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Embodied Cognition Design – L’Architettura al servizio della società: la collaborazione tra Ordine degli Architetti, Università e scuola in un progetto di rinnovamento

10 giugno 2018

Può l’Architettura influire positivamente o negativamente sulle persone? Si può migliorare la società intervenendo sull’Architettura? Sono relazionabili, e in quale rapporto stanno fra loro, la percezione degli spazi abitativi interni ed esterni rispetto ai vari edifici nei quali si svolge la vita dell’uomo? In altre parole lo spazio abitativo interno agisce sul singolo individuo in modo tale da influenzarne la percezione e dunque il comportamento anche all’esterno, nella società?

Il rapporto fra comportamento umano e spazio è stato indagato a partire dagli inizi del ‘900 nell’ambito di diverse discipline, ne forniscono un esempio la psicogeografia o la psicologia ambientale, la Scuola di Chicago con lo studio della relazione fra spazio urbano e sviluppo della criminalità, sempre su scala urbana in architettura gli studi di Kevin Lynch, e poi ancora esperimenti e osservazioni che hanno condotto in sociologia, più vicino a noi nel tempo alla “Broken Windows Theory”. Mentre per quanto riguarda la capacità, indagata in numerosi studi, dello spazio architettonico interno di esercitare la sua influenza sulla sfera emozionale delle persone attraverso le sue qualità (forma, colore, materiali, disposizione degli elementi spaziali, ecc.), non sono da trascurare alcune modificazioni apportate recentemente interessato gli spazi nei quali l’uomo svolge la gran parte della sua vita, quindi delle azioni che alimentano la vita sociale globale, primi fra tutti gli spazi di lavoro. Grandi colossi come Facebook, Apple o Pixar che con le loro attività influenzano pesantemente dall’andamento dei mercati su scala mondiale alla vita privata dei singoli individui nella sfera del loro quotidiano, hanno predisposto per i loro dipendenti aree destinate al relax e che favoriscono il loro benessere pisco-fisico al fine di migliorarne le prestazioni lavorative.

Quale è però uno spazio abitativo che può considerarsi come un “gancio” fra gli spazi esterni urbani e gli spazi interni privati o di lavoro? Probabilmente l‘ambiente abitativo della scuola, ovvero il luogo dove si accompagna l’individuo nella crescita e nella formazione della sua personalità dall’infanzia fino all’età adulta.

Ed è proprio in relazione agli ambienti scolastici che da qualche anno si è delineato un filone di ricerca incentrato su una pedagogia di tipo sperimentale che connette fra loro cognizione corporea e spazio architettonico: Embodied Cognition Design.

 

Scuole innovative: Embodied Cognition Design come paradigma dei nuovi spazi scolastici” è il titolo di un interessante convegno che si è tenuto lo scorso 30 maggio al Liceo Classico Giambattista Vico di Napoli. Il convegno è stata la tappa finale di un progetto promosso dall’Ordine degli Architetti, P.P. e C. di Napoli e Provincia in collaborazione con il prof. Filippo Gomez Paloma dell’Università di Salerno e con il liceo ospitante, che si è sviluppato attraverso un corso di formazione a docenti di scuola primaria e secondaria di I e II grado di una ventina di scuole di Napoli e provincia e un workshop nel quale gli attori coinvolti (dirigenti scolastici, insegnanti e in alcuni casi gli allievi stessi) hanno ripensato e rielaborato attraverso progetti di architettura di interni, gli spazi delle proprie scuole secondo il paradigma scientifico “Embodied Cognition”.

Il progetto è nato con l’intento di riportare l’attenzione di dirigenti ed insegnanti sulla necessità di attualizzare il sistema educativo allineandolo alle profonde trasformazioni che hanno interessato e stanno interessando la società e di consentire loro di esplorare la possibilità di farlo “attraverso un intervento di rigenerazione e rifunzionalizzazione progettuale per rendere pedagogicamente funzionali le strutture secondo i moderni modelli di apprendimento, di educazione, di formazione e di benessere”¹

 

