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Se crolla un tetto è perché fa acqua il sistema.

1 settembre 2018

Quando crolla un manufatto, in Italia, specie se importante, è prassi ricorrere ad una liturgia ormai ben canonizzata.

Il primo passo è mosso da chi ha eseguito i lavori, l’appaltatore e/o il committente, che dichiara che è stato eseguito regolarmente tutto quanto era previsto dall’appalto/contratto/convenzione.

Il secondo passo, che con un linguaggio contemporaneo potremmo nominarlo “disclaimer”, consiste nel dichiarare che il crollo è dovuto a parti che era difficile/impossibile diagnosticare.

In alcuni casi, quando non si ha timore di spararla grossa ci si appella a difetti di progettazione, come è accaduto per il crollo del ponte Morandi, che è durato – con i suoi difetti di progettazione – esattamente 50 anni, con un utilizzo indiscriminato.

Questa premessa, necessaria, ci apre ad alcune considerazioni a caldo che vorremmo fare con i nostri lettori circa il crollo del tetto della chiesa di S. Giuseppe dei Falegnami, a Roma.

Ovviamente nulla è possibile sapere delle dinamiche del crollo, non abbiamo documentazione puntuale dei lavori svolti, perciò l’unica cosa che possiamo fare è mettere in ordine una serie di dati che abbiamo raccolto.

1) L’oggetto dell’appalto dichiarato sul sito della Progetto BEMA srls, la società incaricata della progettazione, era di restauro restauro conservativo della chiesa di S. Giuseppe dei falegnami, comprensivo di rilievo scientifico, progetto di restauro e coordinamento della sicurezza, per un importo di circa € 748.000. Si sta parlando, visti i termini dichiarati, di un restauro completo, non parziale. Gli stessi disegni presenti sul sito della società riproducono un rilievo completo della chiesa.

2) L’impresa esecutrice che ha eseguito il restauro è la Aspera s.p.a., una impresa già al centro di violentissime polemiche perché è la stessa impresa – guardacaso – che ha eseguito il restauro delle facciate del Colosseo, uno dei peggiori restauri possibili a detta di molti esperti (tranne la sovrintendente Maria Rosa Barbera) eseguito sul bene culturale più iconico italiano, per le tecniche invasive utilizzate e per il risultato estremamente disomogeneo della pulitura delle polveri e incrostazioni dalle facciate.

3) La stessa impresa appaltante è una una società che si avvale di una SOA (società organismo di attestazione –ASPERA_SOA ) OG2 (una SOA generale di lavori edili su edifici storici) ma non ha SOA specialistiche (OS2) sul restauro, requisiti che dovrebbero essere a base di gara per monumenti di tal fatta (il Colosseo!) ma che, a quanto pare, non sembravano necessari ha chi ha bandito le gare d’appalto: il Mibact per il Colosseo e il Vicariato di Roma, sotto la supervisione del Ministero, per S. Giuseppe dei falegnami. La Aspera s.p.a. ha condotto una politica aggressiva di acquisizioni di altre società per attestarsi in una posizione dominante nel settore ma al contempo sta schivando le responsabilità connesse alle acquisizioni e alle esecuzioni dei lavori.

4) “la trave che ha ceduto era inaccessibile” si è affrettato a dichiarare il MIBACT. “Il lavoro era ben fatto”. E’ la dichiarazione che lascia le maggiori perplessità, specie se fatta da chi rivestiva il ruolo di controllore.
In un restauro completo di un tetto, come ci mostra una foto presa dal sito della Progetto BEMA, il lavoro avviene dall’alto, ovvero rimuovendo le tegole e i correnti a sostegno del tetto. Le capriate rimangono libere (e perciò visibili) e anche le catene di queste, lignee o metalliche, sono accessibili rimuovendo il palancato ligneo visibile nella foto sottostante (presa dal sito della BEMA).


Nei casi di un restauro di un tetto, in genere si monta un tetto provvisorio, specie quando rimuovendo un tetto si lascia senza riparo un controsoffitto di pregio, proprio per avere tempo di effettuare una diagnostica più approfondita, soprattutto quando non è possibile eseguirla prima di smontare il tetto stesso. Nella foto riprodotta qui sotto (presa dal sito della BEMA) questo tetto provvisorio non c’è. Indice che nel restauro c’era la volontà di correre e non di approfondire. Forse non è un caso che la Direzione dei Lavori, che dovrebbe essere sempre terza in un opera, sia stata affidata all’Ufficio Tecnico del Vicariato. E’ il caso di committente che dirige i suoi lavori.

5) Il restauro della chiesa è stato finito nel 2015. Un tetto rifatto da tre anni non può crollare per fatalità. Colpisce il fatto che sia crollato estesamente nella sua parte centrale, come se ci fosse stata una reazione a catena tra le capriate

6) Sia nel caso del ponte Morandi, come nel caso del Colosseo e della chiesa di S. Giuseppe, c’è un rapporto tra istituzione pubblica, che può essere solo supervisore o committente, a seconda dei casi, e privato (Autostrade s.p.a., Della Valle, Vicariato) che non funziona. In questi tre esempi la pubblica amministrazione non ha controllato/appaltato a dovere, con i risultati che si sono visti.

