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un ricordo di Manfredi Nicoletti

30 ottobre 2017

Santo Marra, membro di Amate l’Architettura, che ha conosciuto personalmente il prof. Manfredi Nicoletti, esprime, a nome di tutto il nostro Movimento, il cordoglio per la sua scomparsa attraverso un ricordo della sua figura di architetto, professore e uomo perbene.

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Ieri ci ha lasciati a 87 anni il Prof. Manfredi Nicoletti. La notizia mi ha rattristato molto ma allo stesso tempo mi sono tornati in mente momenti felici, quando, a fine anni ’90, ho avuto la fortuna e il piacere di frequentare per qualche tempo il suo studio.
Lo ricordo come una persona elegante, dall’energia esplosiva. Ricordo lo studio pieno di giovani architetti, tanti progetti contemporaneamente, ma soprattutto tanti concorsi. Era il periodo in cui lo vedevo discutere con forza per cercare di difendere le sorti del progetto per il Nuovo Museo dell’Acropoli di Atene di cui era risultato vincitore qualche anno prima, insieme a Lucio Passarelli (scomparso lo scorso anno), a seguito di Concorso internazionale fra oltre 400 partecipanti, poi purtroppo bloccato e annullato. Era soprattutto il periodo in cui aveva appena consegnato il Concorso internazionale per L’ampliamento del Museo del Prado di Madrid e stava per iniziare il Concorso ad inviti per La sistemazione architettonica di Piazzale della Farnesina al Foro Italico a Roma. Parliamo degli anni 1996-98. Quindi, contemporaneamente si partecipava al concorso per il Nuovo Palazzo di Giustizia di Reggio Calabria, che mi ha visto impegnato direttamente, concorso vinto, cantiere avviato, infinito, ancora in corso.
Al Suo Studio di progetti se ne sono disegnati a decine, la presentazione dei concorsi si curava nei minimi dettagli. È stato un pioniere della progettazione bioclimatica, integrando buone pratiche dell’edilizia sostenibile con criteri innovativi di funzionalità e risultato estetico. E’ stato ancora attivo per molto tempo dopo, realizzando importanti opere in Italia e all’estero. È stato un maestro, un anticipatore, un visionario.
Questo mio piccolo personale saluto è in segno di affetto e riconoscenza. Mi unisco al cordoglio ed esprimo vicinanza ai familiari.
R.i.P. Prof.
Santo Marra

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(In foto, L’ARCA 125 del 1998, che custodisco gelosamente.)

Catanzaro – la burocrazia e le nozze con i fichi secchi

13 ottobre 2017

Per gli amici la norma si interpreta per i nemici si applica. (anonimo)

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Quanto scalpore per una sentenza!

Il consiglio di Stato ha decretato che si, è possibile appaltare un incarico pubblico a titolo gratuito. Ancora meglio, il vantaggio immateriale, quello derivante dall’arricchimento del curriculum, può essere a tutti gli effetti considerato un compenso.

Una affermazione aberrante e inaccettabile, va detto chiaramente. Lo stato, le istituzioni che dovrebbero tutelare l’esercizio professionale, una tutela garantita costituzionalmente, hanno elevato al rango di prestazione il “disegnetto della signora mia” e hanno stabilito che il lavoro può tranquillamente non essere pagato; né più né meno del privato cittadino quando chiama l’architetto: “che cé vo’? basta ‘n idea”. E si noti che non stiamo parlando di una prestazione come potrebbe essere uno stage formativo; stiamo parlando di un prodotto per il quale si richiede una elevata competenza ed esperienza.

Si chiede a un professionista esperto di lavorare ad un progetto estremamente impegnativo, sostenendo che il suo compenso possa essere l’esperienza. Piove sempre sul bagnato, a quanto pare.

Così, con il curriculum arricchito di questa esperienza potrà ottenere altri incarichi….. gratuiti ma portatori di esperienze.

Come si dice? L’esperienza è la somma delle fregature. Ah, ora è chiaro.

In fondo cosa ci si può aspettare da un sistema culturale  dove l’architetto viene coinvolto per farsi “fare un disegnino”, o “giusto per avere un’idea”; dove “per risparmiare” si rinuncia a pagare il professionista e si chiama direttamente l’impresa chiedendogli anche il progetto (che è un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono….).