Dal panorama di esempi offerto dalle scuole intervenute al convegno è emerso uno scenario variegato all’interno del quale tuttavia si possono rintracciare caratteristiche e macro-problemi che interessano la scuola pubblica italiana. Ciò che è saltato immediatamente ai miei occhi di osservatore esterno, è la fatica e la lentezza con le quali la scuola in Italia evolve al suo interno rispetto alle mutazioni del mondo ad essa esterno. Ad incidere su tale divario sono innanzitutto problemi di ordine economico e pratico. La mancanza di risorse economiche adeguate, infatti, se talvolta rende ancora possibile alla scuola l’acquisto di strumenti innovativi, le impedisce di fare fronte alla manutenzione ordinaria e straordinaria, rendendo inefficienti e insicuri gli edifici scolastici. Di conseguenza la mancata sicurezza degli edifici, che dovrebbe essere invece garantita, si pone giustamente in testa alla lista delle priorità dei dirigenti scolastici, costituendo una zavorra rispetto al formarsi di ragionamenti in ambito pedagogico e in termini di innovazione ed offerta formativa.

Comune punto di partenza per quasi tutte le scuole intervenute era una pianta architettonica caratterizzata dalla rigidità distributiva degli spazi, rispecchiante un altrettanto utilizzo ingessato degli stessi. Nei progetti elaborati si è agito su tale rigidità attraverso la rimodulazione degli spazi, l’utilizzo del colore e l’impiego di nuovi arredi in favore di una maggiore fluidità, per favorire il benessere psico-fisico degli allievi e il loro sviluppo cognitivo, così come suggerisce l’ “Embodied Cognition” . Il ripensare agli spazi ha chiamato a sé l’individuazione di nuove funzioni, di nuove possibilità di aggregazione e scambio da offrire agli studenti, e viceversa, là dove la scuola aveva già sentito di avvicinarsi a nuove pratiche, sono stati adeguati gli spazi. Sale di lettura, laboratori, Fab-Lab non sono solo apparsi come spazi innovativi, fortemente incentivanti per lo sviluppo della creatività degli studenti e per l’elaborazione di percorsi interdisciplinari talvolta inediti, ma anche come occasioni per aprire la scuola alla collettività. La scuola infatti, attraverso questa opportunità di ripensamento di se stessa, si è riproposta alla comunità con un ruolo sociale fortificato, dandosi o ri-dandosi ad essa come spazio aperto di formazione, arricchimento e scambio culturale fruibile da tutti. In tal senso è da notare che quasi tutte le scuole hanno sentito l’esigenza di riappropriarsi e rifunzionalizzare anche i propri spazi esterni con la previsione di aule all’aperto, spazi dedicati allo sport o ad orti che hanno visto (in progetti anche già realizzati) la collaborazione dei cittadini.
È stato arricchente, commuovente e incoraggiante, vedere l’impegno di tanti docenti che con grinta e tenacia, in alcuni casi rispolverando la laurea in architettura e le antiche passioni personali, si sono alternati ad immaginare una scuola migliore e a raccontare una scuola che con ogni sforzo si è già mossa in questa direzione ottenendo ottimi risultati soprattutto in quartieri mortificati dalla povertà e dal degrado. Si è insomma delineato uno scenario povero di mezzi, ma ricco di passione, di creatività, energie mentali, buona volontà e determinazione.

L’esperienza ha mostrato quanto sia importante il dialogo e la cooperazione dei vari attori ricoprenti un ruolo politico e sociale, agenti sullo stesso territorio e operanti in settori diversi, e quanto questa cooperazione possa migliorare la qualità di vita del cittadino: l’importanza dell’Università nel guidare e diffondere la ricerca orientata all’analisi e al rinnovamento, l’Ordine degli Architetti nell’individuare i problemi sul territorio di competenza e svolgere l’importante funzione di connessione fra le varie forze, promuovere gli effetti della ricaduta dell’architettura sul comportamento delle persone, e infine la scuola, attore protagonista nella formazione degli individui che si pone alla base della società.

 

Poiché mi sembra interessante spostare lo sguardo dall’esterno all’interno del progetto, per comprenderlo da più angolazioni ho pensato di rivolgere alcune domande agli architetti Marco Borrelli e Paola Lista, entrambi ex consiglieri dell’Ordine APPC di Napoli, che sono stati referenti dell’Ordine all’interno del progetto.

