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Nuvole, distanze di rispetto e DM 1444. Un approfondimento

Luisa Benato su Twitter ci ha posto una questione a partire da una osservazione sulla nuvola di Fuksas che, come tutti sanno, è da anni al centro di polemiche relative alla sua realizzaizone; non ultima la questione dello spostamento di 2 m.

La questione posta da Luisa è relativa al rispetto dei parametri del DM 1444/68.

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@amarchitettura.Mi chiedevo perchè il DM del ’68, i cui parametri sono obbligatori per le nuove costruzioni, non è stato nel caso applicato

Incuriositi, gli abbiamo chiesto di specificare meglio a cosa si riferisse.

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Ne è seguita una piccola discussione, interna ad Amate, sui limiti di imposizione degli standard stabiliti dal DM 1444/68.

Margherita Aledda ci ha fornito il suo parere illuminandoci sulla questione, che riguarda applicazioni più ampie.

“L’art. 9 del Decreto Ministeriale n. 1444 del 02.04.1968 individua le distanze minime tra fabbricati per le diverse zone territoriali omogenee, e stabilisce che per i nuovi edifici ricadenti in zone diverse dalla zona A, è prescritta “in tutti i casi la distanza minima assoluta di m 10 tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti”.

Disposizione che, pur se contenuta in un Decreto Ministeriale, ha natura di norma primaria, atteso che trova la sua fonte nell’art. 41 quinquies della Legge n. 1150 del 1942 (Legge Urbanistica), il quale, dopo aver previsto che nei Comuni debbono essere osservati “limiti inderogabili” di distanza tra i fabbricati, dispone che tali limiti debbano essere stabiliti con decreto del Ministero per i lavori pubblici di concerto con quello per l’interno, sentito il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici.

Il principio espresso dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 14953 del 2011, ha affermato che il D.M. 1444/68, essendo stato emanato su delega dell’art. 41 quinquies della Legge Urbanistica, ha efficacia di legge dello Stato, ne deriva che le sue disposizioni in tema di limiti di densità, altezza e distanza tra i fabbricati prevalgono sulle contrastanti previsioni dei regolamenti locali successivi, ai quali si sostituiscono per inserzione automatica.

Dalla lettura dell’art. 41 quinquies della Legge Urbanistica, e dalla natura di norma primaria attribuita all’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, discende, dunque, che sono inderogabili i limiti minimi di distanza tra fabbricati in quest’ultimo stabiliti.

Come costantemente affermato dalla Giurisprudenza Amministrativa, la disposizione contenuta nell’art. 9 del D.M. 1444/68 prevale sia sulla podestà legislativa regionale, in quanto integra la disciplina privatistica delle distanze, sia sulla podestà regolamentare e pianificatoria dei comuni, in quanto deriva da una fonte normativa statale sovraordinata, sia infine sull’autonomia negoziale dei privati, in quanto tutela interessi pubblici che, per la loro natura igienico-sanitaria, non sono nella disponibilità delle parti.

La norma è preordinata, più che alla tutela di interessi privati, alla tutela dell’interesse pubblico all’igiene, alla sicurezza e al decoro della collettività, atteso che il rispetto della distanza minima imposta è necessario per impedire la formazione di intercapedini nocive sotto il profilo igienico-sanitario.

La Corte di Cassazione, a sezioni unite, si è posta il problema di verificare se possano considerarsi o meno legittime le previsioni regolamentari locali (ad esempio le N.T.A. dei P.R.G.) che, in contrasto con quanto stabilito dall’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968, consentano la costruzione di edifici a distanze diverse rispetto a quella di 10 metri ivi prevista. Il consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa insegna che l’art. 9 del D.M. n. 1444 del 1968 integra con efficacia precettiva il regime delle distanze nelle costruzioni, quindi la distanza tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti – predeterminata con carattere cogente, in considerazione delle esigenze collettive connesse ai bisogni di igiene e di sicurezza – vincola anche i Comuni in sede di formazione e di revisione degli strumenti urbanistici. Ne deriva che, ogni previsione regolamentare in contrasto con il limite minimo di 10 metri è illegittima, essendo consentita alla Pubblica Amministrazione solo la fissazione di distanze superiori.

