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LETTERA APERTA AGLI ARCHITETTI CANDIDATI NELLA LISTA “NOI ARCHITETTI” PER LE ELEZIONI DELL’ORDINE DI ROMA DEL 2017.

23 settembre 2017

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Stimatissimi colleghi, con la pubblicazione della vostra lista per elezioni del Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma, abbiamo appreso che si candiderà anche quest’anno l’arch. Alessandro Ridolfi, presidente uscente della passata consiliatura.

Siete tutti noti ed affermati architetti ed è evidente che la vostra candidatura è espressione di uno spirito di servizio per questa istituzione e non di una ricerca di un tornaconto personale.

Per questa ragione riteniamo che vi sia sfuggito il fatto che i sensi dell’ art.2, comma 4, del DPR 169/2005 e dell’art.2, comma 4-septies, DL N.225/2010, che stabiliscono un limite massimo di 3 consiliature consecutive se in già in carica al 27/02/2011, l’arch. Ridolfi non sia più candidabile in quanto è consigliere dell’Ordine di Roma ininterrottamente dal 1999.

In questi anni ha ricoperto la carica di tesoriere per 12 anni, poi di vice presidente e, successivamente, di presidente, oltre ad altri incarichi minori.

Una persona che ha ricoperto per così tanti anni incarichi di rilievo non può non sapere che la sua candidatura è in palese violazione con il dettato di legge, voi, probabilmente, non ne siete a conoscenza.

Perciò, in virtù di quanto vi abbiamo esposto vi chiediamo di sollecitare l’arch. Ridolfi a ritirare la propria candidatura a consigliere dell’Ordine o, in caso di un suo diniego, a ritirare la vostra candidatura e quindi il vostro sostegno ad un collega che vìola apertamente le regole democratiche su cui si basa il nostro Ordine, già ridicolizzato, a causa sua, con l’attuale surroga (un commissariamento di fatto) a causa della mancata indizione delle elezioni nei tempi stabiliti per legge.

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Minimi tariffari. Perché non sia una battaglia di retroguardia

12 maggio 2017

(..) Città e paesaggio incarnano valori collettivi essenziali per la democrazia. Formano un orizzonte di diritti a cui deve rispondere la responsabilità dell’architetto, perché il suo lavoro incide sull’ambiente e sul tessuto urbano, determina la qualità della vita quotidiana, modifica le dinamiche della società (..) scrive  Salvatore Settis nel suo ultimo  “Architettura e democrazia”.

La manifestazione programmata il 13 maggio a Roma, che vede in piazza i liberi professionisti e gli Ordini professionali italiani per il ripristino dei minimi tariffari aboliti dalla legge “Bersani” del 2006 (n. 248/2006), ha il grande merito di riportare all’attenzione pubblica il tema del ruolo sociale delle categorie professionali, devastate negli ultimi anni da una crisi non solo di mercato ma anche di identità.

La verità è che gli ultimi 20 anni hanno trovato impreparate, complici le nostre fallimentari Università, intere categorie professionali precedentemente tutelate da un sistema culturale e sociale che garantiva loro un mercato protetto e selettivo. E così, anche crogiolandosi nel comodo equivoco e nella presunzione di dover essere categoria culturale prima che professionale, queste categorie non hanno retto l’onda d’urto di un mercato, non solo del lavoro ma anche della conoscenza, sempre più globale e orizzontale.

Queste categorie, innanzitutto quella dell’architetto, continuano a ricoprire tuttavia un ruolo primario all’interno dei processi di trasformazione dei nostri territori antropizzati o meno che siano; ma lo fanno purtroppo privi di qualsiasi riconosciuta autorevolezza e di qualsiasi potere contrattuale.

E’ evidente come il ripristino per legge dei minimi tariffari, che questa manifestazione promuove, rappresenti un tentativo di ricostruire questo svanito potere contrattuale, tradendo tuttavia una visione limitata della questione e rischiando di passare, con evidente effetto boomerang, per un tentativo di tutelare solamente gli interessi di categoria. La questione merita invece un approccio più ampio e argomentato soprattutto perché è in ballo non solo la tutela professionale e sociale di una categoria ma la stessa dignità del lavoro.

