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Quanto (è) dura l’architettura?

24 Marzo 2018

Capolavoro da quasi 2000 anni, il Pantheon è segno di perfezione costruttiva: la cupola non è stata costruita in mattoni, né esisteva il cemento armato, essa è un blocco unico di calcestruzzo realizzata a strati successivi, una mescola che prevedeva l’uso di inerti più leggeri man mano che si saliva (pezzi di travertino, pezzi di tufo e di terracotta, poi solo tufo e infine pomice). Foto di Giulio Paolo Calcaprina per ©Amate l’Architettura

Oggi noi apprezziamo e fruiamo normalmente di spazi che hanno resistito al tempo, dimostrandosi durevoli nel significato oltre che nelle consistenze tipologico-costruttive. Attraversiamo ponti, utilizziamo stazioni, visitiamo musei, preghiamo dentro chiese che hanno superato le avversità della storia: cento duecento anni o anche quattrocento come la Basilica di San Pietro in Vaticano o addirittura millenari come il Pantheon di Roma.

Interno del tamburo della Cupola di San Pietro in Vaticano, uno dei simboli della Roma cristiana nonché landmark cittadino. Progettata da Michelangelo Buonarroti è una delle coperture più grandi mai costruite, massima espressione di un’epoca architettonica di passaggio tra Rinascimento e Barocco. Foto dal sito internet dei ©Musei Vaticani

Probabilmente l’approccio classicista – lo intendo nella sua interpretazione traslata e non solo come applicazione risoluta di canoni formali – ponderato nel servirsi di criteri affidabili denotanti una cultura della qualità, ha garantito longevità espressiva e materica. Eccezion fatta – a ragion veduta – per l’architettura gotica, desiderosa di un simbolismo verticale, audace non razionalmente, in assenza difatti di metodi di calcolo analitici, il che ha fatto sì che giungesse a noi solo una minima parte superstite della tanta produzione architettonica.

Il nostro Paese è ricco di testimonianze storico-architettoniche, stratificate nel tempo, a dispetto delle avversità naturali e delle guerre. Anche le opere più recenti, quelle associate alla scoperta del cemento armato, benché il nuovo materiale non offrisse una sicura prospettiva (50/100 anni in dipendenza della corretta manutenzione), hanno superato la prova del tempo: Terragni, Libera, Mazzoni, Michelucci, Moretti, Ridolfi, Nervi, Scarpa.

Palazzetto dello Sport di Roma (interno della cupola), un’eccezionale integrazione fra arte e scienza del costruire. Pier Luigi Nervi è uno dei maggiori artefici del Novecento, ancora oggi al centro di attenzioni la qualità delle sue progettazioni. Foto di Daniela Maruotti per ©Amate l’Architettura

È chiaro, anche, che l’Italia, un paese ad alto rischio sismico (la cui pericolosità certamente inferiore a zone come California e Giappone, deve la sua vulnerabilità alla fragilità costruttiva del tessuto minore mentre il rischio è più grande per la frequenza dei terremoti e per l’intensità che alcuni di essi hanno raggiunto), per concentrarsi sulla salvaguardia delle architetture significanti dovrebbe avviare una politica di rottamazione degli edifici senza qualità e non antisismici, specie quelli realizzati tra il 1945 e il ‘75, in piena deregulation del dopoguerra e cosiddetto boom economico.

Difficile prevedere quanto durerà la nuova architettura, sicuramente sarà meno longeva dal punto di vista fisico. Il ciclo di vita funzionale di una costruzione si è ridotto sensibilmente rispetto alle opere del passato in nome di una conveniente flessibilità sottomessa alle leggi del mercato, come l’aspettativa di vita complessiva della costruzione è minacciata da sempre più insostenibili costi di gestione.

E dal punto di vista espressivo formale quanto resterà dell’architettura contemporanea?

Il nuovo Louvre di Abu Dhabi è un museo da un miliardo di euro nel deserto. Il monumento contemporaneo è opera di Jean Nouvel, concepita come un enorme ombrello (una cupola di 180 metri di diametro e 7.500 tonnellate di peso) sulle gallerie che ospitano Mondrian e Van Gogh. Foto di Marta Cappon per ©Amate l’Architettura

Due fenomeni (in affermazione) sono centrali. Il primo è la mancanza di una teorizzazione unica all’interno dell’architettura contemporanea: ne consegue la crescita delle sue articolazioni in una molteplicità di orientamenti ed espressioni, e la successiva perdita della coerenza poetica che era invece alla base della modernità. Il secondo, e con più decisione, è l’accelerazione repentina che hanno subito i processi generativi del progetto architettonico, nel passaggio alla contemporaneità: più rapidi perciò istintivi, spesso superficialmente soggiacenti a modelli linguistici degli architetti più affermati oppure all’inseguimento della novità, anche nella consapevolezza di un obiettivo modaiolo e pertanto poco duraturo.

Il trauma causato dall’avere abbandonato la strada della teoria ha indotto ad una certa anarchia stilistica – per la verità non sempre negativa – sconfessando il bisogno che ha caratterizzato il Novecento (ma anche tutti gli altri periodi precedenti) di appoggiarsi a quei canoni architettonici, anche rigidi, che assicuravano l’identificabilità. Non credo che l’unicità della concettualizzazione sia il rimedio al normale degrado che il tempo impone all’arte. Penso, diversamente, che una volontà teorica e teoretica (e cioè di teoria dell’architettura o di teoria della teoria) forte stia alla base di un’architettura di successo e di significato durevole. L’isolamento degli architetti dal punto di vista socio-economico e la comunicabilità superficiale dei media e del web sono gli ostacoli principali (sono elementi riscontrabili allo stesso modo nelle altre professioni artistiche, in primis nello scrittore).

