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Una serie di fortunate coincidenze

14 agosto 2017

[rumore delle onde in sottofondo]

Hypercantilever concept - Spacelab 2017-18

“Hypercantilever”, concept, Spacelab Architects 2017

– Papà tu sei architetto, giusto?
– Sì tesoro.
– E cosa fa l’architetto?
– L’architetto viene incaricato da altre persone (che si chiamano clienti dell’architetto) ad immaginare uno spazio per le loro esigenze e a farlo realizzare. Oppure a migliorare uno spazio esistente. O ragionare su come fare tutto questo in modo più sensato, accurato, sostenibile ed efficiente, utilizzando al meglio le risorse a disposizione.
– Uno spazio? Sarebbe a dire una casa?
– Non solo: può essere una casa o un altro tipo di edificio, sia pubblico che privato. Può essere un intero fabbricato, o uno spazio interno ad un edificio pensato da altri, o un luogo aperto, una piazza, un parco. Uno spazio fatto per durare anni, o secoli, o anche solo pochi giorni. O un’idea fantastica che resta solo sulla carta. Tutto questo, e altro ancora, lo chiamiamo architettura, ed è quello di cui io e tanti altri cerchiamo di occuparci.
– Quindi tutti gli spazi che vediamo intorno a noi sono architettura?
– Magari. Purtroppo non è così. Dicono che solo tre edifici su cento — cioè quasi nessuno — sono pensati e realizzati da noi architetti. E di questi, solo una minima parte può essere considerata “architettura”.
– Come mai così pochi?
– Perché ci sono anche altri mestieri, oltre a quello dell’architetto, che si occupano degli stessi spazi di cui ti parlavo, in modi in apparenza meno complicati e più sbrigativi. Siamo bravissimi a parlare tra noi architetti, ma spesso siamo un disastro a comunicare con tutti gli altri. Che si trovano costretti proprio da noi — spesso così inutilmente oscuri — a rivolgersi altrove, sebbene di architetti ce ne siano davvero tanti in circolazione, soprattutto in Italia.
– Tanti architetti ma pochissime realizzazioni? E come fate?
– Semplice: ci siamo organizzati.
Chi non è impegnato a realizzare opere ha molto tempo per studiare, parlare, scrivere, discutere delle opere degli altri. O per insegnare ad altri come fare — o probabilmente non fare — l’architetto. O per occuparsi di altre cose più o meno interessanti che nulla c’entrano con l’architettura. In ogni caso è una delle professioni più complesse di questo mondo.
– Ma allora perché hai scelto questo mestiere?
– Finché dura, avrei ancora intenzione di migliorare questo posto, un progetto alla volta.
– Esagerato. E poi pensi che meriti il tempo che gli dedichi ogni giorno, tutti i giorni?
– Hai una domanda di riserva?
– Certo: puoi spiegarmi meglio cos’è l’architettura?
– Oddio. Potrei dirti che è una convenzione, un termine su cui ci siamo messi d’accordo, ma non è così in realtà. Nessuno è stato mai capace di darne una definizione chiara e condivisa una volta per tutte. Ciascuno ha in testa una sua idea di architettura, e forse è anche giusto così.
Semplificando, l’architettura costruita potrei spiegartela come il risultato concreto, in forma di spazio e materiali, di una serie di condizioni (economiche, culturali, sociali) che coinvolgono tanto il progettista ed i suoi collaboratori quanto il cliente e il contesto in cui si trovano a lavorare. Un lavoro di squadra.
– E quindi?
– Quindi non pensare all’architetto come ad un artista solitario, che produce opere fantastiche frutto della sua pura creatività. E immaginati l’architettura come il risultato di una serie di positive coincidenze. Una botta di fortuna, o un incrocio di sentieri, per cui un cliente ispirato ha incaricato un bravo professionista a realizzare un’opera eccezionale. Non sempre queste tre condizioni riescono ad allinearsi in un unico progetto, ma quando accade è molto probabile che si tratti di architettura.
– Sì, ma se prima dicevi che gli architetti realizzano così poco rispetto a tutto quello che ci circonda, in fondo a cosa serve l’architettura per chi non è architetto?
– A cosa serve l’architettura. Bella domanda. È un po’ come per la musica, la poesia, le arti figurative: potrei dirti che serve a dare la misura della nostra civiltà come uomini, di quello che riusciamo ad immaginare e realizzare andando oltre il soddisfacimento delle banali esigenze funzionali o pratiche, pur essenziale in ogni architettura che si rispetti.
Serve a spostare più in alto l’asticella, a creare dei riferimenti, a dire al mondo e a chi verrà dopo: questo siamo, questo è lo spazio in cui intendiamo vivere e fare esperienze, questo è il nostro tempo e il nostro retaggio. Ti pare poco?
– Non mi hai convinto.
– Allora capisci perché realizziamo tre costruzioni su cento. Andiamo a farci un tuffo, dai…

(agosto 2017)

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Nota del curatore della serie “a che serve l’Architettura”.

L’articolo é postato a nome di Luca. Per conoscere meglio chi è e cosa fa di seguito riporto i suoi link:

web www.spacelab.it
blog spacelab.it/theblog
fan page facebook.com/spacelab.it
twitter Spacelab_it

UNA PORTA PER L’UMBRIA – intervista ai progettisti del nuovo P.I.T. di Terni

19 novembre 2016

Il Comune di Terni ha promosso un’opera strategica per il futuro assetto della città e dell’Umbria del sud: una passerella pedonale sopra la stazione ferroviaria che, mettendo in comunicazione aree destinate a parcheggi e aree per nuove attività strategiche con il centro città, diventerà la nuova spina dorsale dell’espansione ternana. Amate l’Architettura ha seguito fin dall’inizio questa interessante iniziativa e ha incontrato questa estate – in cantiere – i progettisti: l’architetto Renato Benedetti, vincitore del concorso internazionale indetto da Comune e l’ing. Loris Manfroni, che ha progettato le strutture.

Un nome italiano ma un accento inglese, come mai?

Benedetti: Io sono italo-canadese, nato in Canada. I miei genitori sono italiani.

Genesi di questo progetto: come lo avete affrontato?

Benedetti: Era un concorso internazionale, landmark per Terni, sia per l’Umbria che fosse sia una porta di accesso per le colline retrostanti, ma anche che aprisse Terni verso Roma.

L’idea è stata di trovare un nuovo tipo d’identità con una corrispondenza pratica, una connessione rigenerante tra il centro cittadino e la stazione.

 

Formazione canadese ed esperienza anglosassone. Già due ponti realizzati. Qui, tuttavia, siamo in un contesto diverso, un contesto internazionale. Ha influito tutto ciò nel progetto?

Benedetti: Il modo con cui abbiamo approcciato il progetto è sicuramente internazionale, dato che sono di origine italiana, sono infatti nato in Canada e ho sviluppato l’esperienza lavorativa in Inghilterra, infatti Benedetti Architects è a Londra.

