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Quando l’Architettura è tradimento, nel senso di trasmissione

20 maggio 2017

ipertesto [i-per-tès-to] s.m. inform.

Insieme strutturato di informazioni, costituito da testi, note, illustrazioni, tabelle ecc., collegate fra loro da rimandi e collegamenti logici

Vilma Torselli è un architetto che mi è capitato di incontrare nei diversi blog che animano la critica architettonica.

Non solo. Vilma è animatrice, e responsabile, del blog artonweb; un sito che spazia, e il termine spazia è eufemistico, in tutti gli ambiti dell’arte. Trovo che i suoi articoli (e commenti) siano sempre molto calzanti, sempre dei piccoli saggi esemplari, brevi citazioni, spunti di riflessione che rimandano ad altre riflessioni. Avete presente il muble mumble? quella condizione di pensieroso rimuginare che ti capita quando leggi una cosa che ti dà da pensare, quella cosa che hai letto e ne hai colto un primo significato, ma già da subito capisci che c’è qualcos’altro, che quello spunto riguarda altre cose, che ora non cogli, ma dopo, magari in un momento in cui ti eri scordato tutto, ricollegherai ogni cosa.

Leggere un articolo di Vilma è come ritrovarsi al centro di un groviglio di pensieri collegati tra loro. Leggere un suo articolo, o un commento ad un altro articolo, è una esperienza in tutto e per tutto ipertestuale…..

Quindi che ne dici? Ti va di rispondere alla domanda: A cosa serve l’architettura?

– Serve a significare, a dare senso, al nuovo come al vecchio, a ciò che già esiste come a ciò che ancora attende un progetto, e fornirci una mappa con infinite visioni del mondo con la quale esplorare uno spazio-tempo fisico e mentale dai confini labili ed incerti, diversi per ciascuno di noi, a seconda che siamo norvegesi o fiamminghi o inglesi o lapponi. E pur sapendo che “la mappa non è il territorio”, quella mappa ci orienta sulle tracce di altri luoghi, altri tempi, altri uomini, altri destini, attraverso necessari tradimenti (‘tràdere’, radice etimologica anche del vocabolo ‘tradimento’, vuol dire ‘consegnare’, ‘trasmettere’) ed inevitabili abbandoni.
E se ‘fare architettura’ significa un ‘fare’ che ha la propria essenza nel suo stesso farsi, lungo un percorso poetico (o poietico) che, suggerisce l’aggettivo, è letteralmente una vera e propria poiesis, identificabile nella inesauribile spinta umana all’azione, allora la domanda sottende, a monte, un’altra domanda, “Cos’è l’architettura?”
Per la risposta voglio prendere a prestito la sintesi mirabile che ne fa Adolf Loos in 37 parole profondamente umane e commoventi: “Se in un bosco troviamo un tumulo, lungo sei piedi e largo tre, disposto con la pala a forma di piramide, ci facciamo seri e qualcosa dice dentro di noi: qui è sepolto qualcuno. Questa è architettura.”

 

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La foto è tratta dall’edizione della biennale di Venezia del 2014 curata da Rem Koolhaas, “Fundamentals”, “una Biennale sull’architettura, non sugli architetti [……] una panoramica globale dell’evoluzione dell’architettura verso un’unica estetica moderna”. Mi è sembrato che questa infilata di finestre di varie epoche e di vari stili, un simbolico ‘scavo’ fino alle fondamenta dell’architettura in una ricerca introspettiva su sé stessa, potesse in qualche modo rappresentare il ‘fare’ degli uomini di tutti i tempi attorno ad un’architettura che riparta dal grado zero ed esprima “il potere collettivo dell’architettura”.
Capisco che sia criptico il legame con il mio commento, dove, alla fine, intendevo dire che l’architettura è il prodotto del fare, non è né privata né pubblica, né antica né moderna, né bella né brutta, ricordando Umberto Galimberti quando dice “Architettura è una parola greca, e quindi non ignora la complessità. Essa rinvia al tecnico (tékton) che dà avvio, dà inizio, incomincia (árcho) qualcosa. La temporalità è già nella radice della parola. Dare inizio a qualcosa significa infatti immettersi nella trama del tempo”.

NB – Sull’Architettura come tradimento vi rimando alla definizione di Raffaele Cutillo, sulla contrapposizione tra Pubblico e Privato vi rimando a quella di Cristina Donati.

 

A cosa serve l’Architettura secondo Cristina Donati

2 maggio 2017

Persino il parroco che non disprezza/fra un miserere e un’estrema unzione
il bene effimero della bellezza/la vuole accanto in processione.
E con la Vergine in prima fila/e bocca di rosa poco lontano
si porta a spasso per il paese/l’amore sacro e l’amor profano.

(De Andrè)

L’Architettura si sa che è il pane dell’Architetto. Quella materia che gli da da mangiare. Quel valore aggiunto che giustifica la fatica (e il compenso) degli Architetti. Ma in cosa consiste realmente questo compenso. Perché un committente dovrebbe mettere mano al portafogli e il più delle volte affrontare difficoltà (burocratiche e tecniche) pur di poter fare di una banale costruzione una Architettura? Ho deciso quindi di cominciare a chiederlo a gli Architetti:

“A cosa serve l’Architettura?”

A questo link trovate la risposta di Raffaele Cutillo che mi ha dato una definizione molto suggestiva, poetica. “L’architettura serve al tradimento”, dice Cutillo, “che non avresti mai commesso”. Una definizione che ti lascia un po’ in sospeso, di quelle su cui rimuginare sopra nell’attesa di una epifania rivelatrice. Di primo acchito, confesso, ho pensato all’Architettura come una puttana; in fondo non stiamo parlando del secondo mestiere più antico del mondo? ma la proposta di Cutillo è molto più raffinata, allude al processo del tradimento, a quel gioco proibito, allo strumento che ti consente di affrontare quel desiderio nascosto e che ti da la forza di accettare mille bugie e contraddizioni che si nascondono dentro una Architettura. Non saprei se Raffaele poi ha provato a ripetere queste parole accompagnandole a una sua lettera di offerta, ma gli auguro che le sue parcelle siano sempre compensatrici di fantastiche scappatelle amorose con la luce e con la materia.

A richiamarmi immediatamente all’ordine del rigore professionale e al significato politico e sociale dell’Architettura ci ha pensato, sentendo la mia domanda, Cristina Donati.

“Bella la domanda! Io comincerei dicendo che esistono tante architetture.”

E’ un grande modo di procedere questo, che ho sempre trovato di estrema intelligenza, per ogni domanda c’è sempre una sola risposta: “dipende”. Non che Cristina mi abbia risposto proprio così ma il senso è quello, così continua:

“Ad esempio quella pubblica e quella privata con finalità diverse. Una sociale, l’altra più rivolta ai bisogni individuali …
Giulio naturalmente considero che con la parola architettura tu non intenda il generale atto del costruire, dico bene?”