Dobbiamo chiederci perché.

Forse potremmo azzardare alcune ipotesi:
a) le strutture pubbliche e i loro uffici tecnici negli ultimi venti anni sono stati impoveriti di risorse, di competenze tecniche, di snellezza decisionale;
b) le strutture pubbliche, per esempio le sovrintendenze, sono state caricate inutilmente di gravami burocratici su questioni di infima importanza: avete mai provato voi a modificare il finestrino di una soffitta, non visibile dalla strada, in centro storico di Roma? Avete mai provato a rendere conforme la preesistenza (come chiede la legge) di un appartamento nel centro storico di Roma per poterlo vendere? Se vi fate una passeggiata a via di S. Michele 17 a Roma, sede della Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Roma, nell’unica mattina di apertura della settimana (cogli l’attimo!), potrete vedere eroici funzionari questionare di pratiche di tutti i generi, anche di infimo ordine, dietro scrivanie sommerse di pratiche e altrettanto eroici architetti e tecnici vari aspettare, in piedi, per ore, da ben prima delle 8 di mattina, per potere essere ricevuti.

Dunque se le risorse sono poche e la cavillosità della legge è elevatissima, non potremmo stabilire una priorità dell’attenzione degli interventi, semplificando quelli di ordine minore?

Dunque ecco le tracce di riflessione per chi vuole comprendere come migliorare le cose:

  1. Nonostante i codici degli appalti continuamente rivisti in questi anni, la selezione di chi deve operare non funziona. Il sospetto è che non ci sia volontà di applicare correttamente i criteri selettivi.
  2. La pubblica amministrazione ha fallito nella sua funzione di controllo e committenza; mentre 30 anni fa era più efficiente. Segno che nel frattempo è avvenuto qualcosa a cui bisogna porre riparo.
  3. Gli adempimenti burocratici sono cresciuti a dismisura negli ultimi venti anni mentre l’efficienza dei controlli e la qualità delle opere è diminuita. E’ segno che la qualità non risiede nella ipertrofia burocratica, che tra l’altro è una delle maggiori cause dell’immobilismo del paese. Anche a questo andrebbe posto riparo.

Dato che è passato un po’ di tempo, vi riportiamo qui sotto i link di alcuni articoli di critica ai lavori del Colosseo, buona lettura.
Il Giornale dell’Arte
Arte Magazine
Il Fatto Quotidiano
Il Corriere della Sera – Roma
Il Manifesto

Infine, riportiamo la lettera aperta scritta dall’Associazione senza scopo di lucro “Restauratori senza frontiere”, in occasione dei restauri del Colosseo, che, magari di parte, dà tuttavia uno spaccato impietoso sulla qualità e le modalità di affidamento dei lavori di restauro del Colosseo.

 

In bilico fra il “non più” e il “non ancora” ovvero rammendare non basta, serve ricamare…fosse solo perché contiene la parola amare.

6 giugno 2018

Il quartiere “Le Albere” di Trento (inaugurato nel 2013) è uno dei progetti di riqualificazione urbana più famosi ed esemplari in Italia, per la notevole operazione architettonica e urbanistica realizzata sull’area dell’ex stabilimento Michelin (1927-1997), di ricostruzione del rapporto fra la città e l’Adige, e per il “MUSE” (Museo di Scienze Naturali), forte attrattore culturale di rilevanza internazionale. Come tutti i progetti firmati Renzo Piano Building Workshop, è tecnicamente perfetto, niente è lasciato al caso: “Le Albere” (traduzione di pioppi in dialetto trentino, da cui l’omonima fortezza cinquecentesca che dominava il grande parco prima che venisse ridotto dalla ferrovia e dallo stabilimento) è costituito da edifici di quattro o cinque piani, sistemati in linea o a corte con l’intento di richiamare quelli del centro storico; il motivo caratterizzante è l’uso di montanti in legno lamellare di larice che scandiscono tutte le facciate; i particolari sono ben studiati e la qualità dei materiali non è in discussione; molto curato l’aspetto energetico con buoni isolamenti, connessione alla teledistribuzione di energia alternativa, schermi di piante rampicanti sulle facciate, pannelli fotovoltaici su tutte le coperture; un parco, con piazze, piste ciclopedonali e percorsi d’acqua; garage interrato per liberare la superficie delle auto.

Nonostante queste pregevoli premesse, ancora l’eco-quartiere non riesce ad esercitare la spinta rigenerativa auspicata.

Probabilmente, ci troviamo di fronte ad un intervento troppo omogeneo, che ha bisogno di tempo per rompere i confini e relazionarsi alla città; probabilmente, con l’elevata qualità degli appartamenti, si rivolge a un ceto sociale medio-alto che non è numericamente sufficiente a occupare un quartiere di queste dimensioni.