L’orientamento consolidato della giurisprudenza amministrativa è condiviso dalla Corte di Cassazione che rileva la prevalenza dei precetti contenuti nel Decreto Ministeriale sulle norme regolamentari locali, ove queste prevedano distanza inferiori rispetto a quella di 10 metri prevista dal D.M. Ove, invece, le norme regolamentari prescrivano una distanza fra edifici maggiore di quella minima di 10 metri, questa può essere applicata. Infatti, se la finalità dell’art. 9 del D.M. è da ravvisarsi nell’intento di evitare la formazione tra edifici frontisti di intercapedini nocive, con la prescrizione di una distanza “minima” inderogabile, non è impedito ai Comuni di adottare, nella formazione dei piani regolatori generali e dei regolamenti edilizi locali regole più rigorose, sulla base di valutazioni discrezionali degli interessi pubblici da tutelare.

Sulla base di tale principio dunque, se da un lato ai Comuni è inibita la possibilità di prevedere nei propri strumenti urbanistici la possibilità di costruzione tra i fabbricati a distanze inferiori rispetto a quella minima di 10 metri prevista dall’art. 9. del D. M., dall’altro essi potranno legittimamente determinare la fissazione di distanze maggiori.”

Se poi la “Nubbe de Fuksas” rispetti questi vincoli e se e come eventualmente dovessero essere stati derogati non lo sappiamo. Grazie comunque a Luisa Benato per averci dato questo spunto.

 

 

 

La responsabilità dell’Architettura

3 luglio 2017

Non me ne voglia Davide Vargas, ma prima di sapere che era un ottimo architetto, lo ho scoperto come un ottimo scrittore.

Scoperta fatta oltretutto sul sito Nazione Indiana, ovvero fuori dal giro degli architetti, dove mi è capitato di leggere un suo racconto dedicato al Flaminio.

Agli architetti, a molti di loro, piace scrivere; il che è un paradosso perché la nostra formazione dovrebbe essere di natura figurativa; il significante per noi è una forma, un’immagine, al limite un disegno, qualcosa che si spiega con un colpo d’occhio, mentre la parola scritta è sequenziale, impone una gerarchia, un inizio e una fine. Non è un caso che in molti corsi di composizione si pretenda dagli studenti che “i disegni parlino da soli”.

Questo non vuol dire che la parola scritta non sia idonea a descrivere l’architettura, o che spesso sia funzionale a chiarirne il senso, proprio perché impone una diversa codifica; la parola scritta è un diverso punto di vista rispetto all’immagine, complementare, divulgativo e al tempo stesso erudito. Parole semplici e slogan, per convincere il pubblico, contorsioni lessicali e retorica per affascinare l’accademia; poi spesso se si guarda il risultato compositivo si scopre che parole simili sono prese a prestito per giustificare architetture diversissime. Quante opere diversissime tra loro potremmo realizzare dietro alla fascinazione del “rammendo”? quante architetture altrettanto diverse si realizzano in nome del contesto? o della modernità?

D’altra parte il progetto di architettura, quello che poi va all’ufficio tecnico per essere approvato, o all’impresa per essere appaltato, non sarebbe completo senza la sua parte di testo (dalla relazione tecnica al capitolato) che ne descriva a parole le modalità di esecuzione; nei concorsi, i più furbi riempiono i disegni di testo, per dire.

Segno che evidentemente i disegni, da soli, non bastano.

Certo, in quel caso si tratta di una funzione tecnica, burocratica, “necessaria”, mentre il “Racconto di architettura” agisce sul limite del non necessario, sull’emozione, sul ridondante, che è poi l’ingrediente principale dell’esperienza.

Fatto sta che la parola scritta, quella narrativa, affascina gli architetti.

Nella mia ricerca non poteva mancare quindi uno che stesse a pieno titolo nel mestiere di scrivere.

