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Architettura come scuola guida

16 maggio 2017

Dico che quando l’anima mal nata
li vien dinanzi, tutta si confessa;
e quel conoscitor de le peccata
vede qual loco d’inferno è da essa;
cignesi con la coda tante volte
quantunque gradi vuol che giù sia messa.

(inferno canto V)

Il testo che segue è la riproposizione di un dialogo avvenuto tra me e Guido Incerti in rete, con pochissime correzioni mirate a rendere il testo più leggibile. Ne è venuto fuori un discorso un po’ estemporaneo sulla funzione dell’architetto (tra scuola guida e pene dell’inferno). La domanda era sempre la stessa:

A cosa serve l’Architettura?

siamo finiti a parlare della funzione dell’Architetto, che poi è la stessa cosa da un diverso punto di vista. Giriamo sempre intorno alla stessa cosa.

– Ciao Guido, ho letto il tuo post su FB: “Un giorno, qualcuno capirà che molti di quelli che oggi declamiamo come architetti, archistar, in realtà erano ben altro. Non avendo avuto il tempo, reale, per fare il mestiere dell’architetto.” Colgo quindi lo spunto per chiederti se ti va di rispondere a una domanda che sto facendo ai miei contatti in rete che ha a che fare con il mestiere dell’architetto: a cose serve l’Architettura? Immagina di doverlo spiegare ad un committente per convincerlo che vale la pena pagarti per questo. Spiegalo in Max 30 parole più una immagine o una foto.

Fare l’architetto è fare conoscere alle persone una dimensione nuova, usando lo “spazio”. Una dimensione e un valore di cui non afferrano pienamente l’esistenza. In termini semplici la coppia di un 8 cilindri rispetto ad un 4. Si apre un mondo. Valore anche economico intendo. Di spesa e guadagno.

– Uhm ok. Spiegami meglio. Possiamo rigirare la cosa dicendo che l’Architettura serve come processo di conoscenza? Ma come lo intendi, più simile ad una ricerca scientifica, una esplorazione geografica oppure un processo di scrittura.
Inoltre mi incuriosisce l’espressione “di cui non afferrano pienamente”.
Si intuisce lo scoramento dell’architetto di fronte alla beata ignoranza del committente. C’è poco da fare, gli architetti, quelli bravi, sono una élite, sono i sacerdoti dello svelamento di questa dimensione…. credo….??

– No, non è scoramento. È la semplice verità. Un committente generalmente non può conoscere la tecnica necessaria per progettare architettonicamente. Poi c’è logicamente la dimensione dell’architetto stesso che spesso non è solo tecnica ma anche sensibile. Non comprende bene la cosa. Perché è difficile. Legata a sensazioni che scopri solo una volta a bordo.
Ma mentre tu (l’Architetto ndr) hai idea chiaramente di quello che sarà – perché sei padrone più o meno di quella tecnica – lui no.
Vale per la musica, la cucina, andare in moto.
Guidare non è pilotare.
E lo comprendi solo se ti applichi.
Ad un committente devi insegnare alcune basi di pilotaggio. Quando di base guida.
Gli architetti, quelli bravi spesso hanno bravi committenti (anche se non lo dicono).

– Mi viene in mente una figura dantesca. Minosse che all’ingresso dell’inferno assegna i gironi ai dannati. Loro sanno già di avere peccato, sono all’inferno, ma tocca a lui svelare, far conoscere l’esatto destino.

– Più spesso hanno l’abilità di fare business attraverso il loro lavoro. E non lo dicono ugualmente. Tutto qui.
Nei confronti dei committenti tu stai già facendo ragionamenti troppo avanti. Io non direi mai una cosa così al committente.

– In effetti non credo che al committente gli si possano prospettare le pene dell’inferno. Meglio la scuola guida.

– Mah. Dipende. A volte invece è giusto prospettarle.
Quando vai a scuola guida mica ti dicono che potrai anche schiantarti. Anche se lo sai.
La dimensione passionale dell’architettura è dell’architetto, quasi mai del committente.

– Qui però introduci un altro tema, la partecipazione. Da una parte spesso, il committente é convinto di saper pilotare, dall’altra se vuole andare a sbattere intenzionalmente, cosa fai?