O forse, nella progettazione del quartiere, è mancata quella mobilitazione e responsabilizzazione dell’intera comunità, che prende comunemente il nome di processo partecipativo, quale sarebbe potuta/dovuta avvenire nei giusti termini, attraverso strumenti di animazione prima e generazione territoriale dopo, invece di scommettere solo (probabilmente) sul mercato globale?

Certamente un investimento sulla comunità avrebbe potuto dare un altro significato alla realizzazione del nuovo quartiere cittadino, del quale il Muse poteva rappresentare (e ancora rappresenta) il motore economico, culturale e sociale. Sono certo che sarebbe stato davvero tutto diverso se, oltre alla confluenza di tante risorse, competenze e professionalità, ci fosse stato un investimento in “amore” per la comunità, cosicché oggi quegli stessi corpi (edilizi) vivrebbero pienamente dell’operosità delle famiglie e delle grida dei bambini.

Venirne a capo adesso significa (e certamente lo si starà già facendo) rinegoziare con la proprietà migliori condizioni di mercato del patrimonio abitativo che non può rimanere vuoto lì in attesa, ma anche investire sugli spazi esterni e nei dintorni, con l’appropriarsi dell’area verde come spazio dell’intera città, facilitando la nascita di esperienze generatrici di idee e di lavoro, ricongiungendo l’anima del quartiere – non solo il corpo – alla città.

Foto: Web

Editing: Daniela Maruotti

Arredi negli edifici delle zone a rischio sismico, una questione progettuale di serie A!

30 aprile 2018

Di recente sono state diffuse dai media e dai social network delle immagini relative alle recenti scosse di terremoto nelle zone del Centro Italia.

Il soggetto di queste immagini erano gli ARREDI PRESENTI NEI MODULI ABITATIVI ANTISISMICI che SI SONO STACCATI dalle pareti alle quali erano fissati, lasciando intendere che non fossero stati seguiti adeguati criteri in tal senso.

La sicurezza degli utenti di un edificio è una questione complessa, direi a 360°, che investe diversi ambiti del mondo delle costruzioni, dalle strutture (muri, pilastri e travi, tetti), agli elementi secondari (tamponature, terrazzi, infissi, controsoffitti, impianti), alla disposizione degli elementi interni (arredi, elettrodomestici). Per quanto concerne gli arredi (e simili) è fondamentale che, in caso di scosse non molto forti, ossia FINO A VALORI DI 6.1-6.5 DELLA SCALA RICHTER, I PERICOLI  SIANO RIDOTTI ALL’OSSO.

Per capire lo stato di fatto ho RACCOLTO TESTIMONIANZE di persone che, a diverso titolo, hanno un rapporto diretto con la realtà appena descritta,. Di seguito ho provato a fornire UN VENTAGLIO DI SOLUZIONI ai casi più comuni, basandomi sulla ben più comprovata esperienza dei colleghi nipponici e statunitensi. L’augurio è che questo momento di riflessione ‘tecnico’ sia uno spunto per rendere la progettazione antisismica di tutti gli edifici italiani, non solo dei moduli abitativi, completa e attenta anche per quanto attiene agli arredi.

 

  • DELIMITAZIONE DEL FENOMENO

 

CATEGORIA: arredi e simili ossia mobili e elettrodomestici

EFFETTI: pericolo fisico per le persone in  caso vengano investiti dalla caduta degli oggetti, in caso di presenza di prodotti chimici dannosi e per l’occlusione delle vie di fuga

OBBIETTIVO: limitare il più possibile il ribaltamento, il distacco, l’apertura

UTILE DA SAPERE: da recenti dati dell’EM-DAT, supportato dall’autorevole istituto WHO (World Health Organization), risulta che l’Italia è tra i 10 paesi più colpiti al mondo da questo fenomeno dal 1990. Ci precedono, come numero di terremoti, Cina, Indonesia, Iran, Turchia, Giappone, Perù, Usa e Afghanistan. Dopo di noi, che contiamo ‘solo’ 33 episodi (una media quindi di 1,25 all’anno), c’è l’India.

 

  • RIFERIMENTI UTILI ALL’ESTERO

 

Le nazioni più colpite dal terremoto, più avanti delle altre nella prevenzione, mettono a disposizione dei propri cittadini degli utili strumenti

  • GIAPPONE: il Governo di Tokyo ha un sito di “prevenzione dai disastri” con una sezione dedicata alla prevenzione della caduta dei mobili
  • USA – CALIFORNIA: un partenariato pubblico-privato di persone, organizzazioni e alleanze regionali ha un sito di “alleanza del paese verso il terremoto” con una sezione sulla messa in sicurezza degli spazi
  • INDIA: il Governo Indiano ha un sito di “gestione del disastro nazionale” con una pagina in cui appaiono suggerimenti relativi al mobilio
  • Altre nazioni hanno sezioni del Governo dedicati ai terremoti con i piani di azione generali.

 

  • RIFERIMENTI ARCHITETTONICI

 

Si faccia riferimento all’architettura nautica per la scelta delle soluzioni tecniche e dei relativi materiali.