Allora bisogna premettere che la scelta di liberalizzare le professioni aveva un intento lodevole, quello di scardinare un mercato monopolizzato, spesso dalla solite figure professionali, che si aggiudicavano, in materia pubblica, a parità di compenso professionale qualsiasi appalto/gara sulla base di valutazioni tecniche spesso opinabili; l’eliminazione delle tariffe minime avrebbe garantito l’immissione nel mercato di forze nuove capaci di competere, oltre che sul piano professionale, anche su quello economico, secondo un principio di libero mercato.

Ma evidentemente qualche cosa non ha funzionato, e per un duplice motivo.
Il primo è che, ovviamente, la libera competizione produce apertura del mercato e benefici sociali solo laddove esiste un mercato veramente libero e competitivo. In Italia il libero mercato paga indiscutibilmente e storicamente (soprattutto culturalmente) la presenza di centri di potere diffusi, monopolistici e clientelari, che, a seguito della liberazione delle tariffe, hanno opposto una forte resistenza e lavorato a costruire maglie sempre più strette e opache nella gestione degli appalti, complice la crisi storica che stiamo vivendo.
Il secondo motivo è riconducibile al ritardo culturale della categoria (e qui ci sarebbe da rincarare la dose sulla formazione innanzitutto universitaria), che non ha mai abbandonato la visione e la gestione oserei dire romantica dell’attività, e che ha messo a nudo una generazione di professionisti nella stragrande maggioranza incapace di essere realmente competitiva in un mercato globale, limitando quella dimensione innovativa che tale rivoluzione liberista doveva alimentare e potenziare; è successo invece che il micro tessuto degli studi professionali, a fronte di una calo sostanziale della committenza pubblica, si è trovato disarmato e debole di fronte ai colossi che oggi gestiscono il mercato dell’immobiliare privato, dai fondi immobiliari ai mercati del retail o del facility services, e non hanno potuto imporre, in situazioni di crisi e di competizione selvaggia, la propria qualità professionale.

E’ per questo che sono convinto che tale rivendicazione del ruolo sociale della categoria e del ripristino della dignità del lavoro professionale, incentrata solamente sul tema del ripristino delle minimi tariffari intesi come prima del 2006, non solo rappresenti una battaglia di retroguardia che non porterebbero nessun beneficio ne di condizione lavorativa degli architetti e degli ingegneri ne di ricaduta nella collettività, ma nasconda, come già detto, un effetto boomerang devastante che affosserebbe ulteriormente (se fosse mai possibile) una categoria già pubblicamente squalificata e delegittimata.
Ma allora come affrontare l’evidente urgenza di dover ricostruire l’immagine e la legittimazione delle figure professionali, passando per la loro valorizzazione come attori principali della tutela e della valorizzazione del territorio del nostro paese e come evidente investimento su uno dei patrimoni più importanti che l’Italia possiede, quello delle proprie città e del proprio paesaggio naturale?

Per questo i fronti da affrontare sono diversi e più ampi, riconducibili essenzialmente a 3 punti.
1.    Una riforma profonda delle professioni che metta ordine alle competenze, riporti su un binario corretto la deriva della formazione professionale, agevoli – anche fiscalmente – l’aggregazione professionale a vantaggio di strutture complesse in grado di acquisire potere negoziale e di competere nel mercato globale
2.    Una riforma fiscale, soprattutto dei regimi IVA professionali, che segni la differenza tra economia professionale e economia d’impresa.
3.    Una riforma profonda della normativa di settore a partire dalla Legge Urbanistica nazionale che dopo 75 anni mostra limiti enormi che solo parzialmente possono essere superati dalla normativa regionale; una riforma che aggiorni i principi della pianificazione e dello sviluppo territoriale e che allo stesso tempo affronti decisamente il tema della certezza delle procedure e della semplificazione amministrativa.

