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Roma a 4000K

Dopo circa un anno e mezzo (aprile 2017) dall’inizio delle sostituzioni delle vecchie lampade al sodio, nel centro storico di Roma, con nuove lampade a LED e dopo la levata di scudi di associazioni (culminata con una lettera pubblica di protesta al Ministro Franceschini), comitati, uomini e donne di cultura e semplici cittadini, dopo che, spinto dalla pressione delle associazioni, l’assessore all’urbanistica e lavori pubblici Montuori ha convocato con ACEA e Università, pur non invitando associazioni e comitati firmatari (ma che concezione vecchia e chiusa della gestione della cosa pubblica!!!), prospettando una collaborazione con le Università per la revisione del piano (precisamente con il master in lighting design della sapienza ed il laboratorio di illuminotecnica ed acustica di Roma Tre), il risultato che ne è derivato è un nulla di fatto.
Evidentemente ai componenti di questo tavolo di lavoro il non-progetto della sostituzione della tecnologia della pubblica illuminazione del centro storico andava bene così.
Anzi, se possibile, ne è risultato che c’è margine per fare peggio, come la nuova illuminazione dei palazzi di piazza del Campidoglio stanno a testimoniare.

Dunque, è il momento opportuno per imbastire un ragionamento su quali potrebbero/dovrebbero essere le linee guida, gli spunti, per la progettazione della luce nella città storica di Roma. Questo articolo è volto quindi ad aprire una discussione su questo tema.

Illuminazione notturna del foro di TraianoA Roma non si pianifica più da quasi trent’anni. L’ennesima riprova di questo assioma è stato uno scellerato cambio di tecnologia della pubblica illuminazione, avvenuto all’inizio del 2017.

Perfino alcuni autorevoli quotidiani stranieri hanno parlato dell’effetto di questo cambiamento sulla percezione degli spazi pubblici del centro storico e della prevedibile reazione dei romani.

Cosa è successo esattamente? A partire da circa l’inizio del 2017, nel centro storico, sono state cambiate le lampadine al sodio, tecnologia presente da almeno una trentina d’anni nella Capitale, con lampade o piastre a LED, tenendo come unico parametro una luminanza di 20 lux (è un valore da me supposto, ma forse non ho sbagliato più di tanto) al metro sulla strada e una temperatura di colore di 4000 gradi Kelvin, che dà una luce fredda, tendente all’azzurro/verde.

Chi ha concepito questo cambio? Dal risultato si direbbe nessuno, vale a dire che non c’è un progetto illuminotecnico dietro questa operazione.

Il Comune, probabilmente, ha dato incarico ad ACEA, il gestore della pubblica illuminazione, di presentare una proposta e, come è costume delle partecipate romane e non solo, costoro, pieni di bravi elettricisti, hanno pensato che sapere avvitare e svitare una lampadina fosse sufficiente per cambiare la luce ad una città come Roma.

Il Comune, infatti, ha saputo snocciolare solo i dati relativi al risparmio energetico ed economico, come se i cittadini non avessero gli occhi per vedere.

Cominciamo ad affermare che non necessariamente la luce gialla prodotta da un lampada al sodio sia meglio di quella prodotta da una lampada a LED. Una lampada al sodio ha una resa cromatica (il Color Rendering Index o CRI, ci dice in che modo una sorgente è in grado di riprodurre il colore di un oggetto da essa illuminato) pari a 20, mentre le nuove lampade installate a Roma hanno un CRI 70. Nella foto che segue, si può vedere come, con la luce gialla, spariscano molti dettagli della facciata dell’edificio, confrontati con la facciata al LED. La luce gialla tende ad appiattire i piani prospettici, ma piace perché avvolge tutto un un alone di “mistero”.

piazza Cairoli

Per essere corretti, abbiamo dubbi anche su questo dato (il CRI 70), dichiarato dal Comune. Se si gira per la città, come abbiamo fatto noi, non è difficile scorgere a occhio palesi differenze di dominante della luce tra zone e zone. Per esempio tra il Lungotevere dei Vallati, che ha una dominante grigio-azzurra e Porta Cavalleggeri, che ha una dominante verde. Il colore della dominante si scorge soprattutto vedendo la sorgente luminosa con una visione laterale.

Lungotevere dei Vallati

Molti monumenti romani, già da tempo, sfruttano una sorgente di luce bianca per valorizzarne l’Architettura anche di notte.

Altare della Patria e illuminazione stradale di piazza Venezia

Anche i Fori Imperiali sono stati illuminati (non senza critiche degli addetti ai lavori) da Vittorio Storaro con questa tecnologia, non con le lampade al sodio

Il foro di Augusto illuminato da Vittorio Storaro

Il nodo del problema è che Roma, particolarmente nelle zone centrali e storiche non è una città come le altre. A Roma la gente va per sognare e, a detta dei più, le nuove lampade a LED a 4000°K restituiscono una luce da obitorio.

Porta Cavalleggeri

Allo stato delle cose è evidente la mancanza di un progetto di lighting design, fatto da progettisti specializzati in questa disciplina, che contempli le molteplici necessità del centro storico più grande d’Europa.