Cosa ci si può aspettare se lo stesso presidente di un Ordine Professionale invita i professionisti a inviare disegnetti?  cosa ci si può aspettare se nel centro di Roma la sistemazione di uno di luoghi più importanti e nevralgici del centro storico (piazza San Silvestro) viene affidata a titolo gratuito?  Cosa ci si può aspettare se poi avviene lo stesso con 7 noti progettisti che si prestano senza battere ciglio alla gratuità della prestazione per Via Giulia (intervento che poi guarda caso è rimasto lettera morta….)? e se lo stesso metodo viene seguito dal progettista più famoso di tutti? se persino Renzo Piano viene preso in considerazione per incarichi gratuiti? Tutto senza che nessuno sollevi alcuna obiezione…..

In fondo lo ha detto chiaro e tondo il Consiglio di Stato.

L'”aspirante contraente” può, secondo la sentenza, trovare convenienza “non già da un’utilità economica, ma solo da un’utilità finanziaria: perché l’utilità economica si sposta su leciti elementi immateriali inerenti il fatto stesso del divenire ed apparire esecutore”.

C’è da dire che questa sentenza ha un aspetto positivo. La sentenza non è ripetibile; non si tratta di un parere che potrà essere applicato anche ai prossimi bandi.

Fortunatamente il caso di Catanzaro costituisce un Unicum.

Lo stesso Capocchin, nel micidiale botta e risposta con il dirigente del Comune di Catanzaro (arch Lonetti) ha chiarito che si tratta di una sentenza non generalizzabile. La sentenza si riferisce all’applicazione di una norma antecedente a quanto previsto dall’attuale Codice degli Appalti.

Dal sito Lavori Pubblici:

la sentenza fa riferimento ad un caso pre-correttivo al Codice dei contratti. Il D.Lgs. n. 56/2017 (c.d. Decreto correttivo) modificando l’art. 24, comma 8 del D.Lgs. n. 50/2016 (c.d. Codice dei contratti) obbliga, di fatto, le stazioni appaltanti all’utilizzo dei corrispettivi previsti dal D.M. 17/06/2016 come base di riferimento ai fini dell’individuazione dell’importo a porre a base di gara dell’affidamento.”

Insomma si tratta dell’applicazione di una norma ormai superata.

Una situazione paradossale, se si pensa che in queste ore si stanno mobilitando tutte le istituzioni rappresentative degli Architetti (dall’Ordine di Catanzaro al CNA fino ai sindacati e Inarcassa). Una mobilitazione che mai si era vista prima; un coro unanime di protesta.

“mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta” (cit. famoso cantautore genovese)

Una protesta che può sembrare eccessiva, quindi?

Il fatto è che questa storia non ha evidenziato un problema normativo, ma un problema culturale.

Ha messo nero su bianco la metodologia diffusa con cui sono amministrate le nostre città: un metodo che privilegia la visione burocratica e meramente contabile e lascia sistematicamnete in secondo piano la visione complessiva del sistema urbano.

Su questo sono illuminanti le parole dell’arch Lonetti.

“Sin dall’inizio non ho avuto alcun dubbio sulla legittimità del procedimento portato avanti nel ruolo di dirigente del Settore Urbanistica del Comune di Catanzaro insieme al collega architetto Fregola. Nel nostro ruolo di funzionari della Pubblica Amministrazione, abbiamo approfondito la normativa vigente soprattutto con riferimento al principio di concorrenza e libertà di mercato, principio cardine dell’Unione Europea. Il procedimento è stato gestito con la massima trasparenza e correttezza amministrativa nell’assoluto perseguimento dell’interesse pubblico, infatti, per garantire ulteriormente l’amministrazione comunale, abbiamo ritenuto, prima di indire il bando,  di chiedere specifico parere alla Corte dei Conti incidendo tale procedimento sul contenimento della spesa pubblica […]”

La posizione è chiara. Traspare l’orgoglio del burocrate, il funzionario pubblico che conosce alla perfezione le procedure e sa come muoversi all’interno del sistema burocratico. Sa che la legge è complessa per definizione, sa che in bando di gara non c’è nemico peggiore di un banale ricorso al TAR; sa anche bene che questo bando è portatore di possibili contestazioni, quindi si tutela, chiede il parere preliminare, si preoccupa di scrivere un bando che sia inattaccabile sotto ogni punto di vista legale, ecc.