Nel caso di Vargas mi è rimasto l’imprinting iniziale e tendo a considerarlo uno Scrittore-Architetto invece che un Architetto-Scrittore; sottigliezze; roba da polemica politica interna al PD.

Questa è la sua risposta alla domanda: a cosa serve l’Architettura?

L’opera di architettura [l’architettura non esiste…L.I.Kahn] si assume la responsabilità di costruire ambienti dove il pensiero umano si fa libero e oltrepassa gli orizzonti di civiltà già fissati.

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A cosa serve l’Architettura. Una ricerca che vada oltre il nulla

31 maggio 2017

Diego Terna è stato il primo che ho contattato, letteralmente. L’idea di iniziare una serie chiedendo ad architetti ed esperti vari di dare una definizione alla domanda “A cosa serve l’architettura?” mi frullava in testa già da tempo ma era ancora un’idea molto vaga. Lo è tuttora, se avessi un’idea precisa di che risposta vado cercando non sarebbe una ricerca.

L’essenza stessa della ricerca che sto conducendo è di incontrare una risposta che sia efficacemente e incontrovertibilmente diversa da “a nulla”.

Insomma c’era questa idea, c’era una delle solite discussioni che si animano in rete, qualcosa di inutile, presumo, perché oggi non mi ricordo più, e non mi ricordo più nemmeno che commento avesse fatto Diego, tale da farmi pensare: cominciamo a domandare….

La risposta che mi ha dato di istinto è stata proprio “a nulla”. Ma forse neppure lui si è sentito soddisfatto, mi ha chiesto tempo. Forse in fondo l’essenza stessa dell’Architettura sta nella ricerca di una risposta che non sia “a nulla”.

Comunque sia ne è venuto fuori un piccolo gioco che prontamente vi rilancio.

“Premessa

La domanda è suggestiva ma, in fondo, equivoca. Siamo abituati a leggere e proporre definizioni (Cos’è l’architettura?), ma è difficile che qualcuno ci chieda la funzione “finale” dell’architettura.
La triade Vitruviana, in effetti, incorporava l’utilitas nella definizione stessa dell’architettura: come a dire che essa è quando, anche, serve.
E mi è subito balzato in mente un accostamento, magari banale ma in fin dei conti sempre suggestivo: il Piccolo Principe che descrive l’occupazione del lampionaio come utile, perché è bella, introducendo quindi un discorso funzionale all’interno di un concetto estetico.

Perché tirare in ballo la bellezza, quando questa parola è ormai preda della più fastidiosa retorica compiacente, soprattutto nelle narrazioni italiane?
Forse perché uno dei tre supporti della definizione vitruviana è, appunto, la venustas.

Risposta 1

L’architettura serve a migliorare, dal punto di vista della specie umana, la condizione ambientale nella quale essa vive.

Ho usato 19 parole, potrei aver vinto, credo.

Riflessione, problema

Mi sono, però, chiesto se nella immagine più sotto sia ritratta una architettura oppure no.
E’ un edificio abbastanza recente (non ha più di 15 anni), progettato da un architetto, che si trova a Milano, vicino alla stazione di Lambrate.

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E’ indubbio che questo edificio offra un riparo a chi vi abita e compia perfettamente con quanto definito poc’anzi: al suo interno la condizione climatica è differente da quella dell’esterno (e più corretta in base alle esigenze delle persone), gli estranei non possono entrare, ci sono migliorie tecnologiche che permettono una vita slegata dall’orario naturale (grazie all’elettricità si può lavorare-mangiare-leggere-… anche di notte) e, infine, definisce un rifugio invisibile al resto dell’umanità in cui comportarsi liberi da qualsiasi etichetta formale.

Eppure sono convinto che quella ritratta non sia una architettura.
E’ certamente una costruzione: se proprio devo definirla, direi che è edilizia.

Ecco, quindi il problema: l’edilizia offre, compiutamente, tutte le caratteristiche dell’architettura, rendendo la stessa superflua.
D’altronde, la quasi totalità dell’edificato nel quale viviamo è poco interessante, mal progettato e costruito, senza alcuna aspirazione. Eppure ci viviamo, senza crearci particolari problemi.