Marco raccontaci, come è nata questa iniziativa in cui l’Ordine è stato protagonista?
M. B.: Allora, avendo già da circa sei mesi intrapreso un’esperienza in un gruppo di lavoro operativo sui temi della “qualità dell’architettura” sulla “cultura architettonica” e sui “grandi eventi per l’architettura” al CNAPPC (Consiglio Nazionale) ho cercato di trasporre i valori definiti all’interno di questa mia esperienza in esempi operativi in cui la valenza del sistema delle relazioni di una comunità possa diventare il perno centrale intorno a cui si muove il progetto di architettura.
Nel caso specifico improntato alla riorganizzazione e rifunzionalizzazione degli interni architettonici dei luoghi dell’istruzione, gli architetti hanno incontrato le comunità scolastiche per individuare le criticità degli spazi della relazione docente/discente così da favorire la definizione di nuovi concept condivisi sul modello di partecipazione “bottom up”. L’Ordine, in quanto ente che rappresenta l’attività dei professionisti progettisti sul territorio, vuole convergere con le esigenze delle varie comunità urbane entrando in forte sintonia nei processi di rigenerazione urbana, rispettando l’identità, i valori e la qualità ad essi associata. Dopo gli eventi nei tribunali, nelle scuole, e negli studi professionali con gli Open-Studiaperti 2018 si conferma la presenza attiva degli architetti all’interno della definizione della nuova scena urbana definita da un’architettura social-oriented e human centered.

Paola come è stato accolto dalle scuole? È stato difficile coordinare Università, Ordine e scuole? Che fine faranno i progetti a cui si è arrivati e che sono stati presentati nel convegno finale? Verranno realizzati o resteranno utopici?
P. L.: Cara Cristina, innanzitutto grazie per queste domande, poter finalmente parlare a tutti, ossia parlare di cose belle, divulgarle e farle conoscere è importante perché solo parlando, dando anche esempi di positività e lavoro vero sul campo, gli stessi alunni delle scuole, insieme ai loro docenti, condurranno “buone pratiche” e la famigerata cittadinanza attiva entrerà in azione!
La parola “difficile” fa parte del mestiere dell’insegnante: difficile è insegnare, ma è la sfida del liberare un ragionamento e farlo diventare da difficile, semplice.
Per cui, si è la mia risposta: è stato difficile coordinare l’Ordine degli Architetti, le scuole e l’Università, ma l’ho fatto con grande piacere, perché vedere dei colleghi docenti confrontarsi tra loro, volendo a tutti i costi progettare spazi più piacevoli, luoghi dove l’apprendimento diventi un sentire piacevole, allora tutto ciò mi ha dato molta carica.
Alcuni dei progetti che sono stati presentati al convegno finale già sono esempi di ambienti di apprendimento esistenti all’interno di strutture scolastiche presenti sul territorio della provincia di Napoli e della stessa città di Napoli. Altri progetti sono in divenire, e spero davvero che l’aver coinvolto i dirigenti scolastici e l’ufficio scolastico regionale dia e sia prova della voglia reale di modificare in meglio le scuole.
Si è pensato di creare nuovi “spazi-cerniera”, attrezzati per accogliere attività di partenariato con le comunità locali e gli organismi culturali e produttivi presenti sul territorio. In proposito, sono state sviluppate linee di collaborazione tra scuola ed extra scuola, nella prospettiva di un sistema formativo integrato.
L’idea pedagogica della didattica laboratoriale, già utilmente attiva nella prassi didattica di molte istituzioni scolastiche va estesa, realizzando “la scuola dei laboratori”. La congettura di Franco Frabboni della scuola dei laboratori, intesi come “officina di metodo”, capace di attivare stimolanti dinamiche di apprendimento con un’intensa “aggregazione-disaggregazione-riaggregazione” degli allievi, va attuata trasformando le aule in luoghi d’interazione tra il pensabile e il possibile, veri luoghi della creatività a tutto campo!
Credo fermamente in tutto ciò e lavoro perché questo si attui, almeno iniziando dalla cultura, dall’approccio culturale e poi passeremo a quello sostanziale, della vera e propria realizzazione progettuale.

