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50 ANNI DI CINEMA PER CASA PAPANICE

In occasione del 50°anniversario dell’uscita del film “Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)” di Ettore Scola, ambientato all’interno di Casa Papanice a Roma, attuale sede dell’Ambasciata del Regno Hascemita di Giordania, Amate l’Architettura vuole ricordare questo simbolo dell’architettura post-moderna e del cinema italiano anni ’70.

L’edificio- costruito tra il 1966 e il 1970- fu commissionato dall’imprenditore edile tarantino di origine putignanese Pasquale Papanice all’architetto Paolo Portoghesi, coadiuvato dall’ingegnere Vittorio Gigliotti. Dal punto di vista tipologico, la costruzione può essere assimilata al “villino signorile”, erede della “casa alto- borghese” della seconda metà dell’Ottocento. Si sviluppa su tre livelli, con un alloggio per piano, per terminare con un ampio attico. Il progetto richiama sia all’interno sia all’esterno, il gusto “baroccheggiante” tanto amato dall’architetto, il quale si avvale in quest’opera anche di suggestioni secessioniste e Art Decò. Lo studio di Portoghesi si concentra sulla definizione e la creazione di “poli” (poli di accesso, poli di luce, poli funzionali): il tema del cilindro viene utilizzato e ripetuto in tutte le scale sia all’interno sia all’esterno della villa (pareti, ringhiere, maniglie etc).

Lo spazio interno è articolato in modo “plastico” tramite l’uso di pareti concave e convesse dipinte con fasce colorate orizzontali verdi e azzurre definite dallo stesso Portoghesi come “le principali articolazioni del corpo umano, azzurro per l’uomo e verde per la donna”; i soffitti sono invece definiti da cilindri concentrici che paiono scendere come stalattiti. La tecnica utilizzata da Portoghesi, curvando le pareti, consente di ottenere un’estensione spaziale: il muro inflesso diventa- come lo stesso architetto afferma “l’elemento chiave della soluzione”. La sperimentazione architettonica investe anche il cromatismo organico in cui casa Papanice è avvolta e gli arredi, anch’essi progettati dall’architetto, seguono le curve spaziali e si sposano perfettamente con gli ambienti interni.

L’esterno è rivestito da bande verticali in maiolica, i cui colori pastello rimandano sia agli interni sia agli elementi naturali; i parapetti dei balconi e la recinzione originaria esterna sono oggi stati rimpiazzati da semplici elementi metallici in maglia quadrata, ma all’epoca erano realizzati con canne d’organo in metallo (di nuovo la ripetizione del cilindro).

Sulla scia della mostra itinerante “L’Italia del boom, fra mura d’artista e fotogrammi d’autore”, già inaugurata a ottobre dello scorso anno presso il Castello Aragonese di Taranto e curata dal nipote del committente di Casa Papanice, Edmondo Papanice, nella quale si rendeva omaggio sia alla pellicola di Ettore Scola sia al set del film, rappresentato dalla villa stessa, Amate l’Architettura vuole celebrare nuovamente il forte connubio tra Cinema ed Architettura nel giorno del 50° anniversario dell’uscita di “Dramma della Gelosia (tutti i particolari in cronaca)”.

La nota pellicola anni ’70 che ha come protagonisti Marcello Mastroianni e Giancarlo Giannini, rivali in amore per la bellissima Monica Vitti, è la classica “commedia all’italiana” dalle tinte, tuttavia, a tratti amare e nostalgiche e uno stile della narrazione leggero e brillante, con alcune sequenze che sconfinano nel grottesco. Il triangolo amoroso tra Oreste (M.Mastroianni), Adelaide (M.Vitti) e Nello (G.Giannini), viene raccontato dalla stessa protagonista femminile attraverso un anticonvenzionale flash-back che ripercorre a ritroso le burrascose vicende sentimentali dei tre e il “ripiego” della donna verso un terzo uomo: il ricchissimo ma grossolano macellaio Ambleto Di Meo (Hercules Cortes) proprietario di Casa Papanice.

Famosa la scena in cui i due sono affacciati al terrazzo e lei gli domanda: “Ma che so’ tutte ‘ste canne?”, e lui risponde: “E’ una precisa qualificazione geometrica…cosi’ ce stava scritto sul progetto della casa”.

Sebbene il film, non sia considerato tra le punte di diamante della filmografia di Scola, valse a Mastroianni la Palma d’Oro per la miglior interpretazione maschile al 23° Festival di Cannes e viene ancor oggi ricordato come “una pietra miliare” del cinema italiano, in grado di raccontare con passione e realismo un’epoca precisa. La scelta di Casa Papanice come set, inoltre, non poteva essere più azzeccata per fare da sfondo a un “dramma della gelosia”, appassionato e pungente. Scola, che nei suoi film era solito scegliere ambientazioni “reali”, stavolta sceglie una villa dalla conformazione e dall’estetica innovativa. Il nipote di Pasquale Papanice, Edmondo, così dichiarò in un’intervista “Tutto ebbe inizio quando mio nonno aprì le porte a Ettore Scola per le riprese del film. Il regista era un ottimo osservatore delle città e delle sue architetture e a differenza di Federico Fellini, che inventa la sua Roma, Scola preferiva delle scenografie reali dando all’architettura una connotazione ben precisa, storica e sociale. Casa Papanice nel suo film ne è l’esempio”.

Testo di: Amate l’Architettura

Foto 1,2,3 (pianta p.1), 4 tratte da: http://www.archidiap.com/opera/casa-papanice/

Foto 5: © Oscar Savio

Foto 6,7: © Amate l’Architettura

Foto 8,9,10 tratte dal web e riferite al film “Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)”

Fonti bibliografiche: Paolo Portoghesi, a cura di Giancarlo Priori, 1985, Zanichelli Editore s.p.a.

