Archivi per la categoria ‘Rassegna’

Emergenza Covid-19. E’ il momento di progettare! facciamo lavorare i professionisti!

 

 

In questo periodo di Lock Down, mentre la curva dei contagi e dei decessi sembrerebbe essersi avviata verso un lento, estenuante ma progressivo, abbassamento, cominciano a farsi sempre più forti le proposte politiche che mirano alla riapertura delle attività produttive.

Lo stesso Conte durante la conferenza stampa del 10 aprile (quella contestatissima per le polemiche sul MES) ha annunciato l’istituzione di una Task Force, con a capo Vittorio Colao, con il compito di guidare la riapertura delle attività nella Fase 2.

“Agli esperti toccherà il compito di dedicarsi alla ricostruzione del Paese dopo il conoravirus, producendo proposte capaci di modificare «la qualità della vita», «ripensare modelli di vita sociale» e della organizzazione del lavoro.”

Si tratta di un’ operazione di non facile esecuzione. Bisogna contemperare le esigenze sanitarie, legate soprattutto al rischio di non generare una seconda ondata di contagio (che avrebbe effetti economici ben più disastrosi di quelli già causati) con l’esigenza non secondaria di rimettere in moto l’economia.

Bisognerà immaginare un modo per ritornare a lavorare in sicurezza, limitando quindi fortemente anche l’operatività delle stesse attività che saranno riaperte. Sembra evidente che non si potrà pensare ad una ripresa accelerata delle attività, piuttosto assisteremo ad una apertura graduale.

Anche successivamente, se verrà mantenuto l’intento dichiarato, quello che sarà messo in discussione è il modello di “vita sociale”.

Pane per il lavoro degli architetti.

Quelli che vorrebbero uno shock economico rimarranno probabilmente delusi. Riattivare le attività produttive con una accelerazione improvvisa iniettando denaro nel sistema senza controllo o senza una gestione programmatica (magari derogando dai molti vincoli normativi) potrebbe rivelarsi un fuoco di paglia, non solo per il rischio sanitario, ma anche perché una distribuzione a pioggia, associata ad una ripresa incontrollata della produzione, rischierebbe di disperdere le risorse verso attività inutili (cosa non auspicabile visto il livello di indebitamento dello stato) e controproducenti.

Per fare un esempio recente, nel 2008 l’immissione di denaro nel sistema economico europeo finì in larga maggioranza a sostenere le banche, le quali prima di trasferire queste risorse verso l’economica reale, hanno preferito reinvestire su attività speculative, alimentando la stessa distorsione che aveva generato la crisi.

Allo stesso modo si sollevano da più parti dubbi che alla base della diffusione dell’epidemia, e della crisi sanitaria generatasi, ci sia un modello di gestione dell’economia che dovrà essere completamente ripensato.

Si pensi alle inefficienze che si sono rivelate nella gestione privatizzata della sanità pubblica, ma anche alle tematiche ambientaliste che puntano il dito sulla urbanizzazione incontrollata come causa della pandemia, oppure alle analisi (tutte da verificare) che stanno emergendo sulla correlazione tra mortalità e livelli di inquinamento.

 

Con una logica simile i nostri governi degli ultimi 20 anni, hanno spesso preferito dirottare le poche risorse economiche verso misure a pioggia, poco generatrici di sviluppo, in grado di dare un supporto immediato verso categorie molto delimitate, ma con uno scarso effetto di volano e con limitati benefici in termini di sviluppo.

E’ interessante leggere questo articolo di Mariana Mazzuccato, uno degli esperti coinvolti nella Task Force.

“… un settore economico fin troppo “finanziarizzato” ha sottratto valore all’economia premiando gli azionisti tramite il riacquisto di azioni proprie, invece di consolidare una crescita a lungo termine con investimenti in ricerca e sviluppo, salari e formazione dei lavoratori. Di conseguenza, le famiglie sono state private degli ammortizzatori finanziari, rendendo così più difficile il loro accesso a beni primari quali alloggio e istruzione.”

“La cattiva notizia è che la crisi legata al COVID-19 sta esacerbando tutti questi problemi. Quella buona, invece, è che possiamo sfruttare l’attuale stato di emergenza per cominciare a costruire un’economia più inclusiva e sostenibile. Non si tratta di posticipare o bloccare gli aiuti statali, bensì di strutturarli nel modo giusto. Dobbiamo evitare gli errori commessi dopo il 2008, quando, terminata la crisi, i salvataggi consentirono alle multinazionali di ottenere profitti perfino maggiori, ma non riuscirono a gettare le basi per una ripresa solida e inclusiva. “

Secondo la Mazzuccato per superare la crisi occorre istituire un forte governance da parte delle istituzioni pubbliche.

“Stavolta, le misure di salvataggio dovranno assolutamente essere accompagnate da alcune condizioni. Ora che lo stato è tornato ad assumere un ruolo guida, dovrà fare la parte dell’eroe, non del burattino, il che significa fornire soluzioni immediate ma concepite per servire l’interesse pubblico nel lungo termine.”

e ancora

“Abbiamo un disperato bisogno di stati “imprenditoriali” che investano di più nell’innovazione – dall’intelligenza artificiale alla salute pubblica, fino alle energie rinnovabili. Ma, come questa crisi ci ricorda, abbiamo anche bisogno di stati capaci di negoziare affinché i benefici derivanti dagli investimenti pubblici ricadano sulla collettività.”

Su una linea d’onda differente sembrerebbe posizionarsi la proposta di Renzi espressa in una intervista al Sole24ore. Renzi propone di sbloccare 120 miliardi per aprire cantieri e ristrutturare scuole e strade sfruttando la finestra del lock down.

“le sembra normale che dopo aver bloccato le scuole fino a settembre non si consentano i lavori per la sicurezza dei plessi scolastici? Se mettiamo due miliardi in lavori di manutenzione scolastica sono due miliardi che garantiscono la sicurezza dei nostri figli, aiutano un settore in crisi come l’edilizia, “ritornano” subito come Pil, sfruttiamo una finestra temporale che non ricapiterà. Le aziende edili devono lavorare almeno nelle scuole, negli hotel da ristrutturare, nelle strade deserte. Ci sono 120 miliardi pronti per essere spesi: ora o mai più.”

Un proposta anche encomiabile, ma si tratta evidentemente proprio dell’errore da cui la Mazzucato vorrebbe metterci in guardia: ovvero soldi a pioggia, senza criterio, senza un programma che indirizzi le risorse verso iniziative che possano farsi portatrici di uno sviluppo solido e duraturo.

 

Per fare un esempio che gli architetti conoscono bene, la proposta di Renzi è l’equivalente di una romanella (per chi non è di Roma, una “romanella” è una mano di pittura superficiale data alla buona) fatta su una parete completamente ammuffita. Pochi mesi e la muffa ritorna lì, i soldi per quanto pochi saranno stati sprecati, il tempo impiegato anche, e il problema della muffa sarà ancora li da risolvere.

Pensiamo alle scuole. Da qui a settembre, quando per ora è prevista la riapertura, realisticamente quali lavori si pensa che possano essere messi in campo? Tinteggiature, sistemazioni superficiali, forse le impermeabilizzazioni: tutte cose anche importanti certo, ma consideriamo che il problema strutturale delle nostre scuole è la sicurezza (statica, sanitaria, antincendio).