Al principio abbiamo lavorato con Arup di Londra e in seguito abbiamo collaborato con un ingegnere strutturista italiano (Manfroni Engineering Workshop ndr). E’ stata realmente una collaborazione internazionale. Non abbiamo avuto un approccio come quello dell’architetto che ha una soluzione e poi qualcun altro si occupa della parte ingegneristica. Gli ingegneri, gli architetti, l’idea, sono complementari. Inoltre, sopra a tutto, c’è stata l’idea urbana: noi abbiamo realizzato un’infrastruttura per la città, non solo per la stazione ferroviaria. Un posto dove stare che diventa un’idea urbana più ampia.

Abbiamo imparato, partendo dal contesto inglese, che costruire in Italia è completamente differente. Come stranieri, abbiamo la libertà di conoscere un nuovo posto da vicino senza pregiudizi .

Infatti, come straniero, all’inizio non conosci nulla di Terni prima di arrivarci, e ti concentri sullo scoprire esattamente di che cosa Terni ha bisogno.

Anche l’approccio collaborativo con il Committente, in questo caso con Roberto Meloni (Responsabile Unico del procedimento per il Comune di Terni ndr) è stato fondamentale per trovare le soluzioni per il ponte e per questa città.

 

Avete visitato Terni durante il concorso?

Benedetti: Certamente, noi non potevamo partire – ed è impossibile per noi – senza vedere il sito ed il contesto reale. Non abbiamo avuto un approccio astratto al progetto.

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Entriamo ora nel dettaglio dell’argomento. Noi vorremmo conoscere quali sono state le innovazioni tecnologiche introdotte in questo progetto.

Benedetti: All’inizio abbiamo lavorato insieme per trovare l’idea, che avesse una valenza architettonica e urbanistica insieme, di lettura del contesto, di cosa volevamo tentare di fare. In quel momento è impossibile fare un “salto in avanti” e fare partecipare gli ingegneri al confronto. L’innovazione tecnologica, che vi sarà descritta più in dettaglio da Loris (Manfroni ndr), è legata ai vincoli dati dal contesto ferroviario, quali il passaggio dei treni, i binari che definiscono in modo preciso le zone per gli appoggi e la conseguente lunghezza delle campate del ponte, ma anche dal punto di vista scultoreo, da come potevamo avere una infrastruttura di 80 metri con una “espressione” ingegneristica che fosse anche un oggetto che avesse una valenza di nuovo landmark, di nuovo simbolo dove gli anelli – sembrano aureole di angeli – che tengono i cavi a sorreggere la struttura, fossero qualcosa di “molto leggero”.

La presenza di questi cerchi nel tripode nasce da una esigenza formale, di rendere unico questo landmark, o da una esigenza strutturale?

Benedetti: entrambe.

Manfroni: La scelta iniziale architettonica è stata decisiva anche per un aspetto strutturale. Di fatto gli anelli hanno funzioni strutturali importanti: servono per raccogliere tutte le funi che dovranno sorreggere l’impalcato. Questa funzione strutturale è diventata significativa fin dal momento in cui abbiamo cominciato ad analizzare il ponte. Tra l’altro essi servono anche per collegare strutturalmente i tre elementi verticali da cui è nato il nome iniziale, il tripode. Quindi hanno costituito un rinforzo, dal punto di vista strutturale, estremamente significativo e, direi, indispensabile.

 

Normalmente un ponte strallato ha dei piloni che reggono gli stralli qui non abbiamo dei piloni bensì un tripode che ha degli elementi circolari e questi servono…

Manfroni: l’elemento fondamentale è il tripode che è anche un grande pilone centrale costituito, nella sostanza, da tre elementi distinti, e che in questo modo è stato alleggerito moltissimo rispetto ad un più tradizionale pilone unico che sarebbe stato decisamente molto più grande e di maggior impatto estetico. Esso non segue la tradizione delle costruzioni di questo tipo che generalmente vediamo attorno a noi, cioè quello di avere degli elementi regolari posti alle estremità del ponte e poi degli stralli, cioè delle funi, che arrivano all’interno del ponte. In questo caso il tripode è diventato un elemento veramente significativo dal punto di vista iconografico ed è diventato anche l’elemento fondamentale nella decisione delle scelte strutturali, perché oltretutto non potevamo avere altre posizioni dove inserirlo: sotto i nostri piedi (eravamo sulla passerella, sopra i binari ndr) non c’era la possibilità di introdurre altri elementi per la presenza dei binari.

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In qualche modo era quasi una scelta obbligata.

Manfroni: E’ diventata quasi subito una scelta obbligata, poi è diventata un mix di estetica architettonica e di scelte strutturali.

Benedetti: La forma, realmente, è una espressione scultorea dell’esigenza strutturale, del modo con cui i fruitori vivono un’esperienza con essa e l’organizzazione dei cavi è un dispositivo formale unificante.

Manfroni: la scelta architettonica iniziale non ha imposto una soluzione, uno schema precostituito per sorreggere il ponte, ma ha sfruttato questa idea che nel tempo è diventata un’icona ma anche l’elemento fondamentale per il ponte.

Benedetti: vorrei aggiungere una cosa: c’è un aspetto dinamico tra i tre elementi verticali del tripode, i due anelli che reggono i cavi e la curvatura del ponte. Non si ha mai la stessa vista. La struttura è in continuo mutamento. In effetti le parti dell’infrastruttura sono un intervento dinamico nella città perché, per gli utenti, la visuale cambia continuamente. Ecco perché si hanno delle curve. E’ un approccio dinamico, non statico.

E’ un’idea strettamente intrecciata di architettura, ingegneria ed urbanistica nel voler realizzare un’opera dinamica.

Vorremmo parlare di un tema importante per l’Italia: le modalità di realizzazione del progetto e del rispetto dei costi. Noi vogliamo capire se siete riusciti a rispettare il progetto nella fase realizzativa e se ci sono state delle varianti che hanno fatto aumentare sensibilmente i costi. Vorremmo anche capire come è stato il rapporto con l’amministrazione.

Benedetti: non posso parlare delle realizzazioni in Italia perché questo è il nostro primo progetto in Italia. Noi abbiamo lavorato in altri paesi, specialmente nel Regno Unito. Fin dal nostro primissimo incontro, che abbiamo avuto a Terni con l’amministrazione dopo che abbiamo vinto il concorso, in una o due settimane abbiamo avuto il contratto e abbiamo potuto leggere molto chiaramente i termini del contratto. La negoziazione non ci ha preso molto tempo e abbiamo avuto una fiducia immediata nell’amministrazione che è stata speciale, anche paragonata ad esperienze avute da noi in passato dal Regno Unito. Siamo andati “avanti, avanti, avanti” (in italiano ndr) perché gli amministratori sono stati molto professionali e chiari nei nostri confronti. Ci hanno sempre fatto avere fiducia nel fatto che il progetto sarebbe stato realizzato nel modo giusto

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Perciò l’amministrazione vi ha aiutato nello sviluppo del progetto?

Benedetti: Noi abbiamo presentato un progetto ma non conoscevamo ancora il Committente, non si ha modo di conoscerlo in un concorso. Loro ci hanno detto: “partite!”. Io vorrei dire che il Comune di Terni e Roberto Meloni in particolare, che è stato incaricato dal Comune (il Responsabile Unico del Procedimento ndr), è stato estremamente efficiente e chiaro fin dall’inizio e sempre coerente.