Fonti web: https://www.corriereditaranto.it/2019/10/27/casa-papanice-set-per-sogni-visionari-di-un-tarantino/?fbclid=IwAR2X130TBulPZkom8KyYE3LGV-CawNicyJq7vrV_2AGJCztTQkcpP6ubwNU

https://www.italpress.com/mostra-itinerante-rende-omaggio-a-dramma-della-gelosia-e-casa-papanice/?fbclid=IwAR3qVEcetH9Z9B02rpmU88_gBtLXMNSGpsQWkdBpwDCJ14Swb34QWWUp5Ho

Editing di: Giulia Gandin

 

 

 

 

 

Coppelia: la Cattedrale del gelato

12 Marzo 2020

L’Avana. Nel quartiere borghese del Vedado, caratterizzato da un lato da alberghi, ristoranti, cinema, negozi e ministeri, dall’altra da piccole case con portici coloniali e giardini lussureggianti, passeggiando dal Malecón (lungomare) verso la Calle 23, che i cubani chiamano “La Rampa”, all’intersezione con la Calle L, ci si imbatte in un parco al centro del quale si erge Coppelia: la cattedrale del gelato.

Come spesso accade nella storia, anche quest’edificio nasce dal capriccio di un leader politico: Fidel Castro. Sembrerebbe infatti che il rivoluzionario, oltre a essere appassionato di sigari e di baseball, fosse anche goloso di frappè e di gelato: questa sua fissazione gastronomica avrebbe non solo plasmato la storia economica e culturale dell’isola ma sarebbe stata anche motivo di sperimentazione architettonica e medica oltre che espediente per il suo fallito avvelenamento.

Procediamo con ordine: nel 1959, dopo aver sconfitto il dittatore Batista, Fidel e i suoi fecero dell’Hotel Habana Libre (che si trova proprio davanti a Coppelia) il loro quartier generale. A partire dagli anni ’60 del Novecento i rapporti con gli Stati Uniti si inasprirono tanto da arrivare nel 1962 all’adozione di un embargo completo. Fidel, che non poteva rinunciare alla sua passione, convinse l’ambasciatore canadese a spedirgli ventotto container di gelato Howard Johnson, di cui era ghiotto. Nel 1963, la CIA, sfruttando questa debolezza del rivoluzionario tentò di avvelenarlo proprio all’Hotel Havana Libre, ove Fidel era solito consumare frappè: pare però che la pillola di veleno, che doveva essere “fatta scivolare” nella bevanda, rimase incastrata nel frigo e spezzandosi riversò a terra il veleno.

Ignaro di tutto questo, Castro decise di trovare una soluzione all’importazione di latte, burro, formaggio (e ovviamente gelato) dagli Stati Uniti, rendendo Cuba indipendente nella produzione di prodotti caseari. In un paese in cui i bovini erano solo “Zebù”, specie inadatta alla produzione di latte, Castro decise di chiedere finanziamenti all’Unione Sovietica per importare dal Canada le cosiddette vacche frisone e dalla Svezia e Paesi Bassi i macchinari per produrre il gelato. Nel 1972 nacque perciò un programma sperimentale e d’ibridazione volto a creare una nuova specie di bovino denominato “Ubre Blanca” che non solo avrebbe prodotto latte in grande quantità ma sarebbe diventata l’eroina di Castro, tanto che alla sua morte, venne impagliata ed esposta in una teca di vetro in una casa fuori l’Avana.

Con in testa lo slogan “Helado por el pueblo”, Castro mise all’opera, oltre agli scienziati, anche compañeros e architetti per creare un luogo dove i suoi connazionali potessero gustare il gelato. Fidel decise di affidare il progetto di Coppelia, la “Cattedrale del gelato”, all’architetto Mario Girona Fernández (Manzanillo 13 Gennaio 1924 – L’Avana 26 Agosto 2008) sotto la supervisione della sua fidata consigliera Celia Sánchez, alla quale venne dedicato il nome e il logo della gelateria che rimandano, il primo, al balletto preferito della donna, il secondo, appunto, alle gambe di una ballerina.

L’edificio, costruito nel 1966, sorge nell’area dove fino al 1954 si trovava il Reìna Mercedes Hospital; a seguito dell’abbattimento della struttura si susseguirono diversi progetti che prevedevano dapprima la costruzione di un altro ospedale, poi un grattacielo di cinquanta piani, un padiglione turistico, infine un centro di intrattenimento notturno. Tutti i progetti furono abbandonati per lasciare il posto a Coppelia.

A primo impatto, ammirando la “Cattedrale del gelato” sembra di vedere un’architettura di Nervi: una grande calotta in cemento armato posta a copertura di sale circolari vetrate, che si dirama verso l’esterno attraverso pilastri a Y rigirati collegati tra loro da tendoni blu e bianchi. Se l’architettura di Nervi, però, assomiglia a “un’enorme medusa per effetto del guscio ondulato e dei cavalletti a Y che sembrano tentacoli” (B. Zevi) [1], Coppelia sembra più un ufo atterrato nella città e circondato da alberi Banyan.

Passeggiando intorno alla struttura circolare, nel parco, si incontrano banchi del gelato e tavolini all’aperto dove poter consumare le cosiddette Ensaladas (coppette di plastica ove possono essere disposte fino cinque palline di gelato); salendo invece dalla scala elicoidale centrale della “cattedrale” fino a raggiungere la copertura, ci si addentra in altre sale circolari divise l’una con l’altra da pannelli lignei e vetri colorati.

Se negli anni Ottanta del Novecento Coppelia divenne il punto di ritrovo degli habaneros e i gusti proposti arrivarono a essere circa una cinquantina, all’inizio degli anni Novanta, a causa della riunificazione della Germania e della perdita dei finanziamenti da parte dell’Unione Sovietica, la “cattedrale del gelato” andò in declino, finendo per restringere i gusti o addirittura “allungare” il gelato con l’acqua.