Tralasciamo anche la colossale inadeguatezza degli spazi scolastici. Le scuole oggi sono inadeguate a rispondere ai modelli scolastici passati figuriamoci se lo saranno a garantire lo svolgimento delle lezioni in condizioni di “distanziamento sociale” (una condizione che sarà altamente probabile da qui ai prossimi anni).Rimanendo  alle questioni strutturali che sono quelle più diffuse nel patrimonio scolastico:

“I problemi delle strutture sono sia interni che esterni. E a risentirne sono tutte le dimensioni: la sicurezza, la sostenibilità ambientale e la didattica. Per quanto riguarda i fattori esterni, in ben 4.572 istituti (il 13%) si rilevano fattori di insicurezza nell’ambiente circostante. Poi ci sono le strutture, con scuole considerate fragili e insicure. Non costruite seguendo criteri antisismici e spesso utilizzando materiali scadenti. Le scuole, inoltre, non sono sostenibili dal punto di vista energetico, con la mancanza di doppi vetri o dell’isolamento delle pareti esterne. Mancano, inoltre, i pannelli solari, presenti solo su un quarto delle strutture. Ancora, non sono state abbattute le barriere architettoniche in moltissimi casi e gli spazi per la didattica rispecchiano un approccio tradizionale, penalizzando eventuali innovazioni di qualsiasi tipo.”

Pensate che per risolvere i problemi strutturali degli edifici scolastici siano sufficienti tre-quattro mesi scarsi di lavori? Senza nemmeno un progetto che certifichi la correttezza degli interventi?

Sempre restando alla metafora della romanella, per capire come risolvere il problema della muffa, prima di qualsiasi intervento è necessario fare delle analisi, capire come è costruito il muro e perché si forma la muffa (c’è la barriera a vapore? da dove viene l’umidità?), tutte azioni che richiedono tempo. Tempo necessario a capire il problema e per scegliere la soluzione migliore. Tempo però che non sarà sprecato se sapremo impiegarlo per avviare un programma forte e sostanzioso di incarichi di progettazione.

Ecco, per chi conosce i tempi tecnici di una progettazione seria (tralasciando i tempi burocratici che in questo caso sarebbero nel bene o nel male, accorciati) la proposta di Renzi, per come è riportata, appare decisamente improponibile. Una proposta forse capace di drogare l’economia sul breve periodo ma con la conseguenza di consegnarci subito dopo un patrimonio edilizio ancora più ingestibile.

Per questo noi di Amate l’Architettura proponiamo una cosa diversa. Restiamo al tema scuola, ma il concetto è riproducibile a tutti i campi delle infrastrutture.

1 – Istituire subito una linea guida generale sulle priorità e sulle filosofie di intervento (con una governance forte del governo tramite la Task Force e il supporto del ministero dell’Istruzione).

2 – Consentire agli organi locali l’affidamento immediato di tutti gli incarichi di progettazione delle opere (con procedure ristrette ma che garantiscano la trasparenza).

3 – Avviare le attività di indagine e rilievo sul patrimonio edilizio scolastico (dove non c’è nulla, dove c’è già ovviamente metterlo a disposizione dei progettisti).

4 – Far lavorare subito i professionisti (prevedendo un anticipo sulle prestazioni professionali), favorendo uno scambio interattivo tra linee di indirizzo generali e soluzioni progettuali locali.

5 – Programmare gli interventi su un periodo più lungo di qualche mese tenendo conto delle esigenze operative delle scuole, che presumibilmente saranno utilizzate con tempi diversi da quelli tradizionali e tenuto conto del distanziamento sociale (classi ridotte? presenza in classe limitata e integrata dalle lezioni online?)

6 – Coinvolgere in maniera pro-attiva le strutture tecniche degli enti interessati. Fare in modo che gli enti burocratici si mobilitino per supportare i professionisti nel loro lavoro, abbandonando la logica del veto e della carta bollata. Occorre che i progetti siano corretti dal punto di vista della regolarità, ma se vogliamo velocizzare il processo occorre un cambio di mentalità totale da parte delle amministrazioni pubbliche.

In questa maniera si darebbe una mano immediata ad una delle categorie più in crisi (i liberi professionisti), utilizzandone le competenze e le capacità; e visto che l’attività professionale può svolgersi a casa o in studio in tutta sicurezza si tratterebbe di attività con rischio contagio zero.

Si può fare nel tempo reso disponibile dal Lock Down. C’è il tempo per fare le selezioni dei professionisti senza derogare troppo dai criteri di trasparenza, c’è il tempo per fare le indagini e le analisi necessarie, c’è il tempo per fare la progettazione delle opere. Ci sarà infine anche il tempo di avviare i nuovi cantieri, ma sarà in tutta sicurezza e avendo ben chiaro quale sia il progetto che vogliamo sviluppare.

Al momento della ripartenza, avremmo assicurati progetti, fatti seriamente, per attivare il volano dell’edilizia. A quel punto saranno però progetti utili, necessari e mirati a a realizzare interventi duraturi.

Abbiamo una massa di professionisti che potrebbero dare il loro contributo attivo. Piuttosto che dargli mancette da 600 € diamogli incarichi di progettazione!

 

Credits.

Il grafico dell’andamento ufficiale dei positivi da Covid-19 è tratto dal sito della Protezione Civile aggiornato al 13 aprile 2020.

La foto di M. Mazzuccato è tratta dal sito Libertà e Giustizia.

L’immagine del crollo della scuola di Sangiuliano di Puglia è tratta da Metoweb

 

Cosa faresti con 50 milioni di dollari? L’utilità dell’Utopia

29 Febbraio 2020

 

 

La domanda nel titolo è stata posta da Larry Page (CEO di Google) in occasione di uno SCI FOO CAMP organizzato presso i quartieri generali di GOOGLE, da O’Reilly Media, Digital Science, Nature Publishing Group e Google Inc..

Se vi state chiedendo cosa è un FOO CAMP non vi preoccupate, neanche io ne ero molto al corrente prima di scrivere questo articolo.

I FOO CAMP sono degli incontri (a cui si partecipa solo su invito) a carattere informale per discutere di diversi temi legati alla comunità degli hacker.

Letteralmente FOO sta per “Friends of O’Reilly”. I primi FOO CAMP sono stati organizzati infatti da Tim O’Reilly ed hanno una struttura organizzativa molto aperta, nessuna agenda preorganizzata, nessun tema prefissato, i partecipanti sono inviati a scrivere (e se necessario sovrascrivere) sul momento il programma dell’incontro e gli argomenti di discussione; si definisce questo tipo di evento una NONCONFERENZA.

Sulla stessa falsariga alcuni partecipanti ai FOO CAMP hanno poi sviluppato l’idea organizzando i BAR CAMP (a cui si partecipa senza invito), nome forse più familiare che serve per capire di cosa stiamo parlando.

Se adesso ve lo state chiedendo, la risposta è si, molte delle iniziative lanciate da Casaleggio e Grillo nella prima fase del M5S sono mutuate da questo genere di approccio.

