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Sulla poetica del camouflage (un articolo non basta).

6 Gennaio 2020

“Sono molto felice per questo prestigioso premio, perché si tratta di un riconoscimento all’innovazione nell’ambito dell’architettura. È un invito a pensare all’architettura come un’anticipazione del futuro per ognuno di noi, non solo come l’affermazione di uno stile o di un linguaggio”. (Stefano Boeri, vincitore nel 2014 con il “Bosco Verticale” dell’International Highrise Award, competizione internazionale a cadenza biennale per l’assegnazione del premio di grattacielo più bello del mondo).

In foto: Bosco Verticale a Milano (2014), progetto Stefano Boeri.

Il Bosco Verticale è costituito da due edifici residenziali, di 18 e 26 piani, realizzati nel Centro direzionale di Milano, ai margini del quartiere Isola. Peculiare è la presenza di piante, perlopiù arbusti, sui balconi per adornare i prospetti. Il progetto ha avuto un grande consenso internazionale con un gran numero di articoli elogiativi e, se vogliamo, meritati.

Boeri ha realizzato un progetto, divenuto “icona” dello sviluppo sostenibile Made in Italy (con la leadership milanese a giocare un ruolo di primo piano). Icona prima, poi paradigma, cioè progetto in predicato di replicabilità, di riproduzione. Mi incuriosisce il fenomeno: in primis dal punto di vista dello stesso autore – che ha accolto il “riconoscimento” generale del progetto e ne ha fatto un marchio di fabbrica. I principi su cui si basa il progetto, in particolare rispondere al bisogno di verde dei cittadini, scaturisce in un modello architettonico non facilmente replicabile all’interno di una strategia urbana, specialmente per gli intuibili maggiori costi di costruzione e di gestione. Il suo desiderio di innovare il linguaggio e i temi dell’architettura, al di là del noto e dello sperimentato, non troverebbe un solido appoggio teorico-pratico. Mi incuriosisce molto, anche, potere comprendere se i numerosi progetti analoghi proliferati nel mondo scaturiscono tutti dallo stesso ceppo milanese o siano germogli di altri semi. Non mi spaventa in sé neanche l’effetto Boeri in quanto fashion design, ovviamente, mi preoccupa più l’emulazione meccanica in nome di una retorica ecologista, retorica in quanto rimuove l’insostenibilità di realizzazione, al netto anche di un suo possibile uso per legittimare eventuali speculazioni edilizie.

Facciamo qualche esempio di “ripetizione” del Bosco Verticale, con le costanti e le differenze progettuali, cercando di comprenderne i meccanismi.

 

Magic Breeze Sky Villas

 “Crediamo che ai giorni d’oggi un modo sostenibile di costruzione sia più prezioso che mai”. (Dayong Sun e Chris Precht, Penda Architecture)

Nell’immagine: Giardino verticale “Magic Breeze Sky Villas” a Hyderabad, India (2016), progetto Penda Architecture.

Effetto Boeri? Non sembrerebbe. Lo studio, con sede a Pechino e Vienna, ritiene che il loro agire sostenibile, orizzontale e verticale possa essere utilizzato per la città del futuro in quanto lo stato attuale dell’irresponsabile pianificazione urbana, dell’inquinamento atmosferico e della crisi economica chiedono agli architetti di ripensare il processo di costruzione. Proprio sotto questi auspici nasce il progetto per il complesso residenziale chiamato “Magic Breeze”, dove il verde offre grande senso di vitalità, oltre a fornire ventilazione naturale a tutto il complesso. In questo caso, rispetto a Milano, per il giardino verticale è stato sviluppato un sistema di fioriere modulari all’esterno dei balconi di ogni unità abitativa con funzione di orto domestico, auspicando ambiziosamente l’autosufficienza alimentare. Anche il balcone è progettato come una superficie erbosa, per evocare la tipologia di “casa privata con giardino”. Inoltre, i progettisti dichiarano che l’intero complesso è stato modellato dalle regole del Vaastu, sistema architettonico indù tradizionale, che prescrive principi di orientamento e layout per l’abitare in armonia con la natura. Infine, il sito del complesso è circondato da un lago naturale sul confine sud orientale, che viene utilizzato a scopo irriguo per il verde orizzontale e verticale. I Penda, a differenza di Boeri, cercano una soluzione più versatile di “parete vivente”, si impegnano sul piano della manutenzione e gestione del verde. In tutti i casi, però, non si riesce a leggere una riflessione teorico-filosofica a cui segue la sperimentazione pratica, fermo restando che l’integrazione edificio-natura è un fatto complesso, che non consente scorciatoie. È chiaro, però, che approcciare il tema con la sciatta retorica “green”, oggi tanto popolare e sempre più pervasiva, si rischia di considerare l’architettura come minaccia piuttosto che risorsa, inducendo conseguentemente a camuffarla con il verde.