Sarebbe importante pertanto che la manifestazione del 13 maggio a Roma affrontasse soprattutto queste priorità, evitando che questa giornata si riduca ad una battaglia di retroguardia dannosa per la categoria e tutto sommato inutile: che vittoria di Pirro sarebbe infatti ripristinare le tariffe minime in un sistema professionale e di mercato senza garanzie di lavoro?
Personalmente parteciperò nell’ottica di dare un piccolo contributo all’importantissima costruzione di una coscienza e consapevolezza collettiva, perché la dignità del lavoro professionale passa indiscutibilmente anche per un principio di compenso minimo. E, in maniera provocatoria proprio verso quei Consigli Nazionali degli Ordini Professionali, che poco hanno fatto negli ultimi anni per migliorare la condizione lavorativa della nostra professione, e che oggi sono tutti, opportunamente, in prima linea nell’organizzazione della manifestazione, mi chiedo: perché non modificare il Codice Deontologico, al cui rispetto siamo tenuti, inserendo il concetto di effort minimo delle prestazioni professionali al di sotto dei quali l’impossibilità di garantire minimi salariali compatibili con la dignità professionale, possa configurarsi come illecito ideologico e/o concorrenza sleale? Potremmo arginare la deriva al ribasso di gare e appalti sanzionando deontologicamente attraversi i propri Consigli di Disciplina, anche con sospensione dall’Albo, eccessi di ribasso a tutela della categoria e dei nostri committenti. Non sarebbe, come detto, una soluzione ma servirebbe a migliorare, senza necessariamente passare per posizioni facilmente populistiche, la nostra condizione lavorativa e a garantire migliori servizi professionali ai nostri clienti.

Roma: un modello di sviluppo sbagliato.

22 ottobre 2013

Il Movimento che rappresento ha preso il nome dal libro di Giò Ponti, famoso architetto italiano degli anni 70″, intitolato “amate l’architettura”.

ROMA: UN MODELLO DI SVILUPPO SBAGLIATO

Uno degli argomenti principali di questa Tavola rotonda e che fa parte del Programma di UN Habitat è quello che riguarda la Pianificazione Urbana e lo Sviluppo Sostenibile per una migliore qualità della vita nelle città.

il programma delle giornate di Unhabitat a Spalato

“amate l’architettura” ha raccolto con entusiasmo l’invito a partecipare e con il nostro intervento, vogliamo segnalare in questo consesso internazionale gli errori, gli indirizzi, le previsioni e le scelte sbagliate che la politica insieme ad urbanisti, architetti, progettisti hanno fatto negli ultimi 50 anni e purtroppo continuano a fare nell’area metropolitana di Roma. Da qui il nostro “grido di dolore” di cittadini romani, prima di tutto, che vivono quotidianamente i disagi di uno sviluppo diventato ormai “INSOSTENIBILE” e di architetti e progettisti impegnati con il nostro movimento e convinti sempre di più che una migliore qualità dell’architettura ed una migliore qualità urbanistica nelle nostre città significhi una migliore qualità della vita. All’inizio del secondo millennio Roma, nel 2008/2009, ha approvato un nuovo Piano

la presentazione di Amate l'Architettura a Unhabitat

Regolatore Generale che nelle migliori intenzioni di chi lo ha politicamente voluto e di chi lo ha tecnicamente progettato, avrebbe dovuto essere lo strumento per ridisegnare e realizzare la Roma del futuro e nello stesso tempo cercare di sanare i “guasti urbanistici” prodotti nell’arco dei 46 anni intercorsi dall’ultimo P.R.G. “Guasti” derivati principalmente da una gestione del territorio molto superficiale e senza un adeguato controllo da parte delle varie amministrazioni che si sono succedute negli anni, ma soprattutto da un’espansione irregolare della città, “a macchia d’olio”, così come venne definita dall’urbanista A. Cederna. La città si era espansa e si era dilatata in ogni direzione seguendo una linea di marcia dettata non da una corretta pianificazione territoriale, ma dalla forza trascinatrice della rendita fondiaria e della speculazione edilizia che aveva indirizzato questa crescita “insensata” sui propri terreni. Nello stesso tempo la nascita di nuovi insediamenti era stata accompagnata da un aumento della popolazione residente ma non dalla realizzazione di un adeguato sistema di trasporto pubblico, creando così una conseguente e spropositata crescita dell’uso dei veicoli privati.