– Prendi il volante e sterzi! Logico che c’è partecipazione, ma fare architettura è spesso un processo violento.
Nei suoi e nei tuoi confronti.
Ci si trova e magari si ha sintonia; ma la violenza c’è sempre, ed è quasi necessaria.
Puó essere soft o strong ma c’è. Da ambo le parti.
A volte con il medesimo committente ho fatto cene super easy con la matita in mano, altre abbiamo urlato come dei pazzi in faccia l’uno all’altro. Ma deve sempre essere chiaro l’obiettivo finale.
A volte vinci a volte perdi.
E li serve la dialettica.
Ma senza mostrare la superiorità.
Nella dialettica.
Sei come l’istruttore di scuola guida.
Comunque è sempre una dimensione di svelamento.

– Ecco, mi piace questa immagine maieutica, però siamo finiti a parlare dell’architetto, non dell’architettura.
In finale, a cosa serve questo svelamento? Ci fa stare meglio? Ci rende felici? Ci dà potere? Ricchezza?

– Mixxa insieme le ultime cose e hai la risposta. L’Architettura è una pura mediazione di tutte queste cose. A volte puoi avere un po’ più di una e meno dell’altra e viceversa. Ma alla fine la dimensione totale è questa con l’aggiunta di una dose di “percezione” o “propriocezione” legata al puro spazio che è inspiegabile al committente. Anche perché non è quantificabile.
Metti anche una buona dose di funzionalità.
La differenza con l’edilizia è che questa offre molte meno soluzioni per arrivare a questo risultato. La base è la stessa ma meno “ricca” di significati e soluzioni. Specie dei primi. Ma anche dei secondi.
Poi ci scordiamo la bravura nel contenere dentro anche tutte le norme. Che sono parte integrante del processo.
E dell’architettura. Le sue regole (oltre a quelle dei trattati).

– Ok, per le trenta parole uso il testo iniziale, sono 40, l’immagine la scelgo io……

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PS – In realtà avevo scelto un’altra cosa, poi Guido mi ha chiesto di mettere Pinocchio: “Pinocchio è il risultato di tutto. E allo stesso tempo racconta le bugie. Realtà e immagine allo stesso tempo. Poi ha anche la fata turchina… Qualcuno che ogni tanto ti da una mano…”  Gli ho proposto alcune immagini tratte dal Pinocchio di Enzo D’Alò con le illustrazioni di Lorenzo Matotti.

Caro Committente. Lettera a un ipotetico destinatario del lavoro di un Architetto

8 maggio 2017

Chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende, in tutto o in parte, inservibili cose mobili o immobili altrui con violenza alla persona o con minaccia ovvero in occasione di manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico o aperto al pubblico o del delitto previsto dall’articolo 331, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. Articolo 635 del Codice Penale. Danneggiamento

Quella che segue è la risposta che ho ricevuto da Emmanuele Jonathan Pilia alla domanda che sto facendo ad alcuni selezionatissimi colleghi (in sostanza quelli che si prestano alla cosa): “a cosa serve l’Architetura? immagina di dirlo in 30 parole al tuo committente”. La domanda è oziosa, quindi ozio per ozio ho deciso che potevo provare a coinvolgere anche qualcuno che normalmente non pratica la professione, come Emmanuele che, come ci tiene a chiarire, non pratica l’Architettura in quanto è un Editore. Un Editore di Architettura però.

Secondo me è stato un po’ indisciplinato; che ci volete fare.

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“Caro committente,
la ringrazio per la sua missiva in cui mi pone questa domanda così semplice, eppure così difficile da sviluppare. In un primo momento ho pensato, tra me e me “strano che lo chieda proprio a me, che dall’architettura “vera”, quella di cantieri e calcestruzzo” me ne sono allontanato… Ma poi, è spuntata come un timido fiore sull’asfalto, la risposta che io mi sono sempre inconsciamente dato. Sì, perché proprio io che l’architettura non la faccio, ma la pubblico, ho sempre vissuto nella granitica certezza che l’architettura è la più potente espressione culturale. Certo, lei ha bisogno solo di una sistematina ai servizi e di rimettere a posto il tetto, ma ci pensi bene: quei sanitari sarebbero stati gli stessi se ora stessimo parlando fiammingo, oppure inglese, o ancora norvegese? Probabilmente no, ed anche di questa differenza dovremmo riflettere. Che il suo tetto non sia di legno non è un caso: nei millenni abbiamo lentamente scelto verso le soluzioni che ora la riparano dal freddo (e tra un poco, anche dalla pioggia), e che il suo bagno sia rivestito in gres scuro, e non in maioliche colorate, dipende dalla sua lontananza dal meridione, che invece dei colori ha fatto arte. Pensi se lei provenisse da Vietri: la sua cucina non avrebbe un angolo cottura scavato in un elegante muro color antracite, ma sarebbe invaso di ocra, smeraldo, rubino e lapislazzuli.
Quindi, mio caro committente, anche se ciò che toccherà, ciò per cui alla fine della fiera paga, è la materia che potrà toccare, ciò che lei avrà, sarà il retaggio di millenni avuti su quel piccolo pezzo di terra che circonda la sua casa.
Chiudo questa mia con i miei migliori saluti, ricordandole che è pur vero che non vedrò mai i soldi della sua parcella, ma è altresì vero che lei non ha un garage, e conosco la sua targa.
Cordiali saluti,