Sulla scia di questo modello non convenzionale sono stati organizzati altri FOO CAMP più tematici, con la stessa formula aperta ma circoscritti ad un determinato campo; uno di questi è appunto lo SCI FOO CAMP organizzato in collaborazione con Google e dedicato in maniera specifica all’innovazione tecnologica.

La formula delle discussioni è aperta per cui è naturale che, per stimolare i diversi punti di vista, ai Camp vengano invitate personalità delle discipline più diverse, non è quindi strano che ad uno di questi incontri sia stato invitato anche un architetto.

C’è da sperare anche che il singolare evento di invitare un architetto ad una convention dedicata all’innovazione tecnologica avvenga un po’ più frequentemente di quanto appaia; questo però è il solo caso di cui ho letto un articolo e quindi mi è sembrato importante segnalarlo.

Oltretutto l’architetto “infiltrato” non è proprio un architetto ordinario: Sean Lally è un architetto che ha al suo attivo una intensa attività di ricerca sulla capacità delle fonti energetiche (elettromagnetiche, termodinamiche, chimiche, ecc.) di influire e generare spazi architettonici.

Le sue idee sono espresse nel suo libro The Air from Other Planets: A Brief History of Architecture to Come (titolo che è già un programma).

Insomma per essere invitati ai FOO CAMP di Google essere esperti di pratiche catastali e villette in stile neocoloniale non basta…..

L’altra cosa degna di nota è anche la risposta che l’infiltrato Lally ha fornito, e che descrive in un articolo apparso sul sito del The Canadian Centre for Architecture.

La situazione descritta da Lally è quella di un professionista la cui formazione è prevalentemente umanistica, capitato in mezzo ad un capannello di super tecnici, scienziati esperti di materie avveniristiche.

In mezzo a questi capita, quasi per caso, Larry Page (non è un caso come si capisce dall’articolo, l’evento è organizzato da Google, e Larry gira in mezzo ai partecipanti come farebbe una sposa tra i tavoli degli invitati) ponendo a tutti la sua domanda:

“If you had $50 million, what would you spend it on? Tell me what we should be doing.”

Se avessi 50 milioni di dollari, per che cosa li spendereste? Ditemi cosa dovremmo farci?.

La domanda è chiara se la inquadri nel contesto in cui viene fatta. Larry Page è uno degli uomini più ricchi del mondo ed è Amministratore Delegato di Google. Non ti sta facendo una domanda oziosa del tipo “se vincessi alla lotteria come spenderesti la vincita”, Larry ha la concreta possibilità di spendere quei soldi e la convention è organizzata fondamentalmente perché vuole capire quali sono i percorsi di sviluppo e ricerca più interessanti, quelli più promettenti per il futuro, su cui varrebbe la pena investire per continuare a mantenere Google in una posizione dominante nel mondo.

Oltre agli aspetti commerciali ed economici Sean Lally ritiene che la domanda dovesse contenere anche una interpretazione più etica e positivista:

“We at Google have the resources to tackle big problems affecting this world, and there’s no shortage of those problems, so tell me what you’re currently working on and maybe we can throw our weight behind your efforts.”

Noi di Google abbiamo le risorse per affrontare i grandi problemi che affliggono questo mondo, e di certo i problemi non mancano, quindi ditemi su cosa state lavorando e forse possiamo sostenere i vostri sforzi.

Non male vero? avete la soluzione per la fame nel mondo? sapete come fermare il riscaldamento globale? ditelo a Larry che vi finanzia l’impresa. Sembra facile; c’è da chiedersi come mai, viste le possibilità economiche e comunicative di Google, queste soluzioni non siano già state messe in atto.

Lally chiarisce infatti come la stessa Google abbia già provato a investire risorse in ricerca e sviluppo per trovare “soluzioni ai problemi del mondo”: ad esempio sviluppando sistemi che consentissero di ridurre la produzione di CO2 e mitigassero gli effetti dei cambiamento climatici.

Il risultato di questi investimenti, sostiene Lally, sono stati che la stessa iniziativa di ricerca si è dovuta arrendere di fronte alla difficoltà di convincere un intero sistema economico ad abbandonare le tecnologie prevalenti (basate sul consumo di idrocarburi); il modello attuale prevalente è quello sviluppato nell’arco di un intero secolo ed è così profondamente radicato nella cultura generale contemporanea e globale che è estremamente difficile pensare di invertire la rotta semplicemente imponendo nuovi modelli economici. Nonostante la confluenza di ricerche tecnologiche, nuove idee politiche e risorse economiche, non si è finora riusciti ad invertire la tendenza generale che provoca il cambiamento climatico, che appare a questo punto inevitabile. Le nazioni e le società civili, nonostante i proclami e le buone intenzioni, continuano a preferire i modelli di sviluppo novecenteschi.

A questo punto la proposta di Lally è quella di lavorare sull’educazione o meglio sullo sviluppo di una visione utopistica da offrire alla società come indirizzo per stimolare proattivamente il perseguimento della risoluzione dei problemi. Per innescare un significativo cambio di rotta, Lally propone quindi di lavorare sulla visione del futuro.

Tutte le politiche di innovazione sperimentate sino ad ora si sono basate su visioni apocalittiche del futuro e hanno provato a innescare il cambiamento “spingendo il cambiamento”; imponendo modelli basati su innovazione tecnologica che però, evidentemente, non è stata in grado di stimolare l’immaginazione del pubblico a cui si rivolgeva.

Quello che propone Lally è sostanzialmente una inversione della prospettiva: nelle transizioni tra modelli energetici occorre fare distinzione tra i meccanismi di traino e quelli di spinta (“a distinction between ‘pulling’ and ‘pushing’ these transitions”).

Occorre fare in modo che la società veda le potenzialità dei cambiamenti energetici e le persegua non perché sono il frutto di un obbligo morale, ma perché se ne intravedono i miglioramenti concreti nella vita quotidiana.

Per fare questo c’è bisogno di una visione utopica.

Quindi la proposta di Lally a mr Google è di investire i 50 milioni finanziando 500 progetti di design che illustrino come potrebbe essere il futuro grazie all’impiego di tecnologie più rispettose dell’ambiente, e mostrando al mondo i risultati di queste ricerche (luoghi fisici da visitare, storie da leggere, film da vedere, ecc.).

“Take the $50 million and fund five hundred design projects that show a future that takes into account environmental change and all that goes along with it—climate change, the bioengineering of our bodies, new uses for energy—and then get them in front of the general public. These designs could be physical spaces people visit, stories people can read, movies people can watch. I’m not talking about dystopian warnings or guilt trips about lessons we should have learned in the past. I’m talking about providing images that stimulate and prepare people for the future ahead. Tomorrow isn’t going to look like yesterday, and as long as we continue to judge its success and appeal based on a belief that it will, we’re in for disappointment.”

Quello che propone Lally non è niente di più che dare nuovo impulso alla ricerca teorica e utopistica. Dopotutto non è difficile comprendere il contributo reale che le utopie e le visioni futuristiche sviluppate nella storia hanno avuto per determinare il successo delle rivoluzioni industriali ed economiche. Basterebbe citare Sant’elia, Fourier,  Boulée, oppure le più recenti visioni di Cedric Price e il suo Fun Palace (citato da Lally nel suo articolo).