Al momento dell’approvazione del nuovo P.R.G., quindi, l’analisi della situazione di Roma nei suoi aspetti più problematici ci restituiva una “fotografia” quantomeno preoccupante se non addirittura allarmante. “Roma era diventata un caso esemplare di una condizione urbana le cui patologie affliggono la qualità del vivere e l’esistenza materiale delle persone”. F. Erbani scrittore e giornalista di “Repubblica” nel libro “ROMA Il tramonto della città pubblica”.

Il Piano Regolatore Generale di Roma del 2008

In una situazione così come sopra sommariamente descritta, viene approvato il nuovo P.R.G. all’interno del quale però, oltre ad un’espressione di buona volontà e d’impegno per cercare di gestire nel modo migliore la complessa situazione esistente, non si capisce quale è l’idea di città futura che si vorrebbe realizzare. Si percepisce invece l’assenza di una pianificazione territoriale in grado di cambiare radicalmente la strada percorsa fino a quel momento e segnata dall’abbandono dell’urbanistica e delle regole e dalla mancanza di un ragionamento complessivo sull’intero assetto della città. La grande novità sbandierata ai quattro venti come la panacea che avrebbe risolto gran parte dei mali di Roma era quella del ritorno alla città policentrica.

Il PRG di Roma del 2008

Soluzione quantomeno discutibile, sopratutto dal punto di vista sociale prima che da quello urbanistico, se non altro per i vari esempi fallimentari che la storia urbanistica ci ha proposto a partire da quelli delle New towns inglesi e svedesi degli anni “70”. Le Centralità hanno una ragion d’essere principalmente se al loro interno sono previsti, oltre alle residenze, anche i servizi, le attività commerciali e direzionali, gli uffici e parte di quelle funzioni pubbliche che non possono più restare nelle zone centrali di una città con un Centro Storico come quello di Roma. Non hanno nessun senso se diventano un ulteriore esempio di quartieri dormitorio senza Servizi, senza Infrastrutture, senza Trasporto ed Attività direzionali pubbliche. Inoltre le 18 Centralità previste nel nuovo P.R.G. non nascono da una pianificazione, dalle vere esigenze di sviluppo del territorio o dalla sua vocazione e da una visione globale del suo assetto. Ma vengono individuate in quegli insediamenti, in parte spontanei ed abusivi, sorti in maniera irregolare negli anni precedenti.

Basta guardare la Diapositiva per rendersene conto. Il nuovo P.R.G. non aveva tenuto conto che Roma da quasi 20 anni non cresceva più demograficamente e che dal punto di vista economico erano già presenti tutti i sintomi della grave crisi in arrivo. Nonostante questi due fattori (crescita demografica ed economica) determinanti per qualsiasi sviluppo, espansione e trasformazione di un territorio, fossero negativi, il nuovo P.R.G. metteva in cantiere una previsione edificatoria impressionante di circa 70 milioni di metri cubi di nuove costruzioni da realizzare. Prevedendo nello stesso tempo l’espansione ed il consumo di altro terreno agricolo nell’Agro Romano per ulteriori 15.000 ettari, portando il totale del territorio urbanizzato dell’area metropolitana di Roma a circa 60.000 ettari, una fascia larga circa 100/120 Km, una conurbazione tra le più grandi del mondo.

Noi troviamo una sola spiegazione a queste scelte sbagliate di politica urbanistica. Una spiegazione che ci rimanda alla disastrosa condizione economica del Comune di Roma, con un deficit di circa 9 Miliardi di Euro. La città allora, quasi come una Banca Centrale, non potendo stampare moneta “stampa metri cubi di nuove costruzioni” che diventano la “moneta urbanistica” per risanare il bilancio delle casse comunali. In questo modo Roma è diventata uno dei più grandi “sprawl” d’Italia e per certi versi dell’intera Europa, con molti dei nuovi insediamenti che non superano la bassissima densità di 13 abitanti per ha.

