Archivi per la categoria ‘opere pubbliche’

Museo d’arte contemporanea Serralves – Alvaro Siza Vieira

Ci sono architetture he sono fatte per essere fotografate e che è possibile cogliere anche solo fotograficamente, mentre ce ne sono altre più complesse da comprendere, architetture che richiedono necessariamente una visita per comprenderne il senso dello spazio, la loro poetica. Tra questa seconda categoria ascriverei senza alcun dubbio il museo di arte contemporanea Serralves di Porto, di Alvaro Siza Vieira.È un edificio che appare sommesso quando si arriva. Una massa articolata dove la gerarchia è suggerita dal percorso esterno di ingresso e dalle sue linee spezzate.

 

i candidi volumi sono tagliati nettamente, senza cornici, bianchi, con giochi puntuali di pieni e di vuoti, per risaltare con le ombre nette della luce dell’Europa del sud.

Le facciate laterali sono interrotte da piccoli volumi posizionati accuratamente.

Questi volumi sono dei piccoli cannocchiali che ritagliano viste privilegiate tra le sale espositive all’interno e l’esterno.

 

In ogni sua componente l’edificio dialoga con l’esterno, dal taglio delle scale con vista sui giardini, alle grandi vetrate affacciantisi sulla corte interna,

presenti solo nelle sale che espongono le sculture. Con questo artificio i pezzi esposti si stagliano contro la luce delicata proveniente dall’esterno e la luce si spande all’interno donando un’atmosfera rarefatta.

Siza Vieira ha privilegiato l’uso della luce naturale per le sale da esposizione, facendola filtrare all’interno sempre in modo delicato. Una scelta precisa e non scontata, anche confrontandola con il museo d’arte progettato da Gregotti a Lisbona, che è illuminato artificialmente.

Questo capolavoro lascia aperta una riflessione profonda sul significato dell’Architettura, con il suo progetto misurato e attento al contesto, con il suo senso del Genius Loci. Un sapere quasi dimenticato in favore della fascinazione di macroscopici oggetti di design decontestualizzati.

Corviale – Si prova a fare sul serio!

14 Novembre 2019

Sembra finalmente essere entrato nel vivo il progetto di recupero del Corviale, il famoso complesso di edilizia popolare completato nel 1982 e a da subito oggetto di critiche e polemiche per la sua forma e le sue notevoli dimensioni (una stecca lunga 950 m), ma anche a causa delle occupazioni abusive che hanno compromesso il programma funzionale caratterizzato dal “Quarto piano”, lo spazio pensato dal team di progettisti guidati da Mario Fiorentino per ospitare servizi e spazi collettivi.

Su Internazionale Francesco Erbani  prova a tracciare il punto sullo stato di attuazione del progetto di recupero redatto da Guendalina Salimei (T-Studio) in base ad un concorso del 2008 e che ha visto l’avvio dei lavori a inizio anno .

Il Corviale è un edificio simbolo, portatore di molte contraddizioni; un edificio che non lascia indifferenti e che trova difensori e critici feroci in ogni livello sociale, sia tra gli abitanti che tra gli addetti ai lavori.

C’è chi vorrebbe vederlo demolito  e chi ne difende il valore architettonico. Di certo nessun programma di recupero potrebbe fare a meno di considerare le esigenze degli abitanti, oggi ridotti a cinquemila; una enormità, un piccolo paese impossibile da ricondurre ad un filo unico o ad uno stereotipo, come spesso si tende a fare. Cinquemila storie indipendenti, cinquemila esigenze di vita. Sicuramente c’è disagio sociale al Corviale, ma anche tanta “normalità” come spesso gli abitanti rivendicano.

Il progetto di recupero non è il solo che sta interessando il Serpentone, oltre al progetto di Salimei c’è anche il progetto redatto da Laura Peretti , sulla base di un bando dell’Ater, che riguarda il sistema urbano circostante; segno evidente di come recuperare il Corviale sia una operazione difficile e complessa anche solo dal punto di vista architettonico.

La buona notizia è che i lavori sono partiti e grazie al contributo della Terza Università si è attivato anche un laboratorio di ascolto e mediazione sociale  che ha il compito di ascoltare le esigenze degli abitanti e mediare con i soggetti coinvolti nella esecuzione delle opere (l’Ater, La Regione Lazio, le imprese).