Ora immaginate che queste conversazioni avvengono in rete, sarebbe bello descrivervi delle amabili conversazioni seduti sorseggiando Moscow Mule in un locale alla moda lungo i navigli milanesi, ma io sono una povero padre di famiglia, inoltre vivo a Roma mentre Cristina è di Firenze, così tutto avviene in un social, con un testo scritto, e quando leggo “dico bene?” nella mia mente si figura uno sguardo inquisitorio, di quelli che potevi provare in prima liceo quando la professoressa ti chiedeva se avevi fatto la versione: ehm no professoré, ieri mi si è allagata casa, a mia sorella gli è preso il ciclo, mentre mio nonno ha creduto di essere tornato giovanotto quando militava nella decima MAS, così ha cominciato a dare di matto mentre attaccava la sveglia sul frigo pensando di affondare la Viribus Unitis….

Insomma era chiaro che non avevo studiato, mi ero avventurato nei territori sconosciuti della mia domanda senza essermi minimamente preparato, mentre un dico bene scritto così richiedeva una riposta chiara e decisa. Ci ho provato rispondendo che tutto parte in realtà dalla domanda più ampia, cosa è l’Architettura, che cosa distingue quello che gli architetti identificano con Architettura (con la A maiuscola) e che in fin dei conti è la materia della loro professione. Di qui l’esigenza di provare a ribaltare la questione con una domanda diversa.

Questa breve riflessione poi è diventata l’incipit dell’articolo precedente, grazie Cristina!

Comunque a questo punto ero curioso di capire. L’Architettura dunque avrebbe una funzione diversa se parliamo di sfera pubblica e se parliamo di sfera privata? Per capirlo meglio ecco le trenta parole di Cristina (32 per l’esattezza)

“L’Architettura è sempre politica. L’Architettura ‘pubblica‘ dovrebbe servire al ‘bene comune‘, cioè alla creazione della civitas. Quella ‘privata‘ servirà invece a promuovere o soddisfare le ambizioni personali di un patrono”

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Il Centro Civico di Scandicci (Firenze) di Richard Rogers. Tentativo di realizzare un’architettura generatrice di uno spazio pubblico per la gente

 

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La Facoltà di architettura di Oxford (progetto di Design Engine). L’atrio aperto al pubblico

 

London City. Modern skyline of business district.

London City. Modern skyline of business district, espressione emblematica di architettura al servizio di interessi privati

 

Lo skyline di Dubai

Lo skyline di Dubai

 

Un’Architettura di Roma in Una Parola a Settimana

20 marzo 2017

Il progetto ha lo scopo innanzitutto egoistico di spronarmi a uscire in maniera costante per Roma a conoscere nuove architetture o approfondire quelle già viste. La macchina fotografica è lo strumento per “congelare” quello che vedo osservando le architetture. Quando scatto uso il punto di vista, l’inquadratura, la tecnica che più penso possa rappresentare quel volume (o porzione di città). Anche in fase di postproduzione con i programmi di fotoritocco mi concentro su questo. La parola, infine, che appongo “in filigrana” sull’immagine, è davvero la prima che mi è venuta in mente sul luogo mentre ho scattato. Va da sé che lo scopo successivo, ma non secondario, è la comunicazione e la diffusione degli scatti così predisposti, per avvicinare i non addetti al settore dell’architettura e per un’occasione di riflessione con i colleghi architetti. Direi che, se dovesse esserci un preambolo al titolo del progetto, questo sarebbe proprio: “amate l’architettura!”.

 

 

FOTO 19 – Agenzia Spaziale Italiana

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E finalmente io ti domando, oh uomo sciocco: Comprendi tu con l’immaginazione quella grandezza dell’universo, la quale tu giudichi poi essere troppo vasta?
(Galileo Galilei)

 

 

FOTO 18 – Chiostro Lateranense

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Dolci colonne, dai
Capelli fasciati di luce,
Ornati d’uccelli veri
Che camminano intorno,

Dolci colonne, o
L’orchestra dei fusi!
Ognuno immola il
Silenzio all’unisono.
(Paul Valéry)

 

 

FOTO 17 – Villa Gordiani

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Roma caput mundi regit orbis frena rotundi
(Federico Barbarossa)

 

 

FOTO 16 – Istituto per la Cultura Giapponese

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Una grossa lucciola
in vibrante tremolio
s’allontana – penetrante
(Issa)

 

 

FOTO 15 – La Casa del Girasole

Il termine “sostanza” designa sia la materia (che è potenza), sia la forma (che è atto perfetto), sia il composto dell’una e dell’altra.(Aristotele)

 

 

FOTO 14 – Battistero Lateranense

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In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
(Bibbia – Genesi)

 

 

FOTO 13 – Basilica di S.Agostino

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E così acconcio se n’andò nella piazza nuova di Santa Maria Novella. E cominciò a saltabellare e a fare un nabissare grandissimo su per la piazza, e a sufolare e ad urlare e a stridere a guisa che se imperversato fosse.
(Giovanni Boccaccio)

 

 

FOTO 12 – Villino Ximenes

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Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
(Eugenio Montale)

 

 

FOTO 11 – Nuova Fiera di Roma

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Fà delle due braccia
due ali d’angelo
e porta anche a me un pò di pace
e il giocattolo del sogno.
(Alda Merini)

 

 

FOTO 10 –Tempietto di San Pietro in Montorio

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Potrei vivere nel guscio di una noce, e sentirmi re dello spazio infinito.
(William Shakespeare)

 

 

FOTO 9 – Basilica di S. Maria in Cosmedin

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Tu che inclinasti i cieli nell’ineffabile tua incarnazione;
io bacerò i tuoi piedi incontaminati
e di nuovo li detergerò con i capelli del mio capo
(Cassia)

 

 

FOTO 8 – Casa dell’Architettura (ex Acquario Romano)

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L’arte del decorare consiste nel fare nelle case altrui quello che non si sognerebbe mai di fare nella propria. (Le Corbusier)

 

 

FOTO 7 – Casina delle Civette

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Ogni volta che qualcuno dice “Io non credo nelle fate” da qualche parte c’è una fata che cade morta. (Peter Pan)

 

 

FOTO 6 – Complesso Edilizio Città del Sole
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Il ritmo è qualcosa che si ha o non si ha, ma quando lo avrete, avrete tutto. (Elvis Presley)

 

 

FOTO 5 – Terme Diocleziane e Chiesa di S. Maria degli Angeli

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Roma… è una somma di almeno sette città con anime diverse. (Gigi Proietti)

 

 

FOTO 4 – Autorimessa e Mercato Metronio

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Tutte queste costruzioni devono avere requisiti di solidità, utilità e bellezza. (Vitruvio)

 

 

FOTO 3 – Grande Moschea di Roma

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Egli vede nel deserto desolato il più amico degli amici, e cammina per la sua via, là dove cammina sul suo capo la Madre degli astri risplendenti a grappoli per il cielo. (Abu I-Faraj al-Isfahani)

 

 