Il progetto non si è fermato mai, è andato sempre avanti nel modo corretto.

Per i costi, noi abbiamo espresso dei costi all’inizio e abbiamo ora dei costi a ponte costruito e, più o meno, stiamo all’interno dei costi previsti. Il lieve incremento dei costi è dovuto solo a problemi reali, come la difficoltà di lavorare di notte o con i treni che passano. C’è stato un incremento di costi ma contenuto entro una percentuale estremamente ridotta.

 

Una semplice domanda. Pensate che sia un ponte costoso o poco costoso?

Benedetti: Questo ponte è al di sotto della media dei costi di ponti di questo tipo in Europa. E’ nella fascia bassa. Noi abbiamo avuto inoltre la complicazione di venire a lavorare direttamente dentro la stazione. Normalmente nella realizzazione di un ponte si va tra due punti e non si hanno strutture esistenti con cui avere a che fare. In questo caso è stata una complicazione il fatto che il ponte arrivava direttamente nella stazione ma, nonostante questo, siamo al di sotto della media dei costi europei per ponti di questo tipo. Credo che questo sia perché noi abbiamo progettato il ponte per essere economico e “scremato” sin dall’inizio. E’ molto leggero perché ogni sua parte fa il suo lavoro e questo è quello che dona eleganza all’ingegneria. Gli ingegneri hanno ridotto al minimo ogni cosa, ecco perché lo definisco metaforicamente “scremato”. Questo è importante perché ha rassicurato il comune di Terni che ogni cosa sarebbe andata avanti nei tempi programmati e soprattutto all’interno dei costi programmati. E’ una bella sicurezza, anche per la città, perché questa parte di infrastruttura è stata progettata pensando ad altre fasi, in quanto potrebbe esserci uno sviluppo ulteriore intorno alla stazione e un miglioramento pubblico, nel quale il ponte potrebbe essere come un sasso nello stagno che, dopo l’ingresso nell’acqua, provoca delle onde che si allargano progressivamente e che quindi potrebbero portare maggiore sviluppo grazie a questo investimento iniziale.

 

Lei, ingegnere, vuole aggiungere qualcosa?

Manfroni: Potrei sottolineare che la qualità di un prodotto finale dipende moltissimo da com’è il progetto iniziale. Ora qui ci sono due aspetti, due fasi sequenziali: il progetto che è andato in gara, che abbiamo curato assieme all’architetto, ed il progetto in fase esecutiva che è stato curato dall’impresa e dai suoi tecnici per poterlo realizzare. Onestamente i progetti sono praticamente identici, non ci sono stati variazioni sostanziali successive al progetto iniziale. Questo fa ben pensare: il progetto iniziale, che è andato in gara, aveva già tutte le condizioni per essere realizzato adeguatamente, compreso il costo, e ha tenuto conto di tutti gli aspetti di cui si è parlato ora e che oggi troviamo sul posto e che sono dei vincoli, in sostanza, che lo hanno condizionato fin dall’inizio.

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In un progetto così tecnico, che cosa ha contribuito ad una realizzazione così aderente al progetto? Per esempio il ruolo della Direzione dei Lavori, qui ricoperto dall’ing. Leonardo Donati, è stato determinante per controllare l’esecuzione ed il rispetto del progetto?

Manfroni: Assolutamente si. Il progetto, alla fine, viene trasformato in documenti cartacei, che tengono contodi tutte le condizioni, da quelle di progetto a quelle realizzative. La Direzione Lavori è fondamentale in questo caso. La capacità e la maestria dell’impresa, la capacità dei tecnici che hanno seguito passo passo l’evolversi dell’opera, ma fondamentale è la collaborazione, il legame tra tutte queste figure professionali.

 

 

 

Quindi anche con la pubblica amministrazione?

Manfroni: Si, perché se non ci fosse un coordinamento tra tutte queste persone, la macchina non funzionerebbe.

Benedetti: noi architetti non possiamo fare un buon progetto senza un buon committente.

 

Sappiamo che la realizzazione è a cura di una ATI capitanata dal Consorzio Research e che una buona parte del lavoro è stato realizzato da una impresa consorziata, la COBAR spa. Le imprese sono state adeguate rispetto alle necessità della realizzazione? Si è innescato qualche rapporto particolare con loro?

Benedetti: Uno degli obblighi più difficili nel progetto è stato quello di essere sicuri che noi trasmettessimo le informazioni appropriate e la comprensione delle differenze tra il “progetto definitivo” e il “progetto esecutivo” (entrambi in italiano ndr). Abbiamo consegnato un progetto più dettagliato di quanto si faccia solitamente perché volevamo ridurre i rischi e perché è meglio trasmetterne più informazioni anziché meno. .

Noi (architetti ed ingegneri) eravamo certi che con la trasmissione di queste informazioni, l’impresa sarebbe stata in grado di realizzare esattamente quello che avevamo progettato. Con l’ingegnere progettista dell’impresa, Marco Peroni, abbiamo avuto ottimi incontri nel suo ufficio romano e abbiamo collaborato molto bene con lui.

Manfroni: La collaborazione è stata ottima. Quello che conta è la comunicazione e la collaborazione, soprattutto la disponibilità dell’impresa a collaborare.

 

Perciò in questo caso l’impresa è stata disponibile, anche in relazione alle difficoltà che avete avuto. Quali sono state le difficoltà particolari in senso realizzativo, come avete lavorato o quando?

Manfroni: Assemblare un ponte come questo vuol dire lavorare fondamentalmente di notte.

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Perché non passavano i treni?

Manfroni: Di notte perché c’è una finestra temporale entro la quale è possibile lavorare, quando cioè non passano i treni: ovviamente questo è legato alla sicurezza della stazione. Con una grande gru, infatti, i pezzi sono stati trasportati dal luogo dove sono stati assemblati fino in questo posto. Quindi anche questo processo costruttivo implica una considerazione progettuale: l’opera deve essere assemblata e riassemblata sul posto. Questa è una difficoltà che è stata affrontata strada facendo.

Sin dall’inizio abbiamo pensato a questo ed il progetto che è andato in gara, ovviamente, conteneva tutti questi aspetti; l’impresa è stata poi disponibile a discutere con noi tutti questi “piccoli” dettagli, che poi sono diventati fondamentali, perché rispetto al progetto fatto, dovevano essere perfezionati.

 

L’impresa perciò ha dato un grosso contributo alla “cantierabilità”, la visione di come doveva essere realizzato.

Benedetti: E’ molto importante questo aspetto e perciò noi abbiamo trasmesso informazioni supplementari perché sapevamo che erano importanti soprattutto per i costi. Perciò quello che voi vedete oggi è esattamente quello che abbiamo progettato e più o meno è costato esattamente quanto avevamo previsto.

 

Allora, quando finiamo questo progetto?

Benedetti:Alla fine dell’anno, prima della fine dell’anno.