“Insieme all’intervento architettonico ne è stato avviato anche uno di ascolto e di mediazione che sembra ereditato dalle pratiche degli assistenti sociali che negli anni cinquanta aiutavano chi entrava in una casa popolare non avendo mai abitato in un condominio, non avendo mai visto una vasca da bagno e provenendo da una campagna meridionale o da una baracca. E invece quello di Corviale è un esperimento, una specie di prototipo. Si cercano le forme migliori per evitare conflitti in una periferia tra le più roventi, dove si fronteggiano la drammatica emergenza abitativa, il disagio e il senso acuto di essere esclusi da tutto. E si cercano soluzioni prima che a pensarci siano i blindati della polizia, come è avvenuto in altri quartieri di edilizia popolare romana, a Tor Sapienza o a Torre Maura, dove le proteste degli abitanti contro migranti o famiglie rom sono state fomentate da gruppi di estrema destra.”

“Sara Braschi e Sofia Sebastianelli hanno capito che tra i bisogni di chi abita a Corviale spunta il tenere desta la memoria di sé e del luogo, il non disperdere una storia insieme ai calcinacci di un appartamento che non c’è più. E così, coordinate da Francesco Careri, hanno cominciato a raccogliere immagini degli alloggi come erano stati attrezzati da chi, abusivamente, li aveva adattati alle proprie esigenze. Un repertorio utile anche per la ricerca universitaria.

La convenzione tra l’università e la regione Lazio dovrebbe durare tre anni, il tempo del cantiere al quarto piano. Ma Corviale è una macchina complessa, il libretto d’istruzioni s’è perso per strada e le energie vitali che popolano l’edificio tentano di recuperarlo. Tra i progetti che le due ricercatrici seguono uno riguarda proprio il cortile dove ha sede il laboratorio. L’hanno battezzato “La piazzetta degli artigiani”. Alcuni locali sono occupati, in uno c’è una stamperia d’arte, in un altro si restaurano mobili, in un altro ancora una sartoria. C’è chi dipinge o fa l’incisore. Alcuni ragazzi di Corviale sono coinvolti in queste attività, in altre operano ex detenuti.”

la sensazione è che chi ha il potere di prendere una decisione sembra avere finalmente imboccato un percorso positivo, stanziando fondi adeguati e sostenendo con decisione le scelte prese.

“La storia di Corviale è intessuta di sfiducia. Venuto meno l’impianto comunitario, sconcertati dai lunghi ballatoi che avrebbero dovuto interpretarlo, molti abitanti – legittimi o meno – hanno riadattato l’edificio, hanno spezzettato quel corridoio, costruito grate agli ingressi, hanno chiuso ballatoi e piazzato cancellate. Ha vinto una pulsione privatistica. Molti si sono tassati per pulire le scale, per riparare ascensori e citofoni. Sono nate diverse associazioni, sono spuntati dei comitati.

Da un lato si sono organizzate forme di partecipazione alle sorti dell’edificio, spesso vivaci e vitali, anche quando si è discusso dei progetti Salimei e Peretti. Di fronte all’edificio è molto attiva una biblioteca comunale intitolata a Renato Nicolini, l’architetto-assessore alla cultura nelle giunte Giulio Carlo Argan e Luigi Petroselli. Dal 2009 funziona il Calciosociale, con palestre e campi da gioco che coinvolgono molti ragazzi di Corviale e non solo. Dall’altro lato si sono formati piccoli e pericolosi potentati, che hanno gestito la compravendita di alloggi e un controllo serrato degli spazi.”

Leggi l’intero articolo sul sito di Internazionale 

 

A cura di Giulio Pascali

Editing e foto di Daniela Maruotti

 

 

 

THE TIDE: un nuovo parco pubblico lineare (o quasi)

2 Novembre 2019

Il Tide può giocare un ruolo unico nell’unire i Londinesi” Amy Frearson, direttore editoriale di Dezeen.

A Londra la nuovissima destinazione sul fiume è arrivata e aperta a tutti. Si tratta dei primi 5km di una strada panoramica con sculture, passaggi sopraelevati, aree di sosta e naturalmente caffetterie e ristoranti a cavallo del Meridiano di Greenwich.