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Arch. Marco Borrelli: Ricercatore Universitario di Architettura d’Interni ed Allestimento presso il Dipartimento di Architettura e Disegno Industriale della Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Arch. Paola Lista: insegnante di “Disegno e Storia dell’Arte” presso Scuola Secondaria di Secondo Grado.
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NOTE

¹ Filippo Gomez Paloma (Università degli Studi di Salerno), Marina Calò (I.C. Savio-Alfieri di Napoli) Marco Borrelli (Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”) Domenico Tafuri (Università degli Studi di Napoli Parthenope), Embodied Cognition Design. Experimental pedagogy between embodied cognition and architectural space, Giornale Italiano della Ricerca Educativa – Italian Journal of Educational Research © Pensa MultiMedia Editore srl – ISSN 2038-9736 (print) – ISSN 2038-9744 (on line) – (http://ojs.pensamultimedia.it/index.php/sird/article/viewFile/2544/2272 )

alcuni testi di riferimento:
Bruno Zevi, Saper vedere l’architettura, Einaudi, Torino
Lars Spuybroek, L’architettura del continuo, a cura di E.J.Pilia, Deleyva Editore, Roma
Gaston Bachelard, La poetica dello spazio, Dedalo, Bari
Wassilly Kandinsky, Punto, Linea, Superficie, Adelphi, Milano
Zani B. (a cura di), Sentirsi in/sicuri in città, il Mulino, Bologna

 

Storia dell’Architettura per Fotomontaggio – Visioni

22 marzo 2018

Pubblichiamo i risultati del Corso di “Storia dell’Architettura Contemporanea 1” (Docente: Mattia Darò) per l’Anno accademico 2017-2018, presso l’Istituto Europeo del Design di Roma, corso triennale in Interior Design.

Il corso è stato affrontato in una prima parte attraverso sei lezioni frontali tematiche articolate su 6 diversi temi caratterizzanti la storia dell’architettura contemporanea, dal 1750 a oggi.

VISIONI/PIRANESI

Lo sviluppo della capacità visionaria degli architetti nella storia dell’architettura contemporanea: da Piranesi ad Archizoom via Yona Friedman.

Questa esercitazione ha tentato di reinterpretare il paesaggio archeologico di Roma in relazione alla contemporaneità secondo l’interpretazione piranesiana. Le rovine romane diventano il primo paesaggio della città, mentre il resto (dal tessuto rinascimental-barocco a quello più contemporaneo) fa solo da sfondo: Abbandonati immagina un paesaggio industriale che si confronta con il Colosseo; Migliaccio e Mucci enfatizzano i ruderi dell’antichità posti come object trouvé nella cornice di Piazza del Popolo; Napolitano e Sacco immaginano il progetto di una torre direttamente nell’incisione piranesiana di Piazza Navona; mentre Russo enfatizza i monumenti romani in un sacco di juta di Burri.

 

Filippo Maria Abbandonati

 

 

Giorgio Migliaccio e Ludovica Mucci

 

 

Raffaella Napolitano e Anna Sacco

 

 

 

Rebecca Russo

 

#citOFOno – IL SECONDO RACCONTO

15 novembre 2017

Riassunto delle puntate precedenti. A Miano c’è chi ruba le OFO. Non avendo un c***o da fare, ho iniziato a chiacchierare con i ladri. Ne sono nate dieci storie. Questa è la seconda. La storia di Luigi.
#OFO #citOFOno #citOFOno2

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Vagolo in zona Vincenzo Monti in auto.
È una zona che mi rende nervosissimo perché lì l’area C è in agguato in maniera PARTICOLARE.
“Particolare” vuol dire che basta svoltare distrattamente un attimo che ti becchi la multa. Più di tutte, odio piazza della Conciliazione, mi ha già fregato diverse volte. Rotondissima ma infingarda. Sbagli uscita ed entri in area C.
Sono fermamente convinto che gli hub cittadini abbiano un’anima. Piazza della Conciliazione e Porta Ludovica sembrano streghe di Halloween pronte a punirti alle spalle. Invece Corso Venezia non ti mente mai, lo vedi da chilometri che inizierà l’area C. Porta Venezia ti accoglie in un abbraccio. Io ho un quasi-furgoncino diesel, quindi sarebbe comunque un abbraccio mortale,  multa sicura, ma tant’è.
È in questo momento che mi sopravanza brillantissimo uno studente sulla sua OFO gialla.