 

CREDITS:
INTERVISTA A CURA DI:
Raffaella Matocci, Cristina Donati, Giulio Paolo Calcaprina
FOTO: Giulio Paolo Calcaprina
VIDEO: Raffaella Matocci
TESTO: Giulio Paolo Calcaprina
VIDEO EDITING E MONTAGGIO: Giulio Pascali
L’intervista è stata effettuata il giorno 1° agosto 2016 nel cantiere del P.I.T. di Terni. Si ringrazia l’arch. Roberto Meloni per la preziosa collaborazione

 

P.I.T – TERNI – GALLERIA FOTOGRAFICA DEL CANTIERE (01/08/2016)

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Ruolo/Fase Credits
Struttura titolare del progetto Comune di Terni – Assessorato ai LLPP: Assessore Stefano Bucari

Comune di Terni – Progetto Speciale Dipartimentale riqualificazione del territorio e sistemi urbani – Dirigente Arch. Carla Comello

Responsabilità del Procedimento Responsabile Unico del Procedimento:

Arch. Roberto Meloni – Comune di Terni

Contatti:

tel.: 0744/549971 – 3396366497

mail: roberto.meloni@comune.terni.it

skype: rob.meloni

Collaborazione e supporto al RUP per le varie fasi della procedura:

Geom. Mauro Passalacqua – Comune di Terni

Geom. Guido Cianfoni – Comune di Terni

Geom. Giampiero Petrelli – Comune di Terni

Arch. Antonio Aino – Comune di Terni

Ing. Matteo Bongarzone – Comune di Terni

M.A. Giuliana Marconi – Comune di Terni

Geom. Marco Cannata – Comune di Terni

Sig.ra Emanuela Marucci – Comune di Terni

Supporto al RUP in fase di realizzazione:

Arch. Renato Benedetti – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti) 

Arch. Carla Sorrentino – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Ing. Loris Manfroni – Manfroni Engineering Workshop 

Concorso di progettazione Progettisti prima fase: 

Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Arch. Lorenzo Pignatti

Arch. Maria Federica Ottone

ARUP

Progettisti seconda fase: 

Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Manfroni Engineering Workshop

Arch. Lorenzo Pignatti

Arch. Stefania Gruosso 

SMT Architetti Associati

Progetto definitivo Progettisti:

Arch. Renato Benedetti – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti) – Capogruppo ATI

Arch. Carla Sorrentino – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Ing. Loris Manfroni – Manfroni Engineering Workshop – ATI

Arch. Lorenzo Pignatti 

Arch. Stefania Gruosso – ATI

Computi:

Arch. Andrea Calo’ 

Consulenza e progetto illuminotecnico:

Cirrus Lighting – Viabizzuno

Verifiche della progettazione definitiva e esecutiva Supporto al RUP per le verifiche strutturali:

Ing. Marco Serini – Provincia di Terni

Supporto al RUP per le verifiche legate alla sicurezza:

Geom. Claudio Berretti – Comune di Terni

Supporto al RUP per le verifiche legate agli aspetti idrogeologici:

Geol. Paolo Paccara – Comune di Terni

Verifiche comportamento aeroelastico:

Galleria del Vento presso CRIACIV (Centro di Ricerca Interuniversitario in Aerodinamica delle Costruzioni e Ingegneria del Vento) di Prato – Università di Firenze, Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale

Appalto integrato- progetto esecutivo Progettazione architettonica e strutturale:

Studio Tecnico Peroni

Ing. Marco Peroni

Collaborazione alla progettazione architettonica:

Arch. Filippo M. Martines

Progettazione esecutiva impianti elettrici e speciali:

Reconsult S.r.l.

Ing. Giancarlo Sfarra

Appalto integrato-esecuzione lavori

Aggiudicatario Research Consorzio Stabile Scarl in Associazione temporanea con l’Impresa Ferone Pietro & C. S.r.l.

Impresa consorziata esecutrice Costruzioni Barozzi SpA (Cobar SpA).

Direzione Lavori Direttore Lavori:

Ing. Leonardo Donati

Ufficio Direzione Lavori

Direttore operativo – Geom. Fabrizio Sabatini – Comune di Terni

Ispettore di cantiere – Geom. Maurizio Mezzasalma – Comune di Terni

Ispettore di cantiere – P.I. Emiliano Lenticchia – Comune di Terni

Coordinamento sicurezza Coordinatore della sicurezza in fase di progettazione:

Arch. Danilo Ricucci – componente ATI titolare progetto definitivo

Coordinatore della sicurezza in fase di esecuzione:

Ing. Lorenzo Catraro

Collaudi Collaudo statico:

Ing. Antonio Turco

Identificazione dinamica e relative misurazioni:

CRIACIV (Centro di Ricerca Interuniversitario in Aerodinamica delle Costruzioni e Ingegneria del Vento) – Università di Firenze, Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale

Prof. Massimiliano Gioffré – Università degli Studi di Perugia

Collaudo amministrativo:

Arch. Cinzia Mattoli – Comune di Terni

In contatto con Hadid

17 novembre 2016

UN PLASTICO TATTILE PER LA PERCEZIONE DELLO SPAZIO E PER PARLARE DI ARCHITETTURA

Una conversazione con Stefania Vannini e lo Studio ArchitaLAB.

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In occasione dell’evento che si è svolto al Museo del Maxxi a Roma. durante il quale c’è stato il posizionamento di un plastico tattile all’interno della hall, abbiamo avuto modo di porre delle domande a Stefania Vannini, curatrice del progetto.

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Come è nato questo progetto?

Accompagnando, sin da quando ha aperto il Maxxi, persone con diverse problematiche all’interno degli spazi molto complessi progettati da Zaha Hadid, mi sono resa conto che gli ausili e gli strumenti didattici che avevo pensato di utilizzare non potevano ambire a rendere ottimale l’esperienza che si fa percorrendo il Museo.

Mi sono resa conto che i non vedenti e gli ipovedenti, a causa della loro specifica disabilità, sono impossibilitati o comunque hanno grave difficoltà nella percezione dello spazio.

Da qui è nata la necessità di costruire un plastico tattile.

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E’ iniziato un lungo percorso di fan rating che si è concluso l’anno scorso con l’incontro con il gruppo di Club del Rotary, Inner Wheel Italia_Distretto 208 e con l’allora governatrice Bruna Moretto Volpato, la cui collaborazione è stata validissima perché, insieme, siamo riuscite a sensibilizzare tutte le socie di Roma, del Lazio e della Sardegna.

Tutte si sono appassionate al progetto quando abbiamo spiegato loro che intorno a questo plastico avrebbero potuto esserci sia vedenti sia non-vedenti e che tutti in questo modo avrebbero potuto avere una cognizione attuale e reale delle caratteristiche del Museo, considerato il fatto che le altre due maquette del Maxxi, che sono in collezione e che sono quelle realizzate per il concorso da Zaha Hadid, portano il ricordo di alcuni edifici che non sono mai stati realizzati.

Questo plastico adesso diventa la maquette del Maxxi, diverrà il “luogo dell’integrazione” dove potremmo, tutti insieme, capirne le forme ancor prima di entrare a visitarlo.

Ricordo che la stessa Hadid, passeggiando per il quartiere Flaminio, espresse la propria ammirazione per le architetture di Nervi ed essendo il Palazzetto dello Sport a pochi metri, il Maxxi costituisce un unicum tra due opere d’arte che permarrà nel tempo.