D’altra parte è progressivamente radicale l’assenza di dibattito disciplinare, che ha sciolto i precedenti vincoli dialettici dai rigorosi rapporti di consequenzialità (teoria forma funzione), portando l’architettura contemporanea a fare proprie le logiche del mercato e del consumo, a metabolizzare le tecnologie digitali modificando in profondità le sue tematiche e le sue modalità produttive, identificando inoltre come essenziali i suoi aspetti comunicativi, diventando così uno dei tanti (anche potente) mass media che produce tendenza. In tal senso ha anche messo abilmente al proprio centro la questione cruciale della sostenibilità, a volte esasperandola, per poi ridurla e fatto elitario, sicuramente di forma ma non sempre di sostanza (Boschi Verticali docet).

Insomma, la criticità più evidente dell’architettura contemporanea abita la dimensione del tempo: nel rapporto con la generazione del progetto; in relazione al ciclo vitale dell’oggetto; nel sottrarsi al decadimento del significato.

L’architettura contemporanea rischia molto nel promuovere un’idea di tempo troppo vicina a quella della moda, lontana dalla concezione classica lineare e prospettica al cui interno era possibile prevedere punti di partenza e di arrivo, entrambi prevedibili e misurabili.

Verosimilmente la nuova architettura – se non è ancora chiaramente emerso – dovrà sviluppare percorsi laterali e propagazioni narrative, in cui si distinguono più architetture.

Da una parte quella “apolide”, senza cittadinanza, illimitata: dei grandi budget, delle grandi città, delle grandi firme, opere monumentali e icone universali slegate dal contesto. Dall’altra parte quella legata ai luoghi, costretta dai limiti: affermazione alternativa alla prima, propria di architetti interrogatisi sull’ideologia, attenta ai budget e alle storie minori, fatta di resistenze più o meno motivate seguendo le fondamentali lezioni classiche di sostenibilità.

Così, la globalizzazione è compiuta a metà. Soltanto i Paesi più avanzati e favoriti, riusciranno a vivere il futuro nel futuro, nel senso che possono beneficiare dell’esaltazione mentale prodotta dal vivere in una continua proiezione crescente. Altri Paesi, tra cui l’Italia, come anche la Grecia, sono immersi nel futuro del presente, penando lo squilibrio tra un’attualità percorsa dalla promessa di un imminente cambiamento e un suo mancato compimento. Esistono infine i Paesi del Terzo Mondo, che vivono il futuro nel passato, un passato che non è mito ma frustrazione.

Foto: Archivio di Amate l’Architettura e sito internet dei Musei Vaticani
Editing: Daniela Maruotti

Storia dell’Architettura Contemporanea per Fotomontaggio

22 Marzo 2018

Pubblichiamo i risultati del Corso di “Storia dell’Architettura Contemporanea 1” (Docente: Mattia Darò) per l’Anno accademico 2017-2018, presso l’Istituto Europeo del Design di Roma, corso triennale in Interior Design.

Il corso è stato affrontato in una prima parte attraverso sei lezioni frontali tematiche articolate su 6 diversi temi caratterizzanti la storia dell’architettura contemporanea, dal 1750 a oggi (1).

Questi i temi e i principali argomenti trattati nelle lezioni frontali (2):
1. VISIONI, lo sviluppo della capacità visionaria degli architetti nella storia dell’architettura contemporanea: da Piranesi ad Archizoom via Yona Friedman

2. MONUMENTI, la grande scala come dimensione che rivendica l’autonomia dell’architettura nella contemporaneità: da Boullée alla strategia XL di Koolhaas via il Monumento Continuo

3. TRASCENDENZA PROGRAMMATICA, la modernità ha segnato l’affermazione della ragione, che nei suoi capolavori è confluita in un funzionalismo trascendente : dall’enciclopedismo di Durand all’invenzione dell’infrastruttura del tempo libero del Centre Pompidou via le dom-komuna

4. CONTESTUALE RIFLESSIVO, la riflessione sulla disciplina stessa, tema spesso perseguito spesso in antitesi dei presupposti della modernità: dall’inquinamento decorativo dei precursori dei grattacieli Adler e Sullivan al postmodernismo via la alpine architecture di Bruno Taut

5. LA CITTA’ INDIFFERENZIATA (LA CULTURA DELLA METROPOLI), la cultura urbana dello sviluppo delle città contemporanee secondo i modelli culturali della modernità affermatisi come idea di un paesaggio metropolitano: dall’autoritarismo del barone Haussman all’esplosione del manhattanismo via il Plan Voisin

6. IL METODO DELLA PROVOCAZIONE, la società mediatica e l’importanza delle avanguardie nella cultura moderna danno vita a una corrente artistica alimentata dalla riflessione e dall’uso della provocazione come metodo: dagli ready-made di Duchamp agli edifici/sculture di Frank Gehry via Robert Venturi

 

Nella seconda parte del corso si sono tenuti quattro incontri di laboratorio dove discutere con il docente la tesina richiesta per l’esame. Tale tesina prevedeva la reinterpretazione tramite fotomontaggi di sei casi romani selezionati secondo i temi delle lezioni frontali.