Non esiste in fondo niente di più concreto di una sana Utopia.

Non c’è che dire, se Larry dovesse accogliere la proposta di Lally, noi architetti siamo ben disposti ad abbandonare le pratiche catastali……

Nel frattempo provo a rilanciare alcune delle più famose Visioni che in un modo o nell’altro hanno contribuito a modificare la realtà che si è sviluppata in seguito.

Yona Friedman

 

 

F.L. Wright

 

Ancora F.L. Wright

 

Étienne-Louis Boullée

 

Sant’Elia

 

Anonimo dell’Italia centrale

 

 

Leggi l’articolo di Sean Lally su CCA.

Leggi anche il nostro ricordo di Friedman.

Credits

Le immagini nel testo sono le seguenti.

Cenotaffio. Di Étienne-Louis Boullée – Own scan from: “Klassizismus und Romantik. 1750-1848”, Hrsg. Rolf Toman, Verlag Ullmann und Könemann, Sonderausgabe, ISBN 978-3-8331-3555-2, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2139341

Cedric Price Fun Palace for Joan Littlewood Project, Stratford East, London, England (Perspective) 1959–1961. https://www.moma.org/collection/works/842

 

 

 

Le grandi città si mangiano tutto?

22 Febbraio 2020

“Nella storia, però, non è mai esistita una città ricca senza una campagna altrettanto florida”.

In un articolo apparso su Il Post a firma Davide De Luca si prova a fare il punto sul divario, sempre più evidente nelle società contemporanee, che si sta creando tra l’economia, sempre più in crescita, di poche grandi città fortemente attrattive, rispetto al resto del territorio.

Si tratta di un fenomeno esteso e osservabile in tutte le società avanzante.

Milano (con Roma distanziata) in Italia né è un esempio, ma anche negli USA New York e Los Angeles, in spagna Barcellona e Madrid, in UK Londra, sono solo alcuni esempi che possono essere portati per esemplificare il gap di sviluppo che si sta creando tra il centro e la periferia.

In Italia siamo abituati a considerare questo genere di problema quando ci riferiamo al divario Nord e Sud, la “Questione meridionale” è stata al centro del dibattito politico per tutto il secondo dopoguerra; oggi emerge con grande evidenza anche la distanza economica e sociale tra i centri urbani e le periferie; una distanza ancora più marcata quando ci si riferisce alle cosiddette “aree interne”.

Il problema di fondo è che le grandi città come Milano sono attrattive perché riescono a generare delle forti economie di scala; giustamente si riconosce loro la capacità di essere degli esempi positivi (delle best practices come direbbero i milanesi stessi) nello sviluppo dei sistemi economici territoriali; il rovescio della medaglia è che questi centri di attrazione sembrano essere carenti nella capacità di restituire al territorio (o alla nazione) di riferimento parte di quello sviluppo.

Scrive De Luca.

“Concentrando tante persone in un luogo, le città producono le idee e le tecnologie che migliorano la produttività e permettono la crescita economica. Avere città sempre più grandi e di successo, con maggiore capacità di attrazione, è considerato un obiettivo a cui tendere. Presto o tardi, le innovazioni prodotte nelle città raggiungeranno anche i centri più lontani e tutti ne beneficeranno. Nel frattempo chi non è soddisfatto della sua condizione ha una scelta molto semplice per migliorare le cose: spostarsi in città, dove gli stipendi sono più alti e la qualità della vita migliore.”

Se da una parte è un bene avere una o due città simbolo che rappresentino la punta di diamante di un sistema nazionale, che sappiano funzionare da catalizzatore di innovazione e sviluppo (economico ma anche culturale), questa prerogativa perde di senso se si interrompe la cinghia di trasmissione che redistribuisce lo sviluppo anche verso le aree più periferiche.

Come già accennato, in Italia il fenomeno è ben chiaro da anni perché studiato e analizzato nella Questione Meridionale, e sappiamo bene per esperienza quanto sia difficile correggere questo divario; accanto allo storico divario Nord Sud, emerge però in maniera preponderante anche un analogo divario tra aree urbanizzate e aree rurali.

“Lo spillover, l’effetto redistributivo dei benefici prodotti dalla crescita generata dalle grandi città […] sembra aver esaurito il suo effetto. Non solo negli ultimi decenni le diseguaglianze economiche sono tornate ad aumentare in tutto il mondo sviluppato, ma hanno assunto sempre più una dimensione territoriale. Secondo un recente rapporto del Parlamento europeo, mentre le economie degli stati membri complessivamente si stanno avvicinando, con i paesi dell’Est che crescono più rapidamente di quelli occidentali, la distanza tra le regioni dinamiche e le aree rimaste indietro si sta allargando. E nel frattempo, la gente non si sposta. O meglio, non si sposta abbastanza.”

La crisi economica ha finito per accentuare il problema. Le aree rurali sono da anni soggette ad abbandono e spopolamento; se la popolazione si riduce diventa antieconomico garantire i servizi pubblici essenziali (scuole, ospedali, infrastrutture); riducendo i servizi disponibili nelle aree periferiche, queste riducono ulteriormente la loro attrattività generando una spirale negativa a favore dei grandi centri urbani. Questo fenomeno viene osservato a livello globale ed è ancora più difficile da contrastare in situazioni di stagnazione economica.

Per citare un esempio che è sotto gli occhi di tutti si veda lo sviluppo della rete ferroviaria negli ultimi 10 anni che si è fortemente concentrata sulle direttrici di collegamento tra le grandi città, privilegiando l’asse Milano Roma, lasciando indietro le località periferiche.

Si veda a questo proposito il dossier Pendolaria 2018 redatto da Legambiente.

“Grazie a questo continuo aumento nell’offerta e nei servizi si assiste ad un nuovo fenomeno: il boom del pendolarismo tra città collegate dall’alta velocità distanti fra loro e collocate in diverse Regioni. Ad esempio sulla tratta Torino-Milano si contano 1.600 abbonati ed il loro modo di viaggiare che non può sottostare a orari fissi ha messo in crisi l’organizzazione del Frecciarossa, che deve garantire il posto a sedere a tutti i viaggiatori. Si contano poi 2 mila abbonati sulla Roma-Napoli, 650 sulla Bologna-Firenze, 300 sulla Firenze-Roma ed altri 300 sulla Milano-Bologna, a cui vanno aggiunti tra i 3 e i 4 mila abbonati totali di Italo.”

Illuminante uno studio condotto dall’Università Federico II di Napoli che ha messo in relazione l’andamento del PIL nel decennio 2008/2018 evidenziando come le città collegate dall’alta velocità hanno avuto un miglioramento del PIL del 10% contro il 3% delle città che hanno una distanza superiore alle 2 ore da una stazione AV.