 

  • SOLUZIONI TECNICHE

 

INTERVENTO SUI MOBILI: adeguato posizionamento, fissaggio a parete (e a pavimento quando necessario), opportune chiusure

  • ubicazione di letti, divani e sedie lontano da finestre, specchi, quadri
  • fissaggio della parte superiore dei mobili alti alla parete con appositi dispositivi
  • chiusura delle ante con chiavistelli
  • fissaggio di bordi di contenimento/corde su mensole e scaffalature aperte
  • inclinazione dei piani di mensole e scaffalature aperte verso la parete

INTERVENTO SUL CONTENUTO DEI MOBILI: accorgimenti per limitare la caduta di stoviglie di vetro, metallo e ceramica

  • montaggio di sistemi di apertura magnetici tipo push-pull su pensili della cucina e credenze per evitarne l’apertura accidentale
  • posizionamento sulle mensole di oggetti non pesanti evitando libri, vasi, sculture, trofei, tv, computer, acquari
  • sistemazione degli oggetti più voluminosi e pesanti negli scaffali più bassi

INTERVENTO SU ALTRI ELEMENTI DI ARREDO: accorgimenti per limitare la diffusione nell’ambiente di schegge provenienti da specchi e infissi vetrati

  • fissaggio di opportune pellicole trasparenti su specchi, finestre e porte vetrate
  • fissaggio di oggetti sospesi tramite ganci che siano avvitati direttamente su un perno del soffitto e la cui apertura sia ben chiusa

  • MATERIALI PRINCIPALI
  • Staffe a ‘L’
  • Cinturini e fibbie in nylon o metallo o pelle e simili e occhielli
  • Fasce di plastica e metallo
  • Serrature
  • Paracolpi in gomma
  • Velcro
  • Mastice, gel o cere speciali

Gli accorgimenti appena descritti sono facilmente attuabili ad un costo davvero esiguo. Un progetto mirato potrà comprendere almeno le PIANTE AI VARI PIANI DELL’EDIFICIO, in cui sia riportata la opportuna sistemazione degli elementi di arredo, e SCHEDE TECNICHE contenenti le regole operative generali da applicare per i vari casi (mobili, mensole, stoviglie, vetri e specchi, ecc.).

Ovviamente è sottinteso che durante tutto l’iter bisogna farsi seguire da un architetto, che possa seguire passo passo l’esecutore dei lavori dalla raccolta delle informazioni preliminari, alla redazione del progetto, allo svolgimento e conclusione dei lavori.

 

Si ringraziano i due amici che hanno contribuito con un prezioso contributo fotografico e che hanno preferito non essere citati.

 

Disegni: Vita Cofano

Editing: Daniela Maruotti

Quanto (è) dura l’architettura?

24 marzo 2018

Capolavoro da quasi 2000 anni, il Pantheon è segno di perfezione costruttiva: la cupola non è stata costruita in mattoni, né esisteva il cemento armato, essa è un blocco unico di calcestruzzo realizzata a strati successivi, una mescola che prevedeva l’uso di inerti più leggeri man mano che si saliva (pezzi di travertino, pezzi di tufo e di terracotta, poi solo tufo e infine pomice). Foto di Giulio Paolo Calcaprina per ©Amate l’Architettura

Oggi noi apprezziamo e fruiamo normalmente di spazi che hanno resistito al tempo, dimostrandosi durevoli nel significato oltre che nelle consistenze tipologico-costruttive. Attraversiamo ponti, utilizziamo stazioni, visitiamo musei, preghiamo dentro chiese che hanno superato le avversità della storia: cento duecento anni o anche quattrocento come la Basilica di San Pietro in Vaticano o addirittura millenari come il Pantheon di Roma.

Interno del tamburo della Cupola di San Pietro in Vaticano, uno dei simboli della Roma cristiana nonché landmark cittadino. Progettata da Michelangelo Buonarroti è una delle coperture più grandi mai costruite, massima espressione di un’epoca architettonica di passaggio tra Rinascimento e Barocco. Foto dal sito internet dei ©Musei Vaticani

Probabilmente l’approccio classicista – lo intendo nella sua interpretazione traslata e non solo come applicazione risoluta di canoni formali – ponderato nel servirsi di criteri affidabili denotanti una cultura della qualità, ha garantito longevità espressiva e materica. Eccezion fatta – a ragion veduta – per l’architettura gotica, desiderosa di un simbolismo verticale, audace non razionalmente, in assenza difatti di metodi di calcolo analitici, il che ha fatto sì che giungesse a noi solo una minima parte superstite della tanta produzione architettonica.

Il nostro Paese è ricco di testimonianze storico-architettoniche, stratificate nel tempo, a dispetto delle avversità naturali e delle guerre. Anche le opere più recenti, quelle associate alla scoperta del cemento armato, benché il nuovo materiale non offrisse una sicura prospettiva (50/100 anni in dipendenza della corretta manutenzione), hanno superato la prova del tempo: Terragni, Libera, Mazzoni, Michelucci, Moretti, Ridolfi, Nervi, Scarpa.