Le cifre della crescita di Roma a confronto con le grandi capitali europee

In questa diapositiva si confrontano le aree metropolitane, il rapporto tra abitanti e veicoli ed i km di metropolitane esistenti di Roma rispetto a Parigi e Londra. Bastano questi pochi dati per rendersi conto della disastrosa condizione della Mobilità e del trasporto pubblico che si è realizzata a Roma, favorendo l’uso indiscriminato dei veicoli privati.

La conseguenza di uno sviluppo così irregolare e per certi versi ingovernabile, per quanto riguarda la Mobilità, e di degrado sia urbanistico che sociale, non avendo previsto nessun tipo di decentramento di attività direzionali e di servizio in queste nuove “Centralità” periferiche, è stata in primo luogo quella di “condannare” ogni giorno 400/500.000 “pendolari”, che vivono nei comuni limitrofi alla Capitale, a riversarsi verso le zone centrali di Roma per raggiungere il loro posto di lavoro, intasando tutte le vie di comunicazione e trascorrendo in macchina quasi due/tre ore al giorno (circa due mesi della loro vita in 1 anno).

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Queste ultime due diapositive fanno parte di un video che realizzammo e proiettammo nel 2010 durante “La festa dell’architettura” di Roma, per denunciare e testimoniare le condizioni di disagio quotidiano vissuto dagli abitanti della Centralità di Ponte di Nona.

Ricchezza è anche la qualità del progetto

Tutto quanto segnalato finora non sono certo problemi riferibili solo alla condizione della città di Roma, ma riguardano già da tempo anche il ruolo che si apprestano a svolgere tutte le grandi città, soprattutto in seguito agli straordinari cambiamenti che stanno avvenendo. Per la prima volta nella storia del nostro mondo, a causa di un costante aumento del fenomeno dell’inurbamento, più della metà della popolazione mondiale oggi vive nelle aree urbane. Le Città sono diventate e saranno, come noi pensiamo, il “motore” preponderante per un futuro di crescita e di sviluppo ed è all’interno delle Città che bisognerà impegnare e valorizzare quelle risorse (umane, culturali, sociali) e quelle capacità naturali (di relazione, di creatività, artistiche) che esistono, per cercare di risolvere i problemi e le grandi contraddizioni di cui oggi sono afflitte. Purtroppo oggi la logica che sottende a tutte le operazioni speculative legate alle rendite ed ai profitti ottenuti con le trasformazioni urbanistiche dei territori è la stessa, sia nelle città con vaste aree portuali dismesse, vere porte d’ingresso per chi arriva dal mare, che nelle città metropolitane.

Ponte di Nona, quartiere-simbolo della disumanità della periferia romana

Ponte di Nona, vita quotidiana e servizi

Una stessa logica per dare modo al complice “potere politico” di chiamare al “capezzale” del territorio “ammalato” i “medici” delle grandi società immobiliari e di costruzione. Queste soluzioni non hanno più nessuna ragion d’essere di fronte ai disastri odierni compiuti dal potere economico-finanziario che si immola al dogma neoliberista della crescita infinita. Queste soluzioni non possono più trovare giustificazioni dal punto di vista urbanistico ed architettonico perché nel nuovo modello di sviluppo o nella nuova idea di città non è più consentito disattendere le aspettative di qualità della vita delle persone che come tutti noi hanno il “Diritto” di vivere “degnamente” i luoghi e gli spazi delle nostre città.

Tutto ciò si deve necessariamente tradurre nella realizzazione di “progetti concreti e fattibili” dove trovano casa principalmente concetti divenuti oggi, a tutti gli effetti, “DIRITTI”: ad uno Sviluppo Sostenibile, ad una Crescita o Decrescita Programmata, ad una Sostenibilità Ambientale, ad un Risparmio Energetico con l’uso delle Energie Rinnovabili, ad un impiego di Nuovi Materiali e Nuove Tecnologie Costruttive, ad un Recupero e Riqualificazione di territori e strutture dismesse o abbandonate, ad una Qualità Diffusa dell’Architettura e quindi ad una Migliore Qualità della Vita.

Ecco perché in una situazione come quella che oggi stiamo vivendo, diventa di estrema importanza e assolutamente “necessario” parlare di “Qualità della Progettazione” per cercare di combattere “l’ingiustizia distributiva” che affligge le nostre città.