Il successo di Coppelia negli anni Sessanta, portò tuttavia alla costruzione di altre “filiali”: all’architetto Mario Girona Fernández venne affidato anche il progetto per il Varadero, località di mare a due ore circa da L’Avana; all’architetto José Cortiñas quello per Santa Clara. Il primo edificio fu concepito come un luogo di ritrovo per i bagnanti: circolare e interrato, si snoda attorno a  un giardino. La seconda costruzione, di stampo brutalista, inaugurata nel 1967, occupa un intero isolato ove anticamente sorgeva un mercato agricolo: è costituita da un piano pilotis sormontato da una massiccia copertura in cemento armato dal quale fuoriescono “schegge”.

Attualmente Coppelia è un luogo frequentato sia da cubani che da turisti: i primi, “che ancora vivono di beni razionati, possono godere della rara esperienza di poter ordinare quanto vogliono di qualcosa” (Anderson), i secondi, più che dal gelato e dalle lunghe attese che si fanno per acquistarlo, sono attratti dalle “vibrazioni positive” che il luogo e la gente che lo frequenta trasmettono.

 

Foto 1: Castro mangia gelato allo zoo del Bronx di N.Y., 1959. Foto: Meyer Liebowitz/Getty images

Foto 2: Ubre blanca impagliata nella teca di vetro. Foto: str/afp/Getty images

Foto 3,4,5,6: Giulia Gandin

Foto 7,8: https://www.wikiwand.com/es/Coppelia_(empresa)

Fonti:

[1] Cronache di Architettura, Bari , Laterza, 1970

https://www.vice.com/it/article/mbkje8/mangiare-gelato-a-cuba

https://www.wikiwand.com/es/Coppelia_(empresa)

Helados revolucionarios: Coppelia y la arquitectura líquida de La Habana

Per fare buona architettura ci vuole una committenza forte?

13 Febbraio 2020

Su A+U è stata rilanciata una vecchia conversazione tra I.M. Pei e Fumihiko Maki a proposito di una delle icone dell’architettura moderna e contemporanea, la celebre Pyramid del Louvre che nel 2019 ha compiuto 30 anni di vita.

A distanza di tempo l’intervento è considerato uno dei più riusciti sia dal punto di vista degli addetti ai lavori  e sia dal punto di vista del grande pubblico.

Dalla conversazione emergono però (ed è interessante rileggere ora i particolari di quella vicenda) le enormi difficoltà che incontrò Pei durante la presentazione del progetto agli enti istituzionali e alle accademie.

È illuminante notare l’importanza che ha avuto la committenza nel sostenere il progetto; l’allora presidente Mitterand voleva lasciare il suo segno alla Francia (in questo c’è da dire che la storia politica francese è sempre stata un modello per le opere di architettura) e questo ha consentito al progettista di lavorare con le spalle sempre coperte avendo la tranquillità di un interlocutore forte e deciso.

Una lezione importante che dovremmo ricordare per capire come nascono i grandi progetti di Architettura, non basta infatti un bravo progettista, ma occorrono anche Committenti illuminati che abbiano una visione forte e chiara dei loro obbiettivi, altrettanta forza nel perseguirli, e soprattutto coraggio nell’assumersene la paternità. Tutto il contrario di quanto avviene oggi dove i progettisti sono utilizzati spesso e volentieri come parafulmini, comodi capri espiatori su cui riversare ogni critica scomoda, teste d’ariete da sacrificare non appena il vento del consenso o il complesso delle difficoltà realizzative dovesse farsi troppo impervio.

 

Viene facile fare il confronto su come è stata gestita la scelta del progetto di ricostruzione del Ponte di Morandi; una vergognosa serie di non scelte, dove a farla da padrone è stato un progettista, non incaricato, che con l’atto di regalare il progetto ha tuttavia influenzato pesantemente tutte le scelte successive, deresponsabilizzando la politica alla quale non è parso vero di poter delegare l’onere di una scelta che invece avrebbe dovuto essere prerogativa di chi amministra il territorio e le città.

Pensiamo anche all’altra riprovevole vicenda del concorso per la sistemazione del Palazzo dei Diamanti a Ferrara, dove è bastato il clamore mediatico di Sgarbi, forte solo della sua fama televisiva, schierato contro il progetto ormai già aggiudicato tramite un regolare concorso, per convincere i Ministero a smentire se stesso e ad annullare l’aggiudicazione.

Il ponte Morandi  e l’Ampliamento di Ferrara sono solo alcuni tra i tanti casi che si verificano, sistematicamente in Italia e nel mondo a ricordarci come l’Architettura e le sue manifestazioni, ancora oggi sia una delle più importanti espressioni della società che le realizza (o non realizza).

“Pei: You’re right. I’m an optimist. You have to, to enter into a project like the Louvre. In the beginning, I tell you I was so certain that I would fail because I presented my scheme to a group of people called the Commission superieure des monuments historiques, which was the highest body of intellectual leadership in France. They were cruel. They were the cruelest bunch of people, and they used the French language in such a way like a sword. Fortunately, I didn’t understand too much of what they said.

Maki: Had you understood it fully you would be exasperated.

Pei: I was tongue-lashed by them at a meeting. They never looked at my model, they didn’t. They saw the model the day before. Unfair. But they claimed that they had not seen it. The whole idea was wrong, wrong. If I was not an optimist I would have given up. I have to give credit to another man, Emile Biasini, appointed by Mitterand to pursue the project. Biasini should be remembered. He defended me as tenaciously as Mitterand would have, but Mitterand couldn’t go into the open to defend me you know because was the president of France, but Biasini’s voice was his voice. After that problem at the monuments historiques, everybody on my team was all depressed. Oh it was so sad. We worked so hard, then somebody rejected our results for no good reason. We all looked like a defeated bunch. Biasini said, “We haven’t started the battle yet.” He invited us all to seaside resort called Arcachon in the south of France. Near the coast, in the midst of winter, bitter, bitter cold wind was blowing in from the Atlantic. There we were together with all of the actors on the scene. Most important were the seven curators.”

