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Conoscere e cooperare per potere dire veramente “Buona Scuola”! L’Embodied Cognition spiegata dai ricercatori e applicata sul campo dai docenti, intervengono la prof.ssa E. Buondonno, il prof. F. Gomez Paloma e l’arch., docente L. Vaccaro.

30 giugno 2018

Accingendomi a scrivere questo testo mi accorgo che prendo mentalmente a canticchiare il geniale brano di Elio e le Storie tese “La terra dei Cachi” (1996). Il titolo di questa canzone mi fa da sempre pensare ad un passo dell’Iliade (libro IX, vv 83-103) nel quale si narra dell’approdo di Ulisse e dei suoi alla terra dei Lotofagi. Tale popolo si nutriva esclusivamente del “dolce frutto del loto” (popolarmente detto anche “caco”), il quale aveva la caratteristica di gettare la mente di chi lo mangiasse nell’oblio, di far perdere la memoria, motivo che spinse Ulisse a ricondurre con la forza i suoi uomini sulle navi allorché mangiato il frutto stavano per dimenticare la patria e abbandonare il viaggio verso di essa!

In questa nostra Italia fortemente burocratizzata, afflitta da corruzione e abitudini difficili da estirpare tra vincere un concorso e vedersi affidato l’incarico, tra l’inizio dei lavori e la fine degli stessi, passano anni segnati da inchieste, commissariamenti, vertenze, disguidi di vario genere per cui il progetto che nel momento del suo concepimento aveva caratteri innovativi diventa obsoleto nel momento della sua realizzazione (quando questa va a buon fine), in tal modo il Paese non è mai al passo e si arretra. Leggi entusiasmanti ed encomiabili sulla carta si risolvono in un nulla di fatto. Talvolta i rallentamenti sono dovuti a contraddizioni rilevate in ritardo, a concorso in fase di svolgimento o già svolto. È il caso del concorso “Scuole Innovative”, arenatosi nelle incongruenze notificate dall’ANAC (Autorità Nazionale Anticorruzione) con delibera n. 185/2018 al MIUR (Ministero Istruzione Università e Ricerca). Restano perciò ancora bloccati i fondi stanziati dalla legge “Buona Scuola” (Legge 107/2015) in base ai quali era stato indetto il concorso per la realizzazione di scuole innovative tanto dal punto di vista strutturale della costruzione, dei materiali e degli impianti quanto dal punto di vista degli interni architettonici perciò degli ambienti di apprendimento. Di tali innovazioni si è maturato il bisogno per migliorare le prestazioni della nostra scuola adeguandola a modelli più all’avanguardia già in uso in altre parti d’Europa e del mondo.

In un Paese, dunque, dove sovente si verificano situazioni come queste, dove tutti i tempi di attesa sono dilatati, gli atti ufficiali giacciono ammonticchiati in pile negli uffici pubblici in attesa di essere trascritti definitivamente nei pubblici registri, i reati, anche quelli gravi, cadono in prescrizione, sembra che gli italiani siano destinati a smarrire la memoria delle loro speranze, dei loro investimenti di tempo, delle aspettative riposte nei governi eletti, delle promesse dei politici e debbano rassegnarsi a smettere di andare verso la realizzazione dei propri progetti. Sembra che la memoria degli italiani venga messa a mollo in uno stato di sospensione e di distrazione per allentare la pressione di chi aspetta su chi deve fornire risposte, riscontri, soluzioni. Chi può fare la parte di Ulisse, scuoterci con forza e riportarci a riprendere diritti il nostro cammino? Nessuno se non noi stessi attraverso la nostra coscienza civica. Ognuno ha il dovere di non lasciarsi assuefare e la responsabilità civile di sostenere per se stessi e per la comunità il valore dei progetti, di alimentarli e portarli avanti, di non lasciarsi stancare, di vegliare, di chiedere, di pretendere che le cose si facciano, di dare voce in ogni modo ai disagi, ai bisogni, di tenere in piedi il confronto e nutrire il senso critico. Ognuno deve operare in funzione del bene proprio e di tutti impegnandosi come può e incarnando un esempio positivo! Ecco perché la passione e la tenacia degli insegnanti, degli architetti, dei dirigenti scolastici (unita a quella di allievi, genitori e cittadini) che investono le loro personali energie per migliorare la scuola, impegnandosi oltre i confini dei compiti a loro formalmente spettanti, costituiscono un esempio virtuoso da tenere in conto, valorizzare e diffondere. Ed è per questo che avendo potuto osservare uno di questi esempi attraverso il convegno “Scuole innovative: Embodied Cognition Design come paradigma dei nuovi spazi scolastici” , tenutosi lo scorso 31 maggio al Liceo Classico G. Vico di Napoli, ho pensato di scriverne per onorare certi valori e principi in cui credo, anche da cittadina. In un precedente post ho presentato il progetto nei suoi tratti generali, mentre in questa seconda occasione, accogliendo alcune richieste di approfondimento, sono felice di entrare più nel dettaglio del tema e dei progetti che sono stati illustrati al convegno da una ventina di scuole di Napoli e provincia i cui docenti hanno avuto la possibilità di partecipare ad un corso di formazione volto all’acquisizione di strumenti per la progettazione di nuovi spazi scolastici, promosso dall’Ordine degli Architetti, P.P. e C. di Napoli e Provincia in collaborazione con il liceo ospitante, sotto il coordinamento della Prof. Emma Buondonno (Università Federico II) e la guida scientifica del prof. Filippo Gomez Paloma (Università degli Studi di Salerno).

Ci conducono più addentro al progetto: la prof. Buondonno, il prof. Gomez Paloma, l’arch. Vaccaro a cui ho rivolto qualche domanda.

La prof. Emma Buondonno, che ha aderito all’organizzazione del Corso di Formazione sull’ Embodied Cognition Design come paradigma dei nuovi spazi scolastici per le Scuole Innovative soprattutto per consolidare il processo di cooperazione istituzionale tra i soggetti e gli enti coinvolti, conduce e coordina un gruppo di ricerca di progettazione architettonica e ambientale e di urbanistica i cui risultati sono periodicamente pubblicati sulla collana da lei diretta giunta ormai al 20° numero. Un ambito degli studi riguarda la progettazione partecipata con i bambini e le bambine in cooperazione con il Laboratorio Regionale della Città dei Bambini e delle Bambine di San Giorgio a Cremano e con le scuole di Napoli e provincia. In questo campo ha promosso numerosi laboratori interdisciplinari con agronomi e architetti tra i quali “Il giardino della mia scuola sarà pieno di fiori”, “Germogli”, “Un albero per ogni bambino nato o adottato” per le scuole di Melito di Napoli e di Calvi Risorta e il “Piano delle aree di gioco urbane”.

C.S.: Prof.ssa Buondonno, nell’ambito del progetto che stiamo esplorando, lei si è occupata del coordinamento tra i diversi attori intervenuti, aspetto particolarmente delicato in un progetto sperimentale, interdisciplinare e complesso come questo. Può tracciare per noi lo scenario architettonico, sociale e normativo che si delinea intorno alla scuola italiana in questo momento storico, per capire qual è il punto di partenza nel progetto?

E. B. : Prima di tutto desidero rivolgere due grandi e sinceri ringraziamenti, il primo, al prof. Filippo Gomez Paloma che ha generosamente coinvolto gli architetti in questo percorso scientifico interdisciplinare che ha molti traguardi da raggiungere e, il secondo, a te Cristina per esserti fermata ad approfondire ed indagare le ragioni che hanno spinto un team di architetti e ricercatori ad offrire un contributo per il dibattito aperto sul mondo della scuola e dei giovani tra disfunzioni attuali e proiezioni verso il futuro.

Questi primi decenni del nuovo secolo sono attraversati da dilemmi umanitari di portata epocale e globale. La grande crisi energetica degli anni ’70, la grande crisi politica dei paesi social-comunisti e maoisti alla fine degli anni ‘80 e la grande crisi finanziaria del 2008 hanno messo in luce i punti di debolezza dei sistemi politici ed economici iperliberisti e neocapitalisti.
Nell’architettura e nell’urbanistica si riflettono direttamente gli effetti di questi tre principali fattori che conducono alla crisi umanitaria dei nostri giorni e al divario sempre più incolmabile tra concentrazioni di ricchezze in poche mani e allargamento delle fasce a impoverimento progressivo fino alla povertà assoluta. Sovrappopolazione e sovra-urbanizzazione sono gli aspetti complementari della stessa medaglia i rischi ambientali del pianeta e di sopravvivenza delle specie viventi.