Occorre precisare che la stessa Trenitalia ha annunciato recentemente un piano di investimenti che mira ad estendere il sistema ferroviario dell’asse Milano Roma, verso le regioni finora escluse. Questa azione è certamente un esempio positivo di come fare funzionare il sistema, nella misura in cui gli utili generati dallo sviluppo delle attività core (in questo caso l’Alta Velocità) permette in un secondo momento di liberare risorse da investire su programmi di secondo livello (la rete periferica dei pendolari e delle città inizialmente escluse). Strategicamente non è pensabile invertire la sequenza temporale degli investimenti (è in genere più logico ed economico sviluppare prima le iniziative in grado di generare sviluppo più rapidamente), tuttavia è utile riflettere sui tempi in cui è opportuno che questa “integrazione” debba essere messa in atto; allargando il ragionamento a sistemi più complessi, il rischio concreto è quello di spezzare del tutto il legame tra gli estremi; il ritardo con cui le aree periferiche vengono messe in grado di agganciare l’innovazione e lo sviluppo generato dalle centralità, potrebbe essere tale da non consentire più l’annullamento del gap.

Questo tema riguarda direttamente gli architetti e gli urbanisti e non solo perché le grandi stazioni AV sono state al centro di accesi dibattiti sull’architettura.

Quanti di quelli che hanno criticato la stazione AV Napoli Afragola, per il suo essere una “cattedrale nel deserto” si sono soffermati a riflettere sulla natura di quel deserto e sulla necessità non tanto di evitare la cattedrale, quanto di eliminare il deserto?

Quanti nel criticare l’opera come singolo oggetto architettonico hanno considerato invece la potenzialità dell’opera, ovvero la sua capacità di rendere più accessibile un servizio (in questo caso l’alta velocità) da parte di aree normalmente escluse.

Arcipelago Italia”, il progetto del Padiglione Italia della 28a Biennale di Venezia (curato da Mario Cucinella), ha avuto come argomento centrale i territori interni del paese, sviluppando cinque proposte di trasformazione urbana dedicate ad altrettante aree rurali. L’esposizione era strutturata come un viaggio lungo le dorsali alpine e appenniniche alla ricerca delle radici culturali nazionali che sono ben radicate proprio nel territorio rurale montano e nei suoi borghi storici.

Recuperare il rapporto con le are interne, ricercare formule per rivitalizzare i borghi storici che costellano il territorio rurale, è per l’Italia un processo che potrebbe costituire la base di un rilancio generale sia in termini di identità culturale che in termini di modello economico dove riagganciare la cinghia di trasmissione tra centro e periferia.

 

“Arcipelago Italia è un manifesto che vuole indicare possibili strade da percorrere, per dare valore e importanza all’architettura. Questo volume farà conoscere meglio il nostro Paese, quello più invisibile e ferito ma anche quello più ricco di potenzialità e di bellezza. La più estesa riserva di ossigeno dell’Italia, i luoghi dove sono nate le piccole e le grandi città, attraversate da secoli di storie, percorsi, popoli e architetture. Scopriremo le persone e il modo in cui gestiscono gli spazi, la vivacità culturale e lo sforzo di molte comunità per restare nei propri paesi. Infine una domanda: quale futuro per questi territori?”

Alessandro Ambrosino in una serie di articoli dedicati al tema e pubblicati su Pandora Rivista ha approfondito le strategie adottate in Italia, grazie alla SNAI, la Strategia Nazionale per le Aree Interne, lanciata dall’allora ministro per la Coesione Sociale Fabrizio Barca, coordinata dall’Agenzia per la coesione territoriale.

“A fianco di una molteplicità di poli cittadini, il paesaggio italiano mostra i segni di un secolare sfruttamento di acqua, risorse minerarie, boschive ed agricole. Dal Cadore alla Lunigiana, passando per i monti Sibillini fino al Gran Paradiso, in Italia esistono decine di aree “interne”, cioè lontane dai servizi erogati dai centri urbani (salute, istruzione, mobilità), che hanno avuto un peso pari alla città nello sviluppo del Paese. Si tratta di aree diversissime per vicende storiche e culturali ma accomunate dall’aver costituito per secoli l’alternativa alla vita urbana. Non solo di “cultura civica” è fatta l’Italia, dunque, ma anche di una “cultura rurale”, di montagna, centri minori e comunità locali. Un patrimonio di tradizioni, società solidali e modelli economici assolutamente non secondario per il Paese.”

Per quanto riguarda la SNAI.

“la Strategia si prefigge da un lato di implementare l’offerta dei servizi pubblici essenziali per assicurare alle aree interne livelli adeguati di cittadinanza, e dall’altro di sviluppare, con progetti locali che facciano leva sui punti di forza dei diversi territori, le “condizioni di mercato” favorevoli per il loro rilancio economico. La Strategia, inoltre, viene implementata ed indirizzata da un Comitato tecnico, il cui compito è stato dapprima di mappare il territorio nazionale identificando le aree interne, e poi di creare aree sperimentali in cui realizzare i progetti, stimolando una discussione a livello regionale al fine di orientare l’utilizzo dei Fondi Europei in queste aree selezionate.”

Uno dei punti di forza della SNAI è stato quello di promuovere il dialogo con gli enti locali, evitando di far cadere a pioggia interventi generalisti decisi da strutture centrali che non hanno alcuna connessione con il territorio. Il risultato del dialogo è quello di individuare specifici progetti di sviluppo con il contributo e la collaborazione delle strutture che operano nel territorio e che quindi ne conoscono i reali punti di forza e le potenzialità.

Secondo Ambrosino in Italia è necessario riallacciare il rapporto con le aree rurali interne innanzitutto operando una inversione di prospettiva.

“Pienamente inserita nelle dinamiche globali che attraversano il mondo al giorno d’oggi, l’Italia trae certamente alcuni vantaggi dalla cosiddetta globalizzazione. Tuttavia, a causa di peculiari questioni storico-geografiche e politico-economiche, ne soffre anche in maniera accentuata le principali contraddizioni. Una su tutte: il costante aumento delle disuguaglianze territoriali. Il nostro pianeta è pieno di “luoghi lasciati indietro” – the places left behind, come vengono definiti ormai da molti studiosi a livello internazionale – le cui popolazioni stanno manifestando segnali di forte malessere sociale (intolleranza, rifiuto del sapere scientifico, desiderio di comunità chiuse ecc.) perché si auto-percepiscono come gli sconfitti del sistema globale rispetto agli abitanti dei (pochi) poli di ricchezza e benessere”

Sempre Ambrosino in una intervista a Filippo Tantillo (ricercatore territorialista che lavora da più di 15 anni con Istituti di ricerca e università italiane ed europee, coordinatore scientifico del team di supporto al Comitato Nazionale per le Aree Interne), traccia un primo consuntivo dei risultati dell’attività della SNAI.

(È) “necessario ricucire lo strappo che si è creato fra due componenti della nostra nazione che non hanno senso l’una senza l’altra. La rugosità dell’Italia è ciò che rende parzialmente diverso il nostro Paese dagli altri Stati europei e ciò si rivela non solo dal punto di vista geomorfologico, ma anche nella biodiversità agricola, dove capita che nello stesso terreno si possano coltivare fragole e papaya come in Sicilia, climatica e, volendo, anche “umana”, con tutti i dialetti e le lingue che vi si parlano. Questa diversità è la nostra ricchezza, ma fuori dalla retorica la verità è che, per le finanze pubbliche, tutto ciò che non è città è percepito come un costo. Invertire lo sguardo significa ricomporre un disegno nazionale che integri ciò che è stato lasciato in disparte in maniera né emergenziale né contemplativa, ma, al contrario, concepirlo come un unicum da cui trarre anche un certo orgoglio. Tale ricucitura è certamente complessa, ma è forse l’unica che ci può preparare alle sfide del futuro.”