L’Editore (di Architettura)
Emmanuele Jonathan Pilia”

PS. Ci tengo a precisare che per la scrittura dell’articolo nessuna auto, o committente moroso, sono stati maltrattati. L’immagine dell’auto rigata, utilizzata per illustrare la metodologia creativa di EJP, l’ho presa da qui.

Dov’è l’Architettura, ma soprattutto, a cosa serve?

5 maggio 2017

Quando si cominciano a nominare bene le cose si diminuisce il disordine e la sofferenza che c’è nel mondo.

(A. Camus)

Stefano Nicita è un Architetto ideatore e fondatore di un blog molto interessante dal nome emblematico: dov’è l’architettura italiana?

Con un titolo così non potevo non chiedere anche a lui di rispondere alla mia domanda fondamentale: a cosa serve l’Architettura?

Tanto più che Stefano, tra le tante qualità, ha anche il merito di essere un assiduo frequentatore del nostro gruppo su Linkedin (ebbene si, abbiamo anche un gruppo su Linkedin, e una pagina).

Ma la cosa che trovo più interessante di Nicita, che è il motivo per cui avevo inserito il suo nome nella lista dei miei possibili candidati, prima che lui proponesse spontaneamente la sua risposta, è il suo modo di raccontare l’architettura: semplice ed efficace, tendente al didattico.

Di una didatticità che fa pensare a un maestro di paese, di quelli che non ti dicono mai “guarda quell’albero”, ma ti sanno citare direttamente il nome: “guarda quel Faggio” o “quel Nocciolo”, “guarda l’infiorescenza a pannocchia di quel fiore di Lillà”, e con questo semplice nominare le cose, insegnartele.

Una esplorazione che non disdegna la forza oggettiva dei numeri o la rilettura dei testi. Senza contare questo articolo dedicato al Genius Loci che sembra fatto apposta per la mia ricerca, sia come metodo (una riorganizzazione di suggestioni e stimoli precedentemente raccolte sui social) sia per il tema in sé, che tratta della funzione dell’Architettura su un piano metafunzionale.

Quindi eccovi le vostre parole (31).

L’architettura serve a organizzare e disegnare gli spazi di vita delle persone per renderli dei veri luoghi esistenziali, allo stesso tempo significativi e consueti, protettivi e stimolanti, esclusivi e accoglienti.

"Ti allego anche una foto recente scattata da me a Piazza di Spagna da un punto di vista forse un po' insolito e poco canonico, ma fondamentale per capire precisamente il senso di luogo creato grazie all'architettura a cui mi riferisco nella definizione."

“Ti allego anche una foto recente scattata da me a Piazza di Spagna da un punto di vista forse un po’ insolito e poco canonico, ma fondamentale per capire precisamente il senso di luogo creato grazie all’architettura a cui mi riferisco nella definizione.”

 

A cosa serve l’Architettura secondo Cristina Donati

2 maggio 2017

Persino il parroco che non disprezza/fra un miserere e un’estrema unzione
il bene effimero della bellezza/la vuole accanto in processione.
E con la Vergine in prima fila/e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese/l’amore sacro e l’amor profano.

