare la propria esistenza, così anche è stato con i vari flashmob che si sono verificati alle ore 18 durante la prima settimana di quarantena.

La gente si affacciava dalle proprie finestre per cantare, suonare, sbattere pentole e attrezzi vari, per fare rumore e per dire che “loro c’erano” e che nel loro piccolo stavano partecipando a quel dolce trambusto. Per quattro giorni alle ore 18 iniziava questo emozionante concerto, in cui le voci e i suoni si confondevano per le vie desolate della città. Ognuno partecipava a suo modo e i vari rumori diventavano un tutt’uno con l’ambiente; difficile era distinguere chi cantava, chi fischiava e chi sbatteva le padelle. Chiunque poteva essere chiunque, ma chiunque era essenziale nella resa di questo grande concerto “street” fatto dalla propria casa. Il secondo giorno udii addirittura una signora con una voce da tenore che ha dilettato tutto il vicinato cantando il repertorio della musica italiana anni 80. Tale voce melodiosa è rimasta nell’anonimato, tale voce è rimasta tale, senza un volto, ma comunque è stata di un’immensa potenza che ha lasciato lo stesso un segno.

L’essere umano ancora una volta ha dimostrato come in una situazione di tristezza e di allerta generale, si possa tirare fuori il meglio attraverso la creatività. Più che un flashmob si potrebbe definire una via di mezzo tra un happening e una performance sociale che ha catturato l’attenzione e la partecipazione a livello nazionale. Il pubblico era al contempo sia spettatore che protagonista di quest’opera. Anche chi solo è uscito fuori per mera curiosità a vedere cosa stesse succedendo si può ritenere un utente partecipante a questo fenomeno. Bene o male tutti eravamo lì alla medesima ora, vicini ma lontani. Ognuno nella sua piccola sfera casalinga è stato testimone di una condivisione gioiosa di un dolore diffuso.

Come quando prendo la metro e mi sorge sempre quella curiosità incontrollabile che mi fa chiedere “Chi c’è dietro questi graffiti e queste tag? Chi sono queste persone che sfidano la soglia della legalità per realizzare una semplice scritta solo per il piacere di autoaffermarsi pubblicamente agli occhi di tutti? Che storie hanno alle spalle questi writer? Ma soprattutto che volto hanno?”. Domande analoghe mi sono sorte durante i flashmob: “Chissà se è la signora del nono piano ad usare il fischietto? Dietro al tenore si nasconde una bella donna? Chi sta cantando l’Inno d’Italia è giovane o vecchio?”. Sotto questo velo di mistero mi sento di potermi ritenere fortunata perché sono riuscita a trovare, in modo del tutto casuale, la chiave per risolvere i miei dubbi.

Per cause di forza maggiore lo scendere in piazza per incontrarsi con gli amici ci è stato negato, motivo per cui le agorà virtuali in questo momento storico si sono rivelate un potente mezzo di comunicazione e relazione. È stato proprio al termine di questi quattro giorni di enfasi in cui la mia coinquilina tutta esaltata mi ha urlato che eravamo state fotografate.

Angela Visconti, studentessa del corso di Fotografia e video presso l’Accademia di Belle Arti di Roma, un giorno ha deciso di sfidare le regole per dare sfogo alla sua arte. Attraverso i suoi scatti è riuscita a documentare un fatto storico unico ed irripetibile. Grazie al suo coraggio è riuscita ad entrare con il suo obbiettivo attraverso le nostre case, catturando quell’attimo di allegria che ci ha accomunato durante quei giorni. Angela è riuscita attraverso l’arte a testimoniare come in una situazione così difficile la gioia di vivere non è comunque mancata. Ha dimostrato come ognuno di noi ha cercato di creare una rete di felicità grazie alla liberazione della voce e dei suoni.

Le foto di Angela Visconti hanno dato un volto all’anonimato, hanno conferito a tutto il vicinato della zona Prati di Roma quella necessità di manifestarsi in quanto individuo vivente.

Rivedere me e la mia migliore amica sul nostro balcone intente ad appendere la bandiera dell’Italia è stata un’emozione fortissima. In quel momento ho realizzato di essere stata un tassello importante per realizzare questo flashmob. Ognuno di noi è stato essenziale per rendere vero questo fenomeno, ognuno di noi è stato necessario per creare questa voce comune che urla “Insieme ce la faremo e solo attraverso le risate riusciremo a superare tutto”.

Credits

La foto iniziale è fa parte del progetto fotografico Subway Art by Martha Cooper and Henry Chalfant ed è stata tratta da questo link.

Tutte le altre foto sono di Angela Visconti.

per riferimenti bibliografici sul graffitismo si rimanda al testo di Ada Lombardi “Arte Contemporanea, Oriente/Occidente – dal 1945 ad oggi”

 

Michel Foucault e lo spazio della città moderna per il controllo delle epidemie

28 Marzo 2020

Rilanciamo una riflessione di Antonio Scarponi originariamente pubblicata sul suo profilo Facebook il 25/03/2020.

Michel Foucault (1926-1984) sosteneva che lo spazio della città moderna sia stato modellato come strategia di contenimento di due malattie: la peste e la lebbra. Alla peste corrisponde la strategia del controllo, casa per casa, porta per porta, famiglia per famiglia, individuo per individuo; alla lebbra invece la strategia dell’isolamento, del nascondere e separare dal resto. Controllare e isolare dunque.

 Va da sé che questi giorni mi fanno pensare al pensiero di Foucault con una certa ironia. Ironia perché immaginare di imporre una forma di “arresto domiciliare” a tutta la popolazione di un paese ha del tragicomico, anche perché effettivamente sembra che sia l’unica vera strategia efficace al contenimento di questa sciagura. O perlomeno io non avrei una idea migliore.