E’ passato un decennio da quando l’High Line è stato aperto a New York e da allora gli architetti di tutto il mondo hanno cercato di replicarlo. Il parco di Greenwich, con il primo chilometro aperto al pubblico il 5 Luglio di quest’anno, non ne è una replica fedele, pur condividendone gli “ingredienti” vincenti come la presenza di percorsi sopraelevati a 9 mt di altezza tra le numerose rampe, scalinate e terrazze.

Questo parco attraverserà tutti e sette i nuovi quartieri della penisola con “un linguaggio ed un design unici” come ha detto Matthew Dearlove, capo della progettazione presso Knight Dragon, l’azienda che sta costruendo le opere della Penisola. Inoltre questo parco ha un waterfront di 2,5 km. Il che può attrarre i Londinesi a venire in quest’area, di solito solo frequentata per via dell’O2, ovvero il Millennium Dome, e indurli addirittura a spendere una giornata qui.

Una grande attrattiva è rappresentata da alcuni significativi pezzi d’arte installati da poco per arricchire il parco. Sono:

Mermaid (La Sirena), 2017, già esposta a Venezia;

Head in the Wind (Testa nel Vento), 2019, una sensuale opera pop appositamente realizzata per il parco,

Siblings (Fratelli), 2019, una grafica molto colorata applicata agli edifici, un bel contrasto con il grigio del tempo londinese.

Seafood Disco (Discoteca di Pesce), 2019, un tavolo da picnic di 27 m nell’area barbecue aperta agli abitanti del quartiere e ai visitatori.

Un altro interessante aspetto è costituito dal The Jetty, un giardino comune fluttuante, una sorta di grande serra dove è possibile frequentare workshop di giardinaggio, acquistare piante e/o semi e fermarsi alla caffetteria interna.

Ci sono molti sottili dettagli che lasciano pensare come poco sia stato lasciato al caso arricchendo sensibilmente il progetto. Si vedano ad esempio:

piante autoctone che coesistono assieme alle specie esotiche, ci sono le betulle bianche ed i pini, l’erba alta ed i fiori di campo;

sedute di legno (sedie, panche e sdraio), luogo ideale da cui godere il tramonto sull’acqua;

punti di ascolto per la meditazione dislocati lungo il percorso e, più in generale, dispositivi per rilassare chi frequenta il parco.

Un disegno ricorrente a strisce bianche e nere a terra assicura di non perdere mai la strada. Tuttavia in futuro il concetto di parco con un inizio ed una fine diverra’ via via sempre piu’ sfuocato.

Il Tide ha il potenziale di diventare qualcosa di mai visto a Londra e nel mondo, un parco che appartiene al suo tempo e proiettato verso il futuro

Testo e fotografie di Vita Cofano (2019).
Editing: Giulio Paolo Calcaprina

Vittorio Sgarbi, il paradosso della cultura italiana

È di poche settimane fa la notizia dell’incarico affidato a Vittorio Sgarbi come Presidente del museo MART, il museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. La nomina di Sgarbi al MART succede dopo la decennale presidenza di Franco Bernabè 2004-2014 e a quella un po’ più breve di Ilaria Vescovi 2014-2019, due persone di altissimo profilo. In particolare va ricordata la gestione di Bernabè che ha reso il museo uno degli spazi più importanti d’Italia portando il MART nel 2011, al 24° posto dei musei più visitati d’Italia con la cifra record di 308.992 di visitatori, malgrado le sue condizioni logistiche indubbiamente “scomode”.

Se i predecessori di Sgarbi erano più legati al mondo dell’economia, la scelta di nominare un critico d’arte come presidente di uno dei più importati musei d’arte contemporanea d’Italia, sembra coerente con sua carica, ma è solo un colpo di teatro. La costante presenza di Sgarbi nei vari settori culturali è significativa e ci deve fare riflettere. Critico d’arte, sindaco, direttore di musei e fondazioni e Accademie ei Belle Arti, parlamentare, politico, assessore, curatore, regista teatrale, saggista, giornalista, opinionista, personaggio televisivo, docente universitario, esperto d’architettura e d’arte antica, rinascimentale, barocca, e moderna e contemporanea, etc. … queste sono solo alcune delle “qualità” di Vittorio Sgarbi. Le possibilità sono due: o Sgarbi è un genio, una delle figure più importanti della storia del mondo culturale italiano, o forse è qualcos’altro.

Analizziamo la prima ipotesi, ovvero che Sgarbi sia uno dei pilastri della cultura italiana. Guardiamo un attimo indietro nel tempo e cerchiamo dei personaggi nella storia recente che possano rispondere almeno in parte agli incarichi del nostro “critico geniale”.