Infatti alla fine il Consiglio di Stato gli da ragione. Non avevamo dubbi. E’ il problema che denunciamo tutti da sempre. La professione, ovunque si eserciti (da professionista o da funzionario pubblico) è diventata una sterile sequenza di adempimenti normativi e burocratici.

Privilegiamo la forma (burocratica) rinunciando a dare una forma (urbana) alla città.

Ma la qualità urbana non si misura con la carta bollata. Purtroppo, come si vede, siamo nel mezzo di un conflitto tra chi vorrebbe che le città fossero amministrate secondo un pensiero organico e chi, sostanzialmente, se ne frega: basta che le carte siano a posto.

Stanno vincendo loro.

Più avanti il pensiero dell’arch Lonetti diventa ancora più esplicito, laddove secondo la sua opinione questa gara:

“garantirà un risparmio di almeno seicentomila euro al Comune di Catanzaro; risparmio da cui trarrà beneficio la comunità catanzarese in quanto le ridotte risorse economiche disponibili, considerata la nota carenza finanziaria di tutti i comuni, saranno utilizzate per interventi urgenti di messa in sicurezza delle scuole, delle strade o di un miglioramento del decoro urbano.”

Ed ecco a voi sintetizzato il pensiero burocratico/contabile che guida la gestione del territorio di un comune come Catanzaro. Nessuna visione complessiva, nessuna prospettiva, nessuna capacità di andare oltre il semplice calcoletto contabile.

Il Comune di Catanzaro avrà rispramiato seicentomila euro per fare un nuovo asilo nido o una strada, ma quanti ne spenderà l’amministrazione se la posizione di quell’asilo, o di quella strada (individuati da un piano regolatore) sarà sbagliata?

Quanto danno economico subirà la comunità catanzarese se le scelte di questo piano saranno dettate da motivazioni diverse da quelle del bene collettivo?

Quali garanzie può dare un fornitore che vende sotto costo i propri prodotti con azioni che si configurano come tipiche del Dumping?

Quale vantaggio ha il Comune di Catanzaro a richiedere ai propri professionisti una esposizione economica così sproporzionata (rinunciare, ovvero secondo la logica del Comune, investire seicentomila euro nella speranza di ottenere in futuro altri incarichi più remunerativi)? Quale tipo di professionista può permettersi di rinunciare a un simile compenso? quale tipo di professionista ha la convenienza a svolgere un lavoro così complesso rinunciando ad un compenso?

Il Comune di Catanzaro, come ritiene di poter garantire la partecipazione al bando dei migliori professionisti, ovvero quelli che hanno già molta esperienza e competenza, se il compenso previsto è basato principalmente sulla possibilità di fare esperienza?

Quali garanzie ha il Comune di Catanzaro per preservarsi dal fatto che il professionista che offre le sue prestazioni a titolo gratuito non sia maggiormente esposto alle pressioni economico finanziarie che inevitabilmente caratterizzano questo genere di incarichi?

Sono tutte domande che non hanno una risposta semplice; nè si può sostenere in maniera aprioristica che i colleghi che si sono aggiudicati la gara (guarda caso unici partecipanti, alla faccia della concorrenza) non svolgeranno in maniera ineccepibile il loro incarico. E’ tuttavia chiaro che le modalità con cui è stato impostato questo bando mettono in evidenza l’ingenuità culturale, la stolta furbizia, di chi pensa di poter ottenere un risultato o un prodotto di qualità senza attribuirgli il giusto valore.

Insomma sembra proprio che l’Amministrazione comunale di Catanzaro si sia convinta di poter fare “le nozze con i fichi secchi…..”

Fuori di Lista – La replica di Massimo Cardone

30 settembre 2017

[nota degli amministratori, abbiamo ricevuto da Massimo Cardone questa risposta al nostro articolo Fuori di Lista, una risposta che pubblichiamo molto volentieri]

Amate, grazie per la manifestazione di stima che sapete essere reciproca.

Stima che viene confermata per l’attenzione che state ponendo sul tema del rinnovo del Consiglio dell’Ordine; come mi è già capitato di dire, dobbiamo assolutamente approfittare di questa occasione per discutere del futuro della nostra professione, anche per capire se questo luogo statutariamente obsoleto che è l’Ordine Professionale può essere uno strumento di supporto al nostro percorso professionale.