Per esempio: in un contesto urbano possono esserci delle gerarchie, le vie, i piani prospettici degli scorci, i monumenti con maggiore o minore rilevanza.

illuminazione monumentale: ponte Vittorio Emanuele II e Castel s.Angelo sullo sfondo

Finora si è optato per la differenziazione delle lampade delle vie pubbliche con quelle dei monumenti puntando a differenziarli visivamente, ad uno stacco tra loro, ma non è per nulla assodato che tale scelta sia pregevole.

Nel caso di Roma, massimamente rivestita di travertini e intonaci (dai bianchi del ‘500 al “colore del cielo” del ‘600, fino all’ocra del 700) potrebbe essere una scelta vincente quella che i colori dei palazzi monumentali siano valorizzati, anche in una visione notturna.

illuminazione a LED dei travertini di ponte Sisto

illuminazione del colore di Roma: Sodio vs LED a s. Andrea delle Fratte

Va inoltre pianificato il grado di illuminazione delle vie, una per una, rispettando, ovviamente, i parametri per contenere l’inquinamento luminoso. Può darsi il caso, infatti, che ci siano vie con facciate meno interessanti, che possono tenere una illuminazione bassa o vie delimitate da quinte urbane che vanno illuminate maggiormente. Anche questo va deciso in un piano della luce.

Si guardi per esempio l’immagine successiva che ritrae via Margutta, una delle vie più celebrate dai pittori del ‘900. L’illuminazione è bassa. Delle facciate si scorge ben poco.

via Margutta

Nel caso specifico, oltre l’altezza va definita anche l’ampiezza della curva fotometrica che emette il lampione. Si guardi la differenza tra la lampada a LED e quelle al sodio di una via del Rione Monti.

comparazione del risultato dell’illuminazione con diverse curve fotometriche al Rione Monti

Questo ultimo aspetto apre il discorso all’errore più grave che è stato commesso: pur avendo una commissione di proporzioni gigantesche, non è stato fatto alcun tipo di ricerca relativamente ai sistemi più idonei per adattare le sorgenti a LED ai vecchi lampioni. Adducendo problemi di riflessi , sono stati rimossi i vetri dagli storici lampioni fissati sulle pareti degli edifici ed è stata sbrigativamente fissata una piastra con LED sulla cupola metallica posta nella parte superiore del lampione.

i nuovi lampioni a LED senza vetri, con la sorgente luminosa sulla cupola della lampada

i vecchi lampioni con lampade al sodio con vetri e sorgente luminosa centrale

La luce risultante è quindi molto concentrata ed è stata creata una perfetta casa per i piccioni che infestano tutto il centro. In poco tempo, dunque, i lampioni sono lordati dagli escrementi degli uccelli. Sollecitati dalle associazioni dei cittadini sono corsi ai ripari rimettendo in alcuni casi, i vetri.

Perché la luce al sodio “fa sognare”? Perché restituisce meno informazioni, meno dettagli delle superfici che illumina. E’ questo probabilmente il secondo aspetto più rilevante, assieme a quello del colore, su cui un progettista della luce dovrebbe ragionare. Sia chiaro, avere più o meno dettagli visibili non è “meglio” o “peggio”, è semplicemente una scelta progettuale da operare in un ampio contesto di scelte.

Sodio vs LED: via degli Annibaldi

sodio vs LED: ponte Cavour

sodio vs LED: via Panisperna

Era questo inoltre il momento di affrontare una stratificazione dei corpi illuminanti avvenuta per più di 100 anni. Ai vecchi lampioni, derivati da quelli a gas, si sono affiancati altri lampioni alti dal disegno caratteristico (soprattutto nelle piazze ottocentesche) e i “campanoni” (le cosiddette lanterne modello “Roma” del 1925) sospesi con cavi d’acciaio tra i palazzi. Queste lampade storiche hanno, con la loro luce definita e con la loro forma storicizzata, caratterizzato le notti romane.

stratificazione e confusione delle tipologie di lampade nel centro storico: Lungotevere in Augusta

Un’ultima considerazione, riguardo ad un piano luce delle zone storiche di Roma, va fatta per il rapporto tra illuminazione privata e contesto pubblico.

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un proliferare di edifici con una propria illuminazione di facciata, di qualità e non, completamente avulsa dal contesto. Sono edifici di proprietà uniche, come hotel e grandi magazzini. Anche in questo caso si rischia di perdere una gerarchia dei segni, dei punti di vista, che sono una caratteristica precipua dell’urbanistica del centro di Roma. Un edificio isolato illuminato, infatti, può disturbare una vista prospettica che contenga monumenti pubblici e fondali importanti; più edifici illuminati in uno stesso contesto possono produrre l’effetto “Las Vegas”. Non ultima andrebbe affrontata, come si è fatto per insegne e cappottine, anche l’illuminazione dei negozi.

illuminazione di edifici privati a via Milano

piazza di Spagna: illuminazione dell’ambasciata di Spagna. Si noti il cornicione.

Un esempio dell’illuminazione non regolamentata dei negozi: via Frattina

Non è sempre necessario illuminare un edificio pubblico, con un valore storico-artistico. Non è sempre necessario evidenziarlo con una luce diversa. Certe volte è bene illuminarne solo alcune parti per restituire le suggestioni di una città unica come Roma, come ci mostra questa foto presa a piazza S. Silvestro, con la delicata illuminazione della chiesa dei santi Claudio e Andrea dei Borgognoni.

piazza s. Silvestro: a sinistra la chiesa dei santi Claudio e Andrea dei Borgognoni con la sola illuminazione della cupola, della lanterna e del campanile, accompagnata da una delicata illuminazione della facciata.