Un personaggio che si avvicina a Sgarbi, senza però eguagliarlo è Giulio Carlo Argan. Anche lui, come Sgarbi critico d’arte, politico e docente universitario, sindaco e senatore, esperto d’arte e architettura. Un altro ancora, che usava molto la televisione in modo irriverente, ma con grande eleganza, anche lui saggista, giornalista, opinionista, che si è occupato molto di politica (pur non ricoprendo mai nessun incarico), critico d’arte, di letteratura, regista teatrale e, diversamente dal critico ferrarese, grandissimo regista, scrittore e poeta, è stato Pier Paolo Pasolini.

Può mai essere Sgarbi un mix tra, Giulio Carlo Argan e Pier Paolo Pasolini? Ovvio che no! I paragoni ovviamente sono provocatori, ma ci aiutano a comprendere in parte il fenomeno Sgarbi. È ovvio che Sgarbi non ha nulla in comune con Argan, che è stato senza alcun dubbio uno dei critici d’arte più importanti nel panorama italiano e mondiale i cui libri hanno formato intere generazioni di studenti e di intellettuali in tutto il mondo. Come non ha nulla in comune con Pasolini, che senza ombra di dubbi è stato un vero genio, uno dei più importanti intellettuali della storia.

Eppure neanche i più grandi intellettuali della storia italiana non hanno mai abbracciato un universo tan variegato come quello del “critico” di Ferrara, che ci accompagna da più di 30 anni. Allora che cos’è Vittorio Sgarbi?

Nel nostro mondo consumistico anche la politica, si basa su prodotti di consumo e anche la cultura è un prodotto di consumo. Non è un caso quindi che uno dei presidenti più autorevoli del MART è stato Franco Bernabè, un grande espero di economia.

Vittorio Sgarbi è un prodotto pop e come tale la politica e il mondo della televisione ce lo vende. Chi in Italia non conosce “Vittorio Sgarbi il Critico d’Arte”.

Il fenomeno Sgarbi è una figura stereotipata costruita su misura, un personaggio che interpreta e ricopre un ruolo, ormai riconoscibile da tutti, all’interno di una “rappresentazione pubblica”: la politica e la televisione. È una finzione, ma al pubblico piace pensare che sia vera, piace pensare che sia il “grande critico”, che con il super potere di urlare e inveire verso tutti si pone come il “grande paladino della cultura”. Non è un caso che gli esordi del “personaggio Vittorio Sgarbi” sono legati ad una trasmissione televisiva e nello specifico al Maurizio Costanzo Show e non grazie a delle pubblicazioni saggistiche o di carattere intellettuale che hanno raggiunto prestigio internazionale. La sua fama è legata alle varie liti televisive, talora sfociate anche in aggressive invettive, con altri personaggi televisivi e non. Questo è quello che prevede il “prodotto Vittorio Sgarbi”, che è diverso dallo Sgarbi uomo o dallo Sgarbi critico. Un personaggio rumoroso, che ricorda molto tutta una serie di figure trash che popolano i programmi televisivi. La finzione dura ormai da così tanti anni che il personaggio e la realtà sembrano ormai coincidere, tanto che Sgarbi oggi non più solo l’interpretazione di un personaggio, ma è un vero e proprio marchio.

Quindi se ad una sistema politico poco incisivo serve il consenso a tutti i costi, ecco che fa uscire dal cilindro la figura già pronta dell’uomo dell’Arte, della Cultura: Vittorio Sgarbi, l’esperto per antonomasia della bellezza e dell’arte. “Vittorio Sgarbi”: un prodotto che va consumato rapidamente e il pubblico lo consuma felice.

Questo non vuol dire che non sia un critico in certi casi anche molto interessante, ma senza alcun dubbi non è una figura geniale, né lo possiamo considerare un pilastro della nostra cultura contemporanea.