Il nostro gruppo di ORDINE LIBERO è convinto che si sia perso il senso di questa Istituzione, che con il tempo si sia piuttosto lavorato al contorno, più per soddisfare ambizioni personali che per rispondere alla mission originale; così come si è disattesa completamente la Convenzione con il Comune di Roma che prevedeva che la Casa dell’Architettura fosse un luogo di promozione dell’Architettura aperto alla città e ai suoi abitanti, un luogo di discussione pubblica, molto lontano dal luogo autoreferenziale che è stato in questi anni; un risultato deludente, che va a discapito della nostra professione (senza promuovere l’Architettura non ci sarà lavoro per gli Architetti), se paragonato a quello della Casa del Jazz o del Cinema.

Noi pensiamo che bisognerebbe concentrarsi su questo così come sulla Formazione Obbligatoria che è un tema di opportunità e invece è stato trattato dall’Ordine uscente come una vessazione alla quale ottemperare senza troppo sforzo con corsi inutili: pensiamo ancora che la nostra professione si possa risollevare senza una reale crescita professionale diffusa? come pensiamo di competere con le altre categorie presenti sul mercato che rispondono meglio e con più competenza alla domanda professionale? la nostra superiorità professionale bisognerà conquistarcela sul campo e temo non ci sarà garantita per titolo. Vorremmo costruire un Ordine che garantisca corsi di altissima qualità e gratuiti; i soldi ci sono, basta tagliare sulle società partecipate come Prospettive Edizioni che pubblica una rivista utile più a chi ci scrive che a chi la legge. E ce sarebbe anche per abbassare la quota di iscrizione.
Per fare tutto questo, per credere in questa rivoluzione, bisogna però essere maggioranza; anche per questo nascono le liste; l’alternativa è essere opposizione in Consiglio ma siamo abbastanza grandi da voler ottenere il cambiamento.
E per fare questo bisogna anche essere credibili, quindi bene votare/valorizzare il singolo candidato, ma attenzione a valutare bene con chi si accompagna; di poltronisti incalliti con disprezzo delle regole, di veterani dell’Ordine mascherati da novità, di rivoluzionari dell’ultima ora – “eroi del tinello” li ha definiti la nostra candidata presidente Eleonora Carrano – ce ne sono molti. Facciamo bene le nostre valutazioni e votiamo anche i programmi.
Detto questo, che vinca il migliore sperando che sia il migliore per tutti e non per pochi.

Buon voto a tutti! Viva l’Architettura!

Massimo

qui trovate la replica di Cecilia Anselmi e di Christian Rocchi

Ordini professionali come Servizio civile

30 settembre 2017

[nota degli amministratori, abbiamo ricevuto da Christian Rocchi questa risposta al nostro articolo Fuori di Lista, una risposta che pubblichiamo molto volentieri]

Cari colleghi,

chiedo in anticipo venia per la quantità di parole che seguono, ma queste pagine sono state sempre occasione di riflessione ed approfondimento interessante e cosi’ ne approfitto.

Tempo fa avevamo scritto, proprio su Amatelarchitettura, su cosa dovesse essere il sistema ordinistico.

(mi scuso per l’autoreferenzialità, ma ho trovato questo di link).

Penso si possa concordare che un ordine non dovrebbe essere espressione distaccata da cosa pensiamo la nostra società debba essere. La società, oggi, dovrebbe definire ogni singolo suo componente e soprattutto chiarirsi le idee sul concetto di cittadino/consumatore.

A mio avviso gli ultimi tragici anni, dal punto di vista economico e lavorativo, hanno delineato un’Italia che a pochi di noi appartiene. I diritti del consumatore hanno prevalso sui diritti di cittadino. Le problematiche già presenti ante crisi si sono acuite e i temi di un liberismo senza regole certe al contorno, una su tutte il diritto ad avere giustizia, hanno privilegiato non la qualità delle persone, non il miglioramento spirituale dei cittadini a cui aspirava la filosofia liberale crociana, ma i gruppi di potere economico.