Da tale consapevolezza nasce la necessità di codificare i nuovi paradigmi dell’architettura e dell’urbanistica contemporanee:

1. Consumo di suolo zero/Bio-remedation;

2. Costruire sul costruito lasciando alla natura il tempo di reagire;

3. Architettura bioclimatica che produce energia piuttosto che consumarla;

4. Architettura e Natura, architettura come protesi della natura;

5. Cooperazione tra costellazioni di città in antitesi alla competizione tra metropoli – decentramento contro densificazione/desertificazione;

6. Flessibilità e reversibilità dell’Architettura con impiego di materiali riciclabili – Riuso e Recupero prudente;

7. Nuova etica dell’Architettura.

Se dovessimo sviluppare il settimo paradigma andrebbe declinato proprio nella logica dell’Embodied Cognition e nella sintesi delle relazioni tra il corpo dell’architettura e il “corpo” della comunità.
La sperimentazione progettuale non può più prescindere da tale considerazione se si intende concretamente “umanizzare” edilizia e quartieri che in molte città metropolitane amplificano invece di ridurre il disagio sociale e le condizioni di diffusione di patologie, fino a quelle neurodegenerative. Proprio in quest’ultimo campo scientifico si stanno promuovendo importanti studi per stabilire l’influenza dell’organizzazione spaziale dei quartieri e dell’asemanticità degli edifici sia pubblici che privati che conducono all’isolamento degli anziani e all’alienazione sociale dei gruppi di diverse etnie sempre più esposti alle patologie neurodegenerative. L’incremento delle patologie neurodegenerative genera a sua volta l’incremento della spesa sanitaria a carico dello Stato e quindi migliorare le condizioni di vita e di salute dei cittadini si traduce in politiche di prevenzione e di cura piuttosto che di intervento sanitario certamente più costoso. Gli strumenti conoscitivi e delle competenze ingegneristiche ed architettoniche non sono più adeguati rispetto alle problematiche attuali e in particolare proprio l’architettura scolastica e dei luoghi dell’istruzione e della formazione risentono del conflitto crescente tra finanziarizzazione dell’edilizia e scopo virtuoso dell’industria delle costruzioni.
Non si deve dimenticare, inoltre, l’evoluzione normativa in materia di edilizia scolastica come l’adeguamento antisismico, l’eliminazione delle barriere architettoniche per le diverse abilità, il sistema di controllo e di risparmio energetico, il controllo dell’efficienza impiantistica e tecnologica e il rispetto normativo dei rapporti illuminanti, di esposizione e di disposizione degli arredi. Normalizzazione ed efficientamento che tendono alla standardizzazione e all’asemanticità dei luoghi preposti all’apprendimento e, dunque, che allontanano piuttosto che fare incontrare le esigenze ed i fabbisogni di bambini e di adolescenti nelle loro attività di sviluppo conoscitivo.

Gli ordinamenti didattici, in più, devono adeguarsi ed aggiornarsi in edifici scolastici progettati e realizzati nel tempo con funzioni ed ordinamenti diversi dagli attuali; si evidenziano, quindi, due ordini di problemi, da un lato il patrimonio architettonico che ereditiamo dal passato con la necessità di adeguarlo alle normative in materia di sicurezza e, dall’altro lato, la spinta verso forme contemporanee di organizzazione didattica molto spesso costretta in edifici non rispondenti alle nuove istanze dell’apprendimento.
Analizzando il primo aspetto del problema bisogna precisare che il patrimonio scolastico che ereditiamo dal passato può essere diviso in tre distinte categorie:

1. Gli edifici scolastici costruiti prima della seconda guerra mondiale che rappresentano il patrimonio d’interesse storico ed anche le scuole dove una data comunità si riconosce; per questi edifici, per i quali non sempre è possibile garantire i livelli di adeguamento alle nuove normative, è opportuno il restauro ed il risanamento conservativo con la destinazione d’uso più adeguata come ad esempio “casa della cultura e dell’istruzione” e memoria storica delle scuole di una città o di un paese. In questo caso prevale la “ragione storica” ed è principalmente questa a dover essere salvaguardata.

2. Gli edifici scolastici costruiti tra il 1950 ed il 1970, cioè antecedenti alla prima legge antisismica. Generalmente si tratta di edilizia priva di qualità architettonica, obsoleta dal punto di vista impiantistico, tecnologico, a rischio sismico, energivora ed avulsa dai contesti urbanistici poiché generalmente le scuole di tale periodo sono state edificate nelle aree verdi dei centri storici o nei quartieri di espansione urbana. Questo patrimonio edilizio è quello che certamente deve essere destinato alla “rottamazione edilizia” poiché i costi del recupero anziché della ristrutturazione edilizia ed urbanistica sarebbero certamente superiori alla costruzione ex-novo con tecniche all’avanguardia per il risparmio energetico e rispondenti alle esigenze didattiche attuali.

3. Gli edifici scolastici costruiti successivamente all’entrata in vigore della prima legge antisismica e in particolare l’edilizia post sisma ’80 che in Campania ha visto la realizzazione dei comparti della legge 219 con quartieri del programma straordinario di edilizia residenziale pubblica e le relative scuole. In questo caso le costruzioni sono state del tipo della prefabbricazione con un tempo di ciclo di vita previsto di circa trent’anni, dunque si tratta di edilizia già senescente con pochi margini di recupero ed anche in questo caso è opportuno prevedere la sostituzione edilizia ex-novo.

Per quanto riguarda, invece, il secondo aspetto del problema è maturo il tempo di una congruenza a livello europeo degli ordinamenti didattici e percorsi formativi internazionali in scuole adeguate alle future esigenze.
In sostanza si è di fronte ad una stagione fondamentale possiamo dare gambe al progetto di costruzione della comunità europea partendo proprio dalle ‘generazioni erasmus’ che si sono formate attraverso gli scambi di studenti tra le scuole e le università europee; adesso però tocca alla costruzione di scuole europee ed internazionali all’altezza delle richieste per le future generazioni. Si deve portare l’Europa fisicamente con le nuove architetture nei territori, nelle città, nei paesi dell’Italia. La sfida è tra rafforzare i principi democratici di scuole pubbliche aperte ai territori di aiuto alle comunità per essere capaci di crescere culturalmente, socialmente ed economicamente insieme o far prevalere paure e pregiudizi sulle nuove povertà globali. Certamente non è possibile vincere questa sfida senza la cooperazione istituzionale del mondo della scuola come del mondo dei comuni e delle province e degli architetti e dell’università.

Nel corso di formazione per le Scuole Innovative alla luce dell’Emboided Cognition Design come nuovo paradigma degli spazi scolastici si è inteso sperimentare con dirigenti scolastici e docenti le possibilità di flessibilità e di adeguamento dell’architettura alle nuove istanze dell’EC stesso.

L’architettura è il risultato dell’integrazione di elementi di natura empatica come l’idea originaria del progetto, lo scopo e i significati e di elementi fisici come i materiali, le tecniche costruttive, la struttura portante di un edificio e le sue funzioni.

