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Sulla poetica del camouflage (un articolo non basta).

6 Gennaio 2020

“Sono molto felice per questo prestigioso premio, perché si tratta di un riconoscimento all’innovazione nell’ambito dell’architettura. È un invito a pensare all’architettura come un’anticipazione del futuro per ognuno di noi, non solo come l’affermazione di uno stile o di un linguaggio”. (Stefano Boeri, vincitore nel 2014 con il “Bosco Verticale” dell’International Highrise Award, competizione internazionale a cadenza biennale per l’assegnazione del premio di grattacielo più bello del mondo).

In foto: Bosco Verticale a Milano (2014), progetto Stefano Boeri.

Il Bosco Verticale è costituito da due edifici residenziali, di 18 e 26 piani, realizzati nel Centro direzionale di Milano, ai margini del quartiere Isola. Peculiare è la presenza di piante, perlopiù arbusti, sui balconi per adornare i prospetti. Il progetto ha avuto un grande consenso internazionale con un gran numero di articoli elogiativi e, se vogliamo, meritati.

Boeri ha realizzato un progetto, divenuto “icona” dello sviluppo sostenibile Made in Italy (con la leadership milanese a giocare un ruolo di primo piano). Icona prima, poi paradigma, cioè progetto in predicato di replicabilità, di riproduzione. Mi incuriosisce il fenomeno: in primis dal punto di vista dello stesso autore – che ha accolto il “riconoscimento” generale del progetto e ne ha fatto un marchio di fabbrica. I principi su cui si basa il progetto, in particolare rispondere al bisogno di verde dei cittadini, scaturisce in un modello architettonico non facilmente replicabile all’interno di una strategia urbana, specialmente per gli intuibili maggiori costi di costruzione e di gestione. Il suo desiderio di innovare il linguaggio e i temi dell’architettura, al di là del noto e dello sperimentato, non troverebbe un solido appoggio teorico-pratico. Mi incuriosisce molto, anche, potere comprendere se i numerosi progetti analoghi proliferati nel mondo scaturiscono tutti dallo stesso ceppo milanese o siano germogli di altri semi. Non mi spaventa in sé neanche l’effetto Boeri in quanto fashion design, ovviamente, mi preoccupa più l’emulazione meccanica in nome di una retorica ecologista, retorica in quanto rimuove l’insostenibilità di realizzazione, al netto anche di un suo possibile uso per legittimare eventuali speculazioni edilizie.

Facciamo qualche esempio di “ripetizione” del Bosco Verticale, con le costanti e le differenze progettuali, cercando di comprenderne i meccanismi.

 

Magic Breeze Sky Villas

 “Crediamo che ai giorni d’oggi un modo sostenibile di costruzione sia più prezioso che mai”. (Dayong Sun e Chris Precht, Penda Architecture)

Nell’immagine: Giardino verticale “Magic Breeze Sky Villas” a Hyderabad, India (2016), progetto Penda Architecture.

Effetto Boeri? Non sembrerebbe. Lo studio, con sede a Pechino e Vienna, ritiene che il loro agire sostenibile, orizzontale e verticale possa essere utilizzato per la città del futuro in quanto lo stato attuale dell’irresponsabile pianificazione urbana, dell’inquinamento atmosferico e della crisi economica chiedono agli architetti di ripensare il processo di costruzione. Proprio sotto questi auspici nasce il progetto per il complesso residenziale chiamato “Magic Breeze”, dove il verde offre grande senso di vitalità, oltre a fornire ventilazione naturale a tutto il complesso. In questo caso, rispetto a Milano, per il giardino verticale è stato sviluppato un sistema di fioriere modulari all’esterno dei balconi di ogni unità abitativa con funzione di orto domestico, auspicando ambiziosamente l’autosufficienza alimentare. Anche il balcone è progettato come una superficie erbosa, per evocare la tipologia di “casa privata con giardino”. Inoltre, i progettisti dichiarano che l’intero complesso è stato modellato dalle regole del Vaastu, sistema architettonico indù tradizionale, che prescrive principi di orientamento e layout per l’abitare in armonia con la natura. Infine, il sito del complesso è circondato da un lago naturale sul confine sud orientale, che viene utilizzato a scopo irriguo per il verde orizzontale e verticale. I Penda, a differenza di Boeri, cercano una soluzione più versatile di “parete vivente”, si impegnano sul piano della manutenzione e gestione del verde. In tutti i casi, però, non si riesce a leggere una riflessione teorico-filosofica a cui segue la sperimentazione pratica, fermo restando che l’integrazione edificio-natura è un fatto complesso, che non consente scorciatoie. È chiaro, però, che approcciare il tema con la sciatta retorica “green”, oggi tanto popolare e sempre più pervasiva, si rischia di considerare l’architettura come minaccia piuttosto che risorsa, inducendo conseguentemente a camuffarla con il verde.

 

Valley

“Tutti gli alberi tagliati per far posto al nuovo edificio saranno ripiantati in quota”. (Winy Maas, MVRDV)

Nell’immagine: “Valley” edificio ad uso misto ad Amsterdam, Paesi Bassi (ultimazione prevista 2021), progetto MVRDV.