 

Valley

“Tutti gli alberi tagliati per far posto al nuovo edificio saranno ripiantati in quota”. (Winy Maas, MVRDV)

Nell’immagine: “Valley” edificio ad uso misto ad Amsterdam, Paesi Bassi (ultimazione prevista 2021), progetto MVRDV.

Winy Maas è a capo con Jacob van Rijs e Nathalie de Vries dello studio MVRDV, ormai di fama internazionale, con circa 250 dipendenti, diversi progetti in progress un po’ ovunque nel mondo, in evidenza per soluzioni sfrontate, spettacolari e a volte ironiche. Quello che incuriosisce anche in loro è il recente cambio di approccio, un tentativo di impattare meno che però non ha nulla a che fare con il genius loci, più con la facile retorica ecologista. Ad oggi, pur provenendo da progetti “spavaldi”, vedo un loro avvicinamento al camouflage, almeno in teoria. Forse l’avere fortemente burocratizzato l’edilizia in nome della sostenibilità sta distruggendo l’architettura? Ad Amsterdam, l’edificio “Valley” è a uso misto, 75.000 metri quadrati nel quartiere degli affari, unità abitative, uffici, parcheggio, sky bar, spazi commerciali e culturali. Un edificio che vuole essere vitale, per trasformare il quartiere degli affari in un luogo più umano e vivibile. Il progetto, come al solito spregiudicato, prende la forma di una scatola impilata a terrazze che sale a tre picchi di diverse altezze, la più alta di 100 metri con lo Sky Bar a due piani. La facciata residenziale, rivestita in pietra naturale scolpita, è stata progettata in modo parametrico per consentire alla luce solare di penetrare in tutti i 196 appartamenti del complesso, tutti caratterizzati da una pianta unica. In quanto edificio ad uso misto, anche esternamente si legge la transizione tra le tipologie diverse per creare un paramento esteriore rispettoso e coerente. In diretto contrasto con questo, come già accennato, la facciata residenziale interna è definita da una serie di robuste terrazze in pietra ma, da notare, con grandi fioriere che ricoprono l’edificio di vegetazione, “gli alberi tagliati per far posto al nuovo edificio saranno ripiantati in quota”. È sicuramente un cambio di tendenza, concordo sulla necessità di riprendere un dialogo architettura-natura ma seriamente, senza facile retorica, senza furbizia, senza speculazione culturale, senza codardia nel presentare dei giganti edilizi camuffati da operazioni ecosostenibili.

 

Acquarela community

 “Una posizione culturale in architettura è una necessità. Ciò comporta il rifiuto di soluzioni già pronte o facili a favore di un approccio che sia globale e specifico”. (Jean Nouvel)

Nell’immagine: Acquarela community a Quito, Ecuador (2019), progetto Jean Nouvel.

Quito è la capitale dell’Ecuador, si trova ai piedi delle Ande a un’altitudine di 2850 metri, costruita sulle tracce dell’antica città inca. Per la periferia di Quito, una zona rurale ad est della città, Nouvel ha progettato un importante complesso residenziale. Il progetto comprende nove blocchi avvolti da balconi curvilinei rivestiti in pietra. Le pareti interne hanno ampie vetrate che si aprono sullo sfondo montuoso. Come in un singolare cohousing, si prevede la condivisione di piscine, club house con tanti servizi, pista da bowling, pista di pattinaggio, sala yoga, sala musica, mini-golf e un cinema. Altre strutture includono l’accesso a campi da calcio, squash e tennis; aree progettate per bambini e ragazzi; aree di lavoro, parrucchiere, spazi per eventi, palestra, SPA e quant’altro. Insomma un grandioso complesso residenziale con servizi di lusso e tanto verde all’interno dei balconi realizzato proprio in modo da scorrervi sopra i bordi.