A cosa serve l’architettura, dunque? A niente, verrebbe da dire.
Per tutte le esigenze, rivolgersi all’edilizia.

Che, poi, è quello che fa la maggior parte delle persone e, spesso, delle istituzioni, quando c’è da fare dell’architettura: chiamare l’impresa, il geometra, l’ingegnere, il perito, il professore universitario e, magari, l’architetto, giusto in caso di velleità.

Risposta 2, allora

L’architettura è, o non è: al di fuori della sua definizione, essa è superflua.

Giustificazione, risposta 3

Il fatto che l’architettura serva o meno, dunque, non può prescindere, in un certo senso, dalla sua definizione. E in questa deve entrare un fatto estetico o, se vogliamo dirlo meglio, poetico, nel suo significato legato all’invento, alla composizione.

Entriamo nel campo dell’arte, nel luogo delle domande, più che delle risposte: l’architettura serve, allora, a mettere in questione lo spazio racchiuso entro una costruzione.

Offre riparo e delle migliori condizioni ambientali e climatiche, aumenta il valore dell’immobile, crea dibattito, subisce critiche positive e negative, porta ad un indotto turistico: a tutto questo serve l’architettura.
Ma serve, soprattutto, a porsi delle domande, a spostare dei limiti, a proporre innovazione (tecnica, artistica, linguistica), a coagulare, entro la propria conformazione fisica, gli intenti e le aspirazioni di un’epoca (la volontà dell’epoca tradotta nello spazio, diceva Mies van der Rohe).

E’ un fatto culturale, in ultima analisi, e per questo, al di fuori delle operazioni di marketing urbano, la sua utilità appare perlopiù debole, in un’epoca in cui le questioni culturali sono, nonostante tutto, tanto bistrattate.

Risposta 4

Ci riprovo, per l’ultima volta.
L’architettura serve a migliorare, poeticamente, la condizione ambientale nella quale la specie umana vive, mettendo in questione lo spazio racchiuso entro la sua costruzione.
Che è quello che stanno provando a fare i ragazzi ritratti nella foto.

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Smentita

Quella precedente è la risposta che forse volevi, ma, ripensandoci ancora, è sbagliata, perché, infine, è sbagliata la domanda.
Tu sei architetto, sai di cosa stai parlando; nella tua richiesta è implicito, credo, una volontà di distinguere la buona architettura dalla cattiva. E’ chiaro che la costruzione di una modificazione all’ambiente è architettura: che sia interessante o meno fa parte di un giudizio critico raffinato.

Quindi, smentisco tutto ciò che ho detto prima ma, anche, lo confermo, contemporaneamente.
Vedi tu come usare le varie, possibili, risposte.”

Insomma se volete difendervi dal nulla, o semplicemente volte usare una delle possibili risposte, questi sono i link al sito dello studio di Diego e alla pagina Facebook.

Architettura come scuola guida

16 maggio 2017

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

(inferno canto V)

Il testo che segue è la riproposizione di un dialogo avvenuto tra me e Guido Incerti in rete, con pochissime correzioni mirate a rendere il testo più leggibile. Ne è venuto fuori un discorso un po’ estemporaneo sulla funzione dell’architetto (tra scuola guida e pene dell’inferno). La domanda era sempre la stessa:

A cosa serve l’Architettura?

siamo finiti a parlare della funzione dell’Architetto, che poi è la stessa cosa da un diverso punto di vista. Giriamo sempre intorno alla stessa cosa.

– Ciao Guido, ho letto il tuo post su FB: “Un giorno, qualcuno capirà che molti di quelli che oggi declamiamo come architetti, archistar, in realtà erano ben altro. Non avendo avuto il tempo, reale, per fare il mestiere dell’architetto.” Colgo quindi lo spunto per chiederti se ti va di rispondere a una domanda che sto facendo ai miei contatti in rete che ha a che fare con il mestiere dell’architetto: a cose serve l’Architettura? Immagina di doverlo spiegare ad un committente per convincerlo che vale la pena pagarti per questo. Spiegalo in Max 30 parole più una immagine o una foto.