E’ Disneyland quello che vogliamo? Dobbiamo chiedercelo e fare, anche in questo caso, delle scelte.

L’amministrazione capitolina, attuale e passata, ha operato nella più totale insipienza. Anche di recente ha realizzato progetti, questa volta con il Dipartimento SIMU con la solita nefasta collaborazione di ACEA (Areti spa, del gruppo ACEA), che hanno prodotto risultati devastanti. Non ultima la ferita nel cuore pulsante di Roma: la nuova illuminazione di piazza del Campidoglio, (qui la galleria fotografica) dove l’ordine gigante michelangiolesco dei palazzi dei Conservatori e dei Musei, studiato in tutti i testi di storia dell’Architettura, viene tagliato in due e la gerarchia della facciata (le concavità del portico, l’ordine gigante, il cornicione di coronamento) viene annullata da uno “spezzatino luminoso”.

la nuova illuminazione dei palazzi di piazza del Campidoglio.

Vogliamo, da architetti e da romani, che qualcuno affronti il tema del progetto complessivo della luce di Roma e si accolli la responsabilità delle sue scelte, compresa la Sovrintendenza, che da tempo sembra latitante.

 

Regesto di articoli pubblicati sull’argomento:

Trastevere, candele alle finestre contro le luci a led – Corriere

Nuova illuminazione di Roma_ l’ Interrogazione delle associazioni alla Sindaca _

Fermate subito la nuova illuminazione, è un attentato alla Bellezza di Roma – Emergenza Cultura

Roma Capitale e Università per nuova illuminazione della città. Piano LED al via i sopralluoghi.

Illuminazione: sopralluoghi per il piano LED: “lavorare per il bene della città”

Roma a LED, l’assessore accelera sul piano: “Entro l’anno luci nuove in tutta la città”.

Alcuni articoli tratti dal sito “Carteinregola” riportanti notizie sulle azioni principali messe in atto dai comitati per sollevare il problema:

Piano Led: questa non è una battaglia radical chic

Il Mibact fermi il piano LED: appello al Ministro

Piano LED: chi decide la qualità della città

Al Tavolo per la revisione del Piano LED non sono invitati i comitati

 

 

Tutte le foto dell’articolo sono dell’autore (© Giulio Paolo Calcaprina), con eccezione dell’ultima presa dal sito “il metropolitano.it”

500 eventi e un mese di architettura a Londra, un festival che diverte e fa riflettere!

13 settembre 2018

Anche quest’anno si è svolto a Londra, per tutto Giugno, il Festival Dell’architettura (FDA) https://www.londonfestivalofarchitecture.org/ , arrivato alla sua 11a edizione.

Oltre 500 eventi si sono svolti per tutta la città, la maggioranza di essi gratuiti e aventi per tema l’identità http://designstudioarchitects.co.uk/what-is-architectural-identity-part-i/.

Il maggiore festival di architettura annuale del mondo ha  avuto circa 500 mila partecipanti che si sono divisi tra mostre e installazioni, conferenze e dibattiti, studi aperti, tour, attività familiari, proiezioni di film, spettacoli per studenti e serate di architettura sull’importanza dell’architettura e del design a Londra oggi.

L’architettura  https://www.archdaily.com/773971/architecture-is-121-definitions-of-architecture “è  l’arte e la scienza di assicurarsi che le nostre città e edifici in realtà si adattino al modo in cui vogliamo vivere le nostre vite”. Si dice che una buona pianificazione e architettura dovrebbero permettere alle persone di prosperare, di imprimere il proprio carattere nel loro vicinato. Non dovrebbe controllare, definire o imporre determinati stili di vita.

Dopo aver navigato adeguatamente sul sito e studiato le tante opzioni a disposizione, ho cercato di visitare eventi di diverse tipologie, in modo da avere un’idea d’assieme del festival. Di seguito ho cercato di fornirne una dettagliata descrizione al fine di divulgare una manifestazione che, per quanto possa sembrare ludica e di nicchia, è un momento culturale importante per la comprensione delle tendenze in architettura e dei vincoli sociali, storici, politici che sono alla sua base.

  • Informazioni Storiche

Fondazione:

Peter Murray https://www.petermurraylondon.com/about.html

 

Frequenza:

Nato nel 2004 come biennale, visto l’enorme successo, il festival ha dal 2012 una frequenza annuale

 

Temi:

  • 2004 – Gentrificazione e Rigenerazione https://www.che-fare.com/percorso/rigenerazione-urbana/
  • 2006 – Cambiamento (transitorietà e coerenza, paesaggio rurale e urbano)
  • 2008 – FRESCO (pensieri freschi, idee fresche, talento fresco, collaborazioni e culture fresche come possibilità future)
  • 2010 – La Citta’ Accogliente (esplorare tre aree chiave di Londra)
  • 2012 – La Citta’ Giocosa (come i Giochi Olimpici stavano cambiando la città) https://www.dezeen.com/tag/london-2012-olympic-architecture/
  • 2013 – Un Tempo Per L’architettura (focalizzarsi sull’intera città)
  • 2014 – Capitale (esplorare i punti di riferimento dell’architettura storica e moderna della città)
  • 2015 – Work In Progress (uno sguardo al futuro di una città in costante stato di cambiamento e rigenerazione)
  • 2016 – Comunita’ (in concomitanza col referendum sulla Brexit)
  • 2017 – Memoria (di persone, edifici, luoghi e esperienze)
  • 2018 – Identità

 

  • Informazioni Utili

Posizione:

L’ubicazione del festival è “trasversale alla città” e riguarda soprattutto le zone centrali ma anche le periferie.