Dalla composizione delle due sfere, degli elementi di natura empatica e degli elementi di natura fisica, si possono decodificare i quattro poli dell’architettura: forma/scopo da un lato e struttura/funzione dall’altro. Nella storia dell’architettura di volta in volta le poetiche moderne e contemporanee si sono misurate con questi quattro poli e, in particolare, l’Emboided Cognition coinvolge la sfera con i due poli di Forma e Scopo e di come questi interagiscono con la percezione da parte del corpo umano dello spazio architettonico reale.
Il corso ha rappresentato un primo tassello di congiunzione tra la sperimentazione scientifica interdisciplinare da un lato e la pratica applicativa con le scuole dall’altro. La strada da percorrere è ancora in fase sperimentale ma lo scopo di ampliare l’idea di progettare nuove scuole che aiutino docenti e studenti a lavorare sempre meglio insieme per sé stessi e per gli altri forse potrebbe apparire ingenuo e debole alla luce di quanto leggiamo quotidianamente sui giornali di casi di bullismo giovanile contro studenti e docenti o di vandalizzazione e distruzione di scuole predate di attrezzature innovative che lasciano un profondo segno di violazione nei luoghi destinati proprio ai bambini e ai ragazzi. In realtà il percorso intrapreso è rivolto ad affermare l’importanza di ripensare alla scuola partendo da tutti i soggetti effettivamente coinvolti e non con modelli precostituiti e imposti che schiacciano l’intero corpo del mondo della scuola e dell’università e l’umanità che tali mondi generano.

Delineato il quadro generale nel quale è nato e si e sviluppato il progetto, lasciamoci condurre al cuore del tema sul quale esso è imperniato dal prof. Gomez Paloma che conduce e coordina un gruppo di ricerca sull’Embodied Cognition orientata all’applicazione in ambito pedagogico, il quale vede la partecipazione di due docenti di Università campane, Prof. Marco Borrelli dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” e Prof. Domenico Tafuri dell’Università degli Studi di Napoli Parthenope, nonché dell’architetto Marina Calò nella veste di docente di Arte e Immagine presso l’I. C. Savio – Alfieri.

C.S.: Prof. Gomez Paloma cosa è l’“Embodied Cognition”, la “Cognizione Corporea”, e quali discipline coinvolge il suo studio e la sua definizione?

F.G.P.: Gentile Cristina, innanzitutto grazie per avermi interpellato su un tema a me tanto caro. L’Embodied Cognition (EC) è un paradigma interdisciplinare, a carattere internazionale, sorto intorno agli anni ‘80 che accomuna più teorie, di matrice umanistica e scientifica, finalizzate alla valorizzazione del corpo nei processi cognitivi dell’essere umano. Si spazia dalla Filosofia alle Neuroscienze, dalla Biologia alle Scienze dell’Educazione, dalla Psicologia all’Antropologia: in tutte queste discipline le energie euristiche sull’EC confluiscono sul significativo ruolo del corpo nei processi cognitivi. Sia ben chiaro, per processi cognitivi non intendiamo solo meccanismi relativi all’apprendimento, ma anche tutto ciò che si esprime nei comportamenti attraverso e grazie ai pensieri e alle emozioni di tutti i giorni. Cognizione ed emozione, infatti, sono oggi intese come un “tessuto epigenetico” a carattere bio-psico-sociale, all’interno del quale la corporeità riveste un ruolo di collante di percezione e azione.

C.S.: L’Architettura e l’uomo sono entrambi dotati di un “corpo”, in che relazione stanno fra loro questi due corpi? Può quello dell’Architettura essere considerato un ampliamento del corpo umano nello spazio?

F.G.P.: È proprio così, lo spazio architettonico, inteso come ambiente percettivo e interattivo del e per l’essere umano, rappresenta sicuramente un’estensione del corpo umano. Non per niente le ricerche sull’EC confermano che gli stimoli ambientali, che derivano anche dallo spazio architettonico, incidono sulla mente del soggetto che lo vive, modificando strutturalmente, a livello anatomico e fisiologico, gli stessi neuroni e le stesse sinapsi del vivente, predisponendo circuiti nuovi e funzionali a soddisfare l’ambiente. Corpo architettonico, quindi, inteso come modulatore del cervello biologico dell’uomo. Dal momento che l’apprendimento umano avviene in risposta ad un adattamento cerebrale sollecitato dall’ambiente, si comprende facilmente come lo spazio architettonico possa giocare un ruolo primario a livello percettivo e di benessere (a livello embodied appunto) per tutte le “funzionalità” cognitive dell’essere che lo vive.

C.S.: Lo spazio definito dall’architettura può considerarsi come il tessuto connettivo che tiene insieme gli uomini, ha un peso sulle loro relazioni, le può indurre, modificare, qualificare?

F.G.P.: La storia e la sua evoluzione ci hanno insegnato da sempre che spazio e relazioni umane hanno avuto ed avranno sempre un grande nesso. La logica vorrebbe che il divenire culturale e sociale dell’uomo, nell’evolvere continuo delle dinamiche relazionali di cui si nutre, orienti l’architettura ad adattare l’allestimento dello spazio alle esigenze dei viventi. Credo invece che oggi possa accadere anche l’inverso: lo spazio architettonico, nella sua implicita connotazione specifica, a seconda di come è configurato, può modellare e qualificare (nel bene e nel male) le modalità di conduzione e di relazione sociale dei soggetti che lo vivono. Questo accade proprio perché il corpo, quale entità percettiva dell’ambiente, assorbe sollecitazioni che inducono la mente ad elaborare processi comportamentali consoni e funzionali alla configurazione dello spazio circostante. Va specificato, però, che il grado di tale assorbimento dipende dal filtro percettivo con cui l’essere vivente si pone, filtro che varia la sua larghezza delle “maglie” a seconda dei modelli sociali a cui afferisce e dell’esperienza di vita personale condotta.

C.S.: I criteri dell’Embodied Cognition sono concretamente applicabili a tutti i tipi di scuole che possono riscontrarsi sul territorio italiano di cui ha avuto modo di analizzarne con il suo lavoro numerosi esempi? Oppure costituiscono un deterrente all’applicazione del paradigma le condizioni economiche, le caratteristiche fisiche della struttura / architettura di partenza?

F.G.P.: Il fatto che l’EC non rappresenti un protocollo vincolante e dogmatico, con specifici veti o postulati tali da giustificarne l’esistenza e la sua significazione, ci consente di calibrarne il costrutto e di modularne l’applicabilità. Questo significa che non è detto che esistano due categorie di scuole: con e senza principi dell’EC. Piuttosto esistono vari principi dell’EC, alcuni applicabili in talune scuole, altri consoni ad altre tipologie di istituzioni scolastiche. Questo perché i principi dell’EC afferiscono non solo a variabili architettoniche, ma anche a variabili umane legate a competenze professionali dei docenti, dei dirigenti, delle famiglie, a sensibilità degli EE.LL. (economia giustappunto), a politiche del territorio (piano regolatore ad esempio). Certo, qualora la struttura scolastica fosse storica, toccherà lavorare sì sull’allestimento degli spazi già esistenti (riqualificazione), ma sarà fondamentale intervenire sulla formazione culturale e professionale dei docenti affinché gli stessi attori valorizzino e non reprimano tale riqualificazione. Nel caso di una scuola da ristrutturare, o costruire ex novo, saranno le configurazioni degli spazi secondo i principi dell’Embodied Cognition Design (ECD) che indurranno docenti, dirigenti e famiglie a riformulare la didattica secondo innovazioni metodologiche. In entrambi i casi si tratta di valorizzare il paradigma dell’EC inquadrandolo come approccio sistemico. È proprio così che è nato il filone dell’ECD, approccio la cui genesi è frutto del forte contributo, motivazionale e professionale, dell’architetto docente Marina Calò, con la quale si è deciso di lanciare questo indirizzo di ricerca partendo appunto dalla pratica di coloro che vivono tutti i giorni le emergenti problematiche della scuola.

C.S.: La formulazione di nuovi spazi se da un lato nasce dal bisogno di rispondere a nuove esigenze abitative e relazionali dall’altro spinge anche verso nuovi modelli, li suggerisce, come vengono messe in equilibrio fra loro queste due “forze”?

F.G.P.: È un po’ come dire: è nato prima l’uovo o la gallina? È la didattica che guida l’organizzazione (anche degli spazi) della scuola o quest’ultima ad orientare la progettazione didattica e la metodologia di apprendimento? Credo che il miglior modo di approcciare al problema è quello di non standardizzare una formula specifica o lineare di successo, ma consentire di far adottare alle scuole modelli plurali scegliendo, a seconda delle caratteristiche del sistema scuola, se intervenire sulla formulazione di nuovi spazi per rispondere a nuove esigenze metodologiche, se predisporre ambienti di apprendimento innovativi per spingere a formulazioni didattiche più funzionali e pregnanti o se, sarebbe l’ideale, intervenire su entrambi i fronti. È proprio questo equilibrio tra queste due forze propulsive – Architettonica e Pedagogica – che, combinato e adattato a quella peculiare condizione di sistema scolastico, può portare al successo dei ragazzi e alla svolta sociale del valore istituzionale della scuola. Ci tengo a sottolineare che questo connubio scientifico e culturale è stato possibile implementarlo durante il corso di formazione tenuto al Liceo G.B. Vico di Napoli anche grazie alla grande professionalità accademica della Prof.ssa Emma Buondonno, stimata docente di Progettazione architettonica dell’Università di Napoli Federico II.