Fare l’architetto è fare conoscere alle persone una dimensione nuova, usando lo “spazio”. Una dimensione e un valore di cui non afferrano pienamente l’esistenza. In termini semplici la coppia di un 8 cilindri rispetto ad un 4. Si apre un mondo. Valore anche economico intendo. Di spesa e guadagno.

– Uhm ok. Spiegami meglio. Possiamo rigirare la cosa dicendo che l’Architettura serve come processo di conoscenza? Ma come lo intendi, più simile ad una ricerca scientifica, una esplorazione geografica oppure un processo di scrittura.
Inoltre mi incuriosisce l’espressione “di cui non afferrano pienamente”.
Si intuisce lo scoramento dell’architetto di fronte alla beata ignoranza del committente. C’è poco da fare, gli architetti, quelli bravi, sono una élite, sono i sacerdoti dello svelamento di questa dimensione…. credo….??

– No, non è scoramento. È la semplice verità. Un committente generalmente non può conoscere la tecnica necessaria per progettare architettonicamente. Poi c’è logicamente la dimensione dell’architetto stesso che spesso non è solo tecnica ma anche sensibile. Non comprende bene la cosa. Perché è difficile. Legata a sensazioni che scopri solo una volta a bordo.
Ma mentre tu (l’Architetto ndr) hai idea chiaramente di quello che sarà – perché sei padrone più o meno di quella tecnica – lui no.
Vale per la musica, la cucina, andare in moto.
Guidare non è pilotare.
E lo comprendi solo se ti applichi.
Ad un committente devi insegnare alcune basi di pilotaggio. Quando di base guida.
Gli architetti, quelli bravi spesso hanno bravi committenti (anche se non lo dicono).

– Mi viene in mente una figura dantesca. Minosse che all’ingresso dell’inferno assegna i gironi ai dannati. Loro sanno già di avere peccato, sono all’inferno, ma tocca a lui svelare, far conoscere l’esatto destino.

– Più spesso hanno l’abilità di fare business attraverso il loro lavoro. E non lo dicono ugualmente. Tutto qui.
Nei confronti dei committenti tu stai già facendo ragionamenti troppo avanti. Io non direi mai una cosa così al committente.

– In effetti non credo che al committente gli si possano prospettare le pene dell’inferno. Meglio la scuola guida.

– Mah. Dipende. A volte invece è giusto prospettarle.
Quando vai a scuola guida mica ti dicono che potrai anche schiantarti. Anche se lo sai.
La dimensione passionale dell’architettura è dell’architetto, quasi mai del committente.

– Qui però introduci un altro tema, la partecipazione. Da una parte spesso, il committente é convinto di saper pilotare, dall’altra se vuole andare a sbattere intenzionalmente, cosa fai?

– Prendi il volante e sterzi! Logico che c’è partecipazione, ma fare architettura è spesso un processo violento.
Nei suoi e nei tuoi confronti.
Ci si trova e magari si ha sintonia; ma la violenza c’è sempre, ed è quasi necessaria.
Puó essere soft o strong ma c’è. Da ambo le parti.
A volte con il medesimo committente ho fatto cene super easy con la matita in mano, altre abbiamo urlato come dei pazzi in faccia l’uno all’altro. Ma deve sempre essere chiaro l’obiettivo finale.
A volte vinci a volte perdi.
E li serve la dialettica.
Ma senza mostrare la superiorità.
Nella dialettica.
Sei come l’istruttore di scuola guida.
Comunque è sempre una dimensione di svelamento.

– Ecco, mi piace questa immagine maieutica, però siamo finiti a parlare dell’architetto, non dell’architettura.
In finale, a cosa serve questo svelamento? Ci fa stare meglio? Ci rende felici? Ci dà potere? Ricchezza?