Media Partner Ufficiali:

The Architects’ Journal, Dezeen

 

  • Organizzazione

Il festival è suddiviso in tre categorie principali:

  • Punti salienti
  • Nucleo
  • Frangia

 

I 6 architetti finalisti del concorso di design per migliorare un triangolo pedonale fuori dalla stazione di London Bridge spiegano le loro idee di progetto. Lo scopo del concorso di design è quello di migliorare esteticamente lo spazio fuori dalla London Bridge Station e anche migliorare il wayfinding in quest’area in cui può essere difficile muoversi. Lo scopo dell’evento è di ascoltare ciò che la comunità locale pensa dei progetti e  ciò che pensa sia importante migliorare nel panorama stradale.

  • Passeggiate e tour

Il Festival dell’architettura di Londra del 2018  è stata un’occasione per sottolineare la sua storia frammentata, fatta da  gruppi culturali distinti, ma con un’identità collettiva (di persone, edifici, luoghi ed esperienze). La sua storia è viva ovunque: dal muro romano della City ai vecchi toponimi e al modello di strada medievale ,sempre della City, alle influenze di secoli di immigrazione e multiculturalità. Il risultato è una bellissima e peculiare fusione. Questo potrebbe essere un monito ed un esempio per l’Italia dove l’identità storica e culturale del passato è molto forte e coerente ma dove non si può dire lo stesso del presente. Con l’aiuto degli architetti si potrebbe pensare di facilitare l’integrazione dei nuovi gruppi di emigrati la cui presenza è ormai ineludibile consolidata.

 

Photo: Vita Cofano
Editing: Daniela Maruotti

Se crolla un tetto è perché fa acqua il sistema.

1 settembre 2018

Quando crolla un manufatto, in Italia, specie se importante, è prassi ricorrere ad una liturgia ormai ben canonizzata.

Il primo passo è mosso da chi ha eseguito i lavori, l’appaltatore e/o il committente, che dichiara che è stato eseguito regolarmente tutto quanto era previsto dall’appalto/contratto/convenzione.

Il secondo passo, che con un linguaggio contemporaneo potremmo nominarlo “disclaimer”, consiste nel dichiarare che il crollo è dovuto a parti che era difficile/impossibile diagnosticare.

In alcuni casi, quando non si ha timore di spararla grossa ci si appella a difetti di progettazione, come è accaduto per il crollo del ponte Morandi, che è durato – con i suoi difetti di progettazione – esattamente 50 anni, con un utilizzo indiscriminato.

Questa premessa, necessaria, ci apre ad alcune considerazioni a caldo che vorremmo fare con i nostri lettori circa il crollo del tetto della chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami, a Roma.

Ovviamente nulla è possibile sapere delle dinamiche del crollo, non abbiamo documentazione puntuale dei lavori svolti, perciò l’unica cosa che possiamo fare è mettere in ordine una serie di dati che abbiamo raccolto.

1) L’oggetto dell’appalto dichiarato sul sito della Progetto BEMA srls, la società incaricata della progettazione, era di restauro restauro conservativo della chiesa di S. Giuseppe dei falegnami, comprensivo di rilievo scientifico, progetto di restauro e coordinamento della sicurezza, per un importo di circa € 748.000. Si sta parlando, visti i termini dichiarati, di un restauro completo, non parziale. Gli stessi disegni presenti sul sito della società riproducono un rilievo completo della chiesa.

2) L’impresa esecutrice che ha eseguito il restauro è la Aspera s.p.a., una impresa già al centro di violentissime polemiche perché è la stessa impresa – guardacaso – che ha eseguito il restauro delle facciate del Colosseo, uno dei peggiori restauri possibili a detta di molti esperti (tranne la sovrintendente Maria Rosa Barbera) eseguito sul bene culturale più iconico italiano, per le tecniche invasive utilizzate e per il risultato estremamente disomogeneo della pulitura delle polveri e incrostazioni dalle facciate.

3) La stessa impresa appaltante è una una società che si avvale di una SOA (società organismo di attestazione –ASPERA_SOA ) OG2 (una SOA generale di lavori edili su edifici storici) ma non ha SOA specialistiche (OS2) sul restauro, requisiti che dovrebbero essere a base di gara per monumenti di tal fatta (il Colosseo!) ma che, a quanto pare, non sembravano necessari ha chi ha bandito le gare d’appalto: il Mibact per il Colosseo e il Vicariato di Roma, sotto la supervisione del Ministero, per S. Giuseppe dei falegnami. La Aspera s.p.a. ha condotto una politica aggressiva di acquisizioni di altre società per attestarsi in una posizione dominante nel settore ma al contempo sta schivando le responsabilità connesse alle acquisizioni e alle esecuzioni dei lavori.