Ma tutto sommato il pensiero di Foucault non mi basta più per capire, interpretare, leggere la complessità di quello che sta succedendo oggi, come ieri. I motivi sono due. Il primo è che l’idea che lo spazio della città sia riconducibile a due malattie, mah, è una bella teoria, e va benissimo, ma rimane una teoria che non ha le pretese di essere vera, anche perché se lo fosse finirebbe di essere una teoria. Una teoria deve essere bella. Quella di Foucault è bellissima ed è questo il mio problema.

 

Una bella teoria come questa racconta un potere univoco, razionale, efficace ed efficiente che governa, controlla, isola e agisce senza anima e senza scrupolo come una macchina burocratica auto-pensante e auto-eseguente. In verità, e la realtà di questi giorni in tutti i paesi europei e non, mostra chiaramente un “potere” pasticcione, goffo, lento, irrazionale, contraddittorio, povero di mezzi ed incapace di usare in modo efficace le tecnologie a disposizione. Mostra, in poche parole un potere umano, virtuoso per certi aspetti, temerario per certi altri, ma anche viziato, vile, corrotto per certi altri ancora.

La mia è una riflessione sull’estetica delle teorie, ma vi prego non prendetemi troppo sul serio. Quella di Foucault, a mio avviso, disumanizza il potere da un lato e dall’altro non riconosce la forza, la resilienza e la capacità degli individui a riorganizzarsi, a combattere. E’ un estetica che ci disappropria delle istituzioni, che invece siamo noi, tutti, ed esse riflettono i nostri vizi e le nostre virtù. Insomma tutto questo per dire semplicemente che nei momenti duri come questi ognuno deve fare la sua parte meglio che può.

Se fossi capace mi piacerebbe elaborare una estetica della filosofia dove i cittadini hanno fiducia nelle istituzioni e le istituzioni nei cittadini e ancora dove i cittadini si pensano come se fossero delle istituzioni: immaginare che ogni singolo individuo possa esprimersi ed agire con autorità, ma non in modo autoritario, naturalmente.

 

Credits

Per illustrare questa nota, originariamente senza immagini, abbiamo scelto insieme con l’autore di prenderne alcune in prestito:

– la maschera del medico della peste è stata presa da questo articolo;

– l’immagine dei lavori in notturna è la seguente: Jules Galdrau, 1816-1898, from L’illustration 30. Septembre 1854 – This image is available from the Brown University Library under the digital ID 1223580988859375.

– L’immagine di Woody Allen e Lynn Redgrave si riferisce al film “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso (ma non avete mai osato chiedere) – Gli afrodisiaci funzionano?” ed è tratta da qui

– l’Affresco realizzato nel Trecento da Memmo di Filippuccio a San Giminiano (una donna frusta il marito sotto lo sguardo di un’altra coppia di sposi) è tratto da qui.

Coppelia: la Cattedrale del gelato

12 Marzo 2020

L’Avana. Nel quartiere borghese del Vedado, caratterizzato da un lato da alberghi, ristoranti, cinema, negozi e ministeri, dall’altra da piccole case con portici coloniali e giardini lussureggianti, passeggiando dal Malecón (lungomare) verso la Calle 23, che i cubani chiamano “La Rampa”, all’intersezione con la Calle L, ci si imbatte in un parco al centro del quale si erge Coppelia: la cattedrale del gelato.

Come spesso accade nella storia, anche quest’edificio nasce dal capriccio di un leader politico: Fidel Castro. Sembrerebbe infatti che il rivoluzionario, oltre a essere appassionato di sigari e di baseball, fosse anche goloso di frappè e di gelato: questa sua fissazione gastronomica avrebbe non solo plasmato la storia economica e culturale dell’isola ma sarebbe stata anche motivo di sperimentazione architettonica e medica oltre che espediente per il suo fallito avvelenamento.

Procediamo con ordine: nel 1959, dopo aver sconfitto il dittatore Batista, Fidel e i suoi fecero dell’Hotel Habana Libre (che si trova proprio davanti a Coppelia) il loro quartier generale. A partire dagli anni ’60 del Novecento i rapporti con gli Stati Uniti si inasprirono tanto da arrivare nel 1962 all’adozione di un embargo completo. Fidel, che non poteva rinunciare alla sua passione, convinse l’ambasciatore canadese a spedirgli ventotto container di gelato Howard Johnson, di cui era ghiotto. Nel 1963, la CIA, sfruttando questa debolezza del rivoluzionario tentò di avvelenarlo proprio all’Hotel Havana Libre, ove Fidel era solito consumare frappè: pare però che la pillola di veleno, che doveva essere “fatta scivolare” nella bevanda, rimase incastrata nel frigo e spezzandosi riversò a terra il veleno.

Ignaro di tutto questo, Castro decise di trovare una soluzione all’importazione di latte, burro, formaggio (e ovviamente gelato) dagli Stati Uniti, rendendo Cuba indipendente nella produzione di prodotti caseari. In un paese in cui i bovini erano solo “Zebù”, specie inadatta alla produzione di latte, Castro decise di chiedere finanziamenti all’Unione Sovietica per importare dal Canada le cosiddette vacche frisone e dalla Svezia e Paesi Bassi i macchinari per produrre il gelato. Nel 1972 nacque perciò un programma sperimentale e d’ibridazione volto a creare una nuova specie di bovino denominato “Ubre Blanca” che non solo avrebbe prodotto latte in grande quantità ma sarebbe diventata l’eroina di Castro, tanto che alla sua morte, venne impagliata ed esposta in una teca di vetro in una casa fuori l’Avana.

Con in testa lo slogan “Helado por el pueblo”, Castro mise all’opera, oltre agli scienziati, anche compañeros e architetti per creare un luogo dove i suoi connazionali potessero gustare il gelato. Fidel decise di affidare il progetto di Coppelia, la “Cattedrale del gelato”, all’architetto Mario Girona Fernández (Manzanillo 13 Gennaio 1924 – L’Avana 26 Agosto 2008) sotto la supervisione della sua fidata consigliera Celia Sánchez, alla quale venne dedicato il nome e il logo della gelateria che rimandano, il primo, al balletto preferito della donna, il secondo, appunto, alle gambe di una ballerina.