CREDITI DEI FOTOMONTAGGI SELEZIONATI (nei titoli sono riportati i link agli articoli specifici)

VISIONI/PIRANESI:
Filippo Maria Abbandonati
Giorgio Migliaccio e Ludovica Mucci
Raffaella Napolitano e Anna Sacco
Rebecca Russo

MONUMENTI/CORVIALE:
Lorenza Agostino e Manuela Capurso
Maria Vittorio Florio
Gian Marco Gili e Giulia Grimaldi
Giorgio Migliaccio e Ludovica Mucci

TRASCENDENZA PROGRAMMATICA/UNITA’ ORIZZONTALE DI LIBERA:
Giorgio Migliaccio e Ludovica Mucci
Raffaella Napolitano e Anna Sacco
Rebecca Russo

CONTESTUALE RIFLESSIVO/CASA PAPANICE:
Giulia Biagini
Giorgio Lucchetti
Benedetta Maria Moroni e Serena Sciamanna
Rebecca Russo

LA CITTA’ INDIFFERENZIATA/EUR:
Filippo Maria Abbandonati
Giulia Biagini
Messua Di Vito
Giorgio Migliaccio e Ludovica Mucci
Benedetta Maria Moroni e Serena Sciamanna

IL METODO DELLA PROVOCAZIONE/LA NUVOLA DI FUKSAS:
Paola Agrello
Giulia Biagini
Gian Marco Gili e Giulia Grimaldi

(1) Per l’arco temporale di riferimento si è seguito l’andamento già definito da alcuni dei principali riferimenti bibliografici come:
-K.Frampton, Storia dell’architettura moderna, Zanichelli, Bologna, terza edzione, 1993
-M.Biraghi, Storia dell’Architettura Contemporanea, Einaudi, Torino, 2008

(2) Sono state consigliate delle specifiche letture per tema:
– VISIONI: M. TAFURI, “L’architetto scellerato”: G.B.Piranesi, l’eterotopia e il viaggio, in La sfera e il labirinto, Einaudi, Torino, 1980
– MONUMENTI: R. KOOLHAAS, Bigness, ovvero il problema della Grande Dimensione, in Junkspace, Quodlibet, Macerata, 2006
– TRASCENDENZA PROGRAMMATICA: LE CORBUSIER, Le Modulor, Birkhäuser GmbH, 2000
– CONTESTUALE RIFLESSIVO: R. MONEO, Aldo Rossi in Inquietudine teorica e strategia progettuale nell’opera di otto architetti contemporanei, Marsilio, Venezia, 2005
– LA CITTA’ INDEIFFERENZIATA: REM KOOLHAAS, La doppia vita dell’utopia: il grattacielo in Delirious New York, Electa, Milano, 2001
– IL METODO DELLA PROVOCAZIONE: M. PERNIOLA, L’arte espansa, Einaudi, Torino, 2015

Conoscere e Amare l’Architettura Contemporanea – Bibliothèque Nationale de France di Dominique Perrault

27 Febbraio 2018

“Minimalismo non significa rinuncia ma scegliere la cosa a cui dare importanza”.

Tendenza nata negli anni sessanta, porta un radicale cambiamento del clima artistico attraverso un processo di sintesi della realtà, dell’impersonalità, della semplificazione alle geometrie elementari. In campo architettonico, tra i maggiori interpreti del minimalismo su grande scala si distingue Dominique Perrault (1953, Clermont-Ferrand). In particolare, la Bibliothèque Nationale de France (frutto di concorso vinto nel 1989 su 244 progetti – realizzazione 1992-1995) è uno straordinario esempio di architettura contemporanea di tale orientamento.


Il design si esprime in 4 torri angolari di 24 piani che evocano la forma di libri aperti. I semplici materiali impiegati conferiscono una particolare tonalità cromatica all’edificio: legno (doussié), acciaio (inossidabile) e calcestruzzo (a vista). Anche gli impianti tecnologici sono lasciati a vista mentre l’acciaio utilizzato a maglie differenti (pare ricavate da materiali dismessi di una azienda aerospaziale) è tessuto in pannelli da utilizzare come rivestimenti per pareti, soffitti, partizioni e rivestimenti esterni.


La biblioteca, ultima delle grandi opere volute da François Mitterrand, ospita gli archivi storici e letterari dell’intera nazione ed è per questo considerata il “deposito dell’anima francese”. Essa, inoltre, può ospitare fino a 1.600 lettori, i quali possono godere della eccezionale tranquillità, con vista sulla corte-giardino interno, lontano dai rumori urbani di Parigi: “Abbiamo costruito un pezzo di foresta nel cuore della Biblioteca Nazionale. L’abbiamo costruita come si costruisce un edificio, con gru, con scavi, … abbiamo impiantato un pezzo di natura selvaggia in città” (Conferenza “Underground”, Maxxi, Roma, 22 marzo 2012.)

Foto: Santo Marra

Editing: Daniela Maruotti

 

 

Conoscere e Amare l’Architettura Contemporanea – L’Oculus di Santiago Calatrava 

24 Febbraio 2018

image © hufton + crow

Si può amare un’architettura anche quando è controversa la sua storia?
In foto: World Trade Center Transportation Hub, conosciuto come Oculus (2004-2016) – Santiago Calatrava.
La struttura avrebbe dovuto aprire nel 2015. I lavori sono durati quasi 12 anni e sono costati – ironia del nome – un occhio della testa, 3,9 miliardi di dollari, il doppio rispetto alle stime iniziali.
Costruito dove si trovava il centro commerciale distrutto dagli attentati dell’11 settembre, sostituisce il sistema ferroviario originale, noto come “Port Authority Trans-Hudson” (PATH). Questi ha riaperto, seppure in maniera ancora parziale, il 4 marzo 2016, ponendosi quale piattaforma logistica dei trasporti rispetto al complesso cittadino del “World Trade Center”.
Il progetto è composto da una struttura con due grandi ali di acciaio alta circa 50 metri da terra e con una parte interrata. All’opera sono tributati gli onori previsti dalla sua missione simbolica, “una dimensione spirituale come una cattedrale”, officiante della riqualificazione dello spazio pubblico dilaniato dal terribile ricordo dei fatti di inizio millennio. Causa dei ritardi – riportano alcune note – infiltrazioni d’acqua nel cantiere vicino e una serie di problemi dovuti alla complessità del progetto: si è reso necessario incrementare il numero delle costolature metalliche, a scapito della leggerezza, guadagnando una maggiore presenza strutturale.