4) “la trave che ha ceduto era inaccessibile” si è affrettato a dichiarare il MIBACT. “Il lavoro era ben fatto”. E’ la dichiarazione che lascia le maggiori perplessità, specie se fatta da chi rivestiva il ruolo di controllore.
In un restauro completo di un tetto, come ci mostra una foto presa dal sito della Progetto BEMA, il lavoro avviene dall’alto, ovvero rimuovendo le tegole e i correnti a sostegno del tetto. Le capriate rimangono libere (e perciò visibili) e anche le catene di queste, lignee o metalliche, sono accessibili rimuovendo il palancato ligneo visibile nella foto sottostante (presa dal sito della BEMA).


Nei casi di un restauro di un tetto, in genere si monta un tetto provvisorio, specie quando rimuovendo un tetto si lascia senza riparo un controsoffitto di pregio, proprio per avere tempo di effettuare una diagnostica più approfondita, soprattutto quando non è possibile eseguirla prima di smontare il tetto stesso. Nella foto riprodotta qui sotto (presa dal sito della BEMA) questo tetto provvisorio non c’è. Indice che nel restauro c’era la volontà di correre e non di approfondire. Forse non è un caso che la Direzione dei Lavori, che dovrebbe essere sempre terza in un opera, sia stata affidata all’Ufficio Tecnico del Vicariato. E’ il caso di committente che dirige i suoi lavori.

5) Il restauro della chiesa è stato finito nel 2015. Un tetto rifatto da tre anni non può crollare per fatalità. Colpisce il fatto che sia crollato estesamente nella sua parte centrale, come se ci fosse stata una reazione a catena tra le capriate

6) Sia nel caso del ponte Morandi, come nel caso del Colosseo e della chiesa di S. Giuseppe, c’è un rapporto tra istituzione pubblica, che può essere solo supervisore o committente, a seconda dei casi, e privato (Autostrade s.p.a., Della Valle, Vicariato) che non funziona. In questi tre esempi la pubblica amministrazione non ha controllato/appaltato a dovere, con i risultati che si sono visti.

Dobbiamo chiederci perché.

Forse potremmo azzardare alcune ipotesi:
a) le strutture pubbliche e i loro uffici tecnici negli ultimi venti anni sono stati impoveriti di risorse, di competenze tecniche, di snellezza decisionale;
b) le strutture pubbliche, per esempio le sovrintendenze, sono state caricate inutilmente di gravami burocratici su questioni di infima importanza: avete mai provato voi a modificare il finestrino di una soffitta, non visibile dalla strada, in centro storico di Roma? Avete mai provato a rendere conforme la preesistenza (come chiede la legge) di un appartamento nel centro storico di Roma per poterlo vendere? Se vi fate una passeggiata a via di S. Michele 17 a Roma, sede della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Roma, nell’unica mattina di apertura della settimana (cogli l’attimo!), potrete vedere eroici funzionari questionare di pratiche di tutti i generi, anche di infimo ordine, dietro scrivanie sommerse di pratiche e altrettanto eroici architetti e tecnici vari aspettare, in piedi, per ore, da ben prima delle 8 di mattina, per potere essere ricevuti.

Dunque se le risorse sono poche e la cavillosità della legge è elevatissima, non potremmo stabilire una priorità dell’attenzione degli interventi, semplificando quelli di ordine minore?

Dunque ecco le tracce di riflessione per chi vuole comprendere come migliorare le cose:

  1. Nonostante i codici degli appalti continuamente rivisti in questi anni, la selezione di chi deve operare non funziona. Il sospetto è che non ci sia volontà di applicare correttamente i criteri selettivi.
  2. La pubblica amministrazione ha fallito nella sua funzione di controllo e committenza; mentre 30 anni fa era più efficiente. Segno che nel frattempo è avvenuto qualcosa a cui bisogna porre riparo.
  3. Gli adempimenti burocratici sono cresciuti a dismisura negli ultimi venti anni mentre l’efficienza dei controlli e la qualità delle opere è diminuita. E’ segno che la qualità non risiede nella ipertrofia burocratica, che tra l’altro è una delle maggiori cause dell’immobilismo del paese. Anche a questo andrebbe posto riparo.

Dato che è passato un po’ di tempo, vi riportiamo qui sotto i link di alcuni articoli di critica ai lavori del Colosseo, buona lettura.
Il Giornale dell’Arte
Arte Magazine
Il Fatto Quotidiano
Il Corriere della Sera – Roma
Il Manifesto

Infine, riportiamo la lettera aperta scritta dall’Associazione senza scopo di lucro “Restauratori senza frontiere”, in occasione dei restauri del Colosseo, che, magari di parte, dà tuttavia uno spaccato impietoso sulla qualità e le modalità di affidamento dei lavori di restauro del Colosseo.

 

VENGONO PRIMA I MONUMENTI O LE PERSONE?

Con Amate l’Architettura abbiamo seguito con apprensione, dolore e sgomento, fin dalle prime ore, la tragedia del crollo del ponte Morandi.

Abbiamo scelto di tenere un profilo basso, condividendo articoli di approfondimento di altri, che hanno svolto, secondo le loro rispettive competenze, approfondimenti sulle dinamiche del disastro, della gestione delle infrastrutture e sulle (mancate) politiche dei trasporti in Italia.