L’edificio, costruito nel 1966, sorge nell’area dove fino al 1954 si trovava il Reìna Mercedes Hospital; a seguito dell’abbattimento della struttura si susseguirono diversi progetti che prevedevano dapprima la costruzione di un altro ospedale, poi un grattacielo di cinquanta piani, un padiglione turistico, infine un centro di intrattenimento notturno. Tutti i progetti furono abbandonati per lasciare il posto a Coppelia.

A primo impatto, ammirando la “Cattedrale del gelato” sembra di vedere un’architettura di Nervi: una grande calotta in cemento armato posta a copertura di sale circolari vetrate, che si dirama verso l’esterno attraverso pilastri a Y rigirati collegati tra loro da tendoni blu e bianchi. Se l’architettura di Nervi, però, assomiglia a “un’enorme medusa per effetto del guscio ondulato e dei cavalletti a Y che sembrano tentacoli” (B. Zevi) [1], Coppelia sembra più un ufo atterrato nella città e circondato da alberi Banyan.

Passeggiando intorno alla struttura circolare, nel parco, si incontrano banchi del gelato e tavolini all’aperto dove poter consumare le cosiddette Ensaladas (coppette di plastica ove possono essere disposte fino cinque palline di gelato); salendo invece dalla scala elicoidale centrale della “cattedrale” fino a raggiungere la copertura, ci si addentra in altre sale circolari divise l’una con l’altra da pannelli lignei e vetri colorati.

Se negli anni Ottanta del Novecento Coppelia divenne il punto di ritrovo degli habaneros e i gusti proposti arrivarono a essere circa una cinquantina, all’inizio degli anni Novanta, a causa della riunificazione della Germania e della perdita dei finanziamenti da parte dell’Unione Sovietica, la “cattedrale del gelato” andò in declino, finendo per restringere i gusti o addirittura “allungare” il gelato con l’acqua.

Il successo di Coppelia negli anni Sessanta, portò tuttavia alla costruzione di altre “filiali”: all’architetto Mario Girona Fernández venne affidato anche il progetto per il Varadero, località di mare a due ore circa da L’Avana; all’architetto José Cortiñas quello per Santa Clara. Il primo edificio fu concepito come un luogo di ritrovo per i bagnanti: circolare e interrato, si snoda attorno a  un giardino. La seconda costruzione, di stampo brutalista, inaugurata nel 1967, occupa un intero isolato ove anticamente sorgeva un mercato agricolo: è costituita da un piano pilotis sormontato da una massiccia copertura in cemento armato dal quale fuoriescono “schegge”.

Attualmente Coppelia è un luogo frequentato sia da cubani che da turisti: i primi, “che ancora vivono di beni razionati, possono godere della rara esperienza di poter ordinare quanto vogliono di qualcosa” (Anderson), i secondi, più che dal gelato e dalle lunghe attese che si fanno per acquistarlo, sono attratti dalle “vibrazioni positive” che il luogo e la gente che lo frequenta trasmettono.

 

Foto 1: Castro mangia gelato allo zoo del Bronx di N.Y., 1959. Foto: Meyer Liebowitz/Getty images

Foto 2: Ubre blanca impagliata nella teca di vetro. Foto: str/afp/Getty images

Foto 3,4,5,6: Giulia Gandin

Foto 7,8: https://www.wikiwand.com/es/Coppelia_(empresa)

Fonti:

[1] Cronache di Architettura, Bari , Laterza, 1970

https://www.vice.com/it/article/mbkje8/mangiare-gelato-a-cuba

https://www.wikiwand.com/es/Coppelia_(empresa)

Helados revolucionarios: Coppelia y la arquitectura líquida de La Habana

Architettura criminogena e disagio sociale – alcuni esempi

5 Marzo 2020

Da qualche tempo assistiamo a tentativi sempre più marcati di infondere nell’opinione pubblica una nuova convinzione, uno slogan, ovvero l’identificazione dell’esistenza di una cosiddetta “architettura criminogena“. Il voler pensare che determinati problemi sociali, di emarginazione, microcriminalità, presenti nelle realtà più periferiche e povere delle città italiane siano dovuti in modo esclusivo nell’aver adottato progetti architettonici invivibili e spersonalizzanti che hanno oppresso in maniera irreversibile gli abitanti che sono dovuti andare a vivere li.

 

Tale critica potrebbe anche avere (parzialmente) delle motivazioni nel caso di alcuni emblematici quartieri realizzati a cavallo degli anni ’70 e ‘80 in Italia (vi è da dire che comunque tali progetti rappresentano un numero di interventi limitato, estendibile ad una ventina al massimo di progetti su tutto il territorio nazionale, per un numero di alloggi assai minoritario rispetto al costruito dello Stato in tema di edilizia popolare[1]), non è lo stesso per altri quartieri dove il “tema di vicinato” era il centro della progettazione urbana.

Uno di questi quartieri dove tali teorie progettuali è stato applicato è Quartaccio, nella periferia Ovest della Capitale. Esso venne progettato negli anni ’80 come contrapposizione alle “megastrutture” realizzate fino ad allora a Roma (Corviale, Laurentino, etc.) da un gruppo di giovani architetti che vollero riproporre il cosiddetto “Borgo di vicinato”, sul modello dei paesi italiani adagiati sui crinali delle colline (come era orograficamente la zona dove si doveva edificare quel comparto di edilizia economica e popolare). In esso non ci troviamo “palazzoni” o mega condomini: sono tutte case a 3-4 piani, disposte in modo vasto, con ampi spazi tra loro e con giardini. Se guardassimo solo dal punto di vista architettonico sono tipologicamente abitazioni anche migliori di quelle della maggioranza dei romani, che vivono spesso in palazzi di 6-8 piani attaccati e senza spazi pubblici e di parcheggio. Invece la situazione che c’è li è agghiacciante, come viene testimoniato ultimamente da un video presente sulla piattaforma “YouTube”, dove viene intervistata dal canale web “Noisey Italia” la cantante Elodie, originaria del quartiere; nel video immagini ed interviste a le persone che vivono li rappresentano una realtà nella quale la popolazione si sente abbandonata da tutti ed esclusa.