Le bici in sharing hanno un nemico, dobbiamo ammetterlo: il pavè. Chi le ha costruite è convinto che in Italia abbiamo liscissime ciclovie in tartan tipo Amsterdam.
E invece Milano ha il pavè. Non parliamo poi dei sanpietrini a Roma.
L’hipster con la barba alla Vittorio Emanuele mi saetta a fianco, aitante.  Lo immagino andare  dritto sparato a una scuola di design e di moda in centro a Milano. Pedala fiero delle sue zero emissioni di CO2. Ma puntualmente, come svolta in Largo Cinque Alpini, il sorriso gli si spegne in volto e le sue funzioni genitrici sono duramente messe alla prova. Le bici hanno ammortizzatori ridicoli. Si pentirà?

La mia è tutta invidia. L’hipster mi ispira, maledico di essermi spostato in auto, parcheggio, apro la mia brava app OFO e zàcchete individuo la solita bici , disponibilissima…dentro un cortile.
Ormai avvezzo, entro sparato. La bici non c’è, eppure il segnaposto sulla app è di un giallo intensissimo: il velocipede dev’essere qui.
Un gruppo di cuochi bengalesi, impegnati nel ristorante italiano sciurètto che dà sulla strada, mi guarda sornione.
“Cerchi bici gialla?”
E puntano il dito verso l’alto, tipo Scuola di Atene. Esito per un attimo, forse vogliono dirmi che le bici OFO ormai sono assurte a una costellazione nel firmamento.
E invece. Sono sempre stato un tipo piatto.
“Tu devi andare al quarto piano”.
Si sono portati la OFO su in cima, al ballatoio! Il GPS dovrebbe avere anche un altimetro, mi dico io.
Mi precipito a falcate di 3 scalini per volta su al quarto. Ed ecco che un ragazzo scende come una folgore, più veloce di me, con la sua OFO sulle spalle. Non mi nota neanche, non può immaginare che sia un suo concorrente.
È giovanissimo, sembra uscito da “I Fiori delle mille e una notte” di Pasolini, ha a malapena la prima peluria sopra il labbro e arranca con la OFO.

Bene, vorrei bloccarlo ma è indaffarato – non perché voglia sfuggire al confronto, non gliene frega assolutamente niente – ma perché ha un enorme zainetto-cubo sulle spalle. Pure quello giallo, tutto in tinta. Deve consegnare un pranzo con uno dei tanti servizi food delivery che imperversano in città. Usa la OFO per avere il lavoro.

E lì vado in corto circuito. Da una parte, la “causa delle bici rapite”. Dall’altra mi viene in mente il compenso ridicolo che questi pony-express-senza-motore si beccano ad ogni consegna.

Il corto circuito è lungo abbastanza perché Luigi, lo chiameremo così, mi si sfili dalle mani.

Scendo sconsolato a cercarmi un’altra bici.

E fuori dal portone scopro una cosa buffissima. Luigi non sa andare in bici.
Lui è ancora lì. Tiene sempre la terza e quindi fa un metro in 20 pedalate.
Tutta quella energia giovane pasoliniana, e poi mi finisce con la ruota nei binari del 5, per poi scabussare alla fine sul pavè. È scivolato di faccia. Sta verificando terrorizzato se lo zainetto-cubo sia intatto.
Mi guarda. Lo dicevo io del pavè.
“La bici non s’è fatta nulla”, gli faccio. “Tu stai bene? Come ti chiami?”
“ ****. “ Sembra uno di quei dipinti da Al-Fayyum, gli occhi enormi, sgranati.
“Dove devi consegnare?”
“Porta Venezia”.
“Hai un culo mostruoso. Mi dicevi Porta Lodovica non ti portavo”.
Apriamo il baule dell’auto, carichiamo la OFO e lo zaino, e andiamo tra le braccia del dazio di Porta Venezia.
Viene da ****. Faceva consegne anche lì, in moto. Aspettava che costruissero la strada asfaltata per raddoppiare il numero delle consegne.
“E com’è finita?”
“Che il mio governo non l’ha più costruita, quella strada. Mio fratello è qui da cinque anni, ho pensato di raggiungerlo.”.
Evidentemente ha bisogno di quella manciata di euro della food delivery e una bici non ce l’ha. E fino al 31 ottobre, tutto sommato giustamente, la usa ininterrottamente per mettere da parte i soldi per farsene una e incominciare a lavorare con più continuità.
Arriviamo a destinazione, mi guarda: “Adesso tu vuoi la OFO indietro, vero?”
“Lascia perdere, cerco in un altro cortile”.