 

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Credits:

  • testo di Giulio Pascali
  • la foto del cantiere della Pyramid è tratta da www.parigimaipiusenza.com
  • la foto di R.Piano che presenta il suo regalo il presidente della Regione Toti è tratta da www.lavoripubblici.it

Retrofitting: ragionare sull’avvenire

8 Febbraio 2020

ARTICOLO SPONSORIZZATO

Amate l’Architettura ha stretto un accordo con la società Isplora s.r.l. per promuovere gratuitamente per i propri lettori un video su un tema di attualità dell’architettura.

Isplora metterà a disposizione il video Retrofitting milanese, sul proprio sito Isplora.com, il giorno mercoledì 12 febbraio 2020, dalle ore 10.00 alle 18.00. I lettori e i follower di Amate l’Architettura, potranno vederlo gratuitamente grazie ad un codice che verrà pubblicato il giorno della promozione.

La visione del video darà agli architetti un credito formativo (1 CFP).

La scelta è ricaduta sul tema del retrofitting che è l’operazione di più stringente attualità nelle città consolidate, specie del mondo occidentale. L’Italia, in particolare ha un patrimonio edilizio molto datato e assolutamente obsoleto sotto il profilo energetico. Con il film Retrofitting Milanese approfondiremo, dunque, la tematica delle pratiche volte a riutilizzare l’esistente, per gli edifici e le città

Il nuovo film di Isplora, “Retrofitting Milanese”, approfondisce due interventi dello studio Park Associati che applicano la pratica del retrofitting in modo diverso a due edifici meneghini esistenti, migliorando le loro prestazioni ambientali e restituendo loro una nuova vita e una nuova funzione.

Amate l’Architettura augura a tutti i lettori una buona visione.

1. Cos’è il retrofitting

L’Oxford English Dictionary riporta, come primo significato del termine retrofitting: Fornire (a qualcosa) un componente o una funzione non in dotazione in origine; per aggiungere (al componente o alla funzione) qualcosa che non aveva quando è stato costruito per la prima volta

Si tratta quindi di un termine che descrive un’azione di modifica su una macchina (o un apparecchio, un sistema), ai fini di cambiarne elementi e integrarne di nuovi, per ottenerne una versione aggiornata che sia analoga alle nuove produzioni, cercando di soddisfare al contempo le nuove esigenze del mercato e rispondere ai requisiti normativi e alle necessità emersi successivamente alla produzione e all’immissione sul mercato della stessa. In Italiano quindi, retrofitting può essere tradotto come “aggiornare retroattivamente”, trasformando il materiale di ieri in un valore per il domani, dandogli una nuova vita e implementando nuove funzioni.

In campo architettonico, il termine è utilizzato per identificare una serie di pratiche virtuose legate alla rigenerazione del tessuto edilizio esistente. In questa accezione, il retrofitting pone la sostenibilità, sia energetica che economica, al centro del percorso progettuale, in quanto gli interventi svolti in quest’ottica restituiscono immobili esistenti ripensati e ridisegnati in modo tale da aumentarne il valore di mercato, rielaborandone gli elementi così da rispondere alle esigenze contemporanee di utenti e committenza, sia in termini spaziali che funzionali.

Benché riferendosi all’ambiente costruito il termine venga spesso utilizzato come sinonimo di “refurbishment” e “conversion”, retrofitting è una pratica che va al di là del restauro o della ristrutturazione: si tratta infatti di una metodologia applicabile a ogni scala progettuale, dal singolo edificio al blocco per arrivare poi alla scala urbana del quartiere o della città. Rivitalizzare e recuperare il tessuto costruito in questo modo significa quindi, contribuire al ridisegno delle città e del loro futuro.

2. Perché retrofitting?

Osserviamo la velocità disarmate a cui stanno mutando caratteristiche e criticità legate al pianeta e ai suoi abitanti: la trasformazione delle nostre città dovrebbe andare di pari passo. Una delle possibili risposte a questo accelerato cambiamento che caratterizza la contemporaneità è il riuso, la scelta di agire e lavorare sul patrimonio edilizio esistente anziché costruire ex novo. Azioni progettuali oculate, orientate alla sostenibilità energetica, volte a rileggere in termini spaziali e volumetrici l’esistente e a fornire risposte alle esigenze mutate degli utenti e delle proprietà possono quindi rappresentare un antidoto oltremodo sostenibile e ragionevole.

In Italia per esempio il patrimonio costruito risale per lo più agli anni del secondo dopoguerra e del boom economico fino alla fine degli anni ‘70: quasi la metà delle abitazioni del Belpaese sono state realizzate tra il 1946 e il 1980.

Il ciclo di vita di questi edifici perciò è già spesso arrivato a un punto in cui è richiesto un adeguamento sotto più punti di vista: tecnico, spaziale e funzionale. Non solo i nuclei familiari e il modo di vivere lo spazio domestico sono mutati nel corso degli anni, ma anche le normative richiedono oggigiorno standard di performance che i materiali utilizzati al tempo non riescono più a sostenere o raggiungere.

Vi è quindi la necessità di valutare le soluzioni adottate – al tempo anche innovative e adeguate – per capire fino a che punto la loro funzionalità si sia alterata, e se sia necessario sostituirle in favore di sistemi più sostenibili, così da evitare il raggiungimento di uno stato di deterioramento complessivo che minerebbe completamente il recupero dell’edificio stesso più avanti nel tempo.

3. Il retrofitting Milanese di Park Associati

Il nuovo film di Isplora muove dall’approfondimento di due casi studio: gli edifici de “La Serenissima” e di “Engie”, progettati entrambi dallo studio Park Associati, fondato nel 2000 dagli architetti Filippo Pagliani e Michele Rossi. Gli interventi di Retrofitting su questi due immobili sono molto diversi fra loro ma a modo loro contribuiscono alla ridefinizione di diversi brani di città.