Appare pertanto importante affermare che in tali situazioni l’architettura non c’entra nulla perché i veri problemi sono creati da altre situazioni, politiche e gestionali e che determinano un c.d. “abbandono sociale”.

Per capire questo è utile fare un piccolo confronto con due realtà totalmente antitetiche dal punto di vista sociologico ma molto simili da quello architettonico. Ovvero due complessi edilizi, realizzati all’inizio degli anni ’60 con approcci architettonici ed urbanistici simili, ma portatori di effetti totalmente diversi, però.

Il primo è il complesso realizzato a Villeneuve Loubet, sulla baia degli angeli, esso venne realizzato dall’imprenditore Jean Marchand che chiamò nel 1960 l’architetto André Minangoy a bonificare una zona paludosa e insalubre realizzando 4 edifici a vela di grandi dimensioni. Oggi questo complesso, sempre ben tenuto e “a la page” con affitti e costi a mq di svariate migliaia di euro è stato dichiarato dallo Stato Francese “Patrimonio del XX Secolo” e visitato da turisti ogni anno.

Il secondo è il famigerato quartiere di Scampia a Napoli, progettato dall’architetto Francesco “Franz” di Salvo nel 1962, che prese spunto anche dal progetto francese. Additato come edificio simbolo di questa sedicente “architettura criminogena” oggi è stato, a seguito di diversi interventi coadiuvati da altrettante campagne mediatiche contrarie, quasi interamente demolito (è rimasta integra solo una delle 4 megastrutture a vela progettate dall’architetto Di Salvo). Ma occorre dire che sono altre scelte che esulano dall’architettura che hanno determinato quelle situazioni di forte degrado, esse ricadono in determinate gestioni del patrimonio immobiliare dello Stato e sulla definizione di “quartieri popolari”, ovvero quello di aver realizzato soltanto dei contenitori di appartamenti a basso costo, senza quelle necessarie connessioni sociali e di “cucitura” alla città che sono necessarie ed imprescindibili se si vuole concretamente realizzare un apparato vivibile.

 

 

Analoga sorte è capitata ai quartieri realizzati nella Capitale, ma i dati i dati che emergono è che a guidare le classifiche dei quartieri più pericolosi di Roma sono realtà come San Basilio[2], un modello abitativo realizzato prima dall’UNRRA (guarda caso una delle prime opere di Mario Fiorentino, autore poi del Corviale) e poi dall’INA Casa negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale, con presenza di case basse e numerose aree verdi. Forse l’esperienza di Corviale, additato anch’esso da molti come esempio di “architettura criminogena”, ma al centro negli ultimi anni di una serie di iniziative culturali e mediatiche che hanno puntato riflettori sopra questa architettura, facendone una parte del vissuto della città di Roma, come testimoniano film come “Scusate se esisto” o videoclip musicali girati come sfondo l’edificio in questione.

Note

[1] V. Metamorfosi quaderni di architettura n°1 – 2016
[2] Franco Gabrielli – “audizione nella Commissione parlamentare di inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato di degrado delle città e delle loro periferie.”

Credits

La foto di Scampia è di Raffaella Matocci.

La foto di Corviale è di Carlo Ragaglini

L’immagine delle Vele di Villeneuve Loubet sono tratte da Radio Colonna:

Cosa faresti con 50 milioni di dollari? L’utilità dell’Utopia

29 Febbraio 2020

 

 

La domanda nel titolo è stata posta da Larry Page (CEO di Google) in occasione di uno SCI FOO CAMP organizzato presso i quartieri generali di GOOGLE, da O’Reilly Media, Digital Science, Nature Publishing Group e Google Inc..

Se vi state chiedendo cosa è un FOO CAMP non vi preoccupate, neanche io ne ero molto al corrente prima di scrivere questo articolo.

I FOO CAMP sono degli incontri (a cui si partecipa solo su invito) a carattere informale per discutere di diversi temi legati alla comunità degli hacker.

Letteralmente FOO sta per “Friends of O’Reilly”. I primi FOO CAMP sono stati organizzati infatti da Tim O’Reilly ed hanno una struttura organizzativa molto aperta, nessuna agenda preorganizzata, nessun tema prefissato, i partecipanti sono inviati a scrivere (e se necessario sovrascrivere) sul momento il programma dell’incontro e gli argomenti di discussione; si definisce questo tipo di evento una NONCONFERENZA.

Sulla stessa falsariga alcuni partecipanti ai FOO CAMP hanno poi sviluppato l’idea organizzando i BAR CAMP (a cui si partecipa senza invito), nome forse più familiare che serve per capire di cosa stiamo parlando.

Se adesso ve lo state chiedendo, la risposta è si, molte delle iniziative lanciate da Casaleggio e Grillo nella prima fase del M5S sono mutuate da questo genere di approccio.

Sulla scia di questo modello non convenzionale sono stati organizzati altri FOO CAMP più tematici, con la stessa formula aperta ma circoscritti ad un determinato campo; uno di questi è appunto lo SCI FOO CAMP organizzato in collaborazione con Google e dedicato in maniera specifica all’innovazione tecnologica.

La formula delle discussioni è aperta per cui è naturale che, per stimolare i diversi punti di vista, ai Camp vengano invitate personalità delle discipline più diverse, non è quindi strano che ad uno di questi incontri sia stato invitato anche un architetto.

C’è da sperare anche che il singolare evento di invitare un architetto ad una convention dedicata all’innovazione tecnologica avvenga un po’ più frequentemente di quanto appaia; questo però è il solo caso di cui ho letto un articolo e quindi mi è sembrato importante segnalarlo.

Oltretutto l’architetto “infiltrato” non è proprio un architetto ordinario: Sean Lally è un architetto che ha al suo attivo una intensa attività di ricerca sulla capacità delle fonti energetiche (elettromagnetiche, termodinamiche, chimiche, ecc.) di influire e generare spazi architettonici.