Il percorso “In contatto con Nervi”, che adesso è diventato “In contatto con Nervi e Hadid”, propone le esplorazioni tattili in entrambi gli edifici a partire dal Palazzetto e arrivare al Museo e questo potrebbe diventare un percorso tattile stabile.

Ho riscontrato un grande interesse per l’Architettura nelle persone con gravi disabilità.

Non essendo un architetto, ma una storica dell’arte, l’esperienza trascorsa qui e la possibilità di vivere i sei anni e mezzo di cantiere per la costruzione del Maxxi, mi hanno fatto appassionare all’Architettura. Ho pensato di sciogliere un po’ i tecnicismi e di raccontarla in modo informale ma soprattutto di far sì che se ne parli facendo incontrare diversi tipi di persone.

Il concept “In contatto con Nervi e Hadid” è un percorso nato per coinvolgere e parlare di Architettura in modo informale e diretto tra persone anziane, ragazzi, emigranti, rifugiati, persone con distinte disabilità. E così è avvenuto nelle tre sperimentazioni che fino ad ora abbiamo fatto e che ora diventeranno un’attività stabile dopo aver collaudato il percorso.

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Dove verrà posizionata la maquette?

La maquette verrà messa nella hall del Museo con una copertura al fine di proteggerla dalla polvere. In occasione delle visite e su prenotazione, la maquette verrà aperta.

Chiederò che venga prevista sul sito del Museo, la possibilità per i non vedenti di prenotarsi, di partecipare ai percorsi organizzati o anche, per chi non volesse parteciparvi, di avere la possibilità di fare l’esperienza tattile prenotandosi con tre/quattro giorni di anticipo.

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Una conversazione con gli archh. Mario Boni e Giampolo Barberi, fondatori di ARCHITALAB e realizzatori del plastico tattile.

Che materiali avete usato per realizzare questo plastico tattile?

Diversa entità di materie plastiche quali il Forex, il Polistirolo antiurto, il Plexiglass, il Poliuretano ad alta densità, materie poi tutte quante opportunamente verniciate con l’aerografo e con bombolette contenenti diverse percentuali di colori, al fine di ottenere i vari effetti.

In fase di montaggio tutti i pezzi sono stati tagliati con fresa a controllo numerico e con il laser da orafo, come per gli infissi, ad esempio, ché sono da 0,3mm. In questo modo abbiamo cercato di dare rilievo anche agli spessori minimi e, scegliendo di aumentare leggermente tutti gli spessori di riferimento, attribuendo un maggior rilievo a lesene, cornicioni ed infissi, abbiamo fatto in modo che nell’insieme fosse più leggibile tattilmente.

La parte più suggestiva è quella vista da sopra.

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Il livello tattile è solo percettivo o c’è anche una misurazione di temperature?

No, è solo tattile. L’esperienza ha luogo attraverso la percezione dell’utilizzo di differenti grane. Le superfici vetrate sono in plexiglass completamente liscio, il cemento è stato fatto con una grana fine, il ciottolato è stato fatto con una sabbia, il verde ha spessore diverso.

Differenti grane per ottenere diversi rilievi in modo da dare movimento e far percepire immediatamente i cambi di materiali e di situazioni progettuali.

L’illuminazione come è stata progettata?

Ci sono dei Led a luce naturale che non scaldano.

In realtà la luce che esce è un po’ più fredda ma questo perché, in aggiunta, sul plexiglass è stata passata una finitura bianco-ghiaccio con una bomboletta che opacizza e lo rende uniforme e che abbiamo passato su tutte quante le superfici trasparenti. In questo modo, traspare la luce e non i singoli punti di luce ed essendoci concentrati di più sulle forme del museo, escono fuori i volumi propri della struttura.10

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Abbiamo saputo che vi è stato chiesto di inserire come modulo una macchina in miniatura nell’intorno.

Esatto. E’ stata una bella idea che ci ha suggerito l’Ing. Umberto Emberti Gialloreti, diventato non-vedente da anni e non dalla nascita. Questa precisazione perché la macchina è un punto di riferimento dimensionale che loro hanno.

All’inizio avevamo pensato di inserire degli omini ma poi abbiamo pensato che avesse una superficie troppo esile di incollaggio quindi di difficile gestione nell’atto tattile.

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Il grande valore sociale fa di questo progetto il proprio punto di forza.

Finalmente io e tutti gli altri amici che sono qui presenti, potremmo renderci conto di quella che è l’opera dell’architetto Zaha Hadid”

parla Lucilla D’Antilio, fruitrice da anni del museo del Maxxi

Perché, per quanto noi abbiamo fatto svariate visite, un conto è toccare un edificio nelle sue dimensioni reali, toccare i muri, le pareti, le colonne, un conto è avere l’effetto d’insieme”

Chi ha avuto l’esperienza di non vedere sa che è impossibile avere l’idea di insieme di qualcosa che va oltre quello spazio che le mani possono toccare”

Per chi non vede, entrare in un Museo e poter fare una visita tattile accessibile è fondamentale perché noi non possiamo sfogliare dei libri o consultare delle riviste o vedere dei video. La nostra cultura artistica è accessibile solo attraverso le mani e queste iniziative ci danno la possibilità di com’è una struttura architettonica, che altrimenti non capiremmo.

Questo non solo ai fini di un accrescimento culturale, che è fondamentale per tutti, ma anche perché dà la possibilità ad un non vedente di accedere alla creatività artistica attraverso la realizzazione di plastici come questo”.

Se noi possiamo toccare,

siamo in grado di tirare fuori anche la creatività perché

le mani hanno una capacità di memoria

e così come apprendono

possono restituire creativamente”

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L’ARTE E’ DI TUTTI

Il PERCORSO “IN CONTATTO CON NERVI E HADID”

Stefania VANNINI, responsabile Ufficio Public Engagement

Pietro BARBERA, segretario generale del Maxxi

Margherita GUCCIONE, direttore Maxxi Architettura

Claudia REALE, ufficio mostre del MAXXI

Bruna Moretto Volpato, club del Rotary, Inner Wheel Italia_Distretto 208

Mario BONI e Giampaolo BARBERI, studio ArchitaLAB

Intervista a cura di: Raffaella Matocci e Lucilla Brignola, con Claudia Fano.

Foto di: Raffaella Matocci e ArchitaLAB.

Editing: Giulio Paolo Calcaprina.

Architetti nuovi poveri

2 febbraio 2016

La difficile condizione lavorativa degli Architetti è sempre più sulle pagine dei giornali italiani ed anche noi, sul nostro canale facebook, assistiamo a dei veri e propri fenomeni virali di rete ogni volta che rilanciamo l’argomento.
Come associazione stiamo cercando di muoverci nella realtà innanzi tutto promulgando il dibattito per trovare, però, soluzioni e proposte che possano avere un peso ed un ascolto politico vero.
A questo link vi proponiamo il primo stralcio di una video-intervista a due giovani architetti Paola Ricciardi e Marco Lombardini, rispettivamente consigliere dell’Ordine di Roma e delegato Inarcassa di Roma.