(De Andrè)

L’Architettura si sa che è il pane dell’Architetto. Quella materia che gli da da mangiare. Quel valore aggiunto che giustifica la fatica (e il compenso) degli Architetti. Ma in cosa consiste realmente questo compenso. Perché un committente dovrebbe mettere mano al portafogli e il più delle volte affrontare difficoltà (burocratiche e tecniche) pur di poter fare di una banale costruzione una Architettura? Ho deciso quindi di cominciare a chiederlo a gli Architetti:

“A cosa serve l’Architettura?”

A questo link trovate la risposta di Raffaele Cutillo che mi ha dato una definizione molto suggestiva, poetica. “L’architettura serve al tradimento”, dice Cutillo, “che non avresti mai commesso”. Una definizione che ti lascia un po’ in sospeso, di quelle su cui rimuginare sopra nell’attesa di una epifania rivelatrice. Di primo acchito, confesso, ho pensato all’Architettura come una puttana; in fondo non stiamo parlando del secondo mestiere più antico del mondo? ma la proposta di Cutillo è molto più raffinata, allude al processo del tradimento, a quel gioco proibito, allo strumento che ti consente di affrontare quel desiderio nascosto e che ti da la forza di accettare mille bugie e contraddizioni che si nascondono dentro una Architettura. Non saprei se Raffaele poi ha provato a ripetere queste parole accompagnandole a una sua lettera di offerta, ma gli auguro che le sue parcelle siano sempre compensatrici di fantastiche scappatelle amorose con la luce e con la materia.

A richiamarmi immediatamente all’ordine del rigore professionale e al significato politico e sociale dell’Architettura ci ha pensato, sentendo la mia domanda, Cristina Donati.

“Bella la domanda! Io comincerei dicendo che esistono tante architetture.”

E’ un grande modo di procedere questo, che ho sempre trovato di estrema intelligenza, per ogni domanda c’è sempre una sola risposta: “dipende”. Non che Cristina mi abbia risposto proprio così ma il senso è quello, così continua:

“Ad esempio quella pubblica e quella privata con finalità diverse. Una sociale, l’altra più rivolta ai bisogni individuali …
Giulio naturalmente considero che con la parola architettura tu non intenda il generale atto del costruire, dico bene?”

Ora immaginate che queste conversazioni avvengono in rete, sarebbe bello descrivervi delle amabili conversazioni seduti sorseggiando Moscow Mule in un locale alla moda lungo i navigli milanesi, ma io sono una povero padre di famiglia, inoltre vivo a Roma mentre Cristina è di Firenze, così tutto avviene in un social, con un testo scritto, e quando leggo “dico bene?” nella mia mente si figura uno sguardo inquisitorio, di quelli che potevi provare in prima liceo quando la professoressa ti chiedeva se avevi fatto la versione: ehm no professoré, ieri mi si è allagata casa, a mia sorella gli è preso il ciclo, mentre mio nonno ha creduto di essere tornato giovanotto quando militava nella decima MAS, così ha cominciato a dare di matto mentre attaccava la sveglia sul frigo pensando di affondare la Viribus Unitis….

Insomma era chiaro che non avevo studiato, mi ero avventurato nei territori sconosciuti della mia domanda senza essermi minimamente preparato, mentre un dico bene scritto così richiedeva una riposta chiara e decisa. Ci ho provato rispondendo che tutto parte in realtà dalla domanda più ampia, cosa è l’Architettura, che cosa distingue quello che gli architetti identificano con Architettura (con la A maiuscola) e che in fin dei conti è la materia della loro professione. Di qui l’esigenza di provare a ribaltare la questione con una domanda diversa.

Questa breve riflessione poi è diventata l’incipit dell’articolo precedente, grazie Cristina!

Comunque a questo punto ero curioso di capire. L’Architettura dunque avrebbe una funzione diversa se parliamo di sfera pubblica e se parliamo di sfera privata? Per capirlo meglio ecco le trenta parole di Cristina (32 per l’esattezza)

“L’Architettura è sempre politica. L’Architettura ‘pubblica‘ dovrebbe servire al ‘bene comune‘, cioè alla creazione della civitas. Quella ‘privata‘ servirà invece a promuovere o soddisfare le ambizioni personali di un patrono”

Scandicci-13

Il Centro Civico di Scandicci (Firenze) di Richard Rogers. Tentativo di realizzare un’architettura generatrice di uno spazio pubblico per la gente

 

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La Facoltà di architettura di Oxford (progetto di Design Engine). L’atrio aperto al pubblico

 

London City. Modern skyline of business district.