FOTO 2 – Via Bernardo Celentano

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Giorno di primavera: si perde lo sguardo in un giardino largo tre piedi. (Masaoka Shiki)

 

 

FOTO 1 – S’Andrea al Quirinale

ELLISSE

Quello che mi attira è la linea curva, libera e sensuale. La linea curva che ritrovo nelle montagne del mio paese, nel corso sinuoso dei suoi fiumi, nelle nuvole del cielo, nel corpo della donna amata. L’universo intero è fatto di curve. (Oscar Niemeyer)

 

 

 

UNA PORTA PER L’UMBRIA – intervista ai progettisti del nuovo P.I.T. di Terni

19 novembre 2016

Il Comune di Terni ha promosso un’opera strategica per il futuro assetto della città e dell’Umbria del sud: una passerella pedonale sopra la stazione ferroviaria che, mettendo in comunicazione aree destinate a parcheggi e aree per nuove attività strategiche con il centro città, diventerà la nuova spina dorsale dell’espansione ternana. Amate l’Architettura ha seguito fin dall’inizio questa interessante iniziativa e ha incontrato questa estate – in cantiere – i progettisti: l’architetto Renato Benedetti, vincitore del concorso internazionale indetto da Comune e l’ing. Loris Manfroni, che ha progettato le strutture.

Un nome italiano ma un accento inglese, come mai?

Benedetti: Io sono italo-canadese, nato in Canada. I miei genitori sono italiani.

Genesi di questo progetto: come lo avete affrontato?

Benedetti: Era un concorso internazionale, landmark per Terni, sia per l’Umbria che fosse sia una porta di accesso per le colline retrostanti, ma anche che aprisse Terni verso Roma.

L’idea è stata di trovare un nuovo tipo d’identità con una corrispondenza pratica, una connessione rigenerante tra il centro cittadino e la stazione.

 

Formazione canadese ed esperienza anglosassone. Già due ponti realizzati. Qui, tuttavia, siamo in un contesto diverso, un contesto internazionale. Ha influito tutto ciò nel progetto?

Benedetti: Il modo con cui abbiamo approcciato il progetto è sicuramente internazionale, dato che sono di origine italiana, sono infatti nato in Canada e ho sviluppato l’esperienza lavorativa in Inghilterra, infatti Benedetti Architects è a Londra.

Al principio abbiamo lavorato con Arup di Londra e in seguito abbiamo collaborato con un ingegnere strutturista italiano (Manfroni Engineering Workshop ndr). E’ stata realmente una collaborazione internazionale. Non abbiamo avuto un approccio come quello dell’architetto che ha una soluzione e poi qualcun altro si occupa della parte ingegneristica. Gli ingegneri, gli architetti, l’idea, sono complementari. Inoltre, sopra a tutto, c’è stata l’idea urbana: noi abbiamo realizzato un’infrastruttura per la città, non solo per la stazione ferroviaria. Un posto dove stare che diventa un’idea urbana più ampia.

Abbiamo imparato, partendo dal contesto inglese, che costruire in Italia è completamente differente. Come stranieri, abbiamo la libertà di conoscere un nuovo posto da vicino senza pregiudizi .

Infatti, come straniero, all’inizio non conosci nulla di Terni prima di arrivarci, e ti concentri sullo scoprire esattamente di che cosa Terni ha bisogno.

Anche l’approccio collaborativo con il Committente, in questo caso con Roberto Meloni (Responsabile Unico del procedimento per il Comune di Terni ndr) è stato fondamentale per trovare le soluzioni per il ponte e per questa città.

 

Avete visitato Terni durante il concorso?

Benedetti: Certamente, noi non potevamo partire – ed è impossibile per noi – senza vedere il sito ed il contesto reale. Non abbiamo avuto un approccio astratto al progetto.

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Entriamo ora nel dettaglio dell’argomento. Noi vorremmo conoscere quali sono state le innovazioni tecnologiche introdotte in questo progetto.

Benedetti: All’inizio abbiamo lavorato insieme per trovare l’idea, che avesse una valenza architettonica e urbanistica insieme, di lettura del contesto, di cosa volevamo tentare di fare. In quel momento è impossibile fare un “salto in avanti” e fare partecipare gli ingegneri al confronto. L’innovazione tecnologica, che vi sarà descritta più in dettaglio da Loris (Manfroni ndr), è legata ai vincoli dati dal contesto ferroviario, quali il passaggio dei treni, i binari che definiscono in modo preciso le zone per gli appoggi e la conseguente lunghezza delle campate del ponte, ma anche dal punto di vista scultoreo, da come potevamo avere una infrastruttura di 80 metri con una “espressione” ingegneristica che fosse anche un oggetto che avesse una valenza di nuovo landmark, di nuovo simbolo dove gli anelli – sembrano aureole di angeli – che tengono i cavi a sorreggere la struttura, fossero qualcosa di “molto leggero”.

La presenza di questi cerchi nel tripode nasce da una esigenza formale, di rendere unico questo landmark, o da una esigenza strutturale?

Benedetti: entrambe.

Manfroni: La scelta iniziale architettonica è stata decisiva anche per un aspetto strutturale. Di fatto gli anelli hanno funzioni strutturali importanti: servono per raccogliere tutte le funi che dovranno sorreggere l’impalcato. Questa funzione strutturale è diventata significativa fin dal momento in cui abbiamo cominciato ad analizzare il ponte. Tra l’altro essi servono anche per collegare strutturalmente i tre elementi verticali da cui è nato il nome iniziale, il tripode. Quindi hanno costituito un rinforzo, dal punto di vista strutturale, estremamente significativo e, direi, indispensabile.

 

Normalmente un ponte strallato ha dei piloni che reggono gli stralli qui non abbiamo dei piloni bensì un tripode che ha degli elementi circolari e questi servono…

Manfroni: l’elemento fondamentale è il tripode che è anche un grande pilone centrale costituito, nella sostanza, da tre elementi distinti, e che in questo modo è stato alleggerito moltissimo rispetto ad un più tradizionale pilone unico che sarebbe stato decisamente molto più grande e di maggior impatto estetico. Esso non segue la tradizione delle costruzioni di questo tipo che generalmente vediamo attorno a noi, cioè quello di avere degli elementi regolari posti alle estremità del ponte e poi degli stralli, cioè delle funi, che arrivano all’interno del ponte. In questo caso il tripode è diventato un elemento veramente significativo dal punto di vista iconografico ed è diventato anche l’elemento fondamentale nella decisione delle scelte strutturali, perché oltretutto non potevamo avere altre posizioni dove inserirlo: sotto i nostri piedi (eravamo sulla passerella, sopra i binari ndr) non c’era la possibilità di introdurre altri elementi per la presenza dei binari.

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In qualche modo era quasi una scelta obbligata.

Manfroni: E’ diventata quasi subito una scelta obbligata, poi è diventata un mix di estetica architettonica e di scelte strutturali.

Benedetti: La forma, realmente, è una espressione scultorea dell’esigenza strutturale, del modo con cui i fruitori vivono un’esperienza con essa e l’organizzazione dei cavi è un dispositivo formale unificante.