Le sue idee sono espresse nel suo libro The Air from Other Planets: A Brief History of Architecture to Come (titolo che è già un programma).

Insomma per essere invitati ai FOO CAMP di Google essere esperti di pratiche catastali e villette in stile neocoloniale non basta…..

L’altra cosa degna di nota è anche la risposta che l’infiltrato Lally ha fornito, e che descrive in un articolo apparso sul sito del The Canadian Centre for Architecture.

La situazione descritta da Lally è quella di un professionista la cui formazione è prevalentemente umanistica, capitato in mezzo ad un capannello di super tecnici, scienziati esperti di materie avveniristiche.

In mezzo a questi capita, quasi per caso, Larry Page (non è un caso come si capisce dall’articolo, l’evento è organizzato da Google, e Larry gira in mezzo ai partecipanti come farebbe una sposa tra i tavoli degli invitati) ponendo a tutti la sua domanda:

“If you had $50 million, what would you spend it on? Tell me what we should be doing.”

Se avessi 50 milioni di dollari, per che cosa li spendereste? Ditemi cosa dovremmo farci?.

La domanda è chiara se la inquadri nel contesto in cui viene fatta. Larry Page è uno degli uomini più ricchi del mondo ed è Amministratore Delegato di Google. Non ti sta facendo una domanda oziosa del tipo “se vincessi alla lotteria come spenderesti la vincita”, Larry ha la concreta possibilità di spendere quei soldi e la convention è organizzata fondamentalmente perché vuole capire quali sono i percorsi di sviluppo e ricerca più interessanti, quelli più promettenti per il futuro, su cui varrebbe la pena investire per continuare a mantenere Google in una posizione dominante nel mondo.

Oltre agli aspetti commerciali ed economici Sean Lally ritiene che la domanda dovesse contenere anche una interpretazione più etica e positivista:

“We at Google have the resources to tackle big problems affecting this world, and there’s no shortage of those problems, so tell me what you’re currently working on and maybe we can throw our weight behind your efforts.”

Noi di Google abbiamo le risorse per affrontare i grandi problemi che affliggono questo mondo, e di certo i problemi non mancano, quindi ditemi su cosa state lavorando e forse possiamo sostenere i vostri sforzi.

Non male vero? avete la soluzione per la fame nel mondo? sapete come fermare il riscaldamento globale? ditelo a Larry che vi finanzia l’impresa. Sembra facile; c’è da chiedersi come mai, viste le possibilità economiche e comunicative di Google, queste soluzioni non siano già state messe in atto.

Lally chiarisce infatti come la stessa Google abbia già provato a investire risorse in ricerca e sviluppo per trovare “soluzioni ai problemi del mondo”: ad esempio sviluppando sistemi che consentissero di ridurre la produzione di CO2 e mitigassero gli effetti dei cambiamento climatici.

Il risultato di questi investimenti, sostiene Lally, sono stati che la stessa iniziativa di ricerca si è dovuta arrendere di fronte alla difficoltà di convincere un intero sistema economico ad abbandonare le tecnologie prevalenti (basate sul consumo di idrocarburi); il modello attuale prevalente è quello sviluppato nell’arco di un intero secolo ed è così profondamente radicato nella cultura generale contemporanea e globale che è estremamente difficile pensare di invertire la rotta semplicemente imponendo nuovi modelli economici. Nonostante la confluenza di ricerche tecnologiche, nuove idee politiche e risorse economiche, non si è finora riusciti ad invertire la tendenza generale che provoca il cambiamento climatico, che appare a questo punto inevitabile. Le nazioni e le società civili, nonostante i proclami e le buone intenzioni, continuano a preferire i modelli di sviluppo novecenteschi.

A questo punto la proposta di Lally è quella di lavorare sull’educazione o meglio sullo sviluppo di una visione utopistica da offrire alla società come indirizzo per stimolare proattivamente il perseguimento della risoluzione dei problemi. Per innescare un significativo cambio di rotta, Lally propone quindi di lavorare sulla visione del futuro.

Tutte le politiche di innovazione sperimentate sino ad ora si sono basate su visioni apocalittiche del futuro e hanno provato a innescare il cambiamento “spingendo il cambiamento”; imponendo modelli basati su innovazione tecnologica che però, evidentemente, non è stata in grado di stimolare l’immaginazione del pubblico a cui si rivolgeva.

Quello che propone Lally è sostanzialmente una inversione della prospettiva: nelle transizioni tra modelli energetici occorre fare distinzione tra i meccanismi di traino e quelli di spinta (“a distinction between ‘pulling’ and ‘pushing’ these transitions”).

Occorre fare in modo che la società veda le potenzialità dei cambiamenti energetici e le persegua non perché sono il frutto di un obbligo morale, ma perché se ne intravedono i miglioramenti concreti nella vita quotidiana.

Per fare questo c’è bisogno di una visione utopica.

Quindi la proposta di Lally a mr Google è di investire i 50 milioni finanziando 500 progetti di design che illustrino come potrebbe essere il futuro grazie all’impiego di tecnologie più rispettose dell’ambiente, e mostrando al mondo i risultati di queste ricerche (luoghi fisici da visitare, storie da leggere, film da vedere, ecc.).

“Take the $50 million and fund five hundred design projects that show a future that takes into account environmental change and all that goes along with it—climate change, the bioengineering of our bodies, new uses for energy—and then get them in front of the general public. These designs could be physical spaces people visit, stories people can read, movies people can watch. I’m not talking about dystopian warnings or guilt trips about lessons we should have learned in the past. I’m talking about providing images that stimulate and prepare people for the future ahead. Tomorrow isn’t going to look like yesterday, and as long as we continue to judge its success and appeal based on a belief that it will, we’re in for disappointment.”