Palazzetto dello Sport di Roma (interno della cupola), un’eccezionale integrazione fra arte e scienza del costruire. Pier Luigi Nervi è uno dei maggiori artefici del Novecento, ancora oggi al centro di attenzioni la qualità delle sue progettazioni. Foto di Daniela Maruotti per ©Amate l’Architettura

È chiaro, anche, che l’Italia, un paese ad alto rischio sismico (la cui pericolosità certamente inferiore a zone come California e Giappone, deve la sua vulnerabilità alla fragilità costruttiva del tessuto minore mentre il rischio è più grande per la frequenza dei terremoti e per l’intensità che alcuni di essi hanno raggiunto), per concentrarsi sulla salvaguardia delle architetture significanti dovrebbe avviare una politica di rottamazione degli edifici senza qualità e non antisismici, specie quelli realizzati tra il 1945 e il ‘75, in piena deregulation del dopoguerra e cosiddetto boom economico.

Difficile prevedere quanto durerà la nuova architettura, sicuramente sarà meno longeva dal punto di vista fisico. Il ciclo di vita funzionale di una costruzione si è ridotto sensibilmente rispetto alle opere del passato in nome di una conveniente flessibilità sottomessa alle leggi del mercato, come l’aspettativa di vita complessiva della costruzione è minacciata da sempre più insostenibili costi di gestione.

E dal punto di vista espressivo formale quanto resterà dell’architettura contemporanea?

Il nuovo Louvre di Abu Dhabi è un museo da un miliardo di euro nel deserto. Il monumento contemporaneo è opera di Jean Nouvel, concepita come un enorme ombrello (una cupola di 180 metri di diametro e 7.500 tonnellate di peso) sulle gallerie che ospitano Mondrian e Van Gogh. Foto di Marta Cappon per ©Amate l’Architettura

Due fenomeni (in affermazione) sono centrali. Il primo è la mancanza di una teorizzazione unica all’interno dell’architettura contemporanea: ne consegue la crescita delle sue articolazioni in una molteplicità di orientamenti ed espressioni, e la successiva perdita della coerenza poetica che era invece alla base della modernità. Il secondo, e con più decisione, è l’accelerazione repentina che hanno subito i processi generativi del progetto architettonico, nel passaggio alla contemporaneità: più rapidi perciò istintivi, spesso superficialmente soggiacenti a modelli linguistici degli architetti più affermati oppure all’inseguimento della novità, anche nella consapevolezza di un obiettivo modaiolo e pertanto poco duraturo.

Il trauma causato dall’avere abbandonato la strada della teoria ha indotto ad una certa anarchia stilistica – per la verità non sempre negativa – sconfessando il bisogno che ha caratterizzato il Novecento (ma anche tutti gli altri periodi precedenti) di appoggiarsi a quei canoni architettonici, anche rigidi, che assicuravano l’identificabilità. Non credo che l’unicità della concettualizzazione sia il rimedio al normale degrado che il tempo impone all’arte. Penso, diversamente, che una volontà teorica e teoretica (e cioè di teoria dell’architettura o di teoria della teoria) forte stia alla base di un’architettura di successo e di significato durevole. L’isolamento degli architetti dal punto di vista socio-economico e la comunicabilità superficiale dei media e del web sono gli ostacoli principali (sono elementi riscontrabili allo stesso modo nelle altre professioni artistiche, in primis nello scrittore).

D’altra parte è progressivamente radicale l’assenza di dibattito disciplinare, che ha sciolto i precedenti vincoli dialettici dai rigorosi rapporti di consequenzialità (teoria forma funzione), portando l’architettura contemporanea a fare proprie le logiche del mercato e del consumo, a metabolizzare le tecnologie digitali modificando in profondità le sue tematiche e le sue modalità produttive, identificando inoltre come essenziali i suoi aspetti comunicativi, diventando così uno dei tanti (anche potente) mass media che produce tendenza. In tal senso ha anche messo abilmente al proprio centro la questione cruciale della sostenibilità, a volte esasperandola, per poi ridurla e fatto elitario, sicuramente di forma ma non sempre di sostanza (Boschi Verticali docet).

Insomma, la criticità più evidente dell’architettura contemporanea abita la dimensione del tempo: nel rapporto con la generazione del progetto; in relazione al ciclo vitale dell’oggetto; nel sottrarsi al decadimento del significato.

L’architettura contemporanea rischia molto nel promuovere un’idea di tempo troppo vicina a quella della moda, lontana dalla concezione classica lineare e prospettica al cui interno era possibile prevedere punti di partenza e di arrivo, entrambi prevedibili e misurabili.

Verosimilmente la nuova architettura – se non è ancora chiaramente emerso – dovrà sviluppare percorsi laterali e propagazioni narrative, in cui si distinguono più architetture.