Giorgio Mirabelli & Lucilla Brignola

Fondatori e Membri del Direttivo di “amate l’architettura”

movimento per l’architettura contemporanea

le notizie di Unhabitat sui giornali locali

Giorgio Mirabelli (a sinistra) con altri relatori

Alcuni relatori delle giornate di Spalato

vedi anche:

http://carteinregola.wordpress.com/2013/10/22/roma-un-modello-di-sviluppo-sbagliato/#more-5204

Le larghe intese all’Ordine di Roma?

Finita la campagna elettorale, esaminati i risultati elettorali, vogliamo fare una riflessione su quanto è stato espresso dagli architetti romani e anche sull’esperienza avuta nella promozione e sostegno della lista Amate il Cambiamento, soprattutto per chi romano non è ed ha bisogno di un aiuto alla comprensione, non facile, di quanto è accaduto.

Cominciamo dai numeri.

Nel 2009 si candidarono 40 colleghi, questo anno le candidature iniziali sono state 108.

Nel 2009 votarono 2324 persone, questo anno 3933, quasi il doppio.

Già questo è un bel segno di democrazia e di nuova attenzione all’Ordine, di cui ci prendiamo la nostra grande fetta di merito.

Purtroppo è ancora una percentuale esigua (meno di un quarto degli iscritti), che si esprime nelle urne.

Analizzando i dati di lista si nota che nel 2009 la lista Diritto all’architettura ottenne una maggioranza bulgara (l’ultimo della vecchia lista, l’attuale presidente Livio Sacchi ottenne 1598 voti contro i 372 della prima dei non eletti, ora invece eletta, Daniela Proietti), mentre nelle elezioni odierne si è assistito ad un testa a testa tra le due liste nate dalla scissione del vecchio Consiglio: Next Arch, che ha “piazzato” 11 candidati e “Diritto all’Architettura che è riuscita a mettere in Consiglio solo 4 candidati.

Dopo le due liste è arrivata la lista da noi promossa, Amate il Cambiamento, la novità di queste elezioni, che ha preso una media di circa 400 voti a candidato, tra cui ha primeggiato Eleonora Carrano con 481 voti.

Dopo Amate il Cambiamento si sono posizionate una serie di sigle: “Architettura in Ordine/Ordine sparso”, O.R.A.; Anonima Architetti e altri.

I numeri esposti si prestano a letture plurime. Se da una parte la frammentazione del voto è un indice di democrazia, dall’altra non può sfuggire il fatto che dei 15 consiglieri eletti (tra le due liste) solo 4 sono le “new entries” in Consiglio (tutti di Next Arch). Gli altri sono colleghi già eletti per 1, 2, anche 3 consiliature (palma d’oro ad Alessandro Ridolfi e Fabrizio Pistolesi che sono alla quarta consiliatura consecutiva).

Alla luce di queste analisi risulta sostanzialmente un sistema bloccato dove, evidentemente, chi è all’interno di una istituzione, anche nel caso di un malcontento diffuso, ha maggiore facilitazione nell’essere rieletto.

Quali le cause?

La prima tra tutte è un sistema arcaico che obbliga gli iscritti, anche quelli della Provincia, ad andare fisicamente alla sede dell’Ordine (con problemi spaventosi di parcheggio!) e fare una fila anche superiore all’ora (come è accaduto negli ultimi giorni) e dovere scrivere a mano nome e cognome (attenti alle omonimie!) dei 15 candidati prescelti. Abbiamo anche assistito all’arrivo di pulmini, organizzati da una lista, che portavano votanti al seggio. Una cosa che farebbe sbellicare gli architetti iscritti ad un paese del terzo mondo!

Noi chiediamo al nuovo Consiglio che fin dal primo giorno si adoperi, presso gli organi competenti, per permettere – finalmente – di utilizzare la P.E.C. come sistema alternativo per le elezioni, e -vorremmo aggiungere – anche le consultazioni degli iscritti, su temi inerenti all’Ordine.