C.S.: Che ruolo hanno nella sua ricerca i diversi attori che agiscono all’interno dell’ambiente scolastico, dai DS agli allievi, dagli insegnanti ai genitori?

F.G.P.: Essenziale! Il contenitore scuola può essere modificato e ri-configurato secondo paradigmi progettuali innovativi e pedagogicamente avanzati (ECD), ma senza la predisposizione degli attori tutti alla valorizzazione del ruolo degli ambienti di apprendimento è possibile fare poco. Sì, l’ambiente condiziona il comportamento di chi lo vive, ma ciò che modifica il vero statuto pedagogico della scuola è la professionalità dei protagonisti della vita scolastica, frutto specialmente della formazione sulla persona. Ognuno di noi nella vita può essere sapiente e competente sulle discipline e sulle metodologie più innovative, ma resta l’ESSER dirigente, l’ESSER docente, l’ESSER alunno, l’ESSER genitore la chiave del successo. Ciascun ESSERE, a prescindere dai ruoli e dalle funzioni, è legato alla propria personalità, alla modalità di relazione, alla percezione dei fenomeni della vita e degli eventi che si presentano nell’ambiente circostante. Ed è proprio questa delicata e dinamica relazione soggetto/ambiente che rappresenta la chiave universale sulla quale lavorare, per la quale vale veramente la pena di mettersi in discussione. Solo così sarà possibile tornare alla centralità dell’educazione e della scuola per riconquistare la nostra legittima serenità del vivere civile.

Infine, volendo fornire al lettore una restituzione del progetto anche dal punto di vista degli effetti ottenuti sulle scuole attraverso il corso di formazione menzionato in questo articolo e l’applicazione ad esse del concetto di Embodied Cognition, ho pensato di fare intervenire uno dei docenti di scuola che ha seguìto il corso per conto del suo Istituto. Ho scelto fra i vari progetti presentati al convegno quello presentato dai docenti arch. Donato Maria La Pegna e arch. Luigi Vaccaro per conto dell‘Istituto I.C. Socrate – Mallardo, di Marano di Napoli (DS Teresa Formichella), poiché ho trovato interessante come questo progetto dimostrasse che pur rispettando la rigidità della pianta iniziale e dei numerosi vincoli (caratteristiche comuni a quasi tutte le scuole) si possano modificare gli interni di una scuola in modo da restituirla ai suoi utenti, agli studenti innanzitutto, completamente rinnovata nelle possibilità di fruizione. Pertanto risponde a qualche domanda l’arch. Luigi Vaccaro, docente di tenoclogia.

CS.: Arch. Vaccaro so che l’edificio nel quale alloggia la sua scuola è stato costruito negli anni ’80 ed è caratterizzato da una pianta con una rigida distribuzione degli spazi. Come è stato possibile applicare ad essa il paradigma dell’Embodied Cognition, avete riscontrato delle difficoltà e se si quali?


L.V.: Cristina, grazie per queste domande che mi consentono di illustrare più nel dettaglio il progetto sviluppato relativamente alla scuola nella quale insegno. Innanzitutto preciso che il progetto/esperimento ha interessato solo una parte della scuola che è molto grande (oltre 4.500 mq. nel totale). Abbiamo lavorato su un corpo basso che ospita 6 aule, aggiunto all’edificio centrale in un secondo momento, e sulla corte aperta che esso stesso contribuisce a definire. Il primo limite di cui abbiamo dovuto tenere conto è l’esiguo spazio a nostra disposizione, infatti il rapporto “mq per le attività didattiche / alunni” è solo di 2.6, il che rende impossibile adottare la soluzione dell’Open Space che è quella più indicata a soddisfare le esigenze della nuova didattica, avremmo avuto diversi problemi come interferenza fra gli alunni e inquinamento sonoro. Perciò, esclusa l’ipotesi del superamento dell’aula in quanto tale, abbiamo dovuto lavorare sulla ridefinizione dei suoi confini e sull’asse connettivo che unisce fra loro le diverse aule. Abbiamo dunque ricercato una permeabilità tra le varie parti architettoniche e l’abbiamo ottenuta trasformando i muri divisori in diaframmi leggeri con l’impiego di asole di vetro, sistemi oscuranti, pannelli fonoassorbenti, arredi versatili e multifunzionali.

 

Anche grazie all’impiego dei nuovi arredi, abbiamo rifunzionalizzato l’asse connettivo: non più solo luogo di congiunzione e passaggio, ma luogo di sosta, di scambio e di aggregazione dotato di una lavagna-bacheca, di una libreria, di mobili contenitori oltre che di spazi espositivi e di un box del pensiero che oltre ad avere una sua funzione propria, può unire fra loro due ambienti dando luogo ad unico grande laboratorio attraverso un semplice sistema legato agli infissi. Infine abbiamo recuperato lo spazio esterno della corte trasformandolo in un’aula all’aperto.

CS: Ha condiviso con i suoi colleghi e con i suoi allievi il progetto? Come è stato accolto all’interno della scuola?

LV: Certo, ho condiviso il progetto con alcuni colleghi che hanno molto apprezzato e condiviso le scelte progettuali. Per quanto riguarda i ragazzi li ho resi partecipi non solo mostrando loro come può essere la loro scuola, attivando discussioni in aula, ma anche mi sono avvalso della testimonianza di una allieva che grazie al gemellaggio fra il nostro Istituto e la Scuola Podstawowa di Kolobrezeg (Polonia) ha riportato la sua esperienza di una scuola estera dove vi è una particolare attenzione per la comunicazione grafica e la scelta degli arredi. Sotto la spinta di questi input i ragazzi si sono molto entusiasmati e hanno incominciato a sognare e a desiderare la nuova scuola. Del progetto sono rimasti colpiti in particolare dalle lavagne orizzontali che recuperano l’attitudine ancestrale a incidere segni sul suolo. Sono due: una ricopre il pavimento nel “box del pensiero” e l’altra definisce lo spazio dell’aula all’aperto. I ragazzi hanno bisogno e voglia di spazi nuovi e questa nuova scuola risponde ai loro bisogni quanto alle loro nuove abitudini relazionali! La Dirigente Scolastica è rimasta così positivamente impressionata che ha deciso di cercare sponsor per la realizzazione dell’aula all’aperto, sono fiducioso che riusciremo a realizzarla in tempi brevi!

CS: Arch. Vaccaro in qualità di docente che vi ha preso parte come destinatario, ritiene dunque che sia stato utile il corso di formazione organizzato dall’Ordine degli Architetti di Napoli e Provincia sull’Embodied Cognition Design?

LV: Assolutamente si! Ci sono state fornite preziose informazioni e consigli pratici. L‘approccio multidisciplinare è stato molto importante per affrontare l’argomento sotto molti punti di vista.Un progetto rilevante: utile al mondo scolastico, al mondo professionale ma soprattutto al progresso sociale! Il gruppo dei docenti è stato tutto prezioso e disponibile, ma devo ringraziare in modo particolare il prof. arch. Marco Borrelli, che con il suo gruppo di lavoro formato da giovani allievi architetti e designer ci ha consentito di rappresentare nel modo più efficace il nostro progetto attraverso tavole esplicative e render con i quali abbiamo potuto mostrare a tutti il nostro lavoro nel giorno del convegno.