Il punto della questione non è quindi l’elezione di Sgarbi a presidente di vari enti – forse riuscirà anche a fare un buon lavoro, forse anche ottimo. Il problema è come viene riconosciuta dal pubblico e dalla politica italiana la cultura e che cos’è la cultura oggi in Italia. Se in passato per il pubblico i simboli della cultura erano Giulio Carlo Argan, o Pasolini, oggi invece è una persona che a forza di interpretare il ruolo di “prodotto culturale da consumare” con delle caratteristiche peculiari irriverenti, è diventato una delle figure culturali più riconosciute e con maggior potere in Italia. La questione è grottesca, anche per l’influenza che attualmente ha nel pubblico e nelle istituzioni. La sua riconoscibilità pop oggi lo ha elevato al livello sia di Argan che di Pasolini, se non forse superiore a entrambi. Non ricordo infatti che delle critiche di Argan o di Pasolini hanno avuto la forza di dirottare esiti di concorsi muovendo addirittura il Ministro italiano dei Beni Culturali.

È particolarmente interessante quindi l’uso che e la politica ha fatto e tutt’ora fa del personaggio e del fenomeno “Vittorio Sgarbi”. È emblematico il fatto che questa operazione non è stata fatta da un unico partito ma, al contrario da una varietà impressionate di fazioni e movimenti politici che hanno usato il personaggio di Sgarbi a loro consumo. Dal partito comunista, con il quale Sgarbi si è candidato nel 1990 alla carica di sindaco della città di Pesaro, al partito socialista, poi la DC-MSI, poi il Partito Liberale, poi ancora Forza Italia, Partito Federalista, con i radicali di Pannella (lista Pannella-Sgarbi), poi ancora UDC, Movimento delle Autonomie, i Verdi, ecc…Il modo il mondo politico italiano si è servito del “personaggio Sgarbi” semplicemente per trasmettere un chiaro messaggio ai suoi elettori, “guarda, abbiamo un intellettuale, sicuro che lo conosci. È quello che alla televisione dice Sono il critico d’arte”. Non è un caso che tutti questi partiti hanno presentato Vittorio Sgarbi, non come un grande politico o statista, ma come ‘l’illustre intellettuale”, che come abbiamo analizzato precedentemente, la politica ha gonfiato a suo uso e consumo.

Il suo “talento” politico, lo ha portato dal 2008 al 2012 a diventare sindaco di Salemi (in provincia di Trapani). Qui ha sperimentato una rivalutazione del territorio proponendo la vendita di case a 1 Euro. Con questo sistema Sgarbi pensava di porre fine al degrado che devastò il centro storico dal terremoto del Belice del 1968. Cessione di immobili diroccati ai privati, in cambio della riqualificazione. Questa operazione portò a circa 10 mila manifestazioni di disponibilità, anche da personaggi di rilievo, ma che rimasero tali perché, nel frattempo, alcuni immobili considerati pericolanti furono sequestrati e la città fu commissariata per infiltrazioni mafiose. La proposta anche se di per se interessante, alla fine non ha funzionato. Comunque è da apprezzare il suo tentativo di cercare una soluzione ad una situazione come quella di un paesino periferico della Sicilia. Inoltre bisogna ammettere che la sua notorietà di “star” ha influito parecchio al paese, tanto che per alcuni anni si parlava spesso di Salemi. D’altronde sarebbe come se il cantante italiano Albano, diventasse sindaco di un piccolo paesino e grazie alla sua fama di “pop star” si mettesse ad organizzare vari festival di musica, invitando a cantare Romina, Morandi, e tanti altri cantautori Italiani con l’idea di trasformare il paesino in una nuova Sanremo. Come non si potrebbe non parlare di quel paesino e di Albano come sindaco.

Ormai sembra che il rapporto tra la popolarità pop e politica sia oggi è un binomio più che mai imprescindibile della politica contemporanea, indipendentemente delle capacità intellettuali e culturali che un uomo possiede. I vari incarichi affidati a Vittorio Sgarbi come quest’ultima elezione a presidente del MART, vanno quindi lette come il prodotto di un’operazione prettamente politica di marketing elettorale, costruita per lo spettacolo della politica e certamente non per il mondo culturale italiano.

 

Immagini: elaborazioni grafiche di Emmanuele Lo Giudice

Editing: Daniela Maruotti

Vivere sotto un ponte

12 Febbraio 2019

Ponte Vecchio – Firenze | Foto ©Giulio Paolo Calcaprina

Faccio subito subito una premessa: quella che segue è una considerazione a voce alta su un tema meramente architettonico e ingegneristico e non ha nulla a che vedere con questioni politiche o legali. È soprattutto il risultato di un lungo ragionamento, prima di tutto, sull’opportunità di scriverne.