#citOFOno – La storia di Ishak

9 novembre 2017

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Sono tornato nella mia città natale, Milano, per qualche giorno per lavoro e una mia amica mi ha introdotto al mondo meraviglioso delle biciclette OFO.
Fino al 31 ottobre erano gratuite, in prova.
Dopo l’uso compulsivo nei primi giorni, ho iniziato a pensare che la mappa della app non fosse collimata bene bene, perché visualizzavo un sacco di OFO DENTRO le case.
A un certo punto ho capito che la mappa era precisissima e che semplicemente le bici – la gente se le zanzava. Portandosele in casa.
Ora la cosa divertente è che non smontano il GPS dentro la bici, quindi la app continua a localizzare la bici rubata.
Non avendo un c***o da fare al pomeriggio, ho iniziato a citofonare ai condomini, come quando a dieci anni chiamavamo gli amici per giocare a calcetto, e mi sono messo a beccare i ladri di biciclette a uno a uno.
Stiamo parlando di una media giornaliera di 8 OFO zanzate su 10 che provavo a prendere, ragazzi.
Ho citofonato, li ho fatti scendere e mi son messo a chiacchierare con loro.
Ne sono uscite dieci storie di incontri tra cazzari. Questa è la prima.

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La storia di Ishak.
#OFO #citofono
Esco dal MAS, una bellissima scuola di musical, danza e recitazione a Milano, dove stavo guardando le lezioni del mio amico coreografo Matteo Gastaldo.
In via Ponte Nuovo una OFO risulta parcheggiata dentro un condominio. Il pizzaiolo rumeno mi lascia entrare in cortile, e trovo la OFO non solo parcheggiata, ma LUCCHETTATA. Genio.
Mi siedo e aspetto. Passa una signora. Lancio con nonchalance un “Ne sa qualcosa?”
“Ma sa che è giorni che la guardo e mi faccio la stessa domanda?”
Poi, la botta di culo.
Passa un ragazzo sui 17 anni. È il nipote della sciura, la quale lo apostrofa con un tono da zia-senza-possibilità-di-risposta-menzognera:
“Luca, tu sai chi si è rubato la OFO?”
E Luca risponde al volo, alla Pavlov, senza nemmeno cercare di intortare la zia. Sembra Mowgli di fronte a Kaa.
“Ho visto Ishak, il compagno di classe di Carlo, armeggiarci attorno”.
Luca mi indica il balcone di casa Ishak.
Citofono a Ishak.
“Scendi, va’. E porta le chiavi del lucchetto.”
Arriva Ishak. È uguale al figlio di Moretti ne “La stanza del figlio”. E mi fa:
“Tanto non la usava nessuno”.
“Beh, certo, se te la lucchetti in cortile, è un po’ difficile che qualcun altro la usi. E secondo te io a fianco alla bici che ci faccio?”
Ishak: “Ah la volevi usare?”
Attenzione: ci è, non ci fa. Sorrido. Con Ishak opto per la strategia “abbraccio hare krishna”.
“Libera ‘sta bicicletta, va’. Hai un nome copto, sei cristiano ve’?”
“Sì. Ortodosso, diciamo”.
“E non rubare non te l’ha insegnato la mamma? Ce l’avete pure voi il decalogo, ve’?”
“Ma scusa meglio in mano mia che buttata nel Naviglio, ti pare?”
Fa pure riferimento a un articolo del Corriere uscito un paio di giorni prima. Dei vandali non avevano trovato niente di meglio da fare che buttare le OFO nella darsena. Personalmente credo che pure i vandali abbiano una hit parade della cazzate da fare, e “buttare la OFO a mare” non dev’essere il massimo. Qualcuno deve aver interesse a danneggiare quante più OFO possibile, nel minor tempo possibile. Ma glisso e mi riconcentro sul labiale di Ishak, che era arrivato a:
“Ma scusa meglio in mano mia che buttata nel Naviglio, ti pare?”
Il ragionamento non fa una grinza.
Porto Ishak al centro del cortile. Mi siedo su un panettone in cemento.
“Adesso facciamo così. Io non chiamo la polizia se tu urli al condominio ‘Ho fatto una stronzata’. Un po’ di volte.“
Ishak: “No, la mamma mi ha insegnato a non dire le parolacce”.
Ecco, ‘sta frase qui mi blocca per un attimo, devo ammetterlo. Chapeau. Devo riconoscere a questo ragazzo che è sveglio. Ma anche mamma e papà non devono essere da meno.
Allora esco un attimo dal droghiere pakistano appena a fianco, mi prendo un sacchetto di patatine, mi metto comodo sul panettone, citofono a Luca e chiamo i suoi amici.
Ishak rimane un attimo interdetto, ma io ho le chiavi del suo lucchetto.
Quindi ha da aspetta’.
Poi mi apro il dizionario dei sinonimi e dei contrari sull’Iphone.
E così Ishak ha urlato “Ho fatto una cretinata, scemenza, sciocchezza, scemata, cavolata, stupidaggine, stupidata, idiozia, fesseria, bestialità, banalità, bazzecola, piccolezza, cosa da nulla, inezia, fregnaccia, boiata.” per 5 minuti. Il tempo di mangiarci le patatine con Luca & C mentre lo guardavamo.
Poi ho ringraziato, gli ho ammollato il suo lucchetto e inforcato la nostra OFO.