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Alla ricerca del lavoro perduto

21 novembre 2015

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L’inizio della ricerca del lavoro è sempre uno scontro con la dura realtà ma, per un Architetto, può davvero riservare sorprese al limite dell’immaginabile, per la mia esperienza, indicative della attuale e, purtroppo, penosa situazione in cui versa la nostra amata professione a tutti i livelli.
Appena laureata, armata di belle speranze ma anche di volontà, ho iniziato “la ricerca” del mio primo lavoro attraverso internet che, sappiamo, è uno strumento libero ed alla portata di tutti ed è, o sembra, il “luogo” dove possono incontrarsi domanda ed offerta in modo limpido e meritocratico.

Così come molti ho fatto la normale trafila: si manda il proprio curriculum a studi, più o meno noti, ed affascinati dai rendering accattivanti che mostrano i siti, si spera ardentemente di entrare a far parte del team. Se il neolaureato è fortunato gli viene proposto uno stage non retribuito della durata di svariati mesi, da 3 a 9 in genere, e questo è il caso “standard”.

Ma si sa che la fantasia non manca nel nostro campo ed ognuno di noi “architetti con la crisi” ne ha viste delle belle!

Il caso più singolare che mi è capitato da neolaureata è stato sicuramente quello di uno studio di Roma. Il lavoro da svolgere era questo: ognuno dei (tanti) collaboratori doveva cercare, sempre su internet ed al suo pc, due concorsi e parteciparvi a nome dello studio. Il collaboratore che vinceva un concorso veniva pagato a un prezzo fisso molto basso (ben diverso dal premio!) perché il restante serviva per “finanziare altri concorsi”, mentre chi non vinceva nessun concorso non veniva semplicemente pagato lavorando, in pratica, solo per arricchire con i suoi render il portfolio dello studio. Quando ho ricevuto la mail che conteneva questa proposta sono rimasta a bocca aperta e non ho neanche risposto.

Un’altra illuminante esperienza l’ho avuta durante un colloquio presso uno studio di giovani architetti che mi hanno chiesto: “ma tu hai un pc portatile da portare qui in studio? Ma da quanto tempo ce l’hai? No perché se non è veloce non va bene, ci serve un collaboratore con pc portatile nuovo!!”, il tutto per la miserrima “paga” di 150 euro al mese full time anche di sabato! Purtroppo o per fortuna, col senno di poi, non avevo e non ho un pc portatile performante e quindi mi hanno scartata senza neanche avvertirmi, naturalmente.

Il divertimento maggiore tra neolaureati era raccontarsi le esperienze di colloqui e le risposte che ricevevamo alle mail che mandavamo, con tanto di curricula e portfolii pieni di rendering e speranze universitarie. Ricordo che ad una mia amica e collega hanno avuto il coraggio di proporre come rimborso spese “150 euro + panini” per un tirocinio full time, un’altra lavora a tutt’oggi (5 anni dopo) per un architetto che le dà un fisso di 800 euro al mese e fa lei tutto il lavoro: progettazione, direzione dei lavori, pratica amministrativa e firma. Uno dei più bravi tra i miei colleghi lavora all’Ikea, ed è felice.

Ma io ero determinata a fare esperienza e farmi pagare.
Finalmente, dopo 6 mesi, trovai uno studio che mi prese a 400 euro al mese full time per 9 ore di lavoro al giorno: ero felicissima.
Rientravo in uno dei migliori casi in cui può incorrere un neolaureato e mi diedi molto da fare, peccato che, se prima eravamo due collaboratrici di studio, dopo tre mesi ero rimasta l’unica superstite con il doppio del carico alla stessa paga ed ovviamente, non riuscendo mai a finire entro le 19.30, con conseguente orario di lavoro tragicamente dilatato a mie spese.
Continuavano però ad entrare nuovi lavori e così, con un po’ di coraggio, feci la ingenua richiesta di un aumento e la risposta non fu un “no”, che avrei comunque apprezzato visto che la chiarezza vince sempre, ma un “vediamo, dai, dal mese prossimo”; bene, manco a dirlo, la frase è stata ripetuta per i successivi tre mesi.
Fortunatamente era estate e la mia voglia di andare al mare mi ha fatto avere il buon senso di abbandonare la baracca.

Dopo quasi un anno e un bel po’ di esperienza in più, cercando di nuovo lavoro, mi sono imbattuta in un gruppo di architetti e grafici che mi hanno chiamata per un colloquio che vale la pena raccontare: alle 3 di pomeriggio, con un caldo da morire, l’architetto “capo”, un signore molto robusto e “paffutello” di età 75 anni circa, mi fa la fatidica domanda “architetto, ma lei è fidanzata?” io davvero quasi non potevo trattenermi dal ridere ma devo dire che a volte l’apparenza inganna e quindi non si pensi che questo distinto signore volesse provarci!! No! Era molto serio invece, infatti, da precedenti domande che mi aveva posto come “ma lei quindi non è di Roma? Va spesso a trovare la sua famiglia? I suoi amici si trovano a Roma?” ho capito, solo dopo, che non era l’istinto sessuale a spingerlo su un terreno imbarazzante, più per lui che per me, ma le stesse ragioni del lupo cattivo della favola Cappuccetto rosso: “… è per sfruttarti meglio!!”

Ma non finisce qui! La più allucinante però è capitata ad un mio amico che ha fatto un colloquio presso l’abitazione di un architetto molto facoltoso ed amante dell’arte nella sua casa di Prati. Il povero mal capitato s’è trovato sottobraccio a questo anziano signore con “atteggiamenti ambigui” e di fronte ad un garbato ma fermo rifiuto delle profferte del potenziale datore di lavoro “il lavoro” è diventato in un batter di ciglia un tirocinio non retribuito con una sola via e prospettiva dichiarata: “poi se ci sono i finanziamenti…”; ogni cosa ha il suo prezzo, evidentemente.

Nel frattempo e, fortunatamente, ho incontrato anche persone corrette a riprova che non bisogna mai perdere le speranze e, grazie a ciò che ho imparato proprio da queste ultime, sto cercando dei lavoretti per conto mio per farmi in qualche modo conoscere.

Come 5 anni fa, non avendo parenti o amici che necessitino di lavori a casa, mi sono rivolta di nuovo al famigerato amico internet.

Ed ecco che si è riaperto il vortice! Tra architetti che svendono certificazioni energetiche su Groupon a 35 euro (vorrei chiedere a questi colleghi se hanno trovato un avanzatissimo rilevatore satellitare a ultrasuoni nell’uovo di Pasqua… come fanno il rilievo obbligatorio?) e quelli che per 300 euro  offrono un progetto di ristrutturazione completo ovunque in Italia e nel mondo (genius loci… una cosa che si vende su ebay?), sono però incappata in una proposta davvero interessante, la più interessante di tutte:  dall’invitante  nome  “a cena con l’architetto”  (probabilmente si ispira al titolo del film “la cena dei cretini”) è una sorta di contest aperto a clienti e progettisti e riesce a essere peggio del noto portale Cocontest che già di per sé agisce con meccanismi dubbi.