La seconda, figlia della prima, ci deve imporre l’attenzione sul fatto che se esiste un sistema che pone tali difficoltà per andare a votare, premia chi può fare leva sugli amici e su comunità di architetti, vincolate da legami professionali più stretti, come per esempio quelle dei professori universitari e dei dipendenti degli uffici pubblici.
Il libero professionista, si sa, è un cane sciolto.
Lo diciamo per il futuro, non per il passato, chi non promuoverà un sistema elettivo più accessibile e democratico avrà interesse a mantenere rendite di posizione all’interno dell’Ordine.

La terza causa più generica, è la grande disaffezione verso le istituzioni, in particolare quelle degli architetti, che vengono percepite, soprattutto dai giovani, poco o per nulla rappresentative delle proprie istanze.

Con queste elezioni e questa partecipazione massiccia sono stati portati a votare 1.600 iscritti in più rispetto a 4 anni fa; più del 40% dei votanti sono “nuovi” rispetto a 4 anni fa.

Con una grande approssimazione (e sicuramente con un ampio margine di errore) si potrebbe dire che la metà dei nuovi votanti sono stati portati dalle nuove liste alternative a quelle uscenti dal vecchio Consiglio (tra queste la lista Amate il Cambiamento ha fatto la parte del leone) e l’altra metà sono voti non attribuibili con certezza, probabili trasversali o parziali (con indicazioni di voto inferiori alle 15 preferenze).

Una ulteriore riflessione riguarda il fatto che, nonostante il sistema elettivo favorisca l’elezione di consigli appartenenti ad una unica lista (quindi con totale assenza di opposizione al suo interno) il consiglio uscito fuori da questa tornata elettorale è composto da due liste distinte. Sulla carta questo dovrebbe essere un bene: la presenza di una opposizione dovrebbe garantire tutti gli iscritti da eventuali abusi di gestione da parte della maggioranza; si tratta di un normale principio democratico che intende tutelare tutti i componenti di un gruppo eterogeneo da quelli che si definiscono “abusi della maggioranza”. Questo presupporrebbe però che i componenti eletti siano espressione di diverse istanze o di diverse esigenze all’interno degli iscritti. Sarà così? assisteremo ad una opposizione non interessata e mirata a una gestione legata unicamente a tutelare gli interessi di tutti gli iscritti? o forse, una volta conquistata la poltrona di consigliere assisteremo ad un appiattimento generalizzato della gestione in nome di diversi e più particolari interessi? Chi può dirlo? chi può entrare nella mente dei nuovi consiglieri per capire fino in fondo quali siano le loro reali motivazioni?

Certo è che un primo banco di prova sarà la decisione sul futuro della Fondazione: unico reale aspetto della campagna sul quale le due liste sono state divise.

Analizzati i risultati, Amate l’Architettura esprime soddisfazione per quanto è accaduto: più democrazia, maggiore pluralità, la nascita di un nuovo soggetto politico (ma crediamo anche più di uno) all’interno dell’Ordine – Amate il Cambiamento – che contribuirà, nel tempo, a riformare un sistema atrofizzato.

Una riflessione a parte meriterà l’esistenza stessa di un Ordine e soprattutto di un Consiglio Nazionale degli Architetti, così come è stato concepito finora, corporativo, di origine fascista, non efficacemente rappresentativo delle istanze degli iscritti.

Amate l’Architettura, come ha fatto finora, anche all’interno della rete 150K, contribuirà ad alimentare il dibattito sulla rappresentanza degli architetti per tornare, speriamo in un futuro non così lontano, ad avere le condizioni minime necessarie, in Italia, per la crescita del livello professionale e per la promozione della buona Architettura.

Franco Tegolini: “Amate il Cambiamento” e il rinnovamento dell’Ordine di Roma

13 ottobre 2013

Franco Tegolini, candidato per “Amate il Cambiamento”, commenta gli esiti delle elezioni dellOrdine degli architetti di Roma per il quadriennio 2013-17 .