London City. Modern skyline of business district, espressione emblematica di architettura al servizio di interessi privati

 

Lo skyline di Dubai

Lo skyline di Dubai

 

Ripensare la Formazione Continua Obbligatoria degli Architetti: l’esperienza di Playchef® Design#Contest

19 gennaio 2017

L’ associazione RES Architettura e l’Ordine degli Architetti p.p.c. di Napoli hanno promosso un concorso di design nell’ambito del food design. La formula innovativa del concorso (la creazione di una filiera ideatore-consumatore), l’attenzione formativa verso i partecipanti (viene fornito uno starter kit ai partecipanti per formare sulle tecnologie a disposizione per la creazione dei prototipi) e l’apertura ad un campo di applicazione del progetto meno frequentato dagli architetti, soprattutto al sud, ha motivato il nostro patrocinio ed una attiva partecipazione ad esso, anche in fase ideativa. Il riscontro che sta avendo la conferenza di presentazione del contest, valida anche come corso di formazione in streaming, con crediti formativi (450 download in 1 settimana!), ci ha dato conferma della validità dell’azione intrapresa. Questa esperienza ci apre a riflessioni sulla qualità e sulle modalità della Formazione Continua Obbligatoria, spesso ridotta al ruolo di avvilenti “marchette” sia da alcuni Ordini Professionali sia da altri operatori del settore. Abbiamo chiesto all’arch. Laura Palazzo, di RES Architettura, di illustrarci sinteticamente la filosofia dell’iniziativa.

Ordine Architetti (79)_redux

Il concorso|corso playchef® design#contest , rivolto ad architetti, designer e studenti di architettura e design, ideato da RES Architettura e promosso dall’Ordine degli Architetti P.P.C. di Napoli è anche un modulo formativo innovativo ed articolato.

playchef® nasce con l’intento di essere, prima di tutto, una operazione culturale: promuove conoscenza e approfondimento in un settore specifico, il Food Design, affronta e crea una filiera nell’ambito del design autoprodotto, ideatore – artigiano/realizzatore – piattaforma “equa” di vendita” ed è anche un modello, una modus operandi innovativo, che nella cooperazione e nel confronto trova la sua modalità esplicativa nonché il suo fine, didascalico. Il seminario di lancio, arricchito da un importante focus su brevetti e suggestivi video che raccontano le filosofie aziendali e le modalità produttive delle aziende partner di concorso, è una opportunità formativa gratuita, scaricabile sulla piattaforma im@teria con il codice ARNA22122016155433T03CFP00300, accreditata dal cna con 3 cfp e resa possibile grazie all’impegno ed all’intuizione del giovanissimo Dipartimento Formazione dell’OAPPC di Napoli, istituito a giugno 2016.
In pochi mesi l’OAPPC di Napoli, con l’obiettivo di consentire il completamento del fabbisogno formativo dell’intero triennio gratuitamente on line, raggiunge traguardi importanti dimostrando che anche le
criticità, l’obbligo di aggiornamento professionale, possono con l’impegno essere trasformate in opportunità.

Si sta portando avanti un modello formativo innovativo, accessibile e facilmente fruibile per consentire agli architetti di acquisire crediti necessari e contemporaneamente trovare occasioni di approfondimento e spunti di riflessione per la professione.


Fin da subito è stato chiaro che playchef “poteva” rappresentare un forte stimolo e generare interesse. Grazie ad ottime sinergie già collaudate tra Ordine Architetti ed associazionismo professionale in cui, con un forte lavoro inclusivo, sono confluite importanti energie sia produttive, che progettuali , che divulgative, oggi iniziamo a raccogliere i primi
riscontri.

L’obiettivo è stimolare il dibattito culturale intorno alla professione di Architetto e realizzare oggetti|progetti che possano arricchire e contribuire a sistematizzare la disciplina del Food Design.

UNA ALTRA OCCASIONE PERSA …….ALMENO IL SILENZIO!!! TERREMOTO E TECNICI.

5 settembre 2016

Stupisce vedere quell’orrore provocato dalla forza della natura, Stupisce e lascia (o dovrebbe lasciare) senza parole l’odore del sangue, l’immagine della morte, che questo terremoto ha lasciato dietro di sè.
Amo l’Italia ma non mi sento partecipe delle “idiozie”  che a volte e per fortuna solo “alcuni” italiani si scatenano a dire in caso di eventi del genere.
Mi sento innanzitutto chiamata in causa come “cittadina”.
La mia massima solidarieta’ alle popolazioni colpite, per gli affetti strappati, per ferite che cicatrizzeranno, ma saranno sempre vive.