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L’accordatura del liuto

28 agosto 2017

Una cosa che non mi piace è il termine “cervello in fuga”.

Non lo capisco, non capisco il termine “fuga” associato a persone che semplicemente sono alla ricerca di un posto dove esprimere il loro talento, o se non altro di metterlo alla prova.

Da una parte la fuga presuppone uno scenario dal quale fuggire; su questo possiamo parlarne, c’è poco da difendere in questa Italia che rende tutto difficile.

Dall’altra l’atto del fuggire finisce per conferire una connotazione negativa anche a chi compie l’atto. Quasi che la colpa della situazione disastrosa da cui ci si vuole allontanate sia un po’ proprio di chi va via; chi fugge è in fondo un traditore, un mancato eroe che non combatte a costo della sua incolumità per difendere il bastione. Anche quando il bastione è indifendibile.

La trovo una stucchevole retorica, miope, che non tiene conto della complessità del fenomeno. Una persona che “emigra”, accumula un bagaglio di conoscenze e una visione più ampia, diversificata, di come funziona il mondo. Questo bagaglio porta valore aggunto per tutti.

Persone che portano esperienze fuori dall’Italia, ma anche persone che in diverse maniere poi riportano in Italia le esperienze che accumulano fuori.

Persone che inoltre rappresentano, nel bene e nel male l’Italia; e se fanno bene all’estero portano prestigio anche per chi rimane.

Persone che oltreuttto sono sempre più numerose….. 250.000 l’anno, più di quanti arrivano.

Persone che hanno avuto la capacità e la voglia di mettersi in gioco e sperimentare il loro talento, e magari poi riportarlo tra noi.

Soprattutto persone che evidentemetne vivono nel mondo, che non limitano la lora esistenza, ed appartenenza, ad un vincolo geografico. Persone che sanno essere parte attiva di questo mostro sconosciuto che per molti è la globalizzazione.

Una di queste persone è Mattia Paco Rizzi, che si definisce “architetto artista“, che per sviluppare la sua idea di architettura si è trasferito a Parigi, e che sta comunque cercando di portare la sua esperienza in Italia.

Queste sono le sue 30 parole su “A cosa serve l’Architettura”

Accordatura di una dinamica, pulsazione fisica, vibrazioni di spazi: risonanza.
Condivisione di obiettivi, costruire per costruirsi, spazio pubblico: comunità.
Scultura e funzione: alchimia.
Architettura fatta a mano: Liuteria dello spazio.

 

https://borda.deviantart.com/art/While-My-Guitar-Gently-Weeps-630026597

Adrian Borda  “While My Guitar Gently Weeps”

 

 

 