A conclusione dello scrutinio sono stati proclamati gli eletti nel Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma e Provincia per gli anni 2013 – 2017.
Tra gli eletti undici consiglieri hanno aderito al programma di “Next arch 013” e quattro a quello di “Diritto all’Architettura”; sono solo quattro i nuovi consiglieri, tutti di “Next arch 013”; quelli già presenti nel Consiglio eletto quattro anni fa sono undici, tra cui i quattro di “Diritto all’Architettura”.
Come si vede un limitato rinnovamento nelle persone e una totale continuità con le gestioni del passato.
Il Consiglio odierno è formato da membri che si sono presentati con due programmi diversi ma simili, a diffe-renza di quello precedente dove i quindici membri erano espressione di un unico programma elettorale che nel corso degli anni è stato attuato con forti divergenze e conseguenti spaccature, dimissioni e sostituzioni.
Per completare il quadro attuale è necessario valutare anche il risultato ottenuto da “Amate il Cambiamento” con un programma che ha rappresentato in queste elezioni l’unica alternativa alle gestioni dell’Ordine negli ultimi dieci anni.
I voti raccolti da “Amate il Cambiamento”, anche se inferiori rispetto a quelli degli altri due raggruppamenti, rappresentano un ottimo livello di consenso che non era scontato in partenza. E’ risultato evidente che un risultato competitivo con gli altri due gruppi non poteva essere ottenuto con il consenso ricercato solamente sulla base dei rapporti personali dei singoli candidati; d’altro canto la novità della lista e i tempi ristretti non hanno permesso di informare e avvicinare tutti gli elettori interessati alle nuove proposte.
Così è stato, anche come conseguenza delle ridotte possibilità di “Amate il Cambiamento” rispetto a quelle degli altri, che hanno ricercato e ottenuto il risultato attraverso “blocchi di elettori” formati da colleghi che o-perano all’interno o a contatto di strutture pubbliche o private, oppure dell’Università che è stata determinan-te nel risultato delle elezioni. In quegli ambienti professionali il programma di cambiamento riscuote sicuramente meno interesse.
In sostanza oggi nell’Ordine di Roma l’esigenza del cambiamento non ha prevalso ma, rispetto al passato, è presente perché è stata per la prima volta il riferimento per una alta percentuale di votanti; probabilmente il nuovo Consiglio non potrà trascurare questo dato e di conseguenza né dovrà prendere atto e confrontarsi con le tre azioni del programma di “Amate il Cambiamento”. La crisi e i rischi della professione dell’architetto impongono una revisione completa nella gestione dell’Ordine che non può essere più quella che si è perpetuata per decenni; per far ciò l’Ordine deve operare a servizio dell’intera platea formata da diciassettemila architetti romani che svolgono attività diversificate per prestigio culturale e professionale e per rilevanza economica.
Da qui un Ordine che tenga conto delle molteplici esigenze e trovi i modi per attivare i servizi in favore di quella parte degli iscritti che hanno bisogno di maggiore sostegno. In questi giorni i candidati hanno raccolto molte lamentele; la più ricorrente è sicuramente quella di molti ar-chitetti che non si sentono rappresentati dall’Ordine fino al punto, in qualche caso, da mettere in discussione la permanenza nell’elenco degli iscritti.
“Amate il Cambiamento”, in un momento di crisi profonda, ha presentato un programma per aprire l’Ordine alle diverse necessità degli iscritti e per rinnovare la professione degli architetti romani; tutto ciò avendo alle spalle l’impegno e l’attività, anche di livello nazionale, condotta per quattro anni da Amate l’Architettura. I due movimenti provengono da un ceppo comune che può alimentare gli interessi e le azioni di ciascuno; da qui, seppure su piani diversi e in forma autonoma, intese e convergenze su obiettivi comuni.
In particolare “Amate il Cambiamento” rappresenta oggi un punto di riferimento per una parte degli architetti romani che ritengono necessario dare un nuovo e diverso impulso all’attività dell’Ordine; per rispondere a queste aspettative c’è bisogno sicuramente di un movimento rinvigorito rispetto a quello che ha sostenuto i candidati alle recenti elezioni; è quindi auspicabile che “Amate il Cambiamento” prosegua nel suo impegno, anche per sollecitare la partecipazione di coloro che rivendicano per l’architetto una professione rinnovata.
11 ottobre 2013
Franco Tegolini