Qualcosa, però, non torna. Jean Nouvel è uno dei nomi più grandi dell’architettura mondiale. È promotore negli anni 70 di una vera e propria rivoluzione della cultura architettonica francese. Classe 1945, nel 1966 si classifica primo al concorso di ammissione della Scuola delle Belle Arti a Parigi, dove si diplomerà nel 1972. Durante gli anni di formazione viene a stretto contatto con la filosofia di due grandi menti dell’architettura come Claude Parent e Paul Virilio. Inizia una carriera costellata di premi, fino al Pritzker nel 2008. La sua visione innovativa, il suo andare contro i limiti della specificità dell’architettura, lo hanno sempre caratterizzato. Allora, come classifichiamo questo progetto?

È frutto di motivi commerciali e di marketing? Probabilmente è solo la tendenza attuale che coinvolge lo starsystem, per cui gli architetti si ritrovano impegnati con i costruttori a inventare stratagemmi per continuare a speculare indisturbati e, nel contempo, nascondere la banalità, la brutalità, la violenza delle loro costruzioni, camuffate con il verde ai balconi e alle terrazze. È un circolo vizioso, perché è lo stesso verde che richiede costose soluzioni di impermeabilizzazione e di manutenzione, che fa lievitare il valore immobiliare, in modo che i futuri proprietari di queste residenze di “lusso” saranno quelle stesse famiglie facoltose che potranno vantarsi di abitare in appartamenti firmati e pubblicizzati da architetti famosi.

Non mi piace per niente, voglio dire che il successo mediatico delle fioriere (aiutato o meno, meritato o meno) ha distorto un po’ i contenuti del progetto, impegnandosi ad assecondare convenientemente la retorica ecologista con le apparenze attraverso una sostanziale insostenibilità. Un solo progetto lo avrei sottoscritto come manifesto ma non come prototipo. L’effetto replica che lo stesso Boeri ha fatto del Bosco Verticale in giro per il mondo o l’emulazione generatasi ha travisato il senso dell’architettura. Concordo, tuttavia, sulla necessità di riprendere seriamente un dialogo architettura-natura ma senza facile retorica, con un ritorno all’etica di vitruviana memoria, l’architettura strumento di adattamento dell’uomo alla natura, senza prevaricazione ma in armonia. Assimilare l’innovazione sino a farla diventare un modello ripetibile. Per questo serve un metodo, una teoria, del tempo. Arte/filosofia/sociologia/linguistica/poetica devono confluire nella concretezza dell’opera architettonica, quale organismo urbano, utile, funzionale, efficiente, non retorico. Questi esperimenti finora incontrati non pare riescano a rappresentare una sintesi teorico-pratica del pensiero progettuale, non identificano l’opera d’architettura benché riescano ad accreditarsi nella contemporaneità. È l’era del fashion design trasposto all’architettura, una tendenza che si è accreditata con la figura dell’archistar, nulla a che vedere con i maestri dell’architettura. Inoltre, gli architetti dello starsystem, chiamati e utilizzati dai costruttori per legittimare le loro scatole vuote vestite di verde ecologista. Forse per cambiare le cose, però, un articolo non basta.

 

Testo di: Santo Marra
Foto: Bosco Verticale © Giulio Paolo Calcaprina; Acquarela: render di Jean Nouvel Architecte; Valley: render di MVRDV architects; Magic Breeze Sky Villas: render di Penda Architects
Editing: Giulio Paolo Calcaprina

Le pratiche trasgressive nel Bauhaus: la perversione è un elemento generativo essenziale dell’Architettura?

1 Dicembre 2019

Un articolo pubblicato su Metropolis   riassume la ricerca condotta dalla storica dell’architettura Beatriz Colomina, Professoressa della Princeton University, con la quale si mette in evidenza un aspetto del Bauhaus poco conosciuto e che consente di inquadrare meglio la complessità della scuola nota principalmente per il suo ruolo nell’architettura e nel design di ispirazione Razionalista.

Siamo abituati a pensare all’architettura Moderna per il suo ruolo normalizzante e standardizzante. Una certa idea condivisa dell’architettura affida addirittura ad essa il ruolo di regolatore normalizzante della realtà; ruolo che il razionalismo, con la sua pretesa di oggettivizzare i fenomenti architettonici, non ha certo messo in discussione.

Non è un mistero che il Bauhaus, per l’epoca in cui fu attivo, costituì  uno degli eventi storici più rivoluzionari nella storia del design e dell’architettura.

Con il tempo però i risultati della ricerca creativa svolta dalla scuola si sono andati via via normalizzando ed oggi siamo abituati a considerare come “normali” i prodotti e le idee generate durante quella stagione creativa.