– Mixxa insieme le ultime cose e hai la risposta. L’Architettura è una pura mediazione di tutte queste cose. A volte puoi avere un po’ più di una e meno dell’altra e viceversa. Ma alla fine la dimensione totale è questa con l’aggiunta di una dose di “percezione” o “propriocezione” legata al puro spazio che è inspiegabile al committente. Anche perché non è quantificabile.
Metti anche una buona dose di funzionalità.
La differenza con l’edilizia è che questa offre molte meno soluzioni per arrivare a questo risultato. La base è la stessa ma meno “ricca” di significati e soluzioni. Specie dei primi. Ma anche dei secondi.
Poi ci scordiamo la bravura nel contenere dentro anche tutte le norme. Che sono parte integrante del processo.
E dell’architettura. Le sue regole (oltre a quelle dei trattati).

– Ok, per le trenta parole uso il testo iniziale, sono 40, l’immagine la scelgo io……

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PS – In realtà avevo scelto un’altra cosa, poi Guido mi ha chiesto di mettere Pinocchio: “Pinocchio è il risultato di tutto. E allo stesso tempo racconta le bugie. Realtà e immagine allo stesso tempo. Poi ha anche la fata turchina… Qualcuno che ogni tanto ti da una mano…”  Gli ho proposto alcune immagini tratte dal Pinocchio di Enzo D’Alò con le illustrazioni di Lorenzo Matotti.

Caro Committente. Lettera a un ipotetico destinatario del lavoro di un Architetto

8 maggio 2017

Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui con violenza alla persona o con minaccia ovvero in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico o del delitto previsto dall’articolo 331, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Articolo 635 del Codice Penale. Danneggiamento

Quella che segue è la risposta che ho ricevuto da Emmanuele Jonathan Pilia alla domanda che sto facendo ad alcuni selezionatissimi colleghi (in sostanza quelli che si prestano alla cosa): “a cosa serve l’Architetura? immagina di dirlo in 30 parole al tuo committente”. La domanda è oziosa, quindi ozio per ozio ho deciso che potevo provare a coinvolgere anche qualcuno che normalmente non pratica la professione, come Emmanuele che, come ci tiene a chiarire, non pratica l’Architettura in quanto è un Editore. Un Editore di Architettura però.

Secondo me è stato un po’ indisciplinato; che ci volete fare.

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“Caro committente,
la ringrazio per la sua missiva in cui mi pone questa domanda così semplice, eppure così difficile da sviluppare. In un primo momento ho pensato, tra me e me “strano che lo chieda proprio a me, che dall’architettura “vera”, quella di cantieri e calcestruzzo” me ne sono allontanato… Ma poi, è spuntata come un timido fiore sull’asfalto, la risposta che io mi sono sempre inconsciamente dato. Sì, perché proprio io che l’architettura non la faccio, ma la pubblico, ho sempre vissuto nella granitica certezza che l’architettura è la più potente espressione culturale. Certo, lei ha bisogno solo di una sistematina ai servizi e di rimettere a posto il tetto, ma ci pensi bene: quei sanitari sarebbero stati gli stessi se ora stessimo parlando fiammingo, oppure inglese, o ancora norvegese? Probabilmente no, ed anche di questa differenza dovremmo riflettere. Che il suo tetto non sia di legno non è un caso: nei millenni abbiamo lentamente scelto verso le soluzioni che ora la riparano dal freddo (e tra un poco, anche dalla pioggia), e che il suo bagno sia rivestito in gres scuro, e non in maioliche colorate, dipende dalla sua lontananza dal meridione, che invece dei colori ha fatto arte. Pensi se lei provenisse da Vietri: la sua cucina non avrebbe un angolo cottura scavato in un elegante muro color antracite, ma sarebbe invaso di ocra, smeraldo, rubino e lapislazzuli.
Quindi, mio caro committente, anche se ciò che toccherà, ciò per cui alla fine della fiera paga, è la materia che potrà toccare, ciò che lei avrà, sarà il retaggio di millenni avuti su quel piccolo pezzo di terra che circonda la sua casa.
Chiudo questa mia con i miei migliori saluti, ricordandole che è pur vero che non vedrò mai i soldi della sua parcella, ma è altresì vero che lei non ha un garage, e conosco la sua targa.
Cordiali saluti,

L’Editore (di Architettura)
Emmanuele Jonathan Pilia”

PS. Ci tengo a precisare che per la scrittura dell’articolo nessuna auto, o committente moroso, sono stati maltrattati. L’immagine dell’auto rigata, utilizzata per illustrare la metodologia creativa di EJP, l’ho presa da qui.