La foto è tratta da un progetto fotografico ottobre 2016 del premiato studio Hufton+Crow che si dedica all’architettura contemporanea

http://www.huftonandcrow.com/projects/gallery/oculus-world-trade-centre-transportation-hub/

 

Editing: Daniela Maruotti

Un’Architettura di Roma in Una Parola a Settimana

3 Gennaio 2018

Il progetto ha lo scopo innanzitutto egoistico di spronarmi a uscire in maniera costante per Roma a conoscere nuove architetture o approfondire quelle già viste. La macchina fotografica è lo strumento per “congelare” quello che vedo osservando le architetture. Quando scatto uso il punto di vista, l’inquadratura, la tecnica che più penso possa rappresentare quel volume (o porzione di città). Anche in fase di postproduzione con i programmi di fotoritocco mi concentro su questo. La parola, infine, che appongo “in filigrana” sull’immagine, è davvero la prima che mi è venuta in mente sul luogo mentre ho scattato. Va da sé che lo scopo successivo, ma non secondario, è la comunicazione e la diffusione degli scatti così predisposti, per avvicinare i non addetti al settore dell’architettura e per un’occasione di riflessione con i colleghi architetti. Direi che, se dovesse esserci un preambolo al titolo del progetto, questo sarebbe proprio: “amate l’architettura!”.

Ogni settimana sarà aggiunta una nuova foto. La prima pubblicazione è stata fatta il 20 marzo 2017.

 

Ubicazione su pianta per funzione
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La maggior parte degli edifici/spazi oggetto degli scatti sono di natura religiosa, cristiana in primis. Questo non solo perchè facilmente accessibili, rispetto a quelli con altre funzioni, ma soprattutto perchè Roma è capitale mondiale indiscussa della cristianesimo. Grazie ai mecenati religiosi grandi architetti del passato e del presente hanno potuto dare sfogo al loro estro creativo.


Ubicazione su pianta per periodo storico

LEGENDA PER PERIODO LOGO_605

Ciò che spicca subito è che non ci sono a Roma esempi di architettura gotica. Per il resto il progetto si è volutamente concentrato sull’architettura contemporanea di cui ci sono più esempi rispetto a quelli di altri periodi storici, eccezion fatta per l’architettura Romana antica.

 

 

FOTO 52 – Appia Antica

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C’è strada e strada, benché tutte portino a Roma, a quel che si dice.

(Léon Bloy)

 

 

FOTO 51 – PalaEur

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Non bisogna domandarsi dove sono gli extraterrestri, ma dove sono gli oggetti fabbricati da loro. (Arthur C. Clarke)

FOTO 50 – Galleria Sciarra

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Tutta la varietà, tutta la delizia, tutta la bellezza della vita è composta

d’ombra e di luce. (Lev Tolstoj)

 

 

FOTO 49 – Tempio Maggiore

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La vita è un’enorme tela: rovescia su di essa tutti i colori che puoi.

(Danny Kaye)

 

 

FOTO 48 – Ponte Settimia Spizzichino

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Tensione è chi pensi che dovresti essere. Pace è chi sei.

(Proverbio cinese)

 

 

FOTO 47 – Chiesa Sacro Cuore del Suffragio

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Renzo, vide quella gran macchina del Duomo sola sul piano, come se sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava meraviglia di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino

(Alessandro Manzoni)

 

 

FOTO 46 – Stazione FS Tiburtina

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I ponti uniscono separazioni, come una stretta di mano unisce due persone.

I ponti cuciono strappi, annullano vuoti, avvicinano lontananze.

(Mauro Corona)

 

 

FOTO 45 – Villa Giulia

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L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare
(Giorgio Armani)

 

 

FOTO 44 – Murales Piazza della Marina

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C’è un qualche scarto fra quello che profondamente siamo e quello che semplicemente pensavamo pensiamo d’essere. Ed è lì che si insinua, in quelle crepe in quelle fessure, tutto ciò che non è libertà. (Friedrich Nietzsche)

FOTO 43 – Chiesa di San Valentino al Villaggio Olimpico

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Alto e largo quanto un uomo con le braccia aperte, il quadrato sta, nelle più antiche strutture e nelle immagini rupestri dei primi uomini, a significare l’idea di recinto, di casa, di paese

(Bruno Munari)

 

 

FOTO 42 – Museo Ara Pacis

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Il destino è uno scrigno come altri non ne esistono, aperto e contemporaneamente chiuso, si guarda dentro e si può vedere quanto è successo, la vita passata, destino ormai compiuto, ma di quanto dovrà accadere non si ottiene niente, solo qualche presentimento, qualche intuizione
(Jose Saramago)

 

41 – Museo MAXXI

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La gente pensa che l’edificio più appropriato abbia forma di rettangolo… Ma il mondo non è un rettangolo. (Zaha Hadid)

 

 

FOTO 40 – Ponte della Musica

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Ho tirato su
Le mie quattro ossa
E me ne sono andato
Come un acrobata
Sull’acqua
(Giuseppe Ungaretti)

 

 

FOTO 39 – Murales Via Decio Murie

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Il bambino che non gioca non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che ha dentro di sé. (Pablo Neruda)

 

 

FOTO 38 – Macro Via Nizza

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Il talento è la diversità, l’unicità. Non è facile individuarla e spesso viene sottovalutata.
(Claudia Mori)

 

 

FOTO 37 – Murales in Via Arceia e via Treia

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… le città vivaci, diverse, intense contengono i semi della loro rigenerazione, con l’energia sufficiente a portare i problemi fuori da se stesse. (Jane Jacobs)