Una normalizzazione tale che oggi l’idea prevalentemente associata al Bauhaus non è certo quella di un luogo di estrema trasgressione; e questo nonostante non sia un mistero che nella scuola si adottassero, soprattutto nei primi anni sotto l’influenza di Itten , pratiche didattiche e approccio alla creatività “non convenzionali”.

Eppure appare evidente che difficilmente una istituzione che aspirava a rivoluzionare il mondo delle arti non potesse perseguire in maniera programmatica anche un approccio non convenzionale alla didattica.

Ma la ricerca di Colomina cerca di andare oltre allo specifico evento costituito dal Bauhaus con l’intenzione di generalizzare l’approccio cosiddetto “trasgressivo” all’intera storia dell’architettura. Secondo Colomina, esiste una tradizione nascosta nell’architettura che ambisce ad esplorare i limiti di quello che viene comunemente definito normale, che prova a superare la linea di confine tracciata dalla normalità, intrecciandola e complicandola.

Per esemplificare questa complessità Colomina prende ad esempio due personalità del mondo dell’architettura che si possono collocare agli antipodi dell’approccio alla materia della progettazione: le Corbusier e Carlo Mollino.

Le Corbusier in contrapposizione alla sua fama di architetto razionalista era una personalità profondamente interessata allo studio dell’occulto, delle scienze esoteriche, al feticismo, al nudismo e ad altre materie che confinano più con l’irrazionalità e con la spiritualità che con l’ordinamento razionale dell’universo desumibile dal suo modulor. Dopotutto lo stesso Le Corbusier nella sua seconda stagione mise profondamente in discussione le rigidità del razionalismo.

Al contrario Carlo Mollino era una figura apertamente e dichiaratamente trasgressiva nelle sue opere e difficilmente inquadrabile in una specifica definizione o corrente espressiva, ciononostante rimane un esponente universalmente riconosciuto dell’architettura Moderna.

Secondo Colomina “Le Corbusier è un architetto apparentemente razionale che è segretamente trasgressivo, e Mollino un architetto apparentemente trasgressivo che è segretamente al centro dell’architettura Razionalista.”

La questione che si pone la ricercatrice è se gli elementi di trasgressione siano da considerarsi delle anomalie rispetto all’architettura oppure se queste cosiddette perversioni non siano la vera e propria energia fondante dell’Architettura; in questo senso Colomina “rivendica l’uso del termine  ‘Perversione’ da una accezione negativa a una positiva”.

“Se non esiste qualcosa come l’architettura Moderna senza trasgressione, quello che è impressionante nel Bauhaus, e che è forse il segreto del suo successo, è la semplice densità di trasgressioni di ogni tipo”.

Questa forza generatrice della trasgressione è per Colomina una caratteristica peculiare di tutta l’architettura.

L’autrice prosegue analizzando alcuni elementi di trasgressione e perversione che furono introdotti nella scuola come elementi fondanti e caratterizzanti della didattica.

Viene fatto l’esempio di Johannes Itten che nel suo corso preparatorio introduceva un regime di dieta forzata, punizioni corporali, purghe e clisteri, seguendo i principi della religione mazdeista, con il preciso scopo di purificare l’anima dalla “materia gossolana” presente nel corpo. L’obbiettivo era quello di provocare una sorta di trance cognitiva che consentisse l’accesso al dominio spirituale.

Viene citato come all’interno della scuola fosse usuale esplorare le contaminazioni e le ibridazioni di genere, veicolate spesso attraverso la estrema varietà di acconciature che potevano essere sfoggiate: l’appartenenza alla scuola e l’aderenza alla sua trasgressività creativa era apertamente ricercata e esternalizzata anche e proprio attraverso l’originalità del taglio dei capelli.

L’uso innovativo della pelle nel design e nella moda, con i suoi espliciti riferimenti alla sessualità, fu per l’epoca un simbolo di ribellione culturale.

La sessualità stessa era un elemento utilizzato come veicolo per stimolare la creatività e le relazioni tra corpo docente e tra docenti e studenti. Le relazioni sentimentali erano all’ordine del giorno, l’autrice cita la relazione tra Lotte Beese (prima docente donna della scuola) e Hannes Meyer.

Unica nota non coerente in questa narrazione fu il trattamento discriminatorio riservato alle donne.