In conclusione sembrerebbe un tema di elevatissimo interesse per la categoria degli architetti, che hanno le competenze e le capacità necessarie per fornire risposte alle criticità evidenziate, sia in termini di analisi del fenomeno, sia in termini di elaborazione di proposte che sappiano mettere in connessione le esigenze di tutela del territorio con la necessità di aprire anche queste aree allo sviluppo economico e culturale.

Eppure, fatta eccezione per il meritorio tentativo di Arcipelago Italia, il tema non sembra essere al centro del dibattito tra i professionisti dell’Architettura, se non occasionalmente e sull’onda emotiva di qualche polemica mediatica legata a singole opere.

Se ci si interroga su quale possa essere un ruolo per la professione, questa potrebbe essere una risposta.

Dove sono quindi le idee? Dov’è l’Architettura?

 

Credits

Le foto riportate sono parte del progetto fotografico del 2011, “Irpinia d’Oriente” di Mario Ferrara a cui mando un ringraziamento particolare per avermi consentito di utilizzare le sue splendide foto (e un grazie a Raffaele Cutillo per avermelo segnalato).

La foto “Arcipelago Italia” è tratta da Professione Architetto.

Le mappe riportate sono state tratte da Legambiente e Agriregioni Europa.

 

Vivere su Marte

17 Febbraio 2020

Il 2 aprile scorso il direttore generale della NASA ha annunciato di stare progettando una missione su Marte entro il 2033. In uno dei suoi sconclusionati annunci il Presidente USA ha sollecitato la stessa agenzia a concentrarsi sull’obbiettivo della missione marziana. L’anno scorso persino Putin ha annunciato l’intenzione di avviare un programma spaziale per andare sulla Luna e, ovviamente, anche su Marte.

Insomma ci sono serie probabilità che le nuove generazioni possano essere le prime ad essere testimoni di una missione umana su Marte.

Oltre alla necessità di risolvere i problemi tecnici di organizzare la missione e fare arrivare i primi umani sani e salvi, questa sfida epocale si porta dietro però anche la necessità di organizzare, da zero tutti gli aspetti della vita quotidiana. Per chi dovrà vivere sul pianeta rosso, dovrà essere previsto e organizzato ogni dettaglio della giornata. Una sfida sicuramente molto intrigante anche per architetti e designer.

Certo da qui al 2033 c’è ancora un po’ di tempo e non è detto che i tempi non subiscano slittamenti; intanto che aspettate però potete sperimentare la vita un umano-marziano andando a visitare questa mostra al Design Museum di Londra allestita fino al 23 febbraio, che vi porterà letteralmente in un altro mondo.

Per gli architetti che volessero intraprendere la professione di Space Designer invece occorre guardare all’esempio di Daniele Bedini, “autore della prima tesi di laurea in Europa in space architecture in collaborazione con la NASA” oppure seguire le orme di Philippe Stark che ha progettato il primo locale nello spazio dedicato al commercio.

Sostiene Bedini.

Nello spazio hai la possibilità di progettare a 360° sferici perché l’alto e il basso non esistono più. Devi avere un codice di orientamento, soprattutto per le situazioni di emergenza quando bisogna sapere rapidamente in quale direzione dirigersi, ma puoi mettere il letto sul soffitto. E poi, lavorando in team con esperti di altre discipline, acquisisci un background molto più ampio rispetto a quando lavori nel design terrestre

Insomma per i giovani architetti è il caso di dire che c’è ancora spazio da esplorare.

Per maggiori sulla mostra info visita il sito del Design Museum.

Oppure leggi l’articolo su Abitare.

 

Testo di Giulio Pascali

Foto e immagini tratte da Meteoweb dal sito del Design Museum  e da Dezeen

Per fare buona architettura ci vuole una committenza forte?

13 Febbraio 2020

Su A+U è stata rilanciata una vecchia conversazione tra I.M. Pei e Fumihiko Maki a proposito di una delle icone dell’architettura moderna e contemporanea, la celebre Pyramid del Louvre che nel 2019 ha compiuto 30 anni di vita.

A distanza di tempo l’intervento è considerato uno dei più riusciti sia dal punto di vista degli addetti ai lavori  e sia dal punto di vista del grande pubblico.

Dalla conversazione emergono però (ed è interessante rileggere ora i particolari di quella vicenda) le enormi difficoltà che incontrò Pei durante la presentazione del progetto agli enti istituzionali e alle accademie.

È illuminante notare l’importanza che ha avuto la committenza nel sostenere il progetto; l’allora presidente Mitterand voleva lasciare il suo segno alla Francia (in questo c’è da dire che la storia politica francese è sempre stata un modello per le opere di architettura) e questo ha consentito al progettista di lavorare con le spalle sempre coperte avendo la tranquillità di un interlocutore forte e deciso.

Una lezione importante che dovremmo ricordare per capire come nascono i grandi progetti di Architettura, non basta infatti un bravo progettista, ma occorrono anche Committenti illuminati che abbiano una visione forte e chiara dei loro obbiettivi, altrettanta forza nel perseguirli, e soprattutto coraggio nell’assumersene la paternità. Tutto il contrario di quanto avviene oggi dove i progettisti sono utilizzati spesso e volentieri come parafulmini, comodi capri espiatori su cui riversare ogni critica scomoda, teste d’ariete da sacrificare non appena il vento del consenso o il complesso delle difficoltà realizzative dovesse farsi troppo impervio.

 

Viene facile fare il confronto su come è stata gestita la scelta del progetto di ricostruzione del Ponte di Morandi; una vergognosa serie di non scelte, dove a farla da padrone è stato un progettista, non incaricato, che con l’atto di regalare il progetto ha tuttavia influenzato pesantemente tutte le scelte successive, deresponsabilizzando la politica alla quale non è parso vero di poter delegare l’onere di una scelta che invece avrebbe dovuto essere prerogativa di chi amministra il territorio e le città.

Pensiamo anche all’altra riprovevole vicenda del concorso per la sistemazione del Palazzo dei Diamanti a Ferrara, dove è bastato il clamore mediatico di Sgarbi, forte solo della sua fama televisiva, schierato contro il progetto ormai già aggiudicato tramite un regolare concorso, per convincere i Ministero a smentire se stesso e ad annullare l’aggiudicazione.

Il ponte Morandi  e l’Ampliamento di Ferrara sono solo alcuni tra i tanti casi che si verificano, sistematicamente in Italia e nel mondo a ricordarci come l’Architettura e le sue manifestazioni, ancora oggi sia una delle più importanti espressioni della società che le realizza (o non realizza).

“Pei: You’re right. I’m an optimist. You have to, to enter into a project like the Louvre. In the beginning, I tell you I was so certain that I would fail because I presented my scheme to a group of people called the Commission superieure des monuments historiques, which was the highest body of intellectual leadership in France. They were cruel. They were the cruelest bunch of people, and they used the French language in such a way like a sword. Fortunately, I didn’t understand too much of what they said.

Maki: Had you understood it fully you would be exasperated.