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Prof.ssa Emma Buondonno: Architetto, Professore Associato di Progettazione Architettonica e Urbana con Abilitazione Scientifica Nazionale a Professore Ordinario, Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Vicepresidente del Coordinamento Napoletano Donne nella Scienza e del Coordinamento Nazionale dei Professori Associati. È stata responsabile scientifico del programma di scambi internazionali con l’Argentina per la progettazione delle scuole bilingue e biculturali Italo-Argentine e progettista della Scuola di San Francisco nel Consolato Generale Italiano di Cordoba. Progettista nel 2000 del complesso scolastico di Roccaraso (AQ).

Prof. Filippo Gomez Paloma: (PhD) National Scientific Qualification as Full Professor of Didactics, Special Pedagogy and Educational Research; Department of Human, Philosophical and Education Sciences; Scientific Coordinator of National Research EDUFIBES; Laboratory of Handicap, University of Salerno (Italy) 

Arch. Luigi Vaccaro: docente di tecnologia presso Istituto I.C. Socrate – Mallardo, di Marano di Napoli

NOTE:

Il gruppo degli architetti formatori tutto si è prodigato nell’affiancare gli allievi docenti nel progetto e nell’applicazione delle nuove metodiche dell’ECD con dei collaboratori: giovani creativi architetti, designer, laureati e laureandi. Nello specifico del progetto qui esposto nel dettaglio, relativo all’I.C. Socrate – Mallardo di Marano di Napoli, vanno in particolare ringraziati i giovani: Carmine Ugon, allievo architetto / Giuseppe Castaldo, allievo architetto / Francesca Panzariello, designer / Stefano Iervolino, designer / Francesca Ferrara, allieva designer / Luigi Tarantino, allievo designer.

È doveroso da parte mia ringraziare tutti i Professori intervenuti per la disponibilità che mi hanno dimostrato e rivolgere un particolare ringraziamento al prof. arch. Marco Borrelli attraverso il quale sono venuta in contatto con questo suo straordinario gruppo di lavoro e il loro appassionante progetto.


FONTI:

Delibera n. 185 del 21 febbraio 2018 dell’ANAC: QUI

Legge 13 Luglio 2015, n. 107: QUI

https://labuonascuola.gov.it/scuole

http://www.scuoleinnovative.it/

Embodied Cognition Design – L’Architettura al servizio della società: la collaborazione tra Ordine degli Architetti, Università e scuola in un progetto di rinnovamento

10 giugno 2018

Può l’Architettura influire positivamente o negativamente sulle persone? Si può migliorare la società intervenendo sull’Architettura? Sono relazionabili, e in quale rapporto stanno fra loro, la percezione degli spazi abitativi interni ed esterni rispetto ai vari edifici nei quali si svolge la vita dell’uomo? In altre parole lo spazio abitativo interno agisce sul singolo individuo in modo tale da influenzarne la percezione e dunque il comportamento anche all’esterno, nella società?

Il rapporto fra comportamento umano e spazio è stato indagato a partire dagli inizi del ‘900 nell’ambito di diverse discipline, ne forniscono un esempio la psicogeografia o la psicologia ambientale, la Scuola di Chicago con lo studio della relazione fra spazio urbano e sviluppo della criminalità, sempre su scala urbana in architettura gli studi di Kevin Lynch, e poi ancora esperimenti e osservazioni che hanno condotto in sociologia, più vicino a noi nel tempo alla “Broken Windows Theory”. Mentre per quanto riguarda la capacità, indagata in numerosi studi, dello spazio architettonico interno di esercitare la sua influenza sulla sfera emozionale delle persone attraverso le sue qualità (forma, colore, materiali, disposizione degli elementi spaziali, ecc.), non sono da trascurare alcune modificazioni apportate recentemente interessato gli spazi nei quali l’uomo svolge la gran parte della sua vita, quindi delle azioni che alimentano la vita sociale globale, primi fra tutti gli spazi di lavoro. Grandi colossi come Facebook, Apple o Pixar che con le loro attività influenzano pesantemente dall’andamento dei mercati su scala mondiale alla vita privata dei singoli individui nella sfera del loro quotidiano, hanno predisposto per i loro dipendenti aree destinate al relax e che favoriscono il loro benessere pisco-fisico al fine di migliorarne le prestazioni lavorative.

Quale è però uno spazio abitativo che può considerarsi come un “gancio” fra gli spazi esterni urbani e gli spazi interni privati o di lavoro? Probabilmente l‘ambiente abitativo della scuola, ovvero il luogo dove si accompagna l’individuo nella crescita e nella formazione della sua personalità dall’infanzia fino all’età adulta.

Ed è proprio in relazione agli ambienti scolastici che da qualche anno si è delineato un filone di ricerca incentrato su una pedagogia di tipo sperimentale che connette fra loro cognizione corporea e spazio architettonico: Embodied Cognition Design.

 

Scuole innovative: Embodied Cognition Design come paradigma dei nuovi spazi scolastici” è il titolo di un interessante convegno che si è tenuto lo scorso 30 maggio al Liceo Classico Giambattista Vico di Napoli. Il convegno è stata la tappa finale di un progetto promosso dall’Ordine degli Architetti, P.P. e C. di Napoli e Provincia in collaborazione con il prof. Filippo Gomez Paloma dell’Università di Salerno e con il liceo ospitante, che si è sviluppato attraverso un corso di formazione a docenti di scuola primaria e secondaria di I e II grado di una ventina di scuole di Napoli e provincia e un workshop nel quale gli attori coinvolti (dirigenti scolastici, insegnanti e in alcuni casi gli allievi stessi) hanno ripensato e rielaborato attraverso progetti di architettura di interni, gli spazi delle proprie scuole secondo il paradigma scientifico “Embodied Cognition”.

Il progetto è nato con l’intento di riportare l’attenzione di dirigenti ed insegnanti sulla necessità di attualizzare il sistema educativo allineandolo alle profonde trasformazioni che hanno interessato e stanno interessando la società e di consentire loro di esplorare la possibilità di farlo “attraverso un intervento di rigenerazione e rifunzionalizzazione progettuale per rendere pedagogicamente funzionali le strutture secondo i moderni modelli di apprendimento, di educazione, di formazione e di benessere”¹

 

Dal panorama di esempi offerto dalle scuole intervenute al convegno è emerso uno scenario variegato all’interno del quale tuttavia si possono rintracciare caratteristiche e macro-problemi che interessano la scuola pubblica italiana. Ciò che è saltato immediatamente ai miei occhi di osservatore esterno, è la fatica e la lentezza con le quali la scuola in Italia evolve al suo interno rispetto alle mutazioni del mondo ad essa esterno. Ad incidere su tale divario sono innanzitutto problemi di ordine economico e pratico. La mancanza di risorse economiche adeguate, infatti, se talvolta rende ancora possibile alla scuola l’acquisto di strumenti innovativi, le impedisce di fare fronte alla manutenzione ordinaria e straordinaria, rendendo inefficienti e insicuri gli edifici scolastici. Di conseguenza la mancata sicurezza degli edifici, che dovrebbe essere invece garantita, si pone giustamente in testa alla lista delle priorità dei dirigenti scolastici, costituendo una zavorra rispetto al formarsi di ragionamenti in ambito pedagogico e in termini di innovazione ed offerta formativa.

Comune punto di partenza per quasi tutte le scuole intervenute era una pianta architettonica caratterizzata dalla rigidità distributiva degli spazi, rispecchiante un altrettanto utilizzo ingessato degli stessi. Nei progetti elaborati si è agito su tale rigidità attraverso la rimodulazione degli spazi, l’utilizzo del colore e l’impiego di nuovi arredi in favore di una maggiore fluidità, per favorire il benessere psico-fisico degli allievi e il loro sviluppo cognitivo, così come suggerisce l’ “Embodied Cognition” . Il ripensare agli spazi ha chiamato a sé l’individuazione di nuove funzioni, di nuove possibilità di aggregazione e scambio da offrire agli studenti, e viceversa, là dove la scuola aveva già sentito di avvicinarsi a nuove pratiche, sono stati adeguati gli spazi. Sale di lettura, laboratori, Fab-Lab non sono solo apparsi come spazi innovativi, fortemente incentivanti per lo sviluppo della creatività degli studenti e per l’elaborazione di percorsi interdisciplinari talvolta inediti, ma anche come occasioni per aprire la scuola alla collettività. La scuola infatti, attraverso questa opportunità di ripensamento di se stessa, si è riproposta alla comunità con un ruolo sociale fortificato, dandosi o ri-dandosi ad essa come spazio aperto di formazione, arricchimento e scambio culturale fruibile da tutti. In tal senso è da notare che quasi tutte le scuole hanno sentito l’esigenza di riappropriarsi e rifunzionalizzare anche i propri spazi esterni con la previsione di aule all’aperto, spazi dedicati allo sport o ad orti che hanno visto (in progetti anche già realizzati) la collaborazione dei cittadini.
È stato arricchente, commuovente e incoraggiante, vedere l’impegno di tanti docenti che con grinta e tenacia, in alcuni casi rispolverando la laurea in architettura e le antiche passioni personali, si sono alternati ad immaginare una scuola migliore e a raccontare una scuola che con ogni sforzo si è già mossa in questa direzione ottenendo ottimi risultati soprattutto in quartieri mortificati dalla povertà e dal degrado. Si è insomma delineato uno scenario povero di mezzi, ma ricco di passione, di creatività, energie mentali, buona volontà e determinazione.