 

 

FOTO 36 – Chiesa Dio Padre Misericordioso

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D’altra parte io stesso, fin dall’inizio, ho cercato di ricreare uno spazio che fosse mistico invitando proprio a guardare il cielo. (Richard Meier)

 

 

FOTO 35 – Chiesa del Santo Volto del Gesù

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Nel momento in cui partiamo in cerca dell’amore, anche l’amore muove per venirci incontro. E ci salva. (Paulo Coelho)

 

 

FOTO 34 – Ponte dell’Industria

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Muoversi, vivere, non pensare!
(Luigi Pirandello)

 

 

FOTO 33 – Murales edificio direzione ATAC

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Alcune persone vogliono rendere il mondo un posto migliore. Io voglio solo rendere il mondo un posto più bello. Se non ti piace, puoi dipingerci sopra! (Bansky)

 

 

FOTO 32 – Chiesa di San Gaspare del Bufalo

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La nave dormiva.
Il mare si stendeva lontano,
immenso e caliginoso,
come l’immagine della vita,
con la superficie scintillante
e le profondità senza luce.
(Joseph Conrad)

 

 

FOTO 31 – Basilica di S. Andrea della Valle

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Guardare il mondo dalla Cupola è indescrivibile. Si ha il senso di fragilità del pianeta Terra, con la sua atmosfera sottilissima, e dell’incredibile bellezza di questo gioiello sospeso nel velluto nero dello spazio. (Luca Parmitano)

 

 

FOTO 30 – Palazzo Spada

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La magia è un ponte che ti permette di passare dal mondo visibile in quello invisibile.
E imparare le lezioni di entrambi i mondi.
(Paulo Coelho)

 

 

FOTO 29 – Basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio

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Quando si considera un’esistenza come quella di Roma, vecchia di oltre duemila anni e più, e si pensa che è pur sempre lo stesso suolo, lo stesso colle, sovente perfino le stesse colonne e mura (…) ci si sente compenetrati dei grandi decreti del destino.
(Goethe)

 

 

FOTO 28 – Complesso monumentale di S. Agnese fuori le mura

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Anime semplici abitano talvolta corpi complessi
(Ennio Flaiano)

 

 

FOTO 27 – Stazione S. Giovanni Linea C

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Qualunque cosa si faccia, si ricostruisce sempre il monumento a proprio modo; ma è già molto adoperare pietre autentiche.
(Marguerite Yourcenar)

 

 

FOTO 26 – Chiesa di S. Carlo alle Quattro Fontane

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Unite gli estremi, e avrete il vero centro.
(Friedrich Schlegel)

 

 

FOTO 25 – Chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza

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Ricordati che ovunque tu vada sei sempre al centro del cielo.
(Petronio Attico)

 

 

FOTO 24 – Chiesa Ortodossa Santa Caterina di Alessandria

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Le mie città nascono da incontri: il mio con un angolo della terra, quello dei miei piani imperiali con gli incidenti della mia esistenza d’uomo….
(Marguerite Yourcenar)

 

 

FOTO 23 – Palazzo della Civiltà Italiana

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Creare irrealtà che confermano il carattere allucinatorio del mondo, come è dottrina presso tutti gli idealisti. (Jorges Luis Borges)

 

 

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Tutti i popoli sono bambini di fronte agli egizi e, di conseguenza, tutta la storia è nata in Egitto. Ma i figli ingrati, hanno dimenticato il proprio Padre.
(Vasilij Vasil’ evic Rozanov)

 

 

FOTO 21 – Radisson Blu Es Hotel

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O che stazione molto importante:

udite la voce dell’altoparlante?

Dal marciapiede numero nove

parte il rapido per Ognidove.

(Gianni Rodari)

 

 

FOTO 20 – Complesso parrocchiale San Pio da Pietralcina

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Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio”. (Vangelo di Luca)

 

 

FOTO 19 – Agenzia Spaziale Italiana

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E finalmente io ti domando, oh uomo sciocco: Comprendi tu con l’immaginazione quella grandezza dell’universo, la quale tu giudichi poi essere troppo vasta?
(Galileo Galilei)

 

 

FOTO 18 – Chiostro Lateranense

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Dolci colonne, dai
Capelli fasciati di luce,
Ornati d’uccelli veri
Che camminano intorno,

Dolci colonne, o
L’orchestra dei fusi!
Ognuno immola il
Silenzio all’unisono.
(Paul Valéry)

 

 

FOTO 17 – Villa Gordiani

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Roma caput mundi regit orbis frena rotundi
(Federico Barbarossa)

 

 

FOTO 16 – Istituto per la Cultura Giapponese

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Una grossa lucciola
in vibrante tremolio
s’allontana – penetrante
(Issa)
pt: text/html,application/xhtma del Girasole

Il termine “sostanza” designa sia la materia (che è potenza), sia la forma (che è atto perfetto), sia il composto dell’una e dell’altra.(Aristotele)

 

 

FOTO 14 – Battistero Lateranense

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In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
(Bibbia – Genesi)

 

 

FOTO 13 – Basilica di S.Agostino

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E così acconcio se n’andò nella piazza nuova di Santa Maria Novella. E cominciò a saltabellare e a fare un nabissare grandissimo su per la piazza, e a sufolare e ad urlare e a stridere a guisa che se imperversato fosse.
(Giovanni Boccaccio)

 

 

FOTO 12 – Villino Ximenes

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Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
(Eugenio Montale)

 

 

FOTO 11 – Nuova Fiera di Roma

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Fà delle due braccia
due ali d’angelo
e porta anche a me un pò di pace
e il giocattolo del sogno.
(Alda Merini)

 

 