Nonostante il clima estremamente liberale della scuola, permanevano forti elementi di discriminazione di genere. Tutte le donne, dopo il corso preliminare venivano impiegate nel laboratorio, indipendentemente dal fatto che loro gradissero o meno essere coinvolte in questa attività, particolarmente lucrosa per la scuola; in pratica le donne erano costrette a lavorare per mantenere economicamente l’istituzione. Ma erano da questa discriminate e sfruttate. Gropius stesso sin dal suo discorso inaugurale teorizzava una diversità di genere sostenendo che la creatività potesse avere impulso molto più da un uomo che aveva vissuto gli orrori della guerra piuttosto che da una donna che aveva dovuto rimanere a casa.

Quello che viene descritto è comunque un quadro generale della scuola dove la ricerca della trasgressione e le pratiche spirituali erano trattate razionalmente come strumenti utili a stimolare in maniera scientifica la creatività.

Nonostante le intenzioni dichiarate dall’autrice non abbiamo riscontrato elementi che consentano di universalizzare il metodo creativo sviluppato all’interno del Bauhaus; anzi si potrebbe obbiettare che la stessa scuola sembrerebbe avere prodotto i suoi risultati più significativi per il design e per l’architettura, proprio nelle fasi in cui l’approccio trasgressivo appare meno evidente e predominante.

Resta nello sfondo quindi un interrogativo non banale che riguarda in effetti proprio il ruolo ambivalente che ha l’Architettura nel suo rapporto con la realtà; quali sono i limiti e i confini tra il ruolo normalizzante dell’architettura, intesa come arte generatrice di ordine all’interno della realtà costruita, e nello stesso tempo la sua funzione innovativa e creativa, intesa come svelatrice di fenomeni architettonici inesplorati.

 

Testo di Giulio Pascali.
Foto di Lucilla Brignola (2018).
Editing di Giulio Paolo Calcaprina.

Leggi l’intero articolo su metropolis

 

A cura di Giulio Pascali

Foto di Lucilla Brignola

Museo d’arte contemporanea Serralves – Alvaro Siza Vieira

Ci sono architetture he sono fatte per essere fotografate e che è possibile cogliere anche solo fotograficamente, mentre ce ne sono altre più complesse da comprendere, architetture che richiedono necessariamente una visita per comprenderne il senso dello spazio, la loro poetica. Tra questa seconda categoria ascriverei senza alcun dubbio il museo di arte contemporanea Serralves di Porto, di Alvaro Siza Vieira.È un edificio che appare sommesso quando si arriva. Una massa articolata dove la gerarchia è suggerita dal percorso esterno di ingresso e dalle sue linee spezzate.

 

i candidi volumi sono tagliati nettamente, senza cornici, bianchi, con giochi puntuali di pieni e di vuoti, per risaltare con le ombre nette della luce dell’Europa del sud.

Le facciate laterali sono interrotte da piccoli volumi posizionati accuratamente.

Questi volumi sono dei piccoli cannocchiali che ritagliano viste privilegiate tra le sale espositive all’interno e l’esterno.

 

In ogni sua componente l’edificio dialoga con l’esterno, dal taglio delle scale con vista sui giardini, alle grandi vetrate affacciantisi sulla corte interna,

presenti solo nelle sale che espongono le sculture. Con questo artificio i pezzi esposti si stagliano contro la luce delicata proveniente dall’esterno e la luce si spande all’interno donando un’atmosfera rarefatta.

Siza Vieira ha privilegiato l’uso della luce naturale per le sale da esposizione, facendola filtrare all’interno sempre in modo delicato. Una scelta precisa e non scontata, anche confrontandola con il museo d’arte progettato da Gregotti a Lisbona, che è illuminato artificialmente.

Questo capolavoro lascia aperta una riflessione profonda sul significato dell’Architettura, con il suo progetto misurato e attento al contesto, con il suo senso del Genius Loci. Un sapere quasi dimenticato in favore della fascinazione di macroscopici oggetti di design decontestualizzati.

Corviale – Si prova a fare sul serio!

14 Novembre 2019

Sembra finalmente essere entrato nel vivo il progetto di recupero del Corviale, il famoso complesso di edilizia popolare completato nel 1982 e a da subito oggetto di critiche e polemiche per la sua forma e le sue notevoli dimensioni (una stecca lunga 950 m), ma anche a causa delle occupazioni abusive che hanno compromesso il programma funzionale caratterizzato dal “Quarto piano”, lo spazio pensato dal team di progettisti guidati da Mario Fiorentino per ospitare servizi e spazi collettivi.

Su Internazionale Francesco Erbani  prova a tracciare il punto sullo stato di attuazione del progetto di recupero redatto da Guendalina Salimei (T-Studio) in base ad un concorso del 2008 e che ha visto l’avvio dei lavori a inizio anno .