L’esperienza ha mostrato quanto sia importante il dialogo e la cooperazione dei vari attori ricoprenti un ruolo politico e sociale, agenti sullo stesso territorio e operanti in settori diversi, e quanto questa cooperazione possa migliorare la qualità di vita del cittadino: l’importanza dell’Università nel guidare e diffondere la ricerca orientata all’analisi e al rinnovamento, l’Ordine degli Architetti nell’individuare i problemi sul territorio di competenza e svolgere l’importante funzione di connessione fra le varie forze, promuovere gli effetti della ricaduta dell’architettura sul comportamento delle persone, e infine la scuola, attore protagonista nella formazione degli individui che si pone alla base della società.

 

Poiché mi sembra interessante spostare lo sguardo dall’esterno all’interno del progetto, per comprenderlo da più angolazioni ho pensato di rivolgere alcune domande agli architetti Marco Borrelli e Paola Lista, entrambi ex consiglieri dell’Ordine APPC di Napoli, che sono stati referenti dell’Ordine all’interno del progetto.

Marco raccontaci, come è nata questa iniziativa in cui l’Ordine è stato protagonista?
M. B.: Allora, avendo già da circa sei mesi intrapreso un’esperienza in un gruppo di lavoro operativo sui temi della “qualità dell’architettura” sulla “cultura architettonica” e sui “grandi eventi per l’architettura” al CNAPPC (Consiglio Nazionale) ho cercato di trasporre i valori definiti all’interno di questa mia esperienza in esempi operativi in cui la valenza del sistema delle relazioni di una comunità possa diventare il perno centrale intorno a cui si muove il progetto di architettura.
Nel caso specifico improntato alla riorganizzazione e rifunzionalizzazione degli interni architettonici dei luoghi dell’istruzione, gli architetti hanno incontrato le comunità scolastiche per individuare le criticità degli spazi della relazione docente/discente così da favorire la definizione di nuovi concept condivisi sul modello di partecipazione “bottom up”. L’Ordine, in quanto ente che rappresenta l’attività dei professionisti progettisti sul territorio, vuole convergere con le esigenze delle varie comunità urbane entrando in forte sintonia nei processi di rigenerazione urbana, rispettando l’identità, i valori e la qualità ad essi associata. Dopo gli eventi nei tribunali, nelle scuole, e negli studi professionali con gli Open-Studiaperti 2018 si conferma la presenza attiva degli architetti all’interno della definizione della nuova scena urbana definita da un’architettura social-oriented e human centered.

Paola come è stato accolto dalle scuole? È stato difficile coordinare Università, Ordine e scuole? Che fine faranno i progetti a cui si è arrivati e che sono stati presentati nel convegno finale? Verranno realizzati o resteranno utopici?
P. L.: Cara Cristina, innanzitutto grazie per queste domande, poter finalmente parlare a tutti, ossia parlare di cose belle, divulgarle e farle conoscere è importante perché solo parlando, dando anche esempi di positività e lavoro vero sul campo, gli stessi alunni delle scuole, insieme ai loro docenti, condurranno “buone pratiche” e la famigerata cittadinanza attiva entrerà in azione!
La parola “difficile” fa parte del mestiere dell’insegnante: difficile è insegnare, ma è la sfida del liberare un ragionamento e farlo diventare da difficile, semplice.
Per cui, si è la mia risposta: è stato difficile coordinare l’Ordine degli Architetti, le scuole e l’Università, ma l’ho fatto con grande piacere, perché vedere dei colleghi docenti confrontarsi tra loro, volendo a tutti i costi progettare spazi più piacevoli, luoghi dove l’apprendimento diventi un sentire piacevole, allora tutto ciò mi ha dato molta carica.
Alcuni dei progetti che sono stati presentati al convegno finale già sono esempi di ambienti di apprendimento esistenti all’interno di strutture scolastiche presenti sul territorio della provincia di Napoli e della stessa città di Napoli. Altri progetti sono in divenire, e spero davvero che l’aver coinvolto i dirigenti scolastici e l’ufficio scolastico regionale dia e sia prova della voglia reale di modificare in meglio le scuole.
Si è pensato di creare nuovi “spazi-cerniera”, attrezzati per accogliere attività di partenariato con le comunità locali e gli organismi culturali e produttivi presenti sul territorio. In proposito, sono state sviluppate linee di collaborazione tra scuola ed extra scuola, nella prospettiva di un sistema formativo integrato.
L’idea pedagogica della didattica laboratoriale, già utilmente attiva nella prassi didattica di molte istituzioni scolastiche va estesa, realizzando “la scuola dei laboratori”. La congettura di Franco Frabboni della scuola dei laboratori, intesi come “officina di metodo”, capace di attivare stimolanti dinamiche di apprendimento con un’intensa “aggregazione-disaggregazione-riaggregazione” degli allievi, va attuata trasformando le aule in luoghi d’interazione tra il pensabile e il possibile, veri luoghi della creatività a tutto campo!
Credo fermamente in tutto ciò e lavoro perché questo si attui, almeno iniziando dalla cultura, dall’approccio culturale e poi passeremo a quello sostanziale, della vera e propria realizzazione progettuale.

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Arch. Marco Borrelli: Ricercatore Universitario di Architettura d’Interni ed Allestimento presso il Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale della Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Arch. Paola Lista: insegnante di “Disegno e Storia dell’Arte” presso Scuola Secondaria di Secondo Grado.
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NOTE

¹ Filippo Gomez Paloma (Università degli Studi di Salerno), Marina Calò (I.C. Savio-Alfieri di Napoli) Marco Borrelli (Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”) Domenico Tafuri (Università degli Studi di Napoli Parthenope), Embodied Cognition Design. Experimental pedagogy between embodied cognition and architectural space, Giornale Italiano della Ricerca Educativa – Italian Journal of Educational Research © Pensa MultiMedia Editore srl – ISSN 2038-9736 (print) – ISSN 2038-9744 (on line) – (http://ojs.pensamultimedia.it/index.php/sird/article/viewFile/2544/2272 )

alcuni testi di riferimento:
Bruno Zevi, Saper vedere l’architettura, Einaudi, Torino
Lars Spuybroek, L’architettura del continuo, a cura di E.J.Pilia, Deleyva Editore, Roma
Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo, Bari
Wassilly Kandinsky, Punto, Linea, Superficie, Adelphi, Milano
Zani B. (a cura di), Sentirsi in/sicuri in città, il Mulino, Bologna

 

Storia dell’Architettura per Fotomontaggio – Visioni

22 marzo 2018

Pubblichiamo i risultati del Corso di “Storia dell’Architettura Contemporanea 1” (Docente: Mattia Darò) per l’Anno accademico 2017-2018, presso l’Istituto Europeo del Design di Roma, corso triennale in Interior Design.

Il corso è stato affrontato in una prima parte attraverso sei lezioni frontali tematiche articolate su 6 diversi temi caratterizzanti la storia dell’architettura contemporanea, dal 1750 a oggi.

VISIONI/PIRANESI

Lo sviluppo della capacità visionaria degli architetti nella storia dell’architettura contemporanea: da Piranesi ad Archizoom via Yona Friedman.