Funziona così: il potenziale cliente/utente va su facebook alla fan page dell’iniziativa e posta le foto e le piantine degli ambienti che vuole ristrutturare. Gli architetti (o studenti di architettura, poverini perché no?!) si iscrivono alla fan page e cliccano “mi piace” sulle foto degli ambienti che vorrebbero ristrutturare. Dopo un mese le richieste più “mipiaciate” vengono messe a bando interno e i progettisti pubblicano le loro proposte, sempre sulla pagina facebook. Il progetto più “mipiaciato” vince! Che fortuna! Il progettista vince nientepopodimenoche… 100 euro! E in più gli viene offerta persino una cena con il cliente in cui gli tocca pure dargli consigli sul colore delle piastrelle del bagno! Lungi dal progettista pensare di svolgere veramente il lavoro e prendersi il dovuto compenso! Geniali, davvero.

La conseguenza va ben oltre l’inevitabile perdita di qualità del progetto: la standardizzazione delle soluzioni progettuali, dovuta alla sempre maggiore rapidità e del minimo costo richiesti, elimina, purtroppo, tutta una serie di fattori indispensabili al lavoro dell’architetto:  la visita del luogo da ristrutturare, il rilievo, la riflessione, l’ascolto delle reali esigenze del cliente, la ricerca, l’elaborazione di più soluzioni, il dialogo col cliente, l’approdo alla soluzione finale.

In pratica elimina la nostra professionalità e la scelta per il committente.

Solo noi architetti possiamo far rispettare e valorizzare la nostra professione ed abbiamo l’obbligo morale di farlo anche se siamo disperatamente alla ricerca di lavoro.
La politica al ribasso non funziona mai ed il lavoro va pagato sempre e se non viene pagato bisogna rifiutarlo e chiamarlo con il suo nome: sfruttamento.



Editing: Daniela Maruotti
Immagini: da archivio pubblico

Non è un paese per architetti (giovani)

19 settembre 2015

Mentre cammino sotto i portici di via Altinate, rimbalzano tra le pareti della mia calotta cranica le notizie lette in questi giorni nel corso delle mie ricerche sulla disoccupazione giovanile a Padova. Lo scenario appare inquietante: la percentuale di giovani disoccupati è oltre il 32%, triste primato regionale. Cammino e incrocio ragazzi con borse a tracolla, piene di libri, che a passo spedito si avviano verso la zona universitaria del Portello; spediti e sereni, lo si vede.

Ci troviamo in via Altinate, al Centro San Gaetano, vado lì di solito”

Facciamo pure alle dieci, con calma, tanto non ho nulla da fare”

Però metti un nome inventato, capito?”

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Arrivo al Centro San Gaetano e in attesa di Andrea (eccolo il nome inventato, la scelta non è stata per nulla facile: Google – nome più diffuso in Italia – Andrea) ordino un caffè al bar di fronte. Mentre sorseggio sfoglio il giornale con in prima pagina la notizia del suicidio di un ragazzo di 23 anni nel Trevigiano. Proprio oggi. Il quotidiano dà per scontata la causa scatenante il drammatico gesto: l’assenza di lavoro. Resta sempre difficile da credere e talvolta si ha, anzi, l’impressione che si speculi un pochino sulla crisi, che questa “venda” perché capro espiatorio, perché attenuante per gli insuccessi della vita di chi legge o ascolta la notizia. Ma è solo un’impressione, appunto, per questo ho deciso di intervistare un mio amico che al momento è disoccupato, per provare a capire. Andrea ha 29 anni, è di Padova, è alto, capelli e occhi neri, si è laureato da più di due anni in architettura e ha passato il primo anno post laurea tra esame di stato e uno stage in Spagna, in uno studio professionale. È tornato in Italia e da un anno è alla ricerca di lavoro nel suo campo.

Eccolo che arriva.

“Dove me la vuoi fare questa intervista, giornalista?” sorride ironicamente, venendomi incontro. Come posso biasimarlo, dalla mia pelle trasuda dilettantismo.

“Dove vuoi, fa lo stesso”

“Allora vieni con me, volevi vedere come passo la giornata, giusto? La biblioteca è al secondo piano”

Entriamo nell’edificio e do un’occhiata in giro: al piano terra ci sono un ristorante, un’aula studio e una corte interna splendidamente illuminata, tramite la copertura in vetro, da luce naturale. Prendiamo gli ascensori nuovi di zecca e saliamo al secondo piano.

“Vengo qui perché c’è internet libero, così posso collegarmi e inviare curriculum stando fuori casa. A star chiuso in appartamento tutto il giorno impazzirei altrimenti”, mi dice Andrea con la voce un po’ più bassa. “Mi piace, è un ambiente accogliente”.

Accediamo allo spazio a ferro di cavallo della biblioteca. Ci sediamo a uno dei tavolini in prossimità della vetrata che dà sulla luminosa corte dove stanno sistemando le sedie per una conferenza. È un posto confortevole, c’è quell’atmosfera di calma e pace che le biblioteche sanno trasmettere. Andrea cerca la presa, sotto il tavolino.

“Dammi un attimo, ci sono. Ti faccio leggere la mail che mi è arrivata oggi, così cominci a farti un’idea.”

Caro Andrea, grazie per averci scritto e per averci inviato i tuoi dati, che conserveremo.
Purtroppo siamo uno studio molto giovane e non potremmo offrirti quello che meriti, cioè una retribuzione appropriata. In bocca al lupo per tutto,
Antonella

“Eccola qui la mail tipo: non possiamo pagare. Tanti propongono collaborazioni gratuite, altri ancora tirocini post laurea, ma io son laureato da 2 anni. Però ricevo sempre complimenti nelle mail di risposta. Ho fatto un bel percorso, mi dicono, un percorso della Madonna”. Sorride ironicamente, Andrea.

Cominciamo. Come va la ricerca di lavoro?

Difficile, tremendamente difficile. Sembra che nessuno abbia più i soldi per pagare uno stipendio, non dico da 1000, ma nemmeno da 500 euro al mese. Da quando ho cominciato la ricerca di lavoro in Italia, dopo l’esperienza spagnola, è stato un vero calvario. Ho inviato inizialmente mail a tutti, ma proprio tutti, gli studi di architettura a Padova. Ho preparato un bel curriculum aggiornato e il portfolio coi lavori realizzati. Risultato? Zero assoluto! Mi sono presentato anche fisicamente in alcuni studi perché mi avevano suggerito potesse funzionare ma non è servito a nulla. Dopo Padova ho inviato cv in altre città italiane, partendo da quelle vicine, come Verona, Mestre e Treviso, e finendo a Catania e Palermo.

Qualche risposta?

Dopo un bel po’, da Bologna, uno studio giovane, con ragazzi simpatici e collaboratori internazionali. Bell’ambiente, mi proponevano una collaborazione per la partecipare ad un concorso di architettura: in caso di vittoria avremmo diviso il premio e lavorato assieme al progetto. Ho accettato, più per la voglia di ampliare la mia esperienza che per la speranza in sé di vincere il concorso. Ho guadagnato zero euro e il viaggio in treno era di 3 ore tra andata e ritorno, ogni giorno, ma ho accettato. L’esperienza è stata sicuramente positiva ma, terminato il concorso, è terminata anche la collaborazione.

Il concorso com’è andato?

Niente, non abbiamo vinto.

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E poi?