Il Corviale è un edificio simbolo, portatore di molte contraddizioni; un edificio che non lascia indifferenti e che trova difensori e critici feroci in ogni livello sociale, sia tra gli abitanti che tra gli addetti ai lavori.

C’è chi vorrebbe vederlo demolito  e chi ne difende il valore architettonico. Di certo nessun programma di recupero potrebbe fare a meno di considerare le esigenze degli abitanti, oggi ridotti a cinquemila; una enormità, un piccolo paese impossibile da ricondurre ad un filo unico o ad uno stereotipo, come spesso si tende a fare. Cinquemila storie indipendenti, cinquemila esigenze di vita. Sicuramente c’è disagio sociale al Corviale, ma anche tanta “normalità” come spesso gli abitanti rivendicano.

Il progetto di recupero non è il solo che sta interessando il Serpentone, oltre al progetto di Salimei c’è anche il progetto redatto da Laura Peretti , sulla base di un bando dell’Ater, che riguarda il sistema urbano circostante; segno evidente di come recuperare il Corviale sia una operazione difficile e complessa anche solo dal punto di vista architettonico.

La buona notizia è che i lavori sono partiti e grazie al contributo della Terza Università si è attivato anche un laboratorio di ascolto e mediazione sociale  che ha il compito di ascoltare le esigenze degli abitanti e mediare con i soggetti coinvolti nella esecuzione delle opere (l’Ater, La Regione Lazio, le imprese).

“Insieme all’intervento architettonico ne è stato avviato anche uno di ascolto e di mediazione che sembra ereditato dalle pratiche degli assistenti sociali che negli anni cinquanta aiutavano chi entrava in una casa popolare non avendo mai abitato in un condominio, non avendo mai visto una vasca da bagno e provenendo da una campagna meridionale o da una baracca. E invece quello di Corviale è un esperimento, una specie di prototipo. Si cercano le forme migliori per evitare conflitti in una periferia tra le più roventi, dove si fronteggiano la drammatica emergenza abitativa, il disagio e il senso acuto di essere esclusi da tutto. E si cercano soluzioni prima che a pensarci siano i blindati della polizia, come è avvenuto in altri quartieri di edilizia popolare romana, a Tor Sapienza o a Torre Maura, dove le proteste degli abitanti contro migranti o famiglie rom sono state fomentate da gruppi di estrema destra.”

“Sara Braschi e Sofia Sebastianelli hanno capito che tra i bisogni di chi abita a Corviale spunta il tenere desta la memoria di sé e del luogo, il non disperdere una storia insieme ai calcinacci di un appartamento che non c’è più. E così, coordinate da Francesco Careri, hanno cominciato a raccogliere immagini degli alloggi come erano stati attrezzati da chi, abusivamente, li aveva adattati alle proprie esigenze. Un repertorio utile anche per la ricerca universitaria.

La convenzione tra l’università e la regione Lazio dovrebbe durare tre anni, il tempo del cantiere al quarto piano. Ma Corviale è una macchina complessa, il libretto d’istruzioni s’è perso per strada e le energie vitali che popolano l’edificio tentano di recuperarlo. Tra i progetti che le due ricercatrici seguono uno riguarda proprio il cortile dove ha sede il laboratorio. L’hanno battezzato “La piazzetta degli artigiani”. Alcuni locali sono occupati, in uno c’è una stamperia d’arte, in un altro si restaurano mobili, in un altro ancora una sartoria. C’è chi dipinge o fa l’incisore. Alcuni ragazzi di Corviale sono coinvolti in queste attività, in altre operano ex detenuti.”

la sensazione è che chi ha il potere di prendere una decisione sembra avere finalmente imboccato un percorso positivo, stanziando fondi adeguati e sostenendo con decisione le scelte prese.

“La storia di Corviale è intessuta di sfiducia. Venuto meno l’impianto comunitario, sconcertati dai lunghi ballatoi che avrebbero dovuto interpretarlo, molti abitanti – legittimi o meno – hanno riadattato l’edificio, hanno spezzettato quel corridoio, costruito grate agli ingressi, hanno chiuso ballatoi e piazzato cancellate. Ha vinto una pulsione privatistica. Molti si sono tassati per pulire le scale, per riparare ascensori e citofoni. Sono nate diverse associazioni, sono spuntati dei comitati.