Winy Maas è a capo con Jacob van Rijs e Nathalie de Vries dello studio MVRDV, ormai di fama internazionale, con circa 250 dipendenti, diversi progetti in progress un po’ ovunque nel mondo, in evidenza per soluzioni sfrontate, spettacolari e a volte ironiche. Quello che incuriosisce anche in loro è il recente cambio di approccio, un tentativo di impattare meno che però non ha nulla a che fare con il genius loci, più con la facile retorica ecologista. Ad oggi, pur provenendo da progetti “spavaldi”, vedo un loro avvicinamento al camouflage, almeno in teoria. Forse l’avere fortemente burocratizzato l’edilizia in nome della sostenibilità sta distruggendo l’architettura? Ad Amsterdam, l’edificio “Valley” è a uso misto, 75.000 metri quadrati nel quartiere degli affari, unità abitative, uffici, parcheggio, sky bar, spazi commerciali e culturali. Un edificio che vuole essere vitale, per trasformare il quartiere degli affari in un luogo più umano e vivibile. Il progetto, come al solito spregiudicato, prende la forma di una scatola impilata a terrazze che sale a tre picchi di diverse altezze, la più alta di 100 metri con lo Sky Bar a due piani. La facciata residenziale, rivestita in pietra naturale scolpita, è stata progettata in modo parametrico per consentire alla luce solare di penetrare in tutti i 196 appartamenti del complesso, tutti caratterizzati da una pianta unica. In quanto edificio ad uso misto, anche esternamente si legge la transizione tra le tipologie diverse per creare un paramento esteriore rispettoso e coerente. In diretto contrasto con questo, come già accennato, la facciata residenziale interna è definita da una serie di robuste terrazze in pietra ma, da notare, con grandi fioriere che ricoprono l’edificio di vegetazione, “gli alberi tagliati per far posto al nuovo edificio saranno ripiantati in quota”. È sicuramente un cambio di tendenza, concordo sulla necessità di riprendere un dialogo architettura-natura ma seriamente, senza facile retorica, senza furbizia, senza speculazione culturale, senza codardia nel presentare dei giganti edilizi camuffati da operazioni ecosostenibili.

 

Acquarela community

 “Una posizione culturale in architettura è una necessità. Ciò comporta il rifiuto di soluzioni già pronte o facili a favore di un approccio che sia globale e specifico”. (Jean Nouvel)

Nell’immagine: Acquarela community a Quito, Ecuador (2019), progetto Jean Nouvel.

Quito è la capitale dell’Ecuador, si trova ai piedi delle Ande a un’altitudine di 2850 metri, costruita sulle tracce dell’antica città inca. Per la periferia di Quito, una zona rurale ad est della città, Nouvel ha progettato un importante complesso residenziale. Il progetto comprende nove blocchi avvolti da balconi curvilinei rivestiti in pietra. Le pareti interne hanno ampie vetrate che si aprono sullo sfondo montuoso. Come in un singolare cohousing, si prevede la condivisione di piscine, club house con tanti servizi, pista da bowling, pista di pattinaggio, sala yoga, sala musica, mini-golf e un cinema. Altre strutture includono l’accesso a campi da calcio, squash e tennis; aree progettate per bambini e ragazzi; aree di lavoro, parrucchiere, spazi per eventi, palestra, SPA e quant’altro. Insomma un grandioso complesso residenziale con servizi di lusso e tanto verde all’interno dei balconi realizzato proprio in modo da scorrervi sopra i bordi.

Qualcosa, però, non torna. Jean Nouvel è uno dei nomi più grandi dell’architettura mondiale. È promotore negli anni 70 di una vera e propria rivoluzione della cultura architettonica francese. Classe 1945, nel 1966 si classifica primo al concorso di ammissione della Scuola delle Belle Arti a Parigi, dove si diplomerà nel 1972. Durante gli anni di formazione viene a stretto contatto con la filosofia di due grandi menti dell’architettura come Claude Parent e Paul Virilio. Inizia una carriera costellata di premi, fino al Pritzker nel 2008. La sua visione innovativa, il suo andare contro i limiti della specificità dell’architettura, lo hanno sempre caratterizzato. Allora, come classifichiamo questo progetto?

È frutto di motivi commerciali e di marketing? Probabilmente è solo la tendenza attuale che coinvolge lo starsystem, per cui gli architetti si ritrovano impegnati con i costruttori a inventare stratagemmi per continuare a speculare indisturbati e, nel contempo, nascondere la banalità, la brutalità, la violenza delle loro costruzioni, camuffate con il verde ai balconi e alle terrazze. È un circolo vizioso, perché è lo stesso verde che richiede costose soluzioni di impermeabilizzazione e di manutenzione, che fa lievitare il valore immobiliare, in modo che i futuri proprietari di queste residenze di “lusso” saranno quelle stesse famiglie facoltose che potranno vantarsi di abitare in appartamenti firmati e pubblicizzati da architetti famosi.

Non mi piace per niente, voglio dire che il successo mediatico delle fioriere (aiutato o meno, meritato o meno) ha distorto un po’ i contenuti del progetto, impegnandosi ad assecondare convenientemente la retorica ecologista con le apparenze attraverso una sostanziale insostenibilità. Un solo progetto lo avrei sottoscritto come manifesto ma non come prototipo. L’effetto replica che lo stesso Boeri ha fatto del Bosco Verticale in giro per il mondo o l’emulazione generatasi ha travisato il senso dell’architettura. Concordo, tuttavia, sulla necessità di riprendere seriamente un dialogo architettura-natura ma senza facile retorica, con un ritorno all’etica di vitruviana memoria, l’architettura strumento di adattamento dell’uomo alla natura, senza prevaricazione ma in armonia. Assimilare l’innovazione sino a farla diventare un modello ripetibile. Per questo serve un metodo, una teoria, del tempo. Arte/filosofia/sociologia/linguistica/poetica devono confluire nella concretezza dell’opera architettonica, quale organismo urbano, utile, funzionale, efficiente, non retorico. Questi esperimenti finora incontrati non pare riescano a rappresentare una sintesi teorico-pratica del pensiero progettuale, non identificano l’opera d’architettura benché riescano ad accreditarsi nella contemporaneità. È l’era del fashion design trasposto all’architettura, una tendenza che si è accreditata con la figura dell’archistar, nulla a che vedere con i maestri dell’architettura. Inoltre, gli architetti dello starsystem, chiamati e utilizzati dai costruttori per legittimare le loro scatole vuote vestite di verde ecologista. Forse per cambiare le cose, però, un articolo non basta.

 

Testo di: Santo Marra
Foto: Bosco Verticale © Giulio Paolo Calcaprina; Acquarela: render di Jean Nouvel Architecte; Valley: render di MVRDV architects; Magic Breeze Sky Villas: render di Penda Architects
Editing: Giulio Paolo Calcaprina

Le pratiche trasgressive nel Bauhaus: la perversione è un elemento generativo essenziale dell’Architettura?