Da una parte quella “apolide”, senza cittadinanza, illimitata: dei grandi budget, delle grandi città, delle grandi firme, opere monumentali e icone universali slegate dal contesto. Dall’altra parte quella legata ai luoghi, costretta dai limiti: affermazione alternativa alla prima, propria di architetti interrogatisi sull’ideologia, attenta ai budget e alle storie minori, fatta di resistenze più o meno motivate seguendo le fondamentali lezioni classiche di sostenibilità.

Così, la globalizzazione è compiuta a metà. Soltanto i Paesi più avanzati e favoriti, riusciranno a vivere il futuro nel futuro, nel senso che possono beneficiare dell’esaltazione mentale prodotta dal vivere in una continua proiezione crescente. Altri Paesi, tra cui l’Italia, come anche la Grecia, sono immersi nel futuro del presente, penando lo squilibrio tra un’attualità percorsa dalla promessa di un imminente cambiamento e un suo mancato compimento. Esistono infine i Paesi del Terzo Mondo, che vivono il futuro nel passato, un passato che non è mito ma frustrazione.

Foto: Archivio di Amate l’Architettura e sito internet dei Musei Vaticani
Editing: Daniela Maruotti

I Piani Colore, non solo una questione estetica!

20 marzo 2018

Molto spesso, girando tra le vie dei piccoli centri storici, capita di imbattermi in delle ABNORMI BRUTTURE: colori sgargianti delle facciate, giustapposizione di elementi di varia natura, materiali incoerenti tra di loro.

Ma no, non sto parlando di un mero discorso “di gusto”. Preservare i luoghi più antichi delle nostre città o dei paesi è un discorso più ampio e legato alla memoria storica. E’ un dovere che abbiamo verso i nostri avi, ma anche verso noi stessi e chi ci seguirà.

Per questo sempre più Comuni stanno adottando i cosiddetti “PIANI DEL COLORE”, dei veri e propri STRUMENTI URBANISTICI che possono essere adottati dalle singole amministrazioni locali al fine di tutelare, salvaguardare o migliorare i caratteri predominanti di una città dal punto di vista dei colori e degli elementi che compongono l’involucro esterno di un edificio.

Oltre ad essere una questione legata all’etica ed al vivere sostenibile, questa questione è quindi un obbligo normativo. Chi deve effettuare in un fabbricato dei lavori che riguardano anche gli esterni è tenuto a seguirne le disposizioni e non sempre è cosa facile.

 

Per questo ho fatto UN GIRO VIRTUALE NELLA REALTÀ ITALIANA per cercare di fare un punto della situazione che spero possa essere utile a chi, tecnico o non, volente o nolente, si debba destreggiare tra queste tematiche. Di seguito ho esplicitato i risultati.

 

  • DESCRIZIONE DEL PIANO COLORE

CATEGORIA: Regolamento Edilizio

EMISSIONE: Delibera di Consiglio comunale

STORIA: i primi piani vennero adottati in Italia negli anni ‘80

OBBIETTIVO: salvaguardia dei piani verticali (e non solo) del centro storico attraverso la regolazione e il controllo dell’attività di manutenzione non ordinaria che assicurino uniformità, continuità visiva e coerenza dell’immagine della città.

OGGETTO:

  • coperture (manti di copertura, canne fumarie, lucernari, abbaini, antenne, canali di gronda e pluviali, pannelli solari/fotovoltaici),
  • superfici di facciata (intonaci, rivestimenti, tinte, decorazioni plastiche, muri di recinzione),
  • elementi di finitura (porte, porte-finestre, vetrine, grate, ringhiere e cancelli),
  • impianti tecnologici (cavi elettrici, fili telefonici, tubi di gas e acqua, campanelli, citofoni, videocitofoni),
  • oggettistica legata a funzione di tipo commerciale (insegne, targhe, tende frangisole, illuminazione, contenitori espositivi e distributivi),
  • segnaletica ed affissione, targhe toponomastiche, numeri civici, stendardi e striscioni.

PERIMETRAZIONE: centro storico o intero territorio comunale.

DOCUMENTI: relazione-guida al restauro con gli interventi da realizzare caso per caso, norme tecniche con l’elenco dei passaggi da seguire per mettere in atto il piano del colore, dei vincoli, delle prescrizioni e delle sanzioni, abachi per rappresentare i vari manufatti e i materiali, tavolozza dei colori.

INFORMAZIONI: Sportello Unico dell’Edilizia

  • DESCRIZIONE DELLE FASI DA SEGUIRE
  • INFORMARSI:
  • verificare il contenuto del P.R.G., dei piani particolareggiati, delle norme tecniche,
  • verificare l’eventuale presenza nel Comune di un Piano del Colore (in caso affermativo si potrà procedere con le fasi seguenti).
  • PRESENTARE IL PROGETTO:
  1. rilievo schematico della facciata 1:100/1:50,
  2. rilievo tecnico-morfologico della facciata 1:100/1:50,
  3. rilievo degli impianti e degli arredi della facciata 1:100/1:50,
  4. rilievo cromatico della facciata 1:100/1:50,
  5. rilievo fotografico stato di fatto,
  6. eventuali indagini chimico-fisiche di intonaci, pietre, laterizi,
  7. modulistica,
  8. relazione stato di fatto/di progetto illustrativa di forme, dimensioni, materiali, colori.