Da un lato si sono organizzate forme di partecipazione alle sorti dell’edificio, spesso vivaci e vitali, anche quando si è discusso dei progetti Salimei e Peretti. Di fronte all’edificio è molto attiva una biblioteca comunale intitolata a Renato Nicolini, l’architetto-assessore alla cultura nelle giunte Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli. Dal 2009 funziona il Calciosociale, con palestre e campi da gioco che coinvolgono molti ragazzi di Corviale e non solo. Dall’altro lato si sono formati piccoli e pericolosi potentati, che hanno gestito la compravendita di alloggi e un controllo serrato degli spazi.”

Leggi l’intero articolo sul sito di Internazionale 

 

A cura di Giulio Pascali

Editing e foto di Daniela Maruotti

 

 

 

THE TIDE: un nuovo parco pubblico lineare (o quasi)

2 Novembre 2019

Il Tide può giocare un ruolo unico nell’unire i Londinesi” Amy Frearson, direttore editoriale di Dezeen.

A Londra la nuovissima destinazione sul fiume è arrivata e aperta a tutti. Si tratta dei primi 5km di una strada panoramica con sculture, passaggi sopraelevati, aree di sosta e naturalmente caffetterie e ristoranti a cavallo del Meridiano di Greenwich.

E’ passato un decennio da quando l’High Line è stato aperto a New York e da allora gli architetti di tutto il mondo hanno cercato di replicarlo. Il parco di Greenwich, con il primo chilometro aperto al pubblico il 5 Luglio di quest’anno, non ne è una replica fedele, pur condividendone gli “ingredienti” vincenti come la presenza di percorsi sopraelevati a 9 mt di altezza tra le numerose rampe, scalinate e terrazze.

Questo parco attraverserà tutti e sette i nuovi quartieri della penisola con “un linguaggio ed un design unici” come ha detto Matthew Dearlove, capo della progettazione presso Knight Dragon, l’azienda che sta costruendo le opere della Penisola. Inoltre questo parco ha un waterfront di 2,5 km. Il che può attrarre i Londinesi a venire in quest’area, di solito solo frequentata per via dell’O2, ovvero il Millennium Dome, e indurli addirittura a spendere una giornata qui.

Una grande attrattiva è rappresentata da alcuni significativi pezzi d’arte installati da poco per arricchire il parco. Sono:

Mermaid (La Sirena), 2017, già esposta a Venezia;

Head in the Wind (Testa nel Vento), 2019, una sensuale opera pop appositamente realizzata per il parco,

Siblings (Fratelli), 2019, una grafica molto colorata applicata agli edifici, un bel contrasto con il grigio del tempo londinese.

Seafood Disco (Discoteca di Pesce), 2019, un tavolo da picnic di 27 m nell’area barbecue aperta agli abitanti del quartiere e ai visitatori.

Un altro interessante aspetto è costituito dal The Jetty, un giardino comune fluttuante, una sorta di grande serra dove è possibile frequentare workshop di giardinaggio, acquistare piante e/o semi e fermarsi alla caffetteria interna.

Ci sono molti sottili dettagli che lasciano pensare come poco sia stato lasciato al caso arricchendo sensibilmente il progetto. Si vedano ad esempio:

piante autoctone che coesistono assieme alle specie esotiche, ci sono le betulle bianche ed i pini, l’erba alta ed i fiori di campo;

sedute di legno (sedie, panche e sdraio), luogo ideale da cui godere il tramonto sull’acqua;

punti di ascolto per la meditazione dislocati lungo il percorso e, più in generale, dispositivi per rilassare chi frequenta il parco.

Un disegno ricorrente a strisce bianche e nere a terra assicura di non perdere mai la strada. Tuttavia in futuro il concetto di parco con un inizio ed una fine diverra’ via via sempre piu’ sfuocato.

Il Tide ha il potenziale di diventare qualcosa di mai visto a Londra e nel mondo, un parco che appartiene al suo tempo e proiettato verso il futuro

Testo e fotografie di Vita Cofano (2019).
Editing: Giulio Paolo Calcaprina

Make a Difference, il networking sostenibile.

3 Settembre 2019

“CERCO DI ALIMENTARE CIÒ CHE ESISTE NEL GRUPPO”

“Come possiamo dare alle persone la possibilità di essere ed esprimere se stesse? Mettendo in connessione persone che hanno idee in comune.” È da questa filosofia che è nata l’esperienza di MaD, acronimo di Make a Difference.

MaD è una iniziativa dell’architetto Edith Colomba, che vive e lavora a Londra da 15 anni, che ci viene raccontata tramite Vita Cofano, architetto residente a Londra, che l’ha raccolta in esclusiva per Amate l’Architettura.