Il liberismo con Croce è stato definito come uno strumento di attuazione e di raggiungimento di obiettivi “filosofici” liberali: quelli di miglioramento dello stato spirituale della società per intenderci. Croce criticava, però, la cieca fiducia nei mercati ed il liberismo identificato con la teoria del “laissez-faire” dell’economista francese Frédéric Bastiat. Con Monti lo strumento è diventato lo stesso fine con buona pace dell’obiettivo filosofico del miglioramento etico della società, e con una fiducia illimitata sul potere di miglioramento sociale, quasi taumaturgico, del libero mercato.

Tra questi due opposti (ma simili perché procedenti da posizioni idealiste), tra il filosofo puro e l’economista fine a se stesso, si inserisce la visione pragmatica di Einaudi: non spetta all’economista fissare gli obiettivi da raggiungere, spetta al politico/filosofo, all’economista spetta il compito di realizzare la visione posta dal politico con lo strumento che riterrà più opportuno.

Quindi la ricetta pragmatica di Einaudi è: la cosa pubblica detta gli indirizzi per un miglioramento delle condizioni comuni, ma è manifesto dell’eticità delle singole persone. Ovvero: lo Stato, la cosa pubblica, non è padrona delle sorti dei suoi cittadini, non si impone come si imponeva il fascismo, per capirci, ma ne inspira il miglioramento attraverso, si, la libera iniziativa ed autodeterminazione, ma non escludendo a priori l’intervento regolatore dello Stato.

Non credo nelle idee che non mettano gambe e piedi e che non camminino nella realtà. Credo che debbano essere fonte di ispirazione, idee a cui tendere, ma sapendo bene che la perfezione delle idee esiste solo come concetto e che la realtà sia un’altra cosa. Da questa visione pragmatica la necessità dell’intervento regolatore del pubblico e di sistemi di controllo, disinteressati, scollegati da qualsiasi fine economico ed indirizzati al solo al conseguimento del miglioramento della società.

A questo dovrebbe servire un ordine e tale servizio dovrebbe essere operato da persone disinteressate, ovvero interessate unicamente a mantenere esclusivamente sul piano di sicurezza e qualitativo la resa dei servizi dei propri iscritti.

La conduzione degli ordini dovrebbe essere considerato da tutti un servizio civile espletato a favore della società. Va da se che in nessun modo dovrebbe essere considerato opportunità di crescita economica personale diretta ed indiretta, ma, utilizzando lo stesso pragmatismo einaudiano, in una società superficiale com’è quella in cui viviamo, dove troppo spesso è l’abito che fa il monaco, la stella sul petto diventa occasione anche di visibilità e tornaconto indiretto.

Per questo credo che sia giusto il confine dei due mandati espresso, senza alcun dubbio, dalla legge.

Troppo spesso nella storia degli ultimi anni della nostra istituzione pubblica, l’Ordine degli architetti di Roma e provincia a cui appartengo, si è anteposto l’io all’assemblea, l’egoismo di una persona ai fini istituzionali dell’ente pubblico.
Per questo, anche e soprattutto, non ho accettato la richiesta di alcuni del mio gruppo di candidarmi presidente. Alcune volte c’e’ necessità di vivere le idee, in cui si crede, sulla propria pelle.

L’idea a cui si deve tendere non è un ordine fatto da 1, ma è un ordine aperto a tutti e ho i miei forti dubbi che la pensi in questo modo il consiglio uscente, dal quale circa due anni fa, dopo le elezioni al Consiglio Nazionale degli Architetti (ogni volta deleterio per la nostra istituzione) ho preso le distanze.

Le liste formalmente non esistono ed è vero, ma esistono modi diversi per arrivare a comporle: quella di collezionare la lista della spesa per cercare di raccattare più’ voti possibili, e spesso create nel vuoto delle idee, e quelle nate invece da un confronto anche serrato e duro sui temi di nostro interesse. Due cose completamente diverse. Non condividevo e non condivido quindi fare miscellanea di persone, anche eterogenee, perché’ ha significato in precedenza e significherebbe anche ora mischiare persone con percorsi diversi.

Supportando PRO cerco di dare una mano alla costruzione di un ordine di tutti, un ordine fondato grandi su pilastri di legalità e rispetto per l’istituzione pubblica, un ordine chiaramente dove il presidente non sia il padrone e non si senta al di sopra delle leggi, ma sia uno dei 20000 iscritti.