Quello che propone Lally non è niente di più che dare nuovo impulso alla ricerca teorica e utopistica. Dopotutto non è difficile comprendere il contributo reale che le utopie e le visioni futuristiche sviluppate nella storia hanno avuto per determinare il successo delle rivoluzioni industriali ed economiche. Basterebbe citare Sant’elia, Fourier,  Boulée, oppure le più recenti visioni di Cedric Price e il suo Fun Palace (citato da Lally nel suo articolo).

Non esiste in fondo niente di più concreto di una sana Utopia.

Non c’è che dire, se Larry dovesse accogliere la proposta di Lally, noi architetti siamo ben disposti ad abbandonare le pratiche catastali……

Nel frattempo provo a rilanciare alcune delle più famose Visioni che in un modo o nell’altro hanno contribuito a modificare la realtà che si è sviluppata in seguito.

Yona Friedman

 

 

F.L. Wright

 

Ancora F.L. Wright

 

Étienne-Louis Boullée

 

Sant’Elia

 

Anonimo dell’Italia centrale

 

 

Leggi l’articolo di Sean Lally su CCA.

Leggi anche il nostro ricordo di Friedman.

Credits

Le immagini nel testo sono le seguenti.

Cenotaffio. Di Étienne-Louis Boullée – Own scan from: “Klassizismus und Romantik. 1750-1848”, Hrsg. Rolf Toman, Verlag Ullmann und Könemann, Sonderausgabe, ISBN 978-3-8331-3555-2, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2139341

Cedric Price Fun Palace for Joan Littlewood Project, Stratford East, London, England (Perspective) 1959–1961. https://www.moma.org/collection/works/842

 

 

 

Per fare buona architettura ci vuole una committenza forte?

13 Febbraio 2020

Su A+U è stata rilanciata una vecchia conversazione tra I.M. Pei e Fumihiko Maki a proposito di una delle icone dell’architettura moderna e contemporanea, la celebre Pyramid del Louvre che nel 2019 ha compiuto 30 anni di vita.

A distanza di tempo l’intervento è considerato uno dei più riusciti sia dal punto di vista degli addetti ai lavori  e sia dal punto di vista del grande pubblico.

Dalla conversazione emergono però (ed è interessante rileggere ora i particolari di quella vicenda) le enormi difficoltà che incontrò Pei durante la presentazione del progetto agli enti istituzionali e alle accademie.

È illuminante notare l’importanza che ha avuto la committenza nel sostenere il progetto; l’allora presidente Mitterand voleva lasciare il suo segno alla Francia (in questo c’è da dire che la storia politica francese è sempre stata un modello per le opere di architettura) e questo ha consentito al progettista di lavorare con le spalle sempre coperte avendo la tranquillità di un interlocutore forte e deciso.

Una lezione importante che dovremmo ricordare per capire come nascono i grandi progetti di Architettura, non basta infatti un bravo progettista, ma occorrono anche Committenti illuminati che abbiano una visione forte e chiara dei loro obbiettivi, altrettanta forza nel perseguirli, e soprattutto coraggio nell’assumersene la paternità. Tutto il contrario di quanto avviene oggi dove i progettisti sono utilizzati spesso e volentieri come parafulmini, comodi capri espiatori su cui riversare ogni critica scomoda, teste d’ariete da sacrificare non appena il vento del consenso o il complesso delle difficoltà realizzative dovesse farsi troppo impervio.

 

Viene facile fare il confronto su come è stata gestita la scelta del progetto di ricostruzione del Ponte di Morandi; una vergognosa serie di non scelte, dove a farla da padrone è stato un progettista, non incaricato, che con l’atto di regalare il progetto ha tuttavia influenzato pesantemente tutte le scelte successive, deresponsabilizzando la politica alla quale non è parso vero di poter delegare l’onere di una scelta che invece avrebbe dovuto essere prerogativa di chi amministra il territorio e le città.

Pensiamo anche all’altra riprovevole vicenda del concorso per la sistemazione del Palazzo dei Diamanti a Ferrara, dove è bastato il clamore mediatico di Sgarbi, forte solo della sua fama televisiva, schierato contro il progetto ormai già aggiudicato tramite un regolare concorso, per convincere i Ministero a smentire se stesso e ad annullare l’aggiudicazione.

Il ponte Morandi  e l’Ampliamento di Ferrara sono solo alcuni tra i tanti casi che si verificano, sistematicamente in Italia e nel mondo a ricordarci come l’Architettura e le sue manifestazioni, ancora oggi sia una delle più importanti espressioni della società che le realizza (o non realizza).

“Pei: You’re right. I’m an optimist. You have to, to enter into a project like the Louvre. In the beginning, I tell you I was so certain that I would fail because I presented my scheme to a group of people called the Commission superieure des monuments historiques, which was the highest body of intellectual leadership in France. They were cruel. They were the cruelest bunch of people, and they used the French language in such a way like a sword. Fortunately, I didn’t understand too much of what they said.

Maki: Had you understood it fully you would be exasperated.

Pei: I was tongue-lashed by them at a meeting. They never looked at my model, they didn’t. They saw the model the day before. Unfair. But they claimed that they had not seen it. The whole idea was wrong, wrong. If I was not an optimist I would have given up. I have to give credit to another man, Emile Biasini, appointed by Mitterand to pursue the project. Biasini should be remembered. He defended me as tenaciously as Mitterand would have, but Mitterand couldn’t go into the open to defend me you know because was the president of France, but Biasini’s voice was his voice. After that problem at the monuments historiques, everybody on my team was all depressed. Oh it was so sad. We worked so hard, then somebody rejected our results for no good reason. We all looked like a defeated bunch. Biasini said, “We haven’t started the battle yet.” He invited us all to seaside resort called Arcachon in the south of France. Near the coast, in the midst of winter, bitter, bitter cold wind was blowing in from the Atlantic. There we were together with all of the actors on the scene. Most important were the seven curators.”

 

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Credits:

  • testo di Giulio Pascali
  • la foto del cantiere della Pyramid è tratta da www.parigimaipiusenza.com
  • la foto di R.Piano che presenta il suo regalo il presidente della Regione Toti è tratta da www.lavoripubblici.it

Sulla poetica del camouflage (un articolo non basta).