FOTO 10 –Tempietto di San Pietro in Montorio

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Potrei vivere nel guscio di una noce, e sentirmi re dello spazio infinito.
(William Shakespeare)

 

 

FOTO 9 – Basilica di S. Maria in Cosmedin

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Tu che inclinasti i cieli nell’ineffabile tua incarnazione;
io bacerò i tuoi piedi incontaminati
e di nuovo li detergerò con i capelli del mio capo
(Cassia)

 

 

FOTO 8 – Casa dell’Architettura (ex Acquario Romano)

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L’arte del decorare consiste nel fare nelle case altrui quello che non si sognerebbe mai di fare nella propria. (Le Corbusier)

 

 

FOTO 7 – Casina delle Civette

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Ogni volta che qualcuno dice “Io non credo nelle fate” da qualche parte c’è una fata che cade morta. (Peter Pan)

 

 

FOTO 6 – Complesso Edilizio Città del Sole

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Il ritmo è qualcosa che si ha o non si ha, ma quando lo avrete, avrete tutto. (Elvis Presley)

 

 

FOTO 5 – Terme Diocleziane e Chiesa di S. Maria degli Angeli

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Roma… è una somma di almeno sette città con anime diverse. (Gigi Proietti)

 

 

FOTO 4 – Autorimessa e Mercato Metronio

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Tutte queste costruzioni devono avere requisiti di solidità, utilità e bellezza (Vitruvio)

 

 

FOTO 3 – Grande Moschea di Roma

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Egli vede nel deserto desolato il più amico degli amici, e cammina per la sua via, là dove cammina sul suo capo la Madre degli astri risplendenti a grappoli per il cielo. (Abu I-Faraj al-Isfahani)

 

 

FOTO 2 – Via Bernardo Celentano

PITTORESCO

Giorno di primavera: si perde lo sguardo in un giardino largo tre piedi. (Masaoka Shiki)

 

 

FOTO 1 – S’Andrea al Quirinale

ELLISSE

Quello che mi attira è la linea curva, libera e sensuale. La linea curva che ritrovo nelle montagne del mio paese, nel corso sinuoso dei suoi fiumi, nelle nuvole del cielo, nel corpo della donna amata. L’universo intero è fatto di curve. (Oscar Niemeyer)

 

Foto: Vita Cofano

Editing: Giulio Pascali, Daniela Maruotti

 

 

La ricostruzione a L’Aquila – uno sguardo sull’Auditorium del Parco

7 Settembre 2017

Esterno

Lo scorso 26 Agosto – come risulta da un analogo report sul centro storico – mi sono ritrovato a L’aquila, ad un anno dal “Terremoto di Amatrice”. Giungendo in centro da Viale Gran Sasso D’Italia (Fontana luminosa) la prima novità che colpisce si trova sulla sinistra, si tratta di una composizione di volumi collegati, lignei variopinti, adagiati come casualmente su uno spazio sterrato ai piedi del Castello dell’omonimo parco. Si tratta dell’Auditorium del Parco, anche noto appunto come Auditorium del Castello, una piccola struttura polivalente, utile nella contingenza del sisma per sopperire alla mancanza di spazi musicali in città nonché ideale sostituta della più celebre sala Nino Carloni, posta all’interno del vicino Forte Spagnolo – o Castello – tutt’ora inagibile. Nato da un’idea di Claudio Abbado (che nel giugno 2009 era stato in concerto all’Aquila) e progettato dall’architetto Renzo Piano, l’Auditorium è stato realizzato grazie al contributo di solidarietà della Provincia Autonoma di Trento, che aveva – tra l’altro – da poco finanziato anche la realizzazione del villaggio temporaneo di Onna. Pare che Renzo Piano abbia sposato l’idea dell’amico Claudio Abbado, perché convinto che la struttura avrebbe contribuito a contrastare l’allontanamento (fisico e culturale) dei cittadini dal loro centro storico. Pare anche, però, che Piano, inizialmente, avrebbe dovuto dare un contributo maggiore alla ricostruzione della Città, dedicandosi ai temi del recupero e del restauro dell’esistente… ma sembrerebbe non vi fossero in quel momento le condizioni per attuare una collaborazione del genere, quindi l’architetto ha ripiegato sull’Auditorium.

Corografia

Il progetto dell’Auditorium nasce nel settembre 2009, le autorizzazioni vengono concesse un anno più tardi. Il cantiere viene avviato soltanto nel marzo 2012; l’inaugurazione è del 7 ottobre dello stesso anno, con un concerto dell’Orchestra Mozart guidata dal maestro Abbado e alla presenza del Presidente della Repubblica.
Chi conosce l’auditorium attraverso le belle foto divulgate rimane un po’ deluso dall’impatto dal vivo dell’opera ma il segno dell’Architetto c’è e si vede. C’è innovazione formale associata al materiale e alla meteorologia del luogo, oltre che alla funzione: struttura interamente costruita in legno (il cosiddetto “abete rosso di risonanza” del Trentino), la sala promette ottime qualità acustiche, strutture di fondazioni antisismiche, elevato grado di prefabbricazione, impegno al minimo impatto. Il complesso è formato da tre cubi, di cui due secondari a più livelli, contenenti i servizi al pubblico e agli artisti, ed uno principale ruotato rispetto alla linea di terra sull’inclinazione degli spalti, contenente la sala da 238 posti a sedere, articolati in due settori; la gradinata più ampia, posta di fronte al palco, conta 190 posti, mentre quella più piccola, dietro al palco, 48. I tre volumi sono collegati da disimpegni, passerelle e scale, realizzati in ferro e vetro. L’interno della sala presenta un originale trattamento a “drappeggio rosso” della pannellatura lignea mentre un sistema di pannelli mobili, sempre in legno, hanno lo scopo di garantire l’acustica per le varie tipologie di esibizioni. Anche le sedute, realizzate simili a sedie da regista, sono in legno e rivestite in tela rossa. A titolo “compensativo”, è dichiarata la piantumazione di circa 200 alberi nell’area intorno all’Auditorium, quale quantità equivalente al volume di legno complessivo utilizzato nella costruzione dell’edificio. Si ricorda che l’Auditorium nasce come struttura provvisoria, non definitiva, e l’ispirazione culturale pare venga da una sua stessa scenografia, l’arca lignea del “Prometeo” di Luigi Nono, una grande cassa armonica abitabile per pubblico e musicisti, realizzata nel 1984 dall’allora giovane architetto Piano nella navata della chiesa di San Lorenzo a Venezia (25 settembre 1984, la prima esecuzione di Prometeo diretta da Claudio Abbado).
L’Auditorium è costato complessivamente circa 7 milioni di euro, interamente coperti dalla provincia autonoma di Trento, mentre è stata offerta a titolo gratuito la sola progettazione preliminare da RPBW.