Manfroni: la scelta architettonica iniziale non ha imposto una soluzione, uno schema precostituito per sorreggere il ponte, ma ha sfruttato questa idea che nel tempo è diventata un’icona ma anche l’elemento fondamentale per il ponte.

Benedetti: vorrei aggiungere una cosa: c’è un aspetto dinamico tra i tre elementi verticali del tripode, i due anelli che reggono i cavi e la curvatura del ponte. Non si ha mai la stessa vista. La struttura è in continuo mutamento. In effetti le parti dell’infrastruttura sono un intervento dinamico nella città perché, per gli utenti, la visuale cambia continuamente. Ecco perché si hanno delle curve. E’ un approccio dinamico, non statico.

E’ un’idea strettamente intrecciata di architettura, ingegneria ed urbanistica nel voler realizzare un’opera dinamica.

Vorremmo parlare di un tema importante per l’Italia: le modalità di realizzazione del progetto e del rispetto dei costi. Noi vogliamo capire se siete riusciti a rispettare il progetto nella fase realizzativa e se ci sono state delle varianti che hanno fatto aumentare sensibilmente i costi. Vorremmo anche capire come è stato il rapporto con l’amministrazione.

Benedetti: non posso parlare delle realizzazioni in Italia perché questo è il nostro primo progetto in Italia. Noi abbiamo lavorato in altri paesi, specialmente nel Regno Unito. Fin dal nostro primissimo incontro, che abbiamo avuto a Terni con l’amministrazione dopo che abbiamo vinto il concorso, in una o due settimane abbiamo avuto il contratto e abbiamo potuto leggere molto chiaramente i termini del contratto. La negoziazione non ci ha preso molto tempo e abbiamo avuto una fiducia immediata nell’amministrazione che è stata speciale, anche paragonata ad esperienze avute da noi in passato dal Regno Unito. Siamo andati “avanti, avanti, avanti” (in italiano ndr) perché gli amministratori sono stati molto professionali e chiari nei nostri confronti. Ci hanno sempre fatto avere fiducia nel fatto che il progetto sarebbe stato realizzato nel modo giusto

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Perciò l’amministrazione vi ha aiutato nello sviluppo del progetto?

Benedetti: Noi abbiamo presentato un progetto ma non conoscevamo ancora il Committente, non si ha modo di conoscerlo in un concorso. Loro ci hanno detto: “partite!”. Io vorrei dire che il Comune di Terni e Roberto Meloni in particolare, che è stato incaricato dal Comune (il Responsabile Unico del Procedimento ndr), è stato estremamente efficiente e chiaro fin dall’inizio e sempre coerente.

Il progetto non si è fermato mai, è andato sempre avanti nel modo corretto.

Per i costi, noi abbiamo espresso dei costi all’inizio e abbiamo ora dei costi a ponte costruito e, più o meno, stiamo all’interno dei costi previsti. Il lieve incremento dei costi è dovuto solo a problemi reali, come la difficoltà di lavorare di notte o con i treni che passano. C’è stato un incremento di costi ma contenuto entro una percentuale estremamente ridotta.

 

Una semplice domanda. Pensate che sia un ponte costoso o poco costoso?

Benedetti: Questo ponte è al di sotto della media dei costi di ponti di questo tipo in Europa. E’ nella fascia bassa. Noi abbiamo avuto inoltre la complicazione di venire a lavorare direttamente dentro la stazione. Normalmente nella realizzazione di un ponte si va tra due punti e non si hanno strutture esistenti con cui avere a che fare. In questo caso è stata una complicazione il fatto che il ponte arrivava direttamente nella stazione ma, nonostante questo, siamo al di sotto della media dei costi europei per ponti di questo tipo. Credo che questo sia perché noi abbiamo progettato il ponte per essere economico e “scremato” sin dall’inizio. E’ molto leggero perché ogni sua parte fa il suo lavoro e questo è quello che dona eleganza all’ingegneria. Gli ingegneri hanno ridotto al minimo ogni cosa, ecco perché lo definisco metaforicamente “scremato”. Questo è importante perché ha rassicurato il comune di Terni che ogni cosa sarebbe andata avanti nei tempi programmati e soprattutto all’interno dei costi programmati. E’ una bella sicurezza, anche per la città, perché questa parte di infrastruttura è stata progettata pensando ad altre fasi, in quanto potrebbe esserci uno sviluppo ulteriore intorno alla stazione e un miglioramento pubblico, nel quale il ponte potrebbe essere come un sasso nello stagno che, dopo l’ingresso nell’acqua, provoca delle onde che si allargano progressivamente e che quindi potrebbero portare maggiore sviluppo grazie a questo investimento iniziale.

 

Lei, ingegnere, vuole aggiungere qualcosa?

Manfroni: Potrei sottolineare che la qualità di un prodotto finale dipende moltissimo da com’è il progetto iniziale. Ora qui ci sono due aspetti, due fasi sequenziali: il progetto che è andato in gara, che abbiamo curato assieme all’architetto, ed il progetto in fase esecutiva che è stato curato dall’impresa e dai suoi tecnici per poterlo realizzare. Onestamente i progetti sono praticamente identici, non ci sono stati variazioni sostanziali successive al progetto iniziale. Questo fa ben pensare: il progetto iniziale, che è andato in gara, aveva già tutte le condizioni per essere realizzato adeguatamente, compreso il costo, e ha tenuto conto di tutti gli aspetti di cui si è parlato ora e che oggi troviamo sul posto e che sono dei vincoli, in sostanza, che lo hanno condizionato fin dall’inizio.

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In un progetto così tecnico, che cosa ha contribuito ad una realizzazione così aderente al progetto? Per esempio il ruolo della Direzione dei Lavori, qui ricoperto dall’ing. Leonardo Donati, è stato determinante per controllare l’esecuzione ed il rispetto del progetto?

Manfroni: Assolutamente si. Il progetto, alla fine, viene trasformato in documenti cartacei, che tengono contodi tutte le condizioni, da quelle di progetto a quelle realizzative. La Direzione Lavori è fondamentale in questo caso. La capacità e la maestria dell’impresa, la capacità dei tecnici che hanno seguito passo passo l’evolversi dell’opera, ma fondamentale è la collaborazione, il legame tra tutte queste figure professionali.

 

 

 

Quindi anche con la pubblica amministrazione?

Manfroni: Si, perché se non ci fosse un coordinamento tra tutte queste persone, la macchina non funzionerebbe.

Benedetti: noi architetti non possiamo fare un buon progetto senza un buon committente.

 

Sappiamo che la realizzazione è a cura di una ATI capitanata dal Consorzio Research e che una buona parte del lavoro è stato realizzato da una impresa consorziata, la COBAR spa. Le imprese sono state adeguate rispetto alle necessità della realizzazione? Si è innescato qualche rapporto particolare con loro?