1 Dicembre 2019

Un articolo pubblicato su Metropolis   riassume la ricerca condotta dalla storica dell’architettura Beatriz Colomina, Professoressa della Princeton University, con la quale si mette in evidenza un aspetto del Bauhaus poco conosciuto e che consente di inquadrare meglio la complessità della scuola nota principalmente per il suo ruolo nell’architettura e nel design di ispirazione Razionalista.

Siamo abituati a pensare all’architettura Moderna per il suo ruolo normalizzante e standardizzante. Una certa idea condivisa dell’architettura affida addirittura ad essa il ruolo di regolatore normalizzante della realtà; ruolo che il razionalismo, con la sua pretesa di oggettivizzare i fenomenti architettonici, non ha certo messo in discussione.

Non è un mistero che il Bauhaus, per l’epoca in cui fu attivo, costituì  uno degli eventi storici più rivoluzionari nella storia del design e dell’architettura.

Con il tempo però i risultati della ricerca creativa svolta dalla scuola si sono andati via via normalizzando ed oggi siamo abituati a considerare come “normali” i prodotti e le idee generate durante quella stagione creativa.

Una normalizzazione tale che oggi l’idea prevalentemente associata al Bauhaus non è certo quella di un luogo di estrema trasgressione; e questo nonostante non sia un mistero che nella scuola si adottassero, soprattutto nei primi anni sotto l’influenza di Itten , pratiche didattiche e approccio alla creatività “non convenzionali”.

Eppure appare evidente che difficilmente una istituzione che aspirava a rivoluzionare il mondo delle arti non potesse perseguire in maniera programmatica anche un approccio non convenzionale alla didattica.

Ma la ricerca di Colomina cerca di andare oltre allo specifico evento costituito dal Bauhaus con l’intenzione di generalizzare l’approccio cosiddetto “trasgressivo” all’intera storia dell’architettura. Secondo Colomina, esiste una tradizione nascosta nell’architettura che ambisce ad esplorare i limiti di quello che viene comunemente definito normale, che prova a superare la linea di confine tracciata dalla normalità, intrecciandola e complicandola.

Per esemplificare questa complessità Colomina prende ad esempio due personalità del mondo dell’architettura che si possono collocare agli antipodi dell’approccio alla materia della progettazione: le Corbusier e Carlo Mollino.

Le Corbusier in contrapposizione alla sua fama di architetto razionalista era una personalità profondamente interessata allo studio dell’occulto, delle scienze esoteriche, al feticismo, al nudismo e ad altre materie che confinano più con l’irrazionalità e con la spiritualità che con l’ordinamento razionale dell’universo desumibile dal suo modulor. Dopotutto lo stesso Le Corbusier nella sua seconda stagione mise profondamente in discussione le rigidità del razionalismo.

Al contrario Carlo Mollino era una figura apertamente e dichiaratamente trasgressiva nelle sue opere e difficilmente inquadrabile in una specifica definizione o corrente espressiva, ciononostante rimane un esponente universalmente riconosciuto dell’architettura Moderna.

Secondo Colomina “Le Corbusier è un architetto apparentemente razionale che è segretamente trasgressivo, e Mollino un architetto apparentemente trasgressivo che è segretamente al centro dell’architettura Razionalista.”

La questione che si pone la ricercatrice è se gli elementi di trasgressione siano da considerarsi delle anomalie rispetto all’architettura oppure se queste cosiddette perversioni non siano la vera e propria energia fondante dell’Architettura; in questo senso Colomina “rivendica l’uso del termine  ‘Perversione’ da una accezione negativa a una positiva”.

“Se non esiste qualcosa come l’architettura Moderna senza trasgressione, quello che è impressionante nel Bauhaus, e che è forse il segreto del suo successo, è la semplice densità di trasgressioni di ogni tipo”.

Questa forza generatrice della trasgressione è per Colomina una caratteristica peculiare di tutta l’architettura.

L’autrice prosegue analizzando alcuni elementi di trasgressione e perversione che furono introdotti nella scuola come elementi fondanti e caratterizzanti della didattica.

Viene fatto l’esempio di Johannes Itten che nel suo corso preparatorio introduceva un regime di dieta forzata, punizioni corporali, purghe e clisteri, seguendo i principi della religione mazdeista, con il preciso scopo di purificare l’anima dalla “materia gossolana” presente nel corpo. L’obbiettivo era quello di provocare una sorta di trance cognitiva che consentisse l’accesso al dominio spirituale.

Viene citato come all’interno della scuola fosse usuale esplorare le contaminazioni e le ibridazioni di genere, veicolate spesso attraverso la estrema varietà di acconciature che potevano essere sfoggiate: l’appartenenza alla scuola e l’aderenza alla sua trasgressività creativa era apertamente ricercata e esternalizzata anche e proprio attraverso l’originalità del taglio dei capelli.

L’uso innovativo della pelle nel design e nella moda, con i suoi espliciti riferimenti alla sessualità, fu per l’epoca un simbolo di ribellione culturale.

La sessualità stessa era un elemento utilizzato come veicolo per stimolare la creatività e le relazioni tra corpo docente e tra docenti e studenti. Le relazioni sentimentali erano all’ordine del giorno, l’autrice cita la relazione tra Lotte Beese (prima docente donna della scuola) e Hannes Meyer.

Unica nota non coerente in questa narrazione fu il trattamento discriminatorio riservato alle donne.

Nonostante il clima estremamente liberale della scuola, permanevano forti elementi di discriminazione di genere. Tutte le donne, dopo il corso preliminare venivano impiegate nel laboratorio, indipendentemente dal fatto che loro gradissero o meno essere coinvolte in questa attività, particolarmente lucrosa per la scuola; in pratica le donne erano costrette a lavorare per mantenere economicamente l’istituzione. Ma erano da questa discriminate e sfruttate. Gropius stesso sin dal suo discorso inaugurale teorizzava una diversità di genere sostenendo che la creatività potesse avere impulso molto più da un uomo che aveva vissuto gli orrori della guerra piuttosto che da una donna che aveva dovuto rimanere a casa.