Poi continua la ricerca, sempre più faticosa, perché le possibilità, dopo che hai già sparato revolverate di cv, si restringono. Ho cominciato a cercare anche lavoretti part-time per mantenermi. Ho dovuto fare un cv apposta: se vedono che sei laureato non ti considerano per certi lavori e comunque cercano gente con esperienza dappertutto: c’è talmente fame di lavoro e le aziende hanno talmente tanta scelta nel grande serbatoio della disoccupazione, che possono permettersi di selezionare il meglio. Per fortuna, però, in quel periodo un mio amico gestiva una bancarella in un festival e mi ha chiesto una mano: 40 euro a sera, più di quanto avessi guadagnato fino ad allora con l’architettura.

Continua pure…

In quel periodo ricevo una risposta da uno studio di Varese. Ci vado. 70 euro di treno tra andata e ritorno, 4 ore di viaggio con cambio a Milano dove, oltre al treno, cambio pure d’abito, nei bagni della Centrale di Milano. Il colloquio va alla grande, la tipa a capo dello studio mi dice che gli piaccio e che non le dispiacerebbe affatto lavorare con me. Mi parla di stipendio, mi parla di assunzione e non di partita Iva: incredibile! Tutta questa positività viene spenta però verso la fine del colloquio, quando mi spiega quanto sia difficile il periodo e di come lo studio sia passato da 20 a 7 dipendenti, negli ultimi tempi. Mi fa capire che il tutto è comunque vincolato a un lavoro importante che dovrebbe venir loro commissionato.

E il lavoro non arriva…

Esatto, quindi tanti saluti. Passa l’estate e fortunatamente, grazie a un amico, trovo un posto da magazziniere all’Ibs (libreria, nda), 1000 euro per un mese, pagamento con voucher e puntuale, una boccata d’ossigeno. All’Ibs c’era gente laureata, gente con dottorato alle spalle e tutti disperatamente aggrappati a questo breve lavoretto, uno spaccato terribile di Italia. Si era creata una sorta di solidarietà tra noi, accomunati da questo strano destino.

Non pensavo fosse così complicata la situazione.

Lavorare come architetto è un lusso, ormai. Un mio amico è stato preso in prova in uno studio: 4 mesi a zero euro. Dopo questo periodo, se a loro andrà bene, gli aumenteranno lo stipendio a 500 euro al mese. 500 al mese per un lavoro che comporta responsabilità, che comporta il dover stare a lavorare spesso più delle 8 ore canoniche, che comporta conoscenze tecniche, cultura storico-architettonica, che comporta saper usare minimo 4 o 5 software per lo sviluppo e la presentazione del progetto. Io comincio a pensare che questi studi ne approfittino: cavalcano come dei surfisti l’onda della crisi per non pagare. Hanno un serbatoio immenso di giovani architetti neolaureati a cui possono far fare tirocini gratuiti, senza che nessuno dica nulla. Li usano a rotazione: quando finisce il periodo di tirocinio, dentro gente nuova, carne fresca. E non è possibile ribellarsi a questa situazione perché tanto ci sarà sempre dietro di te qualcuno pronto ad accettare le condizioni imposte dai datori di lavoro. È un meccanismo asfissiante.

E all’estero?

Ci penso, come no. Ma servono tanti soldi e poi se uno si muove verso città come Londra o Parigi la competizione è fortissima e non è affatto facile. E poi io ora voglio vivere qui, perché è il mio Paese. Io continuo a sperare di trovar qualcosa in Italia.

È arrivata l’ora di pranzo. Ci alziamo dal tavolo e vedo Andrea rovistare nello zaino e prendere un sacchetto con dentro dei panini fatti in casa. Usciamo dalla biblioteca.

“Andiamo ai Giardini dell’Arena a mangiare, son due minuti da qui, tagliando per via Giulio”, dice Andrea.

Arrivati al parco ci sediamo su una panchina.

“Ecco la mia giornata, panini col salame e 7-8 ore al giorno in biblioteca a mandare curriculum”, riprende Andrea con un sorriso amaro.

“ Lo schermo del pc diventa come una finestra su un mondo nel quale mi immergo totalmente, è come se la realtà circostante fosse lontana. Perché mentre invio le mail mi si attivano meccanismi mentali che non son facili da gestire, meccanismi negativi il più delle volte. Passo tanto tempo sul pc perché comunque, se facessi altro, mi sentirei in colpa. Cercare lavoro è più faticoso di lavorare, senti maggiormente lo scorrere del tempo.

I tuoi amici lavorano?

Qualcuno sta cercando come me, qualcuno invece se n’è andato all’estero e qualcuno, ovviamente, lavora. Non li vedo affatto soddisfatti però, mi raccontano di rapporti professionali con la partita Iva, mi parlano delle poche tutele, mi parlano di quanto poco guadagnano e di che bassa pensione riceveranno.

Com’è il rapporto con gli amici che lavorano, ti pesa il fatto di non lavorare?

Posso raccontarmi tutte le storie del mondo ma quando rivedo un amico che mi chiede come mi stia andando, mi coglie una brutta sensazione. Un misto tra imbarazzo e vergogna, un giustificare il fatto di non avere ancora un lavoro, a differenza sua. Qui in Veneto, a torto o a ragione, mi pare che il lavoro sia una religione, un credo, e il fatto di non averlo ti porta a guardare qualche volta a te stesso come a una persona che ha un qualcosa in meno rispetto alle esigenze della società. Un menomato sociale.

E la tua famiglia? Come vive questa situazione?

Il fatto di riuscire a star fuori di casa, in qualche maniera, dà sollievo a un’atmosfera che altrimenti sarebbe pesante. Certe volte mi sento in colpa nei loro confronti, per tutti i soldi che hanno investito per farmi studiare, però non ci posso fare nulla. Loro comunque rimangono un appoggio fondamentale

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Pensi di avere delle responsabilità per questa tua situazione?

Certe volte penso che sia colpa mia, che avrei dovuto avere più fame, certe, invece, penso di aver sbagliato qualcosa nel mio percorso. Forse ad andare in Spagna, forse avrei dovuto cominciare a cercare subito lavoro qui. Certi altri giorni invece mi dico che quella esperienza mi ha dato tanto sotto il profilo umano e anche professionale, quindi no, non ho sbagliato. Dipende.

Finito il panino ci fumiamo una sigaretta, in silenzio, e ci incamminiamo per ritornare alla biblioteca. Lo seguo un mezzo passo più indietro e una volta arrivati all’ingresso del centro ci salutiamo.

La passeggiata verso casa durerà un quarto d’ora e allora meglio farsi compagnia con un po’ di radio. Estraggo lo smartphone dalla tasca sinistra, accendo e inserisco le cuffie. Mi viene un sorriso ascoltando la notizia del giornale radio in quel momento in onda:

Laureati emigranti, un capitale umano costato 23 miliardi che l’Italia regala: i nostri giovani studiano nelle scuole pubbliche fin dalle elementari poi trovano un posto in Germania, Regno Unito, Brasile. Uno spreco enorme nell’indifferenza.

Proprio oggi.

(Nota – foto di accompagnamento di Giulio Paolo Calcaprina: Padova Caffé Pedrocchi, Università di Padova – Cortile vecchio Palazzo del Bo, Università di Padova – Cortile nuovo Palazzo del Bo)