6 Gennaio 2020

“Sono molto felice per questo prestigioso premio, perché si tratta di un riconoscimento all’innovazione nell’ambito dell’architettura. È un invito a pensare all’architettura come un’anticipazione del futuro per ognuno di noi, non solo come l’affermazione di uno stile o di un linguaggio”. (Stefano Boeri, vincitore nel 2014 con il “Bosco Verticale” dell’International Highrise Award, competizione internazionale a cadenza biennale per l’assegnazione del premio di grattacielo più bello del mondo).

In foto: Bosco Verticale a Milano (2014), progetto Stefano Boeri.

Il Bosco Verticale è costituito da due edifici residenziali, di 18 e 26 piani, realizzati nel Centro direzionale di Milano, ai margini del quartiere Isola. Peculiare è la presenza di piante, perlopiù arbusti, sui balconi per adornare i prospetti. Il progetto ha avuto un grande consenso internazionale con un gran numero di articoli elogiativi e, se vogliamo, meritati.

Boeri ha realizzato un progetto, divenuto “icona” dello sviluppo sostenibile Made in Italy (con la leadership milanese a giocare un ruolo di primo piano). Icona prima, poi paradigma, cioè progetto in predicato di replicabilità, di riproduzione. Mi incuriosisce il fenomeno: in primis dal punto di vista dello stesso autore – che ha accolto il “riconoscimento” generale del progetto e ne ha fatto un marchio di fabbrica. I principi su cui si basa il progetto, in particolare rispondere al bisogno di verde dei cittadini, scaturisce in un modello architettonico non facilmente replicabile all’interno di una strategia urbana, specialmente per gli intuibili maggiori costi di costruzione e di gestione. Il suo desiderio di innovare il linguaggio e i temi dell’architettura, al di là del noto e dello sperimentato, non troverebbe un solido appoggio teorico-pratico. Mi incuriosisce molto, anche, potere comprendere se i numerosi progetti analoghi proliferati nel mondo scaturiscono tutti dallo stesso ceppo milanese o siano germogli di altri semi. Non mi spaventa in sé neanche l’effetto Boeri in quanto fashion design, ovviamente, mi preoccupa più l’emulazione meccanica in nome di una retorica ecologista, retorica in quanto rimuove l’insostenibilità di realizzazione, al netto anche di un suo possibile uso per legittimare eventuali speculazioni edilizie.

Facciamo qualche esempio di “ripetizione” del Bosco Verticale, con le costanti e le differenze progettuali, cercando di comprenderne i meccanismi.

 

Magic Breeze Sky Villas

 “Crediamo che ai giorni d’oggi un modo sostenibile di costruzione sia più prezioso che mai”. (Dayong Sun e Chris Precht, Penda Architecture)

Nell’immagine: Giardino verticale “Magic Breeze Sky Villas” a Hyderabad, India (2016), progetto Penda Architecture.

Effetto Boeri? Non sembrerebbe. Lo studio, con sede a Pechino e Vienna, ritiene che il loro agire sostenibile, orizzontale e verticale possa essere utilizzato per la città del futuro in quanto lo stato attuale dell’irresponsabile pianificazione urbana, dell’inquinamento atmosferico e della crisi economica chiedono agli architetti di ripensare il processo di costruzione. Proprio sotto questi auspici nasce il progetto per il complesso residenziale chiamato “Magic Breeze”, dove il verde offre grande senso di vitalità, oltre a fornire ventilazione naturale a tutto il complesso. In questo caso, rispetto a Milano, per il giardino verticale è stato sviluppato un sistema di fioriere modulari all’esterno dei balconi di ogni unità abitativa con funzione di orto domestico, auspicando ambiziosamente l’autosufficienza alimentare. Anche il balcone è progettato come una superficie erbosa, per evocare la tipologia di “casa privata con giardino”. Inoltre, i progettisti dichiarano che l’intero complesso è stato modellato dalle regole del Vaastu, sistema architettonico indù tradizionale, che prescrive principi di orientamento e layout per l’abitare in armonia con la natura. Infine, il sito del complesso è circondato da un lago naturale sul confine sud orientale, che viene utilizzato a scopo irriguo per il verde orizzontale e verticale. I Penda, a differenza di Boeri, cercano una soluzione più versatile di “parete vivente”, si impegnano sul piano della manutenzione e gestione del verde. In tutti i casi, però, non si riesce a leggere una riflessione teorico-filosofica a cui segue la sperimentazione pratica, fermo restando che l’integrazione edificio-natura è un fatto complesso, che non consente scorciatoie. È chiaro, però, che approcciare il tema con la sciatta retorica “green”, oggi tanto popolare e sempre più pervasiva, si rischia di considerare l’architettura come minaccia piuttosto che risorsa, inducendo conseguentemente a camuffarla con il verde.

 

Valley

“Tutti gli alberi tagliati per far posto al nuovo edificio saranno ripiantati in quota”. (Winy Maas, MVRDV)

Nell’immagine: “Valley” edificio ad uso misto ad Amsterdam, Paesi Bassi (ultimazione prevista 2021), progetto MVRDV.