Quello che viene descritto è comunque un quadro generale della scuola dove la ricerca della trasgressione e le pratiche spirituali erano trattate razionalmente come strumenti utili a stimolare in maniera scientifica la creatività.

Nonostante le intenzioni dichiarate dall’autrice non abbiamo riscontrato elementi che consentano di universalizzare il metodo creativo sviluppato all’interno del Bauhaus; anzi si potrebbe obbiettare che la stessa scuola sembrerebbe avere prodotto i suoi risultati più significativi per il design e per l’architettura, proprio nelle fasi in cui l’approccio trasgressivo appare meno evidente e predominante.

Resta nello sfondo quindi un interrogativo non banale che riguarda in effetti proprio il ruolo ambivalente che ha l’Architettura nel suo rapporto con la realtà; quali sono i limiti e i confini tra il ruolo normalizzante dell’architettura, intesa come arte generatrice di ordine all’interno della realtà costruita, e nello stesso tempo la sua funzione innovativa e creativa, intesa come svelatrice di fenomeni architettonici inesplorati.

 

Testo di Giulio Pascali.
Foto di Lucilla Brignola (2018).
Editing di Giulio Paolo Calcaprina.

Leggi l’intero articolo su metropolis

 

A cura di Giulio Pascali

Foto di Lucilla Brignola

Museo d’arte contemporanea Serralves – Alvaro Siza Vieira

Ci sono architetture he sono fatte per essere fotografate e che è possibile cogliere anche solo fotograficamente, mentre ce ne sono altre più complesse da comprendere, architetture che richiedono necessariamente una visita per comprenderne il senso dello spazio, la loro poetica. Tra questa seconda categoria ascriverei senza alcun dubbio il museo di arte contemporanea Serralves di Porto, di Alvaro Siza Vieira.È un edificio che appare sommesso quando si arriva. Una massa articolata dove la gerarchia è suggerita dal percorso esterno di ingresso e dalle sue linee spezzate.

 

i candidi volumi sono tagliati nettamente, senza cornici, bianchi, con giochi puntuali di pieni e di vuoti, per risaltare con le ombre nette della luce dell’Europa del sud.

Le facciate laterali sono interrotte da piccoli volumi posizionati accuratamente.

Questi volumi sono dei piccoli cannocchiali che ritagliano viste privilegiate tra le sale espositive all’interno e l’esterno.

 

In ogni sua componente l’edificio dialoga con l’esterno, dal taglio delle scale con vista sui giardini, alle grandi vetrate affacciantisi sulla corte interna,

presenti solo nelle sale che espongono le sculture. Con questo artificio i pezzi esposti si stagliano contro la luce delicata proveniente dall’esterno e la luce si spande all’interno donando un’atmosfera rarefatta.

Siza Vieira ha privilegiato l’uso della luce naturale per le sale da esposizione, facendola filtrare all’interno sempre in modo delicato. Una scelta precisa e non scontata, anche confrontandola con il museo d’arte progettato da Gregotti a Lisbona, che è illuminato artificialmente.

Questo capolavoro lascia aperta una riflessione profonda sul significato dell’Architettura, con il suo progetto misurato e attento al contesto, con il suo senso del Genius Loci. Un sapere quasi dimenticato in favore della fascinazione di macroscopici oggetti di design decontestualizzati.

Museo Gassoso – Opening

Si è concluso oggi il workshop di 6 giorni (4-9 giugno 2019) dedicato alla realizzazione di un Museo Gassoso, organizzato a seguire un convegno internazionale, tenutosi dal 28 al 31 maggio 2019. Entrambe le iniziative si sono state ospitate dal Macro Asilo di Roma.

L’Architettura Gassosa è una proposta concettuale, operativa, interpretativa e metodologica per l’architettura futura ideata da Emmanuele Lo Giudice., nella quale l’Architettura, in questo caso specifico un museo, si compone e scompone continuamente agglomerandosi attorno alle opere esposte.

Durante il workshop sono state realizzate le tipologie realizzative alla base del Museo Gassoso. Amate l’Architettura, Media Partner del workshop ha visitato l’opera finita o meglio l’attuale configurazione del Museo Gassoso e ne ha colto alcuni aspetti attraverso gli scatti fotografici che qui vi riportiamo.

 

LA STRUTTURA GENERALE – il contenitore del progetto del Museo Gassoso.

Questa struttura è un mero contenitore dentro al quale è esposto il plastico del  museo gassoso che è osservabile attraverso degli appositi fori.

 

LA STRUTTURA MODULARE

Attraverso l’ideazione di un modulo bidimensionale componibile è possibile creare strutture contenitive-espositve infinitamente variabili e traforabili. Nelle foto è rappresentata una struttura a semicerchio, montata quasi come fosse un totem.

 

I moduli, realizzati tutti interamente con tecniche di piegature e tagli, possono essere assemblati e disassemblati facilmente, con la possibilità di sottrarne anche nelle parti centrali per la creazione di passaggi.

 

 

 

 

 

 

LA STRUTTURA TRIDIMENSIONALE

È l’unica struttura con uno spazio interno (con eccezione del contenitore del progetto. In questa realizzazione le opere, degli schizzi, sono integrati con la struttura stessa.

Seguendo le caratteristica dei cartoni (la struttura è stata interamente concepita come un origami, senza collanti ma solo con incastri) la struttura ha seguito naturalmente le geometrie generate dai triangoli.

 

 

 

 

 

 

 

LA STRUTTURA CURVILINEA

È l’unica struttura che utilizza esclusivamente superfici curve intersecate tra loro. Nella configurazione rappresentata in fotografia si snoda su un solo livello. In realtà può snodarsi su più piani, come è stata realizzata nei giorno precedenti.