MaD è un sistema di networking che nasce dall’incontro fisico, non virtuale, con persone anche molto differenti tra loro, che hanno un interesse in comune e che si sta sviluppando con una serie di iniziative connesse, quali la possibilità di dotare i partecipanti di soft skills tramite esperti o di scambi diretti di conoscenze ed esperienze.

Un progetto estremamente interessante che ci proietta in avanti nel futuro delle professioni creative: passando dalla figura solitaria (e un po’ ottocentesca) del genio creativo alla sinergia esperienziale del network, che crea un valore aggiunto alle competenze.

Data la lunghezza complessiva dell’intervista (20 minuti) che tocca diversi temi – tutti di grande interesse – per facilitare l’ascolto e il ri-ascolto del video, abbiamo sintetizzato i punti principali toccati nell’intervista segnalando il timing di ciascun punto.

2:00 La formazione ed il lavoro sulla sostenibilità ambientale: Ecocentric Design.

2:40 MaD “connettere persone che hanno idee in comune”.

3:30 i MaD Drinks

4:50 i MaD Fulness

5:20 Chi sono i partecipanti dei MaD Drinks

7:50 la filosofia di MaD

11:50 i MaD Talks

13:50 i vantaggi per i partecipanti

16:35 come partecipare alle iniziative MaD

 

 

Intervista a cura di Vita Cofano

Video e fotografie a cura di Francesco Russo

Editing a cura di Giulio Paolo Calcaprina

 

Le geometrie condominiali di Gian Paolo Bartalesi

15 Giugno 2019

Una sera di pioggia tornando a casa tra il Colosseo e San Giovanni per far prima mi addentro nelle viuzze verso il Celio, stradine tranquille di palazzi abitati e pur vivaci della Roma che conosco.

Negozietti vintage, vinerie con tavolini per pochi amici insieme a ristorantini per turisti e gallerie d’arte, una colpisce la mia attenzione.

Un portoncino che non avevo mai notato e che ora invece mi invita con suoni di voci ed una luce calda. Entro, è il finissage di una mostra di fotografie e in un attimo sono dentro, contemporaneamente, a tanti androni, tutti insieme, tutti di Roma, salendo e scendendo le tante scale fotografate, anch’esse in un attimo, dal talento naturale che è Gian Paolo Bartalesi.

Scale in tutte le fogge, sempre leggere anche quando le chiama “vortici” o “vertigini”e, conferma un’ammiratrice, ” Non c’è mai un senso d’angoscia!”

Lui è prodigo di spiegazioni e gratitudine non solo a chi gli regala complimenti ma alla vita che, racconta, gli ha dato, attraverso la difficoltà economica, un bel lavoro da pony express ed insieme la possibilità di “vedere” le sue “geometrie nascoste” per i Condomini di tutta Roma.

Non è un fotografo e ci tiene a dirlo, io credo invece di sì.

Non per la tecnica o per la reflex che non può permettersi, fa tutto con il telefonino ed una compattina un po’ vecchiotta, ma perchè il suo occhio lucido e sensibile è certamente la miglior macchina fotografica che possa avere.

L’immagine è prima di tutto in chi la guarda ed anch’io sono grata al momento in cui sono entrata in quel portoncino per il regalo ricevuto dai miei occhi.

L’allestimento e tutte le stampe per questa sua prima personale alla Galleria Arca di Noesis sono state realizzate da un fotografo professionista molto appassionato di recupero di vecchie lastre, Carlo Rondinelli, che ha rispettato l’impronta immediata delle foto annullando quasi completamente la post-produzione.

Nel mondo tanto artefatto e virtuale a cui siamo ormai tutti abituati queste “geometrie” sono invece immagini reali che rimangono però ancora più fantastiche e a tutto volume nella mente.

Nelle foto di Gian Paolo Bartalesi il mondo gira, il moto perpetuo della natura non fermato in uno scatto ma, al contrario, diventa movimento ampliato come in un giro di danza a rendere panneggi morbidi il cemento armato, il ferro, il legno ed il marmo delle scale di Roma che il nostro occhio, prima dei nostri piedi, percorre e precorre veloce andando al centro dell’universo di ognuno di noi.

Gian Paolo Bartalesi pubblica le sue fotografie sul suo profilo Facebook.

Foto ©Gian Paolo Bartalesi

post-produzione e fotomontaggi di Carlo Rondinelli.

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