 

Resta inteso che i suddetti documenti vadano presentati prima dell’inizio lavori e che le tempistiche variano da Comune a Comune. I lavori potranno avere inizio solo dopo l’ottenimento del Nulla Osta da parte degli organi dell’ufficio preposto.

  • EFFETTUARE I LAVORI:

aspettarsi sopralluoghi dall’ufficio del Comune competente

  • COMUNICARE LA FINE LAVORI E PRESENTARE LA DOCUMENTAZIONE FOTOGRAFICA:

nel caso di difformità dalla pratica edilizia presentata si procede secondo la legge che regola la vigilanza sull’attività urbanistico-edilizia.

Le eventuali sanzioni riguardano il pagamento di una somma di denaro e relative il ripristino dell’assetto ante operam.

Ta le principali città italiane ad aver adottato un Piano del Colore risultano grandi centri come Torino, Siena, Pavia, Parma, Roma e Lecce ma anche piccole ma rilevanti realtà come Agropoli, Alghero, Pantelleria, Deruta e Prato.

Ovviamente è sottinteso che durante tutto l’iter bisogna farsi seguire da un architetto, che possa seguire passo passo l’esecutore dei lavori dalla raccolta delle informazioni preliminari, alla redazione del progetto, allo svolgimento e conclusione dei lavori.

 

Foto e disegni: Vita Cofano

Editing: Daniela Maruotti

 

 

Conoscere e Amare l’Architettura Contemporanea – L’Oculus di Santiago Calatrava 

24 febbraio 2018

image © hufton + crow

Si può amare un’architettura anche quando è controversa la sua storia?
In foto: World Trade Center Transportation Hub, conosciuto come Oculus (2004-2016) – Santiago Calatrava.
La struttura avrebbe dovuto aprire nel 2015. I lavori sono durati quasi 12 anni e sono costati – ironia del nome – un occhio della testa, 3,9 miliardi di dollari, il doppio rispetto alle stime iniziali.
Costruito dove si trovava il centro commerciale distrutto dagli attentati dell’11 settembre, sostituisce il sistema ferroviario originale, noto come “Port Authority Trans-Hudson” (PATH). Questi ha riaperto, seppure in maniera ancora parziale, il 4 marzo 2016, ponendosi quale piattaforma logistica dei trasporti rispetto al complesso cittadino del “World Trade Center”.
Il progetto è composto da una struttura con due grandi ali di acciaio alta circa 50 metri da terra e con una parte interrata. All’opera sono tributati gli onori previsti dalla sua missione simbolica, “una dimensione spirituale come una cattedrale”, officiante della riqualificazione dello spazio pubblico dilaniato dal terribile ricordo dei fatti di inizio millennio. Causa dei ritardi – riportano alcune note – infiltrazioni d’acqua nel cantiere vicino e una serie di problemi dovuti alla complessità del progetto: si è reso necessario incrementare il numero delle costolature metalliche, a scapito della leggerezza, guadagnando una maggiore presenza strutturale.

La foto è tratta da un progetto fotografico ottobre 2016 del premiato studio Hufton+Crow che si dedica all’architettura contemporanea

http://www.huftonandcrow.com/projects/gallery/oculus-world-trade-centre-transportation-hub/

 

Editing: Daniela Maruotti

Solai ammalorati, mal comune nessun gaudio!

8 febbraio 2018

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Sempre più spesso nel recente passato ho sentito conoscenti parlare di episodi in cui sono stati coinvolti nel distacco improvviso di una porzione di intonaco mentre, per loro fortuna, non si trovavano nei paraggi. Ascoltavo le descrizioni ma tutto finiva lì, fino a quando qualche mese fa questo argomento non mi ha riguardata direttamente visto che, mentre ero al computer nel soggiorno, si è sollevata una nube di polvere. Solo dopo qualche istante ho realizzato che, proprio affianco a me, era crollato ca. 1 mq di intonaco dello spessore di ca. 3 cm. L’unico danno è stato alla stampante, ma per un caso fortuito.

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Così ho studiato il fenomeno e ho provato a riassumere di seguito le informazioni raccolte in questi mesi sia dalla manualistica, che dal confronto con operai e colleghi ingegneri.

Spero possa essere una sorta di campanello di allarme rispetto ad una questione forse poco dibattuta ma di una spaventosa attualità!