Data la complessità di realizzazione è l’unica struttura nella quale i tagli strutturali sono stati operati in loco, manualmente.

 

 

 

I CANNOCCHIALI

All’interno dell’area del Museo Gassoso sono stati disseminati alcun cannocchiali che focalizzavano alcun punti nodali della esposizione.

 

 

I PROTAGONISTI. L’ideatore.

Emmanuele Lo Giudice, ideatore della Architettura Gassosa

 

GLI INTERVENUTI. Ecco alcune foto dei tutor, partecipanti e, tutti insieme, realizzatori, del Museo Gassoso.

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto ed editing dell’articolo: Giulio Paolo Calcaprina ©2019. Tutti i diritti riservati.

 

 

 

 

Stazione Oriente, atmosfere da fantascienza.

PREMESSA.

Questo articolo è basato esclusivamente su impressioni personali ed è strutturato come un gioco di arbitrari accostamenti visivi. Ogni riferimento a scritti, monografie sul maestro e riferimenti bibliografici è puramente casuale.

Di Santiago Calatrava si è scritto tanto. Tutti conoscono il suo riferimento alle forme organiche, l’influenza che ha avuto su di lui l’opera di Le Corbusier, il suo essere contemporaneamente (come il grande Corbu) artista ed architetto, tanto da disegnare a mano e dipingere le sue opere prima di trasporle in disegno tecnico, infatti tutti conoscono la storia di “Turning Torso”, l’edificio ispirato ad una scultura ideata da Calatrava, eppure, come in tutti progettisti e gli artisti, esiste una parte non definibile, un magma culturale e visivo, un humus culturale, che abbiamo sedimentato soprattutto nella parte della formazione giovanile e alla quale facciamo inconsciamente riferimento, esprimendola nelle opere della maturità.

Visitando la Stazione Oriente a Lisbona, opera anch’essa del maestro, inaugurata nel 1998, in occasione dell’Expo internazionale di Lisbona di quell’anno, si riceve una impressione diversa da quella provata in altre sue opere: un effetto straniante, metafisico.

Occorre dire che l’opera in realtà sembra divisa in due opere distinte: la parte superiore che rientra nella produzione corrente calatraviana: bianche strutture riferibili alle opere dell’architettura del ferro ottocentesca, ennesima variante di temi presenti in molte altre opere e la parte sottostante, in calcestruzzo a vista, dove invece spazi, atmosfere e uso della luce naturale sono un unicum tra le opere del maestro.

Grandi archi, volte, pilastri sovradimensionati e modellati, costoloni e passerelle aeree. Per non parlare di straordinari corridoi e passaggi in cui la luce, delicatamente distribuita dalle coperture o immessa morbidamente da pozzi di luce, modella le superfici in modo straniante donando, appunto, un’aria metafisica ad intere parti del complesso.


Una ricchezza tale di atmosfere e scenografie che attiva la mente e la memoria: dove può avere attinto, il Maestro, un patrimonio visivo e atmosferico così ricco? Forse la risposta va cercata al di fuori dell’ambito, seppur non ristretto, della Storia dell’Archtettura.

Grazie a questi scatti fotografici balza agli occhi che la stazione sembra un set di un film di fantascienza.
Potrebbe sembrare, superficialmente, che il riferimento possa essere Blade Runner, il film che nel 1982 ha cambiato la fantascienza e l’immaginario di tutti noi passando dalla visione di un futuro positivista ad un futuro apocalittico e decadente.

Eppure le architetture di Blade Runner sono cupe, un po’ retrò, non descrivono spazi e volumi ampi. Nelle scenografie del film la luce non modella le superfici, è piuttosto una scheggia artificiale che si incunea dentro, ferisce, gli interni che sembrano caverne decò.

Non è facile trovare un riferimento preciso, eppure l’atmosfera da Science Fiction pervade tutti gli scatti.

Come spunto di riflessione, confrontiamo un film da appassionati del genere del 1971 di George Lucas, un po’ dimenticato, chiamato in italiano l’uomo che fuggì dal futuro e in lingua originale THX1138, con le foto della stazione. Siamo proprio sicuri che l’inconscio di Calatrava non abbia attinto a lontane letture o visioni di fantascienza?

 

 

 

 

 

Tutte le foto della Stazione Oriente sono di Giulio Paolo Calcaprina, © tutti i diritti d riproduzione sono riservati.
I fotogrammi del film THX1138 sono immagini trovate su internet.

 

Vittorio Sgarbi, il paradosso della cultura italiana

È di poche settimane fa la notizia dell’incarico affidato a Vittorio Sgarbi come Presidente del museo MART, il museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto. La nomina di Sgarbi al MART succede dopo la decennale presidenza di Franco Bernabè 2004-2014 e a quella un po’ più breve di Ilaria Vescovi 2014-2019, due persone di altissimo profilo. In particolare va ricordata la gestione di Bernabè che ha reso il museo uno degli spazi più importanti d’Italia portando il MART nel 2011, al 24° posto dei musei più visitati d’Italia con la cifra record di 308.992 di visitatori, malgrado le sue condizioni logistiche indubbiamente “scomode”.

Se i predecessori di Sgarbi erano più legati al mondo dell’economia, la scelta di nominare un critico d’arte come presidente di uno dei più importati musei d’arte contemporanea d’Italia, sembra coerente con sua carica, ma è solo un colpo di teatro. La costante presenza di Sgarbi nei vari settori culturali è significativa e ci deve fare riflettere. Critico d’arte, sindaco, direttore di musei e fondazioni e Accademie ei Belle Arti, parlamentare, politico, assessore, curatore, regista teatrale, saggista, giornalista, opinionista, personaggio televisivo, docente universitario, esperto d’architettura e d’arte antica, rinascimentale, barocca, e moderna e contemporanea, etc. … queste sono solo alcune delle “qualità” di Vittorio Sgarbi. Le possibilità sono due: o Sgarbi è un genio, una delle figure più importanti della storia del mondo culturale italiano, o forse è qualcos’altro.