Questa penso nel complesso che possa essere l’idea a cui tendere.

qui trovate la replica di Cecilia Anselmi e di Massimo Cardone

Il voto trasversale non funziona, e perché

30 settembre 2017

Dare senso al voto è il primo passo per fare una scelta politica.
La posizione ufficiale di Amate l’Architettura nel tenere un profilo neutrale e super partes la comprendo e apprezzo molto. Vorrei però replicare al post sul voto “Fuori di Lista” uscito su A l’A il 28 Settembre scorso.
Il voto è qualcosa che ognuno inevitabilmente dovrà fare singolarmente secondo coscienza. Per questo è “segreto” e nessuno chiede di dichiararlo in pubblico. A meno che qualcuno non si senta liberamente per sua scelta di fare l’endorsement ai propri beniamini.
In questo periodo però, ciò su cui sto cercando di far riflettere le persone che incontro e con cui parlo di questi argomenti è: pensate molto bene non solo a ”chi” mandate dentro al consiglio, ma anche alla ”composizione” del gruppo.
Si possono votare 15 persone. Questo vuol dire che ogni votante può scegliere la propria ideale formazione del consiglio. Ora, capisco che il sentimento comune più diffuso e anche il più legittimo sia che ognuno voglia sentirsi libero di dare il voto alle persone di cui ci si fida e che reputa le più competenti e (anche) oneste. E che queste persone vi siano in ogni lista.

Ma noi candidati non siamo monadi. Se ci siamo messi in gioco è perché siamo inseriti, come singoli individui dotati di proprie specificità, in una ”rete relazionale” che, nel caso specifico del gruppo di cui faccio parte (forse meno per gli altri), è sostanza stessa della nostra scelta di candidarci!

Sto apprezzando molto e mi riempie d’orgoglio, sapere che tanti colleghi vorranno darmi la fiducia ma io da sola posso fare ben poco. Non ha senso per me (come per molte delle persone che hanno scelto di candidarsi), entrare in un consiglio con gente con cui non posso mettermi al tavolo per tentare di attuare il programma che ho definito assieme ai miei compagni di lista e che per me è l’unica road map degna di dare senso a quel consiglio e all’OAR negli anni a venire.

Sono interessata a fare un lavoro serio. Non sono interessata ad avere a che fare con burocrati d’apparato o a scaldare una poltrona all’interno di un’arida istituzione che funga solo da organismo di controllo.
Vorrei ricordare a tutti che io appartengo al popolo (assai numeroso) degli scettici. Di coloro che hanno mille perplessità e perduto ogni speranza in relazione alla possibilità di un cambiamento di questa istituzione e di altre. Se ho deciso di imbarcarmi in questa avventura e scommettere in questa sfida, è anche grazie alle persone con cui sto facendo squadra e con cui ho grandissimo affiatamento. Credo che questo sia aspetto da non sottovalutare, un plus, soprattutto una garanzia, per un elettorato altrettanto scettico, confuso e poco consapevole!

Votare me, deve significare votare il più possibile un gruppo di persone con le quali posso intraprendere un lavoro che sarà duro e difficile. Persone che hanno affinità tra loro, che sono convinte e solidali sul “come farlo”, e non solo sull’esserci. Innanzitutto riconoscendo un presidente, competente, autorevole e presentabile come portavoce di tutto questo. E secondo me Francesco Orofino, tra tutti i candidati, è l’unico credibile in tal senso.
Io vi chiedo, come lo sto chiedendo a tutti, di riflettere bene sulle cose che scrivo.
Sono fondamentali in generale, non solo per il mio gruppo. Mandare al consiglio 3 persone di una lista, 2 di un’altra, 1 di un’altra ancora, cioè contribuire alla composizione di un consiglio troppo misto, eterogeneo e disgregato, significa contribuire alla disgregazione e alla neutralizzazione delle potenzialità reali di effettuare un cambiamento. Quindi significa contribuire indirettamente al mantenimento dello status quo. Allora però non stiamo più a lamentarci. Teniamoci le cose come sono e rimaniamo in silenzio.

NON ILLUDETEVI CHE IL CAMBIAMENTO NON DIPENDA ANCHE DA VOI e dalla scelta che farete con il voto, il primo strumento che avrete in mano per attuarlo.