Benedetti: Uno degli obblighi più difficili nel progetto è stato quello di essere sicuri che noi trasmettessimo le informazioni appropriate e la comprensione delle differenze tra il “progetto definitivo” e il “progetto esecutivo” (entrambi in italiano ndr). Abbiamo consegnato un progetto più dettagliato di quanto si faccia solitamente perché volevamo ridurre i rischi e perché è meglio trasmetterne più informazioni anziché meno. .

Noi (architetti ed ingegneri) eravamo certi che con la trasmissione di queste informazioni, l’impresa sarebbe stata in grado di realizzare esattamente quello che avevamo progettato. Con l’ingegnere progettista dell’impresa, Marco Peroni, abbiamo avuto ottimi incontri nel suo ufficio romano e abbiamo collaborato molto bene con lui.

Manfroni: La collaborazione è stata ottima. Quello che conta è la comunicazione e la collaborazione, soprattutto la disponibilità dell’impresa a collaborare.

 

Perciò in questo caso l’impresa è stata disponibile, anche in relazione alle difficoltà che avete avuto. Quali sono state le difficoltà particolari in senso realizzativo, come avete lavorato o quando?

Manfroni: Assemblare un ponte come questo vuol dire lavorare fondamentalmente di notte.

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Perché non passavano i treni?

Manfroni: Di notte perché c’è una finestra temporale entro la quale è possibile lavorare, quando cioè non passano i treni: ovviamente questo è legato alla sicurezza della stazione. Con una grande gru, infatti, i pezzi sono stati trasportati dal luogo dove sono stati assemblati fino in questo posto. Quindi anche questo processo costruttivo implica una considerazione progettuale: l’opera deve essere assemblata e riassemblata sul posto. Questa è una difficoltà che è stata affrontata strada facendo.

Sin dall’inizio abbiamo pensato a questo ed il progetto che è andato in gara, ovviamente, conteneva tutti questi aspetti; l’impresa è stata poi disponibile a discutere con noi tutti questi “piccoli” dettagli, che poi sono diventati fondamentali, perché rispetto al progetto fatto, dovevano essere perfezionati.

 

L’impresa perciò ha dato un grosso contributo alla “cantierabilità”, la visione di come doveva essere realizzato.

Benedetti: E’ molto importante questo aspetto e perciò noi abbiamo trasmesso informazioni supplementari perché sapevamo che erano importanti soprattutto per i costi. Perciò quello che voi vedete oggi è esattamente quello che abbiamo progettato e più o meno è costato esattamente quanto avevamo previsto.

 

Allora, quando finiamo questo progetto?

Benedetti:Alla fine dell’anno, prima della fine dell’anno.

 

CREDITS:
INTERVISTA A CURA DI:
Raffaella Matocci, Cristina Donati, Giulio Paolo Calcaprina
FOTO: Giulio Paolo Calcaprina
VIDEO: Raffaella Matocci
TESTO: Giulio Paolo Calcaprina
VIDEO EDITING E MONTAGGIO: Giulio Pascali
L’intervista è stata effettuata il giorno 1° agosto 2016 nel cantiere del P.I.T. di Terni. Si ringrazia l’arch. Roberto Meloni per la preziosa collaborazione

 

P.I.T – TERNI – GALLERIA FOTOGRAFICA DEL CANTIERE (01/08/2016)

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Ruolo/Fase Credits
Struttura titolare del progetto Comune di Terni – Assessorato ai LLPP: Assessore Stefano Bucari

Comune di Terni – Progetto Speciale Dipartimentale riqualificazione del territorio e sistemi urbani – Dirigente Arch. Carla Comello

Responsabilità del Procedimento Responsabile Unico del Procedimento:

Arch. Roberto Meloni – Comune di Terni

Contatti:

tel.: 0744/549971 – 3396366497

mail: roberto.meloni@comune.terni.it

skype: rob.meloni

Collaborazione e supporto al RUP per le varie fasi della procedura:

Geom. Mauro Passalacqua – Comune di Terni

Geom. Guido Cianfoni – Comune di Terni

Geom. Giampiero Petrelli – Comune di Terni

Arch. Antonio Aino – Comune di Terni

Ing. Matteo Bongarzone – Comune di Terni

M.A. Giuliana Marconi – Comune di Terni

Geom. Marco Cannata – Comune di Terni

Sig.ra Emanuela Marucci – Comune di Terni

Supporto al RUP in fase di realizzazione:

Arch. Renato Benedetti – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti) 

Arch. Carla Sorrentino – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Ing. Loris Manfroni – Manfroni Engineering Workshop 

Concorso di progettazione Progettisti prima fase: 

Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Arch. Lorenzo Pignatti

Arch. Maria Federica Ottone

ARUP

Progettisti seconda fase: 

Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Manfroni Engineering Workshop

Arch. Lorenzo Pignatti

Arch. Stefania Gruosso 

SMT Architetti Associati

Progetto definitivo Progettisti:

Arch. Renato Benedetti – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti) – Capogruppo ATI

Arch. Carla Sorrentino – Benedetti Architects (formerly McDowell+Benedetti)

Ing. Loris Manfroni – Manfroni Engineering Workshop – ATI

Arch. Lorenzo Pignatti 

Arch. Stefania Gruosso – ATI

Computi:

Arch. Andrea Calo’ 

Consulenza e progetto illuminotecnico:

Cirrus Lighting – Viabizzuno

Verifiche della progettazione definitiva e esecutiva Supporto al RUP per le verifiche strutturali:

Ing. Marco Serini – Provincia di Terni

Supporto al RUP per le verifiche legate alla sicurezza:

Geom. Claudio Berretti – Comune di Terni

Supporto al RUP per le verifiche legate agli aspetti idrogeologici:

Geol. Paolo Paccara – Comune di Terni

Verifiche comportamento aeroelastico:

Galleria del Vento presso CRIACIV (Centro di Ricerca Interuniversitario in Aerodinamica delle Costruzioni e Ingegneria del Vento) di Prato – Università di Firenze, Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale

Appalto integrato- progetto esecutivo Progettazione architettonica e strutturale:

Studio Tecnico Peroni

Ing. Marco Peroni

Collaborazione alla progettazione architettonica:

Arch. Filippo M. Martines

Progettazione esecutiva impianti elettrici e speciali:

Reconsult S.r.l.

Ing. Giancarlo Sfarra

Appalto integrato-esecuzione lavori

Aggiudicatario Research Consorzio Stabile Scarl in Associazione temporanea con l’Impresa Ferone Pietro & C. S.r.l.

Impresa consorziata esecutrice Costruzioni Barozzi SpA (Cobar SpA).