Analizziamo la prima ipotesi, ovvero che Sgarbi sia uno dei pilastri della cultura italiana. Guardiamo un attimo indietro nel tempo e cerchiamo dei personaggi nella storia recente che possano rispondere almeno in parte agli incarichi del nostro “critico geniale”.

Un personaggio che si avvicina a Sgarbi, senza però eguagliarlo è Giulio Carlo Argan. Anche lui, come Sgarbi critico d’arte, politico e docente universitario, sindaco e senatore, esperto d’arte e architettura. Un altro ancora, che usava molto la televisione in modo irriverente, ma con grande eleganza, anche lui saggista, giornalista, opinionista, che si è occupato molto di politica (pur non ricoprendo mai nessun incarico), critico d’arte, di letteratura, regista teatrale e, diversamente dal critico ferrarese, grandissimo regista, scrittore e poeta, è stato Pier Paolo Pasolini.

Può mai essere Sgarbi un mix tra, Giulio Carlo Argan e Pier Paolo Pasolini? Ovvio che no! I paragoni ovviamente sono provocatori, ma ci aiutano a comprendere in parte il fenomeno Sgarbi. È ovvio che Sgarbi non ha nulla in comune con Argan, che è stato senza alcun dubbio uno dei critici d’arte più importanti nel panorama italiano e mondiale i cui libri hanno formato intere generazioni di studenti e di intellettuali in tutto il mondo. Come non ha nulla in comune con Pasolini, che senza ombra di dubbi è stato un vero genio, uno dei più importanti intellettuali della storia.

Eppure neanche i più grandi intellettuali della storia italiana non hanno mai abbracciato un universo tan variegato come quello del “critico” di Ferrara, che ci accompagna da più di 30 anni. Allora che cos’è Vittorio Sgarbi?

Nel nostro mondo consumistico anche la politica, si basa su prodotti di consumo e anche la cultura è un prodotto di consumo. Non è un caso quindi che uno dei presidenti più autorevoli del MART è stato Franco Bernabè, un grande espero di economia.

Vittorio Sgarbi è un prodotto pop e come tale la politica e il mondo della televisione ce lo vende. Chi in Italia non conosce “Vittorio Sgarbi il Critico d’Arte”.

Il fenomeno Sgarbi è una figura stereotipata costruita su misura, un personaggio che interpreta e ricopre un ruolo, ormai riconoscibile da tutti, all’interno di una “rappresentazione pubblica”: la politica e la televisione. È una finzione, ma al pubblico piace pensare che sia vera, piace pensare che sia il “grande critico”, che con il super potere di urlare e inveire verso tutti si pone come il “grande paladino della cultura”. Non è un caso che gli esordi del “personaggio Vittorio Sgarbi” sono legati ad una trasmissione televisiva e nello specifico al Maurizio Costanzo Show e non grazie a delle pubblicazioni saggistiche o di carattere intellettuale che hanno raggiunto prestigio internazionale. La sua fama è legata alle varie liti televisive, talora sfociate anche in aggressive invettive, con altri personaggi televisivi e non. Questo è quello che prevede il “prodotto Vittorio Sgarbi”, che è diverso dallo Sgarbi uomo o dallo Sgarbi critico. Un personaggio rumoroso, che ricorda molto tutta una serie di figure trash che popolano i programmi televisivi. La finzione dura ormai da così tanti anni che il personaggio e la realtà sembrano ormai coincidere, tanto che Sgarbi oggi non più solo l’interpretazione di un personaggio, ma è un vero e proprio marchio.

Quindi se ad una sistema politico poco incisivo serve il consenso a tutti i costi, ecco che fa uscire dal cilindro la figura già pronta dell’uomo dell’Arte, della Cultura: Vittorio Sgarbi, l’esperto per antonomasia della bellezza e dell’arte. “Vittorio Sgarbi”: un prodotto che va consumato rapidamente e il pubblico lo consuma felice.

Questo non vuol dire che non sia un critico in certi casi anche molto interessante, ma senza alcun dubbi non è una figura geniale, né lo possiamo considerare un pilastro della nostra cultura contemporanea.

Il punto della questione non è quindi l’elezione di Sgarbi a presidente di vari enti – forse riuscirà anche a fare un buon lavoro, forse anche ottimo. Il problema è come viene riconosciuta dal pubblico e dalla politica italiana la cultura e che cos’è la cultura oggi in Italia. Se in passato per il pubblico i simboli della cultura erano Giulio Carlo Argan, o Pasolini, oggi invece è una persona che a forza di interpretare il ruolo di “prodotto culturale da consumare” con delle caratteristiche peculiari irriverenti, è diventato una delle figure culturali più riconosciute e con maggior potere in Italia. La questione è grottesca, anche per l’influenza che attualmente ha nel pubblico e nelle istituzioni. La sua riconoscibilità pop oggi lo ha elevato al livello sia di Argan che di Pasolini, se non forse superiore a entrambi. Non ricordo infatti che delle critiche di Argan o di Pasolini hanno avuto la forza di dirottare esiti di concorsi muovendo addirittura il Ministro italiano dei Beni Culturali.

È particolarmente interessante quindi l’uso che e la politica ha fatto e tutt’ora fa del personaggio e del fenomeno “Vittorio Sgarbi”. È emblematico il fatto che questa operazione non è stata fatta da un unico partito ma, al contrario da una varietà impressionate di fazioni e movimenti politici che hanno usato il personaggio di Sgarbi a loro consumo. Dal partito comunista, con il quale Sgarbi si è candidato nel 1990 alla carica di sindaco della città di Pesaro, al partito socialista, poi la DC-MSI, poi il Partito Liberale, poi ancora Forza Italia, Partito Federalista, con i radicali di Pannella (lista Pannella-Sgarbi), poi ancora UDC, Movimento delle Autonomie, i Verdi, ecc…Il modo il mondo politico italiano si è servito del “personaggio Sgarbi” semplicemente per trasmettere un chiaro messaggio ai suoi elettori, “guarda, abbiamo un intellettuale, sicuro che lo conosci. È quello che alla televisione dice Sono il critico d’arte”. Non è un caso che tutti questi partiti hanno presentato Vittorio Sgarbi, non come un grande politico o statista, ma come ‘l’illustre intellettuale”, che come abbiamo analizzato precedentemente, la politica ha gonfiato a suo uso e consumo.