Amatrice, Basilica di San Francesco - Immagine tratta da artibune.com

Amatrice, Basilica di San Francesco – Immagine tratta da www.artibune.com

Mi metto a disposizione, come persona, e come faccio sempre con chiunque ne abbia bisogno, per poter aiutare, ma con la stessa coscienza con cui mi rendo disponibile capisco che la priorita’ in questi casi è recuperare quante piu’ persone, VIVE e l’Italia, vuoi per le grandi competenze e professionalita’, vuoi per il grande senso di solidarieta’, negli anni ha messo a punto una grande ed efficiente macchina del pronto intervento e soccorso.Questo mi rende fiera di essere Italiana.
Dopo la prima fase di soccorsi, quando ahime’ si contano le vittime, sono coinvolta come tecnico libero professionista.
E qui la cosa si complica.
Si complica perche’, nell’immediato, con internet, con tutti imezzi di comunicazione esistenti, con i social, ognuno si sente autorizzato a parlare, complice anche la informazione spicciola operata da alcuni cronisti, e dico alcuni, perche’ altri con grande professionalita’ rispettano le persone e svolgono in modo ineccepibile il loro lavoro.
Ho assistito ad affermazioni di sicuro ad effetto, che fanno leva sui sentimenti ed emozioni della gente, la giornalista che si china sulle macerie della scuola di #Amatrice e raccoglie il polistirolo, materiale chiaramente non resistente….
Bene, quel materiale è un isolante non certo parte della struttura portante, oppure il cronista  che di fronte ad altre macerie fa notare la trave del tetto ( in cemento armato) integra e comincia a disquisire sui pesi del tetto e la capacita’ delle murature  insinuando gravi responsabilita’ sostenendo che la polizia scientifica aveva gia’ effettuato sopralluogo e tratto rilievo fotografico.
Ebbene vorrei dire che prima di mandare alla gogna la gente, bisognerebbe farsi un esame di coscienza, magari quei tecnici, le verifiche imposte dalla legge vigente al momento della realizzazione del tetto , le hanno fatte e RISPETTATE TUTTE, NON DIMENTICATE CHE LE NORME TECNICHE PER LE COSTRUZIONI IN ZONE SISMICHE  è DEL 2008 e la classizicazione del 1975 era soltanto in due zone,  ma non voglio entrare nello specifico, voglio solamente sostenere che i tecnici avranno operato secondo quanto era prescritto al momento dell’intervento…..

http://www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/leg_rischio_sismico.wp

ma questo non serve a placare gli animi, prima tutti allenatori di calcio, ora tutti tecnici esperti in sismologia, scienza delle costruzioni, tecniche costruttive nonche’ giustizialisti, hanno gia’ trovato i colpevoli.

Vorrei portare all’attenzione di chi legge alcune cose che sono passate in sordina:

1- a differenza di tanti altri paesi al mondo, abbiamo un patrimonio edilizio “vecchio”.
Esso fa parte di quel patrimonio storico culturale che deriva dall’esistenza di borghi medievali, centri storici di altri secoli                (abbiamo una ricca storia, quindi del 500 piuttosto che 600, 700 o 800).
e’ quel patrimonio che tanto ci rende fieri di essere italiani, che alimenta il turismo ma che forse non abbiamo saputo tenere in opportuno conto.
Con questo voglio dire che in Italia non esiste la cultura della manutenzione,in nessun campo.
Anche gli edifici hanno una loro storia e se non sono tenuti in buono stato di efficienza  vengono pregiudicate le risposte che ad esso erano state attribuite.