Direzione Lavori Direttore Lavori:

Ing. Leonardo Donati

Ufficio Direzione Lavori

Direttore operativo – Geom. Fabrizio Sabatini – Comune di Terni

Ispettore di cantiere – Geom. Maurizio Mezzasalma – Comune di Terni

Ispettore di cantiere – P.I. Emiliano Lenticchia – Comune di Terni

Coordinamento sicurezza Coordinatore della sicurezza in fase di progettazione:

Arch. Danilo Ricucci – componente ATI titolare progetto definitivo

Coordinatore della sicurezza in fase di esecuzione:

Ing. Lorenzo Catraro

Collaudi Collaudo statico:

Ing. Antonio Turco

Identificazione dinamica e relative misurazioni:

CRIACIV (Centro di Ricerca Interuniversitario in Aerodinamica delle Costruzioni e Ingegneria del Vento) – Università di Firenze, Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale

Prof. Massimiliano Gioffré – Università degli Studi di Perugia

Collaudo amministrativo:

Arch. Cinzia Mattoli – Comune di Terni

Hotel a Roma – HOTEL HASSLER

Un reportage su location di lusso, una serie di articoli su hotel, SPA, ristoranti, lounge bar,  accomunati dall’esclusività, la cui clientela richiede alti standard qualitativi, a partire dagli interiors, ed un’atmosfera ricercata, piena di fascino e sempre più rispondente alla personalità di ognuno.
Un panorama dì realtà apprezzate, non soltanto dagli “addetti ai lavori”, ma anche dal pubblico, clienti, fruitori delle “top location”, dove architettura, design, arredi e complementi, sono declinati secondo filosofie ed approcci molteplici, proprio in virtù della connotazione dei destinatari a cui si rivolgono.
Passerò disinvoltamente da contesti estremamente brillanti, ricchi di tematiche, espressione delle tendenze di un design certamente di impatto, che ha successo soprattutto al livello internazionale, secondo uno stile presente, tra gli altri, anche al Salone del Mobile di Milano, spesso in abbinamento a maison di moda; a luoghi in cui domina l’essenzialità stilistica, dove è evidente la purezza della linea, richiamando la bellezza dello spazialità, dei volumi e delle forme, esaltate dalla convivenza di pochi materiali, di derivazione sia tecnica, sia naturale; fino a raggiungere ambienti più intimi, con atmosfere fortemente evocative, intrinseche di suggestioni amplificate dagli elementi della natura, come acqua e pietra, definendo un setting da vivere nella privacy e nel relax.

HOTEL HASSLER

26 Maggio 2016

Inaugurato nel 1893, l’albergo è gestito, sin dal 1921, dalla famiglia svizzera Wirth, oggi rappresentata da Roberto E. Wirth proprietario e direttore generale, che nel discorso in occasione del cocktail dà il giusto risalto al grandioso panorama della terrazza,  facendo notare che da qui sono visibili tutti gli uffici delle figure istituzionali più importanti: la Presidenza della Repubblica al Quirinale, il Papa in Vaticano, il Sindaco al Campidoglio…   …oltre al suo naturalmente.

piazza di spagna nottejpg

In questo palazzo di eccezione, l’architettura è duale poiché conserva le stratificazioni degli stili nel tempo, pur manifestando un forte orientamento alla contemporaneità. Tutto si svolge nel segno di un elevato senso estetico, che altrove è andato perso: questo luogo mantiene alta l’esclusività e costituisce manifestazione puntuale di brillantezza, in una Roma dal fascino sottile e lievemente bohemienne, dovuto anche al periodo storico che stiamo vivendo.

Ho scelto di porre l’accento su uno “spot di luce”, affinché sia di esempio e contribuisca a promuoverne  e diffonderne la propensione all’eccellenza: infatti l’atmosfera che si è creata durante il cocktail party, complice la suggestiva ora del tramonto romano, che assume toni fiabeschi tipicamente nel mese di maggio, è parte integrante delle impressioni che intendo condividere con chi legge, evocando pensieri e sensazioni attraverso flash, immagini, panoramiche e zoom su dettagli selezionati.

Non c’è soltanto l’architettura fine a sé stessa, incorruttibile, distaccata, vista nell’attimo che precede il popolamento ed il vissuto umano; è interessante osservare altresì alcune istantanee di una realtà sfaccettata, contestualizzata e multisensoriale, un’atmosfera di ricevimento per il quale è stata scelta una venue attualissima, dal backgroud storico. Le origini  tardo rinascimentali hanno evidenza soprattutto all’esterno, in facciata; per poi lasciare spazio internamente, all’impianto ed alle strutture principali del palazzo, realizzate a  seguito di una importante demolizione e ricostruzione a cavallo tra gli anni ’30 e ‘40, ed infine sfociare negli interiors, dal design contemporaneo declinato in diverse accezioni e contaminazioni.

In tale contesto, goduto dalla terrazza al settimo piano normalmente riservata e raramente accessibile, in una città dai colori “crepuscolari” unici, assumono importanza gli allestimenti, la cura del dettaglio e le decorazioni, eleganti, fresche, chiare, mai eccessive.

terrazza b

Con lo stesso spirito composto ed entusiasta degli intervenuti, il mio sguardo spazia dal rooftop di eccezione e punto di vista privilegiato, ed incontra, in primissimo piano, i due campanili della Chiesa della Trinità dei Monti ed a seguire Villa Medici, con un orizzonte definito dallo skyline romano fatto di cupole, obelischi, campanili, capriate e  monumenti; quadro in cui si inserisce uno squarcio prospettico della scalinata su Piazza di Spagna e la Barcaccia del Bernini.

terrazza a
Qui “il bello” costituisce il driver di integrazione massima, di architettura, arredo ed ornamento, quasi a rievocare la filosofia e la ricerca estetica di Walter Gropius, a cui si è teso riproponendo citazioni di epoche diverse nei complementi di arredo e scultorei. L’atteggiamento del designer trasmette la ricerca dell’”opera d’arte totale”, che ricorda quella portata avanti nel periodo dell’Art Nouveau. Per meglio spiegare tali riferimenti, nella suite al quinto piano, aperta per selezionati ospiti in questa occasione, non si può fare a meno di notare diverse citazioni degli ordini classici, con colonne a sostegno di controsoffitti e cornici, porte specchiate, pavimento in graniglia di marmo chiaro bordato, accanto a  moquettes a scacchiera bianca e nera nella stanza da letto ed il mosaico nero con cornice bianca in bagno, dove semiparaste incorniciano la specchiera illuminata da due applique con lo stelo impugnato da una mano scolpita.
swarovsky
Il tutto si rimescola in un nuovo vissuto assolutamente attuale, con elementi di estrema contemporaneità come una composizione di Swarovsky all’interno di una semicupola realizzata nel controsoffitto, le textures della tappezzeria con disegni sinuosi e stilizzati a fil di ferro nero su sfondo panna. Anche gli affacci, costituiti da balconate su due fronti del palazzo, stupiscono e mescolano: sulla balconata che affaccia su Piazza di Spagna mi attende un cane dalmata in ceramica; mentre sull’altro lato trovo una statua neoclassica di donna con abito a drappeggio, incorniciata dai campanili di Trinità dei Monti.

dalmata
Leggo un’operazione di design tendente a dare una connotazione moderna, alle stratificazioni presenti nel palazzo, a partire dall’epoca della costruzione nel tardo Rinascimento,  ponendosi in una dialettica piacevolmente dissonante con le rievocazioni storiche.  Una dinamica e brillante risimbolizzazione in chiave moderna, che reinterpreta con personalità e talvolta irriverenza i luoghi, come il “Palm Court” Bar, dai colori fluorescenti ed i bordi  marcati con geodesiche di luce, allestito all’interno del cortile storico.