Dopo il crollo della pila 9 del ponte del “Viadotto Polcevera” a Genova che ha causato la morte di 43 persone, si è subito cominciato a parlare della sua ricostruzione o della costruzione ex-novo di un ponte di collegamento fra le due sponde, data l’enorme portata logistica che quello crollato aveva. E in effetti, la costruzione del viadotto, su progetto dell’ing. Morandi vincitore di un bando di concorso nel 1959, fu fondamentale per la costruenda autostrada A10 e per il traffico stradale fra il confine con la Francia e il resto d’Italia, che non era più costretto ad attraversare Genova, ricavandone vantaggi (anche ambientali) veramente notevoli. Il viadotto, del quale tralascio i dettagli tecnici che sono meglio espressi altrove, rappresentava non soltanto un esempio di vette ingegneristiche raramente raggiunte in Italia e che hanno fatto letteratura nel resto del mondo, ma anche il simbolo, forse il sugello, della rinascita di una cultura della qualità architettonica nelle grandi opere che si era persa nel periodo immediatamente post bellico, sia per motivi strettamente economici, sia forse anche per motivi culturali legati al passato durante il quale il Fascismo fece dell’”enorme” e dello “spettacolare” uno dei suoi maggiori messaggi propagandistici. Il Viadotto Polcevera era una decisa rottura con il passato e la netta presa di coscienza che un’esigenza pragmatica (il collegamento fra due punti), poteva diventare occasione di riscatto culturale e ambientale non solo per una città, ma per una Nazione intera.

Si comprende ora perché il crollo, a prescindere dall’inestimabile sacrificio di vite umane, queste mai giustificabili, ha rappresentato una durissima pugnalata alla cultura italiana e alle coscienze di ognuno, ancorché non avvertito dell’importanza più profonda dell’opera.

Sorvolando sistematicamente ogni considerazione a favore o contro l’abbattimento, si giunge a quella che è stata la polemica più dura sulle ipotesi relative al ripristino della viabilità sul Polcevera: l’idea-proposta del Ministro delle Infrastrutture on. Danilo Toninelli riguardante un “ponte vivibile”. Precisamente le sue parole sono state: “[…] L’obiettivo non è solo quello di rifare bene e velocemente il ponte Morandi, ma di renderlo un luogo vivibile, un luogo di incontro in cui le persone si ritrovano, in cui le persone possono vivere, possono giocare, possono mangiare […]”. La dura polemica, a tratti sarcastica e cinica, è dovuta all’idea di rendere un ponte vivibile e luogo di incontro, probabilmente confondendo l’aggettivo vivibile con la vivibilità di una casa e la vita in essa. Qualcuno aveva addirittura creato vignette e fotomontaggi di bambini che giocavano sull’autostrada e qualcun altro aveva seriamente pensato al rischio che un pallone finisse in mezzo alle auto con conseguenze disastrose.

Ponte di galata – Istanbul | Foto ©CC0 Creative Commons

Successivamente alla replica, non poco piccata, del Ministro che aggiungeva esempi di come la sua idea non fosse malsana di come la si voleva far credere proponendo il ponte di Galata a Istanbul e il progetto dello studio Visiondivision per il ponte Tranebergsbron di Stoccolma che prevede una serie di attività civili da installare sull’arco di sostegno del ponte (museo, cinema, teatro, scuola, ecc.), le risposte sono state anche più dure, adducendo come motivazione il fatto che il primo è un ponte pedonale (in realtà non è proprio così) e il secondo solo un progetto.

Ponte Rialto – Venezia | Foto ©Giulia Gandin

Innanzitutto, l’idea di un ponte vivibile non è affatto nuova. In Italia abbiamo due fra gli esempi più illustri che si possano citare: Ponte Vecchio a Firenze e Ponte di Rialto a Venezia. Se il primo non è nato con l’idea delle botteghe ai lati (che una volta erano anche abitazioni) aggiunte in seguito progressivamente quando le attività commerciali dei beccai, che vi furono trasferite per decreto, cominciarono a diventare più importanti, il secondo ha subito una sorte diversa: il concorso, indetto nel 1587, per la costruzione di uno stabile ponte in pietra sul Canal Grande, prevedeva che esso dovesse contenere anche attività commerciali, perché queste si erano aggiunte gradualmente nel corso degli anni sui precedenti ponti in legno. In ogni caso, per entrambi i ponti, era prevista la carrabilità, con l’unico limite per Venezia di una “carrabilità pedonale”. Per quest’ultimo, ai concorsi precedenti, in seguito annullati, avevano partecipato anche Leonardo da Vinci e Andrea Palladio, sempre presentando un “ponte vivibile”.