Questa esercitazione ha tentato di reinterpretare il paesaggio archeologico di Roma in relazione alla contemporaneità secondo l’interpretazione piranesiana. Le rovine romane diventano il primo paesaggio della città, mentre il resto (dal tessuto rinascimental-barocco a quello più contemporaneo) fa solo da sfondo: Abbandonati immagina un paesaggio industriale che si confronta con il Colosseo; Migliaccio e Mucci enfatizzano i ruderi dell’antichità posti come object trouvé nella cornice di Piazza del Popolo; Napolitano e Sacco immaginano il progetto di una torre direttamente nell’incisione piranesiana di Piazza Navona; mentre Russo enfatizza i monumenti romani in un sacco di juta di Burri.

 

Filippo Maria Abbandonati

 

 

Giorgio Migliaccio e Ludovica Mucci

 

 

Raffaella Napolitano e Anna Sacco

 

 

 

Rebecca Russo

 

#citOFOno – IL SECONDO RACCONTO

15 novembre 2017

Riassunto delle puntate precedenti. A Miano c’è chi ruba le OFO. Non avendo un c***o da fare, ho iniziato a chiacchierare con i ladri. Ne sono nate dieci storie. Questa è la seconda. La storia di Luigi.
#OFO #citOFOno #citOFOno2

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Vagolo in zona Vincenzo Monti in auto.
È una zona che mi rende nervosissimo perché lì l’area C è in agguato in maniera PARTICOLARE.
“Particolare” vuol dire che basta svoltare distrattamente un attimo che ti becchi la multa. Più di tutte, odio piazza della Conciliazione, mi ha già fregato diverse volte. Rotondissima ma infingarda. Sbagli uscita ed entri in area C.
Sono fermamente convinto che gli hub cittadini abbiano un’anima. Piazza della Conciliazione e Porta Ludovica sembrano streghe di Halloween pronte a punirti alle spalle. Invece Corso Venezia non ti mente mai, lo vedi da chilometri che inizierà l’area C. Porta Venezia ti accoglie in un abbraccio. Io ho un quasi-furgoncino diesel, quindi sarebbe comunque un abbraccio mortale,  multa sicura, ma tant’è.
È in questo momento che mi sopravanza brillantissimo uno studente sulla sua OFO gialla.

Le bici in sharing hanno un nemico, dobbiamo ammetterlo: il pavè. Chi le ha costruite è convinto che in Italia abbiamo liscissime ciclovie in tartan tipo Amsterdam.
E invece Milano ha il pavè. Non parliamo poi dei sanpietrini a Roma.
L’hipster con la barba alla Vittorio Emanuele mi saetta a fianco, aitante.  Lo immagino andare  dritto sparato a una scuola di design e di moda in centro a Milano. Pedala fiero delle sue zero emissioni di CO2. Ma puntualmente, come svolta in Largo Cinque Alpini, il sorriso gli si spegne in volto e le sue funzioni genitrici sono duramente messe alla prova. Le bici hanno ammortizzatori ridicoli. Si pentirà?

La mia è tutta invidia. L’hipster mi ispira, maledico di essermi spostato in auto, parcheggio, apro la mia brava app OFO e zàcchete individuo la solita bici , disponibilissima…dentro un cortile.
Ormai avvezzo, entro sparato. La bici non c’è, eppure il segnaposto sulla app è di un giallo intensissimo: il velocipede dev’essere qui.
Un gruppo di cuochi bengalesi, impegnati nel ristorante italiano sciurètto che dà sulla strada, mi guarda sornione.
“Cerchi bici gialla?”
E puntano il dito verso l’alto, tipo Scuola di Atene. Esito per un attimo, forse vogliono dirmi che le bici OFO ormai sono assurte a una costellazione nel firmamento.
E invece. Sono sempre stato un tipo piatto.
“Tu devi andare al quarto piano”.
Si sono portati la OFO su in cima, al ballatoio! Il GPS dovrebbe avere anche un altimetro, mi dico io.
Mi precipito a falcate di 3 scalini per volta su al quarto. Ed ecco che un ragazzo scende come una folgore, più veloce di me, con la sua OFO sulle spalle. Non mi nota neanche, non può immaginare che sia un suo concorrente.
È giovanissimo, sembra uscito da “I Fiori delle mille e una notte” di Pasolini, ha a malapena la prima peluria sopra il labbro e arranca con la OFO.

Bene, vorrei bloccarlo ma è indaffarato – non perché voglia sfuggire al confronto, non gliene frega assolutamente niente – ma perché ha un enorme zainetto-cubo sulle spalle. Pure quello giallo, tutto in tinta. Deve consegnare un pranzo con uno dei tanti servizi food delivery che imperversano in città. Usa la OFO per avere il lavoro.

E lì vado in corto circuito. Da una parte, la “causa delle bici rapite”. Dall’altra mi viene in mente il compenso ridicolo che questi pony-express-senza-motore si beccano ad ogni consegna.

Il corto circuito è lungo abbastanza perché Luigi, lo chiameremo così, mi si sfili dalle mani.

Scendo sconsolato a cercarmi un’altra bici.

E fuori dal portone scopro una cosa buffissima. Luigi non sa andare in bici.
Lui è ancora lì. Tiene sempre la terza e quindi fa un metro in 20 pedalate.
Tutta quella energia giovane pasoliniana, e poi mi finisce con la ruota nei binari del 5, per poi scabussare alla fine sul pavè. È scivolato di faccia. Sta verificando terrorizzato se lo zainetto-cubo sia intatto.
Mi guarda. Lo dicevo io del pavè.
“La bici non s’è fatta nulla”, gli faccio. “Tu stai bene? Come ti chiami?”
“ ****. “ Sembra uno di quei dipinti da Al-Fayyum, gli occhi enormi, sgranati.
“Dove devi consegnare?”
“Porta Venezia”.
“Hai un culo mostruoso. Mi dicevi Porta Lodovica non ti portavo”.
Apriamo il baule dell’auto, carichiamo la OFO e lo zaino, e andiamo tra le braccia del dazio di Porta Venezia.
Viene da ****. Faceva consegne anche lì, in moto. Aspettava che costruissero la strada asfaltata per raddoppiare il numero delle consegne.
“E com’è finita?”
“Che il mio governo non l’ha più costruita, quella strada. Mio fratello è qui da cinque anni, ho pensato di raggiungerlo.”.
Evidentemente ha bisogno di quella manciata di euro della food delivery e una bici non ce l’ha. E fino al 31 ottobre, tutto sommato giustamente, la usa ininterrottamente per mettere da parte i soldi per farsene una e incominciare a lavorare con più continuità.
Arriviamo a destinazione, mi guarda: “Adesso tu vuoi la OFO indietro, vero?”
“Lascia perdere, cerco in un altro cortile”.

#citOFOno – La storia di Ishak

9 novembre 2017

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Sono tornato nella mia città natale, Milano, per qualche giorno per lavoro e una mia amica mi ha introdotto al mondo meraviglioso delle biciclette OFO.
Fino al 31 ottobre erano gratuite, in prova.
Dopo l’uso compulsivo nei primi giorni, ho iniziato a pensare che la mappa della app non fosse collimata bene bene, perché visualizzavo un sacco di OFO DENTRO le case.
A un certo punto ho capito che la mappa era precisissima e che semplicemente le bici – la gente se le zanzava. Portandosele in casa.
Ora la cosa divertente è che non smontano il GPS dentro la bici, quindi la app continua a localizzare la bici rubata.
Non avendo un c***o da fare al pomeriggio, ho iniziato a citofonare ai condomini, come quando a dieci anni chiamavamo gli amici per giocare a calcetto, e mi sono messo a beccare i ladri di biciclette a uno a uno.
Stiamo parlando di una media giornaliera di 8 OFO zanzate su 10 che provavo a prendere, ragazzi.
Ho citofonato, li ho fatti scendere e mi son messo a chiacchierare con loro.
Ne sono uscite dieci storie di incontri tra cazzari. Questa è la prima.