Dov’è l’Architettura, ma soprattutto, a cosa serve?

5 maggio 2017

Quando si cominciano a nominare bene le cose si diminuisce il disordine e la sofferenza che c’è nel mondo.

(A. Camus)

Stefano Nicita è un Architetto ideatore e fondatore di un blog molto interessante dal nome emblematico: dov’è l’architettura italiana?

Con un titolo così non potevo non chiedere anche a lui di rispondere alla mia domanda fondamentale: a cosa serve l’Architettura?

Tanto più che Stefano, tra le tante qualità, ha anche il merito di essere un assiduo frequentatore del nostro gruppo su Linkedin (ebbene si, abbiamo anche un gruppo su Linkedin, e una pagina).

Ma la cosa che trovo più interessante di Nicita, che è il motivo per cui avevo inserito il suo nome nella lista dei miei possibili candidati, prima che lui proponesse spontaneamente la sua risposta, è il suo modo di raccontare l’architettura: semplice ed efficace, tendente al didattico.

Di una didatticità che fa pensare a un maestro di paese, di quelli che non ti dicono mai “guarda quell’albero”, ma ti sanno citare direttamente il nome: “guarda quel Faggio” o “quel Nocciolo”, “guarda l’infiorescenza a pannocchia di quel fiore di Lillà”, e con questo semplice nominare le cose, insegnartele.

Una esplorazione che non disdegna la forza oggettiva dei numeri o la rilettura dei testi. Senza contare questo articolo dedicato al Genius Loci che sembra fatto apposta per la mia ricerca, sia come metodo (una riorganizzazione di suggestioni e stimoli precedentemente raccolte sui social) sia per il tema in sé, che tratta della funzione dell’Architettura su un piano metafunzionale.

Quindi eccovi le vostre parole (31).

L’architettura serve a organizzare e disegnare gli spazi di vita delle persone per renderli dei veri luoghi esistenziali, allo stesso tempo significativi e consueti, protettivi e stimolanti, esclusivi e accoglienti.

"Ti allego anche una foto recente scattata da me a Piazza di Spagna da un punto di vista forse un po' insolito e poco canonico, ma fondamentale per capire precisamente il senso di luogo creato grazie all'architettura a cui mi riferisco nella definizione."

“Ti allego anche una foto recente scattata da me a Piazza di Spagna da un punto di vista forse un po’ insolito e poco canonico, ma fondamentale per capire precisamente il senso di luogo creato grazie all’architettura a cui mi riferisco nella definizione.”

 

A cosa serve l’Architettura secondo Cristina Donati

2 maggio 2017

Persino il parroco che non disprezza/fra un miserere e un’estrema unzione
il bene effimero della bellezza/la vuole accanto in processione.
E con la Vergine in prima fila/e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese/l’amore sacro e l’amor profano.

(De Andrè)

L’Architettura si sa che è il pane dell’Architetto. Quella materia che gli da da mangiare. Quel valore aggiunto che giustifica la fatica (e il compenso) degli Architetti. Ma in cosa consiste realmente questo compenso. Perché un committente dovrebbe mettere mano al portafogli e il più delle volte affrontare difficoltà (burocratiche e tecniche) pur di poter fare di una banale costruzione una Architettura? Ho deciso quindi di cominciare a chiederlo a gli Architetti:

“A cosa serve l’Architettura?”