Planimetria

Già dalla sua presentazione, avvenuta nel dicembre 2010, l’Auditorium è stato al centro di numerosi dibattiti e oggetto di obiezioni che ancora oggi permangono, alcuni dei quali appaiono più chiari recandosi sul posto. Le critiche mosse al progetto hanno riguardato principalmente la localizzazione del complesso e il suo costo, ritenuto troppo elevato anche in relazione al carattere temporaneo dell’opera. Sono stati inoltre espresse perplessità riguardo alla necessità di realizzare una nuova costruzione per la musica invece di concentrare gli sforzi economici sul restauro delle sale da concerto esistenti in città ma soprattutto sull’utilità di realizzare una seconda sala simile, dopo la Paper Temporary Concert Hall di Shigeru Ban, da 230 posti, inaugurata a maggio del 2011, ubicata poco distante dall’Auditorium, donata dal governo giapponese per il costo di 620 mila euro.

sezione longitudinale
Anche Italia Nostra, nel 2011, ha denunciato presunte irregolarità nell’iter amministrativo per l’illegittimità della costruzione di Piano, questione successivamente superata in merito al carattere provvisorio dell’opera. Se ci si sofferma sulla questione del “provvisorio”, non per alimentare le critiche ma solo per aiutare l’interpretazione delle scelte effettuate nella contingenza degli accadimenti da amministratori e professionisti, è facile rilevare l’eccessivo costo dell’opera di Piano, anche in relazione all’analoga opera del collega Ban, dove il rapporto dei costi è di 1 a 10. A stigmatizzare la precarietà dell’opera di Piano sarebbe bastato osservare i disegni delle fondazioni del progetto per comprendere che poco hanno a vedere con il carattere temporaneo di un edificio: un basamento profondo in cemento armato, poggiato su pilastri sempre in cemento armato tramite isolatori sismici. Oltre quanto già detto, una riflessione andrebbe fatta sulla sostenibilità gestionale e l’inserimento razionale all’interno del parco. L’Auditorium, a distanza di 5 anni dalla sua inaugurazione, si presenta ancora sottoutilizzato: la parte destinata ai servizi per il pubblico non è funzionante, tant’è che il pubblico accede dall’ingresso degli artisti; l’area esterna non risulta adeguatamente definita nelle funzioni e nella qualità, tant’è che davanti al manufatto l’area è sterrata e polverosa, inoltre vengono impropriamente allestiti a ridosso dei paramenti perimetrali palchi per spettacoli all’aperto e bancarelle, deturpando la percezione architettonica dell’auditorium e interferendo acusticamente con il regolare svolgimento delle esibizioni all’interno.

Sezione trasversale
Si possono rilevare altre due obiezioni di carattere funzionale e di sostenibilità: la sala è un volume unico di notevole altezza, le cui caratteristiche di pulizia formale non prevedono la presenza di qualsivoglia elemento  funzionale per la manutenzione delle apparecchiature elettriche e tecnologiche poste in alto; inoltre, tutta la struttura risulta essere alimentata esclusivamente con energia elettrica, questo comporta elevati costi di gestione per il mantenimento delle condizioni microclimatiche ideali allo svolgimento delle esibizioni musicali.
L’auditorium di Renzo Piano è stato chiaramente progettato carico di un messaggio di sostenibilità, con l’obiettivo quindi di comunicare una rinascita non solo determinata ma anche connotata idealmente (eticamente). Ad un’attenta analisi però, la sostenibilità sembra ridursi alla sua sola apparenza, in virtù dell’utilizzo massiccio del legno, in virtù della sua dichiarata provvisorietà…
Ci si chiede: all’interno di un piano di ricostruzione, l’opera di Piano va interpretata in termini di risposta funzionale come tante altre (legittimamente minimali, articolate certo, ma ponderate sulle esigenze reali di una comunità) oppure è una risposta culturale, che va oltre il fatto tecnico-burocratico che la legittima, trasfigurata dal mondo dell’edilizia a manifesto, simbolo di una volontà?