Palm court bar
Lo spirito della sperimentazione, mescolanza, reinvenzione e ricchezza, condotta sempre con materiali e finiture di pregio, cura e ricercatezza nei fattori di scala e nei particolari, sono gli aspetti su cui intendo focalizzare l’attenzione dei lettori, colleghi, architetti e designers, curiosi del genere ed estimatori del lusso in tutte le sue espressioni, in quanto in questa sede l’intento non è puramente e pedissequamente descrittivo della best practice del design nelle top location , ma vorrei enfatizzare un’impressione durevole, un bagaglio cognitivo e sensoriale che questi luoghi permettono di acquisire e si ricorderanno anche dopo averli lasciati.
suite 5p
Questo è un lusso fatto di ispirazione ed a sua volta ispirante, a cui tutto un filone dell’architettura tende, ognuno con uno stile diverso e peculiare personalità della mente creativa, con il fine primario di trasmettere qualità, stile, ricercatezza ed aggiungiamo anche un certo “misurato eccesso” volto a farsi notare e stupire, che del resto non è troppo lontano dall’aria che si respirava a Roma in epoche di maggior fasto. Dunque ben venga farlo rivivere in luoghi articolati, complessi ed unici, in cui convivono in un rapporto di complementarietà storia, bellezza, e stile italiano dei nostri giorni.

 

Le foto sono di Maria Giulia Simeone ad eccezione della foto del Palm Court Bar tratta dal sito dell’Hotel

Una certa confusione, fra progetti di architettura non realizzati e disegni di architetture impossibili.

30 aprile 2016

Ammetto di fare confusione. Eppure non dovrei. Il confine tutto sommato dovrebbe essere facilmente individuabile da un lato il lavoro degli architetti, che si occupano di immaginare le cose/le case, tradurle nei disegni, nei computi metrici e negli atti burocratici necessari alla loro realizzazione e poi seguirne la costruzione, dall’altro lato il lavoro degli artisti, la cui immaginazione, quando pure si applica a qualcosa che assomiglia ad un edificio, non è costretta dai confini della realizzabilità, dell’economicità del processo, dei vincoli legislativi etc., ma piuttosto è libera e può dare esiti del tutto innovativi e sorprendenti.

Non può certo trarmi in inganno il metodo con cui vengono realizzate le immagini. Il fatto che esista una generazione di fotografi che sanno usare gli stessi programmi di modellazione solida usati da noi architetti per la renderizzazione, con in più una attenzione infinitamente maggiore per cogliere, attraverso una raffinata preparazione delle texture da applicare ai materiali, il soffio della vita reale, quella “sporcatura del mondo” che differenzia (o almeno in passato differenziava) le foto dai rendering. No, non può essere questo.

E’ qualcos’altro che si annida fra le pieghe di una certa ripetitività dei comportamenti umani. E allora ripenso alla figura del disegnatore Hugh Ferris per come viene descritta nel libro Delirious New York, al suo ruolo di guida nel tracciare una strada per gli architetti e al paesaggio urbano che andava immaginando.

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E’ possibile, mi chiedo, che alcune delle visioni degli artisti che oggi immaginano i nuovi paesaggi urbani stia in qualche modo analogo tracciando una strada?

Ma forse devo fare un passo indietro. Ad una riflessione di oggi pomeriggio. Una giornata passata davanti al computer senza voglia di lavorare e dedicata quindi ad una vorticosa ricerca di immagini, con un unico filo conduttore: rendering di cose non realizzate o non realizzabili. Diciamo quindi che di per sé il tema della ricerca era confuso, e lo scopo poi del tutto assente. Una pura curiosità intellettuale.

Tutto inizia quando mi cade l’occhio su un immagine realizzata da Xavier Delory. Non lo conoscevo, si tratta di un “fotografo concettuale”, come si autodefinisce sul suo sito, che ha studiato, fra le altre cose, grafica 3D. Unendo le due sue capacità principali si dedica a creare nuovi paesaggi urbani.

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Sono paesaggi impossibili. Sorprendenti. Fanno quasi venire il dubbio che si tratti di immagini di un progetto. No però. Non possono essere progetti perché sarebbero assurdi, ovviamente (ma intanto un piccolo tarlo incomincia a scavare, senza ancora sapere dove andare).

Fra queste immagini c’è una fantasia particolarmente divertente. Violentare Ville Savoye! Che gusto poi per me, che con gli anni ho preso un infinita distanza da Le Corbusier. Immaginare di coprire quel caposaldo del movimento moderno con la barbarie di pessime scritte fatte con le bombolette spray. Una installazione solo immaginata, ma già così dissacrante.

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Che cos’è questo quindi? Il progetto di un installazione? E’ l’installazione stessa, o meglio l’opera d’arte stessa? Si certo. Non serve metterla in atto. Non è un progetto di qualcosa da realizzare. Già averla pensata è la sua realizzazione. Il titolo poi è perfetto: Sacrylège.

Ma ricercare immagini con internet è un po’ come salire su un albero di ciliegie e cominciare a piluccare, risulta difficile smettere. Per cui mi ritorna in mente il nome di Filip Dujardin, un altro fotografo capace di usare molto bene il 3D per dare vita ai suoi paesaggi interiori.

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Alcune delle sue immagini rappresentano delle installazioni (che peraltro sarebbero dei fatti urbani assolutamente considerevoli anche nel mondo reale).

Altri lavori invece, e mi riferisco in particolare alla serie “Fiction”, hanno un rapporto più stretto con l’architettura. Potrebbero tranquillamente passare per dei progetti di architettura, magari discutibili per la difficoltà realizzativa e per la ricerca del paradosso statico, ma tutto sommato, con grande sforzo, costruibili.

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Ma di nuovo ci ricasco, no, non possono essere progetti perché sono in realtà impossibili da realizzare. Eppure l’estetica di quegli edifici brutali, che si arrampicano l’uno sull’altro mi ricorda qualcosa… ma certo come no!

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The Interlace, il nuovo edificio realizzato da OMA/Ole Scheeren a Singapore! Che nei rendering appare sempre ricco di verde in ogni dove, ma nella realtà è assai duro. Il tipo di edificio che mi fa pensare al passare del tempo. Mi viene da pensare che andrà visto alla prova nel corso degli anni, quando avrà perso, com’è inevitabile, quella patina di nuovo che adesso lo caratterizza (e il “condominio” si porrà per la prima volta il problema di rifare le facciate).