FRAMMENTI DI ARCHITETTURA CONTEMPORANEA NELLA TUSCIA – MATTEO THUN & Partners

16 luglio 2017

27. MATTEO THUN & Partners, Nuria Nature Resort, Sutri, 2003-2009.
Architetto, nato a Bolzano il 17 giugno 1952, ha studiato all’Accademia di Salisburgo con Oskar Kokoschka e presso l’Università di Firenze. Dopo l’incontro con Ettore Sottsass diventa cofondatore del gruppo ‘Memphis’ a Milano e partner di Sottsass Associati dal 1980 al 1984. È professore della cattedra di design all’Università di Arti Applicate a Vienna (Hochschule für Angewandte Kunst, Wien) dal 1983 al 2000. Nel 1984 apre il proprio studio a Milano e diventa Art Director per Swatch dal 1990 al 1993. Dal 2003, Antonio Rodriguez collabora con Matteo Thun. L’essenzialità, la semplificazione formale, la funzionalità e l’utilizzo di materiali caldi e naturali caratterizzano la poetica di Matteo Thun. Sostiene che è necessario mettere al centro della nostra attenzione l’individualità e non l’individuo, ossia il modo in cui ognuno si rapporta con profondo rispetto al luogo in cui vive e in cui costruisce preferendo l’eco nel vero senso della parola anziché l’ego del linguaggio architettonico, linguaggio che, secondo l’architetto, oggi si appoggia spesso ad archetipi.
Il complesso residenziale di Sutri, completato da anni, è ancora oggi inutilizzato per la paura, probabilmente, della contemporaneità e per l’assenza di forme rassicuranti e vernacolari.

 

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Playchef® – i vincitori del concorso.

Playchef® design#contest è stato per Amate l’Architettura una scommessa vinta. Volevamo dimostrare che con una procedura trasparente, quale quella adottata in questo concorso, è possibile selezionare i lavori migliori, che i concorsi, condotti secondo criteri di trasparenza ed equità, funzionano.

La qualità dei progetti premiati e menzionati ci ha ripagato del grande sforzo profuso, sia in fase di ideazione del concorso che di gestione.

Come ha dichiarato in una riunione il presidente della giuria Francesco Subioli: “il design non è più una prerogativa solamente del nord, si sta spostando al sud”.

Ebbene quella del presidente è stata una intuizione profetica: nonostante i vincoli stretti imposti dal concorso (ambito dei complementi per la tavola, ambito della cultura gastronomica campana, ambito delle tecnologie realizzative messe a disposizione), i progetti pervenuti sono stati tanti.

Tra questi, abbiamo premiato quelli più interessanti, più innovativi e più realizzabili.

 

Premesso tutto questo, abbiamo il piacere di pubblicare i vincitori del concorso Playchef®:

1° Premio a: SENNO’DESISTI, di Alfonso Angelone, con una media di 80,2 punti su 100, con la seguente motivazione della giuria:”per la maggior aderenza alle linee del bando di concorso, innovazione sulla modalità di consumo di uno dei prodotti di eccellenza del territorio, design accurato e funzionale, utilizzo coerenti dei materiali e delle tecnologie di produzione”.

Sennòdesisti

2° Premio a: VESUVIO di mmcs architecture, capogruppo Maurizio Liccardo, con una media di 75,2 punti su 100, con la seguente motivazione della giuria: “per la contemporaneità e la bellezza delle forme, la citazione della morfologia di una delle icone più forti del territorio, la coerenza nell’uso dei materiali, l’innovazione funzionale suggerita dall’operatività dello chef”.

Vesuvio

3° Premio a: APERIELLO di Simone Sansone, con una media di 74,7 punti su 100, con la seguente motivazione della giuria: “per l’intuizione innovativa nella modalità di fruizione di un cibo tipicamente mediterraneo, la funzionalità minimalista dell’oggetto, la semplicità ed economicità di realizzazione”.

Aperiello

 

Oltre ai 3 premi assegnati, la giuria ha ritenuto di dovere assegnare altre due menzioni di merito ad altri due progetti di grande qualità che non potevano aspirare a competere per i primi 3 posti a causa di alcune lacune nei requisiti richiesti dal bando.

Menzione di Merito a: SCARPETTA di Claudio Persico, con una media di 74,6 punti su 100, con la seguente motivazione della giuria: “per la capacità di formalizzare un’abitudine quotidiana fortemente radicata nelle tradizioni locali”.

Scarpetta

Menzione di Merito a: KUMBH, di Orsola Iannone, con una media di 70,4 punti su 100, con la seguente motivazione della giuria: “per l’originalità della forma, il riferimento simbolico e l’innovazione nella disposizione dei complementi per la tavola”.

Kumbh

Qui la griglia completa di valutazione dei progetti.