Il suo “talento” politico, lo ha portato dal 2008 al 2012 a diventare sindaco di Salemi (in provincia di Trapani). Qui ha sperimentato una rivalutazione del territorio proponendo la vendita di case a 1 Euro. Con questo sistema Sgarbi pensava di porre fine al degrado che devastò il centro storico dal terremoto del Belice del 1968. Cessione di immobili diroccati ai privati, in cambio della riqualificazione. Questa operazione portò a circa 10 mila manifestazioni di disponibilità, anche da personaggi di rilievo, ma che rimasero tali perché, nel frattempo, alcuni immobili considerati pericolanti furono sequestrati e la città fu commissariata per infiltrazioni mafiose. La proposta anche se di per se interessante, alla fine non ha funzionato. Comunque è da apprezzare il suo tentativo di cercare una soluzione ad una situazione come quella di un paesino periferico della Sicilia. Inoltre bisogna ammettere che la sua notorietà di “star” ha influito parecchio al paese, tanto che per alcuni anni si parlava spesso di Salemi. D’altronde sarebbe come se il cantante italiano Albano, diventasse sindaco di un piccolo paesino e grazie alla sua fama di “pop star” si mettesse ad organizzare vari festival di musica, invitando a cantare Romina, Morandi, e tanti altri cantautori Italiani con l’idea di trasformare il paesino in una nuova Sanremo. Come non si potrebbe non parlare di quel paesino e di Albano come sindaco.

Ormai sembra che il rapporto tra la popolarità pop e politica sia oggi è un binomio più che mai imprescindibile della politica contemporanea, indipendentemente delle capacità intellettuali e culturali che un uomo possiede. I vari incarichi affidati a Vittorio Sgarbi come quest’ultima elezione a presidente del MART, vanno quindi lette come il prodotto di un’operazione prettamente politica di marketing elettorale, costruita per lo spettacolo della politica e certamente non per il mondo culturale italiano.

 

Immagini: elaborazioni grafiche di Emmanuele Lo Giudice

Editing: Daniela Maruotti

Vivere sotto un ponte

12 Febbraio 2019

Ponte Vecchio – Firenze | Foto ©Giulio Paolo Calcaprina

Faccio subito subito una premessa: quella che segue è una considerazione a voce alta su un tema meramente architettonico e ingegneristico e non ha nulla a che vedere con questioni politiche o legali. È soprattutto il risultato di un lungo ragionamento, prima di tutto, sull’opportunità di scriverne.

Dopo il crollo della pila 9 del ponte del “Viadotto Polcevera” a Genova che ha causato la morte di 43 persone, si è subito cominciato a parlare della sua ricostruzione o della costruzione ex-novo di un ponte di collegamento fra le due sponde, data l’enorme portata logistica che quello crollato aveva. E in effetti, la costruzione del viadotto, su progetto dell’ing. Morandi vincitore di un bando di concorso nel 1959, fu fondamentale per la costruenda autostrada A10 e per il traffico stradale fra il confine con la Francia e il resto d’Italia, che non era più costretto ad attraversare Genova, ricavandone vantaggi (anche ambientali) veramente notevoli. Il viadotto, del quale tralascio i dettagli tecnici che sono meglio espressi altrove, rappresentava non soltanto un esempio di vette ingegneristiche raramente raggiunte in Italia e che hanno fatto letteratura nel resto del mondo, ma anche il simbolo, forse il sugello, della rinascita di una cultura della qualità architettonica nelle grandi opere che si era persa nel periodo immediatamente post bellico, sia per motivi strettamente economici, sia forse anche per motivi culturali legati al passato durante il quale il Fascismo fece dell’”enorme” e dello “spettacolare” uno dei suoi maggiori messaggi propagandistici. Il Viadotto Polcevera era una decisa rottura con il passato e la netta presa di coscienza che un’esigenza pragmatica (il collegamento fra due punti), poteva diventare occasione di riscatto culturale e ambientale non solo per una città, ma per una Nazione intera.

Si comprende ora perché il crollo, a prescindere dall’inestimabile sacrificio di vite umane, queste mai giustificabili, ha rappresentato una durissima pugnalata alla cultura italiana e alle coscienze di ognuno, ancorché non avvertito dell’importanza più profonda dell’opera.

Sorvolando sistematicamente ogni considerazione a favore o contro l’abbattimento, si giunge a quella che è stata la polemica più dura sulle ipotesi relative al ripristino della viabilità sul Polcevera: l’idea-proposta del Ministro delle Infrastrutture on. Danilo Toninelli riguardante un “ponte vivibile”. Precisamente le sue parole sono state: “[…] L’obiettivo non è solo quello di rifare bene e velocemente il ponte Morandi, ma di renderlo un luogo vivibile, un luogo di incontro in cui le persone si ritrovano, in cui le persone possono vivere, possono giocare, possono mangiare […]”. La dura polemica, a tratti sarcastica e cinica, è dovuta all’idea di rendere un ponte vivibile e luogo di incontro, probabilmente confondendo l’aggettivo vivibile con la vivibilità di una casa e la vita in essa. Qualcuno aveva addirittura creato vignette e fotomontaggi di bambini che giocavano sull’autostrada e qualcun altro aveva seriamente pensato al rischio che un pallone finisse in mezzo alle auto con conseguenze disastrose.