Riporto di seguito quanto scritto in altra sede dal collega arch. Matteo Capuani con il quale ho condiviso molte battaglie per i professionistii:

“……vorrei ricordare che proprio la regione lazio nel lontano 2002 aveva adottato attraverso legge regionale il cosiddetto “fascicolo fabbricato” (di cui oggi tutti si riempiono la bocca sgranato gli occhi)…..il “fascicolo fabbricato” della regione Lazio veniva però cassato nello stesso 2002 dai giudici del consiglio di stato con ordinanza 2714/02…quella legge regionale fortemente voluta dai professionisti all’epoca è stata avversata come se fosse un business di categoria e non un interesse dei cittadini…..ricordo sempre per chi non c’era che tutte le categorie tecniche avevano concordato delle prestazioni calmierate per il fascicolo fabbricato cosicché l’operazione costasse ai cittadini solo qualche centinaio di euro…..non migliaia….
…ora io vorrei invitare tutti a riflettere su questa cosa e cercare di capire come mai nel nostro paese iniziative del genere vengono solo invocate in TV è mai perseguite veramente…e come è facile cercare sempre la strada del giustizialismo senza assumersi il ruolo di cambiare le cose anche magari provando a intaccare qualche potente lobby che non sono certamente i professionisti italiani…e finalmente pensare un po al futuro del nostro malandato paese…
..e se nel 2002 il fascicolo fabbricato non fosse stato cassato…forse dico orse oggi non staremmo piangendo i morti di questo ultimo sisma.”

Mi sento di condividere anche le virgole di quanto scrive Matteo, poiche’ conosco la storia di questa altra battaglia , che ora è opportuno divulgare.
Ora tutti , mossi da motivazioni varie, di nuovo si riempiono la bocca con questo fascicolo del fabbricato, ma in verita’ noi architetti ci avevamo lavorato gia’ dal 2001……probabilmente non si era pronti…….

2- viviamo in un paese ipocrita, dove molti parlano di resistenza delle strutture, tecnici incompetenti, senza ricordare che, dal 1985 al 2004 abbiamo avuto 3 condoni edilizi per legittimare gli illeciti…..e magari coloro i quali parlano sono proprio quelli, che , in barba a tutte le leggi, ancora si sentono dire, ma si facciamolo questo ampliamento, tanto poi esce il condono e se non uscisse, ma chi ti dice nulla?

Mappa della classificazione sismica - tratta da http://www.protezionecivile.gov.it

Mappa della classificazione sismica – tratta da www.protezionecivile.gov.it

Le vere responsabilita’ dei tecnici sono da additare al fatto che non riescono ad essere corporativi e a far sentire forte la loro voce…..
questo oggi io vorrei dire al #Premier #MatteoRenzi

COMUNICATO

3 settembre 2016

 

Gentili lettori e colleghi architetti, il 26/08/2016 il presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma, Alessandro Ridolfi, ha intrapreso una iniziativa di solidarietà alle popolazioni terremotate pubblicando in un comunicato una richiesta generica di invio progetti e proposte per i luoghi colpiti da sisma, specificandone le modalità di invio.
Amate l’Architettura ritiene questa iniziativa lesiva della dignità degli architetti e delle popolazioni interessate perché contraria ad ogni buona regola progettuale, in quanto mancante di una opportuna analisi preventiva dei luoghi, ed in quanto non espressamente richiesta, in questi termini, dalle popolazioni sinistrate.
Per questo motivo, il 30 agosto, abbiamo inviato una PEC al Presidente ed ai Consiglieri, chiedendone l’immediata rinuncia all’iniziativa ed la rimozione dal sito della comunicazione, nonché la dovuta informazione agli iscritti, riservandosi azioni nelle opportune sedi se tutto ciò non sarebbe avvenuto entro 48 ore.
Per tutta risposta l’Ordine ha integrato inizialmente il testo dell’annuncio con una specifica che non rettificava, nella sostanza, l’iniziativa, ma ha ingenerato ulteriore confusione. Poi, a 5 giorni di distanza dall’annuncio, è stata ulteriormente modificata la comunicazione, togliendo i riferimenti diretti ai “progetti da inviare”, senza tuttavia comunicare la rettifica ai 20.000 iscritti.
In queste ore molti architetti stanno inviando un esposto alla Commissione deontologica dell’Ordine di Roma perché tale iniziativa potrebbe avere violato ben 12 articoli del codice deontologico degli Architetti, ma ancora di più ha violato il rispetto dei morti del sisma dando adito a critiche di opportunismo levatesi da moltissimi colleghi e testate specializzate.
Nel tempo a venire vi terremo informati sull’esito della vicenda.
Se qualche collega architetto, indignato come noi, intendesse condividere il nostro operato, ci contatti sulla pagina Facebook o all’indirizzo info@amatelarchitettura.com