Nel frattempo molti uomini di cultura e tecnici, anche stranieri, hanno condiviso delle riflessioni e promosso delle iniziative, delle petizioni o si sono resi disponibili a progettare il ponte. Ultima in ordine cronologico l’offerta del progetto da parte di Renzo Piano.

Lasciata decantare la reazione emotiva, vogliamo anche noi dare un contributo, una riflessione, che nasca da questo evento ma che possa avere un respiro più generale.

La prima, fondamentale domanda a cui dobbiamo rispondere è: ripariamo il vecchio ponte o ne costruiamo uno nuovo?

Il ponte Morandi ha innumerevoli estimatori (anche noi ne riconosciamo il valore) che vorrebbero, prima di demolirlo, che venisse fatta una valutazione costi-benefici sulla possibilità di riparare/consolidare il manufatto esistente o di sostituirlo con una nuova opera.

Ebbene è bene sgombrare il campo da ogni illusione: una valutazione del genere sarebbe  correttissima sotto un profilo teorico ma deleteria alla visione realistica dei fatti.

Una valutazione costi-benefici dovrebbe valutare la convenienza del mantenimento dell’opera originale (con gli opportuni correttivi) sotto punto di vista estetico, simbolico, ecosistemico, viabilistico, strutturale ed economico oppure indicare le soluzioni alternative.

Tutto molto bello e, appunto, corretto, sotto un profilo procedurale. Ma valutiamo la proposta secondo la normativa vigente: chi valuta tutto ciò? E in quanto tempo?

A spanne servono 5 sottocommissioni (architettonica/ambientale/viabilistica/economica/strutturale) ciascuna con contenente specialisti in vari campi, e con un coordinamento a monte. Ciascuna commissione, secondo la logica che vige in questo paese, avrà potere di veto sulle decisioni da prendere o, nella migliore delle ipotesi richiederà un tempo congruo, ovvero lungo, per potere esprimere un parere sufficientemente ponderato.

Dobbiamo inoltre tenere conto che il Il 10 maggio 2018 è stato pubblicato il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che, ai sensi dell’articolo 22 del decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50 (il codice degli appalti), stabilisce l’obbligo del dibattito pubblico (una traduzione letterale dal francese) per opere sopra la soglia dei 500 milioni, soglia che tra annessi e connessi (le demolizioni delle abitazioni tra le ipotesi possibili) potrebbe essere superata.

Abbiamo sotto gli occhi i drammatici esempi della ricostruzione post-terremoto di Amatrice, dove in quasi due anni abbiamo dato avvio a circa il 10% dei lavori o, localmente, l’esempio dei tempi infiniti per la gestazione della Gronda di Genova , la variante mai nata della A 10.

Aggiungiamo anche  che chi propone il retrofitting del ponte non tiene conto che la struttura si è dimostrata insufficiente e andrà ricalcolata con il risultato di un ponte comunque diverso da quello progettato da Morandi. Il ponte ricostruito sarà perciò un falso o un’opera diversa dall’originale.

Dunque, teniamo i piedi per terra, tenendo conto che c’è non solo una città in ginocchio, perché tagliata in due, ma tutto il collegamento nazionale con la Francia del traffico proveniente dal settore costiero occidentale e dal centro-sud Italia, abbiamo – purtroppo- una reale situazione d’emergenza, perché ogni giorno che passa c’è una città, una regione e una buona parte del paese che perde molto molto denaro.

Come è stato espresso da uno di noi, nel dibattito interno al nostro gruppo, preventivo a questo articolo, dobbiamo prendere atto che “il ponte è stato bombardato (da una guerra invisibile) e che dobbiamo agire come in guerra, ripristinando immediatamente una funzionalità vitale per il paese”.

Dunque stando così le cose, le soluzioni possibili si restringono drasticamente a due:
1) si opera la demolizione del ponte attuale e la ricostruzione di un nuovo ponte (previa una valutazione tecnica riguardante il mantenimento o l’abbattimento delle abitazioni sottostanti il ponte, su cui noi non ci soffermeremo perché non abbiamo elementi sufficienti per giudicare) con un affidamento a Società Autostrade – che ha dichiarato di avere già un progetto pronto – o ad altri (è un problema politico ed amministrativo in cui anche qui non ci addentreremo);
2) la rimessa in pristino temporanea del ponte attuale (se tecnicamente è possibile), con imposti limiti d’uso e con l’obbiettivo di farlo durare il tempo di realizzazione della Gronda di Genova, la variante della A10 già citata. Raggiunto questo obiettivo si potrà dare seguito ad un concorso internazionale per la proposta di un nuovo ponte, che possa rivaleggiare con il precedente.

Con queste sue soluzioni le tipologie delle valutazioni si limiterebbero a due: la fattibilità tecnica e l’impatto economico. In quest’ultimo andrà valutata da una parte il costo di una sola demolizione e nuova costruzione del ponte e, soprattutto il tempo di realizzazione (non i 5 mesi contrabbandati da Società Autostrade, ma più realisticamente tra i due e i tre anni – secondo eminenti progettisti (e con procedure d’urgenza, aggiungiamo noi), dall’altra il costo di una ricostruzione prima (questa si di pochi mesi) e di una successiva demolizione e ricostruzione dopo, a Gronda funzionante.