Ponte Rialto – Venezia | Foto ©Giulia Gandin

L’architettura contemporanea ha riscoperto questo antico desiderio di ponte vivibile quando si è accorta che la città contemporanea aveva annientato i suoi confini ottocenteschi invadendo il territorio circostante e la ricerca di nuovi spazi per costruire era ostacolata dalla presenza di problematiche ambientali naturali o antropiche di difficile superamento. Aveva cominciato quindi a ragionare sugli spazi esistenti, fino ad accorgersi che le cesure naturali (fiumi, canali, valli) e antropiche (strade, ferrovie, gallerie, ma anche ponti e viadotti) potevano essere sfruttate proprio per quegli spazi negati dalla costruzione dei collegamenti sopraelevati, ricucendo anche una cesura urbanistica e sociale fra le due parti di città. Spesso infatti i luoghi sottoposti a questo tipo di opere di ingegneria, diventano luoghi inutilizzati e fonte di degrado urbanistico, ma anche e soprattutto sociale. Anche in questo senso il ragionamento del Ministro Toninelli è calzante. E allora, perché non utilizzare gli spazi coperti per attività sociali comuni (alle porte di Cassino, lungo la SR6 “Casilina” sotto il ponte della SR509, c’è uno skate park con un bellissimo murales)? Perché non pensare di trasferire alcune attività commerciali, uffici, aree comuni, in quelle zone di ponte o viadotto che lo permettono? Ma soprattutto, una volta che è stato deciso di abbattere il vecchio ponte Polcevera per costruirne uno nuovo, perché non pensarlo non come un collegamento fine a sé stesso, ma come un’occasione per proporre alla città e al mondo un nuovo modo di pensare il collegamento viario, ritrovando, in questo senso, il principio primigenio che lo aveva generato? Questo è recupero storico, ne è, anzi, il fondamento.

Di progetti in questo senso ce ne sono e ce ne sono stati a bizzeffe. Uno di questi è l’edificio-viadotto di LeCorbusier che si era addirittura spinto a pensare ad una città lineare che facesse da supporto alla viabilità principale. Ci sono però anche esempi pragmatici come il viadotto della metropolitana di Berlino, nei pressi della stazione Hackescher Markt, sotto i cui archi, per lunghi tratti ai due lati della stazione, furono aperte n seguito attività commerciali di vario tipo che hanno dato vivibilità alle aree circostanti, separate appunto dall’opera infrastrutturale e che in passato sono state fonte di degrado. Altre volte il ponte non è stato progettato e realizzato come semplice passaggio fra un punto e un altro, ma anche come occasione per incontrarsi, per riposarsi, riflettere, ammirare il paesaggio e, perché no, giocare.

“Isola della Mur” – Graz | Foto ©CC0 Creative Commons

Un esempio fantastico in questo senso è la cosiddetta “Isola della Mur” a Graz in Austria, opera di un “artista architettonico”, l’americano Vito Acconci, che ha pensato ad un ponte fra le due sponde del fiume Mur rappresentato da due passerelle pedonali che si incontrano su un’isola artificiale al centro del fiume sulla quale ci sono un lounge bar e una terrazza a forma di anfiteatro, che facesse da legame tra il fiume e la città con l’attrattiva del locale pubblico. Fu realizzata nel 2003, quando Graz fu capitale europea della cultura. Il fatto che sia esclusivamente pedonale non deve trarre in inganno: le idee devono essere lasciate fruire libere ed è futuribile la riproposizione della stessa idea in scala più grande.

Chi asserisce che nella maggior parte dei casi si tratta solo di progetti e che per questo motivo non sono attuabili, non solo dimostra poca o scarsa conoscenza non soltanto dell’architettura, il che sarebbe anche comprensibile non essendo prerogativa dell’essere umano conoscere tutto, ma anche ingenuità, se così vogliamo definirla, non comprendendo che qualsiasi atto umano è sempre il risultato di un progetto, scientemente o incoscientemente ideato e che questo progetto può essere attuato. È perciò possibile pensare, progettare e realizzare un “ponte vivibile”, superando ideologie e polemiche partitistiche, tenendo presente però che un ponte deve essere un passaggio sottile integrato nell’ambiente che non invade il costruito, non una barriera d’acciaio a più strati ancorché semi-trasparente, pur accattivante nelle intenzioni, ma deleteria per l’esistente sia per motivi tecnici (abbattimento di buona parte del costruito intorno, oltre a quanto già programmato), sia per motivi architettonici e ambientali.