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La storia di Ishak.
#OFO #citofono
Esco dal MAS, una bellissima scuola di musical, danza e recitazione a Milano, dove stavo guardando le lezioni del mio amico coreografo Matteo Gastaldo.
In via Ponte Nuovo una OFO risulta parcheggiata dentro un condominio. Il pizzaiolo rumeno mi lascia entrare in cortile, e trovo la OFO non solo parcheggiata, ma LUCCHETTATA. Genio.
Mi siedo e aspetto. Passa una signora. Lancio con nonchalance un “Ne sa qualcosa?”
“Ma sa che è giorni che la guardo e mi faccio la stessa domanda?”
Poi, la botta di culo.
Passa un ragazzo sui 17 anni. È il nipote della sciura, la quale lo apostrofa con un tono da zia-senza-possibilità-di-risposta-menzognera:
“Luca, tu sai chi si è rubato la OFO?”
E Luca risponde al volo, alla Pavlov, senza nemmeno cercare di intortare la zia. Sembra Mowgli di fronte a Kaa.
“Ho visto Ishak, il compagno di classe di Carlo, armeggiarci attorno”.
Luca mi indica il balcone di casa Ishak.
Citofono a Ishak.
“Scendi, va’. E porta le chiavi del lucchetto.”
Arriva Ishak. È uguale al figlio di Moretti ne “La stanza del figlio”. E mi fa:
“Tanto non la usava nessuno”.
“Beh, certo, se te la lucchetti in cortile, è un po’ difficile che qualcun altro la usi. E secondo te io a fianco alla bici che ci faccio?”
Ishak: “Ah la volevi usare?”
Attenzione: ci è, non ci fa. Sorrido. Con Ishak opto per la strategia “abbraccio hare krishna”.
“Libera ‘sta bicicletta, va’. Hai un nome copto, sei cristiano ve’?”
“Sì. Ortodosso, diciamo”.
“E non rubare non te l’ha insegnato la mamma? Ce l’avete pure voi il decalogo, ve’?”
“Ma scusa meglio in mano mia che buttata nel Naviglio, ti pare?”
Fa pure riferimento a un articolo del Corriere uscito un paio di giorni prima. Dei vandali non avevano trovato niente di meglio da fare che buttare le OFO nella darsena. Personalmente credo che pure i vandali abbiano una hit parade della cazzate da fare, e “buttare la OFO a mare” non dev’essere il massimo. Qualcuno deve aver interesse a danneggiare quante più OFO possibile, nel minor tempo possibile. Ma glisso e mi riconcentro sul labiale di Ishak, che era arrivato a:
“Ma scusa meglio in mano mia che buttata nel Naviglio, ti pare?”
Il ragionamento non fa una grinza.
Porto Ishak al centro del cortile. Mi siedo su un panettone in cemento.
“Adesso facciamo così. Io non chiamo la polizia se tu urli al condominio ‘Ho fatto una stronzata’. Un po’ di volte.“
Ishak: “No, la mamma mi ha insegnato a non dire le parolacce”.
Ecco, ‘sta frase qui mi blocca per un attimo, devo ammetterlo. Chapeau. Devo riconoscere a questo ragazzo che è sveglio. Ma anche mamma e papà non devono essere da meno.
Allora esco un attimo dal droghiere pakistano appena a fianco, mi prendo un sacchetto di patatine, mi metto comodo sul panettone, citofono a Luca e chiamo i suoi amici.
Ishak rimane un attimo interdetto, ma io ho le chiavi del suo lucchetto.
Quindi ha da aspetta’.
Poi mi apro il dizionario dei sinonimi e dei contrari sull’Iphone.
E così Ishak ha urlato “Ho fatto una cretinata, scemenza, sciocchezza, scemata, cavolata, stupidaggine, stupidata, idiozia, fesseria, bestialità, banalità, bazzecola, piccolezza, cosa da nulla, inezia, fregnaccia, boiata.” per 5 minuti. Il tempo di mangiarci le patatine con Luca & C mentre lo guardavamo.
Poi ho ringraziato, gli ho ammollato il suo lucchetto e inforcato la nostra OFO.

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L’accordatura del liuto

28 agosto 2017

Una cosa che non mi piace è il termine “cervello in fuga”.

Non lo capisco, non capisco il termine “fuga” associato a persone che semplicemente sono alla ricerca di un posto dove esprimere il loro talento, o se non altro di metterlo alla prova.

Da una parte la fuga presuppone uno scenario dal quale fuggire; su questo possiamo parlarne, c’è poco da difendere in questa Italia che rende tutto difficile.

Dall’altra l’atto del fuggire finisce per conferire una connotazione negativa anche a chi compie l’atto. Quasi che la colpa della situazione disastrosa da cui ci si vuole allontanate sia un po’ proprio di chi va via; chi fugge è in fondo un traditore, un mancato eroe che non combatte a costo della sua incolumità per difendere il bastione. Anche quando il bastione è indifendibile.

La trovo una stucchevole retorica, miope, che non tiene conto della complessità del fenomeno. Una persona che “emigra”, accumula un bagaglio di conoscenze e una visione più ampia, diversificata, di come funziona il mondo. Questo bagaglio porta valore aggunto per tutti.

Persone che portano esperienze fuori dall’Italia, ma anche persone che in diverse maniere poi riportano in Italia le esperienze che accumulano fuori.

Persone che inoltre rappresentano, nel bene e nel male l’Italia; e se fanno bene all’estero portano prestigio anche per chi rimane.

Persone che oltreuttto sono sempre più numerose….. 250.000 l’anno, più di quanti arrivano.

Persone che hanno avuto la capacità e la voglia di mettersi in gioco e sperimentare il loro talento, e magari poi riportarlo tra noi.

Soprattutto persone che evidentemetne vivono nel mondo, che non limitano la lora esistenza, ed appartenenza, ad un vincolo geografico. Persone che sanno essere parte attiva di questo mostro sconosciuto che per molti è la globalizzazione.

Una di queste persone è Mattia Paco Rizzi, che si definisce “architetto artista“, che per sviluppare la sua idea di architettura si è trasferito a Parigi, e che sta comunque cercando di portare la sua esperienza in Italia.

Queste sono le sue 30 parole su “A cosa serve l’Architettura”

Accordatura di una dinamica, pulsazione fisica, vibrazioni di spazi: risonanza.
Condivisione di obiettivi, costruire per costruirsi, spazio pubblico: comunità.
Scultura e funzione: alchimia.
Architettura fatta a mano: Liuteria dello spazio.

 

https://borda.deviantart.com/art/While-My-Guitar-Gently-Weeps-630026597

Adrian Borda  “While My Guitar Gently Weeps”

 

 

 

FRAMMENTI DI ARCHITETTURA CONTEMPORANEA NELLA TUSCIA – MATTEO THUN & Partners

16 luglio 2017

27. MATTEO THUN & Partners, Nuria Nature Resort, Sutri, 2003-2009.
Architetto, nato a Bolzano il 17 giugno 1952, ha studiato all’Accademia di Salisburgo con Oskar Kokoschka e presso l’Università di Firenze. Dopo l’incontro con Ettore Sottsass diventa cofondatore del gruppo ‘Memphis’ a Milano e partner di Sottsass Associati dal 1980 al 1984. È professore della cattedra di design all’Università di Arti Applicate a Vienna (Hochschule für Angewandte Kunst, Wien) dal 1983 al 2000. Nel 1984 apre il proprio studio a Milano e diventa Art Director per Swatch dal 1990 al 1993. Dal 2003, Antonio Rodriguez collabora con Matteo Thun. L’essenzialità, la semplificazione formale, la funzionalità e l’utilizzo di materiali caldi e naturali caratterizzano la poetica di Matteo Thun. Sostiene che è necessario mettere al centro della nostra attenzione l’individualità e non l’individuo, ossia il modo in cui ognuno si rapporta con profondo rispetto al luogo in cui vive e in cui costruisce preferendo l’eco nel vero senso della parola anziché l’ego del linguaggio architettonico, linguaggio che, secondo l’architetto, oggi si appoggia spesso ad archetipi.
Il complesso residenziale di Sutri, completato da anni, è ancora oggi inutilizzato per la paura, probabilmente, della contemporaneità e per l’assenza di forme rassicuranti e vernacolari.

 

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