L’immaginario di una città che si arrampica su se stessa, che si decompone è un tema ricorrente nella ricerca di diversi artisti, fra questi anche un italiano, Giacomo Costa, che partito ormai tanti anni fa dai semplici collage di edifici che si accalcavano uno sull’altro, adesso è arrivato ad un certo pessimismo sul paesaggio del futuro (del presente?).

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Questo non mi turba. Non è certo questa atmosfera densa, questo gusto per la rovina dell’edificio che può destabilizzare. Questa è pura visione immaginaria, memorie da quando durante gli anni della cosiddetta “guerra fredda” immaginavamo un futuro postatomico.

Su questo poi si innesta un altro filone di ricerca per immagini. Quello del perverso gusto della rovina di architettura. Su internet lo chiamano anche “Ruin porn”, e in effetti qualcosa di perverso c’è nel guardare le foto degli edifici abbandonati in Unione Sovietica.

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Eppure in qualche modo fanno parte della stessa linea di ricerca estetica. Il reale insegue il virtuale e viceversa. Ed è qui che inizio a faticare a distinguere l’uno dall’altro.

Le fantasie neogotiche dell’artista Jim Kazanjian ad esempio sono del tutto virtuali, è chiaro.

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E non costituiscono certo un modello di riferimento per nessuna costruzione nel mondo reale.

La “Casa Brutale” invece si presenta come un progetto di architettura.

10-casa-brutale

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Pubblicato in tutto il mondo nel luglio 2015 dallo studio OPA Open Platform for Architecture, potrà forse essere estremamente difficile da realizzare, ma come negare che almeno ha una tensione verso il costruito.

E infatti traccia una strada che altri seguono poco dopo, mi riferisco ad Alex Hogrefe con il progetto Cliff Retreat, altro best seller mondiale,

11-cliff-retrait

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Qualcuno giustamente potrebbe notare che è il lavoro di un grafico più che di un architetto. Si, è possibile, ma anche qui come non notare anche che potenzialmente questo edificio è costruibile. Ed è addirittura pensato nei suoi dettagli più intimi, è rappresentato nelle viste meno scenografiche.

12-cliff_interior

12-cliff_interior

Peccato che nella realtà non esista questa scogliera, che la normativa nella maggior parte dei paesi più civili impedisca di costruire in posti la cui bellezza paesaggistica è tutelata e che il costo di un edificio del genere sia tale da renderlo perlopiù antieconomico. Peccato veramente. Ma ha senso fare la distinzione fra costruito e non costruito? Se un progetto è stato pensato fino al dettaglio, c’è per forza bisogno di costruirlo per attribuirgli la dignità del progetto architettonico?

Di sicuro questa è una domanda che si è sentito fare fin troppe volte il nostro Antonino Cardillo. Uno dei migliori architetti italiani, forse fra i migliori del mondo, ma finora con poche occasioni di dimostrare in pieno il proprio valore in un processo costruttivo completo. Autore già alcuni anni fa di bellissime opere, purtroppo non costruite, come la Convex House.

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Ma da Eisenman a Terragni (che poi forse erano addirittura la stessa persona), si sa che i progetti a cui si tiene di più faticano ad essere costruiti, ma questo non vuol dire che non siano o non possano essere dei caposaldi dell’architettura, come nel caso dell’edificio progettato da Terragni su via dei Fori Imperiali.

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Chissà come sarebbe stata la nostra vita se…

Se avessero costruito quell’edificio.

Se invece di fare il mestiere di architetti avessimo fatto il lavoro degli artisti, immaginandoci nuovi paesaggi urbani senza l’ansia di dover poi costruire le cose disegnate, lasciando correre la fantasia liberamente.

immagini: internet

editing: Giulio Pascali

Rigenerare Corviale versus Demolire Robin Hood Gardens. Roma e Londra: Due casi studio a confronto

25 aprile 2016

Roma e Londra rivisitano le utopie del Moderno e affrontano lo stesso dilemma: come sanare le ferite urbane di due architetture che hanno fallito la loro missione sociale. Due condomini degli anni ’70, due progetti firmati da colti architetti, due architetture che trasformano la missione sociale del Movimento Moderno in ideologia del sociale.

Due opere di circa 40 anni fa, criticate e apprezzate, simboli delle conquiste del welfare del dopo guerra. Progettate sul modello dell’Unità di Abitazione di Le Corbusier, Padre del Moderno. Modello applicato a molti interventi delle periferie italiane del boom edilizio dagli anni ’60, tra i molti il quartiere Zen di Palermo.

Corviale (Roma)_Mario Fiorentino e altri.

Un problema, due soluzioni.

ROMA, 1972. L’IACP (oggi ATER) affida al Team guidato da Mario Fiorentino il progetto del complesso del Corviale che si costruirà nella periferia sud-ovest della Capitale, nei pressi di via Portuense.

LONDRA, 1972. L’allora GLC (Greater London Council) affida ad Alison and Peter Smithson il progetto di Robin Hood Gardens, in un quartiere dell’est di Londra, poco lontano da Canary Wharf.

ROMA, 2015. L’ATER lancia un Concorso e stanzia 7,2 milioni di euro per una prima fase di lavori per rigenerare Corviale.

LONDRA 2015. Al capolavoro brutalista degli Smithson non viene concesso il vincolo storico-monumentale, nonostante la richiesta della Twentieth Century Society. L’intero complesso è in attesa di essere demolito e sostituito da un nuovo masterplan che prevede 200 nuovi alloggi entro il 2020.

Robin Hood Gardens_designed by the Smithson

Vorrei sollecitare due riflessioni e un interrogativo sui modelli abitativi contemporanei.

La prima riguarda la flessibilità degli strumenti procedurali e attuativi con cui due Nazioni della Comunità Europea, come l’Italia e l’Inghilterra, affrontano il tema della rigenerazione urbana ed in particolare delle periferie. Demolire, creare alloggi volano (come avviene comunemente anche in Olanda) e ricostruire condomini dignitosi, sostenibili e in sintonia con le nuove performance di risparmio energetico è possibile nel nostro Paese oggi?

La seconda riguarda la salvaguardia degli edifici storici. Nonostante Robin Hood Gardens sia un’opera di due Maestri come Peter e Alison Smithson, il Governo ha ritenuto, -senza niente togliere al valore del miglior Brutalismo anglosassone-, che non si dovesse applicare il vincolo storico monumentale. In Italia, siamo afflitti da falsi capolavori intoccabili, li potremo mai rivalutare e forse demolire?

Unité_d'Habitation_Designed by Le Corbusier

Ed infine un interrogativo: esiste un interesse concreto verso il rinnovamento tipologico del social housing del futuro? Se a Londra le ‘streets in the sky’ di Robin Hood Gardens sono state considerate un disastro sociale, perché Interlace, la mega struttura residenziale di Ole Scheeren e OMA a Singapore ha ricevuto la nomina di “World Building of the Year 2015” al World Architecture Festival?

The Interlace, Condominium_Designed by Ole Scheeren / OMA

Autore: Cristina Donati
Foto: internet
Editing: Giulio Paolo Calcaprina