Il progetto de “La Serenissima” rispetta filologicamente l’edificio esistente di Via Turati, ideato dai fratelli Soncini per Campari, proponendo le facciate vetrate come elemento cardine del percorso progettuale trasformandone però radicalmente i modi d’uso: viene recuperata la corte e rielaborata l’articolazione interna degli spazi di lavoro. Il ciclo di vita di questi edifici perciò è già spesso arrivato a un punto in cui è richiesto un adeguamento sotto più punti di vista: tecnico, spaziale e funzionale. Non solo i nuclei familiari e il modo di vivere lo spazio domestico sono mutati nel corso degli anni, ma anche le normative richiedono oggigiorno standard di performance che i materiali utilizzati al tempo non riescono più a sostenere o raggiungere.

Se quindi questo ridisegno insiste e mantiene riconoscibile l’identità dell’edificio “nero” esistente, l’intervento di Parkassociati per gli Headquarters di Engie risulta più pesante in quanto adegua volumi e facciate di un immobile risalente agli anni ‘80 di scarso valore architettonico, diventando uno dei tasselli della trasformazione del quartiere Bicocca. Così i progettisti lavorano sulla composizione volumetrica, mantenendo solo l’ossatura dell’edificio e rompendo la precedente orizzontalità; il risultato finale non solo restituisce spazi flessibili e funzionalmente ri-articolati ma offre anche un risultato altamente performante secondo le richieste della committenza.

4. Retrofitting per riattivare lo spazio urbano

A livello urbano retrofitting assume connotati più estesi e, se vogliamo, esaurienti: ragionare sull’avvenire delle città nel loro insieme è diventata una componente sempre più essenziale e imprescindibile per i professionisti del settore. Se si parla sempre di più di “smart city” e di sostenibilità a scala urbana, integrare un sistema metodologico che strutturi i processi decisionali legati allo spazio urbano per impiantare prospettive a lungo terminecontribuirebbe a proiettare la progettazione (sostenibile) verso il futuro.

In questi termini molte città stanno cercando, a livello urbano, di impostare un sistema metodologico che strutturi i processi decisionali legati allo spazio urbano e includa considerazioni e prospettive con uno sguardo a lungo termine. Alcuni esempi di queste pratiche sono programmi di ricerca accademica, come l’EPSRC Retrofit 2050, l’Oxford Flexible Cities (Future of Cities) Programme o il programma di ricerca quadriennale Visions and Pathways 2040 (VP2040), promosso dall’Australian Cooperative Research Center for Low Carbon Living (CRC LCL) e che vedeva coinvolte tre università Australiane insieme a partner sia istituzionali che industriali.

In Italia, a Milano e Sassuolo, uno dei più interessanti passi in questo senso è mosso dal 2008 dall’associazione temporiuso.net, che porta avanti un lavoro di ricerca atto a mappare gli spazi vuoti, in abbandono e sottoutilizzati di proprietà pubblica o privata con lo scopo di poterli riattivare – temporaneamente – per mezzo di progetti culturali di associazioni ed enti, in collaborazione con la Pubblica Amministrazione.

Pensare al futuro delle nostre città significa quindi oggi comprendere anche il processo di retrofitting a scalaurbana, passaggio che richiede in sé lo sviluppo di una prospettiva teorica strutturata e integrata rispetto all’innovazione dei sistemi urbani a lungo termine.

 

Per approfondire:

Retrofitting Cities for Tomorrow’s World, edited by Malcolm Eames, et al., John Wiley &

Sons, Incorporated, 2017.

 

Articolo a cura della redazione di Isplora.
Le prime due foto sono di Amate l’Architettura, le successive tre foto sono di Isplora s.r.l.
© tutti i diritti sono riservati ai rispettivi autori.

Sulla poetica del camouflage (un articolo non basta).

6 Gennaio 2020

“Sono molto felice per questo prestigioso premio, perché si tratta di un riconoscimento all’innovazione nell’ambito dell’architettura. È un invito a pensare all’architettura come un’anticipazione del futuro per ognuno di noi, non solo come l’affermazione di uno stile o di un linguaggio”. (Stefano Boeri, vincitore nel 2014 con il “Bosco Verticale” dell’International Highrise Award, competizione internazionale a cadenza biennale per l’assegnazione del premio di grattacielo più bello del mondo).

In foto: Bosco Verticale a Milano (2014), progetto Stefano Boeri.

Il Bosco Verticale è costituito da due edifici residenziali, di 18 e 26 piani, realizzati nel Centro direzionale di Milano, ai margini del quartiere Isola. Peculiare è la presenza di piante, perlopiù arbusti, sui balconi per adornare i prospetti. Il progetto ha avuto un grande consenso internazionale con un gran numero di articoli elogiativi e, se vogliamo, meritati.

Boeri ha realizzato un progetto, divenuto “icona” dello sviluppo sostenibile Made in Italy (con la leadership milanese a giocare un ruolo di primo piano). Icona prima, poi paradigma, cioè progetto in predicato di replicabilità, di riproduzione. Mi incuriosisce il fenomeno: in primis dal punto di vista dello stesso autore – che ha accolto il “riconoscimento” generale del progetto e ne ha fatto un marchio di fabbrica. I principi su cui si basa il progetto, in particolare rispondere al bisogno di verde dei cittadini, scaturisce in un modello architettonico non facilmente replicabile all’interno di una strategia urbana, specialmente per gli intuibili maggiori costi di costruzione e di gestione. Il suo desiderio di innovare il linguaggio e i temi dell’architettura, al di là del noto e dello sperimentato, non troverebbe un solido appoggio teorico-pratico. Mi incuriosisce molto, anche, potere comprendere se i numerosi progetti analoghi proliferati nel mondo scaturiscono tutti dallo stesso ceppo milanese o siano germogli di altri semi. Non mi spaventa in sé neanche l’effetto Boeri in quanto fashion design, ovviamente, mi preoccupa più l’emulazione meccanica in nome di una retorica ecologista, retorica in quanto rimuove l’insostenibilità di realizzazione, al netto anche di un suo possibile uso per legittimare eventuali speculazioni edilizie.