Un ringraziamento sentito a Al’A, per avermi dato voce, nonostante la divergenza di opinioni sul tema. La dialettica è l’anima della democrazia. Sempre.

qui trovate la replica di Christian Rocchi e di Massimo Cardone

Fuori di Lista

28 settembre 2017

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Carissimi architetti,

prossimi ed entusiasti elettori per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine APPC di Roma,

noi di Amate l’Architettura siamo qui per svelarvi una scioccante verità…….

LE LISTE NON ESISTONO!

Ebbene si, sembra strano da dire ma le liste dei candidati per le elezioni del Consiglio non esistono.
Non esiste alcuna norma che le prevede, non esiste alcun obbligo di presentarle più o meno formalmente, non esiste la necessità di comporre e mettere insieme 15 nominativi per proporli in un unico “santino” da consegnare appena fuori dal seggio elettorale.

Non ci credete?

Eppure è così.
Il DPR 8 luglio 2005, n. 169 all’articolo 3 comma 11 dice testualmente che:
“l’elettore vota in segreto, scrivendo sulle righe della scheda il nome ed il cognome del candidato o dei candidati per i quali intende votare …..”

Leggendo il resto della norma non si trova traccia di liste.
Si dice, quello si, che un Consiglio come quello di Roma, che ha più di 17.000 iscritti, è formato da 14 consiglieri senior e 1 junior e che quindi il numero massimo di preferenze che può esprimere un elettore senior è 14.

Ancora più inesistente è la necessità di presentare un programma, che infatti, da almeno 20 anni si somigliano un po’ tutti (diteci chi è che non propone di promuovere una legge per l’architettura…..) e che sostanzialmente serve a mascherare la necessità di dare una veste ideologica comune a candidati che nella realtà non hanno nulla in comune, se non il fatto di aspirare ad essere eletti.

In un Ordine come quello di Roma, per avere la speranza di essere eletto, un candidato deve raccogliere un numero di preferenze vicino a 2.000. Alle ultime elezioni l’ultimo degli eletti (Tamburini) prese 1.270 voti, il più votato (Sacchi) ne prese 1.458 (l’8,3% degli iscritti).Ai tempi d’oro Schiattarella superava le 3.000 preferenze ma partiva dal vantaggio di essere il presidente uscente; nella primissima elezione del 1999 (quando si candidò insieme a Ridolfi) si aggirava su numeri comparabili con quelli di Sacchi (ci pare 1.700).

Nessun singolo candidato da solo è in grado di raccogliere tanti voti, quindi, se si vuole avere serie speranze di vincere, diventa praticamente obbligatorio apparentarsi tra diversi gruppi di potere in maniera da mettere insieme i potenziali elettori. Questo apparentamento è quindi il risultato di faticose trattative, accordi e compromessi che si fanno tra candidati. Oltre al bagaglio di voti conta spesso la composizione: almeno un professore universitario, un esponente delle PA, un giovane, un anziano, un architetto famoso, uno che sa di cultura, uno che bazzica in periferia e perché no? Anche un precario sottopagato aiuta il pluralismo.

Quindi ci ritroviamo 15 architetti che fino a pochi mesi fa nemmeno si conoscevano e che all’improvviso ci vogliono fare credere di essere graniticamente uniti da un programma.

Ciascuno di noi che ha votato in passato lo può confermare: conosciamo a malapena quattro o cinque (se va bene) dei componenti delle quattordicine che ci vengono proposte; noi di Amate abbiamo provato a fare questo esercizio e, su 113 candidati, non siamo riusciti a mettere insieme più di 10 nomi che, conoscendoli, ci convincessero. Spesso proprio perché li conosciamo eviteremmo volentieri di votarli. Spesso ci stupiamo persino che quel nostro amico si sia apparentato con quell’altro personaggio. C’è poco da stupirsi, è una questione di pragmatismo. Se vuoi avere speranze di essere eletto devi associarti ad una lista; e devi comporla in maniera più eterogenea possibile in maniera da non pescare negli stessi serbatoi di voti.
Una regola tristemente confermata……. Fin’ora.

Adesso finalmente abbiamo la soluzione.

VOTATE FUORI DI LISTA!

Perché votare con la logica delle liste?
Perchè essere costretti a votare con un “santino” in mano da ricopiare diligentemente?