Un appello in difesa dei concorsi di Architettura

Questo è il testo della PEC che Amate l’Architettura, rappresentata dal suo presidente, ha scritto all’Ordine di Roma. Invitiamo tutti i nostri lettori ad inviare la medesima PEC al proprio Ordine di appartenenza o a sottoscrivere l’appello con un commento a questo post o inviando la sottoscrizione riportante nome, cognome, città, professione ed eventuale iscrizione ad un ordine, a info@amatelarchitettura.com

Il concorso di Architettura è l’unico strumento democratico con cui possono essere selezionati i migliori progetti di edifici e spazi pubblici ed è lo strumento più efficace con cui i progettisti possono contribuire a migliorare l’Italia. Vanificando il risultato del concorso internazionale di progettazione relativo al restauro e ad una addizione del Palazzo dei Diamanti di Ferrara, nell’ultimo giorno utile, a seguito di pressioni mediatiche extra concorsuali, il ministro dei Beni e della Attività culturali, ha commesso un atto gravissimo scardinando la certezza del diritto e il rapporto fiduciario tra progettisti e pubblica amministrazione e mettendo una seria ipoteca alla volontà delle amministrazioni di promuovere iniziative di rinnovamento del territorio.

Con la presente, perciò, aderendo alla iniziativa di Amate l’Architettura, Movimento per l’Architettura Contemporanea, chiedo a questo Consiglio dell’Ordine degli Architetti e al suo Presidente, che presentino un esposto presso la Corte dei Conti, che chiedano al ministro Bonisoli spiegazioni in merito al suo presunto intervento riguardo all’esito del concorso del Palazzo dei Diamanti e che si facciano latori di una richiesta al Direttore Generale delle Belle Arti, Archeologia e Paesaggio del Ministero dei Beni e Attività culturali, dott. Gino Famiglietti di immediata revoca del provvedimento ostativo alla realizzazione dell’addizione o che, in caso contrario, chiedano le sue dimissioni.

20 gennaio 2019

DOCUMENTAZIONE:

Atto di Direzione del Direttore Generale dott. Gino Famiglietti

Atto di sospensione del procedimento della sovrintendenza della città motropolitana di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Ferrara.

La PEC inviata al Consiglio dell’Ordine degli Architetti p.p.c. di Roma e Provincia.

Immagini del progetto vincitore del concorso (© studio Labics).

Immagine di confronto tra la situazione attuale e dopo la realizzazione dell’addizione (tratta da Estense.com)

 

I concorsi di Architettura nel paese di Pulcinella


Lo studio
Labics vince un concorso di progettazione per l’ampliamento del Palazzo dei Diamanti a Ferrara e un gruppo di contestatori, capitanato da #ItaliaNostra e #Sgarbi, vuole impedire lo “scempio”.
Così vanno i concorsi di Architettura in Italia, il paese di Pulcinella.
Alcune riflessioni: se è errato pensare ad una addizione non si arriva a concepire un concorso. Se è stato indetto un concorso ci sarà qualcuno che ha fatto uno studio, avrà interpellato le istituzioni competenti (la Sovrintendenza, per esempio) e poi avrà indetto il concorso, trovando le risorse economiche e stanziandole.
Superata questa fase preliminare, nella quale sono state analizzate tutte queste criticità, si fa un concorso serio e si fa realizzare il progetto al vincitore (che detto fra parentesi non è proprio uno studio di gente incompetente).
Bloccare l’esito di un concorso dopo che ne è stato selezionato il progetto vincitore si chiama danno erariale.
Tutto il canaio a valle di questa operazione è, perciò, ricerca di visibilità politica ed elettorale ed un danno per la collettività.
 
Post scriptum:

All’estero le addizioni ad edifici storici sono operazioni che si fanno normalmente da decenni. Questi ampliamenti vengono chiamati anche “architettura parassita” e non è un insulto.