Winy Maas è a capo con Jacob van Rijs e Nathalie de Vries dello studio MVRDV, ormai di fama internazionale, con circa 250 dipendenti, diversi progetti in progress un po’ ovunque nel mondo, in evidenza per soluzioni sfrontate, spettacolari e a volte ironiche. Quello che incuriosisce anche in loro è il recente cambio di approccio, un tentativo di impattare meno che però non ha nulla a che fare con il genius loci, più con la facile retorica ecologista. Ad oggi, pur provenendo da progetti “spavaldi”, vedo un loro avvicinamento al camouflage, almeno in teoria. Forse l’avere fortemente burocratizzato l’edilizia in nome della sostenibilità sta distruggendo l’architettura? Ad Amsterdam, l’edificio “Valley” è a uso misto, 75.000 metri quadrati nel quartiere degli affari, unità abitative, uffici, parcheggio, sky bar, spazi commerciali e culturali. Un edificio che vuole essere vitale, per trasformare il quartiere degli affari in un luogo più umano e vivibile. Il progetto, come al solito spregiudicato, prende la forma di una scatola impilata a terrazze che sale a tre picchi di diverse altezze, la più alta di 100 metri con lo Sky Bar a due piani. La facciata residenziale, rivestita in pietra naturale scolpita, è stata progettata in modo parametrico per consentire alla luce solare di penetrare in tutti i 196 appartamenti del complesso, tutti caratterizzati da una pianta unica. In quanto edificio ad uso misto, anche esternamente si legge la transizione tra le tipologie diverse per creare un paramento esteriore rispettoso e coerente. In diretto contrasto con questo, come già accennato, la facciata residenziale interna è definita da una serie di robuste terrazze in pietra ma, da notare, con grandi fioriere che ricoprono l’edificio di vegetazione, “gli alberi tagliati per far posto al nuovo edificio saranno ripiantati in quota”. È sicuramente un cambio di tendenza, concordo sulla necessità di riprendere un dialogo architettura-natura ma seriamente, senza facile retorica, senza furbizia, senza speculazione culturale, senza codardia nel presentare dei giganti edilizi camuffati da operazioni ecosostenibili.

 

Acquarela community

 “Una posizione culturale in architettura è una necessità. Ciò comporta il rifiuto di soluzioni già pronte o facili a favore di un approccio che sia globale e specifico”. (Jean Nouvel)

Nell’immagine: Acquarela community a Quito, Ecuador (2019), progetto Jean Nouvel.

Quito è la capitale dell’Ecuador, si trova ai piedi delle Ande a un’altitudine di 2850 metri, costruita sulle tracce dell’antica città inca. Per la periferia di Quito, una zona rurale ad est della città, Nouvel ha progettato un importante complesso residenziale. Il progetto comprende nove blocchi avvolti da balconi curvilinei rivestiti in pietra. Le pareti interne hanno ampie vetrate che si aprono sullo sfondo montuoso. Come in un singolare cohousing, si prevede la condivisione di piscine, club house con tanti servizi, pista da bowling, pista di pattinaggio, sala yoga, sala musica, mini-golf e un cinema. Altre strutture includono l’accesso a campi da calcio, squash e tennis; aree progettate per bambini e ragazzi; aree di lavoro, parrucchiere, spazi per eventi, palestra, SPA e quant’altro. Insomma un grandioso complesso residenziale con servizi di lusso e tanto verde all’interno dei balconi realizzato proprio in modo da scorrervi sopra i bordi.

Qualcosa, però, non torna. Jean Nouvel è uno dei nomi più grandi dell’architettura mondiale. È promotore negli anni 70 di una vera e propria rivoluzione della cultura architettonica francese. Classe 1945, nel 1966 si classifica primo al concorso di ammissione della Scuola delle Belle Arti a Parigi, dove si diplomerà nel 1972. Durante gli anni di formazione viene a stretto contatto con la filosofia di due grandi menti dell’architettura come Claude Parent e Paul Virilio. Inizia una carriera costellata di premi, fino al Pritzker nel 2008. La sua visione innovativa, il suo andare contro i limiti della specificità dell’architettura, lo hanno sempre caratterizzato. Allora, come classifichiamo questo progetto?

È frutto di motivi commerciali e di marketing? Probabilmente è solo la tendenza attuale che coinvolge lo starsystem, per cui gli architetti si ritrovano impegnati con i costruttori a inventare stratagemmi per continuare a speculare indisturbati e, nel contempo, nascondere la banalità, la brutalità, la violenza delle loro costruzioni, camuffate con il verde ai balconi e alle terrazze. È un circolo vizioso, perché è lo stesso verde che richiede costose soluzioni di impermeabilizzazione e di manutenzione, che fa lievitare il valore immobiliare, in modo che i futuri proprietari di queste residenze di “lusso” saranno quelle stesse famiglie facoltose che potranno vantarsi di abitare in appartamenti firmati e pubblicizzati da architetti famosi.

Non mi piace per niente, voglio dire che il successo mediatico delle fioriere (aiutato o meno, meritato o meno) ha distorto un po’ i contenuti del progetto, impegnandosi ad assecondare convenientemente la retorica ecologista con le apparenze attraverso una sostanziale insostenibilità. Un solo progetto lo avrei sottoscritto come manifesto ma non come prototipo. L’effetto replica che lo stesso Boeri ha fatto del Bosco Verticale in giro per il mondo o l’emulazione generatasi ha travisato il senso dell’architettura. Concordo, tuttavia, sulla necessità di riprendere seriamente un dialogo architettura-natura ma senza facile retorica, con un ritorno all’etica di vitruviana memoria, l’architettura strumento di adattamento dell’uomo alla natura, senza prevaricazione ma in armonia. Assimilare l’innovazione sino a farla diventare un modello ripetibile. Per questo serve un metodo, una teoria, del tempo. Arte/filosofia/sociologia/linguistica/poetica devono confluire nella concretezza dell’opera architettonica, quale organismo urbano, utile, funzionale, efficiente, non retorico. Questi esperimenti finora incontrati non pare riescano a rappresentare una sintesi teorico-pratica del pensiero progettuale, non identificano l’opera d’architettura benché riescano ad accreditarsi nella contemporaneità. È l’era del fashion design trasposto all’architettura, una tendenza che si è accreditata con la figura dell’archistar, nulla a che vedere con i maestri dell’architettura. Inoltre, gli architetti dello starsystem, chiamati e utilizzati dai costruttori per legittimare le loro scatole vuote vestite di verde ecologista. Forse per cambiare le cose, però, un articolo non basta.

 

Testo di: Santo Marra
Foto: Bosco Verticale © Giulio Paolo Calcaprina; Acquarela: render di Jean Nouvel Architecte; Valley: render di MVRDV architects; Magic Breeze Sky Villas: render di Penda Architects
Editing: Giulio Paolo Calcaprina