Ponte di galata – Istanbul | Foto ©CC0 Creative Commons

Successivamente alla replica, non poco piccata, del Ministro che aggiungeva esempi di come la sua idea non fosse malsana di come la si voleva far credere proponendo il ponte di Galata a Istanbul e il progetto dello studio Visiondivision per il ponte Tranebergsbron di Stoccolma che prevede una serie di attività civili da installare sull’arco di sostegno del ponte (museo, cinema, teatro, scuola, ecc.), le risposte sono state anche più dure, adducendo come motivazione il fatto che il primo è un ponte pedonale (in realtà non è proprio così) e il secondo solo un progetto.

Ponte Rialto – Venezia | Foto ©Giulia Gandin

Innanzitutto, l’idea di un ponte vivibile non è affatto nuova. In Italia abbiamo due fra gli esempi più illustri che si possano citare: Ponte Vecchio a Firenze e Ponte di Rialto a Venezia. Se il primo non è nato con l’idea delle botteghe ai lati (che una volta erano anche abitazioni) aggiunte in seguito progressivamente quando le attività commerciali dei beccai, che vi furono trasferite per decreto, cominciarono a diventare più importanti, il secondo ha subito una sorte diversa: il concorso, indetto nel 1587, per la costruzione di uno stabile ponte in pietra sul Canal Grande, prevedeva che esso dovesse contenere anche attività commerciali, perché queste si erano aggiunte gradualmente nel corso degli anni sui precedenti ponti in legno. In ogni caso, per entrambi i ponti, era prevista la carrabilità, con l’unico limite per Venezia di una “carrabilità pedonale”. Per quest’ultimo, ai concorsi precedenti, in seguito annullati, avevano partecipato anche Leonardo da Vinci e Andrea Palladio, sempre presentando un “ponte vivibile”.

Ponte Rialto – Venezia | Foto ©Giulia Gandin

L’architettura contemporanea ha riscoperto questo antico desiderio di ponte vivibile quando si è accorta che la città contemporanea aveva annientato i suoi confini ottocenteschi invadendo il territorio circostante e la ricerca di nuovi spazi per costruire era ostacolata dalla presenza di problematiche ambientali naturali o antropiche di difficile superamento. Aveva cominciato quindi a ragionare sugli spazi esistenti, fino ad accorgersi che le cesure naturali (fiumi, canali, valli) e antropiche (strade, ferrovie, gallerie, ma anche ponti e viadotti) potevano essere sfruttate proprio per quegli spazi negati dalla costruzione dei collegamenti sopraelevati, ricucendo anche una cesura urbanistica e sociale fra le due parti di città. Spesso infatti i luoghi sottoposti a questo tipo di opere di ingegneria, diventano luoghi inutilizzati e fonte di degrado urbanistico, ma anche e soprattutto sociale. Anche in questo senso il ragionamento del Ministro Toninelli è calzante. E allora, perché non utilizzare gli spazi coperti per attività sociali comuni (alle porte di Cassino, lungo la SR6 “Casilina” sotto il ponte della SR509, c’è uno skate park con un bellissimo murales)? Perché non pensare di trasferire alcune attività commerciali, uffici, aree comuni, in quelle zone di ponte o viadotto che lo permettono? Ma soprattutto, una volta che è stato deciso di abbattere il vecchio ponte Polcevera per costruirne uno nuovo, perché non pensarlo non come un collegamento fine a sé stesso, ma come un’occasione per proporre alla città e al mondo un nuovo modo di pensare il collegamento viario, ritrovando, in questo senso, il principio primigenio che lo aveva generato? Questo è recupero storico, ne è, anzi, il fondamento.

Di progetti in questo senso ce ne sono e ce ne sono stati a bizzeffe. Uno di questi è l’edificio-viadotto di LeCorbusier che si era addirittura spinto a pensare ad una città lineare che facesse da supporto alla viabilità principale. Ci sono però anche esempi pragmatici come il viadotto della metropolitana di Berlino, nei pressi della stazione Hackescher Markt, sotto i cui archi, per lunghi tratti ai due lati della stazione, furono aperte n seguito attività commerciali di vario tipo che hanno dato vivibilità alle aree circostanti, separate appunto dall’opera infrastrutturale e che in passato sono state fonte di degrado. Altre volte il ponte non è stato progettato e realizzato come semplice passaggio fra un punto e un altro, ma anche come occasione per incontrarsi, per riposarsi, riflettere, ammirare il paesaggio e, perché no, giocare.

“Isola della Mur” – Graz | Foto ©CC0 Creative Commons

Un esempio fantastico in questo senso è la cosiddetta “Isola della Mur” a Graz in Austria, opera di un “artista architettonico”, l’americano Vito Acconci, che ha pensato ad un ponte fra le due sponde del fiume Mur rappresentato da due passerelle pedonali che si incontrano su un’isola artificiale al centro del fiume sulla quale ci sono un lounge bar e una terrazza a forma di anfiteatro, che facesse da legame tra il fiume e la città con l’attrattiva del locale pubblico. Fu realizzata nel 2003, quando Graz fu capitale europea della cultura. Il fatto che sia esclusivamente pedonale non deve trarre in inganno: le idee devono essere lasciate fruire libere ed è futuribile la riproposizione della stessa idea in scala più grande.

Chi asserisce che nella maggior parte dei casi si tratta solo di progetti e che per questo motivo non sono attuabili, non solo dimostra poca o scarsa conoscenza non soltanto dell’architettura, il che sarebbe anche comprensibile non essendo prerogativa dell’essere umano conoscere tutto, ma anche ingenuità, se così vogliamo definirla, non comprendendo che qualsiasi atto umano è sempre il risultato di un progetto, scientemente o incoscientemente ideato e che questo progetto può essere attuato. È perciò possibile pensare, progettare e realizzare un “ponte vivibile”, superando ideologie e polemiche partitistiche, tenendo presente però che un ponte deve essere un passaggio sottile integrato nell’ambiente che non invade il costruito, non una barriera d’acciaio a più strati ancorché semi-trasparente, pur accattivante nelle intenzioni, ma deleteria per l’esistente sia per motivi tecnici (abbattimento di buona parte del costruito intorno, oltre a quanto già programmato), sia per motivi architettonici e ambientali.