 

Descrizione del fenomeno

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Casi di crollo in Italia: 200/anno circa;

edifici con principio di fenomeno: 8/10 (casi dichiarati);

destinazioni d’uso interessate: abitazioni, ospedali e scuole;

nome del fenomeno: “sfondellamento” (per solai in latero-cemento);

manifestazioni del fenomeno: distacco e crollo dell’intonaco e, successivamente, distacco e caduta della parte inferiore delle pignatte;

carichi interessati: ca. 35kg/mq con intonaco di 1 cm e  ca. 75kg/mq con intonaco di 3cm e oltre;

effetti del fenomeno: danni di varia entità a persone e cose (arredi, impianti, apparecchi tecnologici come TV, schermi, computer);

cause del fenomeno:

  • Scarsa qualità dei materiali e della costruzione dei manufatti.
  • Periodo storico anni 1940-1970 (anni del boom economico).
  • Sovrappeso dovuto ad impianti appesi e alcune destinazioni d’uso con conseguente determinazione di tensioni, compressioni o dilatazioni che sollecitano i solai e comportano crepe, incrinature e fessurazioni.
  • Infiltrazioni, ossia l’acqua bagna prima la soletta, poi scende fino a determinare la dilatazione e di conseguenza la compressione tra laterizio e travetti in c.a.. L’acqua inoltre incide sui ferri d’armatura dei travetti accelerando l’insorgere della “ruggine” che, a sua volta, influisce sulla base delle pignatte e talvolta sulla rigidezza stessa dell’impalcato.
  • Sali nell’aria, quando c’è la vicinanza al mare.
  • Errato disegno delle pignatte. Si verifica quando c’è lo sfalsamento in orizzontale dei setti interni delle pignatte con conseguente rottura dei setti verticali dovuta alla concentrazione di sforzi nei nodi che non sono in grado di trasmettere da un lato all’altro, lungo i setti orizzontali, gli sforzi di compressione.
  • Difetti di progettazione strutturale. Luci di solaio particolarmente diverse tra loro creano porzioni di solaio interamente compressi. Luci delle travi simili alle luci dei solai determinano “effetti piastra”. Dilatazioni termiche, dilatazioni igrometriche impedite, ritiro differenziale dei componenti del solaio.
  • Cattivo riempimento dei travetti. Le barre d’acciaio sono poggiate sul fondo del travetto a contatto del laterizio e non vengono smosse/sollevate durante il getto, per cui non si forma copriferro. La granulometria del calcestruzzo è eccessivamente elevata (diametro degli inerti maggiore di 40 mm) rispetto alle dimensioni del travetto. La mancata vibratura del getto.

schema carichiPICCOLA

Prevenzione e indagine propedeutica all’intervento

  • Battitura manuale da effettuarsi con il manico di un martello da muratore (la mazzetta) o con altri attrezzi idonei che, però, rimane una valutazione soggettiva anche se eseguita dal migliore dei tecnici e che non riesce a fornire tutte le informazioni necessarie.
  • Termocamera ad infrarosso con cui si riescono ad individuare lo scheletro strutturale, l’orditura dei solai e la presenza o meno dei travetti rompitratta; la sensibilità di misurazione permette di rilevare la presenza di infiltrazioni, umidità e stati ammalorati e si riescono ad individuare i punti in cui procedere alla successiva analisi costruttiva, é quindi perciò un metodo strumentale d’indagine non distruttivo e più oggettivo;
  • Piccole demolizioni localizzate nel solaio servono a definire la tipologia dei solai e constatare le geometrie dei manufatti: curvature sui setti, impurità nell’impasto o colorazioni particolari, consistenza dell’intonaco ed il relativo spessore;
  • Carotaggi e prove di estrazione (pull out), ossia un’indagine non distruttiva attraverso l’inserimento e la successiva estrazione di tasselli metallici ad espansione.

Soluzioni costruttive

  • Intervento sostitutivo (=demolizione e ricostruzione)

La demolizione e la successiva nuova costruzione è la soluzione più sicura se, a fronte delle opportune indagini preliminari, risulta che il solaio è irrecuperabile.

 

  • Intervento riparativo (=consolidamento)

Fasi

  1. Determinazione della classe di rischio. Si determina calcolando il carico di sfondellamento a metro quadro che si può potenzialmente distaccare. La messa in sicurezza deve garantire il contenimento di un peso almeno 2,5 volte superiore a questo peso.
  2. Impermeabilizzazione dell’estradosso del solaio di copertura.
  3. Rimozione fondelli in laterizio e cemento in cui erano annegati i ferri.
  4. Verifica presenza di ferri spezzati e di parti dove la sezione resistente è diminuita, come nelle  vicinanze degli appoggi.
  5. Spazzolatura/idrosabbiatura dei ferri e applicazione di sostanze, i passivanti o la malta idraulica, che aumentano la resistenza alla corrosione.
  6. Affiancamento o sostituzione dei ferri deteriorati con pezzi nuovi adeguatamente saldati.
  7. Applicazione malta strutturale o di ripristino alla base dei travetti. Utilizzo di tessuti in fibra di carbonio applicati all’intradosso del solaio come rinforzo flessionale.
  8. Riempimento degli spazi vuoti lasciati dai forati con del polistirolo.
  9. Ripristino dell’intonaco e nuova finitura del soffitto.

 

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Foto: Vita Cofano
Editing: Daniela Maruotti