Facciamo qualche esempio di “ripetizione” del Bosco Verticale, con le costanti e le differenze progettuali, cercando di comprenderne i meccanismi.

 

Magic Breeze Sky Villas

 “Crediamo che ai giorni d’oggi un modo sostenibile di costruzione sia più prezioso che mai”. (Dayong Sun e Chris Precht, Penda Architecture)

Nell’immagine: Giardino verticale “Magic Breeze Sky Villas” a Hyderabad, India (2016), progetto Penda Architecture.

Effetto Boeri? Non sembrerebbe. Lo studio, con sede a Pechino e Vienna, ritiene che il loro agire sostenibile, orizzontale e verticale possa essere utilizzato per la città del futuro in quanto lo stato attuale dell’irresponsabile pianificazione urbana, dell’inquinamento atmosferico e della crisi economica chiedono agli architetti di ripensare il processo di costruzione. Proprio sotto questi auspici nasce il progetto per il complesso residenziale chiamato “Magic Breeze”, dove il verde offre grande senso di vitalità, oltre a fornire ventilazione naturale a tutto il complesso. In questo caso, rispetto a Milano, per il giardino verticale è stato sviluppato un sistema di fioriere modulari all’esterno dei balconi di ogni unità abitativa con funzione di orto domestico, auspicando ambiziosamente l’autosufficienza alimentare. Anche il balcone è progettato come una superficie erbosa, per evocare la tipologia di “casa privata con giardino”. Inoltre, i progettisti dichiarano che l’intero complesso è stato modellato dalle regole del Vaastu, sistema architettonico indù tradizionale, che prescrive principi di orientamento e layout per l’abitare in armonia con la natura. Infine, il sito del complesso è circondato da un lago naturale sul confine sud orientale, che viene utilizzato a scopo irriguo per il verde orizzontale e verticale. I Penda, a differenza di Boeri, cercano una soluzione più versatile di “parete vivente”, si impegnano sul piano della manutenzione e gestione del verde. In tutti i casi, però, non si riesce a leggere una riflessione teorico-filosofica a cui segue la sperimentazione pratica, fermo restando che l’integrazione edificio-natura è un fatto complesso, che non consente scorciatoie. È chiaro, però, che approcciare il tema con la sciatta retorica “green”, oggi tanto popolare e sempre più pervasiva, si rischia di considerare l’architettura come minaccia piuttosto che risorsa, inducendo conseguentemente a camuffarla con il verde.

 

Valley

“Tutti gli alberi tagliati per far posto al nuovo edificio saranno ripiantati in quota”. (Winy Maas, MVRDV)

Nell’immagine: “Valley” edificio ad uso misto ad Amsterdam, Paesi Bassi (ultimazione prevista 2021), progetto MVRDV.

Winy Maas è a capo con Jacob van Rijs e Nathalie de Vries dello studio MVRDV, ormai di fama internazionale, con circa 250 dipendenti, diversi progetti in progress un po’ ovunque nel mondo, in evidenza per soluzioni sfrontate, spettacolari e a volte ironiche. Quello che incuriosisce anche in loro è il recente cambio di approccio, un tentativo di impattare meno che però non ha nulla a che fare con il genius loci, più con la facile retorica ecologista. Ad oggi, pur provenendo da progetti “spavaldi”, vedo un loro avvicinamento al camouflage, almeno in teoria. Forse l’avere fortemente burocratizzato l’edilizia in nome della sostenibilità sta distruggendo l’architettura? Ad Amsterdam, l’edificio “Valley” è a uso misto, 75.000 metri quadrati nel quartiere degli affari, unità abitative, uffici, parcheggio, sky bar, spazi commerciali e culturali. Un edificio che vuole essere vitale, per trasformare il quartiere degli affari in un luogo più umano e vivibile. Il progetto, come al solito spregiudicato, prende la forma di una scatola impilata a terrazze che sale a tre picchi di diverse altezze, la più alta di 100 metri con lo Sky Bar a due piani. La facciata residenziale, rivestita in pietra naturale scolpita, è stata progettata in modo parametrico per consentire alla luce solare di penetrare in tutti i 196 appartamenti del complesso, tutti caratterizzati da una pianta unica. In quanto edificio ad uso misto, anche esternamente si legge la transizione tra le tipologie diverse per creare un paramento esteriore rispettoso e coerente. In diretto contrasto con questo, come già accennato, la facciata residenziale interna è definita da una serie di robuste terrazze in pietra ma, da notare, con grandi fioriere che ricoprono l’edificio di vegetazione, “gli alberi tagliati per far posto al nuovo edificio saranno ripiantati in quota”. È sicuramente un cambio di tendenza, concordo sulla necessità di riprendere un dialogo architettura-natura ma seriamente, senza facile retorica, senza furbizia, senza speculazione culturale, senza codardia nel presentare dei giganti edilizi camuffati da operazioni ecosostenibili.

 

Acquarela community

 “Una posizione culturale in architettura è una necessità. Ciò comporta il rifiuto di soluzioni già pronte o facili a favore di un approccio che sia globale e specifico”. (Jean Nouvel)

Nell’immagine: Acquarela community a Quito, Ecuador (2019), progetto Jean Nouvel.