Ancora durante il nostro dibattito interno una collega si è chiesta perché non fare realizzare un ponte temporaneo dal genio militare. L’idea sarebbe magnifica ed emblematica per un paese “in guerra” (con le istituzioni, con la gestione della cosa pubblica, con le vessazioni quotidiane inflitte alla gente comune e a noi tecnici) ma, probabilmente irrealizzabile a causa dell’altezza e della campata.

Nel corso dei 10 anni di vita del nostro Movimento ci siamo battuti incessantemente per la valorizzazione della buona Architettura (soprattutto contemporanea), per i concorsi di progettazione, per la qualità dell’ambiente urbano. Abbiamo sempre combattuto l’emergenza, la precarietà la mediocrità a cui si è adagiato il nostro paese, perciò scriviamo queste righe con un profondo dolore, perché abbiamo preso atto che, in questo frangente, è difficile che si possa realizzare un’opera del livello del ponte Morandi, almeno in tempi brevi.

D’altra parte l’invito che rivolgiamo a tutti è quello di porsi la domanda che ci siamo posti noi: “vengono prima i monumenti o le persone?”.

(le due immagini che accompagnano l’articolo sono prese da Wikipedia e sono rispettivamente di:
Michele Ferraris – la prima
Phoenix7777 – la seconda)

 

In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

Design per le strade di Clerkenwell a Londra, una tre giorni internazionale da imitare!

4 giugno 2018

Alcuni giorni fa, 22-24 Maggio, si è svolta a Londra la 9a edizione della Clerkenwell Design Week https://www.clerkenwelldesignweek.com/.

Coloro che si sono registrati hanno potuto accedere gratuitamente ad uno tra i più chiacchierati ed attesi eventi annuali di design del mondo. E questo perché non ci si trovano “soltanto” le più innovative soluzioni di designhttps://www.dezeen.com/design/ ma si può assistere anche a incontri con prestigiosi relatori e installazioni appositamente realizzate.

Il design – https://it.wikipedia.org/wiki/Disegno_industriale, lungi dall’essere un settore di nicchia e/o per addetti ai lavori, è vita quotidiana. Ogni momento usiamo oggetti che costituiscono l’arredo della nostra casa o del luogo di lavoro. La loro usabilità ed il loro aspetto, sebbene a volte inconsciamente, condiziona le 24 ore di ogni nostra giornata. Per questo il design è un argomento vivo e di interesse per tutti.

Ho fatto un giro per la CDW ascoltando le testimonianze di alcuni venditori, uno in particolare veniva da New York, e “provando” alcune delle installazioni. Di seguito ho cercato di fornire una dettagliata descrizione del festival, con l’aiuto della guida e della mappa che vengono rilasciate a tutti i visitatori. Lo scopo è la divulgazione di una realtà che, per quanto apparentemente possa sembrare semplice, è un indotto di cultura e di economia che potremmo replicare in qualche modo efficacemente in Italia.

  • Informazioni Storiche

Posizione: La scelta di Clerkenwell – https://www.foxtons.co.uk/local-life/clerkenwell/ è dovuta al fatto che in quest’area del quartiere di Islington, a Nord di Londra, pare ci sia la più grande concentrazione di aziende e architetti per miglio quadrato rispetto a qualsiasi altra parte del pianeta, rendendo questo posto uno dei più importanti centri di design al mondo. In passato Clerkenwell è stata associata al movimento Arts and Crafts e nei secoli XVIII e XIX è stata colonizzata da lavoratori immigrati che hanno creato i loro laboratori. Una colonizzazione parallela dell’area da parte dei creativi ha avuto luogo negli anni ’90.

  • Informazioni Utili

Categorie Di Prodotti:

  • mobili

mobili da interni, cucine e bagni, mobili da esterni, arredo contract, arredi d’ufficio, acustica

  • illuminazioni
  • superfici

piastrelle, parquet, moquette

  • accessori

oggettistica, piante e muri verdi

Segnaletica Del Festival: totem (verticale) e strisce continue (orizzontale) di colore fucsia – http://www.archiexpo.it/cat/edifici-pubblici/altri-elementi-segnaletici-AK-345.html

Eventi Correlati: convenzioni con 25 caffè, bar e ristoranti, promozione di prodotti, apertura ai visitatori di agenzie di branding, studi di architettura e di artigiani

  • I Numeri

Estensione: 6,5 kmq

Spazi A Disposizione: circa 100

Eventi: più di 300

Marchi Espositori: più di 300

Visitatori: oltre 30.000

 

  • Cosa Aspettarsi (Esempi)

le sette principali sono state: Campi di Design (Spa Fields); Piattaforma (Casa di Detenzione); Progetto (Giardino della Chiesa di St James –https://www.islington.gov.uk/~/media/sharepoint-lists/public-records/leisureandculture/information/adviceandinformation/20172018/20170717stjamesgardensenhancementsfeasibilitystudy.pdf; Elementi (Piazza di St John – http://www.british-history.ac.uk/survey-london/vol46/pp115-141); Collezione Britannica (Cripta sul verde); Dettaglio (L’Ordine di San Giovanni) e Luce (tessuto notturno)

  • Conversazioni

Il principale festival indipendente del design del Regno Unito è fondamentalmente una mostra dei principali marchi di mobili, illuminazione e superfici di tutto il mondo, oltre che locali. Si potrebbe pensare in Italia, universalmente riconosciuta come patria del buon design, di creare eventi gemelli ugualmente gratuiti che, come già accade per il Fuorisalone del Mobile a Milano e da quest’anno a Forlì, portino il design in città, tra la gente, tra le attività commerciali delle strade e viuzze. Realtà come il distretto della Sedia (Friuli Venezia Giulia) e quello del Mobile imbottito (Puglia e Basilicata) ad esempio dovrebbero dare visibilità e voce ai professionisti del design, promuovere le aziende del settore, collaborare con le scuole, creare sinergie e contaminazioni. Solo così anche queste realtà di design potranno essere “realizzate” al 100%, potenziando il loro nome ma anche quello di chi li circonda e li ospita.