Pei: I was tongue-lashed by them at a meeting. They never looked at my model, they didn’t. They saw the model the day before. Unfair. But they claimed that they had not seen it. The whole idea was wrong, wrong. If I was not an optimist I would have given up. I have to give credit to another man, Emile Biasini, appointed by Mitterand to pursue the project. Biasini should be remembered. He defended me as tenaciously as Mitterand would have, but Mitterand couldn’t go into the open to defend me you know because was the president of France, but Biasini’s voice was his voice. After that problem at the monuments historiques, everybody on my team was all depressed. Oh it was so sad. We worked so hard, then somebody rejected our results for no good reason. We all looked like a defeated bunch. Biasini said, “We haven’t started the battle yet.” He invited us all to seaside resort called Arcachon in the south of France. Near the coast, in the midst of winter, bitter, bitter cold wind was blowing in from the Atlantic. There we were together with all of the actors on the scene. Most important were the seven curators.”

 

Continua a leggere su A+U

 

Credits:

  • testo di Giulio Pascali
  • la foto del cantiere della Pyramid è tratta da www.parigimaipiusenza.com
  • la foto di R.Piano che presenta il suo regalo il presidente della Regione Toti è tratta da www.lavoripubblici.it

Le pratiche trasgressive nel Bauhaus: la perversione è un elemento generativo essenziale dell’Architettura?

1 Dicembre 2019

Un articolo pubblicato su Metropolis   riassume la ricerca condotta dalla storica dell’architettura Beatriz Colomina, Professoressa della Princeton University, con la quale si mette in evidenza un aspetto del Bauhaus poco conosciuto e che consente di inquadrare meglio la complessità della scuola nota principalmente per il suo ruolo nell’architettura e nel design di ispirazione Razionalista.

Siamo abituati a pensare all’architettura Moderna per il suo ruolo normalizzante e standardizzante. Una certa idea condivisa dell’architettura affida addirittura ad essa il ruolo di regolatore normalizzante della realtà; ruolo che il razionalismo, con la sua pretesa di oggettivizzare i fenomenti architettonici, non ha certo messo in discussione.

Non è un mistero che il Bauhaus, per l’epoca in cui fu attivo, costituì  uno degli eventi storici più rivoluzionari nella storia del design e dell’architettura.

Con il tempo però i risultati della ricerca creativa svolta dalla scuola si sono andati via via normalizzando ed oggi siamo abituati a considerare come “normali” i prodotti e le idee generate durante quella stagione creativa.

Una normalizzazione tale che oggi l’idea prevalentemente associata al Bauhaus non è certo quella di un luogo di estrema trasgressione; e questo nonostante non sia un mistero che nella scuola si adottassero, soprattutto nei primi anni sotto l’influenza di Itten , pratiche didattiche e approccio alla creatività “non convenzionali”.

Eppure appare evidente che difficilmente una istituzione che aspirava a rivoluzionare il mondo delle arti non potesse perseguire in maniera programmatica anche un approccio non convenzionale alla didattica.

Ma la ricerca di Colomina cerca di andare oltre allo specifico evento costituito dal Bauhaus con l’intenzione di generalizzare l’approccio cosiddetto “trasgressivo” all’intera storia dell’architettura. Secondo Colomina, esiste una tradizione nascosta nell’architettura che ambisce ad esplorare i limiti di quello che viene comunemente definito normale, che prova a superare la linea di confine tracciata dalla normalità, intrecciandola e complicandola.

Per esemplificare questa complessità Colomina prende ad esempio due personalità del mondo dell’architettura che si possono collocare agli antipodi dell’approccio alla materia della progettazione: le Corbusier e Carlo Mollino.

Le Corbusier in contrapposizione alla sua fama di architetto razionalista era una personalità profondamente interessata allo studio dell’occulto, delle scienze esoteriche, al feticismo, al nudismo e ad altre materie che confinano più con l’irrazionalità e con la spiritualità che con l’ordinamento razionale dell’universo desumibile dal suo modulor. Dopotutto lo stesso Le Corbusier nella sua seconda stagione mise profondamente in discussione le rigidità del razionalismo.

Al contrario Carlo Mollino era una figura apertamente e dichiaratamente trasgressiva nelle sue opere e difficilmente inquadrabile in una specifica definizione o corrente espressiva, ciononostante rimane un esponente universalmente riconosciuto dell’architettura Moderna.

Secondo Colomina “Le Corbusier è un architetto apparentemente razionale che è segretamente trasgressivo, e Mollino un architetto apparentemente trasgressivo che è segretamente al centro dell’architettura Razionalista.”

La questione che si pone la ricercatrice è se gli elementi di trasgressione siano da considerarsi delle anomalie rispetto all’architettura oppure se queste cosiddette perversioni non siano la vera e propria energia fondante dell’Architettura; in questo senso Colomina “rivendica l’uso del termine  ‘Perversione’ da una accezione negativa a una positiva”.

“Se non esiste qualcosa come l’architettura Moderna senza trasgressione, quello che è impressionante nel Bauhaus, e che è forse il segreto del suo successo, è la semplice densità di trasgressioni di ogni tipo”.

Questa forza generatrice della trasgressione è per Colomina una caratteristica peculiare di tutta l’architettura.

L’autrice prosegue analizzando alcuni elementi di trasgressione e perversione che furono introdotti nella scuola come elementi fondanti e caratterizzanti della didattica.

Viene fatto l’esempio di Johannes Itten che nel suo corso preparatorio introduceva un regime di dieta forzata, punizioni corporali, purghe e clisteri, seguendo i principi della religione mazdeista, con il preciso scopo di purificare l’anima dalla “materia gossolana” presente nel corpo. L’obbiettivo era quello di provocare una sorta di trance cognitiva che consentisse l’accesso al dominio spirituale.

Viene citato come all’interno della scuola fosse usuale esplorare le contaminazioni e le ibridazioni di genere, veicolate spesso attraverso la estrema varietà di acconciature che potevano essere sfoggiate: l’appartenenza alla scuola e l’aderenza alla sua trasgressività creativa era apertamente ricercata e esternalizzata anche e proprio attraverso l’originalità del taglio dei capelli.

L’uso innovativo della pelle nel design e nella moda, con i suoi espliciti riferimenti alla sessualità, fu per l’epoca un simbolo di ribellione culturale.

La sessualità stessa era un elemento utilizzato come veicolo per stimolare la creatività e le relazioni tra corpo docente e tra docenti e studenti. Le relazioni sentimentali erano all’ordine del giorno, l’autrice cita la relazione tra Lotte Beese (prima docente donna della scuola) e Hannes Meyer.

Unica nota non coerente in questa narrazione fu il trattamento discriminatorio riservato alle donne.

Nonostante il clima estremamente liberale della scuola, permanevano forti elementi di discriminazione di genere. Tutte le donne, dopo il corso preliminare venivano impiegate nel laboratorio, indipendentemente dal fatto che loro gradissero o meno essere coinvolte in questa attività, particolarmente lucrosa per la scuola; in pratica le donne erano costrette a lavorare per mantenere economicamente l’istituzione. Ma erano da questa discriminate e sfruttate. Gropius stesso sin dal suo discorso inaugurale teorizzava una diversità di genere sostenendo che la creatività potesse avere impulso molto più da un uomo che aveva vissuto gli orrori della guerra piuttosto che da una donna che aveva dovuto rimanere a casa.