Quito è la capitale dell’Ecuador, si trova ai piedi delle Ande a un’altitudine di 2850 metri, costruita sulle tracce dell’antica città inca. Per la periferia di Quito, una zona rurale ad est della città, Nouvel ha progettato un importante complesso residenziale. Il progetto comprende nove blocchi avvolti da balconi curvilinei rivestiti in pietra. Le pareti interne hanno ampie vetrate che si aprono sullo sfondo montuoso. Come in un singolare cohousing, si prevede la condivisione di piscine, club house con tanti servizi, pista da bowling, pista di pattinaggio, sala yoga, sala musica, mini-golf e un cinema. Altre strutture includono l’accesso a campi da calcio, squash e tennis; aree progettate per bambini e ragazzi; aree di lavoro, parrucchiere, spazi per eventi, palestra, SPA e quant’altro. Insomma un grandioso complesso residenziale con servizi di lusso e tanto verde all’interno dei balconi realizzato proprio in modo da scorrervi sopra i bordi.

Qualcosa, però, non torna. Jean Nouvel è uno dei nomi più grandi dell’architettura mondiale. È promotore negli anni 70 di una vera e propria rivoluzione della cultura architettonica francese. Classe 1945, nel 1966 si classifica primo al concorso di ammissione della Scuola delle Belle Arti a Parigi, dove si diplomerà nel 1972. Durante gli anni di formazione viene a stretto contatto con la filosofia di due grandi menti dell’architettura come Claude Parent e Paul Virilio. Inizia una carriera costellata di premi, fino al Pritzker nel 2008. La sua visione innovativa, il suo andare contro i limiti della specificità dell’architettura, lo hanno sempre caratterizzato. Allora, come classifichiamo questo progetto?

È frutto di motivi commerciali e di marketing? Probabilmente è solo la tendenza attuale che coinvolge lo starsystem, per cui gli architetti si ritrovano impegnati con i costruttori a inventare stratagemmi per continuare a speculare indisturbati e, nel contempo, nascondere la banalità, la brutalità, la violenza delle loro costruzioni, camuffate con il verde ai balconi e alle terrazze. È un circolo vizioso, perché è lo stesso verde che richiede costose soluzioni di impermeabilizzazione e di manutenzione, che fa lievitare il valore immobiliare, in modo che i futuri proprietari di queste residenze di “lusso” saranno quelle stesse famiglie facoltose che potranno vantarsi di abitare in appartamenti firmati e pubblicizzati da architetti famosi.

Non mi piace per niente, voglio dire che il successo mediatico delle fioriere (aiutato o meno, meritato o meno) ha distorto un po’ i contenuti del progetto, impegnandosi ad assecondare convenientemente la retorica ecologista con le apparenze attraverso una sostanziale insostenibilità. Un solo progetto lo avrei sottoscritto come manifesto ma non come prototipo. L’effetto replica che lo stesso Boeri ha fatto del Bosco Verticale in giro per il mondo o l’emulazione generatasi ha travisato il senso dell’architettura. Concordo, tuttavia, sulla necessità di riprendere seriamente un dialogo architettura-natura ma senza facile retorica, con un ritorno all’etica di vitruviana memoria, l’architettura strumento di adattamento dell’uomo alla natura, senza prevaricazione ma in armonia. Assimilare l’innovazione sino a farla diventare un modello ripetibile. Per questo serve un metodo, una teoria, del tempo. Arte/filosofia/sociologia/linguistica/poetica devono confluire nella concretezza dell’opera architettonica, quale organismo urbano, utile, funzionale, efficiente, non retorico. Questi esperimenti finora incontrati non pare riescano a rappresentare una sintesi teorico-pratica del pensiero progettuale, non identificano l’opera d’architettura benché riescano ad accreditarsi nella contemporaneità. È l’era del fashion design trasposto all’architettura, una tendenza che si è accreditata con la figura dell’archistar, nulla a che vedere con i maestri dell’architettura. Inoltre, gli architetti dello starsystem, chiamati e utilizzati dai costruttori per legittimare le loro scatole vuote vestite di verde ecologista. Forse per cambiare le cose, però, un articolo non basta.

 

Testo di: Santo Marra
Foto: Bosco Verticale © Giulio Paolo Calcaprina; Acquarela: render di Jean Nouvel Architecte; Valley: render di MVRDV architects; Magic Breeze Sky Villas: render di Penda Architects
Editing: Giulio Paolo Calcaprina

Museo d’arte contemporanea Serralves – Alvaro Siza Vieira

Ci sono architetture he sono fatte per essere fotografate e che è possibile cogliere anche solo fotograficamente, mentre ce ne sono altre più complesse da comprendere, architetture che richiedono necessariamente una visita per comprenderne il senso dello spazio, la loro poetica. Tra questa seconda categoria ascriverei senza alcun dubbio il museo di arte contemporanea Serralves di Porto, di Alvaro Siza Vieira.È un edificio che appare sommesso quando si arriva. Una massa articolata dove la gerarchia è suggerita dal percorso esterno di ingresso e dalle sue linee spezzate.

 

i candidi volumi sono tagliati nettamente, senza cornici, bianchi, con giochi puntuali di pieni e di vuoti, per risaltare con le ombre nette della luce dell’Europa del sud.

Le facciate laterali sono interrotte da piccoli volumi posizionati accuratamente.

Questi volumi sono dei piccoli cannocchiali che ritagliano viste privilegiate tra le sale espositive all’interno e l’esterno.

 

In ogni sua componente l’edificio dialoga con l’esterno, dal taglio delle scale con vista sui giardini, alle grandi vetrate affacciantisi sulla corte interna,

presenti solo nelle sale che espongono le sculture. Con questo artificio i pezzi esposti si stagliano contro la luce delicata proveniente dall’esterno e la luce si spande all’interno donando un’atmosfera rarefatta.

Siza Vieira ha privilegiato l’uso della luce naturale per le sale da esposizione, facendola filtrare all’interno sempre in modo delicato. Una scelta precisa e non scontata, anche confrontandola con il museo d’arte progettato da Gregotti a Lisbona, che è illuminato artificialmente.

Questo capolavoro lascia aperta una riflessione profonda sul significato dell’Architettura, con il suo progetto misurato e attento al contesto, con il suo senso del Genius Loci. Un sapere quasi dimenticato in favore della fascinazione di macroscopici oggetti di design decontestualizzati.