 

Foto: Vita Cofano

Editing: Daniela Maruotti

Hotel Mediterraneo, la macchina del tempo

12 maggio 2018

Open House Roma: “interessante!”. L’ho scoperta un paio d’anni fa, quando un amico ha partecipato con un appartamento di cui aveva curato la ristrutturazione.

Un bel “Mi piace” alla pagina facebook, iniziative, aggiornamenti, finché un bel giorno appare la richiesta di volontari per l’edizione 2018. “Sarà per gli studenti”, mi dico, poi leggo i requisiti e non ci sono limiti di età, curioso: a 53 anni mi imbatto continuamente in limiti e divieti, più di quando ne avevo 17!

Invio il modulo di partecipazione e me ne dimentico, ma un bel giorno arriva la mail di convocazione, ritrovarsi in un’aula universitaria dopo decenni è strano, all’ex mattatoio poi, evocativo.

Mi assegnano l’Hotel Mediterraneo, ma cosa avrà di interessante questo albergo? Tutto! Una bellissima scoperta.

Oggi quasi tutti gli hotel appartengono a catene internazionali, il Mediterraneo invece è un rarissimo esempio di albergo ancora gestito dalla famiglia, i Bettoja, proprietaria dalle origini, e si nota in ogni dettaglio, in ogni scelta.

E’ una bella mattina di maggio quando varco la soglia dell’imponente edificio razionalista, ed è come attraversare uno stargate: mi trovo all’istante in un’atmosfera fine anni ’30, gli arredi, le poltroncine, le lampade di cristallo, gli imponenti lampadari, tutto è stato disegnato dallo stesso architetto Mario Loreti progettista dell’albergo, costruito nell’ambito del grandioso piano E42, in occasione dell’Esposizione Universale del 1942, che non si tenne mai. Tutto è originale dell’epoca.

A sinistra si trova l’ampia e luminosa Sala delle Mappe, con un’immensa mappa del Mar Mediterraneo a tutta parete, disegnata da Capizzano su decine di pergamene, recentemente restaurate, e girando lo sguardo non si può non notare un originale orologio da tavolo Art Decò. Scandisce regolarmente il tempo da ottant’anni ed è di una modernità impressionante.

Proseguendo nell’esplorazione degli ambienti, noto sulle pareti i pregevoli intarsi in legno con scene di argomento vario, fino ad imbattermi in un rebus, un grande disegno circolare ad intarsio, un vero rebus rimasto sino ad oggi irrisolto.

Giungo alla saletta bar, con il magnifico bancone originale e la copertura in mosaico celeste con stelle dorate, a figurare il cielo notturno. I salottini con tavoli e poltroncine d’epoca perfettamente restaurati.

In questi spazi sono state girate le scene di molti film, tra cui “The young Pope”, la serie “Il paradiso delle signore” e “Paul Getty”: un set cinematografico dal vero.

Di grande interesse architettonico è poi la scala, formata da lastre di marmo calacatta parzialmente sovrapposte l’una all’altra, in una struttura autoportante, con la balaustra di colonnine sagomate in marmo rosso levanto. Nonostante la massiccia presenza del marmo, l’impressione che se ne trae è di grande leggerezza ed eleganza.

Sullo stesso piano si apre la Sala delle Polene che mostra, quasi a reggere il soffitto, una serie di polene in legno tutte diverse una dall’altra; le lampade a muro sono sorrette da piccole raffinate sirene ed infine due grandi lampadari circolari, con decorazioni di argomento marinaro, a ricordare il nome dell’albergo.

La sala ristorante, un tempo ristorante “21” con accesso anche dall’esterno, colpisce immediatamente per il bellissimo mosaico sull’intera parete di fondo, anch’esso ad opera dell’artista Capizzano. Anche qui tutte le lampade, in vetro di Murano lavorato e colorato, sono originali dell’epoca, disegnate da Loreti e prodotte da Fontana Arte.

Originali anche gli arredi delle camere, dove l’innovazione tecnologica e la conservazione degli elementi storici convivono in modo pregevole.

In ultimo non posso non menzionare la terrazza al decimo piano, dalla quale si gode una vista su Roma a 360°, unica, poiché vi ricordo è il palazzo più alto di tutta la zona.

Al momento di lasciare l’edificio ho provato una leggera inquietudine, troverò di nuovo tutto al proprio posto, o si è trattato di una magnifica illusione?

SUGGESTIONI

Le foto sono di Viviana Cammalleri e Giulio Paolo Calcaprina. Tutti i diritti sono riservati.