Quello che viene descritto è comunque un quadro generale della scuola dove la ricerca della trasgressione e le pratiche spirituali erano trattate razionalmente come strumenti utili a stimolare in maniera scientifica la creatività.

Nonostante le intenzioni dichiarate dall’autrice non abbiamo riscontrato elementi che consentano di universalizzare il metodo creativo sviluppato all’interno del Bauhaus; anzi si potrebbe obbiettare che la stessa scuola sembrerebbe avere prodotto i suoi risultati più significativi per il design e per l’architettura, proprio nelle fasi in cui l’approccio trasgressivo appare meno evidente e predominante.

Resta nello sfondo quindi un interrogativo non banale che riguarda in effetti proprio il ruolo ambivalente che ha l’Architettura nel suo rapporto con la realtà; quali sono i limiti e i confini tra il ruolo normalizzante dell’architettura, intesa come arte generatrice di ordine all’interno della realtà costruita, e nello stesso tempo la sua funzione innovativa e creativa, intesa come svelatrice di fenomeni architettonici inesplorati.

 

Testo di Giulio Pascali.
Foto di Lucilla Brignola (2018).
Editing di Giulio Paolo Calcaprina.

Leggi l’intero articolo su metropolis

 

A cura di Giulio Pascali

Foto di Lucilla Brignola

Corviale – Si prova a fare sul serio!

14 Novembre 2019

Sembra finalmente essere entrato nel vivo il progetto di recupero del Corviale, il famoso complesso di edilizia popolare completato nel 1982 e a da subito oggetto di critiche e polemiche per la sua forma e le sue notevoli dimensioni (una stecca lunga 950 m), ma anche a causa delle occupazioni abusive che hanno compromesso il programma funzionale caratterizzato dal “Quarto piano”, lo spazio pensato dal team di progettisti guidati da Mario Fiorentino per ospitare servizi e spazi collettivi.

Su Internazionale Francesco Erbani  prova a tracciare il punto sullo stato di attuazione del progetto di recupero redatto da Guendalina Salimei (T-Studio) in base ad un concorso del 2008 e che ha visto l’avvio dei lavori a inizio anno .

Il Corviale è un edificio simbolo, portatore di molte contraddizioni; un edificio che non lascia indifferenti e che trova difensori e critici feroci in ogni livello sociale, sia tra gli abitanti che tra gli addetti ai lavori.

C’è chi vorrebbe vederlo demolito  e chi ne difende il valore architettonico. Di certo nessun programma di recupero potrebbe fare a meno di considerare le esigenze degli abitanti, oggi ridotti a cinquemila; una enormità, un piccolo paese impossibile da ricondurre ad un filo unico o ad uno stereotipo, come spesso si tende a fare. Cinquemila storie indipendenti, cinquemila esigenze di vita. Sicuramente c’è disagio sociale al Corviale, ma anche tanta “normalità” come spesso gli abitanti rivendicano.

Il progetto di recupero non è il solo che sta interessando il Serpentone, oltre al progetto di Salimei c’è anche il progetto redatto da Laura Peretti , sulla base di un bando dell’Ater, che riguarda il sistema urbano circostante; segno evidente di come recuperare il Corviale sia una operazione difficile e complessa anche solo dal punto di vista architettonico.

La buona notizia è che i lavori sono partiti e grazie al contributo della Terza Università si è attivato anche un laboratorio di ascolto e mediazione sociale  che ha il compito di ascoltare le esigenze degli abitanti e mediare con i soggetti coinvolti nella esecuzione delle opere (l’Ater, La Regione Lazio, le imprese).

“Insieme all’intervento architettonico ne è stato avviato anche uno di ascolto e di mediazione che sembra ereditato dalle pratiche degli assistenti sociali che negli anni cinquanta aiutavano chi entrava in una casa popolare non avendo mai abitato in un condominio, non avendo mai visto una vasca da bagno e provenendo da una campagna meridionale o da una baracca. E invece quello di Corviale è un esperimento, una specie di prototipo. Si cercano le forme migliori per evitare conflitti in una periferia tra le più roventi, dove si fronteggiano la drammatica emergenza abitativa, il disagio e il senso acuto di essere esclusi da tutto. E si cercano soluzioni prima che a pensarci siano i blindati della polizia, come è avvenuto in altri quartieri di edilizia popolare romana, a Tor Sapienza o a Torre Maura, dove le proteste degli abitanti contro migranti o famiglie rom sono state fomentate da gruppi di estrema destra.”

“Sara Braschi e Sofia Sebastianelli hanno capito che tra i bisogni di chi abita a Corviale spunta il tenere desta la memoria di sé e del luogo, il non disperdere una storia insieme ai calcinacci di un appartamento che non c’è più. E così, coordinate da Francesco Careri, hanno cominciato a raccogliere immagini degli alloggi come erano stati attrezzati da chi, abusivamente, li aveva adattati alle proprie esigenze. Un repertorio utile anche per la ricerca universitaria.

La convenzione tra l’università e la regione Lazio dovrebbe durare tre anni, il tempo del cantiere al quarto piano. Ma Corviale è una macchina complessa, il libretto d’istruzioni s’è perso per strada e le energie vitali che popolano l’edificio tentano di recuperarlo. Tra i progetti che le due ricercatrici seguono uno riguarda proprio il cortile dove ha sede il laboratorio. L’hanno battezzato “La piazzetta degli artigiani”. Alcuni locali sono occupati, in uno c’è una stamperia d’arte, in un altro si restaurano mobili, in un altro ancora una sartoria. C’è chi dipinge o fa l’incisore. Alcuni ragazzi di Corviale sono coinvolti in queste attività, in altre operano ex detenuti.”

la sensazione è che chi ha il potere di prendere una decisione sembra avere finalmente imboccato un percorso positivo, stanziando fondi adeguati e sostenendo con decisione le scelte prese.

“La storia di Corviale è intessuta di sfiducia. Venuto meno l’impianto comunitario, sconcertati dai lunghi ballatoi che avrebbero dovuto interpretarlo, molti abitanti – legittimi o meno – hanno riadattato l’edificio, hanno spezzettato quel corridoio, costruito grate agli ingressi, hanno chiuso ballatoi e piazzato cancellate. Ha vinto una pulsione privatistica. Molti si sono tassati per pulire le scale, per riparare ascensori e citofoni. Sono nate diverse associazioni, sono spuntati dei comitati.

Da un lato si sono organizzate forme di partecipazione alle sorti dell’edificio, spesso vivaci e vitali, anche quando si è discusso dei progetti Salimei e Peretti. Di fronte all’edificio è molto attiva una biblioteca comunale intitolata a Renato Nicolini, l’architetto-assessore alla cultura nelle giunte Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli. Dal 2009 funziona il Calciosociale, con palestre e campi da gioco che coinvolgono molti ragazzi di Corviale e non solo. Dall’altro lato si sono formati piccoli e pericolosi potentati, che hanno gestito la compravendita di alloggi e un controllo serrato degli spazi.”

Leggi l’intero articolo sul sito di Internazionale 

 

A cura di Giulio Pascali

Editing e foto di Daniela Maruotti