Corviale – Si prova a fare sul serio!

14 Novembre 2019

Sembra finalmente essere entrato nel vivo il progetto di recupero del Corviale, il famoso complesso di edilizia popolare completato nel 1982 e a da subito oggetto di critiche e polemiche per la sua forma e le sue notevoli dimensioni (una stecca lunga 950 m), ma anche a causa delle occupazioni abusive che hanno compromesso il programma funzionale caratterizzato dal “Quarto piano”, lo spazio pensato dal team di progettisti guidati da Mario Fiorentino per ospitare servizi e spazi collettivi.

Su Internazionale Francesco Erbani  prova a tracciare il punto sullo stato di attuazione del progetto di recupero redatto da Guendalina Salimei (T-Studio) in base ad un concorso del 2008 e che ha visto l’avvio dei lavori a inizio anno .

Il Corviale è un edificio simbolo, portatore di molte contraddizioni; un edificio che non lascia indifferenti e che trova difensori e critici feroci in ogni livello sociale, sia tra gli abitanti che tra gli addetti ai lavori.

C’è chi vorrebbe vederlo demolito  e chi ne difende il valore architettonico. Di certo nessun programma di recupero potrebbe fare a meno di considerare le esigenze degli abitanti, oggi ridotti a cinquemila; una enormità, un piccolo paese impossibile da ricondurre ad un filo unico o ad uno stereotipo, come spesso si tende a fare. Cinquemila storie indipendenti, cinquemila esigenze di vita. Sicuramente c’è disagio sociale al Corviale, ma anche tanta “normalità” come spesso gli abitanti rivendicano.

Il progetto di recupero non è il solo che sta interessando il Serpentone, oltre al progetto di Salimei c’è anche il progetto redatto da Laura Peretti , sulla base di un bando dell’Ater, che riguarda il sistema urbano circostante; segno evidente di come recuperare il Corviale sia una operazione difficile e complessa anche solo dal punto di vista architettonico.

La buona notizia è che i lavori sono partiti e grazie al contributo della Terza Università si è attivato anche un laboratorio di ascolto e mediazione sociale  che ha il compito di ascoltare le esigenze degli abitanti e mediare con i soggetti coinvolti nella esecuzione delle opere (l’Ater, La Regione Lazio, le imprese).

“Insieme all’intervento architettonico ne è stato avviato anche uno di ascolto e di mediazione che sembra ereditato dalle pratiche degli assistenti sociali che negli anni cinquanta aiutavano chi entrava in una casa popolare non avendo mai abitato in un condominio, non avendo mai visto una vasca da bagno e provenendo da una campagna meridionale o da una baracca. E invece quello di Corviale è un esperimento, una specie di prototipo. Si cercano le forme migliori per evitare conflitti in una periferia tra le più roventi, dove si fronteggiano la drammatica emergenza abitativa, il disagio e il senso acuto di essere esclusi da tutto. E si cercano soluzioni prima che a pensarci siano i blindati della polizia, come è avvenuto in altri quartieri di edilizia popolare romana, a Tor Sapienza o a Torre Maura, dove le proteste degli abitanti contro migranti o famiglie rom sono state fomentate da gruppi di estrema destra.”

“Sara Braschi e Sofia Sebastianelli hanno capito che tra i bisogni di chi abita a Corviale spunta il tenere desta la memoria di sé e del luogo, il non disperdere una storia insieme ai calcinacci di un appartamento che non c’è più. E così, coordinate da Francesco Careri, hanno cominciato a raccogliere immagini degli alloggi come erano stati attrezzati da chi, abusivamente, li aveva adattati alle proprie esigenze. Un repertorio utile anche per la ricerca universitaria.

La convenzione tra l’università e la regione Lazio dovrebbe durare tre anni, il tempo del cantiere al quarto piano. Ma Corviale è una macchina complessa, il libretto d’istruzioni s’è perso per strada e le energie vitali che popolano l’edificio tentano di recuperarlo. Tra i progetti che le due ricercatrici seguono uno riguarda proprio il cortile dove ha sede il laboratorio. L’hanno battezzato “La piazzetta degli artigiani”. Alcuni locali sono occupati, in uno c’è una stamperia d’arte, in un altro si restaurano mobili, in un altro ancora una sartoria. C’è chi dipinge o fa l’incisore. Alcuni ragazzi di Corviale sono coinvolti in queste attività, in altre operano ex detenuti.”

la sensazione è che chi ha il potere di prendere una decisione sembra avere finalmente imboccato un percorso positivo, stanziando fondi adeguati e sostenendo con decisione le scelte prese.

“La storia di Corviale è intessuta di sfiducia. Venuto meno l’impianto comunitario, sconcertati dai lunghi ballatoi che avrebbero dovuto interpretarlo, molti abitanti – legittimi o meno – hanno riadattato l’edificio, hanno spezzettato quel corridoio, costruito grate agli ingressi, hanno chiuso ballatoi e piazzato cancellate. Ha vinto una pulsione privatistica. Molti si sono tassati per pulire le scale, per riparare ascensori e citofoni. Sono nate diverse associazioni, sono spuntati dei comitati.

Da un lato si sono organizzate forme di partecipazione alle sorti dell’edificio, spesso vivaci e vitali, anche quando si è discusso dei progetti Salimei e Peretti. Di fronte all’edificio è molto attiva una biblioteca comunale intitolata a Renato Nicolini, l’architetto-assessore alla cultura nelle giunte Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli. Dal 2009 funziona il Calciosociale, con palestre e campi da gioco che coinvolgono molti ragazzi di Corviale e non solo. Dall’altro lato si sono formati piccoli e pericolosi potentati, che hanno gestito la compravendita di alloggi e un controllo serrato degli spazi.”

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A cura di Giulio Pascali

Editing e foto di Daniela Maruotti