Noi vi invitiamo a rompere questo schema perverso.
Invitiamo a votare solo ed esclusivamente i candidati conosciuti, quelli di cui vi fidate personalmente; e se non avete 14 nomi da scrivere, pazienza, scrivete solo ed esclusivamente quelli che vi convincono direttamente.

Noi di Amate l’Achitettura abbiamo fatto questo esercizio. Abbiamo letto la lista di tutti i candidati e abbiamo selezionato quelli che conosciamo e che per diverse ragioni riteniamo eleggibili. È la nostra lista, non dipende da accordi sottobanco, non abbiamo chiesto niente in cambio, né abbiamo consultato i diretti interessati prima di stilarla.

Vi invitiamo a fare altrettanto. Votate fuori dalle liste scegliendo nella lista dei candidati.

Ecco la nostra FUORI LISTA, ecco i nostri 10 nomi, voi mettete gli altri.

Margherita Aledda

Cecilia Anselmi

Massimiliano Bertoldi

Marco Burrascano

Massimo Cardone

Carla Corrado

Vito Rocco Panetta

Marco Maria Sambo

Margherita Soldo

Christian Rocchi

…………. ……………

 

PS – nel frattempo che riflettete sui nomi vi ricordiamo di sottoscrivere la nostra petizione per sollecitare una decisione del CNA sul rispetto della legge sulla rielegibilità nei consigli degli Ordini degli architetti.

Rispetto della legge sulla rieleggibilità nei consigli degli Ordini degli architetti!

27 settembre 2017

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Siamo convinti che la candidatura dell’Arch Ridolfi alle prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio dell Ordine di Roma PPC sia stata presentata in aperta violazione della normativa vigente che limita a 3 il numero massimo di mandati consecutivi.

La nostra lettera aperta ai commponenti della lista Noi-Architetti, a parte un commento sul nostro blog, sembra essere caduta nel vuoto.

Abbiamo quindi deciso di lanciare una petizione da inviare al Consiglio Nazionale degli Architetti PPC, per solelcitarlo ad esprimersi sulla questione e dichiarare “prima delle elezioni” se l’arch Ridolfi è eleggibile oppure no e a invalidare la sua candidatura.

La petizione è relativa al caso specifico di Roma che conosciamo bene, ma ci risulta che situazioni analoghe si stiano verificando in diversi ordini provinciali; per cui invitiamo anche gli iscritti di altre parti di Italia a sottoscrivere la petizione in maniera da sollecitare una presa di posizione da parte del CNA che possa dire la parola fine a questo genere di abusi.

Questo il testo della petizione.

“Gli Ordini professionali, come altre amministrazioni con funzioni di pubblica utilità, sono governati da Consigli che vengono rinnovati ogni 4 anni tramite elezioni.
Per un principio di trasparenza e democrazia, regolato dall’art. 2, comma 4, del DPR N. 169/2005 e dell’art. 2, comma 4-septies, del DL N. 225/2010, non si può essere eletti per più di 3 mandati consecutivi.
L’arch. Alessandro Ridolfi, presidente uscente dell’Ordine degli Architetti p.p.c. di Roma è stato eletto Consigliere, con cariche di tesoriere e, successivamente, di vice presidente ed infine di presidente per 5 mandati consecutivi, fin dal 1999.
 Ora, a seguito dell’entrata in vigore del D.P.R. N. 169/2005, nella corrente tornata elettorale, si è candidato per la sesta volta consecutiva alle elezioni, la quarta dall’entrata in vigore del DPR 169/2005, consapevole della sua ineleggibilità.
Con la presente chiediamo al Consiglio Nazionale degli Architetti p.p.c., massima autorità di controllo degli architetti, di invalidare la candidatura dell’arch. Ridolfi con l’autorità del potere di surroga dato dalla mancata indizione delle elezioni nei tempi stabiliti per legge.
La candidatura dell’arch. Ridolfi rappresenta un affronto ai principi di alternanza, alla base delle regole democratiche, sottintesi dalla legge. L’eventuale elezione dello stesso, inoltre rappresenterebbe un grave danno per l’Ordine stesso e per tutti i suoi iscritti a causa dei sicuri ricorsi ai tribunali amministrativi che ne scaturirebbero con la conseguenza di una paralisi amministrativa dell’organo e di un molto probabile annullamento delle elezioni con evidente danno erariale.”

Questo è il link alla petizione.