A questo link trovate la risposta di Raffaele Cutillo che mi ha dato una definizione molto suggestiva, poetica. “L’architettura serve al tradimento”, dice Cutillo, “che non avresti mai commesso”. Una definizione che ti lascia un po’ in sospeso, di quelle su cui rimuginare sopra nell’attesa di una epifania rivelatrice. Di primo acchito, confesso, ho pensato all’Architettura come una puttana; in fondo non stiamo parlando del secondo mestiere più antico del mondo? ma la proposta di Cutillo è molto più raffinata, allude al processo del tradimento, a quel gioco proibito, allo strumento che ti consente di affrontare quel desiderio nascosto e che ti da la forza di accettare mille bugie e contraddizioni che si nascondono dentro una Architettura. Non saprei se Raffaele poi ha provato a ripetere queste parole accompagnandole a una sua lettera di offerta, ma gli auguro che le sue parcelle siano sempre compensatrici di fantastiche scappatelle amorose con la luce e con la materia.

A richiamarmi immediatamente all’ordine del rigore professionale e al significato politico e sociale dell’Architettura ci ha pensato, sentendo la mia domanda, Cristina Donati.

“Bella la domanda! Io comincerei dicendo che esistono tante architetture.”

E’ un grande modo di procedere questo, che ho sempre trovato di estrema intelligenza, per ogni domanda c’è sempre una sola risposta: “dipende”. Non che Cristina mi abbia risposto proprio così ma il senso è quello, così continua:

“Ad esempio quella pubblica e quella privata con finalità diverse. Una sociale, l’altra più rivolta ai bisogni individuali …
Giulio naturalmente considero che con la parola architettura tu non intenda il generale atto del costruire, dico bene?”

Ora immaginate che queste conversazioni avvengono in rete, sarebbe bello descrivervi delle amabili conversazioni seduti sorseggiando Moscow Mule in un locale alla moda lungo i navigli milanesi, ma io sono una povero padre di famiglia, inoltre vivo a Roma mentre Cristina è di Firenze, così tutto avviene in un social, con un testo scritto, e quando leggo “dico bene?” nella mia mente si figura uno sguardo inquisitorio, di quelli che potevi provare in prima liceo quando la professoressa ti chiedeva se avevi fatto la versione: ehm no professoré, ieri mi si è allagata casa, a mia sorella gli è preso il ciclo, mentre mio nonno ha creduto di essere tornato giovanotto quando militava nella decima MAS, così ha cominciato a dare di matto mentre attaccava la sveglia sul frigo pensando di affondare la Viribus Unitis….

Insomma era chiaro che non avevo studiato, mi ero avventurato nei territori sconosciuti della mia domanda senza essermi minimamente preparato, mentre un dico bene scritto così richiedeva una riposta chiara e decisa. Ci ho provato rispondendo che tutto parte in realtà dalla domanda più ampia, cosa è l’Architettura, che cosa distingue quello che gli architetti identificano con Architettura (con la A maiuscola) e che in fin dei conti è la materia della loro professione. Di qui l’esigenza di provare a ribaltare la questione con una domanda diversa.

Questa breve riflessione poi è diventata l’incipit dell’articolo precedente, grazie Cristina!

Comunque a questo punto ero curioso di capire. L’Architettura dunque avrebbe una funzione diversa se parliamo di sfera pubblica e se parliamo di sfera privata? Per capirlo meglio ecco le trenta parole di Cristina (32 per l’esattezza)

“L’Architettura è sempre politica. L’Architettura ‘pubblica‘ dovrebbe servire al ‘bene comune‘, cioè alla creazione della civitas. Quella ‘privata‘ servirà invece a promuovere o soddisfare le ambizioni personali di un patrono”

Scandicci-13

Il Centro Civico di Scandicci (Firenze) di Richard Rogers. Tentativo di realizzare un’architettura generatrice di uno spazio pubblico per la gente

 

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La Facoltà di architettura di Oxford (progetto di Design Engine). L’atrio aperto al pubblico

 

London City. Modern skyline of business district.

London City. Modern skyline of business district, espressione emblematica di architettura al servizio di interessi privati

 

Lo skyline di Dubai

Lo skyline di Dubai