Quartiere Flaminio, Roma, playground urbano

4 Settembre 2017
01_campo Basket

01_campo Basket

Posso affermare con certezza, perché ci passo davanti a piedi spesso, che questo frammento urbano del noto quartiere (il Villaggio Olimpico) a ridosso del centro storico della capitale, nonostante l’incuria diffusa dell’intorno, l’evidente degrado in cui versa sia il palazzetto dello sport che ogni elemento appartenga all’arredo urbano (aiuole, piantumazioni di alberi, arbusti, prati, marciapiedi, passaggi pedonali, cordoli di bordura tra marciapiedi, spartitraffico e carreggiate stradali), sia intensamente usato e vissuto. Tutti i giorni decine di mamme portano a giocare i figli nell’area dedicata e gruppi di ragazzi si allenano con passione per ore, anche con il sole a picco, nel campo di basket en plein air, tra Nervi, la scultura monumentale di Ceroli, le bellissime palazzine di Viale Tiziano e lo stadio Flaminio (anch’esso di Nervi e abbandonato ormai da anni). Un tassello di città notevole. Siamo tra il MAXXI di Zaha Hadid e l’Auditorium Parco della musica di Renzo Piano. A 4 fermate di tram da Piazza del Popolo. Luoghi di pregio della città come questo non sono solo unici ma anche necessari e vitali. Il Villaggio Olimpico è un’anomalia urbana poiché in una zona piuttosto centrale della città consolidata, contiene un surplus di standard dedicato alle aree pubbliche (parcheggi e spazi verdi) che di solito si può trovare storicamente nelle aree più periferiche della città. Una risorsa urbana straordinaria che necessiterebbe ancor più di maggior attenzione e cura. Certo immagino sia estremamente difficile dirimere le questioni legate all’intreccio di responsabilità sul chi dovrebbe occuparsene (tra ATER, comune di Roma, associazioni di privati cittadini) e intanto il quartiere langue…come il resto della città, difronte ad una “civitas” attonita e imbambolata spaccata in due tra l’abbrutimento degli indifferenti e la rabbia repressa degli impotenti. Credo sia quantomeno doveroso, per l’amministrazione di una capitale e una metropoli come questa (non un capoluogo di provincia) cominciare a battere qualche colpo e dare un qualche segno di vita, non dico per cominciare a “fare” qualcosa di concreto, ma quantomeno per dimostrare l’intenzione di cominciare a farlo. Non è più accettabile lo scarica barile di responsabilità a tutti i livelli e il senso diffuso di impotenza che ne deriva.
Gli architetti sono attoniti, sfiduciati, abbrutiti, stufi. Per primi. Non solo gli altri cittadini. Non hanno più parole. non dicono più niente, non si esprimono. Preferiscono farsi gli affari loro, coltivarsi l’orticello, parlare della Roma e della Lazio. Io d’abitudine invece ne uso sempre molte di parole su argomenti come questo e credo non smetterò. Con tutti poi, belli e brutti. Architetti e non. E’ un mio terribile difetto.
Di idee e progetti sul quartiere ce ne sono sin troppi. Dal Progetto Urbano Flaminio che dovrebbe essere lo strumento primo per attuare tutto il resto, all’ipotesi di trasformazione delle ex fabbriche d’armi di via Guido Reni. Nel 2015 fu indetto un concorso a partecipazione aperta, io come tanti, presentai un’idea (come veniva richiesto da bando) per un nuovo quartiere di case e attività eterogenee e quello che sarebbe dovuto essere il nuovo museo della Scienza (errore congenito). Vinse un progetto dello studio Viganò. C’era di mezzo Cassa Depositi e Prestiti. Per non parlare di ipotesi di trasformazione di  spazi pubblici, aree pedonali, piste ciclabili, linee di tram che in decenni si sono sprecati.
Lo stesso Giovanni  Caudo, assessore alla trasformazione urbana durante la precedente giunta Marino, aveva cominciato a fare delle cose “buone e giuste”. A mettere in moto dei processi che poi, come sempre accade quando c’è un cambio di guardia e non ci sono i garanti della continuità, si è interrotto. Una di queste, i “tavoli partecipati” dei municipi, dove si era cominciato a discutere, parlare, rielaborare idee su progetti, proposte di vario genere e natura anche avanzate da associazioni attive di cittadini. Il concorso sulle ex caserme via Guido Reni in parte scaturì da lì. Qui al Villaggio Olimpico c’è stato per anni un agguerritissimo comitato di quartiere, che so poi essersi spaccato in due. Delle battaglie negli ultimi 10 anni le hanno fatte, qualcosa sono riusciti ad ottenere. Ma ora siamo in generale in una condizione di stallo e cosa ne è di tutta questa energia profusa non ci è dato saperlo. Io vedo un quartiere che langue. Come anche altri. Ma è paradigmatico di una condizione sotto gli occhi di tutti. Mentre scrivo mi sembra di dire un sacco di banalità, di cose già dette, trite e ritrite, che ormai sembrano scontante.  E lo saranno pure. Ma più sto qui, più vengo a conoscenza di certi meccanismi (non entro nel dettaglio di cosa sia la gestione folle delle proprietà ATER!), e più si risveglia in me il desiderio di capire e di ricominciare a fare qualcosa. Di ricominciare quantomeno a parlarne.
Continuo a credere profondamente che il  ruolo degli architetti dovrebbe essere quello non solo di progettare (e farlo bene) ma anche di sollevare le coscienze sui temi attualmente trascurati che devono ritornare ad essere cruciali per i destini di questa  città dell’architettura e dello spazio pubblico e suggerire soluzioni per cercare di intessere un dialogo proficuo tra cittadinanza (tradita e sfiduciata) e istituzioni.

 

Altro sull’argomento è stato pubblicato in questi stessi giorni anche su:

Artribune

Romafaschifo

(Nota degli amministratori – il testo pubblicato è apparso in una prima stesura sulla pagina personale Facebook di Cecilia Anselmi in data 31/08/2017)

02_palazzetto e ceroli

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12_spazi pubblici_villaggio Olimpico

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13_spazi pubblici_villaggio Olimpico

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18_spazi pubblici_villaggio Olimpico

18_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

 

19_spazi pubblici_villaggio Olimpico

19_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985

 

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20_chiesa di San Valentino, Francesco Berarducci, 1979-1985